martedì 14 giugno 2011

Quando i Maestri esistevano e c'era tanta voglia di ascoltarli

di Sergio Di Cori Modigliani


Cinquant'anni fa, il 14 giugno del 1961, irrompeva nella storia del cinema italiano -con il suo esordio alla regia- il più controverso intellettuale di quei tempi: Pier Paolo Pasolini.
Il film, si chiamava "Accattone".
Uno sputo in faccia, una sberla secca contro l'ideologia piccolo-borghese che il cosiddetto miracolo economico italiano cominciava a produrre (in dieci anni l'Italia da 46esima potenza economica al mondo era risalita fino a raggiungere la settima posizione)  ben sintetizzato da un altro grande film "Il sorpasso" a firma Dino Risi, che era uscito tre mesi prima.
Mi piace ricordare, oggi, il mio primo Maestro di cultura.
E insieme a lui ricordare la mia professoressa di latino e greco di allora, Giulia Franchina, che me lo fece conoscere.
Un'eccellente insegnante di liceo.
Una donna sulla cinquantina, nubile, sempre molto elegante (indossava impeccabili tailleur Chanel) dai tratti delicati, molto sobria, di grande cultura e di spessore pedagogico.
Eravamo nell'inverno 1967/68 e a scuola, noi adolescenti, allora, ci andavamo con il coltello tra i denti, decisi a spaccare il mondo e contestare per principio qualunque cosa ci venisse proposta dagli insegnanti; facendo muro contro muro, opponendo una fiera resistenza alla comunicazione di un sapere che consideravamo ignobile e che non volevamo accogliere.
Non con Giulia Franchina.
Senza far mai discorsi, senza una parola di troppo, era l'unico insegnante del mio liceo "il Luciano Manara" -nel quartiere Monteverde Vecchio, a Roma- che si era conquistata il rispetto, l'attenzione e la disciplina.
E' stata lei a comunicarmi l'amore per la civiltà greca e latina, a farmi appassionare allo studio, a farmi venire voglia di leggere, di apprendere, di istruirmi.
La mia amica feisbuchiana Ondina Fnont la ricorderà. Ondina l'ho incontrata di nuovo su facebook un anno fa. E' stata per cinque anni mia compagna di scuola a quel liceo.
La Franchina ci aveva stimolato a fare un giornaletto scolastico che si chiamava "paprika" realizzato dal sottoscritto, da Marco Giovannini e da Sergio Frau (tutti e tre divenuti in seguito giornalisti) e io avevo una rubrica di critica cinematografica dove avevo pubblicato il primo articolo della mia vita, nel febbraio del 1968, una recensione del film "Edipo re" di Pier Paolo Pasolini.
Allora, a differenza degli intellettuali integralisti comunisti che avevano identificato nel nascente movimento studentesco una "espressione piccolo-borghese che manifesta una insofferenza sociale che nulla ha che spartire con le ragioni storiche del progresso della classe operaia" (editoriale sul quotidiano l'Unità in data 19 febbraio 1968, a firma Emanuele Macaluso) Pasolini seguiva con enorme interesse il brulichio dei giovani. Aveva dato disposizioni a Carmelo -il suo segretario- di andare ogni lunedì mattina in tutte le scuole romane a prendere una copia dei giornali che si stampavano.
Lesse la recensione al suo Edipo re e si mise in contatto con la prof. Franchina.
Lei lo invitò a venire da noi, al liceo, a parlarci della civiltà greca.
Lui venne.
Lo accogliemmo decisi a farlo a pezzi.
Nessuno ebbe il coraggio neppure di aprire la bocca.
Ci rapì, ci sedusse, ci ipnotizzò, ci illuminò, ci alimentò.
Alla fine dell'incontro (durato circa tre ore) pur intimidito dal suo spessore trovai il coraggio di avvicinarmi a lui per chiedergli se gli fosse piaciuto l'articolo. E lui mi invitò ad andare a prendere una pizza la sera, a Testaccio insieme ad altri amici. Ci andai. Al tavolo c'erano anche Bernardo Bertolucci, Dario Bellezza, Sandro Penna, Laura Betti, Simone Lo Castro, Silvia Napolitano che aveva pressappoco la mia età.
E così cominciai a frequentarlo.
Lui mi telefonava e mi invitava a passeggiare con lui e io ascoltavo. Mi regalò una copia dell'Emile di Rousseau e mi disse che dovevo assolutamente leggerlo. Era molto severo. "Lunedì quando ci vediamo ti interrogo. E' un testo importante questo".
Ero talmente ansioso all'idea che mi avrebbe interrogato che non capii nulla di quello che leggevo. Tra l'altro, quella domenica c'era Roma-Juventus allo stadio, e io, da incallito tifoso ci ero andato. Poi alle sei del pomeriggio ero andato a giocare a pallone a Villa Pamphili.
La sera mi telefonò.
Ero spaventatissimo.
Mi chiese che cosa avessi fatto e se avevo studiato. Io farfugliai qualcosa giustificandomi. Mi vergognavo di dirgli la verità. Alla fine confessai. Lui tacque. Quel silenzio al telefono fu per me assordante; non riuscivo neppure a grattarmi la voce. Dopo un po', imbambolato dall'imbarazzo gli replicai (ritornando al lei dato che lui mi aveva autorizzato a dargli del tu) "Sta sempre lì o è andato via?"
"Sto qui. Sono qui"
Di nuovo silenzio.
Ricordo che mi era venuta una tale ansia da produrmi addirittura delle lacrime di frustrazione.
D'un tratto Pasolini ruppe il silenzio.
"Che ruolo hai?"
"In che cosa?"
"Nella tua squadretta di calcio"
"Mezz'ala"
"E sei bravo?"
"Insomma, mica tanto. Ma mi piace molto"
"Di che colore ce l'hai i calzoncini?"
"Gialli...e la maglietta rossa, come la Roma"
Silenzio. Pesantissimo.
E poi, riprese:
"Se ti va, venerdì pomeriggio abbiamo una partitella contro quegli stronzi viziati dell'Eur, ma abbiamo due infortunati. Io gioco nel Tor Marancia. Ti va di venire?"
"Ma certo"
"Bisogna farli a pezzi"
"Sì sì"
"E allora, lascia perdere l'Emile, vieni domani pomeriggio alle 15 per l'allenamento, ogni giorno un'oretta fino a venerdì. Viale dell'aereonautica 122".
"Va bene, ci vengo"
"Ci conto. Poi ti porto a Tor Marancia a conoscere gli altri".
E così entrai in squadra.
Lui era fortissimo, io ero scarso ma mi divertivo.
Pasolini adorava le chiacchiere dello spogliatoio, l'odore del sudore, i ragazzi sotto la doccia. Gli stimolava la sua libido. Ma non lo ho mai visto comportarsi in maniera meno che decorosa con chicchessia. Quando eravamo rivestiti, ci sedevamo sulla panca e lui ci spiegava "L'apologia di Socrate" di Platone, ci parlava dell'importanza dello sport, della differenza tra agonismo e competitività. Ci insegnava a ragionare, a capire, a pensare.

Non ho resistito alla tentazione di ricordare questo episodio della mia adolescenza.
Provo oggi una enorme gratitudine, con 44 anni di ritardo, per la mia insegnante di allora, Giulia Franchina, che è stato il primo faro nella strada buia della conoscenza.

E una grande nostalgia per Pier Paolo Pasolini che la celebrazione dei 50 anni dal suo esordio alla regia mi hanno evocato.

L'Italia oggi, più che mai, avrebbe davvero bisogno di un uomo così.

In memoriam

4 commenti:

  1. Ho avuto la fortuna di avere come insegnante la stessa professoressa 10 anni dopo al Liceo Augusto. Ho di lei un bellissimo ricordo, un' insegnante davvero unica che oggi, dopo oltre 35 anni, apprezzo in modo particolare.

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  2. Pasolini? Lo invitai io e non la Franca. Venne solo una volta al Manara e nella nostra IIID ma di te non ho memoria non eri in classe con noi! Mi chiamo Susanna Filippini

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  3. Ma poi chi voleva farlo a pezzi? Forse hai ingigantito le cose e poi tu non eri un anno avanti a noi? Noi lo portammo alla maturità come autore di base e tu non eri già all'Università? Forse ti invitò tuo cugino Flavio Fiorani? Se non sbaglio era tuo cugino, no ? Ci misi un anno a farlo venire, stava montando e doppiando un film, e ci riuscii grazie ai buoni auspici di sua madre che si chiamava come me e che ebbe la pazienza e la simpatia di sopportare una ragazzina innamorata del cinema più che di letteratura. Quindi se dopo sei andato a pizze non lo so ma un giornalista dovrebbe essere meno fantasioso e più informato se vuoi lasciare un ricordo di te ma se vuoi riempire solo un po' di spazio delle tue memorie con un grande nome, Pasolini, va bene lo stesso dato che ai quei tempi non c'erano i telefonini per testimoniare il vero.

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