venerdì 10 maggio 2019

"C'è la censura. Siamo al rogo dei libri". E' falso, non c'è alcun rogo. Eppure, fino a pochi anni fa, in Italia i giudici bruciavano i libri, eccome se lo facevano.






"Dopo i 40 anni ciascuno è responsabile della propria faccia"
Oscar Wilde



di Sergio Di Cori Modigliani

Nel commentare l'esito della vicenda legata al festival del libro a Torino, il ministro degli interni Salvini ha lanciato un allarme chiaro e netto: "Siamo al rogo dei libri".
Purtroppo per lui, si tratta di un delirio, quindi, di un legittimo falso.
Per nostra fortuna, infatti, ciò che lui ha detto non è vero, nè legalmente nè fattualmente. 
Il rogo "per opere del libero ingegno creativo degli autori" presente nel nostro diritto penale, è stato abolito nel 1982 dall'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Salvini non sa (si vede che nessuno glie lo ha ancora spiegato) che esiste il web e il libero mercato globalizzato, quantomeno in occidente. Il suo libro/intervista, infatti, pubblicato da una sconosciuta casa editrice della galassia neo-fascista, risulta primo assoluto nelle vendite sulla piattaforma di Amazon.  Vende molto di più del libro di Bruno Vespa.
Un vero affarone per chi ha costruito l'intera vicenda. 
Si è trattato di quello che nel business americano viene definito con il termine "augmented marketing by rogue sources", ovvero "decuplicazione del mercato grazie alle reazioni emotive provocate dalle fonti di oppositori e nemici".
Se il libro fosse stato pubblicato dalla Rizzoli, ad esempio, sarebbe passato inosservato e venduto soltanto ai comizi leghisti. Invece, così è stato un vero boom. 
Il rogo, quindi, è bene saperlo (la verità oggettiva ha ancora un suo rispettabile valore) non esiste.
Ma c'era.

Oggi è il 10 maggio. 
In questa data, nel lontano1933, a Berlino, le squadre naziste diedero vita a un raccapricciante evento: bruciarono in tutte le piazze in giganteschi falò, che andarono avanti per tutta la notte, centinaia di migliaia di libri di autori da loro considerati "pericolosi per la salute del popolo tedesco" prelevati dalle biblioteche comunali e da quelle universitarie.  I libri vennero accatastati in diverse montagnole sparse per la città, e finirono in fumo sotto gli occhi di tutti.
Da lì, da quell'evento, 10 maggio 1933, nasce e si sviluppa il Terrore. Che finisce per sedurre l'opinione pubblica, ai tedeschi piacque. Tanto è vero che alle elezioni politiche di dieci mesi dopo, il partito nazista vince alla grande presentandosi come "movimento pacifista anti-partitico, per il socialismo del popolo e per la sovranità nazionale". 
Così andò, allora.

L'ultimo libro andato al rogo in Italia (il rogo vero intendo non quello salviniano) con tutte le copie sequestrate e bruciate davanti a un notaio di stato, ahimè l'ho scritto io.
E' avvenuto nel settembre del 1978.
Si chiamava "Sarà per un'altra volta". 
Lo pubblicò Savelli, un editore romano che oggi non esiste più.
Era un romanzo giovanile con il quale esordivo, avevo 27 anni.
Nonostante zero pubblicità e zero recensioni, il libro ebbe un impatto molto positivo sul mercato diventando subito un cult book ma tre settimane dopo venne denunciato e sequestrato dalla polizia. L'autore venne denunciato e al processo per direttissima nell'aprile del 1979 il libro venne condannato al rogo. Vero, quello vero, non quello salviniano. Tre anni dopo, Sandro Pertini intervenne, comminò la grazia, e cancellò il rogo dalla giurisdizione della repubblica italiana.

Era una storia d'amore ai tempi delle brigate rosse.
La storia di un giovane rabbioso alle prese con una realtà che lui considera distopica, fatta di violenza quotidiana, di disoccupazione giovanile, di raccomandazioni, corruzione e malleverie politiche, di inseguimenti cittadini tra fascisti e antagonisti, di irruzione del femminismo nella gestione della relazione amorosa con tutte le implicazioni inerenti a un mondo che era cambiato e che stava cambiando. E lui si nutre di rabbia, perchè quella è la sua modalità di alchemizzare la sua disperazione e la sua solitudine esistenziale.
Un libro per i giovani (e sui giovani) di quell'epoca, quarant'anni fa a Roma.

Sei mesi fa, una giovane e coraggiosa imprenditrice marchigiana, Federica Savini, che ha lanciato una sua start up aprendo una casa editrice indipendente (si chiama "Aras" e ha la sua sede centrale a Fano) ha deciso di ripubblicare questo romanzo pensando che, nonostante il suo inevitabile e dichiarato sapore vintage, possa essere compreso e captato dai giovani di oggi.

E così, dai fumi del passato, risorge dalle sue vere ceneri "Sarà per un'altra volta".
Lo si trova anche su Amazon per chi non vuole andare in libreria.

Grazie per l'attenzione


giovedì 9 maggio 2019

Emma Bonino scelta come candidata commissario europeo per il gruppo lib-dem di Alde






di Sergio Di Cori Modigliani


Reduce da un entusiasmante incontro pubblico a Palazzo Santa Chiara a Roma, in cui una adorabile quanto commovente Stefania Sandrelli ha dato l'annuncio ufficiale che le centinaia di liste civiche nei 27 paesi europei che fanno riferimento al gruppo liberal-democratico di ALDE, hanno deciso di candidare come prossimo presidente della Commissione Europea al posto di Juncker, la sentarice Emma Bonino.
Per la sua indubitabile competenza in campo geo-politico, per la sua perfetta conoscenza dei meccanismi regolatori interni, per la sua impeccabile biografia e tenacia nel campo delle grandi battaglie per i Diritti Civili e i Diritti Sociali che hanno costruito quell'Europa che nasceva proprio oggi, 9 Maggio 1950 a Parigi con la celebre dichiarazione di Robert Schumann.
Per combattere contro Trump, Jingping e Putin che condividono la strategia millitare tuttora in atto per dividere l'Europa e spingerci verso l'ultima guerra mondiale della specie umana.
Nel nome dell'antifascismo e dell'anticomunismo, nel nome del laicismo e degli ideali libertari che ci hanno permesso di progredire attraversando 75 anni di pace ed evoluzione.

Un'unica citazione estrapolata dal suo bellissimo discorso di accettazione della impegnativa candidatura: "Non dovete cedere alle lusinghe di coloro che evocano i bei tempi andati; si tratta soltanto di una retorica e infantile illusione, per il semplice motivo che i bei tempi andati non sono mai esistiti".
Per gettare il cuore oltre l'ostacolo e costruire il futuro.
E restituirci quella giovinezza della partecipazione, che in un mondo popolato da cialtroni opportunisti è davvero ciò che serve all'Italia.
Finalmente orgogliosi di poter puntare a una piena rappresentanza dei bisogni collettivi autentici della nazione.

Vai Emma, vai a Bruxelles a perorare la nostra causa.

martedì 7 maggio 2019

Perchè gli italiani, nel 2019, amano il fascismo?





di Sergio Di Cori Modigliani

Un paese di ipocriti straccioni.
Stanno lì a discutere e stracciarsi le vesti sulla questione relativa alla casa editrice di casapound e alla questione "Torino", ma negli ultimi 20 anni nei più disparati talk show televisivi sono comparsi tutti i leader politici della sinistra e tutti gli intellettuali, scrittori, artisti, attori e attrici famosi - gli stessi che oggi fanno a gomitate per esibire la propria fiera indignazione- i quali sedevano accanto ad una esagitata Alessandra Mussolini che spiegava a el pueblo unido quanto grande fosse stato suo nonno, definito statista, senza che nessuno osasse dire mai una parola se non delle piatte frasi di banale circostanza prive di sostanza.
Quindi, di che cosa state a parlare?
Non vi piace la camorra?
Non vi piacciono la mafia e la 'ndrangheta?
Bene, allora piantatela di guardare ossessivamente i telefilm cruenti che trasformano criminali in modelli di identificazione (anche se, apparentemente negativi) sbavando dall'eccitazione perchè vi arrapate sentendo l'eccitazione del fascismo che alligna dentro di voi.
Appartengo a una generazione cresciuta negli anni'70 quando c'era soltanto -in campagna elettorale- una trasmissione che si chiamava "Tribuna elettorale" e mostrava leader politici che parlavano con i giornalisti, di solito moderati da un giornalista della Rai che si chiamava Ugo Zatterin.
Quando un giornalista fascista che rappresentava una testata mussoliniana poneva una domanda, i vari fu Berlinguer, Nenni, La Malfa, rispondevano con gentilezza ed educazione in maniera composta: "Mi dispiace per lei, non le rispondo. Con i fascisti io non ci parlo. Il fascismo è stata una vergognosa parentesi criminale che ha distrutto l'Italia e la costituzione della repubblica è nata proprio per combattere questa idea dell'esistenza. Passiamo alla prossima domanda con qualche altro giornalista".
Grazie a Silvio Berlusconi, quell'atmosfera rigida e severa, dal sapore vintage, è scomparsa, evaporando nella stagione del consociativismo ipocrita che ha finito per generare l'attuale generazione di ipocriti dirigenti politici.
Esistono attualmente decine di editori fascisti e centinaia di pubblicazioni fasciste che godono di sovvenzioni statali per l'editoria e nessuno ha mai protestato negli ultimi 20 anni.
Vi aggrappate alla punta dell'iceberg proponendo una vecchia retorica bolsa e insulsa fuori dal mondo. Su rainews 24 e su tutti i talk show compaiono regolarmente bloggers "dichiaratamente" fascisti e nessuno dice mai nulla.
La gente oggi crede che "striscia la notizia" o "le iene" facciano informazione e pensano che quello sia il giornalismo.
Non lo è.
Non lo è mai stato.
Ma gli italiani non lo sanno, perchè nessuno glie lo ha mai spiegato.
Peggio per voi che li guardate. Arrangiatevi.
Quindi, di che cosa stiamo parlando?
Beccatevi striscia la notizia, le iene, il grande fratello, l'isola dei famosi e tutti i seriali televisivi che vi propongono la sentimentalità e il privato di criminali assassini e state zitti.
E' più apprezzabile il pudico silenzio, utile per alzare il livello della consapevolezza, prendendo atto che il fascismo, in Italia, non è mai morto, perchè non è mai stato alchemizzato.
Non c'è quindi nessuna emergenza, nessun revival.
C'è una fisologica prosecuzione del livore sociale, dell'odio convulso e di un amore inconscio per la violenza, il sopruso e l'arroganza prepotente di chi conta, che nutre il cuore della nazione.
Perchè questo è un paese nel quale vale chi conta e chi vale non conta nulla.
Questa è l'Italia reale, che ci piaccia o non ci piaccia.
Alla maggioranza della popolazione piace così.
Porsi quindi la vera domanda negata e autocensurata:
"Come mai gli italiani nel 2019 amano il fascismo?"
O si cambia questa idea di mondo, fornendo risposte sensate e certe, oppure si chiacchiera alla meno peggio, fingendo una indignazione da campagna elettorale che altro non è che la consueta ipocrisia italiana sempre utile per ottenere un consenso immediato.
Sperando nel proprio intimo che il fascismo esistenziale interiore regga l'urto dei tempi: conviene.
L'Italia è diventato un paese dove la convenienza ha sostituito la convinzione.
Diventando la nuova convenzione della norma attuale.



venerdì 3 maggio 2019

Fabrizio Coscia ci mostra la via. E ci regala la password d'accesso verso un'estetica dell'erotismo liberatoria.

"Esilio, è anche vedersi esiliati dal proprio immaginario, è anche perdere un linguaggio"
                                                                                              Roland Barthes


di Sergio Di Cori Modigliani


Ogni libro è la continuazione di un altro libro, anche se l'autore, magari, neppure lo sa.
Intendiamoci, non è tenuto a saperlo, potrebbe anche trattarsi di un testo redatto 423 anni prima, e che l'autore ignorava fosse stato mai scritto.
Il grande Dostoevskij sosteneva (agli albori della sua carriera, dopo l'inatteso successo giovanile) di essere figlio di Eugene Sue, autore di un polpettone d'appendice, I misteri di Parigi, uscito a puntate sul Jounal des debats a Parigi, negli anni'40 del XIX secolo. I meandri della sua mente, per motivi francamente irrilevanti, avevano captato in quell'oscuro scrittore commerciale l'asse portante del clima della sua epoca, e come un poderoso fertilizzante aveva prodotto uno strabiliante frutto immortale.
Si è quindi, sempre, in quanto autori, figli di qualcuno, anche quando si è bastardi.
Stessa cosa per gli artisti visivi.
Lo sapeva molto bene Andy Warhol, un genio potenziale, che a metà degli anni'50 lavorava a Los Angeles come cartellonista per guadagnarsi da vivere: confessò a un suo intimo amico che non aveva nothing to look at and lo learn from (trad.it: "niente da guardare e da cui imparare"). E così, curioso e disperato come ogni artista è giusto che sia, si era licenziato, aveva preso tutti i suoi risparmi e si era fatto diecimila chilometri per andare a visitare la Galleria degli Uffizi a Firenze. Lì aveva trascorso ventuno giorni, andando ogni pomeriggio a osservare per ore le stanze del Botticelli. Quando decise di ritornare in patria, si trasferì direttamente a Manhattan in cerca di fortuna, ed è proprio in quel periodo che produce un centinaio di schizzi realistici che ritraggono Marilyn Monroe che esce nuda dalla schiuma dell'Oceano Pacifico. La nascita di Venere lo ossessiona e lui la vuole copiare di sana a pianta per celebrare la nascita di quello che lui sentiva avrebbe dovuto essere il rinascimento americano negli anni' 60, necessario strumento per andare oltre l'asfissiante maccartismo di quei tempi bui. Contrariamente alla vulgata corrente, che (in Italia) ha voluto vedere nel padre della pop art una specie di briccone ignorante con il cappello da cowboy, Andy Warhol era un artista di vasta cultura classica, che andava in giro per Manhattan portandosi in tasca delle cartoline dei quadri del Botticelli, in attesa di raccogliere gli insegnamenti del maestro fiorentino per adattarli ai suoi tempi. E' cosa nota che l'artista americano è considerato (anche se non da noi) il più colto conoscitore dell'arte italiana che l'America abbia mai avuto.
Anche Vincent Van Gogh aveva una sua personale ossessione che lo aiutava a lenire la sua sofferenza animica: le stampe giapponesi. L'arte dei suoi contemporanei ammetteva di non capirla nè lo interessava. Cercava qualcosa, ma non sapeva cosa, nè dove andare a cercarla. Era rimasto fulminato da due o tre immagini che aveva scovato per caso, mentre aiutava suo fratello Theo (reduce da un viaggio a Tokyo) a disfare le valigie; erano disegni stampati su un foglio di carta usato per avvolgere un paio di scarpe. Da lì inizia la sua ossessione per le stampe giapponesi e obbliga suo fratello a ordinargliele per posta. Quando arriva il primo pacco dal Giappone, prende le sue stampe e se le porta a letto, nascondendole sotto al cuscino. Trascorre lunghe settimane in preda a curiose allucinazioni prodotte dalla vista di quelle immagini. Erano gli antenati dei manga, disegnati con un tratto circolare (che in Europa non esisteva) e che Van Gogh trovò irresistibili. Non è certo un caso che il più costoso e famoso tra i suoi dipinti (I girasoli) da 40 anni si trova in Giappone dove è sempre stato sulla parete dell'ufficio privato del presidente della Mitsubishi Bank. Quando è morto, lo ha lasciato in eredità a una fondazione dell'imperatore che ha dato vita al Seiji Togo Memorial Sompo Japan Nipponkoa Museum of Art di Tokyo. In Giappone, a differenza che in Europa, Van Gogh è considerato il primo artista occidentale ad aver introdotto lo stile e il clima nipponico nel nostro continente. 
Quando un giapponese vede i suoi quadri pensa a casa sua.

Stessa cosa avviene con i libri, siano essi romanzi o saggi.
Alcuni offrono una sensazione e una sensività familiare calda, e regalano un ritrovato tepore amicale e parentale. Purtroppo mi capita di raro con gli autori italiani, categoria quasi inesistente ormai, soppiantati da gente che scrive, che è tutto un altro dire.
L'ultima pescata, avvenuta una ventina di giorni fa, mi ha fatto un immenso regalo. 

Si tratta di un autentico gioiello.
Il suo nome è "I sentieri delle ninfe" sottotitolo: "nei dintorni del discorso amoroso".
L'autore è Fabrizio Coscia.
L'editore è Exòrma di Roma.
Il prezzo è 14,90 euro.

A questo punto, di solito, è d'obbligo specificare subito la denotazione di appartenenza del libro: saggio, romanzo, pamphlet, memoriale, ecc. E' una direttiva perentoria degli editori.
E qui abbiamo subito la prima squisita sorpresa (lo si capisce già a pagina 3).
Siamo in presenza della perfetta esecuzione di una commistione di generi, che impone immantinente nel lettore una attività creativa soggettiva, tale da spingerlo verso l'immersione nel territorio liquido dei libri veri, ovverossia quei rari testi che dovrebbero essere definiti come una carta geografica dell'esistenzialità, una mappatura necessaria (nonchè imprenscindibile) per comprendere che si tratta di un viaggio, di un percorso, di una passeggiata colta nei meandri della sensualità letteraria.
Come dire: si va da qualche parte.
E' dotato anche di una sua poderosa magia originale, ragion per cui, se lo si legge alle ore 15 senza aver preso ancora il caffè del primo pomeriggio, si può pensare di star leggendo l'interpretazione di un critico d'arte, ma se si rileggono le stesse identiche pagine alle ore 23, magari dopo un'ottima cena e un'inattesa sorpresa di amorosi sensi soddisfatti, allora si pensa di star leggendo un sensuale romanzo di stampo sudamericano, forse un parente del Vargas Llosas de la ciudad y los perros (ciascun libro ha il diritto di di avere i parenti che gli va di avere) per poi accorgersi la mattina dopo alle 11 -nel riprendere le stesse identiche pagine- che si tratta invece di un pamphlet politico, decisamente un baedeker ispirato dal primo Wilhelm Reich su come educare se stessi per contrastare il fascismo oggi.
Nella dichiarazione di paternità familiare (confessata dall'autore nel sottotitolo) che annuncia di voler raccogliere l'eredità di quell'epico frammento di un discorso amoroso di Roland Barthes, c'è una proposta per i nostri tempi, robusta, e finalmente utopistica: riattivare le fila del nostro immaginario collettivo erotico, avendo identificato la mostruosa decadenza dei nostri tempi come un effetto della incapacità di saper leggere la realtà della nostra vita -e quindi gustare, godere, sorprendersi, fantasticare- perchè si vive immersi in una realtà sempre più sessuofoba dove l'idea di base della pornografia ha preso il sopravvento e  l'egemonia sull'erotismo e quindi sull'amore, cercando di eliminarli. 
Non a caso siamo quotidianamente pregni di odio convulso contro qualcuno.
Nel presentare la terza edizione del suo "la rivoluzione sessuale", nel 1935, a Vienna, poco prima di scappare via, il biologo-psichiatra Wilhelm Reich aveva definito lo stato dell'arte in quello specifico momento storico come un teatro in cui "il fascismo e il nazismo, che stanno per distruggere l'Europa, sono il frutto di una pianificata organizzazione strategica della repressione sessuale che allontana dall'erotismo e dalla ricerca dell'espressione della libertà dei sensi per offrire un panorama di odio e di violenza.....ci attendono tempi bui in cui la libertà di stupro e di accanimento fisico diventeranno norma consuetudinaria ai danni delle femmine, inevitabile esplosione dell'impotenza maschile generata dalla produzione di odio, da cui l'innamoramento per le armi piuttosto che per le modalità di seduzione".

In questo senso, il libro di Coscia, può essere letto anche come un pamphlet politico, un baedeker pedagogico per combattere la parte più pericolosa del fascismo in agguato oggi: quella dentro di noi. 
Perfettamente in linea con i suoi parenti austriaci (Reich) e francesi (Barthes) l'talianissimo Coscia legge per noi la Storia dell'Arte come la risoluzione di un enigma antico che ruota tutto intorno alla figura della imago, l'oggetto carnale della passione dell'artista.
Per aiutarci a penetrare nel discorso amoroso, l'autore usa come strumento di viatico conoscitivo l'idea delle "ninfe", entità semidivine, la cui caratteristica naturale consiste nel volersi sempre sottrarre ma contemporaneamente attrarre, diventando quindi il parametro sentimentale di un'ossessione della nostalgia, proprio perchè è giocata sull'assenza. Non soltanto riesce a non essere mai noioso o pomposo nella sua dotta esamina, tutt'altro. Ci fa vivere sulla nostra pelle (tanto per fare un esempio) l'ansia del pittore francese Pierre Bonnard per la sua compagna-modella, la donna più dipinta nella storia dell'arte, e noi ne seguiamo le tracce quasi si trattasse di un libro giallo, ma sul più bello, la storia vira e sfonda da un'altra parte fantasmagorica, finendo addirittura per diventare narrativa personale e sfondando nell'auto-biografico. Ma non si tratta di un volo pindarico, nè di un trucco letterario, bensì una necessità stilistica che l'autore firma con la sua propria carne e il suo proprio sangue, mostrandoci addirittura in maniera sfacciata la fotografia delle gambe di colei che siamo autorizzati a pensare si tratti di una certa Linda, essendo stato il libro dedicato a lei in quanto ninfa compagna musa amica.
E' anche una storia d'amore, quindi.
Forse, chi lo sa, è la storia d'amore dell'autore, perchè no?
E quando scatta nel lettore l'inevitabile meccanismo del curioso voyeur, il libro vira di nuovo e finiamo nella camera da pranzo della Lolita di Nabokov, la più proverbiale tra le ninfe del nostro tempo, ma non c'è tempo per accomodarsi a occhieggiare le sue moine perchè il viaggio ci porta invece dalle parti della eterea Laura del Petrarca e le immagini si susseguono vorticose e quando pensiamo di aver capito che cosa stia accadendo, siamo finiti dentro "Solaris" il celebre film di fantascienza russo e altre immagini (questa volta cinematografiche) si aggiungono senza mai confonderci. Perchè esse sono come un solvente, necessario per diluire la tela del nostro immaginario.
Dice, infatti, l'autore, verso il finale (pagina 155) per chiarire apertamente che cosa stia facendo: 
"Ancora un'altra foto (perchè è proprio di ciò che tratta questo libro, ovvero delle immagini e di che cosa si afferra, si percepisce, si scopre davanti alle immagini; che cosa si affronta e si rischia quando le guardiamo)....." 
e poco oltre....."chi si avventura nei dintorni del discorso amoroso sempre si espone a perdere una rotta. Lo fa, cioè, con la consapevolezza di potersi smarrire, perchè, in un certo senso, è quello il vero obiettivo dell'intrapresa del viaggio. Nella parola "discorso" è implicito il senso del movimento, del passare da un luogo all'altro; ma vi è anche quello dello "scorrere", del fluire. Qualcosa che ci riconduce, ancora una volta, alla natura liquida che hanno in comune la scrittura e le Ninfe, come se non si potesse scrivere d'altro se non d'amore".

Un bellissimo viaggio, questo libro, che consiglio a tutti.
Dotato di leggerezza calviniana e di corroborante utopia sentimentale.
Un prodotto italiano, anzi, decisamente partenopeo. Un po' come le porcellane di Capodimonte. Due sono gli echi di memoria che mi ha ispirato, uno di vita vera vissuta e l'altro mediato dalla tivvù perchè si trattava di una intervista che ho avuto la fortuna di vedere in diretta quando ancora vivevo e lavoravo in California. Accadde circa 25 anni fa, quando (già molto malato) Federico Fellini venne a Los Angeles a ritirare l'oscar alla carriera. Rilasciò al Larry King show una lunghissima intervista di un'ora e mezza, mai vista in Italia. Fu uno dei rari momenti in cui, all'estero, mi sono sentito orgoglioso di essere italiano. Fellini fu superbo. Alla fine, in chiusura, Larry King gli chiese: "In conclusione, se ci riesce a farlo con una frase perchè il tempo è scaduto, mi potrebbe dare la sua definizione di erotismo? Qual è, per lei, la punta massima dell'erotismo?". Fellini non ci pensò neppure un attimo. Rispose d'istinto: "Non ho alcun dubbio al riguardo. Il massimo, consiste nell'andare a un appuntamento con una nuova amante ardentemente desiderata, sperando proprio che lei non arrivi mai".
L'altro memento riguarda la mia interpretazione de "I sentieri delle ninfe" che mi ha ricordato i tempi, 40 anni fa, quando lavoravo come critico teatrale al corriere della sera e avevo incontrato uno dei più grande teatranti d'Italia, un autore e interprete meraviglioso che io avevo sostenuto e spinto considerandolo in Italia, nel 1977, il numero 1: Leo De Berardinis. Insieme alla sua compagna di vita e di palcoscenico, Perla Peragallo, era riuscito in una impresa a dir poco impossibile, oltre che impensabile: aveva costruito uno spettacolo sintetizzando in una armoniosa unità Eduardo De Filippo e Samuel Beckett, in una edizione epica per il teatro italiano.
Questo libro mi ha regalato quel particolare sapore partenopeo, l'imbattibile capacità della cultura napoletana di saper sintetizzare generi apparentemente incompatibili producendo un risultato originale, come aveva fatto in musica, ai suoi tempi, Pino Daniele.
A dimostrazione dell'invidiabile buon stato di salute della Napoli creativa che pensa, sempre in grado da secoli di sorprenderci.
Lo consiglio ai giovani millennials curiosi, amanti dell'arte e della vita.
E se qualcuno tra di loro, sempre così sintetici, mi incitasse a definirlo con un'unica frase, direi: finalmente un libro intellettualmente arrapante.
Cibo gourmet per i palati che verranno.
Scritto proprio comme il faut.

mercoledì 1 maggio 2019

Lavoro? Rende felici? Andrew Taggart ha qualcosa da dirci al riguardo.






di Sergio Di Cori Modigliani

Chi è Andrew Taggart?
E che cosa vuole da noi?

E' un filosofo pragmatico e un imprenditore. Insegna al Banff Centre di Montreal, Canada e all'università di Kaospilot, in Danimarca. I suoi studenti sono, per lo più "leaders d'impresa creativi" e, soprattutto, quelli che lui definisce "imprenditori sociali", ovvero una figura di industriale che considera il capitale umano e la relazionalità tra dirigenti e dipendenti la base strutturale per l'ottimizzazione del rapporto lavorativo. 
Si è occupato a lungo del Giappone, la grande società opulenta dell'Asia, la prima nazione nel pianeta ad avere eliminato (ma per davvero) sia la povertà che la disoccupazione. Nell'impero del Sol Levante, la disoccupazione nel 2018 ha raggiunto la cifra del 2,5%. La maggior parte delle aziende nipponiche devono rivolgersi alle nazioni vicine più povere (Laos, Vietnam, Cambogia) per assumere personale che verrà formato in Giappone. 
Il poblema principale, quindi, non è il lavoro, bensì un altro: nel 2012 si tocca il picco dei suicidi, soprattutto tra i giovani: 34.560. La media di 100 giovani al giorno che si uccidono senza alcuna motivazione spiegabile. La depressione si sta diffondendo a livello di massa, è crollata la libido tra i giovani dai 15 ai 35 anni, mentre è in grande ripresa (soprattutto tra le donne) la curiosità e l'attività sessuale tra persone oltre i 65 anni già in pensione. Oggi, per quanto riguarda i suicidi va un po' meglio, si sono ridotti a soli 24.000 all'anno. In compenso, però, sono aumentati di molto -e in misura esponenziale- i casi di morte "per eccesso di lavoro" di giovani e giovanissimi.
Questi dati statistici impongono una seria e acuta riflessione.
Nel giorno in cui si celebra il 1 maggio, la festa del lavoro e dei lavoratori, in una nazione come la nostra in cui il lavoro viene considerato ancora come un'utopia da raggiungere, ho pensato che potesse essere utile conoscere il pensiero di questo squisito filosofo dei nostri tempi, che parla dell'attualità e da noi è pressochè sconosciuto.

Buona festa del lavoro a tutti.



Sostiene Andre Taggart:
"Immaginatevi un mondo in cui il lavoro abbia preso il sopravvento su tutto. Le nostre esistenze graviterebbero attorno a questo nuovo centro, tutto il resto diventerebbe secondario. In modo quasi impercettibile, qualsiasi altra cosa – i giochi a cui giocavamo, le canzoni finora cantate, le passioni realizzate, le feste celebrate – finirebbe per assomigliare e infine diventare lavoro. Arriveremmo a un momento, anch’esso ampiamente ignorato, in cui le svariate realtà, che esistevano prima che il lavoro monopolizzasse le nostre vite, svanirebbero del tutto dal panorama culturale, precipitando nell’oblio.

Cosa penserebbe la gente in questo mondo di solo lavoro? Cosa direbbe? Come si comporterebbe? Ovunque si girasse, vedrebbe pre-impiego, impiego, post-impiego, sotto-impiego, e senza impiego – nessuno rimarrebbe fuori dalla categorizzazione. Ovunque si loderebbe e si adorerebbe il lavoro, ci si augurerebbe che la giornata fosse il più produttiva possibile, si aprirebbero gli occhi per svolgere compiti ben precisi, chiudendoli solo per andare a dormire. Ovunque una solida etica lavorativa diventerebbe il mezzo per eccellenza con cui raggiungere il successo, mentre la pigrizia diventerebbe il peccato più grave di tutti. Tra produttori di contenuti, divulgatori di sapere, architetti e direttori di nuovi filiali si sentirebbero chiacchiere incessanti su workflow, grafici, piani e benchmark, potenziamento, monetizzazione e crescita.


In un mondo simile, il semplice atto di mangiare, il sesso o lo sport, la meditazione, i viaggi da pendolare – tutto monitorato e ottimizzato con attenzione e costanza – sarebbero funzionali a un buono stato fisico, che, a sua volta, servirebbe a renderci sempre più produttivi. Nessuno berrebbe troppo, al massimo qualcuno userebbe il microdosaggio di sostanze psichedeliche per ottimizzare la propria performance, e l’aspettativa di vita sarebbe indefinitamente lunga. Si sentirebbe parlare occasionalmente di una morte o di un suicidio per il troppo lavoro, ma simili sussurri, dolci e indistinti, sarebbero giustamente considerati come semplice manifestazione dello spirito del lavoro totale, per alcuni addirittura come modi lodevoli di portare il lavoro ai suoi naturali limiti, compiendo il massimo sacrificio. In tutti gli angoli del mondo, quindi, la gente agirebbe in modo da soddisfare il desiderio più profondo del lavoro totale: manifestarsi in tutta la sua completezza.
Il mondo così rappresentato, però, non è il soggetto di un romanzo di fantascienza: è chiaramente molto simile a quello in cui viviamo.Il “lavoro totale”, termine coniato subito dopo la seconda guerra mondiale dal filosofo tedesco Josef Pieper nel suo libro Leisure: The Basis of Culture (1948), è il processo attraverso il quale gli esseri umani vengono trasformati in puri e semplici lavoratori. In questo modo, il lavoro diventa in ultima istanza totale quando diventa il centro attorno cui ruota la vita umana; quando tutto viene messo al suo servizio; quando il piacere, le festività e i momenti di gioco finiscono per assomigliare e infine diventare lavoro; quando non resta altra dimensione esistenziale che non sia quella del lavoro; quando l’uomo crede davvero che siamo nati semplicemente per lavorare; e quando altri modi di vivere, esistenti prima che il lavoro totale prendesse il sopravvento, spariscono del tutto dalla memoria culturale.

Josef Pieper
Siamo sulla soglia di realizzazione del lavoro totale. Ogni giorno parlo con persone per le quali il lavoro ha finito col controllare la loro esistenza, trasformando il mondo in un incarico, i loro pensieri in un silenzioso fardello. Perché, a differenza di una persona devota a una vita di contemplazione, ciascun lavoratore totale ritiene di essere alla base di un mondo costruito come una serie infinita di incarichi che si estendono in un futuro indefinito. A seguito di questa taskification (un termine che potremmo tradurre con “cottimizzazione”) del mondo, vede il tempo come una risorsa scarsa da utilizzare con parsimonia, ed è perennemente preoccupato da ciò che andrebbe fatto, spesso in ansia per la cosa giusta da fare in un determinato momento e angosciato dall’idea che ci sia sempre qualcosa in più da fare. Il punto cruciale è che l’attitudine del lavoratore totale non è compresa al meglio nei casi di lavoro eccessivo, ma piuttosto nel modo in cui tutti i giorni egli è totalmente focalizzato sui compiti che vanno portati a termine, cercando sempre di migliorare la produttività e l’efficienza. In che modo? Attraverso una pianificazione oculata, una scala di priorità razionale e una puntuale delegazione. Il lavoratore totale, in sintesi, è una figura di attività incessante, tesa, indaffarata: una figura il cui principale male è una profonda irrequietezza esistenziale, ossessionata dalla produzione dell’utile.Ciò che più inquieta nella prospettiva del lavoro totale non è soltanto la sofferenza inutile che causa, ma anche il fatto che sradica le forme di contemplazione spensierata che entrano in gioco nel momento in cui ci si pongono, si ponderano e viene trovata una risposta alle principali domande dell’esistenza. Per capire in che modo generi sofferenza non necessaria, basta pensare all’illuminante fenomenologia del lavoro totale nella consapevolezza quotidiana di due interlocutori immaginari. Tanto per cominciare, c’è una tensione costante, una pressione generale associata all’idea che ci sia qualcosa che ha bisogno di essere portato a termine, sempre qualcosa che dovrei fare in questo momento. Come dice il secondo interlocutore, c’è allo stesso tempo anche la seguente domanda che incombe: “È questo il modo migliore in cui impiegare il mio tempo?” Il Tempo – un nemico, un bene scarso – rivela i poteri limitati di chi agisce, la sofferenza per sfiancanti e irresponsabili costi-opportunità.




Insieme, i pensieri del “non ancora, ma deve essere fatto”, del “dovrebbe già essere stato fatto”, del “potrei fare qualcosa di più produttivo” e la “prossima cosa da fare”, sempre in agguato, cospirano come nemici per tormentare l’individuo che, di default, si ritrova sempre indietro in un adesso che non sarà mai completo. Inoltre, ci si sente in colpa non appena non si è il più produttivi possibile. Il senso di colpa, in questo caso, è diretta conseguenza del non essere riusciti a stare al passo o a gestire al proprio meglio le cose, travolti dagli incarichi per una presunta negligenza o un ozio relativo. Infine, il costante, assillante impulso a portare al termine i propri compiti implica che è empiricamente impossibile, proprio per questo modo di esistere, fare un’esperienza completa della vita. “La mia esistenza”, conclude il primo uomo del dialogo, “è un onere”, il che significa un ciclo senza fine di insoddisfazione.La condizione di fardello del lavoro totale, quindi, è definita da un’attività incessante e irrequieta, dall’ansia per il futuro, dalla sensazione di essere sopraffatti dalla vita, pensieri opprimenti sulle opportunità perse, e il senso di colpa legato alla propria pigrizia. Da qui, la taskification del mondo è legata al concetto di lavoro totale come fardello. Infine, il lavoro totale inevitabilmente causa dukkha, termine buddhista per l’insoddisfazione che nasce da una vita piena di sofferenza.
Oltre a causare dukkha, il lavoro totale impedisce l’accesso a livelli più alti di realtà. Perché ciò che si perde nel mondo del lavoro totale è la rivelazione artistica del bello, lo sguardo della religione verso l’eterno, la pura gioia dell’amore, il senso di meraviglia dato dalla filosofia. Tutto ciò richiede silenzio, calma e la completa volontà di imparare. Se il significato – inteso come interazione tra il finito e l’infinito – è ciò che trascende, nel qui e nell’ora, l’insieme delle nostre preoccupazioni e dei nostri incarichi mondani, permettendoci di avere esperienza diretta di ciò che è più grande di noi, allora ciò che si perde in un mondo di lavoro totale è la possibilità stessa di sperimentare un significato. Ciò che si perde è la ricerca del perché siamo qui.

Questo articolo è stato tradotto da Aeon e pubblicato sul sito The Vision il 7 marzo 2018


link: https://thevision.com/cultura/vita-lavoro/

lunedì 29 aprile 2019

La verità di Carole di cui tutti vanno informati. Prima che sia troppo tardi.

di Sergio Di Cori Modigliani

Circa dieci giorni fa, la corrispondente del quotidiano britannico "The Observer", partecipava a un convegno sulla comunicazione politica ai tempi dei social che si svolgeva in Canada. La particolarità di Carole Cadwalladr consiste nel suo famigerato record: è la prima personalità al mondo, tra i professionisti mediatici del pianeta Terra, che ha ricevuto dal management di facebook una lettera nella quale le veniva comunicato che tutti suoi account erano stati cancellati da facebook per tutta la vita. "Per il resto della sua esistenza, lei non potrà mai più avere accesso a questa piattaforma". Facebook, infatti, essendo un'azienda privata con un suo personale statuto (che noi tutti, a nostra insaputa, abbiamo sottoscritto) si riserva il diritto di impedire l'accesso vita natural durante a chicchessia, senza fornire alcuna spiegazione. E' la prima volta che tale trattamento è stato applicato a un giornalista professionista accreditato.

La sua colpa? E' molto semplice: lei è la persona che dopo una lunga indagine investigativa, ha scoperto che l'azienda facebook aveva venduto i profili personali a Steve Bannon di Cambridge Analytics, l'azienda inglese travolta un anno fa dallo scandalo suscitato dalle rivelazioni della brava e coraggiosa giornalista britannica.

Qui di seguito il suo intervento, per intero.

Una lettura che appartiene alla necessaria igiene mentale dei nostri tempi. Buona lettura.

 


 

Lo speech integrale di Carole Cadwalladr al TED  a Vancouver, Canada.


18 aprile 2019



Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

Eccola (mostra la cartina geografica). È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutto quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolto soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.






C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia - diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?
La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. 
E non è inevitabile. 
E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. 
Dipende da noi: voi, me, tutti noi. 
Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

lunedì 15 aprile 2019

100 anni fa iniziava la grande stagione della Totale Rimozione dell'idea anti-miltarista del pacifismo italiano.



“Non esiste civiltà nè progresso se c’è la guerra. Non esisterà mai un futuro fintantochè non verrà accolta l’aspirazione di tutti i popoli a vivere nella pace e nella solidarietà. Forse non è lontano il giorno in cui tutti i popoli, dimenticando gli antichi rancori, si riuniranno sotto la bandiera della fraternità universale e, cessando ogni disputa, coltiveranno tra loro relazioni assolutamente pacifiche, quali il commercio e le attività industriali, stringendo solidi legami. Noi aspettiamo quel giorno”.
Teodoro Moneta (1833-1918) dal suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace nel 1907.


Il 24 Maggio del 1915, s’infrangeva contro uno scoglio, e finiva in tragedia, il grande sogno di Teodoro Moneta, la più censurata, rimossa e dimenticata tra tutte le eccellenze italiane degli ultimi 150 anni.
Tra i suoi tanti successi, va ricordato il fatto che è stato l’unico italiano nella storia  ad aver conseguito il Premio Nobel per la pace nel 1907, ma nessuno lo ricorda mai e pochissimi lo sanno. Non è certo casuale. Animatore, ideatore e fondatore del movimento pacifista europeo, aveva avuto un passato militare da coraggioso combattente. Aveva partecipato sulle barricate alle cinque giornate di Milano in pieno Risorgimento, poi era andato volontario tra i garibaldini diventando attendente sul campo del generale ed infine era stato promosso a comandante in campo nella tragica battaglia di Custoza nel 1866. Dopo quest’esperienza, si ritira per qualche anno in campagna a studiare, meditare e lavorare come contadino nella sua proprietà terriera. E s’innamora del pacifismo. Elabora una sua teoria visionaria sul “futuro dell’Italia per le generazioni che verranno” scrivendo dei testi di economia politica, nei quali spiega come l’Italia abbia delle colossali possibilità di sviluppo e di progresso ponendosi in Europa come “la più importante potenza neutrale del continente, rinunciando perfino all’idea di avere un esercito, se non per compiti civili interni” e spiega come la vera svolta epocale per la nostra nazione consista nel diventare meta internazionale che attira capitali, investendo ogni risorsa finanziaria nell’educazione, nelle nuove tecnologie, nella scienza e soprattutto nel turismo, garantendo a tutti gli investitori stranieri il fatto che “per principio” non parteciperà mai a “nessuna guerra, nessuna alleanza di tipo militare, arrivando financo alla rinuncia di ogni tipo di schieramento e allineamento, se non quella per lo sviluppo dell’idea pacifista e di solidarietà tra i popoli nel mondo”. Fervente cattolico, viene chiamato dall’editore Sonzogno (verso la fine del secolo XIX) a dirigere un settimanale, “Il Secolo”, importante pubblicazione dell’epoca che contribuiva a formare l’opinione pubblica. Si scontra con l’autorità del Vaticano perchè propugna idee anticlericali sostenendo “l’assoluta necessità di sottrarre lo stato centrale del Regno d’Italia, inteso come nazione, alle pressioni della Chiesa, per fondare uno stato di rappresentanza laica dell’intera cittadinanza”. Nel 1906, a spese proprie, con i soldi personali della sua rendita privata (un’antica famiglia aristocratica milanese), come provocazione intellettuale e protesta contro “la nefandezza della speculazione finanziaria sviluppata nella miopia di uno Stato che ha scelto di non essere pedagogico”, costruisce un proprio padiglione personale all’Expo 1906 di Milano, il “Padiglione per la Pace” che diventa il più frequentato tra tutti, con una incredibile partecipazione di persone e personalità da tutta Europa, per conferenze, dibattiti, discussioni, forum, diventando il centro intellettuale di tutte le attività espositive del centro meneghino. In virtù della sua instancabile attività e anche in conseguenza del trionfo del suo padiglione all’Expo di Milano, l’anno dopo gli viene conferito il Premio Nobel per la Pace.
Muore nel 1918, con il suo nome già appannato in seguito all’eccitazione della guerra.
Nel 1929, dopo la firma del concordato con la Chiesa, in un celebre discorso all’università di Roma davanti ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), Benito Mussolini lo cita ricordando “la necessità di cancellare per sempre il suo vile nome pusillanime dalla coscienza del popolo italiano, sempre più vicino e incline alla riconquista del proprio spazio sovrano, da combattenti che aspirano all’orizzonte di gloria che ci attende”.
Nel corso dei decenni a venire, si è scelto (evidentemente) di seguire la traccia indicata da Mussolini e il nome di Teodoro Moneta non è stato mai né ricordato, né studiato,  per valorizzare la sua memoria e il suo importante lascito. Lo faccio oggi, con questo post, sottolineando la scarsità della veduta intellettuale degli organizzatori dell’Expo 2015, del governatore della Lombardia Maroni e del sindaco della città, Pisapia. Per non parlare della negligenza (o piatta ignoranza) dei media italiani, che non hanno dedicato un adeguato ricordo a questo precedente storico, scrivendo e raccontando alla tivvù le attività di Expo 2015.  Un giusto ricordo ad un nostro intellettuale, stranoto e famoso in tutta Europa e in tutto il mondo pacifista, citato da Gandhi e omaggiato da Bertrand Russell che gli aveva fatto dedicare addirittura un padiglione nella scuola di Filosofia dell’Università di Oxford.
Basterebbe questo fatto per comprendere come ciò che ci unisce oggi, come nazione, al di là della nazionale di calcio, della solita zuppa melensa sulle nostre città d’arte e dell’incomparabile dovizia di meraviglie in termini di spiagge, colline, campagne, montagne (un semplice colpo di fortuna voluto dal Signore, certamente non merito nostro), sia l’Arte della Rimozione Perenne, che il nostro Paese insiste a coltivare, proseguendo verso il proprio inarrestabile declino.
In questa giornata, che la piatta retorica del 2015 regala ai giovani come il simbolo di una epopea vittoriosa, ci tenevo a riportare la copertina dell’Avanti in data 25 Maggio 1915 che annunciava “la preparazione di un ennesimo macello di popoli” e invitava gli spiriti più sereni e meno miopi a coltivare l’arte del recupero storico della memoria collettiva per restituire dignità alla nostra cultura e al nostro sapere nazionale di comunità.
Non siamo una grande nazione, non lo siamo mai stati.
Non c’è nulla da celebrare, se non ricordare chi è stato cancellato nel tempo della memoria storica perché troppo pericoloso per i guerrafondai, per i finanzieri, e per i loro complici.
No alla guerra.
Nel senso di qualunque guerra essa sia.
Io mi tengo stretto il ricordo di Teodoro Moneta.

martedì 9 aprile 2019

Che cosa pensava Platone dei talk show, di facebook, twitter e dei no vax?






di Sergio Di Cori Modigliani


Nel VII capitolo del dialogo "Le Leggi", il suo ultimo lavoro incompiuto, Platone affronta il problema dei rapporti tra società e Politica e il rapporto tra cittadini e rappresentanti dell'esecutivo. 
Per alcuni un testamento più che un'opera da ricordare, per altri, invece -tra cui il sottoscritto- la punta più alta e più profonda del suo pensiero. 
Approssimandosi la morte, infatti (se ne andò, con la penna di piccione in mano mentre lo stava ancora scrivendo) Platone si lascia andare ad alcune considerazioni, diciamo così attualistiche, tra cui ne ricordo soltanto due, che trovo utili e aderenti ai nostri tempi perchè Platone le considerava due elementi "di forte disturbo della quiete psichica, subdoli alimenti che indicano una prospettiva di dissoluzione e decadenza della società, contraria e opposta a ogni forma di maturazione evolutiva": 
la prima riguarda la moda trendy di quel momento (siamo intorno al 375 a.C) ovverossia: la promozione degli opinionisti. Per almeno cinque pagine, Platone spiega come la diffusione del "soggettivismo acritico opinionista" si stia diffondendo come una piaga attribuendo a chi non possiede alcun strumento critico la facoltà di giudizio, creando così confusione nell'ascoltatore. 
Tutto ciò, secondo Platone, è dovuto come conseguenza -e questa è la seconda rivoluzionaria idea di Platone, ripresa in tempi moderni soprattutto dai francesi fin dagli anni'30, con Marcel Duchamps, poi negli anni'60 da Guy Deborde e in tempi più recenti da Jean Baudrillard negli anni'90- di quella che Platone definì allora come una vera e propria jattura, cioè il successo della tragedia come spettacolo pubblico. 
Platone, infatti, nel 380 a.C. è il primo pensatore dell'umanità a identificare, definire e criticare "l'esercizio e l'attitività dello spettacolo di intrattenimento popolare come pericoloso sostitutivo del dibattito politico" perchè -secondo lui- questa moda consente a persone ignoranti, e in preda a pulsioni istintintuali prive di riflessione razionale, di veicolare idee che non sono idee "e neppure pensieri" bensì percezioni chimiche emotive prodotte dalla reazione individuale di fronte al dramma che attori pagati eseguono su un palcoscenico per farli ridere o piangere.

E' considerata (oggi) la prima critica storica contro la diffusione del populismo anti-democratico.

Si tratta, allo stesso tempo, della denuncia del pericolo insito nella "società dello spettacolo" (la definirà così Guy Debord nel suo celebre saggio del 1967 e poco dopo Jean Baudrillard, 2230 anni dopo) che trasforma il cittadino inconsapevole in mero oggetto di consumo di una rappresentazione voluta e orchestrata dai detentori del Potere.

In questo senso, il dialogo Leggi, è da considerare la più potente e ricca miniera nutritiva che il pensiero europeo abbia prodotto negli ultimi 2500 anni

Tutti gli storici e la critica filosofica riconoscono oggi alle Leggi il tentativo di proporre un modello politico più aderente alla realtà. 
Secondo il filosofo, è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi sociali, e proprio a questo fine hanno un ruolo fondamentale le leggi di uno Stato. 
Esse per Platone hanno una duplice funzione:
  • costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino;
  • educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri.
La preminenza della legge sull'attività del politico allontana le Leggi dalle tesi esposte nella Repubblica e nel Politico: mentre nella produzione precedente il politico era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come custode delle norme e dell'ordinamento giudiziario. 

Indimenticabile (e ancora oggi, attuale più che mai) un passo estrapolato dal Lichete, che fa parte della quinta tetralogia con Carmide, Teage e Liside, ed è un dialogo incentrato sul tema della virtù. È un dialogo che gli storici della filosofia definiscono "aporetico", cioè in cui non si arriva a nessuna conclusione definitiva. Platone, infatti, lo definì un regalo a tutti coloro che non cercano una risposta definitiva o una conclsuione ma hanno fame di alimentarsi con domande e dubbi.





SOCRATE: 
Che cosa vuoi dire, o Lisimaco? Hai intenzione di accettare l'opinione che avrà il maggior numero di consensi da parte nostra?

LISIMACO: 
Che altro si potrebbe fare, o Socrate?

SOCRATE: 
Anche tu, o Melesia, farai lo stesso? Se si trattasse di prendere una decisione circa il tipo di esercizio ginnico a cui addestrare tuo figlio, ti rimetteresti all'opinione della maggioranza di noi o piuttosto a quella di colui che fosse stato educato ed avesse fatto pratica di esso sotto la guida di un buon maestro?

MELESIA: 
Di quest'ultimo naturalmente, o Socrate.

SOCRATE: 
Ti fideresti più di lui che di noi quattro messi insieme?

MELESIA: 
È probabile.

SOCRATE: 
Infatti io credo che sia sulla base della scienza che bisogna decidere e non della somma delle opinioni.

Platone, “Lachete”, 184 d-e, 
intorno al 400 a.C. nella città di Atene

sabato 23 marzo 2019

La Cina è più vicina. Purtroppo l'Italia è più lontana






di Sergio Di Cori Modigliani


21 h
Quando fanno Politica quelli che la sanno fare.
Il premier Xi Jinping deve essere furibondo, a dir poco.
Il principale obiettivo militare (dato che di guerra si tratta, anche se -per il momento- si tratta soltanto di guerra commerciale) è fallito miseramente.
Anche i tanti generali al seguito devono essere inviperiti.

L'obiettivo della diplomazia cinese (tanto abile quanto antica e colta) consisteva nel chiarire la propria posizione e scelta nei rapporti con l'Europa: venire nel Vecchio Continente "rifiutandosi" di riconoscere l'esistenza della Ue, approfittando del trend nazional-populista di cui l'Italia è avanguardia dichiarata. Venire in Italia alla grande, poi andare a Parigi per incontrare Macron e, infine, recarsi a Monaco di Baviera per incontrare in quella città la confindustria tedesca senza avere in agenda un viaggio a Berlino, considerandola -con disprezzo- una tappa inutile, chiarendo quindi che il programma consiste nello spezzettare l'Europa facendo accordi con ogni paese che conta one by one, one on one.
E invece gli è andata male.
Perchè poche ore fa, la segreteria di Emmanuelle Macron ha inviato all'ambasciatore cinese a Parigi un messaggio nel quale il presidente francese, nel dichiarare la propria felicità nell'incontrare un grande amico come Xi Jingping, ha sottolineato un particolare decisivo e fondamentale, che è il seguente:
Emmanuel Macron ci ha tenuto a specificare che ha invitato "formalmente" come suo "ospite gradito" la signora Angela Merkel, la quale per l'occasione addirittura soggiornerà e dormirà all'Eliseo, mostrando quindi di essere considerata più di un interlocutore, più di un alleato, una vera amica di famiglia.
E in Politica, come è noto, il formalismo -in quanto simbolico- è sempre sostanza.
Quando il premier cinese arriverà a Parigi e avvierà il primo discorso privato con Macron, si troverà pure la Merkel con la sua personale delegazione, in modo tale che il messaggio sia forte e chiaro, come a dire: l'Europa, dopo la scelta pentaleghista di chiamar fuori l'Italia dall'Europa per sistemarsi per conto proprio bypassando la Ue, sceglie di spiegare a Xi Jing Ping che il potere che conta nel Vecchio Continente è fondamentalmente l'asse franco-tedesco, basato su un'alleanza inossidabile che comporta l'impossibilità da parte cinese di stipulare accordi con le singole nazioni.
Perchè dovrà fare i conti con l'Europa, e quindi il divide et impera non funziona.
L'Italia ha scelto di starne fuori.
E' il più grande e grave errore geo-politico che il nostro paese abbia compiuto negli ultimi 25 anni.
Ma questa è la scelta che è stata fatta.
Anche se gli italiani non l'hanno capito, perchè nessuno lo ha spiegato loro.
Quando Xi Jingping arriverà a Monaco di Baviera, avrà già incontrato Angela Merkel a Parigi, il che trasforma il viaggio cinese in Germania in una trasferta inutile. 

Beffato.
Così stanno le cose oggi.