sabato 14 aprile 2018

La tragica farsa di Damasco



di Sergio Di Cori Modigliani

Tranquilli! Non sta accadendo proprio nulla.
Caso mai è proprio questo il problema.
Non perdete tempo ed energia facendovi sommergere dall'ansia e dall'angoscia.        Cercate di trascorrere un sereno week end primaverile, non scoppierà nessuna guerra e non esiste nessuna guerra fredda. 
Anzi. 
La mia impressione è che mai come in questo momento russi e anglo-americani siano andati così d'accordo. La situazione mi appare molto simile a quella che esisteva nel 1938 quando, sia a Washington che a Londra, si spiegava al proprio pubblico nazionale di elettori che il grande Male Assoluto era rappresentato da Josif Stalin e dai suoi bolscevichi, mentre -sottobanco- si parlavano tutti i giorni per consolidare la loro vincente alleanza militare (ma questo lo avremmo saputo soltanto alla fine della guerra). Il loro vero nemico era Adolf Hitler.
Così oggi sia per i russi che per gli americani, amorevolmente alleati e innamorati consenzienti nel tentativo di colpire i loro due comuni nemici: la Cina e la Ue.
Una situazione molto complessa e anche ardua da leggere e comprendere a meno che non ci si senta talmente liberi e leggeri da poter avere una visione disincantata sulla realtà in cui viviamo, ovvero quella dell'era mediatica post-moderna.

Discutere su armi chimiche sì o armi chimiche no, sul cattivo Trump belligerante o sul perfido Putin belligerante, è inutile e perdente: è un teatro obsoleto.
Nei decenni, Hollywood e il noir francese ci hanno insegnato che per due appassionati amanti fedifraghi (entrambi a loro volta coniugati con persona gelosissima) il modo migliore per farla franca e non farsi scoprire, consiste nel creare una gigantesca messinscena di depistaggio basata sul sostenere pubblicamente, apertamente e smaccatamente, che il proprio amante adorato è persona meritevole di disprezzo, indignazione e forse addirittura odio. Se si tratta di commediola frizzante, finiranno tutti a letto insieme, se invece si tratta di un noir, finisce a coltellate. Comunque sia, la tecnica è sempre la stessa: mettere in piedi una gigantesca operazione di depistaggio.

L'unico vero nemico è colui (vale per le nazioni ma anche per un soggetto politico unico o partito) che dichiara la propria volontà di "non allineamento". 
In questo caso sottraendosi alla logica business della vendita di armi.
I due contendenti non sono Usa e Russia: loro fanno "ufficialmente" il lavoro sporco a nome di tutti, ma non perchè siano buoni, bensì perché è la merce ideologica principale che loro devono vendere al loro rispettivo elettorato in patria: soldi, muscoli, sicurezza, nazionalismo, sovranismo.
Su un sito internazionale gestito da americani e russi insieme, qualche settimana fa, con squisito cinismo degno di Goebbels, alcuni militari facevani i conti della spesa, da cui veniva fuori che (complessivamente) la guerra civile in Syria ha prodotto, nell'ultimo quinquennio, un fatturato complessivo di circa 2.000 miliardi di dollari.
Vale più di Google e facebook messi insieme.
Non sono 2 gli attori in campo, bensì 20.
Se permettete è un po' diverso.
Intendiamoci, per quei poveri disgraziati innocenti -parlo qui dei circa 400.000 civili uccisi- morti in Syria in questi anni tutto ciò è irrilevante.
Ma non lo è per noi, o meglio. per chi vuole capire quale sia la messinscena.
I 20 attori sono: Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Stato del Vaticano, Italia, Syria, Israele, Autorità palestinese, Egitto, Giordania, Turchia, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Iran, India, Pakistan, Australia.

Si tratta di un business collettivo, e questo soltanto per ciò che riguarda il Medio Oriente.

Siamo nel mondo mediatico della post-verità.
Anche discutere, per sport, sul vero e sul falso, è inutile in quanto obsoleto.

La realtà di oggi che ci pone nuovi interrogativi, è comprensibile osservando con attenzione il disegno che vi ho proposto nell'immagine di accompagnamento di questo post: se noi ci troviamo a 38° nord-est ci fanno vedere un pittore edile che sta verniciando il soffitto, ma se invece ci spostiamo a 64° sud-ovest e vediamo la stessa scena (che ci viene presentata come "fatto oggettivo"  o "insindacabile verità") ci rendiamo conto che si tratta di un piastrellista che sta sistemando il pavimento.

Ciò che conta, quindi, oggi, non è più il fatto in sé. Il mondo virtuale ha affossato la verità.
Ciò che conta è la percezione di un fatto, di un evento e non più la sua sostanza: è il marketing pubblicitario che ha sostituito il contenuto, privo quindi di valore.
Che senso ha discutere e magari litigare pure, sostenendo che c'è un edile che sta sistemando il soffitto quando si sta parlando a un altro essere umano -magari in buona fede come noi- il quale, invece, vede un simpatico piastrellista?

Di questo dovremmo parlare, essendo il nuovo trend della discussione planetaria: come restituire Senso alla sostanza, valorizzare il contenuto e quindi sostenere il merito sottraendo se stessi all'imbattibile seduzione della percezione che ci avvolge con il diabolico mantello di ciò che appare ma non è detto che sia?

Tutto ciò per dire la mia opinione sulla Syria: non accadrà nulla di irreparabile a breve termine: i 20 attori hanno stabilito che il pianeta Terra può permettersi di fare a meno di qualche milionata di siriani ed è molto probabile che puntino su questo stallo almeno per i prossimi cinque anni. Per tutti loro, è guadagno certo e assicurato. 
Come dicono in America: is just money in the bank!

Tranquilli, quindi, non accadrà nulla di più di ciò che sta accadendo.
Ovverossia, per noi non sta succedendo niente.
Ma se lo andiamo a chiedere a una famiglia borghese siriana che vive nel centro di Damasco, la sua opinione sarà davvero molto diversa dalla nostra: ci parlerà del piastrellista.

Ma noi stiamo qui.
Per i siriani è una vera tragedia.
Per noi è una farsa.

 

sabato 27 gennaio 2018

In Memoriam....per un'Italia diversa.


sabato 27 gennaio 2018

Sei anni fa avevo pubblicato questo post.
Sottolineavo con forza l'assoluta necessità di coltivare la memoria storica collettiva della nostra nazione per affrontare il problema che il sottoscritto riteneva fosse fondamentale nel 2012: l'inatteso rigurgito del nazifascismo in Italia. Pensavo e speravo che il mio contributo servisse a stimolare un dibattito e un confronto sul tema.
Non fu così.
Restò una speranza.
Lo ripropongo oggi, esattamente come era.



venerdì 27 gennaio 2012
di Sergio Di Cori Modigliani


Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
                                                                             Art.21 costituzione della Repubblica Italiana.
Oggi, ufficialmente, ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della persecuzione nazista ai danni degli ebrei, la cosiddetta Shoah, iniziata ufficialmente nel 1933 in Germania e conclusasi nel maggio del 1945.
Da quando è stato istituito il Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, altre giornate sono state stabilite per ricordare avvenimenti che hanno sconvolto la storia del XX secolo. Personalmente sono d’accordo con lo storico Georges Bensoussan, il quale sostiene che “in tal modo si è venuta a creare una mistica della memoria che rischia di portare all’esatto contrario dello scopo che si prefigge, cioè a un’amnesia collettiva, in virtù del fatto che grazie alla forme retoriche e spettacolari che l’evento ha assunto lo ha trasformato in un fatto mediatico, e quindi questa memoria tende ad avvolgere i crimini compiuti di un’aura arcaica e ancestrale, isolandoli dal loro contesto storico reale, facendo così dimenticare che in realtà furono il prodotto più violento della nostra modernità”.
La Shoah, al di là delle testimonianze storiche, del lavoro degli storici, delle spiegazioni, delle risposte politiche e psicologiche che sono state date alla “soluzione finale” voluta da Adolf Hitler, è stato soprattutto –più di ogni altra cosa- un fatto esistenziale interiore, vissuto dagli ebrei sulla loro carne, sulla loro pelle, sulla loro identità.
Per gli ebrei, la Shoah non è un fatto storico, bensì un elemento emotivo.
La “memoria” di ciò che è accaduto non viene innescata alla mezzanotte del 26 gennaio per poi spegnersi alla fine del 27 gennaio, dopo le solite presenze dei soliti noti nei vari talk show, documentari alla tivvù, fotografie di repertorio. E’ una parte integrante e indissolubile del loro essere come persone sociali e non c’è momento della loro vita nel quale non mantengano dentro di sè il ricordo di quella tragica vicenda.
Da quando in Italia è stata creata la Giornata della Memoria, tutte le istituzioni e tutte le personalità politiche ai più alti livelli rappresentativi partecipano in maniera molto visibile, facendo in modo di garantire con la propria presenza una specie di assicurazione pubblica che in Italia, un fenomeno di questo genere non avverrà mai.
Ma allo stesso tempo, proprio in virtù di questo esagerato, lapposo e demagogico presenzialismo, è scattato un gigantesco fenomeno di censura e di negazionismo che si è sviluppato sempre di più negli anni, con geniale e strategica abilità, finendo per costruire una realtà storica che presenta la “soluzione finale” come un’aberrazione e una follia criminale dei tedeschi malvagi e con la consueta presentazione di italiani eroici che hanno salvato tanti ebrei tra il 9 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945 durante l’occupazione tedesca militare del suolo italiano.
Così facendo, la destra italiana partecipa in prima fila nell’esaltazione della Memoria Storica, nel nome di un’amnesia collettiva e subdolamente negazionista: non si parla mai di chi, quando e come ha iniziato ad applicare la soluzione finale nel territorio italiano, evento che si è storicamente verificato cinque anni prima che un solo tedesco entrasse dentro ai nostri confini geografici.
Questo è il motivo per cui mi rifiuto, in quanto ebreo italiano, nel giorno della memoria, di offrire ai lettori come immagine in bacheca la solita immagine di deportati ad Auschwitz, di bambini macilenti, di donne dalla figura spettrale con tanti cadaveri ammonticchiati, con i soliti tedeschi cattivi che indossano il cappotto di pelle nera.
In bacheca vedete la prima pagina del Corriere della sera in data 11 novembre 1938.
Basta leggere i titoli con attenzione per capire.
Il giorno “ufficiale” in cui il fascismo e Benito Mussolini gettano l’ultima delle loro maschere e danno vita alla più sconvolgente follia criminale mai perpetrata nella storia di questo paese: l’identificazione dei cittadini italiani di etnia ebraica (era sufficiente che fosse ebreo anche uno solo dei quattro nonni e dal 1941 anche uno solo dei quattro bisnonni) e l’attribuzione a quelle persone della dizione “appartenente a razza inferiore dimostrata scientificamente, e di conseguenza non capacitati né legalmente atti alla partecipazione collettiva e sociale in termini di lavoro, occupazione, attività statali, siano esse civili, militari o religiose”.
Con decreto legislativo firmato dal duce Benito Mussolini e controfirmato da Sua Maestà Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia, coadiuvati da una lettera con sigillo firmata dal Papa che approvava a nome della chiesa cattolica di Roma tale editto, il fascismo creava –per la prima volta nella storia di questo popolo- il concetto legale di “pulizia etnica” stabilendo una gerarchia razziale e ponendo le condizioni per identificare cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Di tutto ciò, presentato nei suoi aspetti narrativi ed esistenziali, in Italia si parla poco, pochissimo, quasi niente. Agli italiani è stato fatto credere che il fascismo sia stato una specie di semi-barzelletta un po’ farloccona, gestita da alcuni prepotenti magari un po’ esagerati (dopo tutto siamo italiani), una specie di farsa che poi si è trasformata in dramma sfociando in tragedia quando sono entrati in scena i veri cattivi, cioè la gestapo tedesca. Tant’è vero che nell’ultimo decennio è fiorita addirittura tutta una scuola di pensiero che finisce sempre nello stesso punto: minimizzare e “storicizzare” il fascismo, in tal modo riuscendo –da bravi italiani irresponsabili- ad attribuire l’esclusiva responsabilità dei fatti ai perfidi tedeschi. Non è stato così.
E poiché di memoria si parla, che memoria sia.
E’ una pagina della storia ancora negata, silenziata, dopo 73 anni, se ne parla appena e sempre in maniera confusa, pressappochista.
E’ stato invece l’atto ufficiale con il quale una banda di criminali ha eliminato il concetto di Legge, di Diritto Civile, emanando un decreto il cui unico scopo consisteva nell’avere carta bianca per eliminare fisicamente dei concittadini che non avevano commesso alcun reato, approfittando di tale evento per impossessarsi dei loro beni, dei loro averi.
Fu il primo atto storico di costituzione in Italia del concetto di “casta privilegiata”.
E non è certo un caso che non viene raccontata oggi la verità storica di quei tempi, perché troppi sarebbero i nessi con gli atteggiamenti e i comportamenti dell’attuale classe politica contro la quale ogni giorno ci si indigna.
I Scilipoti di oggi, i Borghezio di oggi, il mercanteggiamento ignobile dei voti in parlamento, sono figli legittimi del fascismo e delle leggi razziali. Da lì veniamo.
Ma gli italiani non lo sanno.
E solo attraverso il ricordo di una memoria di narrativa eistenziale privata è possibile sapere come sono andate le cose. A differenza dei "perfidi tedeschi" che dal 1945, assumendosi tutta la responsabilità dei loro atti, senza dar tregua a se stessi, invece di operare un processo di revisione, hanno aderito al ben più profondo collettivo senso di lutto generalizzato, per poi riemergere dal buio della Storia come una etnia rinnovata, aperta e disponibile ad una idea democratica autentica del vivere civile, in Italia invece si è scelta la strada della amnesia collettiva.
Provengo da una famiglia italiana che ha subito le leggi razziali, e tuttora ne porto su di me –che sono nato vent’anni dopo- le ferite e il danno subìto.
Mia nonna paterna, Rachele Bemporad, era una grande imprenditrice triestina. Era il più importante editore del regno, associata con l’ingegner Marzocco, da cui la celebre casa editrice Bemporad Marzocco. Il 12 novembre del 1938 (tutto avvenne in maniera molto veloce per approfittare dell’effetto sorpresa) si presentarono nel suo ufficio a Firenze dove era la sede centrale e le comunicarono che la sua impresa era stata requisita, comprese dodici tipografie e sei magazzini con 80.000 volumi dell’archivio. Non le consentirono neppure di telefonare a un avvocato. I conti correnti nelle banche vennero chiusi e i soldi trasferiti direttamente sul conto corrente intestato a “Ufficio Difesa della Razza”.
Ritornò a casa e comunicò a mio nonno che non avevano più nulla.
Mio zio, il fratello di mio padre, un precoce ed eccellente medico, era allora vice primario all’ospedale San Camillo, a Roma. Lavorava come chirurgo. Alle quattro del pomeriggio, dopo essere uscito dalla sala chirurgica per una lunga operazione venne convocato alla direzione sanitaria al pianterreno. Venne accolto da un suo collega, in divisa, un medico di vent’anni più anziano che mio zio considerava un inetto e pessimo medico, e aveva deciso di non volerlo neppure come secondo assistente in sala chirurgica. Costui gli comunicò che era licenziato, la sua laurea era revocata e non avrebbe mai più potuto esercitare la sua professione in Italia. Quel mediconzolo prese il suo posto (oltre, pare, al suo conto corrente nella banca dell’ospedale) e si auto-promosse vice-primario. Nomina che venne confermata immediatamente per “meriti acquisiti nel difendere la purezza della gloriosa razza italica”.
Mio padre, invece, aveva un suo studio commercialista tributario e di mediazione finanziaria in borsa.
Arrivarono alle ore 17 con la carta che certificava la sua cancellazione dagli albi professionali. Gli venne requisito l’ufficio e sottratta la proprietà e si impossessarono di tutti i conti correnti dei clienti, la maggioranza dei quali erano cattolici che non ebbero la possibilità di protestare. Chi lo fece, finì in carcere sotto l’accusa di “aver prestato la fiducia a individui appartenenti a razza inferiore”.
Mio nonno aveva sei tipografie. Era stato lo stampatore d’arte di Boccioni, di de Chirico e del grande Savinio. Anche lui, alle ore 19, si vide arrivare i funzionari dell’ufficio della razza che gli comunicarono la notizia dell’avvenuta espoliazione.
Iniziò così, in tutta Italia.
Bande di nullafacenti, approfittatori, opportunisti, andarono a spulciare nelle anagrafi di tutta Italia sperando di trovare un antenato ebreo nell’800 del vicino di casa per poter avere la scusa di presentarsi a casa di qualcuno e portargli via tutto, oppure ricattarlo e imporre il pizzo. Furono milioni gli italiani che subirono il ricatto e pagarono mensilmente per anni una tassa clandestina perché non si sapesse che un loro nonno era ebreo.
In Italia nel 1938 bastava avere “un quarto soltanto di sangue ebreo nelle vene per poter giustificare l’applicazione dell’editto regio”.
Di queste storie, di queste vite stroncate, in Italia non se n’è parlato mai.
Mai.
Se non tra ebrei.
Quando si parla della Shoah, avrete notato, in Italia si fa iniziare la storia dopo il settembre del 1943, quando sono arrivati i tedeschi. E invece era iniziato tutto cinque anni prima.
Fu l’inizio di una cultura che sostituì l’arroganza e l’avidità di denaro al concetto di merito e competenza tecnica.
E promosse i furbi, i cinici, gli approfittatori.
Tutte le tipografie dei miei nonni e i magazzini dei libri vennero venduti subito ad un prezzo dieci volte inferiore del loro valore ad un abile tipografo di Milano, un certo Arnoldo Mondadori, dotato di buone conoscenze in Vaticano, il quale si prese anche altre sei piccole ma solide case editrici nell’Emilia, a Torino, nel Veneto.
A gestire “culturalmente” l’operazione fu un certo Telesio Interlandi, direttore responsabile di una rivista che si chiamava “La difesa della razza”. Il suo editorialista di punta era un avvocato molto ambizioso, di Arezzo, che lavorava come assistente di ruolo alla cattedra di Diritto Pubblico a Roma. Si chiamava Amintore Fanfani.
Venti giorni dopo, a Napoli, il preside della celebre “scuola di diritto latino” della facoltà di giurisprudenza, Massimo Ferrara (cattolico), un giurista stimatissimo in tutto il mondo, contestò la legge razziale sostenendo che aveva una falla che ne decretava la sua inammissibilità. Si rifiutò di applicarla con dieci ebrei che lavoravano nel suo istituto.
Amintore Fanfani, accompagnato da Interlandi e da dieci squadristi si presentò in facoltà. Lo prese a schiaffi davanti agli studenti e gli impose le dimissioni.
Un mese dopo, Fanfani diventava ordinario alla cattedra che gli aveva sottratto.
Fu la presa del potere dei furbi, degli ignavi.
Fu l’assassinio della cultura d’impresa e l’inizio del seme dell’abilità trasformista.
Oggi, gli ebrei, in Italia non sono più il nemico istituzionale né il nemico di mercato.
La Storia è cambiata.
E’ molto peggio.
Siamo diventati tutti, ebrei sotto le leggi razziali, in questo gennaio 2012.
Oggi, il nemico delle istituzioni e del mercato, sono tutte le brave persone che pretendono di farsi valere sulla base del proprio merito, che vogliono entrare nel mercato e imprendere avendo accesso a opportunità che la Legge dovrebbe garantire a tutti per diritto costituzionale, sulla base del proprio titolo di studio e delle proprie capacità. Indifferentemente ebrei, cattolici, mussulmani, settentrionali o meridionali.
Ma subiamo tutti, la gogna delle leggi razziali.
Delle “leggi razziali” sui generis, invisibili, non scritte, non costituite. Addirittura democratiche e quindi impossibile da denunciare: colpiscono chiunque e dovunque.
Se oggi l’Italia è così com’è è anche grazie al fatto che è stata negata a questo popolo l’opportunità di avere accesso alla Memoria storica di quei tempi, perché pochi, pochissimi, sanno ciò che è veramente accaduto in Italia dall’11 novembre del 1938 in poi. Gran parte di coloro che approfittarono di quell’occasione per far carriera, per arricchirsi, scegliendo delle impensabili scorciatoie d’opportunità sulla pelle di altri, comportandosi come autentici criminali, sono finiti nei posti di comando nella Repubblica Italiana.
E hanno trasmesso ai loro figli e nipoti quell’interpretazione della vita e del lavoro.
Una concezione aristocratico-oligarchica del potere, basata sull’annullamento dei diritti dei cittadini, sulla cancellazione delle ambizioni, sulla negazione del rischio d’impresa, per poter far trionfare il malaffare. E la corruttela permanente mascherata sempre sotto il manto dell’ideologia, a seconda dei casi, delle mode, dei tempi.
Nel Giorno della Memoria, per renderla più attiva e viva, mi è sembrato giusto ricordare da dove veniamo cercando di non fare della piatta retorica, della demagogia consueta.
Non sono stati fatti ancora i conti con il fascismo che è dentro la spina dorsale della mente italiana, è per questo che l’Italia non riesce a riprendersi.
Ed è per questo che, oggi, i fascisti stanno rialzando la testa sotto nuove forme, nuove sigle, mentite spoglie.
Sanno che non è cambiato niente.
A questo serve la memoria, ed è per questo che è importante.
Perché, come diceva Elie Wiesel “se non sappiamo da dove veniamo, che cosa ci hanno fatto, che cosa abbiamo fatto, come possiamo pretendere di poter avere anche una minima nozione di dove stiamo andando?”.
Che i morti di Auschwitz riposino in pace l’eterno sonno dei giusti.

venerdì 10 novembre 2017

Intervista sull'Italia al prof. Nicola Tranfaglia, docente di "Storia delle mafie": il grande storico napoletano risponde a 13 domande sull'Italia di oggi.





di Sergio Di Cori Modigliani



pubblicato il 10 novembre del 2011
Oggi, facebook mi ricorda questo post datato 73 mesi fa.
Purtroppo, è di agghiacciante attualità.
Come se, da allora, non fosse accaduto nulla. 

Lo ripropongo senza cambiare una virgola.



Senza tema di smentita, ritengo che possa essere considerato uno dei tanti Padri della cultura nazionale, che la nostra Italia, attualmente orfana, nonché dimèntica delle proprie radici e tradizioni, ha avuto e tuttora possiede nel proprio carniere intellettuale: la nostra grande ricchezza non dichiarata e nient’affatto pubblicizzata.

Così come il cosiddetto “grande pubblico” conosce a menadito Vittorio Sgarbi o Giuliano Ferrara,  gli studiosi, gli intellettuali italiani, e tutti coloro che seguono le attività di chi ha da sempre prodotto “cultura” conoscono invece a menadito sia l’opera che l’attività del Prof. Nicola Tranfaglia. Il suo nome, la sua attività, e la sua produzione intellettuale è ampiamente riconosciuta in tutta Europa -e in Italia- dove, pur godendo di un fattore di stima e rispetto riconosciuti, paga il prezzo del suo "esseer andato contro".



 L’elenco delle sue opere importanti è davvero molto vasto.



Nicola Tranfaglia nasce a Napoli il 2 ottobre del 1938.

E’ uno storico politico, uno scrittore, un editorialista e un docente universitario accreditato.

  • Ricordiamo, qui, solo alcuni dei suoi scritti: dal suo primo libro, uscito per i tipi dell’editore Laterza, di Bari, che risale al 1968 “Carlo Rosselli dall'interventismo a Giustizia e Libertà, passando a “Stampa e sistema politico nella storia dell'Italia unita”nel 1986 per l’editore Le Monnier e poi “Le veline del Minculpop per orientare l'informazione” per Bompiani


  • “Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947” sempre per Bompiani


  • “La resistibile ascesa di Silvio B. Dieci anni alle prese con la corte dei miracoli” Baldini Castoldi Dalai


  • per arrivare all’ultimo dei suoi libri “Perché la mafia ha vinto” pubblicato nel 2008.


 É attualmente membro del Comitato di Presidenza della Conferenza dei Presidi di Lettere e Filosofia, membro del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali e del Comitato Nazionale di settore per gli Archivi, membro della commissione dei Quaranta Saggi sulla Scuola e del gruppo di lavoro Martinotti riforma universitaria. Nella sua qualità di storico accademico è condirettore della rivista Studi Storici e membro del comitato scientifico della Fondazione Nazionale Antonio Gramsci.

 Con tale curriculum vitae, in un momento di bisogno e di fame culturale competente com’è il nostro attuale, il viso del prof. Nicola Tranfaglia dovrebbe essere noto a tutti in quanto ospite fisso dei numi tutelari della cassa mediatica televisiva gestita dalla sinistra italiana (Gad Lerner, Michele Santoro, Giovanni Floris, e compagnia bella) e invece no. Lui non piace. E’ considerato scomodo, ostico, troppo schivo, poco incline a compromessi di maniera, giochetti sottobanco, autore di verità scomode perché contundenti, in quanto frutto di analisi ponderate, documentazione inattaccabile, un lungo e laborioso lavoro di ricerca e indagine storica professionale. Come lui stesso dice, parlando di sé “ciò che io scrivo, oggi non è gradito ai media” e così lo silenziano. Come se lui non esistesse.

In verità la sua campana a morto è suonata il 2 febbraio 2004, quando, deluso nelle sue aspettative democratiche, abbandonò i DS con una lettera critica scritta a Piero Fassino, che l’inconscio culturale collettivo della sinistra ha scelto e stabilito di far finta che non sia mai esistita.

Attualmente, il prof. Nicola Tranfaglia insegna all’università di Torino “Storia delle mafie”.

Mi ha rilasciato in esclusiva questa breve intervista per il mio blog.

Ho pensato che potesse essere stimolante, per i lettori, ascoltare l’opinione di un grande intellettuale italiano, un libero pensatore meridionale, una personalità esclusa dalle consuete palestre mediatiche perché considerata eccessivamente critica, non avendo mai abdicato al suo ruolo di pungolo costante per stimolare l’uso della libertà di pensiero e dell’apertura della mente.



Risposte a Sergio Di Cori Modigliani da parte del prof. Nicola Tranfaglia.

1). “Qual è la vera posta in gioco, oggi, in Italia?”

E’ una posta importante: la fine o il proseguimento  di un periodo che si avvicina ai vent’anni (dal 1994) in cui un leader populista come l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi è arrivato al potere e, con l’ intervallo di sei anni tra il 1995 e il 2001, ha governato il paese. Con molti effetti negativi collaterali di cui vale la pena segnalare almeno la diffusione dei metodi populisti anche in forze del centro-sinistra e, prima di tutto, nel partito di Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori





2). “La posta in gioco politica è la stessa in campo economico?”

 Sul piano economico la situazione è più complessa perché c’è, da una parte, chi come l’amministratore delegato della Fiat Marchionne sembra perseguire un analogo disegno sul piano dei rapporti con i lavoratori ma non tutti gli imprenditori la pensano così. E bisognerà vedere che cosa succede nei prossimi anni in Europa e nel mondo e quando sarà archiviata la crisi economica che, per ora, attanaglia tutto il mondo sviluppato.





3). “Dovendo spiegare agli italiani, lei che non è un economista ma un famoso e meritevole storico e uomo di cultura, e quindi dal punto di vista di chi può ben rappresentare la Voce Alta della cultura italiana: "E' un bene oppure no rimanere nell'euro per il paese?"

Non ho dubbi sulla opportunità di restare nell’euro per il nostro paese. Il ventunesimo secolo è caratterizzato da una forte competizione e concorrenza tra entità sopranazionali che lottano tra loro. Gli stati nazionali sono in evidente difficoltà. E all’Italia come alla Grecia e all’Irlanda, per parlare di stati in particolare difficoltà, conviene restare agganciati alla moneta europea piuttosto che ritornare alle monete nazionali che sarebbero in difficoltà ancora maggiori nei nuovi tempi.



4). “Perchè l'opposizione italiana di sinistra in parlamento è sempre stata così flebile contro Berlusconi? Sono incompetenti? Collusi? Complici? Poco intelligenti? Irresponsabili?”

Le forze d ‘opposizione al berlusconismo hanno capito con ritardo l’irruzione del populismo nella politica italiana e continuano ad essere divise anche se adesso, dopo diciassette anni di sconfitte continue, incominciano a rendersi conto dell’esigenza molto forte di unità.

Quali sono stati i loro errori ? In parte scarsa competenza culturale, in parte tendenza antica a un certo consociativismo di cui la storia italiana registra episodi antichi e recenti.



5). “Lei è d'accordo con Bersani che sostiene "nel PD non esiste una questione morale e non è mai esistita" ?

E’ difficile esser d’accordo con Bersani perché ci sono stati anche di recente alcuni casi, come quello del consigliere regionale Penati a Milano, che non possono esser liquidati come casi in tutto e per tutto personali.



6). “Quando e perchè -secondo lei- la sinistra, in Italia, ha cessato di essere, per l'immaginario collettivo nazionale, un modello di identificazione in senso etico, morale e culturale, abdicando alla propria funzione di essere rappresentativa come punto di riferimento costante per la società e per i movimenti?”

Il disincanto è incominciato negli anni settanta con il tentativo di “compromesso storico” e quindi si è rivelato con maggior chiarezza di fronte al naufragio precoce del secondo governo Prodi nel 2008. E’ da quel momento che gli italiani hanno cessato di guardare alla sinistra come punto di riferimento costante per la società e per i movimenti e così hanno per la terza volta dato fiducia al populista Berlusconi che era stato già due volte presidente del Consiglio. Con i risultati negativi che oggi possiamo verificare.



7). “Perchè in Italia non è decollato un modello di protesta come "occupy wall street"?

Gli italiani si sono addormentati in questi anni nel sonno del populismo trionfante e non si sono ancora svegliati.



8). “Se lei avesse la possibilità di poter far passare subito dei provvedimenti urgenti in parlamento, che cosa suggerirebbe per migliorare la situazione dell'Italia e degli italiani?”

Come lei ha detto, io non faccio di mestiere l’economista ma è abbastanza evidente che occorrono provvedimenti che vadano nella direzione di inserire i giovani nel mondo del lavoro, di favorire investimenti pubblici legati allo sviluppo del turismo e allo sfruttamento del nostro grande patrimonio artistico e culturale senza trascurare gli aiuti  all’innovazione e alla ricerca scientifica e culturale che le nostre classi dirigenti hanno abbandonato da molti anni. Inoltre una imposta sui grandi patrimoni (gli stessi più noti imprenditori come Della Valle e Montezemolo la chiedono) sarebbe necessaria e si impone allo stesso tempo una lotta più efficace contro l’evasione fiscale



9). “Lei pensa che l'uscita di Renzi abbia avuto e abbia un suo significato oppure è inutile e puramente mediatico?”

La sortita di Renzi ha avuto un aspetto positivo, legato alla necessità indubbia di confronto e discussione nel maggior partito della sinistra ma sul piano dei contenuti, come ha  ricordato con precisione l’onorevole Rosy Bindi, ha sfondato alcune porte aperte e ha citato come problemi da affrontare questioni che il Partito democratico aveva già affrontato e, a suo modo, risolto in precedenti occasioni. A dimostrazione di una verità che molti non riconoscono di questi tempi: cioè che, nella nostra società, l’informazione politica è peggiorata piuttosto che migliorare, come a prima vista parrebbe.

10). “Lei è l'unica persona di rinomata e riconosciuta cultura che ha avuto il coraggio di sostenere la sconfitta dello stato, come ha spiegato nel suo libro del 2008 "perchè la mafia ha vinto". Che cosa è accaduto? Perchè è accaduto?”

Sono convinto, se è possibile ancor più che nel 2008: le mafie purtroppo hanno sconfitto lo Stato nel nostro paese e controllano una parte rilevante della politica e dell’economia a livello nazionale come, con particolare capacità di penetrazione, in alcune regioni conquistate da tempo come la Campania, la Calabria e la Sicilia e in parte la Puglia. 



11). “Che cosa deve fare oggi un intellettuale per uscire fuori dall'inevitabile solitudine nella quale è stato e viene spinto?”

A mio avviso, due cose: da una parte fare il proprio mestiere rispettando i più importanti principi della costituzione e della convivenza civile; dall’altra continuare ad osservare l’evoluzione politica nazionale e internazionale e far conoscere, se gli viene consentito, la propria opinione. In questo periodo è particolarmente difficile ed io sono presente assai poco sulla stampa italiana perché i miei articoli non piacciono a forze politiche diverse e a volte contrapposte. 



12). “Le risulta che esista, in Italia, uno sbarramento che impedisce l'accesso al mercato editoriale di intellettuali, liberi pensatori, artisti a meno che non siano garantiti da partiti tradizionali e/o associazioni e/o confraternite e/o club e/o organizzazioni criminali?”

Non esiste una ricetta unica. Io direi in generale che bisogna fare in modo di partecipare a quel che si muove nella società e non soltanto nei partiti politici.



13). “Se sì, che cosa devono fare gli esclusi?”

Diciamo che è più difficile di una volta superare sbarramenti giornalistici ed editoriali. Il degrado morale è forte e chi vive in Italia lo avverte, sia se svolga un mestiere che ha a che fare con la cultura, sia che faccia altro. Gli esclusi dovrebbero mettersi insieme e cercare di superare così gli sbarramenti, non sarà un’impresa facile ma è necessario tentare..







copyright "Libero pensiero: la casa degli italiani esuli in patria" di Sergio Di Cori Modigliani.

Nel riprodurre l'intervista è necessario citare la fonte, il link di provenienza, la data di pubblicazione.

lunedì 23 ottobre 2017

L’Italia alla frontiera: questo post è lungo 4 righe. Parla da solo.



di Sergio Di Cori Modigliani

A nome del comitato invisibile nazionale degli esuli in patria dichiaro quanto segue:


Il paese langue. 
Ci siamo stufati di tutti coloro che ogni tanto sostengono se parlo io crolla tutto, oppure se io parlo metto nei guai chi conta, oppure io so cose che nessuno sa o anche io so che lui sa che io so oppure loro sanno che noi sappiamo quanto loro sapessero, ecc. ecc. 
Se sapete qualcosa, qualunque essa sia, ditela assumendovi le responsabilità. Altrimenti state zitti e lasciate in pace la nazione sofferente e gli itali pensanti per bene”.

Grazie per l’attenzione

Referendum: che idea!!






di Sergio Di Cori Modigliani


E' una strana sensazione, quella di essere testimone dell'attuale dibattito politico italiano. Leggendo questa mattina le dichiarazioni dei più diversi soggetti politici, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per il PD, Forza Italia e M5s (mi riferisco qui ai referendum appena votati) mi è capitato di pensare che hanno tutti ragione.
E' come stare a teatro guardando una farsa.
Intanto, in Spagna, se non altro, si assiste a uno scenario che si tinge, giorno dopo giorno, dei consueti ingredienti di una autentica tragedia sociale.
Ben più nobile.
Pasticcioni e cialtroni, sia catalani che spagnoli, nell'aver dimostrato da entrambe le parti una forte miopia politica, perché incapaci di gestire al meglio una loro contraddizione reale.
Ma almeno, lì, si sente che c'è della verità.
Si annusa nell'aria uno scontro reale tra forze opposte e forse (da cui la tragedia) davvero incompatibili.
Da noi, alla fine della fiera, finisce che sono sempre tutti compatibili nel nome della incompatibilità dichiarata in campagna elettorale.
Triste constatazione.
Così va il paese, oggi.

giovedì 12 ottobre 2017

El pueblo urla al golpe. Vero o falso?





di Sergio Di Cori Modigliani

Uno degli aspetti più inquietanti dell'attuale fase quotidiana, nella quale siamo immersi, consiste nell'usura di termini e vocaboli che, inevitabilmente, finiscono per cancellare il "Senso" della comunicazione verbale tra umani in lingua italiana..
In tal modo si afferma l'egemonia dell'annuncio, dello slogan, della pubblicità, e il marketing mediatico vince sulla sostanza progettuale.
In questo specifico caso mi riferisco alla battaglia politica in corso tra tutti i partiti presenti nell'arco parlamentare, in riferimento alla legge elettorale.
Noi viviamo in una repubblica democratica parlamentare.
L'esecutivo si poggia su un meccanismo di alleanze che consenta di avere in aula almeno il 50,1% dei consensi.
L'abilità dei leader politici la si manifesta quando riescono a ottenere un accordo tale da reggere l'urto nell'inevitabile scontro con le forze che si oppongono.
Il M5s, sulla carta il più forte gruppo di opposizione parlamentare, ha deciso di non partecipare al confronto basando la propria scelta sul principio "Noi siamo diversi, non trattiamo con nessuno".
Quindi, si sono chiamati fuori.
Altri, numericamente molto più deboli di loro, si sono visti, riuniti e si sono messi d'accordo.
Il M5s sostiene che si tratta di un "golpe" ed è una scelta "eversiva". E qui crolla il Senso della lingua italiana.
Si spaccia per verità o progetto uno slogan mediatico.
Come fa la maggioranza parlamentare a essere eversiva, dato che il termine -per definizione- fa riferimento a un colpo sferrato da una minoranza contro la maggioranza?
Se è maggioranza, non può essere eversiva.
Idem per articolo 1 e sinistra italiana che condividono la stessa identica posizione: "Noi non trattiamo a nessun livello con Renzi" hanno dichiarato, dimenticandosi che attualmente è il segretario politico eletto del più importante partito italiano.
Anche in questo caso la scelta è legittima.
Se loro e i loro elettori sono contenti così, ok.
Se non vogliono mettersi d'accordo "per principio" è inevitabile che le altre formazioni approfittino dello spazio vuoto "regalato" e si mettano d'accordo tra di loro.
Mi sembra ovvio e davvero banale.
Non a caso si chiama battaglia parlamentare.
Quindi, in conclusione, chi usa questi termini, non sta affatto partecipando al gioco della repubblica parlamentare.
Sta parlando di un mondo reale diverso.
Di un gioco altro.
In Politica si vince quando si ha la maggioranza e si perde quando si è in minoranza.
Non ci si sottrae mai.
O meglio, lo si può anche fare.
Ma allora, viene spontanea la domanda: che cosa ve ne importa di andare in parlamento se tanto non volete allearvi con nessuno e sapete con matematica certezza che non otterrete mai alle urne il 51% dei voti validi?
Questo sarebbe l'unico caso in cui avrebbero ragione.
Vi sembra realistico?

mercoledì 11 ottobre 2017

Adelante Pedro con juicio: Barcellona docet!






di Sergio Di Cori Modigliani


I catalani, come è noto, hanno inventato la creatività surrealista, producendo l'imbattibile meraviglia di Gaudì, Salvador Dalì e Luis Bunuel.
Basterebbero questi tre per meritarsi un posto perenne nel Pantheon degli Immortali che hanno contribuito a forgiare l'immaginario collettivo europeo.
Adesso hanno inventato la "Indipe", ovvero "l'indipendenza a metà": una nuova forma di costruzione di uno stato sovrano che non è uno stato sovrano, di una rivoluzione che è contemporaneamente rivolta e conservazione, rottura e dialogo, scontro e incontro.

La Indipe è il grande sogno irrealizzato di Andrè Breton, Marc Chagall e il gruppo dei Dada.
Da noi, in Italia, è arrivata la variante pecoreccia; Renzi lancia la rottamazione della vecchia guardia e si allea con Berlusconi, il quale denuncia l'impossibilità di dialogo con Salvini ma si presenta alle elezioni insieme a lui; Bersani e D'Alema pretendono e impongono le primarie nel loro partito e siccome le hanno perse sostengono che non hanno valore, vogliono un grande movimento di centro-sinistra la cui condizione di base consiste nel fatto che non ci sia il centro.
Infine, il M5s, capitanato da un miliardario che sostiene di essere come S. Francesco, che è il leader riconosciuto ma anche no, è sempre oltre ma è anche di lato. Per non parlare del Papa, amministratore delegato dello Ior, il più importante centro finanziario speculativo del pianeta, capo dello stato più ricco del mondo (circa 20.000 miliardi, un 20% in più degli Usa) il quale sostiene che "povero è bello e soltanto chi non ha nulla andrà in Paradiso".
In Europa poi il trend è chiaramente quello: l'unico grande statista della civiltà progressista, razionale ed evoluta del vecchio continente, che tiene alta la bandiera dei valori della sinistra, è Angela Merkel che è di destra.

Non ci si può sorprendere se in un teatro come questo, la signora May abbia proposto alla Ue la soluzione vincente: una Brexit che non è una Brexit, del tipo "facciamo che è Brexit quando siamo a Londra, non appena arriviamo a Calais invece siamo di nuovo Ue".
Con l'idea del potere che hanno gli Umani non ci si annoia mai.

venerdì 6 ottobre 2017

Dedicato ai giovani d'oggi: il delirio dell'ideologia.






di Sergio Di Cori Modigliani


Il delirio nefasto dell'ideologia.
La stragrande maggioranza dei giovani d'oggi non ha la minima idea di chi sia il signor Cesare Battisti, nè che cosa ha fatto.
A meno che non siano attivisti militanti di gruppi e/o formazioni politiche che si auto-definiscono (grazie ai giornalisti che hanno inventato questo termine mediatico) "antagonisti".
Tuttora, il signor Cesare Battisti è sostenuto e appoggiato da gran parte delle forze politiche dell'estrema sinistra, compresi nomi di politici importanti famosissimi che hanno contribuito a trasformare in eroe e avventuriero una persona che la Giustizia italiana, in via definitiva, ha definito "assassino spietato, criminale pericoloso per la società, motivato esclusivamente dall'odio" condannandolo a due ergastoli per aver ucciso (personalmente) due persone e aver dato ordine di ucciderne altre due.

Da diversi anni, dopo essere stato accolto a Parigi, difeso e sostenuto da intellettuali deliranti francesi che odiano e disprezzano l'Italia e gli italiani, era fuggito in Brasile dove era diventato un divo, appoggiato dal presidente Lula. Personaggio della vita mondana sudamericana era diventato anche un personaggio televisivo ad alto impatto mediatico, dedito ad una vita trascorsa nel lusso edonistico, nella ricchezza materiale e nella produzione e diffusione di odio puro nei confronti dell'Italia e di tutto ciò che è italiano.
 

Ma che cosa ha fatto, esattamente?
 

Il 6 Giugno 1978 ha sparato (uccidendolo) a un maresciallo di 52 anni, Andrea Santoro.
Il 16 Febbraio del 1979, a Milano, ha sparato, uccidendolo, al gioielliere Pierluigi Torreggiani, reo di aver ucciso, per difesa, un rapinatore della mafia siciliana otto mesi prima. Dati i rapporti stretti che il Battisti aveva stretto con la criminalità organizzata, lo uccisero per vendetta. Il Torreggiani cercò di difendersi, ma ebbe la peggio; il figlio -presente in gioielleria- cercò di intervenire, ma il Battisti gli sparò un colpo perforandogli la spina dorsale, condannandolo a una vita su una carrozella.
Nell'autunno del 1979, diede ordine di uccidere Andrea Compagna e Lino Sabbadini, due piccoli commercianti, dichiarando (lo disse anche nel corso del processo, essendo reo confesso) che "avevo deciso di porre fine alla loro squallida esistenza".

Per motivi che esulano dalla comprensione di ogni italiano pensante democratico, ancora oggi gode in Italia e in Sudamerica di fortissimi appoggi politici e un vasto consenso nell'ambiente della sedicente "sinistra antagonista".
Questo post è dedicato alla memoria delle quattro vittime e delle loro famiglie, è dedicato soprattutto ai giovani di oggi ai quali non è stato spiegato nel dovuto dettaglio quali siano i capi di imputazione e le motivazioni della sua condanna.
Informatevi sui fatti, e non fidatevi di chi lo sostiene e lo appoggia.
Siate di sinistra, se questa è la vostra scelta politica, ma diffidate dalle imitazioni, in maggior conto -come in questo caso- se sono truculente, malvagie, intrise di opportunismo, malafede e un cuore nero.
Come la pece.