giovedì 24 aprile 2014

A quando la rivoluzione, in Italia?



di Sergio Di Cori Modigliani

Quand'è che si verifica una rivoluzione?
E come si fa, a innescarla, una rivoluzione?

La parola "rivoluzione" non viene dalla politica, bensì dall'astronomia. E' stata giustamente presa in prestito perchè identifica con esattezza uno specifico processo politico. Indica il movimento dei corpi celesti che ruotano su se stessi e fanno un giro intorno alla stella cui fanno riferimento.Quando ritornano nella posizione originaria, sono diversi, anche se magari non sembra, proprio perchè si è verificata la rivoluzione. La si usava anche per indicare i giri che i dischi al vinile compivano sul piatto d'acciaio: 78 rivoluzioni al minuto, oppure 33, più tardi anche 45.
La caratteristica della rivoluzione, che la rende un concetto così affascinante, consiste nel fatto che vince sempre.
Tanto è vero che si sa con matematica e millimetrica certezza che "si è verificata una rivoluzione" soltanto dopo, mai prima. Nessuno, a meno che non sia un pazzo o un mitomane, può pensare di sè (o dirlo o scriverlo) di essere un rivoluzionario durante il percorso, o prima. Se vince, allora è diventato un rivoluzionario.
Se non vince, è rimasto un rivoltoso.
Le rivolte sono tutte rivoluzioni mancate.
Non è mai esistito, nella Storia dell'umanità, il ricordo di una rivoluzione che non abbia vinto, altrimenti non sarebbe tale.
Il rivoluzionario, quindi, è un vincente. Sempre. Ma lo sa dopo, a giochi fatti. Finchè dura la partita corre sempre il rischio di essere un semplice rivoltoso, il che è tragico.
Per comprendere e definire questo concetto, basterebbe pensare alla frase di George Bush sr., allora direttore della CIA, nel 1978, quando, dopo una riunione con i vertici della sua agenzia con i quali stava affrontando la crisi iraniana da loro sottovalutata, disse imprecando: "Cazzo! Questa non è una rivolta, ma è una rivoluzione. Imbecilli che non siete altro!".
Lo aveva capito. E aveva ragione. 
Gli iraniani non lo sapevano ancora, negli ultimi 30 anni avevano vissuto ben sei rivolte, nessuna delle quali era riuscita a diventare una rivoluzione.Se ne sono accorti cinque minuti dopo, come avviene sempre nelle rivoluzioni.
La rivoluzione politica, quindi, si realizza quando si verifica un cambiamento epocale che modifica l'asse strutturale di una società, riportando l'equilibrio solo e soltanto dopo che si sono verificate delle trasformazioni impensabili fino a poco prima.

Tutto ciò per introdurre il tema del post: tutte queste chiacchiere sulle cosiddette o -ancora peggio- presupposte riforme, le trovo (oltre che noiose da morire) ridicole e fuorvianti. 
La situazione dell'Italia è talmente disastrosa che nessuna riforma, ormai, in nessun campo, sarebbe in grado di poter risolvere alcun problema strutturale.
Per cambiare il paese in meglio, è necessaria una rivoluzione.
Ne esistono di due tipi: una violenta e sanguinosa, che abbatte il sistema politico vigente e lo sostituisce con uno diverso, come sono state quelle castrista, cinese, sovietica, francese, inglese, americana. Non mi piace, non la auspico, non la voglio.
L'altra, invece, è di tipo pacifico e armonioso, quella mi piace e la voglio.
Ma non voglio una rivolta, bensì la rivoluzione.
Quella che si manifesta senza colpo ferire, senza neppure una vittima, un incendio, un incidente, che opera nella realtà e la cambia, perchè va a incidere nella struttura reale della società. Galileo Galilei è stato, ad esempio, un grande rivoluzionario; anche il Dottor Fleming (colui che ha scoperto la penicillina) lo è stato; anche Dante Alighieri, Dostoevskij, Le Corbusier, Enrico Fermi, Alessandro Volta, i fratelli Meliès, ecc.
 Il mondo è pieno, grazie a Dio, di rivoluzionari. 
La rivoluzione pacifica, in ambito politico, comporta -altrimenti rimaniamo nel campo della mitomania o della rivolta e quindi ci si condanna alla sconfitta e alla perdizione- una modificazione comportamentale di 360 gradi, per ritornare alla posizione di equilibrio ma su basi diverse. Per dirla in parole povere: rivoltati come calzini.
La differenza tra il rivoltoso e il rivoluzionario consiste nel fatto che il rivoltoso è mosso dalla rabbia, dal livore, dalla disperazione e ha un'idea molto chiara in testa: la realtà che sta vivendo lo ripugna, lui è indignato, non ne può più, vuole abbattere tutto, senza avere la minima idea di dove andrà a parare; il rivoluzionario, invece, pensa al dopo, ovvero alla progettualità, alla strategia, al cambiamento operativo pragmatico che vuole attuare secondo modalità che il sistema appena abbattuto non consentiva.

Detto questo, mi sembra che non vi sia ombra di dubbio sul fatto che l'Italia è (forse in tutto l'occidente) il paese più lontano in assoluto da qualunque forma di rivoluzione necessaria.
Ne parlano, si usa il termine, ma il fine consiste nell'usurare la parola, svilirla, disossarla, e far credere alla gente che. 
Gli italiani, per motivi ancora non del tutto chiari fino in fondo, hanno deciso di bersela. 
Lo hanno fatto con Berlusconi, con Prodi, con Monti, con Letta, con Renzi.
Lo avevano fatto anche con Berlinguer. 
Tutte queste persone elencate, sono state citate, vissute, e identificate come rivoluzionari.
Il che è falso. Sono tutti dei falliti,  in quanto rivoluzionari, ma hanno avuto un enorme successo (ciascuno secondo le proprie modalità) come dei rivoltosi sui generis.
I conti con le rivoluzioni si fanno dopo: non esistono rivoluzioni abortite, rivoluzioni a metà, rivoluzioni così così, mezze mezze. O la rivoluzione c'è o non c'è.
A questo punto è immancabile l'intervento di qualcuno che dice: "eh! Si sa, il mondo va così, le rivoluzioni non esistono più ormai".
Non è vero. 
Esistono eccome, e seguitano a esistere.
Il fatto che non le si conoscano non vuol dire che non ci siano.
Le rivoluzioni si possono anche esportare, mai imporre. Si esporta il modello che serve come stimolo, il cui fine consiste nell'alimentare l'ispirazione che poi produce cambiamenti autoctoni.
I Beatles, ad esempio, sono stati dei rivoluzionari, non vi è alcun dubbio. 
In America (per gli americani) lo è stata a suo tempo anche Madonna perchè il modello identificativo proposto ha comportato un radicale mutamento nella comportamentalità degli statunitensi, soprattutto il genere femminile.
Gli americani, in questo momento, stanno vivendo una fase molto interessante del loro percorso e da oltreoceano arrivano di continuo segnali confortanti (per loro) che indicano un cambiamento di rotta epocale, per alcuni tratti rivoluzionario. Qui, non se ne parla neppure. Basterebbe porsi una domanda secca: "Come mai noi italiani dagli Usa abbiamo sempre importato soltanto il peggio? Come mai noi ci ingozziamo come tacchini di tutte le schifezze colonialiste che l'America produce e ci impone con la violenza e il ricatto ma non siamo capaci e in grado di importare anche il loro vento rivoluzionario quando esso si manifesta? Perchè ci becchiamo soltanto gli osceni F35 ma non gli scatti evolutivi e risolutivi?".
In California stanno avvenendo diversi episodi di grande rilevanza dal punto di vista sociale, iniziati alla fine dell'autunno del 2012.
La California è da sempre un gigantesco laboratorio sperimentale.
In Usa si dice: "Quando arriva una novità dalla California, esultano il diavolo e il buon Dio: sanno che uno dei due vincerà di sicuro".
Perchè il peggio e il meglio della civiltà occidentale, negli ultimi 50 anni, è venuto da lì.
Noi, qui, importiamo soltanto la parte diabolica, quella mercatista, consumista, la peggiore.
Raccontai l'episodio cardine quando si verificò, il 5 novembre del 2012, ma non ebbe alcuna risonanza. L'Italia è molto lontana da quella modalità d'approccio.
Ecco il fatto:
la California è uno stato molto ricco, contribuisce per il 22% al pil nazionale. Se fosse una nazione, sarebbe la quinta potenza al mondo. Il loro pil è pari a quello dell'Italia, Spagna, Portogallo e Grecia messi insieme, intorno ai 3.500 miliardi di dollari l'anno. Nel 2012, in seguito alla crisi, il bilancio statale ha sofferto di una crisi di liquidità che ha spinto il governatore ad attuare tagli lineari nell'istruzione pubblica, nella ricerca scientifica e negli incentivi per giovani laureati provenienti da famiglie disagiate. Si è scatenato un grande dibattito tra le forze politiche e intellettuali californiane che ha dato vita a un referendum votato il 4 novembre del 2012. Il testo diceva: "Siete favorevoli o contrari all'aumento fiscale di un'aliquota una tantum, nell'ordine del 12%, per tutti i residenti i cui introiti superino 1 milione di dollari all'anno, con la specifica che la somma ottenuta verrà investita al 100% per impedire la privatizzazione dell'istruzione, impedire la chiusura di 450 centri universitari consentendo di elargire 25.000 borse di studio a giovani laureandi meritevoli e d'eccellenza?". I primi sondaggi (effettuati alla fine di settembre) davano il 70% a coloro che erano contrari alla tassazione. 
Nessuno va a votare chiedendo un aumento delle tasse, era dato per scontato. L'astensione era data intorno al 65%.. 
Ma a ottobre avvengono episodi inauditi.
Le più ricche e famose famiglie di Los Angeles, Santa Monica, Malibu, a proprie spese, cominciano a fare campagna elettorale a favore della tassazione, soprattutto attrici e attori di Hollywood, da George Cloonery a Jane Fonda, da Sigourney Weaver a  Matt Damon, da Steven Spielberg a Nicholas Cage, i quali spiegavano in televisione che per loro era inaccettabile l'idea di vivere da super ricchi circondati da un insostenibile disagio esistenziale. Negli altri stati, soprattutto a New York e in Florida, li prendevano in giro con accanimento sostenendo che in California si era diffusa una nuova droga che dava allucinazioni. Il referendum ha visto l'abbattimento dell'astensionismo e la vittoria della mozione pro-tasse con il 59% dei voti. Una settimana dopo, il governatore annunciava di aver radunato 24 miliardi di dollari grazie all'esito referendario, sufficienti a salvaguardare l'intero sistema di gestione dell'istruzione pubblica sia umanistica che scientifica fino al 2017. 
Nessun media ha neppure parlato dell'argomento, considerata una stranezza californiana.
Ma due mesi dopo, i più attenti, si sono resi conto che era stato piantato il germe di una rivoluzione pacifica. 
E come in ogni rivoluzione che si rispetti, lo si sa sempre dopo.
Quell'evento ha determinato un cambiamento radicale di ottica e di prospettiva che ha incentivato gli investimenti restituendo ottimismo pragmatico perchè il dibattito è passato dalla discussione su "come abbattere il debito pubblico dello Stato" a quello, invece reale "come affrontare il problema della re-distribuzione della ricchezza".
Questa è la rivoluzione.
Perchè questo è l'unico vero problema.
Non 80 euro regalati a un mese dalle elezioni, che valgono quanto la carità vaticana nel 1500.
Sarebbe possibile cominciare a parlare in Italia di eventi simili, copiabili?
Non credo.
Papa Francesco ha suggerito di "mettere in campo la creatività per affrontare i gravi problemi del disagio sociale".
La creatività è questa, inventata nel luogo che ha inventato il tablet, yahoo, amazon.
Serve un nuovo parametro sociale, un nuovo approccio sicologico, una diversa comportamentalità esistenziale.
Servirebbe un sindacato che annuncia con geniale creatività rivoluzionaria di aver scelto di restituire collettivamente allo Stato gli 80 euro con la dizione "non vogliamo la carità, vogliamo una strategia strutturale" e quindi aprire un dibattito tra tutte le forze politiche per andare a riempire il tragico e gigantesco vuoto prodotto dal genocidio culturale perpetrato negli ultimi 25 anni. 
Il sindacato, in Italia, non lo farebbe mai, non è certo un caso che siano proprietari di uno spropositato numero di immobili sui quali non pagano tasse. Basta questo, per rendersi conto della confusione che regna in questo paese.
Ci vogliono idee operative, immediate, efficaci ed efficienti.
Un grado e un grammo di meno portano indietro il paese.
Buon Senso e Buona Volontà -valori della tradizione moderata italiana- paradossalmente sono diventati in questo paese il vero nutrimento della rivoluzione di cui abbiamo bisogno.
O cambia il comportamento esistenziale dal punto di vista psicologico di tutti, a cominciare dalla classe dirigente, imprenditoriale, sindacale, oppure seguiteremo a passare da una illusione a un'altra, da una mossa truffaldina a un'altra mossa truffaldina.
E se alle prossime elezioni europee vinceranno ancora Berlusconi, Renzi e i soliti noti, allora vorrà dire che gli italiani, in realtà, non esistono più.
E' nata una nuova etnia, ignorante e poco intelligente, cosa che gli italiani non erano.
Come sosteneva Charles Darwin, "la specie che si evolve, quella più intelligente, non è la più forte o la più sana, ma quella che più di ogni altra è in grado di sapersi adattare ai cambiamenti".
Quindi, ci si adatta al cambiamento e si evolve. Tutti insieme.
Oppure ci si adatta alle chiacchiere degli imbonitori di turno, Berlusconi o Renzi, l'uno vale l'altro. Si salveranno in pochi, pochissimi.
A mio avviso, non si tratta di soldi, di qualche euro in più o in meno.
Si tratta della sopravvivenza di una intera civiltà.
Ma non potete aspettarvi che ve lo vengano a spiegare quelli che la stanno distruggendo, perchè dal dissolvimento della Bella Italia ne traggono un loro squallido vantaggio finanziario.
Tutto qui.
California dreaming!

Festeggiare il 25 aprile come data della liberazione dall'invasione nemica e come la fine della guerra, a me sembra un ossimoro pornografico che mi indigna e mi scandalizza.
Nella guerra ci siamo dentro fino al collo: è lo scontro tra chi vuole imporre una idea monarchica della vita, pretendendo dai propri sudditi deferenza e riverenza, e i cittadini ai quali dare la guazza di qualche briciola, purchè se ne stiano buoni e zitti: obiettivo finale della guerra è quello di non modificare in alcun modo l'assetto strutturale del sistema vigente.
La guerra c'è, solo che non si vede.
A questo serve la truppa asservita della cupola mediatica: a nascondere la realtà.

Intanto, sul pianeta Terra, c'è già chi ha capito come fare e cosa fare per evolversi verso nuove forme di sopravvivenza collettiva, esistenzialmente sostenibili, spiritualmente forti, culturalmente corpose.

Perchè non cominciamo anche noi a pretendere di andare verso il futuro?
Se non cambiamo noi, dentro, come possiamo pretendere che cambi la nostra realtà? 

buon week end a tutti.





mercoledì 23 aprile 2014

Ma lo sappiamo dove stiamo andando? E a fare che?


di Sergio Di Cori Modigliani

Alla fine degli anni'70, per l'ultima volta nel secolo XX, in Usa si scatenò un forte e succoso dibattito culturale relativo all'imminente futuro della cultura occidentale e dei destini della cittadinanza. Nonostante il comunismo sovietico fosse ancora "ufficialmente" in buona salute e molto saldo, era ormai chiaro a tutti che stava iniziando il suo totale declino e sarebbe imploso prima della fine della successiva decade. Ci si interrogava, dunque, su come la società si sarebbe evoluta e come sarebbe stato affrontato il dibattito politico, sia in usa che in Europa, una volta mandata in pensione la guerra fredda. Mentre i liberal della sinistra affilavano le loro armi, la destra conservatrice si fondeva compatta intorno a Milton Friedman, ai cosiddetti Chicago boys, e gettava le basi per costruire il mondo nel quale oggi ci troviamo a vivere.
Noi siamo il sogno realizzato di quella strategia: questo era il mondo che volevano costruire.
Come aveva già sentenziato, un secolo prima, il grande scrittore francese Victor Hugo: "L'inferno quotidiano dei poveri e dei disoccupati è il paradiso giornaliero delle ricche oligarchie del privilegio garantito".
Oggi, anche la massa comincia ad acquistare sempre di più la consapevolezza dello stato delle cose attuali.
Fu la pubblicazione, nell'autunno del 1978, di un eccezionale e visionario saggio di uno dei più profondi e creativi sociologi del tempo, Cristopher Lasch, vero maitre a penser della intellighenzia statunitense dell'epoca, a dare il via.  "The culture of narcissism" (tradotto in italiano con il titolo "L'età del narcisismo")  arrivò in libreria lanciando il dardo incandescente che accese la polemica. Basterebbe già il titolo per comprendere l'esattezza della sua tragica previsione, a meno che non si fosse subito corso ai ripari. Ma ormai era troppo tardi. 
In un celebre editoriale pubblicato per l'occasione sull'inserto domenicale del New York Times, il pensatore americano parlava dell'Italia, degli italiani, del modello sociale italiano, descrivendo la nostra nazione come la punta d'avanguardia di un gigantesco laboratorio civile che ben faceva sperare. Il nostro paese era, allora, considerato la punta più avanzata, la più sveglia, la più creativa, la più colta, la più stimolante, e quindi anche la più caotica (qui inteso in senso positivo) dalla quale prendere esempio per andare a costruire un sistema evolutivo del prossimo futuro. Lasch paragonava i dati dei valori consolidati delle due nazioni, laddove in Italia al primo posto c'erano l'erotismo e la sessualità, seguito dalla libertà civile, dall'autonomia, dalla cultura, dalla famiglia, dall'eleganza, e infine al settimo posto il danaro. 
In Usa, invece, per la prima volta dopo 50 anni, il danaro era finito al primo posto, seguito al secondo posto da una novità per quei tempi inconcepibile (motivo che aveva stimolato in lui l'ispirazione per scrivere quel bel testo): la visibilità e il culto dell'immagine; al terzo posto l'idea del sogno americano, al quarto posto la libertà d'impresa.
Da allora, sono trascorsi quasi 40 anni, e le cose -grazie al successo del piano operativo della P2 orchestrato e pianificato proprio in Usa-  non sono andate come il prof. Lasch auspicava, o meglio, paventava, pensando -da grande utopista meritevole- che la gente avrebbe capito in tempo i rischi del trionfo dell'interpretazione liberista di un mondo mercatizzato. Oggi, purtroppo per noi (dato che stiamo in Italia) le parti si sono rovesciate. Per il terzo anno consecutivo, in Italia, il danaro rimane consolidato al primo posto dei valori cardine dell'esistenza, seguito dal cibo, dal lavoro con contratto indeterminato, dalla famiglia, dalla fama e notorietà, dai viaggi, con l'erotismo e la sessualità scesi al settimo posto.
In Usa, invece, per il terzo anno di seguito, il danaro (dal primo posto che occupava dal 1980 al 2011) è sceso al quarto posto. Al primo c'è la piena occupazione, ovvero il lavoro ma a condizione che sia per tutti; al secondo l'indipendenza e l'autonomia, al terzo la felicità degli affetti e del sentimento,.e al quarto resta ancora solida la notorietà legata alla propria immagine,  
La rivoluzione esistenziale, in America, è stata lanciata da un poliziotto. Incredibile ma vero.
E da quel passaparola è nato occupywallstreet, il movimento politico senza leader che ha iniziato a sconvolgere i trionfali piani dell'oligarchia finanziaria.
L' ho già raccontato in un vecchio post. E' accaduto nell'agosto del 2011, quando un sergente della contea di Dade, nello stato della Florida, è andato con i suoi agenti a buttar fuori di casa degli inquilini perchè la banca glie l'aveva pignorata. Davanti a quella tragedia esistenziale, il poliziotto si rifiutò di eseguire l'ordine. Nel suo rapporto ai superiori, che preparò per il processo -dopo essere stato licenziato per insubordinazione al comando- scrisse "fuck the money". L'aspetto decisivo che agì da detonatore sociale fu il fatto che il giudice della modesta contea lo assolse, dato che la banca pretendeva da lui i danni. E così la notizia uscì in un giornale di New York, a Manhattan, sul The New York Post, e una settimana dopo iniziavano i primi sit in a Broadway, davanti all'ingresso di Wall Street.

Questa era una necessaria premessa per commentare due dichiarazioni di carattere economico della giornata. La prima relativa  all'Italia, dato che l'Istat ci ha informato che dal 2009 a oggi le famiglie italiane hanno perso circa 70 miliardi di euro complessivamente; che la disoccupazione aumenterà nel 2014 toccando la punta del 14,2%, ma (secondo loro sarebbe una bella notizia) nella seconda metà del 2015 comincerà a scendere. La seconda notizia riguarda gli Usa dove, questa mattina, la governatrice della Banca Centrale Janet Yellen ha dichiarato in conferenza stampa "L'obiettivo prioritario del mio ufficio è la piena occupazione; entro la fine del 2015 prevediamo di portarla al di sotto del 5%. Consideriamo il lavoro e un mercato che offre occupazione molto più importante del debito pubblico, che in questo momento non interessa al mio ufficio. Quando avremo raggiunto di nuovo la piena occupazione, allora possiamo riparlarne". Fine del comunicato.

Non c'è da meravigliarsi. 
In Italia, ormai, si parla solo e soltanto di danaro, anche -direi soprattutto- in parlamento. Non esiste nessuna organizzazione politica che investa una giornata per affrontare temi che non siano legati ai soldi. Iniziano il mattino presto con i seguitissimi talk show mattinieri dedicati al danaro dove partecipano politici che si affrontano tra di loro e parlano soltanto di soldi. Dopo, verso mezzogiorno, dai soldi si passa ai cuochi: fine dell'offerta culturale italiana.

Osservando e analizzando i media, si comprende perchè il paese sia messo così male.
I soldi fanno audience, in Italia. Il danaro è diventato gossip: quello vero per chi ce l'ha e ne vuole ancora di più. Quello fantasticato, da chi non ce l'ha ma lo vorrebbe e non vede l'ora di averlo. 
La campagna elettorale per le europee è di una volgarità al ribasso allarmante: ruota solo e soltanto intorno a questioni di soldi, aliquote, percentuali, grafici, e agli italiani è stato fatto credere che il paese cambierà se passerà una "certa" linea economica, se verranno spostati dei soldi dal punto A e trasferiti al punto B:  come farlo, quando e dove. E' diventato un paese di ragionieri contabili, di fiscalisti, di consulenti del lavoro. I commercialisti hanno sostituito i fotografi paparazzi e i promoter. Questa agghiacciante variazione dello stesso tema ha fatto pensare che il berlusconismo sia finito e mandato in pensione, dato che invece di ascoltare l'idea del mondo raccontata da Lele Mora o Fabrizio Corona, la si ascolta raccontare a qualcuno -membro della consorteria dei cosiddetti esperti opinionisti- che ci spiega come il 2% in più o in meno cambierà la vita quotidiana di tutti noi. Non si parla di nient'altro.
E' una vita mercatizzata: esattamente ciò che ha voluto Berlusconi e coloro che lo hanno sostenuto.
Ma il paese sembra non rendersene conto, o- il che è peggio- sembra sguazzarci dentro rassicurato dal fatto che invece di perdere tempo a parlare dei grandi numeri si parli dei piccoli numeri.
Seguendo questa strada, l'Italia forse si riprenderà pure un giorno, io questo non lo so, ma non sarà più l'Italia, sarà un qualchecosa di diverso, snaturata nella propria mancanza di identità.
Ricordo i racconti dei miei genitori e dei miei nonni sull'Italia nel 1946 quando di soldi ce n'erano davvero molto ma molto pochi e per pochissimi, quindi ce n'era un grande bisogno. Loro, a quei tempi, non parlavano sempre di soldi, perchè sentivano emotivamente che il peggio stava alle loro spalle: le bombe, la guerra, i morti, la disperazione e quindi non vedevano l'ora di metterci una pietra sopra e piroettarsi nel futuro.
Volevano prendere le distanze dal passato.
La mia idea sugli italiani di oggi è (da cui i topi di laboratorio del precedente post) che in verità vivono tutti immersi in una angosciante nostalgia e vogliono ritornare al passato, altrimenti non si spiegherebbe l'attuale promozione della versione odierna della Democrazia Cristiana. Forse vogliono anche i fascisti e anche i comunisti, così, tanto per gradire.
Invece di prendere atto che l'attuale fallimento è il prodotto di perduranti errori compiuti nei decenni precedenti, si cerca di riannodare le fila di quei decenni per ritornare a un tempo che fu. E così facendo, senza accorgersene, il paese si sega le gambe da solo.

Si cambia e si migliora soltanto se si va verso il futuro.
Con tutti i rischi che comporta, ben vengano.
E senza idee, senza progettualità, senza cultura, senza istruzione, senza competenze, non esiste nessun futuro. Si è condannati a scannarsi per delle briciole ricavate da piccole fette di torta cotte a puntino da chi vuole che si parli soprattutto di danaro, che è il loro cavallo di battaglia perchè di questo vivono. Sulla pelle di tutti.

Dobbiamo cambiare tutti ottica e prospettiva, altrimenti, se non si interviene sul dibattito quotidiano delle esistenzialità ritornando a dibattere sui diritti, sulla cultura, sull'arte, sull'amore, sull'erotismo, sulla fantasia, sull'immaginazione, sulla passione, sul sogno, che sono il pane di ogni impresa e di ogni investimento di ricerca, si finirà per credere che se a settembre in busta paga ci saranno 93 euro invece che 80 oppure 57 invece che 80, allora sarà diverso.
Perchè mai dovrebbe essere diverso se gli italiani sono uguali?
Perchè mai dovrebbe esserci un cambiamento se a decidere sono i custodi del passato?
Perchè mai si dovrebbe andare nel futuro se si seguono indicazioni di persone venute dal passato, che guardano al passato, che sono figlie del passato, e pensano di darla a bere a una intera nazione soltanto perchè usano i mezzi di comunicazione tecnologica trendy?
Si chiamano "mezzi" proprio per questo: sono strumenti piatti e niente di più.
Uno scemo che usa il web e twitta, rimane uno scemo. 
Stanno facendo credere al paese che il cambiamento passa attraverso la scelta dei mezzi.
E così, i topi non pensano più ai fini.

A me, personalmente parlando, interessa dibattere e discutere dei fini, non dei mezzi.

Io ho voglia di andare nel futuro.






venerdì 18 aprile 2014

Uomini e topi: la vera scelta esistenziale.

"Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà....
A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti
."


                                                                                                               Primo Levi



Post pasquale. 
Dedicato a tutti coloro che credono in una possibile Resurrezione del proprio Sè umano.

Ieri notte, lo scrittore Gabriel Garcia Marquez se n'è andato per sempre.
In Colombia, dov'era nato e vissuto, il governo ha dichiarato il lutto nazionale per tre giorni.
Sulla sua tomba, come da lui richiesto, verranno messe due fotografie: quella di Mercedes, la sua fedele compagna di tutta la vita, e l'immagine della squadra di calcio del Medellìn l'ultima volta che ha vinto lo scudetto, essendo lui un accanito tifoso di questo sport.
A Buenos Aires, Lima, Montevideo, Città del Messico, L'Avana, in tutto il continente americano di lingua spagnola, la radio e la televisione hanno interrotto le trasmissioni correnti per dare l'annuncio della sua dipartita verso il Grande Mistero Terrestre.
Lo piange, a ragione, un intero continente.

Perchè Gabriel Garcia Marquez li ha sdoganati, imponendo all'attenzione planetaria l'esistenza di quella cultura, di quei popoli, di quelle etnie, e tutti i governi -consapevoli di questo fatto- glie lo riconoscono oggi ufficialmente.
Il libro che lo ha proiettato alla curiosità mondiale era un romanzo, si chiamava "Cent'anni di solitudine" e venne pubblicato a Bogotà nell'aprile del 1967, quasi cinquant'anni fa.
Fino a quel momento, il Sud America non esisteva nella consapevolezza e nell'immaginario collettivo dell'Europa e degli Usa, i veri produttori di trend, mode, ideologie, passioni collettive.
I due più importanti scrittori sudamericani,  Cortazar e Borges (entrambi argentini) erano apprezzati, riveriti e seguiti, soltanto da un ristretto numero di lettori colti, di cui pochi nel continente americano, anche perchè Cortazar abitava per lo più a Parigi dove si occupava di surrealismo e Borges amava soggiornare a Londra dove teneva delle conferenze per lo più parlando dell'Iliade e di esoterismo alchemico. 
Marquez seguiva un altro percorso, fedele ai quattro cardini propulsivi della sua vita, come lui ci ha confessato "le quattro grandi passioni che mi hanno da sempre animato e sorretto: le femmine, la politica, la letteratura, il calcio".
Nel febbraio del 1966, quando l'America, dal Messico al Polo Sud, era in grande ebollizione sociale e si stava diffondendo una massiccia coscienza collettiva anti-imperialista, un mattino, Marquez aveva annunciato alla sua fidanzata Mercedes "Vado a Parigi a scrivere un libro, un passaporto per tutti noi, ho bisogno di mettere una distanza tra me e la mia America: vado a mettere la testa nella bocca del leone aristocratico. Se mi aspetti, quando torno, ti sposo".
Lei gli disse:"Va bene, se  per te è così importante, vai pure. Ti aspetterò un anno".
Undici mesi dopo, le spedì un telegramma: "Torno tra una settimana per cercarmi un editore, la moglie l'ho già trovata: prepara pure le carte e dai l'annuncio alla tua famiglia".
Il suo romanzo venne tradotto subito in tutto il mondo, ottenendo un enorme successo dovunque.
E il Sud America, grazie a quel libro, finì sulle prime pagine di tutti i giornali del pianeta.
Fino a quel momento, la lettura di quel continente era stata sempre e soltanto di matrice europea e statunitense, con un santino collettivo autoctono -il dottor Ernesto Guevara, detto "El Che"- che era diventato un'icona pop del marketing giovanile, un manifesto da incollare al muro sopra al letto, accanto a quelli di John Lennon, Jimmy Hendrix, il generale Giap e Lenin. 
Quel romanzo, invece, proiettò sulla scena mondiale, per la prima volta, l'idea della diversità globale, l'esistenza di una cultura territoriale che era stata capace e in grado di coltivarsi, di affermarsi nei secoli, alchemizzando dentro di sè l'eredità del colonialismo europeo accompagnata dalla consapevolezza di essere niente di più che schiavi poveri, ma regalandole il recupero di una tradizione autoctona che la critica definì "realismo magico".
Aprì una nuova stagione della cultura politica occidentale, quella che, di lì a breve, avrebbe portato l'intero continente sudamericano alla rivolta e all'aperta ribellione contro i colossi della finanza globale anglo-franco-italiano-statunitense, finita nei primi anni '70 in un bagno di sangue, perchè il Sud Aamerica stava diventando un pericoloso esempio di una alternativa possibile, reale e realistica, alla logica del capitalismo consumistico euro-atlantico.
Marquez fu il collante di quella grande epopea, il grande megafono, la voce del popolo, di quelli che lui amava definire "i grandi afoni cancellati dall'aristocrazia europea". Da allora, fu sempre protagonista della scena politica e della cronaca, anche quella gossip, come nel 2001 quando per mesi e mesi in tutto il Sud America si parlò di un piccolo evento, accaduto a Bogotà, ma che divenne il nutrimento di una gigantesca polemica collettiva sui diritti civili, animata dalla femministe sudamericane: in un settimanale locale pop, infatti, nella rubrica degli annunci era comparso il seguente trafiletto: "Scrittore molto famoso, che va per gli 80 anni, cerca femmina armoniosa e sensuale, di etnia sudamericana doc, disposta ad accompagnarlo per andare ad assistere agli allenamentri della squadra di calcio della nazionale". I giornalisti colombiani impiegarono molto poco tempo per capire che era lui e il fatto divenne di pubblico dominio. Intervistarono la sua compagna che dichiarò "Cosa volete che vi dica? C'è chi prende il viagra o la cocaina e c'è invece chi mette annunci, i maschi sono bambini fatti così". Ancora ne parlano, in certi ambienti.
Qualche mese fa, quando presenziò alla festa di lancio ufficiale dei mondiali di calcio gli chiesero quali fossero gli eventi più importanti avvenuti nel secolo XX in Colombia.
Marquez rispose: "Non vi sono dubbi: la pestilenza della colera nel 1922, l'esplosione de La Violencia nel 1948, la pubblicazione del mio romanzo nel 1967 e la vittoria della Colombia per 5-0 contro l'Argentina nel 1993. Il fatto è che tutto ciò è assolutamente vero e documentato".
Il Sud America piange, oggi, la sua dipartita.

C'era un tempo in cui esistevano gli scrittori.
"I tempi sono cambiati, gli scrittori non servono più" sostengono alcuni.
Non sono d'accordo.
I tempi non sono cambiati affatto, sono identici al 1967, al 1754, al 1306, al 162.
Sono cambiate le mode, gli stili, le abitudini, le comunicazioni, le modalità, gli usi e i costumi.
Ma la Specie Umana è rimasta al palo, altrimenti sarebbe per noi incomprensibile la lettura della Antica Bibbia, mentre invece la si può godere ancora oggi, leggendola, coma la cronaca attuale del costante dissidio tra l'arroganza di un ristretto gruppo di arroganti prepotenti privilegiati e il resto dell'umanità -cioè la maggioranza- che si ribella a questa idea.
Noi siamo in grado di divertirci, ancora oggi, quando leggiamo Otello di Shakespeare, perchè esiste ancora il femminicidio e le donne vengono strozzate senza alcun motivo, così come esiste ancora, nel meccanismo sentimentale dei potenti, la diabolica ipocrisia dei Jago di turno. 
A questo servono gli scrittori.
A ricordare alla gente come siamo, che cosa siamo, da dove veniamo, ma soprattutto dove stiamo andando e dove possiamo andare, mantenendo intatta la gloriosa speranza di poter arrivare un giorno a fare quel salto che renderà l'epopea di Caino e Abele un evento del nostro passato collettivo di specie: per il momento stiamo ancora lì, alla pagina tre della Bibbia.

Non esiste, e non è mai esistita, nessuna società che a un certo tempo si sia evoluta, abbia realizzato un piccolo passo avanti, sia progredita, senza avere dietro una poderosa classe intellettuale di scrittori, di artisti, di pensatori, soprattutto di narratori.
Nella sua monumentale e splendida autobiografia, Harry Truman raccontava come, una sera, parlando con Roosevelt e Keynes, il presidente Usa avesse loro confessato: "Siamo sinceri, non ce l'avremmo mai fatta se non fosse stato per Dos Passos, Saroyan, Caldwell, soprattutto Steinbeck. Senza di loro, l'America non avrebbe capito. Soprattutto non lo avrebbe mai saputo".
Così come Marquez sconvolse in positivo il popolo sudamericano nel 1967, così, esattamente 30 anni prima, nel 1937, la società americana era rimasta sconvolta dalla lettura del romanzo "Uomini e topi" di John Steinbeck. Era la prima volta che i reietti dell'umanità diventavano protagonisti assoluti di una storia popolare in Usa, bianchi di pelle, provenienti tra l'altro da quella classe media che aveva creduto nel paese del sogno e delle opportunità, falcidiati dalla speculazione dei colossi della finanza che nel 1929 avevano fatto implodere la nazione provocando una catastrofe economica planetaria. Uomini ormai privi di dignità e di identità, costretti a vivere come topi,l'animale più vorace e bulimico esistente sul pianeta, che si intrufola dovunque pur di mangiare, che si adatta a ogni circostanza, a ogni ambiente, e che porta nel suo bagaglio genetico super immunizzato i germi di malattie contagiose in grado di sterminare l'umanità. "Siamo uomini o topi?"  scrisse il giovanissimo Walter Cronkite sul New York Times "condannati alla mera sopravvivenza deambulando in cerca di cibo o meritevoli della dignità che solo e soltanto dal riconoscimento della nostra espressione nel lavoro ci può essere garantita?". Il dibattito intellettuale dell'epoca ruotò di 180 gradi e passò d'un colpo dall'economia ai diritti civili, alla discussione sulla salvaguardia della propria Cultura, come sarebbe accaduto 30 anni dopo in Sudamerica dopo il libro di Marquez. 
Hollywood saltò subito in groppa al trend lanciando una nuova star, Henry Fonda, nel film tratto dal romanzo. Uscì l'anno dopo anche in Italia, nonostante lo sbarramento del fascismo dinanzi alla produzione letteraria oltreoceano. Fu grazie all'elegante attività di un nobile dell'epoca (sia di censo che di animo) il conte Valentino Bompiani, il quale chiese al ministero il permesso di tradurlo, dando la commessa "a una delle migliori intelligenze fasciste in circolazione", ottenendolo immediatamente. Uscì in una mirabile versione, per i tipi di quella casa editrice alle prime armi, tradotto da Cesare Pavese, noto a tutti, negli ambienti colti, per essere un intellettuale anti-fascista della buona borghesia torinese.
Approfittando della mancanza di informazioni dell'epoca, il regime italiano lo presentò sostenendo che si trattava della descrizione della povertà della vita americana, una società descritta allora da Telesio Interlandi su "La difesa della razza" come un mondo "ormai giunto al declino e alla fine ingloriosa e vile della loro parabola storica". Ma il romanzo cominciò a circolare e a essere discusso da menti pensanti che sapevano come presentarlo e pochi mesi dopo venne tolto dalla circolazione. Il conte Bompiani fece in tempo a fuggire a Parigi prima di essere arrestato. Nel 1940 veniva bollato come "romanzo pericoloso per la cultura nazionale".

Quaranta anni dopo, nel 1977, presentando a Dallas, nel Texas, il suo programma di "rinnovamento planetario per il risveglio delle coscienze d'occidente" un senatore del Partito Repubblicano Usa, Powell, diffondeva il suo "memorandum", di cui consiglio a tutti, caldamente, la lettura (lo trovate dovunque in rete sotto la dizione di memorandum di Powell) nelle cui pagine spiegava la fondamentale importanza che aveva assumere il controllo mediatico del pianeta, occupare i centri nevralgici universitari, impossessarsi dei quotidiani e delle televisioni e comprare con danaro sonante gli intellettuali e gli artisti per impedire che producessero materiale di strumentazione critica che potesse stimolare il ragionamento. In quella occasione si parlò anche dell'Italia, considerata la piattaforma ideale, vero e proprio laboratorio. I grossi colossi finanziari dell'epoca erano disponibili a sostenere l'enorme sforzo economico richiesto. Il piano relativo al nostro paese venne affidato quindi, nella sua esecuzione piatta, a un materassaio di Frosinone, Licio Gelli, che provvide a costruire la rete italiana, affidando all'inizio, dal mio punto di vista, a Maurizio Costanzo il compito ufficiale di idiotizzare la massa, prima attraverso il lancio sperimentale di un quotidiano popolare ad altissima tiratura, da lui diretto, che si chiamava "L'Occhio", e poi attraverso la televisione. 
E infatti avvenne, per filo e per segno.
Il resto è storia nota a tutti.
Così, poco a poco, l'Italia ha cominciato a trasformarsi disossandosi, snaturando la propria ricca e invidiabile tradizione culturale. Per diventare il paese che è oggi, la nazione più ignorante e dormiente di tutto l'occidente, la più corrotta di tutte, quella più deprivata di competenza professionale, quella con il più alto tasso di analfabetismo di ritorno, con il più basso indice di lettura e un trend attuale verso il peggioramento, con un sistema editoriale finanziato e sorretto da enti statali e governativi presieduti da funzionari di partito che quel piano dovevano portare avanti. Un paese privo di editori pensanti e competenti, divenuti impiegati di consorzi bancari, ma soprattutto un paese dove non esistono quasi più intellettuali critici, artisti, scrittori, disposti a svolgere la propria mansione e funzione interpretandola come responsabilità civile, dediti soltanto alla deferenza servile, peraltro ben pagata. 
Un paese privo di megafoni, è condannato a produrre un esercito di eroi afoni, dediti a una inutile divulgazione, perché quando non ci sono più voci, anche l'udito si adatta e quindi si spegne. 
Se nessuno parla più né scrive, poco a poco scompaiono le orecchie e il pubblico.
E' l'offerta culturale che crea e determina la qualità della domanda.
Il senatore Powell a Dallas, a metà degli anni'70, lo spiegò con accurata precisione chirurgica.
Così ci hanno trasformato in topi.
E' ciò che siamo diventati.
Topi di destra, topi di sinistra, topi credenti, topi atei, del nord e del sud, maschi e femmine.
Pronti a reagire come nei laboratori di ricerca alla banalità dello stimolo-risposta, sempre a caccia di cibo, irretiti nella bulimia del narcisismo, senza più storie interessanti da ascoltare, senza più storie istruttive da leggere.
Possiamo uscire dall'euro domattina, o restarci per altri 22 anni, non cambia nulla.
Possiamo tenerci Matteo Renzi per altri quattro anni, oppure sostituirlo con un altro tra sei mesi, come ha fatto lui con Enrico Letta e come aveva fatto Letta con Mario Monti, non accadrebbe nulla. Sono intercambiabili. 
Si nominano tra di loro.
Si chiama Sindrome MM, acronimo che sta per Maquillaje Mediatico.
L'altra faccia della medaglia, che è speculare, sta per Mafia Mentale.
Comprensibile per chiunque abbia la voglia e la volontà di voler comprendere.
E' così, ed è inutile illudersi che possa essere diverso, si andrebbe incontro a cocenti delusioni. L'unica modalità scientifica per evitare una delusione consiste nel non covare illusioni, bensì lavorare sulle certezze. 
E noi italiani, volendolo, ne abbiamo eccome!
Un paese che candida alle elezioni indagati, condannati, ignorantoni, individui privi di ogni merito e di ogni competenza tecnica, indifferentemente maschi o femmine, settentrionali o meridionali, si condanna da solo al suo inevitabile tramonto.
E' di una banalità quasi ovvia.

Questo post è dedicato a tutti i miei connazionali cristiani per celebrare la Santa Pasqua.
Al di là della scampagnata e degli aspetti spiritualmente intrinsechi della festività, sarebbe bello cogliere anche la grande metafora che si nasconde dietro l'immagine della resurrezione del Cristo.
Per farla nostra.
E accettare, come nuovo percorso unificante, in grado di accoglierci tutti, al di là delle differenze e delle ideologie di provenienza, l'idea di identificare come unica strada possibile quella che passa attraverso la inderogabile necessità di una Resurrezione Culturale della nostra etnia, come popolo, come nazione, come individui pensanti.
Per avere il coraggio di morire come topi.
E risorgere come uomini e donne.
Gli italiani non pensano più. I topi neppure.
Con l'augurio di cuore che vi venga all'improvviso una insopprimibile voglia di avere tra di noi degli Steinbeck e dei Marquez, per squarciarci il cuore e la mente.
Senza quell'ausilio, siamo diventati i topi di Licio Gelli, e topi di laboratorio rimarremo.
Sarebbe ora che pretendessimo tutti di voler ritornare a essere di nuovo umani.
Squisitamente Umani.
Solo questo, di per sè, sarebbe già l'inizio della necessaria rivoluzione di cui abbiamo bisogno.
Altro che riforme!

Buona Pasqua a tutti.







mercoledì 16 aprile 2014

Baciamo le mani: ecco la nuova Italia voluta dall'accordo Renzi-Berlusconi.



di Sergio Di Cori Modigliani

La criminalità organizzata detta l'agenda politica di questo Paese: da oggi è Legge.

Lo dicevo da tempo, e molto spesso alcuni lettori mi chiedevano che cosa intendessi dire.
Volevo dire proprio questo: che le cosche mafiose stabiliscono quali leggi debbano essere votate per salvaguardare i loro interessi, avvalendosi della totale copertura nazionale grazie al ricco supporto garantito dai professionisti della cupola mediatica.Questo è quello che penso.

Due ore fa, il Senato della Repubblica ha votato a favore del decreto legge che ammorbidisce le pene per i politici collusi con la mafia, favorendo il voto di scambio. 
Il segnale che questa classe politica dirigente sta dando al paese è quella di spingere la popolazione verso la corruttela istituzionale.

E' un atto inconcepibile.

Il M5s è l'unica organizzazione politica presente in Parlamento che ha votato contro.

La Lega Nord, all'ultimo momento si è astenuta. 
Don Maroni deve aver spiegato a Don Salvini che la legge è fondamentale per l'Expo 2015 di Milano: era ciò che volevano i mafiosi. Fare affari con l'expo è forse l'unico obiettivo dei leghisti. Sulla pelle dei milanesi e dei milanesi per bene che pagano le tasse e pensano ingenuamente che quella mostra porterà ricchezza e aiuterà l'economia. A quanto pare, invece, servirà soltanto ad aumentare il capitale e i profitti dei gruppi mafiosi costituiti che, da oggi, sanno di poter contare sull'appoggio ufficiale delle istituzioni della repubblica.

L'immagine che vedete in bacheca riporta la prima pagina del quotidiano La Padania alla fine degli anni'90, quando Bossi denunciava la corruzione dilagante dentro Forza Italia e definiva Berlusconi un mafioso. Per dieci settimane di seguito, il quotidiano della Lega, allora forte di un autentico e legittimo consenso popolare, aveva raccontato, per filo e per segno, nomi e cognomi dei politici di riferimento che rappresentavano gli interessi dei mafiosi.
Poi, la Lega Nord deve aver scelto di sedersi a tavola insieme a loro e di  partecipare al pranzo.
Il loro voto in aula lo interpreto come una logica conseguenza di quella scelta.

E' il punto più basso in assoluto mai raggiunto da questa Repubblica, e dalla classe politica dirigente che, da oggi, "ufficialmente" approva e afferma il principio della collaborazione tra mafia e politica, ormai formalmente riconosciuta e accettata.
Il Fatto Quotidiano è l'unico organo di stampa italiano a combattere questa battaglia per la legalità  il cui risultato immediato  -rispetto ai cosiddetti "investitori internazionali"- sarà quello di mettere in fuga qualunque imprenditore, finanziere, azienda, che abbia voglia di venire a investire in Italia senza dover essere costretto a scendere a patti con la mafia.

Senza più pudore, il putrescente sistema politico italiano getta la maschera e si arrende alla criminalità organizzata. Ed è un momento davvero triste per tutti coloro che credono ancora alla possibilità di far politica, lavorare, imprendere, senza essere costretti a passare sotto la gogna delle decisioni delle cosche criminali.

Penso sia il punto di non ritorno di questa classe politica: stanno cambiando, sì, ma in peggio.

Il voto alle elezioni europee si arricchisce di un nuovo elemento che lo trasforma in un vero e proprio referendum: sei dalla parte dei mafiosi oppure li vuoi eliminare dalla scena politica italiana?

Questa è l'unica vera domanda che ogni italiano per bene si deve porre in questo momento.

E non ci saranno nè scuse nè giustificazioni.

Chi vota per questi partiti sta dalla parte della mafia: un concetto semplice ed elementare.

Non mi sembra che per oggi ci sia nient'altro da dire.

martedì 15 aprile 2014

A proposito del post di Grillo, mentre "i mercatI" bocciano Matteo Renzi.


di Sergio Di Cori Modigliani

Articolo in contro.tendenza.
Sul post di Grillo, i media, i mercati, e l'affermazione del pensiero nazista in Europa.

Il post di Grillo di ieri è capitato davvero a fagiolo per poter commentare l'attuale stato delle cose europee, non solo italiane, dato che siamo dentro una guerra europea e siamo in campagna elettorale per le elezioni europee.

E' noto a tutti che Grillo (lo fa da almeno 30 anni) usi l'iperbole come spina dorsale della sua attività di denuncia e diffusione di una interpretazione libertaria dell'esistenza. Non è neppure un mistero e tampoco una novità che sia un'iconoclasta. Dulcis in fundo è il leader simbolico dell'unica organizzazione politica italiana di massa all'opposizione.
Inevitabile, quindi, che i suoi post, il suo linguaggio, l'uso delle immagini, abbia un immediato impatto politico su ciò che avviene in Italia e susciti polemiche, dibattiti e interrogativi.
Il post di ieri ha prodotto immediatamente -direi con diabolica e furba abilità- una compatta levata di scudi da parte dell'intera classe politica dirigente italiana che si è trovata unita, in una totale complicità ecumenica, nel protestare contro, sostenendo che si trattava di una infamità, addirittura criminale. Tutti d'accordo. E quindi, tutti contenti del fatto che non vi sia stata possibilità alcuna di elaborare il Senso che quel post evocava. Neppure un interrogativo sul fatto, sul perchè di quella scelta, sulle motivazioni che devono aver spinto Grillo a considerare necessario un bel pugno allo stomaco nella coscienza degli italiani per svegliarsi, per rendersi conto di ciò che sta accadendo. 
Di ciò che ci stanno facendo.
Ieri, dopo averlo letto, elaborato e alchemizzato, ho trascorso davvero una giornataccia, spesa in gran parte a litigare con tutti, nessuno escluso, trovandomi alla fine nella sorprendente situazione di accorgermi di essere rimasto da solo a sostenerlo. Triste constatazione.
Ho addirittura perso delle potenziali amicizie (nel senso che evidentemente erano, per l'appunto, solo potenziali). 

La tragedia della Shoa è un tema per me che tocca sempre una profonda, radicata, antica sensibilità, dato che provengo da una famiglia di ebrei italiani derubata e distrutta dalle leggi razziali fasciste e per me (personalmente parlando) il campo di sterminio di Auschwitz Birkenau non è solo un simbolo o una figurina astratta ma è il pezzo centrale della mia esistenza di pensatore italiano, europeo. Mio zio, Luciano Camerino, infatti, era tra quelle migliaia di ebrei che il 16 ottobre del 1943 sono state deportate e lì c'è rimasto fino al 23 gennaio del 1945. Tre quarti della sua famiglia, deportati insieme a lui, sono finiti dentro a un forno. Lui è ritornato a casa, a piedi. Era un giovane fisicamente molto forte, e lo sconvolgimento di ciò che aveva vissuto era stato talmente violento che aveva bisogno di respirare l'aria della libertà e della fine di un incubo. E così attraversò tutta l'Europa insieme al giovane tenente dell'Armata Rossa sovietica che gli diede da bere, sconvolto dalla guerra quanto lui, che buttò via la divisa, scegliendo di disertare, perchè diventò pacifista; e così quei due ragazzi, un ebreo italiano e un russo cristiano ortodosso, sconvolti da ciò che avevano vissuto, camminarono per circa un anno e mezzo finchè non arrivarono a Roma. Mi feci raccontare da mio zio tutto ciò che era possibile, ogni dettaglio, ogni piccolo particolare, quando avevo quattordici anni e lo ossessionavo con le mie domande perchè volevo sapere che cosa fosse successo. Ma soprattutto perchè. Nonostante la mia famiglia me lo avesse vietato, di nascosto da loro, uscivo con lui e gli ponevo assillanti domande. Lui rispondeva, parlarmi gli faceva bene. Prendevo appunti su un quadernino, pensando che da grande avrei fatto lo scrittore cercando di dare il mio contributo affinchè non si verificasse mai più un evento del genere. E' ciò che ho cercato di fare sempre, da allora.
Ed è questa la ragione principale per cui difendo il post di Grillo.
Non solo.

Ci aggiungo addirittura il fatto che, nel caso fosse stato ancora vivo, Primo Levi, su La Stampa di Torino -dove scriveva- avrebbe scritto oggi un editoriale ringraziandolo per aver lanciato l'allarme, rendendo eterno il suo scritto "se questo è un uomo". Quel post, infatti, rende ancora viva -secondo una modalità civile e civica "alta"- la rimembranza della tragedia della Shoa ed è perfettamente in linea con l'idea del culto della memoria storica. Gli regala un sapore inedito di fondamentale importanza sottraendo quell'evento alla sua massificata volgarizzazione, perchè ne ricorda il significato "politico ultimo": l'idea che un gruppo di criminali decida e stabilisca di appartenere a una presupposta e sedicente razza superiore, che si arroga il diritto divino di poter godere e usufruire di privilegi eliminando dalla faccia della Terra milioni di persone innocenti, annullando le loro esistenze, uccidendo nel nome di un banale, volgare e piatto interesse mercantile privato. Come ben ci ha spiegato la filosofa Hanna Arendt, "il male è banale". I nazisti, infatti, non erano una setta, o un gruppo strutturato secondo una certa ideologia, e tutta la mistica costruita sul nazismo è falsa, ingegnosamente e artatamente falsa. Erano dei banditi criminali assassini e basta: dietro non c'era nulla. 
Nè più nè meno di ciò che sono i mafiosi, qualunque sia la nazione cui appartengono.
Sono contrario a ogni forma di museizzazione e mi fanno vomitare i servili e deferenti lacchè che il "giorno della memoria" fanno la fila per andare a Porta a Porta da Bruno Vespa per far vedere che loro sono buoni e democratici. Si intende, per 24 ore.
Mi disgusta. 
Auschwitz deve essere un simbolo e una metafora, non è un museo. 
E' il simbolo (la definizione è del prof. Bruno Bettelheim, scritta nel 1975) "dell'osceno paradosso che appaia il lavoro alla libertà perchè identifica l'espressione dell'attività produttiva dell'essere umano in una forma di schiavizzazione coatta, che comporta a monte l'annullamento dell'individualità esistenziale e la riduzione della Persona a semplice cosa materiale, quindi da poter sfruttare e buttare via dentro a un forno quando non serve più". 
A differenza della stragrande maggioranza delle persone, non considero lo sterminio degli ebrei attuato dai nazisti come un evento unico, quindi irripetibile. Purtroppo, non è così.
Lo considero, invece, il più tragico esperimento di esecuzione di strage di innocenti mai verificatosi in Europa. 
Un esperimento, appunto. 
Quindi, da migliorare, da razionalizzare, per poter ottenere lo stesso risultato senza avere i danni collaterali causati dal fatto di dover dare tante spiegazioni sul perchè sia necessario, all'improvviso, praticare la soluzione finale eliminando dalla faccia della Terra degli umani considerati inutili. 
Questo è il senso del post di Grillo, così almeno io l'ho letto, l'ho elaborato, l'ho vissuto, sulla base della mia esperienza esistenziale biografica. 
Ringiovanisce e attualizza il pensiero di Primo Levi, di cui, francamente se ne sentiva e tuttora se ne sente il bisogno. Lo scrittore torinese, infatti, parlava del rispetto della Persona in quanto tale, incitando gli italiani a infiammare la propria passione civile nel difendere e salvaguardare il diritto al rispetto di chicchessia, di ogni diverso, di ogni debole, di ogni escluso, per il solo fatto di essere parte della comunità degli Umani. 
E noi oggi viviamo in un'epoca in cui il pensiero nazista (intendo dire: quello autenticamente vero, cioè il banditismo criminale mascherato da una dottrina) comincia ad affermarsi sempre di più, a diffondersi, e gli ebrei -per primi più di ogni altro- dovrebbero essere contenti del fatto che si tenti di innalzare una levata di scudi sulla nuova modalità di lancio, esecuzione e impiego dei campi di concentramento della società post-moderna: l'idea che, nel nome di un qualunque principio, sia lecito azzannare, deprivare, disossare, esseri umani innocenti, prima schiavizzandoli, poi facendoli oggetto di strategiche quotidiane menzogne, e infine eliminandoli, sapendo che nessuno protesterà mai per difenderli. 
Esattamente come aveva fatto la Gestapo in Europa 80 anni fa.
Comincia a diffondersi sempre di più, e a manifestarsi nel reale, la tragica (nonchè azzeccata) previsione del filosofo americano Richard Rorty quando nel 2002 a Berkeley annunciava la promozione, nell'occidente americano europeo, di una nuova classe di intoccabili privilegiati, che lui definì "overclass", composta da individui al di sopra della Legge e al di sopra del Diritto, esattamente come erano i membri e i sostenitori della Gestapo 80 anni fa. 
Chi sostiene oggi, in Europa, the new overclass, qualunque sia la parte ideologica di provenienza, di destra, di sinistra o di centro, sta sostenendo l'affermazione del nuovo pensiero nazista che parte dal presupposto che le leggi, le istituzioni, le decisioni, i finanziamenti, gli investimenti e -in ultima istanza- il Senso delle esistenze degli umani europei, debbano essere decisi e stabili da un'esigua pattuglia di esseri che si sono auto-eletti una classe superiore rispetto agli altri. Come faceva la Gestapo.

Il più grande complimento in assoluto che si possa fare a uno scrittore consiste nel prendere in considerazione un suo testo datato, strapparlo all'attualità di quello specifico momento storico, e renderlo ancora vivo, dimostrando che la sua pertinenza a quell'evento era la scusa per costruire una grande metafora sul percorso della specie umana nel pianeta, trasformando quindi quell'opera in uno strumento sempre valido, immortale. 
E' ciò che fatto Grillo con il suo post: ha fatto risorgere dalla sua tomba Primo Levi, lo ha riesumato, lo ha di nuovo nobilitato davanti alle giovani generazioni che non avevano idea di chi fosse costui, ha di nuovo reso forte, acuta, rombante e struggente la sua voce d'accusa nei confronti dei distratti, degli ipocriti, dei doppiogiochisti, di coloro che un tempo, nel cuore dell'Europa, hanno girato la testa da un'altra parte perché non volevano vedere, sapere e prendere atto della realtà, esattamente nello stesso modo in cui lo fanno oggi tutti i cittadini della Repubblica Italiana che non vogliono prendere atto che "questo non è più un paese".
E la responsabilità non è degli americani, nè dei tedeschi, nè dei russi, nè dei cinesi.
E' del popolo italiano.

Basterebbe sottolineare il fatto, ad esempio, che tra le personalità che sostengono l'attuale governo c'è Roberto Formigoni, al quale la magistratura ha sequestrato ben 49 milioni di euro di beni  sotto l'accusa di favoreggiamento, associazione a delinquere, truffa nei confronti dello Stato, abuso di potere, appropriazione indebita. Lui ha dichiarato di possedere 18 euro. Nessuna personalità politica al governo ha ritenuto opportuno rilasciare una dichiarazione in merito: non è normale.
Non ha Senso.
Il nazismo tedesco, non essendo altro che una banda di criminali banali assetati di danaro e potere, sapeva di riuscire nel suo piano soltanto a condizione di creare una società e uno stato di cose senza senso: anticamera dell'abbattimento del concetto di Diritto e di Legalità che sono i pilastri della civiltà evoluta umana.
"Se questo è un paese", la frase incriminata di Beppe Grillo che trasforma, ringiovanendolo, il pensiero di Primo Levi, ebbene, se non viene colta nella fantasmagoria della sua iperbole pedagogica, allora vuol dire che il nazismo post-moderno sta già vincendo di nuovo, nella sua variante iper-tecnologica, mediatica, consociativa, perno di sostegno della overclass rortyana.

Raffale Fitto, membro eccelso di Forza Italia, ex presidente della Regione Puglia, è stato condannato in primo grado per truffa aggravata, associazione a delinquere, abuso di potere a diversi anni di galera. E' in attesa della sentenza d'appello e poi quella definitiva. Come Scoppelliti in Calabria. Entrambi sono candidati alle elezioni europee: questo non è normale.

Se questo è un paese in cui personalità politiche già condannate in primo grado a gravissime pene detentive sanno di potersi presentare alle elezioni perchè saranno votate, ebbene, questo avviene perchè sono consapevoli che la gente ha perso il "senso della verità" e vota consapevolmente per coloro che praticano la illegalità, sapendo ciò che stanno facendo, come facevano i tedeschi quando applaudivano la Gestapo negli anni'30, girando la faccia dall'altra parte. Gli elettori pugliesi e calabresi diventano nazisti a loro insaputa, che a loro piaccia o meno, così come lo sono tutti coloro che hanno votato, votano e voteranno per mafiosi, mascalzoni, banditi e criminali, in qualunque regione italiana. E' bene dire le cose come stanno.
Se tra gli elettori del PD c'è qualcuno che pensa di trovarsi di fronte a uno schieramento di sinistra e finge di non sapere, finge di non vedere, finge di non essere a conoscenza che le cinque candidate capolista alle europee sono tutte di stretta marca e provenienza democristiana e sono portatrici di valori regressivi e reazionari che finiranno per riportare l'Italia indietro per sempre, ebbene quei votanti stanno voltando la testa dall'altra parte, a loro insaputa.
E' bene che diventino consapevoli del proprio percorso umano.
Sono stanco di applicare ipocritamente la moda del politicamente corretto che impone il rispetto (per principio) di chiunque, qualunque cosa voti e per qualunque ragione lo faccia.
Io non provo alcun rispetto per chi vota dei banditi, altrimenti dovremmo trovare giustificazioni per assolvere i tedeschi che appoggiavano la Gestapo negli anni'30.
Due anni fa circa, il comune di Benevento è stato commissariato: è piombata la magistratura. Il sindaco è finito agli arresti domiciliari, per i soliti morivi di sempre: peculato, truffa, appropriazione indebita, ecc. Ogni santo pomeriggio, i suoi concittadini, alle ore 19 lo vedevano che usciva di casa e andava alla caserma dei carabinieri a mettere la firma. Sono state indette nuove elezioni. Ha rivinto a larga maggioranza stando agli arresti domiciliari.
 I beneventani, quindi, hanno voltato la testa dall'altra parte a loro insaputa, dal mio punto di vista. Sono in ottima compagnia, insieme ai veronesi e ai vicentini: altro che secessione! 
Agli inizi del millennio, la Liga Veneta, attraverso i buoni uffici di Bossi e Maroni che avevano piazzato dei loro uomini in Finmeccanica, hanno strappato contratti dorati con Gheddafi e la Lybyan Bank attraverso consociate finanziate dal Banco di Desio e Brianza, dalle banche locali veronesi e vicentine, dando l'avvio alla costruzione di 12 giganteschi centri commerciali nel Venet,o che hanno prodotto la distruzione del territorio agricolo locale e della loro economia, lanciando un piano selvaggio di cementificazione e markettizzazione dell'intera area che ha completamente stravolto la zona e l'antropologia del territorio. Sono andati in crisi quando è caduto Gheddafi. Gli stessi della Liga Veneta che hanno distrutto la loro zona contribuendo alla de-industrializzazione e alla totale depauperazione delle campagne e dell'imprenditoria agricola, oggi vogliono la secessione: questo non è normale. 
I vicentini e i veronesi sono come i beneventani.
Non è vero che l'Italia unita non esiste. Eccome se esiste.

Ieri mattina, è andata in onda la truffa delle nomine dei grandi enti.
Presidente dell'Eni è stata nominata Emma Marcegaglia. Non c'è stato nessun esponente della classe politica attuale, nessun deputato, nessun senatore, nessun giornalista, nessun economista, nessun opinionista, che abbia sollevato l'esistenza di un problema di conflitto di interessi gravissimo. La Marcegaglia, infatti, è anche amministratore delegato dell'azienda di famiglia che produce tubi e trafilati in acciaio al carbonio, praticamente l'oggetto più usato dall'Eni nelle migliaia di piattaforme dislocate nel pianeta. Come è possibile un fatto del genere?
Non è normale. Non va bene che venga considerato normale. Ma è overclass.
Come la Gestapo negli anni'30 in Germania.
Presidente dell'Enel è stata nominata Patrizia Grieco, una vecchia conoscenza.
Inizia la sua carriera all'Italtel, colosso nazionale della telecomunicazione, roccaforte clientelare di marca democristiana. Da lì passa a lavorare per l'industria tedesca diventando responsabile della Siemens AG alle dirette dipendenze dell'ufficio di Erlangen. Poi nel 2008 passa alla Olivetti portando a totale compimento l'opera di devastazione già iniziata da De Benedetti. Insieme a lei, una sua antica collaboratrice, Luisa Tadini, membro del consiglio di amministrazione della Rai. Queste due donne decideranno e stabiliranno tutta la politica strategica italiana relativa all'energia nel nostro paese che, va da sè, faranno gli interessi dell'industria tedesca.
Non è normale. Non va bene che venga considerato normale.
Tra tutte le donne professioniste esistenti in Italia, bisognava andare a pescare proprio quella che ha gestito la permeazione del capitale finanziario tedesco all'interno del sistema strategico delle comunicazioni e dell'energia in Italia? Proprio lei?
....se questo è un paese......
I mercati finanziari hanno risposto con una solenne bocciatura in borsa alle nomine.
Hanno capito che l'Italia non cambierà, che hanno innescato il gioco delle sedie e rimarrà tutto uguale. Seguiteranno a pompare liquidità per arraffare ciò che possono e poi disinvestiranno dal nostro paese, senza avvertire, così, all'improvviso. Tanto la Banca d'Italia se la sono presa gli anglo-americani ai quali il decreto Bankitalia voluto da Letta/Saccomanni/Boldrini ha regalato loro i 7,5 miliardi di euro cash + la gestione di circa 120 miliardi di euro relativa al valore delle 2.500 tonnellate di oro delle riserve strategiche nazionali. Il tutto finito nelle mani del fondo Black Rock che nelle settimane scorse ha ultimato l'acquisizione dei pacchetti di maggioranza delle banche italiane che possedevano le quote di Bankitalia.
E noi andremo a sbattere.
Come è accaduto ai tedeschi nel 1945.
Essere nazisti, oggi, non vuol dire andare in giro con la svastica esaltando Hitler: quello è un passatempo per mentecatti, si tratta di folclore patologico sociale di bassa lega.
Essere nazisti, oggi, significa sostenere, appoggiare e consociarsi con i componenti di quella esigua pattuglia di persone che si considerano esponenti appartenenti a una classe superiore, al di sopra del Diritto e della Legalità, considerandoli elementi che vanno applicati soltanto a chi appartiene alle razze inferiori, ovvero i contribuenti senza malleveria partitica. 
Gli esseri umani non garantiti verranno considerati un semplice "danno collaterale" come ha egregiamente e genialmente spiegato il più esimio sociologo vivente, il prof. Zygmunt Bauman nel suo saggio "Danni Collaterali" tradotto in italiano e pubblicato da Laterza nel 2012 con zero interesse zero interviste e zero visibilità. 
"Se questo è un uomo" di Primo Levi è stata l'eredità nobile che un grande intellettuale italiano ci ha regalato per coltivare il senso della compassione, la memoria del ricordo della dignità umana, ma soprattutto l'imperativo categorico di assumersi tutti quanti, nessuno escluso, la responsabilità sociale di sapere che se questo non è un paese è per colpa dei distratti, degli indifferenti, degli ipocriti, dei traditori, dei cinici, di tutti coloro che seguitano ad applaudire le ignobili nefandezze quotidiane facendo finta di niente, e quando non possono farlo, servono la guardia della Gestapo censurando le informazioni, annacquando le notizie, creando nebbia, paura e confusione. 
Perchè hanno qualcosa da guadagnare, qualcosa da perdere.
Il perno del nazismo ruotava intorno alla perdita di Senso e alla divulgazione del falso: ciò che per loro contava non era essere creduti ma toccare con mano il totale asservimento delle menti pensanti e la diffusione della paura e del terrore. Così hanno cercato di schiavizzare l'Europa, e poi sono passati alla soluzione finale nell'indifferenza generale.
Il Prof. Bruno Bettelheim citava un episodio di cui lui era stato testimone oculare a Buchenwald, per spiegare in che cosa consistesse il nazismo: la sottrazione dell'identità del proprio lavoro.
Raccontava come un giorno d'inverno fossero stati radunati tutti sul piazzale. Un ufficiale della Gestapo aveva fatto portare un grammofono e lo aveva fatto sistemare su una panca. Aveva fatto chiamare le deportate e le aveva fatte denudare, al gelo. Nessuna era in grado di reagire, erano come automi, perchè tutto era privo di Senso, quindi era tutto uguale. L'ufficiale prese un foglio, scelse un nome e lo chiamò a voce alta per sapere se era presente. Una giovane fece un cenno, parlava tedesco. La fece venir fuori dalla fila. Si chiamava Sabina Kerner. Era la prima ballerina classica dell'opera di Vienna. Lui le chiese di confermare le sue generalità. L'ufficiale fece mettere su un disco e poi le disse: "Adesso balla. Balla per me". La ragazza era impietrita dal terrore e dal freddo, non riusciva a muoversi. L'ufficiale tirò fuori dalla fondina la pistola e andò a puntarla sulla tempia di un'altra ragazza. "Se non balli adesso, ne uccido una ogni minuto e sarà colpa tua". Sabina, allora, cominciò a muoversi. All'inizio sembrava una bambola meccanica. Poi, poco a poco, cominciò a ballare per davvero, mentre il sangue le affluiva alla faccia. Mentre la musica si diffondeva, la ballerina cominciava a ricordarsi i passi, e a un certo punto aveva cominciato a sorridere. Stava recuperando la sua identità, la memoria della sua essenza, perchè ogni essere umano al mondo è il lavoro che fa, è l'espressione del suo talento. Mano a mano che andava avanti diventava sempre più aggraziata, i suoi muscoli e nervi riaccordavano la memoria. Bettelheim raccontava come il suo viso si fosse trasformato, gli occhi non erano più appannati, sorrideva, era contenta, aveva recuperato la sua identità umana, era di nuovo una Persona. Ballava e ballava. E a un certo punto, si ferma, guarda l'ufficiale e con un guizzo velocissimo si getta su un soldato gli strappa la mitragliatrice e lo uccide. Immediatamente dopo viene uccisa da un altro soldato.
"Sabina aveva scelto di morire come Persona e non come cosa" spiegava Bettelheim.
Questo era il nazismo.
Nella sua variante post-moderna attuale, l'Europa, devastata dalla sua amnesia collettiva, sta costruendo una nuova modalità di nazismo il cui fine consiste  nella cancellazione e annullamento dell'identità espressiva del lavoro che finirà per trasformare gli esseri umani da persone in cose ambulanti.
Ieri sera, alle 22.30, sull'emittente La7, Corrado Formigli, senza saperlo, nel corso della trasmissione "Piazza Pulita" ha dato ragione al post di Grillo esaltandolo.
Lo ha fatto a sua insaputa, dato che gran parte della puntata era dedicata a distruggere l'identità del movimento cinque stelle.
Senza rendersi conto di ciò che stava facendo, ha mostrato un pezzo della realtà sociale dell'Italia d'oggi, facendo vedere giovani italiani in Puglia, laureati in medicina, economia, biologia, che lavorano in un call center per 2,5 euro l'ora, mostrando come in Italia sia ormai partito il piano di organizzazione razionale di un sistema di mercato di neo-schiavizzazione.
Era esattamente ciò di cui parlava il post di Beppe Grillo.
Ma Formigli non lo ha capito.
O meglio, ha scelto di non capire.
Quando Primo Levi scriveva "se questo è un uomo" si rivolgeva a posteri come lui.
Pochi lo hanno capito, perchè pochi sono andati a leggere il testo cercando di comprendere il significato, il senso, l'uso politico dell'argomentazione.
Lo stravolgimento mediatico della vita quotidiana ha creato una modalità di vita che impedisce ormai l'analisi,il dibattito,il confronto, perchè la nazificazione del pensiero unico della overclass impone un appiattimento becero che deve mantenere diviso il paese, deve costruire antagonismo e soprattutto -l'aspetto più importante- deve impedire di far fare alle persone le connessioni. Altrimenti capirebbero.
E nessuno li voterebbe più.
Spero di non essere stato l'unico ad aver voluto leggere il post di Grillo in questo modo.
Mi auguro che nell'intimità del proprio privato, gli italiani pensanti che lo hanno letto si siano interrogati, siano stati in grado di guardare in alto, di fare le connessioni.
E' dovere di noi tutti cercare di affermare il nostro diritto alla normalità, restituendo il Senso.
Per impedire che trasformino le persone in cose, e per dare un senso al gesto di Sabina.
"Se questo è un uomo" è la lettura poetica del gesto della ballerina austriaca.
E oggi va applicato al paese Italia che si sta disumanizzando.
Dobbiamo essere tutti furiosamente gandhiani.
Come ha detto una volta qualcuno "gandhiani sì fino in fondo, ma certo non coglioni".

Il paese siamo noi.