giovedì 8 novembre 2018

Si fa presto a dire America!






di Sergio di Cori Modigliani

Ricordo di aver visto almeno dieci film americani girati a Hollywood con questo copione: Ron Helus, veterano delle forze dell'ordine, 29 anni di esperienza alle spalle e la lettera di pensionamento pronta sul tavolo, in uno dei suoi ultimi giorni di servizio pubblico, muore assassinato da un demente criminale di 20 anni che odiava il mondo .
L'America è sempre iper-realista.
Non a caso sono stati loro (giustamente) a inventare questo movimento pittorico e letterario negli anni'60.
Chi ha vissuto in Usa sa che l'aspetto più soprendente nel vivere in quel paese (soprattutto Los Angeles e Manhattan) consiste nel pensare di stare sempre sul set di un film.
Oggi si piangono i morti ed è comprensibile lo sconcerto.
Assistiamo alla consueta retorica da parte di tutti nel contare già 13 morti innocenti e diversi feriti gravi.
Pochi, pochissimi e rari, sottolineano il fatto che questo bar famoso si chiama "Borderline" e sembra uscito dalla fantasia di Quentin Tarantino. E' un luogo dove si fa a gara a chi è più fuori di testa, ma essendo esclusivo e mitomane, attira avventurosi edonisti e frustrati odiatori mescolandoli a divi e divette o aspiranti tali.
Un cocktail micidiale.
Ma è la vita quotidiana in Usa che è diventata micidiale.
E non mi sembra proprio il caso di importarla.

mercoledì 7 novembre 2018

La rivoluzione delle donne americane è iniziata. Le 4 +1 dell'Ave Maria che cambieranno l'America. E di rimbalzo, forse,anche l'Europa.










di Sergio Di Cori Modigliani


In Usa, le elezioni midterm del 2018 (ovvero, il corrispondente americano delle nostre elezioni politiche nazionali) le ha vinte #metoo.
Tra gli osservatori più arguti e attenti, nessuno ha alcun dubbio in proposito.
Ed è davvero l'inizio di un cambiamento epocale del costume sociale collettivo.
I sociologi della comunicazione statunitense stanno già al lavoro per elaborare questo dato che, mano a mano che arrivano i risultati da tutte le circoscrizioni locali -sono quasi 25.000 disseminate sui 50 stati della confederazione- conferma questo megatrend su tutto l'ampio territorio degli Stati Uniti d'America.

Le cinque donne, le cui immagini risaltano in bacheca, sono il più rappresentativo campione di questa nuova realtà che segna e segnala un autentico cambiamento.

La prima coppia in alto è composta da Sharice Davids e Debbie Haaland, due native americans, massima espressione dell'eredità autoctona degli indiani d'America. La Davids vince in Kansas (nel cuore del territorio geografico statunitense, dove giravano i film western) e proviene da una specifica tribù del Wisconsin (denominata Ho Chunk Indian Nation) considerata una delle tribù intellettualmente e socialmente più evoluta, votata da sempre -insieme ai Sioux del North e South Dakota- alla causa ambientalista. Laureata in giurisprudenza, è una campionessa olimpionica di arti marziali, lesbica dichiarata, che gestisce diversi centri di educazione fisica all'auto-difesa per le donne in tutto il mid-west, e rappresentava gli interessi di quel mondo che viene comunemente identificato sotto la sigla LGBT. I sondaggi non l'hanno neppure presa in considerazione (e vi risparmio i commenti negli ultimi due mesi da parte del suo antagonista repubblicano che ha perso, un suprematista bianco, un razzista misogino appoggiato da Trump) eppure c'è riuscita, con grande sorpresa da parte di chi non ha capito la forza dirompente del movimento #metoo.
Debbie Haaland, invece, proviene dalla tribù degli indiani Pueblo, nello stato del New Mexico, una etnia pacifica e contadina, devota alla cultura dello sciamanesimo e allo sviluppo di una particolare medicina vegetale alternativa a quella allopatica standard. Già precedentemente votata ed eletta come assessore alla sanità in una piccola cittadina al confine con il Messico, è considerata un'ottima organizzatrice di servizi sociali e sanitari.
Ed è per questo motivo che gli elettori hanno scelto di premiarla.

Dopo 242 anni dalla sua fondazione come stato sovrano indipendente, per la prima volta, due donne della comunità degli indiani americani entrano in parlamento come deputate alla Camera dei Rappresentanti. 

Le altre due immagini si riferiscono a Ilhan Omar e Rashida Tlaib.
Ilhan vince nello stato rurale (e informatico) del Minnesota. 
Nata a Raas Cabaad, in Somalia, è fuggita alla sanguinosa guerra civile con tutta la sua famiglia ed è approdata in Usa dove ha ottenuto asilo politico e, in seguito la nazionalità statunitense. E' di religione musulmana. E' laica. La sua attività è concentrata -nello specifico- nel garantire rappresentanza e protezione alle donne contadine degli stati settentrionali provenienti da minoranze etniche di recente emigrazione. Nel 2016 è entrata a lavorare in parlamento come lobbista ufficiale a nome della "Associazione donne contadine, esercenti e proprietarie di aziende agricole bio nel Minnesota". 
Rashida, invece, proviene da una famiglia di profughi palestinesi stanziati in Syria e rifugiati in America nel 1973, ed è nata a Detroit, nel Michigan, lo stato operaio per eccellenza. E' la maggiore di 14 figli. E' musulmana, credente e osservante, quindi indossa il chador rituale. Sindacalista, è membro esecutivo dell'associazione "per la lotta per la parità salariale di genere e contro ogni forma di discriminazione economica nei confronti di minoranze di genere, di etnia, di religione, di status, di provenienza geografica". E' stata votata per lo più dalla classe operaia. Negli stabilimenti Fiat-Chrysler di Detroit ha ottenuto il 76% dei consensi.

Per la prima volta nella Storia, due donne musulmane entrano in parlamento come deputate alla Camera dei Rappresentanti.

La quinta immagine, negli stati del New England da cui proviene, è già un mito.
Si chiama Ayanna Pressley. E' nata a Chicago, Illinois, nel 1974, in una famiglia afro-americana, di pelle nera, emigrata nel settentrione dall'Alabama. Suo padre era un musicista jazz, tossico-dipendente e ladro. Quando aveva sei anni, suo padre è finito in galera dove ha scontato una pena di sei anni, alla fine dei quali è uscito con una laurea in filosofia e un master in semiologia della musica jazz. Ha fatto e vinto un concorso ed è diventato professore incaricato in Filosofia dell musica all'università statale di Chicagore, dove tuttora esercita. Quando era piccola, in seguito all'incarcerazione del padre, si è trasferita con la madre a Boston dove ha proseguito gli studi, interrotti per diverse volte, costretta a lavorare per motivi economici. La sua svolta avviene nel 2006, a Boston, nel momento in cui inizia la grande crisi del regime Bush. La più prestigiosa scuola privata della città -di lunga tradizione aristocratica- la celeberrima Francis Parker School, frequentata al 90% dalla crema sociale dei ricchi e potenti bianchi, il giorno della commemorazione di Martin Luther King, non avendo neppure un nero da poter presentare al pubblico (se non altro per salvare la faccia) chiamano lei, figlia della donna delle pulizie della scuola. Aveva, allora 32 anni. Il suo intervento lascia di stucco l'intera platea che la giovane donna riesce a sedurre con il suo eloquio e le tributano un'ovazione che finisce sulle pagine dei giornali 
(chi è interessato può leggere l'intera storia sul Boston Globe dell'epoca: https://www.bostonglobe.com/metro/2018/09/08/the-life-and-rise-ayanna-pressley/pqdppGFPoZPSEwo3Ko23BJ/story.html). Sei mesi dopo, l'arrembante avvocato di Chicago, Barack Obama, la identifica raccogliendo una segnalazione e se la prende come sua assistente e consulente. Inizia così una prestigiosa carriera che la porta a stravincere il seggio nello Stato del Massachussets ieri notte. E' sposata e ha due figli.

Ayanna Pressley, 153 anni dopo l'abolizione della schiavitù in Usa, è la prima donna nata e cresciuta in America, di pelle nera, a essere eletta in parlamento come deputata alla Camera dei Rappresentanti.

Cinque donne diversissime, alle quali si potrebbero aggiungere le migliaia di donne che ieri sono state elette nelle istituzioni regionali, provinciali, locali, di tutti i 50 stati, per la prima volta.

Queste cinque donne sono molto diverse tra di loro ma hanno un fondamentale elemento comune: nessuna di queste è figlia, sorella, moglie, amante, di un qualche maschio che conta. 
E (ciò che più conta) a nessuno dei loro elettori interessa chi sia il loro eventuale padre, fratello, marito, amante. Sono donne che affermano se stesse in quanto persone e soggetti politici, in rappresentanza di interessi dichiarati a seconda della propria competenza specifica. Non hanno avuto (e tutte quante ci hanno tenuto eccome a sottolineare questo fatto in campagna elettorale) nessun maschio dietro che le ha supportate o sostenute. 

Sono tutte figlie del #metoo che in Usa non è un club di gossip o una scorciatoia facile e opportunista per acquisire visibilità mediatica e finire dentro un circo televisivo.
E con questa ondata, le istituzioni politiche americane dovranno fare i conti.
Perchè la loro affermazione finisce, inevitabilmente, per nutrire e costruire un nuovo immaginario collettivo dei giovani millennials, l'attuale generazione che ha il gravoso compito di cambiare questo mondo tossico, lercio e insopportabile e renderlo più vivibile per l'intera collettività del futuro.

Donald Trump reclama vittoria e tira un sospiro di sollievo per essersi salvato per il rotto della cuffia. Dal canto loro, i democratici più intelligenti si leccano i baffi e lustrano le armi mantenendo un basso profilo di rispettosa umiltà ottimistica.

Prima di questo voto, alla Camera i repubblicani avevano 45 seggi in più dei democratici.
Oggi, alla Camera i democratici hanno 7 seggi in più dei repubblicani.
Prima di questo voto, al Senato i repubblicani avevano 2 seggi in più dei democratici.
Oggi, al Senato, i repubblicani ne hanno 6 in più e sono tutti trumpisti fedeli.

Tutto ciò radicalizzerà la situazione, dato che il risultato elettorale ci spiega che le donne elette in tutti gli Usa hanno raggiunto (in casa democratica) la cifra del 575% in più rispetto alla tornata precedente.

Saranno quindi le donne a decidere il futuro dell'America, perchè per la prima volta nella Storia la cosiddetta quota rosa sfonda alla grande in tutti gli stati e a tutti i livelli.

Questa è la notizia, a mio avviso.
E non è una notizia da poco..
Al posto dei suprematisti bianchi, macho, razzisti, misogini e omofobi, non sottovaluterei affatto questa inedita situazione.
Il vantaggio indubitabile per tutte queste nuove elette, ruota proprio intorno alla struttura mentale dei macho trumpisti, per i quali la sola idea di una donna che si arroghi il diritto di essere considerata alla pari in quanto persona prima di essere identificata come femmina compiacente, è inconcepibile.

Sarà davvero una battaglia molto divertente.

In quanto italiano, mi auguro che presto arrivi anche qui una spumeggiante onda di rinnovamento.


lunedì 5 novembre 2018

RooseveltianaMente: perché l’ipotesi di un New Deal è impraticabile in Italia. A meno che..gli imprenditori si sveglino!



“Se sarà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo”.
                                                         Albert Einstein, discorso alla Sorbona, Parigi 1922



di Sergio Di Cori Modigliani 

Un lungo post di Storia dedicato alla memoria storica d’occidente, per trarne qualche spunto di riflessione e di stimolo per il nostro immediato futuro.
Accadde 88 anni fa.

Correva l’anno 1930, durante le festività pasquali.
Il mondo occidentale era molto diverso da quello che è oggi. Ma le circostanze specifiche indicano, invece, un trend molto simile.
Nell’aprile di quell’anno, in Usa, la situazione era davvero pessima.
Tutte le previsioni indicavano un netto peggioramento nel quinquennio a venire, e c’erano diversi sociologi spaventati all’idea di una esplosione di rabbia sociale che avrebbe potuto innescare lo scoppio di una guerra civile. Alla fine di quell’anno, in Usa, la disoccupazione sarebbe aumentata, rispetto all’anno precedente, del 754%. Se non si fosse intervenuti con misure drastiche e una grandiosa idea innovativa di lì a dieci anni, era stato calcolato, gli Usa sarebbero ritornati ad essere una lontana colonia dell’impero britannico, come nel 1775 e si sarebbero trovati fuori dal concerto delle potenze internazionali che contavano.
Fu in quel momento di totale disperazione che tre uomini e una donna, tre statunitensi e un inglese, ciascuno per motivi diversi, decisero di costruire insieme un progetto alternativo a lungo tempo, anzi “a lunghissimo termine” come lo definì il suo ideatore.
Le quattro persone erano Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Eleanor Roosevelt e John Maynard Keynes.
Erano quattro personalità molto forti e solide, poco inclini al lavoro di squadra per via del loro acceso egocentrismo ma di certo avevano una virtù: non erano competitivi, perché ciascuno dei quattro occupava, nella propria specifica competenza, una dimensione diversa e distinta. Come tutte le persone molto intelligenti, erano consapevoli dei propri limiti, quindi avevano capito che ciascuno dei quattro senza gli altri tre non sarebbe stato in grado di varare il proprio progetto innovativo.
Roosevelt era il classico politico, poderoso comunicatore, che amava comiziare, conosceva a menadito i meccanismi dei meandri compromissori della vita politica americana, perchè era nipote dell’ex presidente Theodore Roosevelt, e fin da piccolo, in famiglia, si era nutrito di pane e politica.
Come soggetto politico era soprattutto un ottimo organizzatore, in grado di infiammare le piazze e i luoghi virtuali mediatici dell’epoca (radio e documentari propagandistici proiettati nelle sale cinematografiche dell’epoca, prima dell’inizio del film in cartellone) e amava il contatto diretto e personale con le persone. 
“Parla anche con i sassi, non si può neppure lasciarlo da solo un attimo in giardino, perché quando ritorni con le bibite lo trovi che sta parlando alle rose” così lo descriveva sua moglie, Eleanor Roosevelt, la donna del quartetto. 
Il suo pallino era l’amministrazione della cosa pubblica.
Lei, invece, era schiva e discreta. 
Detestava la classe politica sostenendo che era composta, per lo più, da affaristi ignoranti, privi di spessore etico ed era una grandiosa divulgatrice culturale. Girava per l’America organizzando riunioni di beneficenza per raccogliere fondi e iniziava sempre i suoi discorsi con il celeberrimo paradosso di Eleanor: “Se il grande impero romano non avesse saputo di poter contare su Virgilio, Seneca, Catullo e Tacito, ebbene, allora Giulio Cesare sarebbe stato sconfitto dai teutonici e i crucchi avrebbero attraversato le Alpi ponendo fine alla stagione dell’impero”.
La pedagogia sociale era il suo pallino.
Sosteneva che senza adeguata istruzione ed educazione sarebbe stato impossibile sviluppare nelle masse quel salto di consapevolezza necessario per riuscire a combattere e battere lo strapotere delle oligarchie finanziarie.
Amava molto l’Italia, soprattutto le sue donne.
In Usa aveva fondato la prima lega femminista ed era una entusiasta sostenitrice dell'intellettualità femminile italiana: i suoi tre miti erano Grazia Deledda, Tina Modotti e Maria Montessori. Fu la prima a finanziare l’apertura e la diffusione in Usa delle “case dei bambini con il metodo Montessori” e costruì con la nostra grande pedagoga un folto carteggio. 
Quando nel 1934, divenuta invisa al fascismo per le sue continue denunce sulla dittatura mussoliniana, la Montessori espatriò per evitare il carcere, Eleanor Roosevelt fece di tutto per convincerla ad andare negli Usa, ma la Montessori scelse di trasferirsi in India, dove rimase fino al 1947, sostenendo che in Europa non ci voleva stare per “non essere testimone dello smantellamento della cultura e dell’istruzione di massa che porterà in pochi decenni all’inevitabile declino del continente: l’Europa sta scegliendo di condannare se stessa all’ignoranza, anticamera dello sfaldamento di ogni civiltà, come la Storia ci insegna”. Nel 1940, Eleanor Roosevelt andò apposta in India per trascorrere con lei un mese. Diceva sempre, quando parlava dell’Italia, “Datemi tre donne come la Deledda, la Modotti e la Montessori e vi rivolto la squallida America dei cowboy come un pedalino”. 
Nel marzo del 1938 compì un atto esemplare ed estremo che fece infuriare il coniuge. Venne a sapere che in Germania, il preside della facoltà di Psichiatria dell’università di Eindhoven , il prof. Bruno Bettelheim, con il quale lei era in contatto per motivi di lavoro, era stato espulso e arrestato -perché ebreo- e confinato nel campo di concentramento di Matthausen insieme ai suoi tre assistenti. Non era ancora stata pianificata la soluzione finale, e nella primavera del 1938, Hitler era impegnato politicamente a diffondere in Europa l’idea che la Germania era pacifista e intendeva promuovere buone relazioni con il vicinato. Senza dire nulla al marito, salì su un aereo militare e si fece portare a Berlino. Andò all’ambasciata americana e pretese di essere presentata subito a Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich. Si presentò da lui e gli disse: “Sono al corrente del fatto che il prof. Bettelheim e i suoi assistenti sono rinchiusi in un campo di detenzione. Il governo americano ha concesso loro la cittadinanza, quindi sono cittadini americani. Vorrei che lei, di persona, mi accompagnasse al campo, così io prendo in custodia queste quattro persone e me le porto in America. Nel caso lei si rifiutasse, devo dirle che questo gesto verrà interpretato da mio marito come un atto di guerra nei confronti di cittadini americani”. Non era vero, Franklin Delano sembra che fosse totalmente all’oscuro di questa iniziativa della moglie. Ma Eleanor riuscì a convincere Goebbels, e i tedeschi non vollero correre dei rischi. E così, due giorni dopo, se ne ritornò a Washington portandosi appresso l’intero corpo docente di una università tedesca: Bettelheim, tre assistenti, più due biologhe, un chimico, e un ricercatore nel campo della neurofisiologia. “Senza un poderoso progetto culturale, redatto da intellettuali e studiosi di valore, non esiste strategia politica o teoria economica che possa reggere all’impatto con la realtà dei tempi moderni: il nemico è colto e preparato, va battuto sul suo terreno”.
Così parlava questa donna, e questo pensava.
La coppia di coniugi, a metà degli anni’20, divenne un inossidabile quartetto, quando un vecchio amico sodale di famiglia, Harry Truman, al ritorno da un viaggio a Londra, insistette per presentare loro “un ragazzo che vale tanto oro quanto pesa e sta sprecando il suo geniale talento in quella nazione di parrucconi ammuffiti aristocratici”.
Si trattava dell’economista britannico John Maynard Keynes.
All’inizio del loro incontro, Roosevelt era piuttosto sospettoso nei confronti di Keynes, perché a Roosevelt non piacevano i tedeschi e Keynes aveva subito forti attacchi dagli intellettuali di sinistra europei per la sua strenua difesa dei tedeschi, nel 1919. Presente come membro della delegazione inglese che insieme a Francia, Olanda, Belgio, Usa e Italia, avrebbero redatto il Trattato di Versailles, Keynes protestò in maniera vibrante contro le pesanti condizioni applicate nei confronti della Germania, sostenendo in una celebre lettera (poi resa pubblica) inviata al re d’Inghilterra che “l’applicazione di misure di rigore e austerità come queste, impediranno ogni forma di ripresa economica, produrranno effetti nefasti dal punto di vista sociale e apriranno la strada verso potenziali soluzioni politiche che potrebbero rivelarsi anche molto tenebrose. E’ un grave errore che all’Europa potrebbe anche costare un prezzo insostenibile, è necessario essere lungimiranti. Dobbiamo aiutare la Germania a riprendersi accogliendola nella grande famiglia delle democrazie occidentali, invece di creare un ennesimo disastro. Gli usurai non hanno mai prodotto alcun progresso”.
I quattro iniziarono a frequentarsi per diversi anni, scambiandosi idee, costruendo insieme dei micro-progetti locali, in Scozia, negli stati depressi del settentrione americano, Wisconsin, Montana e Nebraska, territori usati come laboratorio sociale per sperimentare delle formule socio-economiche che Eleanor Roosevelt definì “la frontiera culturale della Terza Via” quella che si opponeva al capitalismo di stato comunista e al capitalismo rapace occidentale.
Franklin Delano era un uomo molto pragmatico e alla fine anche lui fu sedotto da Keynes. Accadde a ottobre del 1929, in seguito al crollo della borsa di Wall Street, evento preconizzato in diversi articoli pubblicati sul New York Times soltanto da Keynes, apparsi a giugno, luglio, e settembre del 1929, quando le borse di tutto il mondo correvano al rialzo al ritmo del 10% mensile.
Si può tranquillamente sostenere, a scanso di ogni equivoco, che l’economista britannico sia ancora oggi considerato il più grande economista del secolo XX.
E c’è un motivo.
L’economia non è una scienza, bensì una disciplina sociale.
La definizione, per l’appunto, è di Keynes.
Figlia della matematica e della filosofia, l’economia non può essere considerata una scienza perché l’impianto teorico su cui è fondata contiene al suo interno una pecca che la rende (come scienza) troppo vulnerabile: è possibile sapere se una teoria economica è giusta soltanto dopo averla applicata, quando, inevitabilmente, è troppo tardi.
I veri scienziati (matematici, fisici, biologi, ecc.) ne sono consapevoli e nessuno di loro sarà mai disposto a sostenere che l’economia sia una scienza.
John Maynard Keynes gode di meritato prestigio perché il New Deal, da lui ideato nei suoi aspetti di teoria economica, si sono rivelati vincenti alla prova dei fatti, trasformando gli Usa, che nel 1934 era una nazione in grave depressione, nel più potente impero economico mai esistito sulla Terra.
All’opposto si può dire per Milton Friedman, ideatore e propugnatore del neo-liberismo, che ottenne perfino il Nobel per l’economia. Le sue teorie, applicate ormai dovunque, hanno prodotto sfracelli sociali, recessione, fallimenti, depressione, producendo un ingente profitto per una percentuale minima dell’umanità e il totale impoverimento per centinaia di milioni di persone nel mondo.
Nel 2009, l’economista Galbraith inviò una divertente lettera aperta al re di Svezia pregandolo di farsi latore di una iniziativa per abolire il Nobel per l’economia “se non dopo aver verificato sul campo che quella specifica teoria e quello specifico impianto è stato in grado, una volta applicato, di contribuire a produrre il benessere collettivo per la maggioranza dell’umanità”.
Va da sé, nessuno gli ha mai risposto.
Harry Truman, l’ultimo esponente del quartetto del New Deal, fu mentore e protettore di John Maynard Keynes.
Persona dal carattere espansivo e fortemente comunicativo, è stato un geniale diplomatico.
Il suo pallino era la mediazione umana, costruita sulla sua imbattibile abilità nell’incontrare chiunque, a qualunque livello, e riuscire ad ottenere un grammo di più di quanto non si volesse, allo stesso tempo concedendo un grammo di meno di quanto non si fosse stabilito che andava concesso, magari senza che l’interlocutore se ne rendesse conto.
Dotato di un impeccabile aplomb, era in grado di portare a casa dei compromessi impensabili quanto vincenti. Si narra che fu capace di trascorrere un intero pomeriggio in colloquio riservato con Josif Stalin, riuscendo a far ridere fino alle lacrime il leader comunista che lo trovò simpaticissimo; alla fine dell’incontro, Truman se ne ritornò a casa dopo aver risolto un contenzioso a suo favore che durava da almeno 50 anni, tra l’Urss e gli Usa, per la sovranità di un piccolo lembo di terra al confine tra l’Alaska e la penisola della Kamciatka, che era pieno di petrolio, oro e uranio.
Lo stesso Roosevelt, che lo volle sempre al proprio fianco, gli attribuì il merito di aver avuto una intuizione geniale senza la quale, forse, la seconda guerra mondiale sarebbe stata vinta da Adolf Hitler. Accadde la notte di Natale del 1940, quando la guerra in Europa si metteva davvero molto male per gli alleati. Truman era rimasto molto colpito da un documento prodotto dai suoi fidati analisti militari che avevano individuato nella Russia un punto debole nel fronte anti-nazista. Roosevelt, invece, pensava che il problema fosse l’invasione dell’Inghilterra. Dopo la cena di Natale, Truman aprì le mappe e le mostrò a Roosevelt.
Gli chiese: “Se tu fossi Hitler e i generali tedeschi, in questo 1941, che cosa faresti?”.
E Roosevelt gli rispose: 
“Preparerei l’invasione dell’Inghilterra, in modo tale da avere tutta l’Europa in pugno e poi dichiarare guerra a noi”. 
“Questo è ciò che vogliono noi crediamo. A mio avviso, invece, invaderà a tradimento la Russia, violando il loro trattato di pace. E una volta a Mosca avranno oro e petrolio sufficienti per trasferire tutte le armate in Africa e battere lì gli inglesi. Ma l’Armata Rossa è ancora debole, i russi hanno bisogno ancora di almeno altri due anni per costruire un numero sufficiente di carri armati. E Hitler lo sa benissimo. Li attaccherà d’estate” 
“E noi, quindi, che cosa dovremmo fare?” chiese Roosevelt, 
“Dovremmo parlare con Churchill e dargli la pessima notizia a breve termine: non possiamo aiutarli militarmente in alcun modo; ma allo stesso tempo sarà una buona notizia a lungo termine: vinceremo la guerra. Dobbiamo aiutare invece Stalin e armare il suo esercito senza che Hitler lo sappia”.
Trascorsero dieci giorni a discutere su questo punto, e alla fine Roosevelt si arrese.
Ed è ciò che accadde.
Il 10 Gennaio del 1941, Truman volava a Helsinki dove si incontrò con il suo pari grado russo, il braccio destro di Stalin, il ministro degli esteri Molotov, il quale la pensava come lui.
Chiusero l’accordo che poi determinò la storia d’Europa.
Quando nel 1945 si incontrarono a Yalta, sancirono l’accordo firmato già nel 1941.
E così, nel gennaio del 1941 gli americani aprirono 256 grosse fabbriche nel Kentucky, nel Missouri e nell’Idaho, dove assunsero 3 milioni di operai (in gran parte donne) per produrre 5 milioni di stivali di cuoio texano foderati di pelliccia di visone per i soldati russi, altrettante divise di pelle con imbottitura, e 500.000 semi assi di doppio acciaio temperato di ottima qualità per i carri armati dell’Armata Rossa.
Per i tedeschi fu un’ingrata sorpresa, aggravata dall’aiuto divino per i russi.
Nel giugno del 1941, invadevano la Russia con l’obiettivo di arrivare a Mosca entro Gennaio del 1942. Ma ci si mise di mezzo l’Onnipotente. A Ottobre arrivò, con due mesi di anticipo, il più gelido inverno del secolo XX, con temperature intorno ai 30 gradi sotto zero e nelle pianure dell’attuale Bielorussia, contrariamente alle loro previsioni, si trovarono davanti un’armata perfettamente equipaggiata che riuscì a fermare i tedeschi rovesciando le sorti della guerra.
Questo quartetto di personaggi storici, nella primavera di Pasqua del 1930 decidono di dar vita a quello che diventerà celebre con il nome di “New Deal” (il nome lo stabilì Eleanor), che in italiano vuol dire “nuovo patto”. Allora, gli Usa, erano molto diversi e molto lontani da un’idea di società democratica. L’Impero Britannico mal aveva digerito la perdita della sua più importante colonia nel 1776 e per tutto l’800 avevano investito una enorme quantità di risorse per cercare di riprendersela. C’erano riusciti agli inizi del XX secolo, e lo avevano fatto attraverso la finanza speculativa gestita dalla city di Londra, che aveva fatto da trampolino per introdurre nella società americana elementi culturali che avevano prodotto nella cultura americana la nascita di una neo-aristocrazia conservatrice, lo sviluppo di teorie razziali suprematiste, che poi, dagli Usa si sarebbero trasferite in Europa negli anni’30, inoltre dal punto di vista del progresso sociale gli Usa stavano fortemente regredendo. Nel 1930, nonostante non ci fosse una apposita legge scritta, nelle università americane non potevano entrarci né i negri, né le donne, né gli ebrei, né gli omosessuali (neanche gli italiani). E nessuna persona appartenente a queste categorie e ai ceti sociali più poveri, poteva mai aspirare a una qualsivoglia carica dirigenziale nel paese, sia in ambito politico che imprenditoriale. La cultura anglo-sassone aveva costruito una propria burocrazia aristocratica e imponeva il proprio immaginario collettivo garantendosi ogni privilegio che escludeva altri ceti, altre etnie, altri gruppi.
In quella Pasqua del 1930, i quattro decidono di lanciare il New Deal.
Si decide di formalizzare la candidatura di Frankiln Delano alla presidenza per le elezioni del 1932, mentre Keynes prepara il piano di investimenti economici che andrà applicato dopo aver preso il potere politico, condizione necessaria e sufficiente per poter imbavagliare la finanza, abbattere la mitologia del debito pubblico e investire a debito una enorme quantità di risorse economiche per creare lavoro e occupazione.
Eleanor Roosevelt protesta sostenendo che “la presa del potere politico non è una condizione necessaria e sufficiente; è assolutamente necessaria in quanto imprenscindibile; ma è altrettanto insufficiente”.
Spiega ai due politici -confortata dall’aiuto di Keynes che la sostiene- che un paese aristocratico, oligarchico, ridotto alla fame, non è in grado di rimboccarsi le maniche e di riprendersi se prima loro quattro non sono in grado di creare quella che Eleanor Roosevelt definisce “questa sì una condizione più che sufficiente e imprenscindibile”: un grande progetto culturale, che abbatta il privilegio aristocratico, fondi un’egemonia del merito e della competenza tecnica e sia in grado di costruire una nuova generazione dirigente che rappresenti la più vasta porzione possibile di cittadini “a condizione” sostiene la Roosevelt “che siano i migliori nel loro campo”. Eleanor non dà tregua al marito e lui porta queste suggestioni della moglie dentro le discussioni della sua loggia, la celebre Loggia Hollande n.8, domiciliata a Bleeker Street, nel Greenwich Village a Manhattan, dove ancora oggi ha sede, storicamente considerata, in Usa, la fucina del pensiero progressista sociale americano. 
Passa la linea di Eleanor per pochi voti. 
Ma passa e si afferma.
Tre mesi dopo, nella sede dell’Hotel Warwick, a Manhattan, uno splendido esempio di architettura tra il Liberty e l’Art Deco (sta ancora lì) il 15, 22, e 29 Giugno vengono fatte tre cene di beneficenza. Per poter partecipare bisogna versare la cifra di 5.000 dollari a persona, corrispondente a circa 100 mila euro di oggi. Quei soldi non servono per finanziare la campagna elettorale di Roosevelt, perché -come lui stesso dichiarerà- “me la finanzio da solo con i miei soldi, così dovrò rispondere soltanto alla mia coscienza” ma per lanciare, per l’appunto, il New Deal, un nuovo patto sociale per la ripresa del paese, con la particolarità che questa volta viene chiamata a partecipare l’intera cittadinanza meritevole.
Grazie all’ottima pubblicità diffusa da Truman attraverso le logge massoniche e da Eleanor nei suoi rapporti con le donne ricche dell’epoca, la partecipazione a queste cene diventa un status symbol sociale: non è possibile non parteciparvi.
A ciascuna di queste cene parteciperanno circa 250 persone, che ascolteranno prima un breve discorso introduttivo di Eleanor Roosevelt e poi la conferenza delle tre persone chiamate in ciascuna delle serate: Albert Einstein, Carl Gustav Jung e John Maynard Keynes.
La cifra ottenuta (corrispondete a circa 80 milioni di euro) viene investita da Eleanor e Truman per il sostegno finanziario di 3.200 persone selezionate attraverso una ricerca compiuta per diversi mesi in tutti gli stati tra adolescenti meritevoli costretti ad abbandonare la scuola e impossibilitati a garantirsi un’istruzione per via della spaventosa crisi economica. Costoro verranno inviati nelle più importanti ed esclusive università americane. Entrano così, per la prima volta, nel mondo accademico, delle donne, degli ebrei, degli italiani, degli ispanici, dei negri, delle persone provenienti da famiglie povere, autentici diseredati, che andranno a laurearsi in economia, amministrazione pubblica, business, filosofia, storia dell’arte, medicina, sociologia e che -nella mente dei quattro- dovranno essere pronti a sostenere il New Deal di lì a 4 anni, quando Franklin Delano avrà vinto le elezioni e preso il potere.
La meritocrazia viene sdoganata, e -per la prima volta nella storia degli Usa- si aggredisce il concetto oligarchico dell’aristocrazia, il blasone della finanza e del censo vengono sostituiti dal merito, dalla competenza tecnica, dalla bravura, dal valore intellettivo.
Quando, cinque anni dopo, nel 1934, dopo aver fatto passare il Seagall Act che imbavaglia la finanza, viene annunciato il nuovo programma di investimenti economici, Roosevelt e sua moglie chiameranno alla Casa Bianca, in una serie di incontri durati ben venti giorni, tutte le persone che avevano sostenuto, finanziato e promosso e tutti gli artisti, intellettuali e pensatori di valore dell’epoca. 
La consegna di Roosevelt è: “Senza voi tutti, non ce la possiamo fare. Andate in giro per l’America e spiegate alla gente che cosa sta accadendo, che cosa stiamo facendo, perché lo stiamo facendo, perché abbiamo bisogno del loro voto tra 4 anni per evitare la trucida rivincita dell’aristocrazia neo-oligarchica”.
Nasce così il New Deal, non come un’idea da salotto, ma come un piano strategico ben congegnato, pensato, calcolato, che si prevede si debba applicare almeno per 10 anni prima di arrivare alla sua massima estensione.

Così era nel 1930.
Così oggi, nel 2018, dovrebbe essere in Italia, come prospettiva utopica.

Capita spesso di leggere statuti, programmi, progetti, proposte di diverse associazioni, movimenti, gruppi di persone, che si rifanno al New Deal rooseveltiano.
E’ possibile realizzarlo in Italia?
La mia personale opinione è che non è realistico.
La correttezza impone, infatti, (da cui questo lungo post di aneddotica storica) di ricordare ai lettori che l’auspicato New Deal, in Italia, sarà -quindi tempo futuro- possibile solo e soltanto dopo che ci sarà stata l’unica rivoluzione di cui questo paese ha bisogno: l’inevitabile e imprescindibile passaggio dalla nozione del “vale perchè è uno che conta” a quella del “conta perché è uno che vale”.
In un paese dove l’immaginario collettivo è basato e poggia su una nozione di servilismo deferente, di costante omaggio al capo -chiunque egli/ella sia- di scelta condivisa di riconoscimento delle gerarchie basate su concetti che esulano dal merito e non contemplano l’eccellenza in quella specifica mansione, in un paese così un New Deal non è applicabile anche se sarebbe molto utile.
La rivoluzione necessaria consiste in un cambiamento mentale, di prospettiva, che vada a costruire semi per una nuova fioritura culturale nella cittadinanza.
Fintanto che la classe imprenditoriale di questo paese non recupera l’arcano fascino per il rischio impresa, finché un partito, un’associazione, un gruppo, un movimento, un club, una fondazione, non fa un salto evolutivo e passa 
dall’appartenenza alla competenza, 
dall’apparenza alla sostanza, e 
dalla visibilità mediatica ai contenuti, 
si rimarrà sempre nel territorio di chiacchiere gratuite ad uso e consumo di qualche tornata elettorale.
In una società come quella italiana che ha deliberatamente sdoganato gli ignoranti e gli stupidi promuovendo il successo dei falliti, non potrà mai esistere nessun New Deal.
E’ bene saperlo.
Il risveglio della nazione passa attraverso una nuova generazione di pensieri.
Quindi, una nuova generazione di pensanti.
E’ necessario abbattere l’italianità, quel principio che porta a essere compiacenti (anche inconsciamente) nei riguardi di qualcuno che si pensa “utile” e quindi potrà farsi latore di una nostra petizione perché “so che non conta il mio valore ma conta la mia sudditanza”.
Se gli italiani non sono in grado di essere sovrani di se stessi, delle proprie ambizioni, dei propri sogni, pretendendo, esigendo, che vengano rispettati e presi in considerazione, che Senso ha parlare di sovranità?
Se in questo paese persiste ancora, sempre più forte e sempre più diffuso, un imbattibile sentimento servile che fonda e ripropone l’inconscia idea dell’essere sempre e comunque sudditi, chi mai permetterebbe il cambiamento?
Tacciano, quindi, gli imprenditori italiani.
Una recente indagine rivela che su 1750 imprenditori di Confindustria (grandi e medie industrie) l’84% ha ammesso e dichiarato che nella scelta dei dirigenti responsabili neppure leggono il curriculum vitae e non sono neppure interessati alla competenza, ma privilegiano “le conoscenze, le aderenze politiche e se hanno o non hanno un’entratura in uno dei partiti in quel momento al governo”.
In una nazione che ha una classe imprenditoriale che ragiona così, non è possibile fare nulla, a meno che quella classe imprenditoriale si metta in testa di aver preso la strada sbagliata e di essere la vera responsabile di questo inaccettabile declino collettivo.
Per tutto questo ritengo che parlare di New Deal, in Italia, non ha poi tanto senso.
E’ un po’ fumo negli occhi.
Mancano gli esempi.
Mancano i modelli.
Mentre invece il mondo va avanti e alcune società progrediscono, perché il loro tempo lo investono sapendo che frutterà.
Come diceva Ennio Flaiano, ahimè, nel lontano 1960: 
“essere italiani: quale tragica perdita di tempo”

sabato 3 novembre 2018

A proposito del giorno dei morti..............


 


di Sergio Di Cori Modigliani

Commemorando, tra i politici morti, una esemplare figura del nostro recente passato, scomparsa due anni fa.
Democristiana amata e rispettata da socialisti e comunisti.
Cattolica credente, amata e rispettata dai laici.
Veneta di nascita e cultura, amata e rispettata dai meridionali.
Una vita vissuta dentro un mondo tutto maschile dove nessuno ha mai osato mancarle di rispetto.
L'Italia, in un tempo non lontano, era anche così.
Sta a noi, oggi, per il futuro dei nostri figli, saper identificare, riconoscere, coltivare, stimolare e promuovere giovani persone che hanno ereditato quel carattere, quel carisma, quell'inossidabile aplomb dei cavalli di razza.
O meglio, delle cavalle.

In memoriam


Così, due anni fa, il settimanale L'Espresso, in un articolo a firma Adriano Botta, ricordava Tina Anselmi, ricordando ai giovani millennials chi fosse stata e che cosa avesse fatto per la nazione italiana.

Addio Tina Anselmi, partigiana e riformista

Non fu solo la prima donna a diventare ministro, ma soprattutto una grande artefice del welfare italiano. Cercò di fare luce sula P2 e anche per questo poi fu emarginata. Aveva tutte le doti per diventare presidente, ma quando ci fu la possibilità il centrosinistra non ebbe il coraggio di mandarla al Quirinale e le preferì Napolitano  






Addio Tina Anselmi, partigiana e riformista
Tina Anselmi
Ai più giovani il suo nome dice poco o nulla. Del resto aveva lasciato la politica di palazzo - e la capitale, Roma -  da più di vent'anni, e di sua volontà. "Rara avis", in un panorama politico di ministri e parlamentari che spesso restano attaccati alla poltrona finchè possono. Ma lei è sempre stata di pasta diversa: e così era tornata nelle sue terre, il trevigiano, dove finché ne ha avuta la forza ha anche coltivato l'orto.

Peccato che i ragazzi la conoscano poco, Tina Anselmi, morta a quasi 90 anni a Castelfranco Veneto, dov'era nata. Peccato perché è stata una delle figuri migliori della Prima repubblica.

Ancora adolescente, nel 1944 partì con i partigiani (nome di battaglia "Gabriella"), prima come staffetta poi al Comando regionale veneto del Corpo Volontari della Libertà. 

A Liberazione avvenuta divenne maestra elementare, entrando in politica - da cattolica di sinistra - attraverso l'attivismo sindacale.

E nella Dc degli anni Cinquanta- Sessanta, contenitore di tante anime, si fece a poco a poco strada, con la sua determinazione morale e accanto al suo mentore politico, Aldo Moro.

A Chiara Valentini, che l'ha intervistata dieci anni fa per l'Espresso in occasione della pubblicazione della sua autobiografia ("Storia di una passione politica", scritta con Anna Vinci, Sperling & Kupfer), Anselmi spiegava che di Moro ricordava soprattutto «la severità intellettuale».



Raccontava Anselmi: «Fra noi non c'era confidenza. L'avevo visto la sera prima che lo rapissero e forse per la prima volta si era lasciato andare. "Pochi si rendono conto che l'Italia è sull'orlo di un abisso", mi aveva detto guardandomi negli occhi. Non si può dire che non avesse ragione. Non ho nessun dubbio che se non lo avessero ucciso la storia d'Italia sarebbe stata diversa. Sono convinta oggi più di ieri che il suo è stato un assassinio politico. Moro è stato ucciso perché non potesse più influire sul futuro del nostro paese. In quegli anni le cose stavano cambiando. Si è voluto troncare il cambiamento. Certo, non ho prove da esibire in tribunale, ma indizi e fatti che riguardano la sua prigionia e anche quel che è successo dopo. Si è potuto capire da parecchie cose che Moro doveva morire. In quei giorni è cambiata la storia d'Italia, è cominciato un declino che ci ha portato alla situazione attuale».

All'ombra di Moro, Anslemi fu la prima donna a diventare ministro, nel governo di unità nazionale sostenuto (con l'astensione) anche dal Pci, anno 1976. Andò al lavoro e alla previdenza sociale, dove si impegnò per garantire la parità di genere e la concertazione con i sindacati.

Più tardi avrebbe trasferito i suoi principi riformisti al ministero della sanità, contribuendo in modo determinante a realizzare il Servizio sanitario nazionale - pubblico e universale - del quale ancora oggi godiamo. Un pezzo di welfare che spesso diamo per scontato, e che invece non esiste - con le garanzie italiane - nella maggior parte dei Paesi del mondo.

Nel 1981 Nilde Iotti, allora presidente della Camera, le chiese di presiedere la commisssione di inchiesta sulla P2.

Ancora dall'intervista all'Espresso: «Iotti mi chiamò e mi disse: "Tutti mi dicono che sei l'unica su cui non ci sono ombre, non puoi dirmi di no". "Non sono un magistrato, forse non ce la potrò fare", avevo obiettato. Ma la Iotti sapeva convincerti. Avevamo molto in comune, venivamo dalla Resistenza, credevamo nelle istituzioni, avevamo la stessa origine cattolica. In quella commissione abbiamo fatto tutto quel che potevamo. Nell'elenco di Gelli c'era buona parte di quelli che contavano, uno spaccato tremendo del paese. Ho avuto pressioni, minacce, denunce, sette chili di tritolo davanti a casa, era una vita impossibile. Ma c'era anche chi ci aiutava ad andare avanti, come il presidente Pertini, che ha giocato un ruolo molto maggiore di quel che si crede. Anche Wojtyla mi aveva incoraggiato. Una volta che ero a San Pietro il papa mi aveva mandato a chiamare. "Forza, forza", mi aveva detto battendomi con la mano sulla spalla. Conservo la foto di quell'incontro. Quello che mi fa male è che molti uomini della P2 siano passati indenni da quegli anni. Basti ricordare Berlusconi, tessera numero 1.816».

Lasciata la politica attiva e ogni carica pubblica, Anselmi è stata considerata nei  decenni successivi una "riserva della Repubblica", tanto che il suo nome è circolato a più riprese per il Quirinale. In realtà, al netto degli encomi pubblici, a Roma aveva ancora troppi nemici per poter diventare davvero presidente. E i suoi avversari non erano soltanto nella destra di Berlusconi, della quale è stata per un ventennio acerrima avversaria.

Nonostante questo, ancora nel 2006 (scaduto Ciampi), diverse associazioni di base proposero di candidarla al Quirinale.

Il centrosinistra, come noto, le preferì Napolitano.