martedì 22 agosto 2017

Barcelona docet.






di Sergio Di Cori Modigliani


Esistono certi fondi internazionali d'investimento ad alto rischio, sostenuti da certe persone e da certe nazioni, noti agli esperti del settore e a coloro che occupandosi di geo-politica, invece di seguire le piste mediatico-spettacolari, seguono la più banale delle strade percorribili: the money!
Molti, a Wall Street, da circa una quarantina di giorni, sapevano che in Spagna sarebbe accaduto qualcosa entro il 20 agosto.
Di grosso. Di molto grosso.
Profeti? Geni? Spie?
No.
Semplici analisti della finanza con solide competenze.
Il rapporto bonos-bundt, cioè il differenziale dello spread tra i buoni del tesoro spagnolo e quello tedesco stava andando a meraviglia (dal punto di vista degli spagnoli). La Spagna si era ripresa talmente bene che si era andata a posizionare al quinto posto nel mondo, subito dopo Giappone, Canada, Francia, Irlanda, rispetto alla Germania. Eppure, a Wall Street, verso la fine di Luglio, hanno notato che erano stati investiti circa 800 miliardi di dollari, scadenza 20 agosto 2017, con una scommessa al ribasso sui bonds spagnoli, esattamente come era avvenuto per l'Italia alla fine di Luglio 2011. I più solerti e attenti hanno redatto un rapporto molto specifico e lo hanno inviato all'agenzia FBI, la quale lo ha spedito alla CIA che lo ha passato ai servizi spagnoli. Gli iberici hanno ringraziato sostenendo (così dicono a Wall Street) che "la situazione è diversa, adessso ci pensa Draghi a sostenere il mercato".
Infatti, la situazione è "diversa".
Ma loro non hanno capito in che senso.
E in Europa fanno finta di non averlo capito.
Morale della favola: un'ora fa hanno incassato la scommessa: guadagno netto circa il 25%, pari a 150 miliardi di dollari. Bonds spagnoli affondati.
E' il costo per la zona euro: Draghi dovrà sborsarli, che gli piaccia o meno.
Cioè, tutti noi.
Avendo al comando della Casa Bianca uno dei più turpi speculatori finanziari della Storia, non vi è alcun stupore.
Nè tantomeno sorpresa.
Quindi, che cosa si fa?
Si prende atto della realtà (quella vera, tangibile, sostanziale, cioè "the money of the super rich") e ci si muove di conseguenza.
O si comprende che siamo dentro una guerra all'ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo) tra la finanza da una parte e la politica dall'altra, con l'economia in mezzo e in posizione ambigua -nonchè irresponsabilmente complice- e si spiega alle persone, agli imprenditori e alle nazioni, come stanno davvero le cose per potersi cautelare, oppure ci dobbiamo cuccare lo spettacolo mediatico internazionale che questi pirati criminali post-moderni stanno allestendo per noi poveri gonzi privi di difese.
La guerra c'è, ma è questa.
Per tutto il resto c'è il mastercard di Grillo-Salvini-Meloni e la bella compagnia dei demagoghi da tastiera a gestire (molto probabilmente a loro insaputa) la bella favola dello scontro di civiltà tra buoni e cattivi.
E' solo business.
Tutto qui.
E le nostre esistenze sono diventate ottima carne da macello

martedì 15 agosto 2017

Quando vince il pacifismo.




di Sergio Di Cori Modigliani

Grandiosa vittoria di Moon Jae in, il neo-presidente della Corea del sud eletto lo scorso 20 maggio.
Intellettuale radicale, appartenente alla tradizione pacifista del movimento progressista della sinistra asiatica, fervente cattolico, ha risolto la crisi internazionale provocata dalla totale stupidità e incompetenza dello statunitense Donald Trump e dalla totale stupidità e arroganza del nordcoreano Kim Jong un.
Una vera catastrofe per la politica estera americana.
Moon, infatti, ha avviato dei colloqui con la Corea del nord ed è riuscito a convincere il giovane dittatore a fidarsi di lui, a dimostrazione dell'importanza del rispetto della diversità culturale e di quanto sia importante il principio di auto-determinazione dei popoli: tra coreani si capiscono al volo.
Dove è fallita la Cina, c'è riuscito un pacifista sud coreano.
Ecco i fatti salienti: questa mattina, 15 agosto, alle ore 3.30 italiane, il presidente della Corea del sud ha annunciato formalmente e ufficialmente alla televisione sudcoreana che "non tollererà e non consentirà agli Usa nessuna forma di iniziativa militare sulla penisola coreana e intorno alle sue coste a meno che non venga prima informato il governo della Corea del sud che deciderà, in maniera autonoma e indipendente, se consentire o meno tale iniziativva. Per quanto riguarda l'attuale fase, fedele alla tradizione pacifista così fortemente voluta dalla cittadinanza, comunica di non consentire agli Usa il permesso per operazioni militare nella penisola". Fine del messaggio.
Trentacinque minuti dopo, alla televisione nord-coreana è apparso Kim, il quale ha annunciato "di aver dato ordini ai miei generali di sospendere l'attacco annunciato all'isola di Guam, di rientrare alla base di partenza e di annullare l'allarme e lo stato di emergenza".
Si tratta della più grande sconfitta in politica estera, per gli Usa, degli ultimi 20 anni, dovuta all'inettitudine, all'incompetenza e alla capricciosa caratterialità di Trump.

Quel che più conta, si tratta di una grande vittoria del movimento pacifista internazionale.
Quindi, di tutti noi.

Qui di seguito vi allego un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" in data 9 maggio 2017 alla vigilia delle elezioni in Corea, nel quale presentava la persona di Moon al pubblico occidentale di lingua inglese.

Grandiosa vittoria di Moon Jae in, il neo-presidente della Corea del sud eletto lo scorso 20 maggio.
Intellettuale radicale, appartenente alla tradizione pacifista del movimento progressista della sinistra asiatica, fervente cattolico, ha risolto la crisi internazionale provocata dalla totale stupidità e incompetenza dello statunitense Donald Trump e dalla totale stupidità e arroganza del nordcoreano Kim Jong un.
Una vera catastrofe per la politica estera americana.
Moon, infatti, ha avviato dei colloqui con la Corea del nord ed è riuscito a convincere il giovane dittatore a fidarsi di lui, a dimostrazione dell'importanza del rispetto della diversità culturale e di quanto sia importante il principio di auto-determinazione dei popoli: tra coreani si capiscono al volo.
Dove è fallita la Cina, c'è riuscito un pacifista sud coreano.
Ecco i fatti salienti: questa mattina, 15 agosto, alle ore 3.30 italiane, il presidente della Corea del sud ha annunciato formalmente e ufficialmente alla televisione sudcoreana che "non tollererà e non consentirà agli Usa nessuna forma di iniziativa militare sulla penisola coreana e intorno alle sue coste a meno che non venga prima informato il governo della Corea del sud che deciderà, in maniera autonoma e indipendente, se consentire o meno tale iniziativva. Per quanto riguarda l'attuale fase, fedele alla tradizione pacifista così fortemente voluta dalla cittadinanza, comunica di non consentire agli Usa il permesso per operazioni militare nella penisola". Fine del messaggio.
Trentacinque minuti dopo, alla televisione nord-coreana è apparso Kim, il quale ha annunciato "di aver dato ordini ai miei generali di sospendere l'attacco annunciato all'isola di Guam, di rientrare alla base di partenza e di annullare l'allarme e lo stato di emergenza".
Si tratta della più grande sconfitta in politica estera, per gli Usa, degli ultimi 20 anni, dovuta all'inettitudine, all'incompetenza e alla capricciosa caratterialità di Trump.

Quel che più conta, si tratta di una grande vittoria del movimento pacifista internazionale.
Quindi, di tutti noi.

Qui di seguito vi allego un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" in data 9 maggio 2017 alla vigilia delle elezioni in Corea, nel quale presentava la persona di Moon al pubblico occidentale di lingua inglese.
Grandiosa vittoria di Moon Jae in, il neo-presidente della Corea del sud eletto lo scorso 20 maggio.
Intellettuale radicale, appartenente alla tradizione pacifista del movimento progressista della sinistra asiatica, fervente cattolico, ha risolto la crisi internazionale provocata dalla totale stupidità e incompetenza dello statunitense Donald Trump e dalla totale stupidità e arroganza del nordcoreano Kim Jong un.
Una vera catastrofe per la politica estera americana.
Moon, infatti, ha avviato dei colloqui con la Corea del nord ed è riuscito a convincere il giovane dittatore a fidarsi di lui, a dimostrazione dell'importanza del rispetto della diversità culturale e di quanto sia importante il principio di auto-determinazione dei popoli: tra coreani si capiscono al volo.
Dove è fallita la Cina, c'è riuscito un pacifista sud coreano.
Ecco i fatti salienti: questa mattina, 15 agosto, alle ore 3.30 italiane, il presidente della Corea del sud ha annunciato formalmente e ufficialmente alla televisione sudcoreana che "non tollererà e non consentirà agli Usa nessuna forma di iniziativa militare sulla penisola coreana e intorno alle sue coste a meno che non venga prima informato il governo della Corea del sud che deciderà, in maniera autonoma e indipendente, se consentire o meno tale iniziativva. Per quanto riguarda l'attuale fase, fedele alla tradizione pacifista così fortemente voluta dalla cittadinanza, comunica di non consentire agli Usa il permesso per operazioni militare nella penisola". Fine del messaggio.
Trentacinque minuti dopo, alla televisione nord-coreana è apparso Kim, il quale ha annunciato "di aver dato ordini ai miei generali di sospendere l'attacco annunciato all'isola di Guam, di rientrare alla base di partenza e di annullare l'allarme e lo stato di emergenza".
Si tratta della più grande sconfitta in politica estera, per gli Usa, degli ultimi 20 anni, dovuta all'inettitudine, all'incompetenza e alla capricciosa caratterialità di Trump.

Quel che più conta, si tratta di una grande vittoria del movimento pacifista internazionale.
Quindi, di tutti noi.

Qui di seguito vi allego un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" in data 9 maggio 2017 alla vigilia delle elezioni in Corea, nel quale presentava la persona di Moon al pubblico occidentale di lingua inglese.

https://www.theguardian.com/world/2017/may/09/moon-jae-in-the-south-korean-pragmatist-who-would-be-president

giovedì 3 agosto 2017

Quale civiltà? L’Europa, of course! Roma Aeterna docet.





“L’uomo produce regole. La natura è fatta di leggi. Senza la conoscenza della legge, senza il sentimento della legge, nulla si può fare”.
                                                                                Louis Kahn, La Jolla, California 1968


di Sergio Di Cori Modigliani

Esistono i paesi, le nazioni, gli stati. 
Poi, esistono anche le civiltà.
Una ventina di anni fa, circa, l’istituto di Storia della prestigiosa università di Oxford, in prospettiva della preparazione della monumentale impresa editoriale dedicata alla storia delle civiltà, fece un’inchiesta nel Regno Unito. 
Vennero posti soltanto due quesiti. 
Era indirizzato esclusivamente agli accademici esperti in storia, antropologia, sociologia, ai quali vennero aggiunti anche le migliaia di studenti delle facoltà umanistiche. 
La domanda era la seguente: “Quale è stata la più grande civiltà sul pianeta Terra negli ultimi 3000 anni?”. La risposta era libera. Nel 76% dei casi la risposta fu la stessa. Venne aggiunta anche una seconda domanda: “Sapreste indicare con esattezza l’anno specifico della nascita della civiltà da voi prescelta e il motivo per cui uno specifico evento l’ha definita?”. 
A questa successiva domanda la stragrande maggioranza non seppe dare una risposta. 
Tra le 1750 risposte, invece, l’81% indicò una data: il 420 a.C.
La civiltà prescelta fu l’impero romano.

Su questo non c’è neppure dibattito tra gli storici. 
Sono tutti concordi. 
L'antica  civiltà romana durò circa 1200 anni, dall’ottavo secolo avanti Cristo fino al quinto dopo Cristo. Ci furono anche altre antiche civiltà che durarono molto a lungo, come quella egizia, celtica, etrusca, persiana, cinese, maya, azteca, inca e un’altra ventina meno note. 
Ma nessuna di queste ebbe la potenza di Roma, che non fu soltanto quella militare, tutt’altro. 

L’antica società romana, infatti, ebbe la particolarità specifica di produrre un tipo di civiltà talmente forte da contaminare e contagiare anche lontanissime civiltà molto diverse, con le quali non vennero mai neppure in contatto. Mentre i maya o i persiani o i cinesi rimasero confinati all’interno del loro territorio esclusivo, i romani cambiarono per sempre (in senso evolutivo e progredito) il volto dell’umanità sulla Terra. La data specifica della svolta fu il 420 a.C. La città di Roma esisteva già da circa 350 anni, ma non era ancora una civiltà. Allora, nel bacino del Mediterraneo, primeggiavano l’Egitto e la Grecia. Ma in quell’anno, dopo aver chiuso positivamente la guerra contro gli Etruschi, nella fase politica susseguente al periodo monarchico dei sette re, i romani si posero delle domande relative alla loro identità. Mentre, proprio in quel periodo, nella vicina Grecia nasceva e si sviluppava la più fertile e ricca scuola di pensiero filosofico mai esistita, i romani dibattevano sulla necessità di fondare una nuova idea di mondo, con paradigmi diversi, una prospettiva nuova, una dialettica universale talmente folgorante da poter essere condivisa da tutti. E così nel 420 a.C. diventano i primi sul pianeta Terra ad abolire il sacrificio umano per decreto (scritto), attribuendo all’esistenza un valore assoluto. 
Considerato un reato penale gravissimo, i responsabili di sacrifici umani sarebbero stati condannati a morte. 
Quell’atto politico/legale sancì subito una loro specifica unicità. 
E' stata la prima società sul pianeta Terra a darsi questa nuova regola: i romani sono stati i primi umani sul pianeta ad attribuire alla Vita un valore sacrale e supremo.
La notizia si sparse in tutto il mondo allora conosciuto arrivando (qualche decina di anni dopo) perfino nelle lontanissime India e Cina. In Asia, mercanti viaggiatori, riportarono con particolari e dettagli le leggi e le nuove formulazioni di una società che negava per costituzione a chiunque di abusare dell’esistenza di chiunque altro nel nome di un principio superiore, di solito divino. Fu la prima società laica nel pianeta in cui al centro della scena compare come elemento superiore il “cives”, il cittadino, la cui vita e attività è considerata superiore a quella degli dei, invisibili abitanti dei cieli. Per un lunghissimo periodo furono gli unici a praticare la glorificazione del cives vivendo in una comunità che non contemplava i sacrifici umani per ingraziarsi gli dei. Ma poco a poco, quella pratica divenne seducente e per contaminazione pose le fondamenta di una totale e complessa regolamentazione della vita pubblica, passata alla Storia come "Diritto Romano". 

Secondo l’istituto di Storia dell’università di Oxford, quel Diritto è ancora oggi attivo, essendo la base di ogni giurisprudenza applicata nel pianeta.
Abituati alla divulgazione di stampo hollywoodiano, siamo cresciuti con l’idea che la forza dei romani fosse soprattutto il loro esercito.
Non è così. Non era così.
E’ stato invece il fatto di codificare un progetto culturale vasto che ha cambiato totalmente la prospettiva esistenziale del mondo. Gli storici romani ci hanno segnalato un solo celebre episodio, avvenuto qualche giorno prima della battaglia di Canne contro gli africani, quando il generale che guidava la prima avanguardia d'attacco scelse di sacrificare (la notte prima)  un Gallo e un Greco per sedurre Marte e vincere. 
Vinse. 
Ma fece la stessa fine di quei due poveri disgraziati, sepolti vivi nella sabbia perché questo era il volere degli dei. 
Per Roma, infatti, era più importante il volere degli uomini civili, ovverossia la Regola e il Diritto del Cives, da cui la celeberrima espressione Dura Lex sed Lex.
Non era importante vincere, bensì "come" vincere.
Una vittoria senza rispetto, coerenza e fedeltà rigorosa ai principii del Diritto Romano, per i nostri antichi antenati, non era una vittoria. E si veniva sanzionati e puniti per questo.

Non fu affatto l’ansia del dominio imperiale a rendere Roma la più grande civiltà mai esistita, come erroneamente la corrente vulgata sostiene. 
Fu esattamente il contrario. 

350 anni dopo la sua fondazione, nel V secolo a.C. ormai rassicurati da se stessi, i romani scelsero di darsi una regolamentazione totale basata su codici di comportamento collettivo che consentirono la convivenza tra centinaia di etnie diverse. Oggi, 2017, a Roma città abitano circa 4 milioni di persone, su circa 6,5 miliardi di abitanti nel pianeta. Mille anni fa, nel 1017, a Roma abitavano circa 25.000 persone. Non c’era nessuno, se non il papa e qualche cardinale, asserragliati dentro Castel S.Angelo. 1500 anni fa, Roma era ancora devastata dalle incursioni dei barbari ed era diventata lo scenario del più violento scontro sociale mai registrato. Ma 2000 anni fa, cioè nel 17.d.C, nel pieno del proprio splendore, a Roma (che si estendeva ad ovest fino a Ostia, a est fino a Rieti, a nord fino a Orte, e a sud fino a Sperlonga) abitavano circa 3,5 milioni di persone, quando gli abitanti terrestri erano a malapena 500 milioni.

La lezione (e l’eredità) di quest’antichissima e gloriosa civiltà dovrebbe essere la base dibattimentale di un progetto europeo mediterraneo. 

Ormai incorporata l’idea che non può essere la finanza, il sistema bancario e una moneta a stabilire i codici di riferimento di una comunità collettiva, è necessario recuperare i valori alti della Cultura e della competenza per seguire la traccia degli antichi romani e fondare una nuova civiltà europea. Pensare di poter sostenere un progetto politico continentale basandosi soltanto sulla gestione più o meno sapiente della rabbia, livore, indignazione, bisogno, ruotando intorno a slogan pregni di echi ma vuoti di sostanza è una perdita di tempo, un errore madornale e non servirà a nulla. 
I gravissimi problemi che stiamo affrontando in questa fase, per noi europei, non possono essere risolti da una piatta normativa o da qualche abile trucco ragionieristico che ormai sanno di folclore. E’ necessario ripartire dalle priorità basiche sulla cui fondazione è necessario dibattere per costruire i pilastri di sostegno di una società evoluta. 

Siamo abbastanza ricchi in Europa per andare, complessivamente, al di là del mero concetto di sopravvivenza e fondare una nuova civiltà basata sulla abolizione del sacrificio umano post-moderno, qui inteso nella sua accezione attuale e contemporanea, proprio come fecero i romani 2.437 anni fa.
Incorporare un’idea di mondo basata sul concetto che non si ha futuro, che non si possono coltivare ambizioni, che non si possono costruire aspettative, che non si può fondare una propria progettualità individuale, che l’unica possibilità di ingresso nel mondo del lavoro passa ineluttabilmente per le vie della politica partitica, equivale alla morte civile: è la nostra modalità di praticare il sacrificio umano. Dobbiamo diventare civili, non lo siamo ancora. 
Questa è l’eredità che il compianto prof. Zygmunt Bauman, squisita mente di europeo pensante, scomparso otto mesi fa, ci ha lasciato come eredità e viatico per noi che stiamo qui. Nel suo più drammatico testo pubblicato cinque anni fa (“Danni collaterali” stampato dall’editore Laterza di Bari) ci spiega come l’essere umano sia ormai diventato, per l’appunto -da cui il titolo del libro- una cifra statistica, un danno collaterale della società attuale. 
Siamo ritornati al sacrificio umano. 
Prima della grande civiltà.
Si impone un immediato lavoro di progettazione culturale fondativo prima che sia troppo tardi.

sabato 29 luglio 2017

Dio, chi? Un filosofo sloveno illumina la confusa scena della nostra palude quotidiana.










di

C’è un nuovo fondamentalismo religioso, oggi, in occidente, che si va diffondendo a macchia d’olio, penetrando nelle nostre case, forgiando il nostro immaginario. Mentre nei paesi islamici, la collettività autoctona deve vedersela con la piaga dell’Isis e il loro specifico radicalismo violento, in occidente siamo costretti a prendere atto di essere finiti nel gigantesco calderone del capitalismo social, estrema aberrazione etica di una degradazione etico-sociale che va all’attacco della libertà della nostra psiche. In gioco, infatti, è proprio l’Animus della persona, intesa come esistenza pulsante.
Questo neo-fondamentalismo religioso, all’apparenza laico, avviene nel nome e al servizio del dio Narciso, è quindi  impossibilitato a essere oggettivato.
Lo si può definire, per il momento, soltanto attraverso un aforisma paradossale.
“E’ in atto una epocale metamorfosi di Dio: si sta trasformando in d’Io”.
Ed è la ragione principale della crisi dell'occidente


fine del post.





P.S.
Consiglio ai miei lettori di seguire la prolifica attività di pensiero del filosofo e psicoanalista sloveno Zizek, che considero un illuminante faro nella coscienza europea. Qui di seguito, vi propongo una intervista da lui rilasciata al corriere della sera e pubblicata un anno fa sul quotidiano milanese. Eccola, buona lettura.
(http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_16/prometteva-liberta-ma-web-oscuro-rovina-milioni-vite-2ba208b6-7b7e-11e6-ae27-bc43cc35ec72.shtml)



«Prometteva libertà ma il web oscuro rovina milioni di vite»

Il filosofo Žižek: è lo Stato che deve controllare la Rete




Domani terrà una lectio magistralis al festival di Pordenone, dove presenterà Il contraccolpo assoluto (Ponte alle Grazie), che continua la sua rilettura creativa di Hegel e Lacan. La notizia del suicidio di Tiziana Cantone lo colpisce in quanto padre e gli ricorda un caso molto simile in Slovenia. «A Maribor, due anni fa, in una piccola scuola, degli studenti avevano filmato un preside che faceva del sesso orale con una professoressa; quel video è finito sul web e il preside si è ucciso. Non ha retto, la sua vita era rovinata. Noi ce ne accorgiamo solo quando ci sono finali tragici o scandali, ma tante vite vengono distrutte in modo più discreto. Milioni di persone perdono la loro onestà, la loro decenza, soffrono».



Prima del web era diverso?
«Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. Lo so perché mio figlio, di 17 anni, ha fatto un giro sul web profondo e ha trovato di tutto, video di torture, scene di sesso estremo e persino uno di quei film in cui si vedono morire delle persone, uno snuff movie».

Lei come ha reagito?
«Malissimo. Sto male solo all’idea che si possa vedere realmente qualcuno torturato e ucciso. Per cosa poi? Un conto è vedere, come fanno gli inviati di guerra, le prove di un massacro di civili, altro discorso è farlo per gioco. Lo stesso discorso vale per il sesso».

Cosa pensa del sesso digitale? L’ha mai fatto?
«No! Io lo faccio in modo analogico. E amo le passioni. Infatti ho avuto più mogli, e sono un monogamo; ma la monogamia per la cultura di oggi è vista come una patologia, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, perché non va bene fissarsi con una sola persona. In questo senso non mi piace molto il nuovo corso di certi movimenti di genere sessuale che sono passati dalla giusta richiesta di diritti alla prescrizione normativa di doveri, e di piaceri, quasi una ideologia, perfetta per il nuovo capitalismo social, che predica consumi e ostentazione. Gli psicanalisti dicono che spesso le persone chiedono come poter gestire meglio il proprio piacere, averne di più. E invece i terapisti devono liberare i propri pazienti da questa ossessione di voler godere sempre e comunque».

Quant’è ambiguo l’appeal del sesso digitale?
«Da un lato, per i giovani soprattutto, sembra un gioco di evasione, di fuga in un universo virtuale che spesso fa ritardare le esperienze reali. Dall’altro lato questa fuga fa venire fame di realtà, e di interagire in maniera anche brutale e, possibilmente, riconnettere virtualità e realtà. Anche in maniera dolorosa. Ricordo i cutters, quelli che si tagliavano con il coltello, anche su parti intime, o lì vicino, per sentirsi reali, vivi».

Lei ha mai controllato il cellulare o il pc di suo figlio?
«Mai, è da idioti pensare di farlo: lui è tecnologicamente più avanzato di me. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale».

Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy?
«No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi. I social media creano sì nuovi spazi di auto organizzazione, per dirla con Marx, ma grazie a loro il discorso politico si è abbassato: uno come Trump può parlare oggi in pubblico come fino a ieri avrebbe potuto parlare solo in privato. Questo abbassamento è purtroppo ormai accettato».

Che cosa bisogna fare?
«Invertire la tendenza. Un tempo sesso e linguaggio volgare erano armi rivoluzionarie contro il potere. Oggi che il potere è sessualizzato ed è volgare dobbiamo riscoprire le passioni nel sesso e in politica».

giovedì 27 luglio 2017

Il tormentone estivo che ci manca. E non è certo un caso. La lezione viene da Bari






di Sergio Di Cori Modigliani

L'estate, è cosa nota, è la stagione dei tormentoni.
Lo vuole la prassi imposta dall'editoria che ha bisogno di gossip e chiacchiere a go go per vendere rotocalchi da leggere sotto l'ombrellone. E per chi, invece, il mare non se lo può permettere, valanghe di pagine dedicate su facebook, con l'appoggio del più importante investimento finanziario della Repubblica Italiana: i BPT, la nostra immarcescibile risorsa.

(N.B. per chi non fosse avvezzo a questo blog, devo precisare che BPT -al secolo Buoni Poliennali del Tesoro-  è un acronimo che, per il sottoscritto, identifica gli opinionisti di professione, ovvero i BambolottiPropagandaTelevisiva).

Si chiama "tormentone" perchè si diffonde come una specie di virus e parte come chiacchiera divertente, poi diventa  fastidioso, si trasforma in noioso, diventa insopportabile (di solito alla fine della calda estate) e infine si glorifica quando raggiunge la agognata meta del tormento totale. Quando cominciano a diffondersi centinaia di migliaia di like su facebook sotto la scritta abbasta co'sto tormentone, allora il sistema mediatico capisce che la stagione è finita e cambia registro.

Qualche giorno fa, i media hanno presentato alla nostra attenzione, con tutti i giusti requisiti, quello che -a mio avviso- aveva tutte le carte in regola per diventare un sonoro tormentone estivo, di quelli che i media adorano perché impongono al pubblico di schierarsi e di solito è al 50%, il massimo ideale assoluto per ogni rotocalco che voglia vendere, alimentando i pro e i contro. La notizia era succosa e contemporaneamente banale, come deve essere per qualificarsi come tormentone: il celebre Antonio Cassano (noto anche come genietto di Bari vecchia, cuore matto, pallone ribelle, calciatore estremo, indomabile artista e ingestibile professionista) invece di recarsi a Verona per iniziare il ritiro estivo di preparazione alla stagione 2017/2018 che avrà inizio il 20 agosto, aveva dichiarato alle 10 del mattino che si ritirava dal calcio giocato. 
Sconcerto, sorpresa, qualcuno pensava addirittura a uno scherzo. 
Sei ore dopo, lo stesso calciatore era apparso in conferenza stampa e in uno stato emotivo che la stampa sportiva aveva definito "confusionale" aveva ritratto la propia precedente affermazione sostenendo che si era pentito ed era pronto a iniziare la stagione. 
Dopo tre giorni, invece, una ennesima dichiarazione, questa volta "definitiva e irrevocabile" (parole sue): "lascio per sempre il calcio, finisco qui, ho voglia di godermi la vita con mia moglie e i miei due figli". 
Sembrava l'inizio, per l'appunto, del classico tormentone: lascia non lascia gioca non gioca, ecc., con la partecipazione della moglie, interviste a parenti, amici, giornalisti, ecc.

E invece non è accaduto nulla.

Data la notizia secca, è stato steso un velo pietoso sulla vicenda.
Deluso da me stesso per aver preso un granchio, sono andato a fare una ricerca contattando alcuni amici che lavorano nel campo del giornalismo sportivo.
E così è venuto fuori che due affermazioni di Cassano non sono piaciute al management che gestisce l'industria del calcio ed è partito subito l'ordine di scuderia del Pensiero Unico: ok, qui finisce la cosa, mettiamoci una pietra sopra e non parliamone più per nessun motivo.
Cassano ha spiegato che il calcio per lui è sempre stato, soprattutto, divertimento puro e gioia di vivere, ma giocare in Italia è davvero noioso, il calcio è finito, è un ambiente marcio, non è per me. E il giorno dopo ha aggiunto: uno dei motivi della mia scelta riguarda la mia vita proiettata nel futuro. Io sono un ignorantone semi-analfabeta perchè l'ambiente del calcio esige ignoranti facili da manovrare. E quindi, adesso, invece di giocare voglio dotarmi degli strumenti di un lavoro vero e imparare qualcosa. Ho deciso, quindi, di iscrivermi al Politecnico di Torino, perchè voglio studiare ingegneria e prendermi una laurea, mia moglie è d'accordo.
Decisione pessima (per le dirigenze calcistiche).
Scavezzacollo, playboy incallito, una decina di anni fa aveva stupito tutti perchè aveva dichiarato: "Io ho vinto finalmente la mia Champions League, ho incontrato la donna della mia vita. Con le femmine mi fermo qui e me la sposo". E così, nel 2009 era convolato a giuste nozze con Carolina Marcialis, una sportiva come lui (pallanuotista) con la quale ha avuto due figli Christopher e Lionel. Una donna molto intelligente, niente affatto presenzialista, per il mondo del calcio e i media una pessima scelta; per loro i calciatori devono sposare veline, letterine, modelle, attrici, giornaliste sportive, per imbastire insieme un sistema di gossip laterale continuo d'appoggio. 
C'è gente che va allo stadio perché vuole vedere di persona la moglie X del calciatore Y.
I calciatori obbediscono e si adeguano al mercato.

Antonio Cassano no.

Si rifiutava di uscire con le "gnocche" che organizzatori e dirigenti della federazione cercavano di imporgli perchè era in cerca di qualcosa d'altro.
Ero sempre stato un suo grande estimatore (come amante del calcio l'avevo sempre considerato un geniale fantasista dotato di eccezionale talento e visione di gioco) poi, qualche anno fa ascoltai, per caso, delle sue affermazioni che -mediaticamente parlando- furono l'inizio della sua fine. Era stato, a suo tempo, pompato dall'industria editoriale che gli aveva distribuito un libro sulla sua vita: besteseller milionario. Subito dopo ne aveva pubblicato un altro. A Milano presentando il libro, così aveva parlato di se stesso: sono contento di aver battuto un record mondiale, è bene che voi lo sappiate. Sono il primo scrittore del pianeta che ha pubblicato un numero di libri superiore a quelli che ha letto. Non penserete mica che questi libri li abbia scritti io. Io sono semi-analfabeta e purtroppo per me un totale ignorante, non sono in grado di scrivere nulla. I libri, oggi, li scrivono gli editor. Tutto è marketing. Conta apparire non essere. 
Rimasi molto colpito dall'uomo che stava dando prova di una grande consapevolezza di sè.
Capii, quindi, che era una persona vera, autentico libero pensante.
E' diventato uno dei miei eroi preferiti.
Un vero esule in patria.
Ci mancherà.
Gli auguro buona fortuna e spero per lui che diventi un grande ingegnere.
E' il tormentone estivo che mi manca.
Avrebbe potuto anche essere pedagogico, quindi utile per l'intera collettività.
Il mio abbaglio è stato proprio questo.
Tragica realtà avvilente dei tempi che viviamo.

 Cassano lascia il calcio, la moglie Carolina Marcialis: "Non voleva stravolgerci la vita"





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lunedì 24 luglio 2017

Ma le formiche dormono oppure no? E se dormono, dove vanno a dormire?


di Sergio Di Cori Modigliani

Ieri pomeriggio, reduce da una passeggiata, in seguito al gran caldo, ho deciso di prendermi un gelato.
Mi sono comprato un cono, i miei due gusti preferiti: fragola e pistacchio.
Sono uscito dalla gelateria per andarmi a sedere su una panchina.
L'unica che si trovava all'ombra era occupata da una signora al telefono e da una bambina molto piccola, intorno ai 5 anni.
La panchina era piuttosto larga.
Mi sono avvicinato e ho chiesto alla signora se potevo sedermi.
La signora, indaffarata al suo cellulare, mi ha fatto cenno con la testa di accomodarmi senza problemi.
Mi sono seduto e ho iniziato a gustarmi il gelato.
Ho sollevato lo sguardo e i miei occhi hanno incrociato, per un breve attimo, quelli della bambina. 
Mi ha sorriso con un'aria divertita e complice e ha dato una poderosa linguata al suo cono: identico al mio. Lo si intuiva dai colori del suo gelato, verde pastello e rosso fiamma.
Gli stessi gusti.
Anch'io le ho sorriso.
Quest'inattesa comunione di gusti mi ha dato subito una sferzata di buon umore.
La signora, nel frattempo, era tutta presa dalla sua telefonata, che sembrava davvero piuttosto importante.
La bambina, mentre leccava il gelato, era assorta e seguitava ad osservare con enorme attenzione il suolo.
Dalla mia distanza, non vedevo nulla di interessante, e non riuscivo a comprendere che cosa stesse attirando la sua attenzione. 
A tratti, infatti, la vedevo chinarsi e oservare il lastricato.
Ad un certo punto, la bambina ha tirato la manica della mamma e le ha chiesto.
"Mamma, le formiche, dormono?"
La madre non ha risposto.
Dopo qualche secondo, la bambina ha riformulato la stessa domanda.
"Non ne ho idea" ha risposto la madre, visibilmente infastidita.
Ma la bambina voleva ottenere una risposta.
Glie lo ha chiesto altre quattro volte.
"Piantala di fare domande, adesso andiamo, e non fare la noiosa come al solito" ha risposto la madre con tono scocciato, senza smettere di parlare al cellulare.
La bambina si è rabbuiata, ma dopo un po' si è piegata di nuovo in due ad osservare quella che -lo avevo capito- doveva essere una fila di formiche al lavoro.
"Mamma, ma quando vanno a dormire, dove vanno?"
La madre non ha risposto.
La bambina ha insistito, finchè la madre ha sbottato "Stai zitta, non devi fare domande, sto facendo una cosa importante, piantala di fare domande stupide".
La bambina si è appoggiata allo schienale rabbuiata.
Ho visto che aveva le lacrime agli occhi.
Si sentiva umiliata.
Io non avevo mai smesso di osservarla.
E a un certo punto l'ho immaginata in un pomeriggio caldo del 2044, distesa sul lettino dello psicoanalista, che piangeva ricordando quel pomeriggio della sua infanzia, al quale, parlando con la dottoressa, all'improvviso, attribuiva l'origine della sua patologica timidezza e la difficoltà nel parlare con gli uomini.
"Quando ero piccola, a casa, quando parlavo, nessuno mi ascoltava. Mia madre mi sgridava sempre e non rispondeva mai alle mie domande" immaginavo che avrebbe detto.
Mi sono sentito parte in causa.
Mi sono ricordato che quella bambina mi aveva riconosciuto come compagno di percorso esistenziale perchè aveva subito notato che condividevamo la stessa struttura di papille gustative e avevamo scelto lo stesso gusto di gelato: in qualche modo eravamo anche fratelli.
Allora, mi sono alzato in piedi e mi sono avvicinato.
L'ho guardata.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Io non avevo la minima idea di che cosa facciano le formiche, ma sentivo che urgeva una qualunque risposta.
"Le formiche dormono d'inverno" le ho detto "è per questo che sono formiche e si danno tanto da fare; portano il cibo nel formicaio e poi, quando arriva l'autunno, s'addormentano e si sentono tranquille perchè hanno tanto cibo utile quando farà freddo. Quelle pagliuzze che trasportano sono importanti, per loro sono essenziali, servono a costruirsi un lettino comodo".
La bambina mi ha guardato raggiante. 
Con il polso si è asciugato il nasino.
La madre mi ha fulminato con uno sguardo come se si trovasse davanti a Igor o vittima di un attentato dell'Isis.
Con uno scatto si è alzata in piedi, ha preso la bambina per la mano e ha cominciato a strattonarla per portarla via.
"Andiamo a casa perchè si è fatto tardi" sempre senza mai smettere la sua telefonata.
La bambina ha cominciato a saltelare con difficoltà seguendone il passo, perchè la madre camminava veloce.
Si era girata due volte per guardarmi.
Io lo sapevo che attendeva un segnale, un gesto, un segno di qualsivoglia genere, tale per cui si potesse sentire rassicurata sulla sua complicità con me.
Avrei voluto correrle dietro, fermare la madre, strapparle il telefono dalla mano e dirle di dare subito una risposta a sua figlia.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasto lì in piedi come un baccalà, mentre la signora camminava a passo spedito strattonando la bambina che cominciava a fare i capricci, strascicando i piedi, piagnucolando.
Sono ritornato a casa di malumore.
Mi sono sentito un traditore.
Davanti a una Libera Pensatrice potenziale, che aveva bisogno di aiuto, mi ero fatto prendere dalle necessità del rispetto formale della distanza tra estranei, nel mondo adulto, e non avevo mosso un dito per offrirle un qualche sollievo.
Ieri notte ho impiegato un lungo tempo prima di addormentarmi, senza mai smettere di pensare a quella bambina e alla mia vigliaccheria di anonimo adulto.
Poi, prima di chiudere gli occhi, ho cominciato a pensare alle formiche chiedendomi dove andassero a dormire, e se dormivano oppure no.
E' stato il quesito più intelligente e originale che mi sia sentito rivolgere negli ultimi tre anni della mia vita.
E' stato il regalo di una bambina di cinque anni che non rivedrò mai più.
Mi ha regalato un'idea, una condivisione, la conferma di quanto sia divertente la curiosità libera e condivisa. Quando è sincera e appassionata.
Volevo condividere con voi questa mia breve esperienza.

C'è qualcuno che sa dirmi se le formiche dormono?
E se dormono, dove vanno a dormire?

sabato 15 luglio 2017

Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura.




di Sergio Di Cori Modigliani


Il 23 Agosto del 2016 ripubblicavo questo articolo che facebook mi riproponeva e, incuriosito dal titolo, ero andato a rileggerlo.

Il senso dell'articolo era relativo alla necessità di richiamare alla memoria -costantemente- il pericolo più grave per il nostro Paese e la nostra etnia: l'Alzheimer sociale e politico.
Ritengo, infatti, che aspetto più inquietante della nostra vita italiana consista nel fatto che andando a rileggere i brani della storia, sia quelli recenti che quelli precedenti, non ci si ritrova mai in un teatro antico, bensì dentro l'attualità.

Nulla cambia mai in Italia.

L'abilità dei nostri politici, nei decenni, è stata quella di presentare se stessi come gli innovatori, dei soggetti politici la cui priorità assoluta è "cambiare le cose".
L'elettore sceglie di crederci. 
Quando poi nascono le contestazioni, la formazione che ha vinto spiega che non può governare come vorrebbe perchè quelli di prima hanno fatto danni irreparabili, oppure c'è qualcuno troppo forte e potente che glielo impedisce. E lo status quo è così garantito.  
Ma esistono nazioni, etnie, società che sono andate incontro a poderose trasformazioni interne che hanno portato localmente a evoluzione e progresso.
Altre non ci sono riuscite.
Altre ancora (come l'Italia) non ci hanno neppure provato.

Ciò di cui tutti abbiamo bisogno per postulare un nuovo modello di italianità, consiste nel riuscire a nutrire questa passione civica per il cambiamento.
L'avevo ripubblicato il 23 agosto del 2016, questo post, ed era una auto-citazione: pubblicavo un mio precedente post del 2011 per condividere con i lettori lo sconcerto nell'accorgermi che andava bene comunque anche dopo anni.
Lo ripropongo oggi, per la terza volta.
Della serie super-memento.
Buona lettura.


Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura
di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato il 27 Ottobre 2011
Immaginiamo la seguente scena:
Luogo: una città imprecisata dell’Italia (sempre nel caso esista ancora).
Data: 2083.
Situazione: Maria Rossi alle prese con la sua tesi di laurea in “Storia delle idee dell’Italia repubblicana dal 2002 al 2012”.
Possiamo ben supporre che la giovane, intelligente e curiosa Maria abbia a disposizione (per noi oggi impossibile da immaginare) una serie di diavolerie tecnologiche tali da accelerare e facilitare il lavoro degli storici. Spulcia documenti, legge libri, segue i dibattiti ma alla fine la conclusione è sempre la stessa: “Tra il 2002 e il 2012 in Italia non è successo nulla”
Non c’è infatti un libro, un film, un documento italiano “scritto con il sangue” dal quale si riesca a comprendere il pulsare della nazione, ciò che accadeva, come lo vivevano, quali erano le reali contraddizioni, aspirazioni, sogni, utopie, ambizioni degli italiani di quel periodo. Disperata, Maria va dal suo relatore universitario e accetta il suo invito ad allargare lo spettro. Nuovo titolo: “Storia delle idee dal 2002 al 2012 nell’europa meridionale” che comprende quindi oltre all’Italia anche la Spagna, la Francia, il Portogallo, la Baviera, la Grecia, l’Albania, ecc.
Dopo qualche mese, disfatta dalla frustrazione, ritorna dal suo professore e spiega che dalle due paginette stiracchiate relative all’Italia è riuscita a stento ad arrivare a sette pagine, ma niente di più.
Nel frattempo, Maria è rosa dall’invidia nei confronti di Anna, una sua collega che sta facendo la tesi su “Storia delle idee in Europa tra il 1926 e il 1936” (ha già collezionato sedici pennette suddivise per nazioni, regioni, province, comuni, città, quartieri) e anche Carla con “Storia delle idee dell’Italia repubblicana tra il 1958 e il 1968” ha già riempito almeno dodici pennette da 1 milione di gigabyte ciascuna.
Frustrata e delusa, Maria si rivolge a un collega che lavora –sempre nella sua stessa università- presso il dipartimento scientifico di biologia mentale nella sezione “giochi sperimentali della mente” una nuova e divertente branca del sapere che si occupa di fare viaggi nel passato, talmente vividi e realistici, da fornire a chi lo vive la sensazione di esserci stato per davvero. Come diversi film e tonnellate di libri di fantascienza ci hanno raccontato.
Accetta l’invito di Ugo per fare da cavia a un nuovo marchingegno high tech.
Si infila nella macchina, vola nel tempo, si fa un viaggetto per tutta europa dal 2002 al 2012 (il tempo reale per lei dura più o meno due ore) e quando si sveglia la sua mente ha registrato tutto ciò che andava registrato.
Risultato: le due paginette diventano tre.
Rifà il gioco, ma questa volta va a Parigi, Roma, New York, Vienna, Mosca, in un giorno scelto a caso, nel quale –in teoria- non è accaduto nulla di rilevante, diciamo il 19 gennaio del 1927.
Ritorna indietro e ha materiale sufficiente per riempire almeno quindici pennette.
Cambia tesi di laurea.
Firma il protocollo burocratico con grave delusione del suo relatore che, per la decima volta, deve accettare il triste verdetto: il suo dipartimento non riesce a cavar fuori un ragno dal buco. Perderà la sovvenzione e il relativo budget; sarà costretto a scrivere, nella sua relazione che in Europa dal 2002 al 2012 non è accaduto nulla.
Fine della storia che funge da premessa e introduzione.
E’ estremamente difficile per tutti noi, nessuno escluso, accettare l’idea che viviamo dentro a un nulla di fatto. Poiché ne facciamo parte, è quasi impossibile rendersi conto che galleggiamo sospesi in un vuoto d’aria perenne, un po’ come i pesci rossi dentro una bolla di vetro che si guardano l’un l’altro e da autentici mitomani cercano di convincersi a vicenda che si trovano, se non proprio sguazzando in un fiume, quantomeno dentro un acquario.
Gli anni’30, cioè 80 anni fa, in tutto il pianeta, rappresentarono “il decennio” per eccellenza. Fortissime personalità politiche che si scontravano tra di loro, Roosevelt, Hitler, Mussolini, Stalin, Hiro Hito, Trotszkij (tanto per citare soltanto i più famosi) nel pieno di una depressione economica che aveva provocato un colossale disastro planetario, enormi sconvolgimenti sociali, discussioni, lotte, conflitti. Pittori,scrittori, storici, accademici, registi cinematografici, romanzieri soprattutto (fare l’elenco è davvero impossibile, riempirebbe centinaia e centinaia di pagine) da Los Angeles a Berlino, da Stoccolma a Marsala –e parlo qui soltanto del’occidente- hanno lasciato (magari inconsapevolmente) una radiografia accurata, una ineccepibile documentazione esistenziale, una gigantesca fotografia degli umori, sapori, odori, vizi e virtù delle generazioni che in quella spaventosa crisi avrebbe poi partorito la genesi del totalitarismo e una guerra mondiale che ha sterminato, complessivamente, almeno 100 milioni di persone innocenti, di cui soltanto 55 nell’europa occidentale.
Nei libri dei romanzieri di allora (e in tutta la produzione visiva) si palpava il colore del sangue che scorreva nelle vene dei testimoni di quel tempo; leggendo quei libri, osservando quei quadri, guardando quei film, vedendo quelle fotografie, oggi, 27 ottobre 2011, comodamente seduti nel salotto di casa propria, è possibile comprendere pienamente che cosa stesse allora accadendo, chi fossero i protagonisti, i portavoce, i dominanti, i sottomessi, ma soprattutto che cosa pensavano le donne e gli uomini di quell’epoca, sia i ricchi privilegiati che i poveri espoliati, dai padroni di sempre ai dannati della terra.
Erano voci. Erano facce. Erano le loro idee.
E non si tratta soltanto del privilegio storico di chi, venendo dopo, ha l’opportunità di leggere il passato proprio perché tale. Accadeva anche –e soprattutto- a loro. Quasi in contemporanea sapevano sempre ciò che accadeva e stava accadendo ai loro simili e dissimili anche a migliaia di chilometri di distanza, nonostante si trovassero (e non lo sapevano) appena appena all’alba delle comunicazioni di massa: Il telefono e il telegrafo, e soltanto per pochi fortunati; niente di più.
Oggi, invece, leggendo, guardando, osservando, ascoltando, la produzione letteraria, visiva, acustica dell’Italia (e di gran parte dell’europa) non si sente mai il sangue, non si vedono le vene, non si scorgono le arterie. Non si può, dunque, identificare il disegno.
Tantomeno, quindi, comprendere l’epoca.
Non è dato capire.
Si può soltanto azzardare, interpretare, affidarsi alla dietrologia, al soggettivismo narcisista: il trionfo di chi opera dietro le quinte e non vuole che si sappia ciò che sta accadendo, ciò che davvero è.
Non esiste un solo romanzo italiano negli ultimi dieci anni in cui i protagonisti, tra di loro, parlano di crisi economica, crisi sociale, crisi psicologica. Non esiste un solo personaggio, sia letterario che cinematografico, (magari anche tangenzialmente) il quale incappa in una qualsivoglia disavventura legale perché inserito in un quadro di corruttela. Se lo fanno è soltanto per riderci su; hanno il terrore della tragedia, che è l’unica, per definizione, a operare l’insostituibile funzione catartica necessaria a comprendere il reale per poter crescere.
Discorrono tutti del sesso degli angeli.
Manca il sangue.
E’ il vuoto che siamo chiamati a dover riempire.
Ma non per tirare la volata a questo o quel partito, e certamente non nel nome di un qualche principio ideologico. Proprio no.
Perché è l’unica –e ultima- possibilità di poter riagguantare il Senso.
E quindi, automaticamente, poter aspirare a comprenderne anche il Significato.
La loro somma, infatti, produce il Sapere.
Rispondo qui ai tanti e diversi lettori che ogni tanto mi chiedono di suggerire scrittori che parlano della crisi attuale, fornendo e offrendo spunti esistenziali “di carne e di sangue”. Perché quella è l’unica strada per tastare il polso della situazione e capire.
Suggerisco a tutti, quindi, una scrittrice di grande attualità, dotata di grande verve, poderosa stazza, coraggiosa e generosa nel regalare la cifra tutta femminile di una lettura del reale che fotografa in pieno l’ossatura della grande crisi che stiamo vivendo. Da lei c’è soltanto da imparare. E’ anche una buona maestra.
La si vede spesso da Gad Lerner, da Vespa, e adesso sta sempre da Santoro sul suo web.
Non è vero, scherzavo. Magari fosse così. E’ morta 69 anni fa.
Ma nei suoi libri scorre sangue vero, il sangue di quell’epoca.
Che è di nuovo la nostra.
Non potendo affidarsi a intellettuali e scrittori che in Italia hanno scelto l’annacquamento delle loro arterie e la pratica costante dell’impotenza, è bene affidarsi alla Storia e allo studio godurioso di chi aveva il sangue e l’ha donato ai posteri.
Basterebbero i titoli di alcuni dei suoi romanzi spettacolosi per capire di che cosa parla.
“Il vino della solitudine”.
“Il calore del sangue”
“Suite royale”.
Racconta la furibonda devastazione morale e umana prodotta da una società spensierata, opulenta, superficiale, dove gli imprenditori “hanno perso il senso e il gusto del fare per dissolversi all’alba di un’orgia compiacente nella suite royale di un albergo di lusso esclusivo”; racconta l’ossessione estetica dell’età e della vanità delle donne di quell’epoca “morire non mi spaventa affatto, perché dovrebbe? La morte è il nulla per tutti. Mi terrorizza la vecchiaia, le rughe, l’idea di non piacere più, perché questa è l’unica verità nella società di oggi. La pelle sempre liscia, i bei seni pieni, un sedere che non scende mai, questa è la nostra utopia, il nostro Senso. Per tutto ciò vale davvero la pena di morire”.
L’autora si chiama Irene Nemirovski.
Nata in Ucraina nel 1903 ma da piccola emigrata in Francia con la famiglia e naturalizzata francese, ci ha lasciato in eredità uno splendido spaccato dell’opulenza irresponsabile dell’elite degli anni’20 e ’30, quella che avrebbe prodotto la crisi economica e la guerra mondiale. Ma l’ha fatto raccontandoci l’esperienza sensoriale dei suoi protagonisti, i dettagli del loro vivere, la loro autentica verità di passioni e dolori. Narrata dall’interno, da uno dei partecipanti. Non fa mai cronaca, lei regala vita autentica.
Deportata dai nazisti francesi, è morta ad Auschwitz nel 1942. 

Ma i suoi libri sono rimasti.
Preziosa eredità.
Leggendoli, oggi, è possibile comprendere che cosa stia accadendo a Berlino tra la Merkel, Sarkozy, Draghi e Tremonti.
Dico sul serio.
Questo è il Senso vivo della Cultura.
Perché le loro chiacchiere e proclami hanno –come unico dichiarato fine- quello di mascherare la realtà. Spetta agli scrittori e agli intellettuali svelare e rivelare i personaggi, togliendo loro le maschere. Leggendo gli smascheratori di un tempo, aumentano le nostre possibilità e opportunità e di poterci fornire di adeguati strumenti di comprensione.
Non avendo la possibilità di rivolgerci ai contemporanei perché al mercato ci arrivano soltanto i corrotti, gli esangui, i delinfati, i collusi e quelli veri –per chi ha la fortuna e l’occasione- bisogna andare a stanarli nelle loro privatissime grotte clandestine, è bene affidarsi alle cure sagge di chi ha scelto di farsi autentico portavoce di un destino non soltanto individuale, ma storico.
Ci ha regalato la cifra di un’epoca.
Irene Nemirovksi ci racconta alla grande che cosa pensa Angela Merkel.
E’ la strada migliore per poter cominciare a capire qualcosa.
Perché una cosa, mi auguro, è ormai chiara a tutti.
Chi gestisce la baracca sta investendo tutte le proprie risorse (e sono davvero tante ma tante ma tante) per nascondere, occultare, confondere.
Nella nebbia e nella conseguente ressa di individui privi di bussola, pensano di poterla far franca.
Denunciare è inutile, non ha più senso.
Non esistendo voci autentiche e coraggiose, oggi, in Italia, è meglio andare ad ascoltare quelle che erano autentiche e coraggiose 80 anni fa.
L’Italia non è cambiata affatto.
Il Senso bisogna andare a cercarlo nell’autenticità del sangue versato da chi vive e ha vissuto una vita vera e autentica.
Buona lettura a tutti.
Dal 2004, l’editore Adelphi ha iniziato la pubblicazione in lingua italiana di tutte le opere di Irene Nemirovski.

giovedì 13 luglio 2017

Siamo diventati un popolo di convulsi odiatori.






di Sergio Di Cori Modigliani


Memento italiano: tanto per concimare la memoria.
L'odio convulso nei confronti di Renzi ha raggiunto un tale livello per cui, negli ultimi giorni, stiamo assistendo alla promozione di Enrico Letta al rango di statista, soprattutto da parte della cosiddetta sinistra e dei pentastellati. Roba da ridere. L'autore di "Morire per l'euro" (nella sua mente non si trattava di un noir, bensì di un rouge commissionato dall'asse Bersani/D'Alema/Napolitano) era quello che alla fine di giugno 2013 sosteneva pubblicamente, in diretta televisiva, dalla sua sedia di Presidente del Consiglio "Che forza il cavaliere! E' davvero insostituibile". Venti giorni dopo andava in visita ufficiale nei luoghi in cui è nata l'idea finanziaria dell'Isis, Arabia Saudita e Qatar, dove firmava contratti per miliardi di euro di forniture militari rappresentando ben 18 diverse industrie belliche italiane, vendendo la spina dorsale finanziaria italiana ai petrolieri del golfo; insieme a lui i rappresentanti di ben 15 aziende tra cui tre esperte nella produzione di armi di distruzione di massa. Ritornato in patria, all'aereoporto di Fiumicino, dichiarava "Sono tornato con il carniere pieno, ben 400 milioni di euro disponibili per i giovani disoccupati italiani" frase questa che viene attualmente studiata nel corso di letteratura surrealista alla Sorbonne di Parigi. Quattro anni dopo non si è ancora trovato nessuno che sia stato capace di tradurla e comprenderne il vero significato. Quaranta giorni dopo, approfittando della forte calura, insieme al suo ministro Fabrizio Saccomanni (il peggior ministro del Tesoro che la Repubblica Italiana abbia prodotto dal 1948 a oggi, colui che più di ogni altro suo predecessore ha dato impulso alla distruzione del sistema bancario nazionale e della spina dorsale industriale della nazione) compariva a un convegno di economia a Cortina d'Ampezzo nel corso del quale sosteneva che "ancora per il 2013 bisognerà vigilare, ma già nel 2014 saremo in piena ripresa, con una previsione di un pil a +1,8% nel prossimo anno, un +2,8% nel 2015 e nel 2016 l'Italia ritorna a essere la locomotiva economica d'Europa con la piena occupazione entro la fine del 2016". Questa affermazione è studiata invece all'università di Aix en Provence nel corso di cinema italiano, sezione "le comiche d'oltralpe". Due mesi dopo, il ministro Saccomanni varava un decreto che regalava (ripeto a scanso di equivoci: "regalava") le quote di Banca d'Italia a un pool di banche italiane (tra cui Banca Carige -fallita e corrotta- la famigerata Veneto Banca -fallita e corrotta- ) e altri 24 istituti di credito. Nessuno disse nulla, ad eccezione di un gruppo di deputati del M5s, capitanati dall'on. Alessandro di Battista, che salì sul tetto del parlamento per attirare l'attenzione mediatica su questo sconcio, seguito e appoggiato da un certo numero di colleghi urlanti e protestanti, la maggioranza dei quali oggi manifestano nostalgia per Enrico Letta, grande oppositore di Matteo Renzi.
La Storia d'Italia lo considera il peggior premier che l'Italia abbia prodotto negli ultimi 30 anni.

Questo è un paese fatto così, malatto cronico di Alzheimer sociale, altrimenti non staremmo qui co'sto caldo asfissiante a parlare di Letta, Mussolini e i suoi eredi, spacciando il fascismo per ciò che non è mai stato: un'idea della vita.
Non a caso, il disegno del teschio era l'icona centrale di ogni immagine rappresentativa del regime dell'epoca fascista, basato sulla esaltazione della morte, della distruzione, del dominio assoluto e violento sui più deboli, sintetizzato dalla frase studiata nei licei "La guerra è la salvezza delle razze forti. La guerra è alla base delle grandi civiltà. La guerra è rigeneratrice, salvifica e mostra ai popoli l'orizzonte di gloria dove si stagliano le ambizioni dei coraggiosi che vivono nell'onore, nell'azzardo, nella certezza della vittoria certa".
It's History, baby!!!

mercoledì 12 luglio 2017

La tragica assenza nel panorama politico italiano. Perché non stiamo evolvendo.



Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, si deve dimettere: lo chiedono i piddini e i forzisti. Il sindaco di Livorno, va sostenuto: lo pretendono i pentastellati. Il sindaco di Lodi è rimasto vittima di un complotto politico della magistratura che vuole eliminare il caro leader: è la tesi dei piddini renziani, quindi prima di giudicare bisogna valutare per capire chi sta ordendo la trama. Il sindaco di Lodi, giustamente, è finito in galera perché è un mascalzone: così sostengono i pentastellati. L’assessore della regione Lombardia, Mantovani, è stato scarcerato per un vizio di forma: un grave errore tecnico da parte della procura: i pm sono stati negligenti, il suo avvocato personale, invece, è stato più bravo di loro. La Lega Nord applaude il suo ritorno all’attività pubblica e lo accoglie come il figliol prodigo difendendo lo stato di Diritto. Il M5s e il PD, loro oppositori, sostengono che è un’indecenza scandalosa. Lui  ride.
E così via dicendo.
Nel paese più opportunista e cinico d’Europa, gli esponenti politici fanno a gara a darci lezione di morale, ogni giorno, ricordandoci quanto siano mafiosi, corrotti, mascalzoni e impresentabili gli esponenti di partiti politici opposti al loro. I talk show dibattono sulle modalità tecniche nel presentare le liste affidandosi a opinioni di vario genere. Raffaele Cantone e Rosy Bindi vengono richiesti, a furor di popolo, come i certificatori etici in ultima istanza. Si tratta, invece, a mio avviso, di una autentica tragedia collettiva basata su un falso mediatico, costruito per censurare la realtà e insistere nel promuovere l’interpretazione berlusconiana dell’esistenza, basata su un’idea mercatista della politica per cui ciò che conta è il risultato, il profitto in termini elettorali, la quantità di consenso che quella persona X è in grado di ottenere.
Chiedere a Cantone la certificazione etica dei candidati è folle.
Automaticamente svilisce e annacqua il dibattito rendendolo infantile, quindi inutile per una comunità di adulti.
Ciò che in questo paese non si riesce a sdoganare e a promuovere è il concetto di opportunità politica, caposaldo psico-sociale delle società più mature ed evolute delle nostre. Oggi si pratica un’attività politica che non riguarda affatto l’applicazione del concetto di servizio pubblico, ma si nutre di annunci, slogan, visibilità, apparizione televisiva. L’opportunità politica consiste semplicemente nel calcolare quanto convenga aggredire, insultare e azzannare alla carotide il malcapitato di turno della fazione avversa. E’ un’idea del mondo infantile e regressiva, esaltata dall’emotività viscerale di facebook che alimenta il tifo e il livore.
La certificazione etica non la può dare nessuno e non si compra.   Non è in vendita. E’ come la simpatia, l’amore. O c’è o non c’è. Nasce come brand genetico e lì riceve l’imprimatur. I primi certificatori etici della nostra esistenza sono i genitori, i fratelli, le sorelle, gli zii e i nonni. Nasciamo tutti come potenziali assassini, ladri e mascalzoni. Chi ha la fortuna di crescere in una famiglia per bene composta da persone oneste, all’età di cinque anni, quando va in prima elementare, è già equipaggiato a sufficienza per saper distinguere tra onestà e disonestà, giustizia e sopruso.
E così via dicendo, mentre passano gli anni e si cresce.
“L’opportunità politica” non può essere legiferata. Non può essere consegnata con un timbro da qualcuno a qualcuno.
Si tratta di un fatto interiore che appartiene all’armonia empatica di chi sente, dentro di sé, l’equilibrio delle diverse componenti interne. E’ irrilevante il curriculum vitae dei candidati. Ciò che conta è la loro biografia esistenziale, ben altra cosa. Una persona può essere un autentico mascalzone senza aver mai commesso un reato, punibile per Legge, in tutta la sua vita. Così come una persona di stampo diverso può essere onestissima senza neppure sapere di esserlo. Glielo spiegherà la casualità del destino, quando accetterà -come norma- di partecipare a un’azione disonesta (avendo come sostegno una voce interiore che strilla tanto lo fanno tutti così va il mondo) oppure si rifiuterà di aderire a un certo principio dicendo “no, queste cose io non le faccio”.
Questo è il male oscuro, autentico cancro della nostra socialità, colonna portante della vita quotidiana italiana: la mancanza del Senso dell’opportunità politica, una modalità che non ha niente a che vedere né con la Legge, né con l’omissione o emissione di reato, né con la visibilità o con la pubblicità. E’ un fatto interiore che nasce da un atto individuale che ha sempre e comunque un impatto sociale sulla collettività.
Il problema non è la Politica ma la Società Civile.
La responsabilità dei politici sta nel fatto di essere incapaci di applicare un concetto pedagogico elementare: la promozione della pulizia interiore al posto dell’usufrutto profittevole.
In questo senso non esiste nessuna formazione politica attiva in Italia che possa permettersi il lusso di dare lezioni di morale: fanno tutti lo stesso gioco. L’unico partito, movimento, gruppo o associazione che potrebbe sostenere di essere davvero “diverso” ed evolutivo sarebbe, paradossalmente, quello che partecipa alle elezioni dichiarando che il proprio obiettivo non consiste nel vincere, bensì nel veicolare un’idea diversa di mondo, della relazionalità, dell’idea di collettività applicata al senso della comunità nel nome del servizio pubblico.
Abbiamo bisogno di questo paradosso.
La mancanza di pudore etico spinge gli attuali attori politici a praticare l’indecenza quotidiana insistendo nel perseguire la grande eredità tramandata ai posteri da Silvio Berlusconi: il mercatismo dell’esistenza.
Il cambiamento da tutti auspicato comincia da noi. Si comincia da dentro. E chi applica il concetto adulto di “opportunità politica” lo fa in maniera silenziosa e, se e quando è possibile, anche anonima. Lo si fa per sé stessi, per sentirsi persone migliori. Senza mipiace e senza il calcolo della quantità di visualizzazioni.
L’opportunità politica è il grande assente nella vita pubblica italiana.
Tutto il resto è fuffa.