venerdì 4 gennaio 2019

L'Orlando Furioso non mi piace.



di Sergio Di Cori Modigliani

La memoria non è un optional e, come è noto, per un Paese ammalato da almeno 30 anni di Alzheimer sociale, i temi di attualità arrivano, soprattutto ai giovani, in maniera degradata perchè privi della sostanza interna coltivata dall'analisi dei processi della Storia. Nasce così la confusione, la mancanza di punti di riferimento e la pubblicazione continua di notizie deprivate dei frammenti di verità collettive.
L'uscita di Leoluca Orlando, che in queste ore sta infiammando el pueblo unido, anzi meglio, le uscite di due campioni del populismo deteriore della sinistra festivaliera come De Magistris e Orlando, mi appaiono come una modalità propagandistica di chi -con agghiacciante cinismo- bada soprattutto ai propri elettori e non ai bisogni della collettività.
Leoluca Orlando non è, per me, un personaggio politico attendibile, sotto nessun punto di vista. E chi conosce bene la Storia d'Italia lo sa benissimo. Lo ricordo protagonista promotore di una vergognosa macchina del fango contro il giudice Giovanni Falcone nella tarda primavera del 1990, arrivando al punto tale di presentare un esposto contro il compianto magistrato, sostenendo (a quei tempi) che Falcone rappresentava un pericolo per la democrazia e andava rimosso dal suo incarico. Da quel momento, il partito di Orlando (si chiamava "La rete") inizia una furibonda campagna di attacco personale contro Giovanni Falcone, che è finito isolato ed emarginato. Ricordo una puntata a maggio 1990 della trasmissione Samarcanda dove questo potente democristiano (per l'appunto, Leoluca Orlando, il quale se ne va dalla DC alla fine degli anni'80 quando finisce la guerra fredda e fonda un suo personale movimento populista) compare in televisione e così, con enorme sorpresa di tutti, attacca frontalmente Giovanni Falcone. In quel momento, il giudice era sostenuto politicamente soltanto da tre importanti soggetti politici: il socialista Claudio Martelli, e i ministri democristiani Mino Martinazzoli e Sergio Mattarella. Era un momento delicatissimo della vita nazionale, e quell'attacco furibondo e frontale contro il giudice Falcone rimase (e tuttora rimane) scolpito nella memoria collettiva di chi ha seguito la vita politica di questo Paese.
Tutto ciò per dire che, il sottoscritto, non si fida del più violento populista italiano (Salvini, Conte e Di Maio sono novizi infantili in confronto) e, prima di saltare sul carro della chiamata alle armi di Leoluca Orlando, sarebbe il caso che el pueblo unido vada a controllare eventi, accadimenti e alleanze della biografia politica di chi (come appare chiaro) intende porsi come nuovo leader della sinistra populista antagonista.
Il sottoscritto, allora, era fortemente schierato dalla parte di Giovanni Falcone.
Lo è ancora.
La memoria non è un optional.



L'amore ai tempi della guerra fredda






di Sergio Di Cori Modigliani


E' possibile, oggi, ai tempi dei social media, riuscire a fare un film in cui si coniugano i temi della consueta tragedia classica di stampo romantico a quelli della denuncia sociale e della ricerca antropologica culturale di stampo etnico?
E se a questo aggiungessimo anche il dibattito sulle differenze sentimentali di genere, nonchè la pretesa di offrire una poesia visiva non prodotta da effetti speciali (fregandosene di pedinare l'audience) si troverebbe mai qualcuno disposto e disponibile a produrre un film così fatto, niente affatto leggero, con l'aggravante di dover rispettare la pretesa retro del regista che a tutti i costi lo vuol girare con un bianco e nero anni'50?

Sì, è possibile.
A condizione che il regista sappia che cosa sta facendo, dove vuole andare e dove intende portarci.
A condizione di appartenere a un paese della Ue che ha una solida tradizione cinematografica alle spalle e sa come utilizzare i fondi europei a disposizione del cinema come strumento culturale.
Per non parlare della condizione fondamentale di avere un attore maschio e un'attrice femmina (niente divi o nomi appariscenti) che devono essere dotati di più che solido impianto recitativo -entrambi davvero sexy al di là di ogni dubbio- pienamente integrati nel loro ruolo, in grado di regalarci emozioni, sensazioni e piacere visivo.
Se si è polacchi e ci si chiama Pavel Pawlikowski, Joanna Kulig e Tomasz Kot, allora è possibile.
Consiglio a tutti i cinefili di andare a vedere il film.

Per quanto riguarda lo stato della nostra nazione, rassegnamoci accettando ciò che siamo, oggi, nel mercato internazionale: all'ultimo glorioso posto tra quelli che contavano.
A Varsavia fanno la fila per andare a vedere i loro eroi.
Da noi, top leader Massimo Boldi e Christian De Sica.
A ciascuno il suo.

lunedì 24 dicembre 2018

L'inventore del Natale






di Sergio Di Cori Modigliani


Ma il Natale, così come noi lo viviamo, come grandiosa festa collettiva che ruota tutta intorno all'essere generosi, è da sempre stato così?
Fin dalla notte dei tempi della civiltà cristiana, oppure c'è qualcuno che l'ha inventato?

C'è qualcuno che se l'è inventato. Eccome se c'è.

Non a caso si tratta di un geniale scrittore.

E' stato il britannico Charles Dickens, per la precisione il 19 Dicembre del 1843, ad aver inventato la festa di Natale.

Fino a quel momento, si trattava soltanto di una festa religiosa, sobria, che non comportava neppure il pranzo. Era richiesta soltanto (ai credenti) la presenza in chiesa alle ore 12 del 25 dicembre e basta. La festa lì si esauriva.
Ma in quella specifica data, nel lontano dicembre del 1843, a Londra, sul quotidiano Time, usciva il racconto "A Christmas carol", seguito nei tre giorni successivi da editoriali forti, (sempre firmati da Dickens) pieni di ardore sociale, in cui si invitava -sottolineando l'espressione "obbligo sociale per ogni gentiluomo che dir si voglia"- a trasformare una "festa puramente formale" in un evento di manifesto progresso sociale, la cui caratteristica principale consisteva nell'aiutare i poveri, i più sfortunati, gli esclusi dalla gerarchia sociale.
L'editoriale del 21 dicembre 1843 nel quale Dickens sfidò i suoi connazionali e l'intera aristocrazia si concludeva con la seguente frase:
"E Dio benedica tutti noi, tutti gli uomini di buona volontà. Ciascuno di noi. Ma non soltanto i miei figli e i vostri figli, la prole di chi sta leggendo questo testo in questo momento, nati tutti in culle dorate, amorevolmente assistiti da ricche mamme, nonne, tate, tanto bel calduccio, e un bel cosciotto d'agnello caldo a disposizione. Dio benedica tutti. E quando dico tutti, intendo dire: TUTTI! Apriamo il nostro cuore a tutti i disagiati. E rivolgendomi ai genitluomini come il sottoscritto, aggiungo: apriamo soprattutto i nostri portafogli gonfi di carte che valgono. Dò il primo esempio".
E versò una cifra (corrispondente oggi a circa 1 milione di euro) a disposizione di tutti gli orfanotrofi dell'Impero Britannico per acquistare cibo e vestiti decenti per gli orfani a Natale.

Quella stessa sera, il 22 dicembre, la giovane Regina Vittoria, confidò il suo malumore al gran ciambellano: "Non ho nesuna intenzione di farmi prendere per una scriteriata sanguisuga da un pennivendolo esaltato, diamo l'esempio".
Il mattino dopo emise un decreto che imponeva l'obbligo a tutta l'aristocrazia, immediatamente, di fare beneficenza a Natale, dichiarando pubblicamente quanto, quando e a favore di chi.

E' sempre stato considerato il più grande successo della carriera di Charles Dickens.
Mi piaceva condividere con voi tutti questo aneddoto storico.
Tempi lontani, quando scrittori e intellettuali avevano ancora qualcosa da dire.

Più che altro, sapevano ciò che dovevano fare.

domenica 23 dicembre 2018

La notte lunga della Repubblica Italiana






di Sergio Di Cori Modigliani


Nelle ultime 24 ore, pentastellati e leghisti, ai quali si sono amorevolmente aggiunti sia i comunisti che i fascisti, da Forza Nuova a Potere al Popolo, si sono accaniti con violenza verbale contro la persona della senatrice Emma Bonino, colpevole di aver "osato" proferire nell'aula del Senato della Repubblica parole come quella riportata qui sopra.
E' una attività da vigliacchi, imbastarditi dal livore di un cinismo opportunista davvero deteriore.

La brutta notizia consiste nell'avvertimento che viene dato alla nazione sull'aria che tirerà dal 1 Gennaio del 2019.
La bella notizia consiste nel rivelare a tutti noi quanto deboli e impauriti siano gli esponenti del mainstream governativo, i quali, rispecchiandosi nelle parole dell'indomita leader radicale, toccano con mano la propria miseria umana, la propria vocazione piccolo-borghese di modestissimi arraffoni dell'ultima ora, travolti dall'indifferenza dei bisogni collettivi del paese avendo scelto di esaltare uno squallido individualismo motivato da asfittici interessi di bottega.
Per fortuna di noi tutti, c'è un'Italia bella e sognatrice, pulita e utopista, soprattutto mèmore e consapevole, che manterrà la barra a dritta e ci accompagnerà ad attraversare questo lungo sonno della ragione democratica.
Buone feste a tutti coloro che se le meritano.




giovedì 20 dicembre 2018

In memoriam






di Sergio Di Cori Modigliani


                                    "Il mio lavoro è molto più bello della tua vacanza".
                                                                Antonio Megalizzi



Una frase dedicata a tutti gli indifferenti, ai facinorosi, agli odiatori da tastiera, ai sostenitori della violenza.

martedì 11 dicembre 2018

Adorno ai tempi dei social.

di Sergio Di Cori Modigliani
 
All'alba degli anni'60, il più potente filosofo e sociologo dell'epoca, il tedesco Theodor Adorno, fondatore della celeberrima scuola di sociologia dell'università di Francoforte, lanciava il suo atto d'accusa contro la società consumistica di massa, ammonendoci sul grave rischio di estraneazione totale e definitiva che stavamo correndo, a nostra insaputa.
I suoi scritti di allora, insieme a quelli di Herbert Marcuse che insegnava in California, aprirono un nutrito e stimolante dibattito che poi sfociò nella più grande stagione di dissenso planetario mai registrato.
Oggi, 60 anni dopo, la sua eredità ancora ci conforta e ci aiuta a comprendere le modificazioni ambientali, psicologiche e sociali che stiamo affrontando nell'attualità, soprattutto in conseguenza della diffusione dei social network.

L'estate scorsa, sulla gazzetta filosofica, Consuelo Lezietti aveva pubblicato un suo contributo davvero stimolante che oggi propongo ai miei lettori suggerendoli alla vostra attenzione.
Buona lettura
 
(https://www.gazzettafilosofica.net/2018-1/luglio/il-consumismo-di-adorno-ai-tempi-dei-social-e-della-crisi/?fbclid=IwAR0kd4EXwMxiLOUBXQLifa2RhboZwa8WYlhHGHwS8l61aRFs4jPN_FAVjEc)

 

 

Il consumismo di Adorno ai tempi dei social e della crisi

 
La situazione diventa tanto più paradossale di fronte al sempre più marcato divario tra il vero ricco, il grande imprenditore di multinazionali, il politico – tanto per fare degli esempi – e tutti gli altri. Una situazione che ricorda gli anni d’oro della classe sociale aristocratica, contrapposta al popolo e alla piccola borghesia.
La Fiat 500 divenne uno dei simboli del boom economico italiano
La Fiat 500 divenne uno dei simboli del boom economico italiano
 
Siamo ormai lontani dagli anni in cui la società proseguiva il suo percorso verso quella che negli anni ‘60 era considerata la cultura consumistica. Un autore che seguendo la strada di Marx cercava di capire questa trasformazione è Theodor Adorno, filosofo e sociologo tedesco, esponente di spicco della Scuola di Francoforte. 
 
La critica alla società comincia con la constatazione del tramonto del mondo borghese-liberale e la nascita della società di massa, caratterizzata dalla monopolizzazione della produzione e dal consenso di massa ottenuto grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, come il cinema, la radio e la pubblicità, i quali influenzano la mentalità della collettività. L’impianto marxiano della sua teoria si svilupperà presto in modo autonomo. Adorno individua nella teoria marxiana una falla: il modello a cui Marx fa riferimento è quello del capitalismo liberale e concorrenziale, ma la società reale non ha mai funzionato su questo modello. È subentrato il monopolio, lo sviluppo tecnico accelerato e il dominio imperiale sulle risorse mondiali, consentendo alle classi dominanti di elevare il tenore di vita dei lavoratori, previsione che non era stata calcolata da Marx. All’innalzamento del tenore di vita e della quota di acquisto dei beni di consumo dei lavoratori corrisponde un abbassamento della potenza e rilevanza sociale di essi. I lavoratori sono sì sfruttati ma anche gratificati dai beni consumistici. Questa condizione inibisce il formarsi di una coscienza critica. Anzi, l’avvento della società dei consumi ha favorito la percezione di una società senza classi, sviluppando un processo di livellamento: le differenze sono meno visibili; tutti possono raggiungere un certo tenore di vita; tutti si dilettano al cinema, una forma artistica più “democratica” nel senso benjaminiano. 
 
Il consumo diventa una fonte di gratificazione. L’oggetto diventa un mezzo per accrescere il culto feticista della personalità e il suo valore dipende solamente dal valore di acquisto e dalla capacità di accrescere l’ego. Il consumo fornisce agli individui valori e senso.
 
Le considerazioni di Adorno, per quanto attuali, ci permettono di cogliere la somiglianza, ma anche la grande differenza che intercorre tra la società del consumismo degli esordi e del successivo boom economico, dalla società odierna. 
 
In passato infatti la diffusione del consumo di massa ha portato ad un’accettazione comune, in nome di una vita più comoda e più libera e di una maggiore democratizzazione del benessere – mi riferisco al livellamento espresso da Adorno – grazie alla quale scompariva la rigidità delle classi sociali del passato. Anche laddove una persona era più benestante di un altro vi era lo stimolo, dato dalla possibilità, di poterlo raggiungere. 
 
 
Diversa è la situazione odierna, caratterizzata da una fase calante dello sviluppo economico, una crisi che ha investito non solo tale aspetto ma anche quello esistenziale e sociale. Il consumismo sta regredendo, perché è diminuito il potere di acquisto della classe media. La positività che in esso si poteva trovare, cioè la garanzia di un futuro migliore e la possibilità di accrescere la propria fortuna grazie alle proprie capacità, non esiste più. Il giovane di oggi vorrebbe aumentare la propria possibilità di riuscita, ma si vede bloccato dal sistema. Se in passato ad esempio lo studio era garanzia di lavoro, anche maggiormente retribuito, oggi un ingegnere avrà sicuramente uno stipendio mediamente più alto di un operaio, ma entrambi si trovano sullo stesso livello sociale ed economico. Ancora più emblematica è la situazione degli studenti di materie umanistiche. Uno studente di filosofia, per riprendere un esempio del filosofo contemporaneo Galimberti, prima sapeva di poter diventare professore, oggi non ha nemmeno più la forza di aspirare a ciò. Forse oggi, più che di un livellamento, si può parlare di “appiattimento” della condizione
 
La situazione diventa tanto più paradossale quando a questo “appiattimento” si coniuga un sempre più marcato divario tra il vero ricco, il grande imprenditore di multinazionali, il politico – tanto per fare degli esempi – e tutti gli altri. Una situazione che ricorda gli anni d’oro della classe sociale aristocratica, contrapposta al popolo e alla piccola borghesia. Il sistema sociale rischia perciò di diventare chiuso: gli sforzi per “crescere”, se nell’epoca di Adorno procuravano una potenzialità effettiva, oggi, spesso, risultano vani. Guardiamo ad esempio a quanti laureati faticano per trovare un posto solido e non soggetto al precariato, o al loro ritardo nell’avere una effettiva indipendenza e autonomia. 
 
Il consumismo fin dalle origini ci ha portati alla ricerca esasperata di “cose”, creata da tecniche pubblicitarie tali da far apparire necessari beni superflui. Oggi siamo arrivati all’esasperazione di ciò. Non ci accontentiamo più di avere un telefono funzionale, ma vogliamo l’ultimo modello, modello che casualmente esce “a puntate” con modifiche talvolta minime ma presentate come rivoluzionarie. Un controsenso se si pensa alla crisi ma che in realtà ne rappresenta l’emblema: il sistema di pagamento è rateizzato.
 
Il rischio di chi non soggiace al consumismo è quello di diventare dei reietti sociali e addirittura quello che, chi non ha o chi non appare, sembra persino “non essere”. L’essere è sempre più minacciato, basta riflettere sul gergo aziendale quando sostituisce la parola “persona” con quella di “risorsa umana”, riducendola a essere inanimato, da cui attingere a proprio piacimento. 
 
Il consumismo di Adorno era avvalorato da una effettiva capacità di acquisto, oggi ridotta e lo status sociale esisteva ma era mobile.
 
Al contrario, la società di oggi è formata solo da due condizioni: quella delle élite e quella della classe media, nelle quali i membri dell’una difficilmente riescono a sconfinare nell’altra. Prendendo in esame la sola classe media (che comprende la maggior parte della popolazione) possiamo notare come in essa gli individui siano, non potenzialmente, ma effettivamente uguali, e nessuno potrà mai sperare di avanzare ed entrare in quella elitaria. Proprio questo divario ha prodotto una massificazione di modelli di vita “altolocati”. È ciò che vediamo tutti i giorni sui social network, nei quali dilaga la volontà di mostrare uno stile di vita raffinato, in cui tutti siamo esteti alla ricerca di godimenti eletti e sofisticati. I social network ci permettono di colmare il vuoto lasciato da questa diminuzione di potere d’acquisto e quindi di consumismo, dovuto alla fine del boom economico. In essi la massa si crogiola in questa parvenza, dimostrando a sé e agli altri l’eccezionalità della propria vita. L’esaltazione dell’io si esprime tramite mezzi di massa, utilizzando un’estetica di massa.  
 
Facebook e Instagram hanno perciò permesso a milioni di persone di “mostrare”, in una società dove l’avere è sempre più minacciato. Il consumismo sembra essere irrimediabilmente cambiato, aiutato in ciò anche dai social: se prima il consumismo era fonte di un certo progresso, oggi forse è solo ridotto al “mostrare”. Se prima esso aveva portato alla sostituzione dell’“essere” con l’“avere”, oggi l’avere sembra lasciare spazio al mero “mostrare”.
 
23 luglio 2018

domenica 25 novembre 2018

A proposito del black friday.....






di Sergio Di Cori Modigliani


Ieri l'altro, in Italia, si è celebrato il venerdì nero dell'intelligenza collettiva della nazione.
 

Le multinazionali hanno lanciato il "black friday", una tradizione statunitense che risale al 1948, antropologicamente valida e originale (per loro).
Avviene il giorno dopo il thanksgiving day (tutti sacrosantamente in famiglia) la più importante festa nazionale statunitense che celebra ricorda e commemora le persone che -a quei tempi, cioè il 1620- noi europei bruciavamo sul rogo, perseguivamo e consideravamo ambasciatori di Satana. 

In Usa, nel corso del black friday, i commercianti e i grandi magazzini svendono tutto ciò che hanno in negozio perché -per Legge- la vendita dei prodotti natalizi può avvenire soltanto dal sabato seguente al thanksgiving day e non prima. 
Il "venerdì nero" è anche chiamato così perchè è il giorno dell'anno in cui commesse e commessi lavorano di più in assoluto (devono iniziare ad aprire scatoloni nei magazzini e iniziare a fare gli addobbi) e tutti i permessi di lavoro sono aboliti: il contrario esatto del ponte. 

E' un giorno di grande lavoro e di grande fatica, chiamato così dall'organizzazione sindacale dei tessili del New Jersey nell'ottobre del 1947. 
Il termine, quindi, è bene saperlo, indica una macabra memoria di sfruttamento senza regole della manodopera a basso costo. 
E' un'altra cultura quella statunitense. 
E' la loro.

Trasferito così, senza senso, in Italia, segnala la cifra di un paese di mitomani rimbecilliti, innamorati dell'idea di essere identificati come soggetti passivi buoni soltanto a consumare, e quindi, negando ogni rispetto e conoscenza della diversità culturale. Importiamo dagli Usa soltanto il peggio pensando, così, di essere evoluti. E' una classica fantasia da piccolo-borghesi analfabeti. 
Tanto vale far giocare il prossimo derby Roma-Lazio a Los Angeles.

giovedì 22 novembre 2018

Muoviamoci in fretta per salvarci tutti.






di Sergio Di Cori Modigliani


Arriva un allarmante avvertimento dalle Hawaii, ma Donald Trump, Putin e la lobby planetaria dei fossili tossici fanno orecchie da mercante. Per nostra fortuna, a dispetto dei tempi attuali mediatici, non esiste nessuna possibilità di nascondere ai cittadini del pianeta la verità perchè la si può toccare e sentire e provare sulla propria pelle: se non si interviene subito, con scelte politiche che mandano in pensione l'economia dei carburanti oleosi derivati dal petrolio, la vita di tutti noi diventerà sempre più difficile e i costi saranno insostenibili per le nazioni.
E' necessaria una nuova consapevolezza collettiva in campo ecologico e ambientalista, al di là delle differenze e distinzioni partitiche. Ma va fatto subito.
E' necesasaria una nuova consapevolezza nel campo dell'ecologia ambientalista a tutto campo, a dispetto della propria collocazione di parte.
E' necessaria una nuova consapevolezza collettiva in campo ecologico e ambientalista a difesa della nostra sopravvivenza, come cittadini e come specie, al di là delle nostre collocazioni partitiche (non politiche).
Qui di seguito, un dispaccio dell'agenzia di stampa statale governativa, l'Ansa, da Washingon, in cui riferisce e ci informa sull'attuale dibattito in corso in Usa in seguito alla pubblicazione ieri l'altro di uno studio scientifico realizzato nelle Hawaii:

"Catastrofi 'naturali' multiple ed allo stesso tempo incendi, tempeste sempre più violente, ondate di calore insopportabili, contaminazioni di cibi a causa di inondazioni, innalzamento delle acque. Il cambio di clima, già in atto, causerà nei prossimi anni disastri contemporanei e sempre più virulenti, a meno che si cominci da subito ad abbassare le emissioni di gas nocivi. Il durissimo monito è stato lanciato da un nuovo mega studio americano: "Sarà come lottare con Mike Tyson, Schwarzenegger, Stallone e Jackie Chan, tutti insieme", ha detto l'autore principale della ricerca, Camillo Mora dell'università delle Hawaii.

Lo scenario è emerso dalla mega-indagine realizzata da un team di 23 scienziati dell'università delle Hawaii e dell'Istituto per la salute globale dell'università del Wisconsin, che per la prima volta ha creato un 'aggregato' di ben 467 diversi tipi di effetti del cambio climatico nel mondo. Non limitando l'analisi a due-tre tipologie di minacce di catastrofi naturali.
Il risultato delle revisione di più di 3.000 ricerche in materia è allarmante: i cambiamenti sull'ambiente derivati dalle mutazioni climatiche si 'monteranno' a vicenda con effetti disastrosi potenziati. Responsabili primarie sono le emissioni di gas che creano l'effetto riscaldamento e 'intrappolando' il calore provocano reazioni a catena sulla catena alimentare, sulla salute umana, sulle acque e cosi' via. A manifestarsi in crescendo - secondo il rapporto pubblicato su 'Nature Climate Change' - saranno cosi': siccità, innalzamento delle acque, uragani, incendi, alluvioni.
Secondo lo studio , l'umanità - in tutto il globo - si troverà a a fronteggiare al tempo stesso 4-6 disastri alla volta".
(fonte: ufficio Ansa di Washington)

mercoledì 21 novembre 2018

La nuova trappola comunicativa delle destre populiste all'assalto: senza bandiere!





di Sergio Di Cori Modigliani

La Politica ruota intorno alla simbolica e alla ritualità dei suoi officianti, aderenti, sostenitori.
Da sempre è stato così, fin dagli albori dell'umanità.

Il geniale antropologo e psichiatra Paul Watzlawick(fondatore del celeberrimo gruppo "Change" e direttore del Mental Research Institute di Palo Alto, in California) raccontava ai propri studenti la sorpresa che aveva colpito lui e sua moglie quando negli anni'50, in mezzo alla foresta della Nuova Zelanda, alla ricerca di una certa specifica tribù cannibale primitiva, con la quale volevano entrare in contatto per le loro ricerche di psico-etnologia sul campo, d'un tratto, tra il fogliame esotico pullulante di uccelli variopinti, avevano visto degli strani vessilli di materia vegetale che si muovevano circondandoli, riflettendo la luce del sole che faceva brillare i colori sulle bandiere. Dopo pochi minuti, si manifestarono i selvaggi che li accolsero nel loro villaggio dove rimasero a vivere per circa un anno. Gran parte dell'attività creativa della tribù consisteva nella creazione di vessilli e bandiere il cui fine consisteva nel rappresentare la loro idea di mondo e spaventare i potenziali nemici. Diverse tribù concorrenti (a loro ostili) non erano così creativi e quando incrociavano per caso o per sfortuna i vessilli di quella tribù fuggivano via in preda al terrore. Decise, pertanto, di dedicare uno studio approfondito al concetto di bandiera, come simbolo iconico e totemico, presente in tutte le civiltà del pianeta dagli albori dell'umanità sostenendo che si trattava del più antico esempio di socialità, già presente tra gli umani ancora prima di diventare Sapiens.
Portando avanti le sue ricerche sull'evoluzione psicologica del comportamento umano, Watzlawick identificò il concetto di "bandiera" con il "pensiero forte", ovvero con il bisogno da parte degli esseri umani (socializzati in maniera collettiva) di "percepire" e "sentire" l'identità del gruppo facendo corrispondere un lembo di tessuto colorato e/o disegnato con l'idea di un progetto sottostante, immediatamente identificabile da chicchessia con il pensiero autentico di quel determinato gruppo, collettivo, Paese, Nazione, Stato. 
Chi crede alle proprie idee, perchè è convinto della loro bontà ed efficacia, è sempre orgoglioso della specifica bandiera che sintetizza e simbolicamente rappresenta il credo e anche un progetto comune. Sulle lunghe aste dei vessilli che i porta-bandiera delle legioni romane portavano in battaglia erano raffigurate (dipinte con polvere d'oro) monete, una donna che indossava una tunica blu e spighe di grano, simboli di ricchezza, sessualità, fertilità e nutrimento per tutti.
Per i romani, quel vessillo era il simbolo della loro civiltà superiore, e la sola presenza faceva sentire i nemici in una situazione di manifesta inferiorità.
Senza bandiere, sosteneva Watzlawick, non esiste la coesione sociale, manca l'identificazione (che regala sicurezza e forza d'animo) e indebolisce la manifestazione del proprio pensiero e della propria idea di mondo.

Tutto ciò è noto da sempre: non è mai esistita nessuna organizzazione collettiva che propugni una qualunque idea senza una bandiera che la identifichi.

Ma c'è una novità di questi tempi che sta dilagando come moda trendy in gran parte dell'occidente.
Lanciata come modello inclusivo.  
Usata anche dal brasiliano Bolsonero nella sua campagna elettorale come simbolo negativo, ovvero come segnale manifesto della inutilità del presentarsi come destra o come sinistra, perchè ciò che conta è l'unità di intenti del popolo tutto insieme nell'essere contro. 
Sbarcata trionfalmente in Europa nelle manifestazioni di questi giorni in Francia, con il dichiarato proposito di lanciare un nuovo modello di comunicazione aggregante.
Si assiste a manifestazioni politiche di massa caratterizzate dal perentorio ordine dall'alto (??) di non esibire bandiera alcuna. 
Una folla unita dalla mancanza di progettualità, dalla rinuncia all'affermazione di una propria visione, dall'assenza, quindi, di tutto ciò che per definizione separa, ovvero la propria idea di mondo per la quale si combatte e ci si raduna tutti insieme.
Manifestazioni come quella di Parigi di questi giorni appartengono al mondo mediatico della post-verità. Quella in corso in Francia la considero la prima grande manifestazione di massa nella storia dell'umanità a favore del petrolio, contro gli investimenti e gli incentivi per le energie rinnovabili e contro un'economia legata all'ecologia sostenibile, un trucco da baraccone organizzato con diabolica abilità dalla destra iper-liberista sostenuta e finanziata dai petrolieri internazionali che vogliono difendere, salvaguardare e sostenere l'obsoleta e tossica economia del fossile. 
Cavalcando con furiosa e cinica mistificazione il disagio sociale, coloro che vogliono abbattere l'onda verde in arrivo, ovvero i grandi petrolieri e le società finanziarie che li sostengono, scendono in piazza contro il governo francese e la Ue.
Ovviamente senza bandiera. Nascondendosi dietro la mancanza di bandiere, i petrolieri issano la loro: una bandiera invisibile e per questo pericolosa.

E' bene dedicargli dei pensieri e seguire con vigile attenzione questa "moda" della mancanza di bandiere nel nome di una presupposta unità di intenti di liberi cittadini, quando questa "unità di intenti" è poco identificabile, non è cioè riconducibile ad un progetto o una battaglia  riconoscibile, quando è mera rappresentazione di malumore, quando può essere cavalcata da chiunque, quando è, appunto, presupposta.
Stiamo assistendo ad una inedita stagione di manifestazioni proposte, lanciate e gestite da donne (anche quelle francesi sono iniziate così, con raduni di "innocue casalinghe" in Provenza e in Camarga) che dichiarano di non essere nè di destra nè di sinistra e che da sole portano in piazza migliaia di persone più o meno imbufalite. Ne riconosco l'intenzione di partenza, cioè quella di sottrarsi alla strumentalizzazione dei partiti, i cui errori hanno provocato questa ondata di antipolitica; ma credo che si stia trasformando in una new entry nelle mode di massa della società mediatica, dove vengono mescolati input diversi che i big data segnalano come propulsori del consenso.. 
Non mi fido, in questo momento, di chi non "osa" esibire la propria bandiera di appartenenza (che non è solo la bandiera di un partito/sindacato). Non è più il momento della rabbia (che unisce), è il momento della proposta (che divide), lo scrivo qui da almeno quattro anni. 
Non è il momento dell'unità "contro" ma dei distinguo "per".  
Credo che questo sia il momento di stare sotto una bandiera. Ognuno la sua. 
Per fare chiarezza.
I francesi stanno percorrendo una strada che noi abbiamo già percorso. 
Almeno in questo noi stiamo più avanti. Spero.
 

P.S
Poichè ho citato le idee del prof. Watzlawick, aggiungo qui di seguito l'elogio funebre del prof. Umberto Galimberti, uscito sul quotidiano la repubblica, nella primavera del 2007, per commemorare la sua definitiva dipartita.

Watzlawick, se le idee si ammalano

di Umberto Galimberti -(Dal quotidiano "La Repubblica" pubblicato il 4 aprile 2007)

Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California
all'eta' di 85 anni, e' lo psicologo che meglio di tutti e' riuscito a
coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a
sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perche'
ad "ammalarsi" non e' solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che,
quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola
infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli
pubblico' nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, e' stato il libro
che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.
Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito
all'Universita' di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L'anno
successivo prese a frequentare l'Istituto di psicologia analitica di Zurigo
dove nel 1954 consegui' il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 tenne la
cattedra di psicoterapia presso l'Universita' di El Salvador e dal 1960 si
trasferi' al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavoro' con Don D.
Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo
studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del
cambiamento, del costruttivismo radicale e della terapia breve fondata sulla
modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra "immagine" del
mondo, spesso dissonante con la "realta'" del mondo.
Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in
primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme
psicopatologiche non originano nell'individuo isolato, ma nel tipo di
interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che
e' possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e
dimostrare che e' la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.
A un individuo puo' capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini
contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick
chiama "paradossale". Se la persona non riesce a svincolarsi da questo
doppio messaggio la sua risposta sara' un comportamento interattivo
patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare "follia". Questa
analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana, non si
limita a un'interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre
procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire
nelle interazioni e di modificarle. "Paradossalmente" e' proprio con
l'iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonche' con la
"prescrizione del sintomo" e altri procedimenti di questo tipo che il
terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche
apparentemente inespugnabili.
Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come
"guarigione", ma come "cambiamento" a cui ha dedicato Il linguaggio del
cambiamento, Il codino del Barone di Muenchhausen e, con Giorgio Nardone,
L'arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realta',
una delle quali e' supposta oggettiva ed esterna, e un'altra che e' il
risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare
queste due realta' ed e' questa sintesi che determina convinzioni,
pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della
razionalita' e' controllato dall'emisfero cerebrale sinistro che ci consente
di interpretare la realta' oggettiva in termini razionali secondo una logica
metodologica. Ma questa e' spesso in conflitto con l'attivita' dell'emisfero
destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche
e assurde.
Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull'emisfero destro
perche' in esso l'immagine del mondo e' concepita ed espressa, e, mutandone
la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali,
prescrizioni, si determina il cambiamento dell'immagine del mondo che e'
alla base della sofferenza psichica.
La rivoluzione non e' da poco, perche' smentisce la persuasione comune
secondo cui, a partire dalla nascita, la realta' non puo' che essere
"scoperta". No, dice Watzlawick ne La realta' inventata. Il costruttivismo,
che e' alla base della sua concezione sostiene che cio' che noi chiamiamo
realta' e' un'interpretazione personale, un modo particolare di osservare e
spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e
l'esperienza. La realta' non verrebbe quindi "scoperta", ma "inventata".
Da queste invenzioni nascono "stili di vita" che rendono ciechi non solo gli
individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi
sociali e politici) nei confronti di possibilita' alternative. Con molti
esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova
formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove "realta'".
E cosi' la psicologia incomincia a respirare.
Oggi a raccogliere questo respiro e' la consulenza filosofica che spero
annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia,
approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia,
sono spesso la causa delle sofferenze dell'anima.

[Paul Watzlawick (Villach, Austria, 25 luglio 1921 - Palo Alto, Stati Uniti,
31 marzo 2007), psicologo, sociologo, docente di psichiatria, studioso della
comunicazione umana e quindi filosofo autentico; dal 1960 ha lavorato presso
il Mental Research Institute di Palo Alto in California; e' stato docente di
psichiatria alla Stanford University; fondamentale il suo lavoro sulla
comunicazione umana; e' stato uno dei principali rappresentanti della scuola
di Palo Alto.  Dopo aver studiato a Venezia (lingue moderne e filosofia) e a Zurigo
(all'istituto Cari Gustav Jung), emigro' nel 1960 negli Stati Uniti, dove
insegno' al Mental Research Institute di Palo Alto e al dipartimento di
psichiatria e scienza comportamentale dell'Universita' di Stanford. Per i
suoi studi cognitivi Watzlawick e' considerato il maggiore esponente della
Scuola di Palo Alto, una delle prime a rinnovare il linguaggio della teoria
della comunicazione e della psicoterapia. 'L'uomo e' infelice perche' non sa
di essere felice' scriveva Watzlawick in uno dei suoi libri piu' letti, Di
bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, del 1986. Tra le
sue 18 opere, tradotte in 85 lingue, spiccano La realta' della realta'.
Confusione, disinformazione e comunicazione (1976), Istruzioni per rendersi
infelici (1997), L'arte del cambiamento (1990) e soprattutto Pragmatica
della comunicazione umana, del 1967. In quest'ultimo libro enuncia i cinque
assiomi della comunicazione. Alla base della sua teoria, la tesi
dell'impossibilita' di non comunicare". Tra le opere di Paul Watzlawick
disponibili in italiano: (con Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson),
Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle
patologie e dei paradossi, Astrolabio Ubaldini, Roma 1971; (con John H
Weakland, Richard Fisch), Change: la formazione e la soluzione dei problemi,
Astrolabio Ubaldini, Roma 1974; La realta' della realta'. Confusione,
disinformazione, comunicazione, Astrolabio Ubaldini, Roma 1976; (con John H.
Weakland), La prospettiva relazionale. I contributi del Mental research
institute di Palo Alto dal 1965 al 1974, Astrolabio Ubaldini, Roma 1978; Il
linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica,
Feltrinelli, Milano 1980, 2004; Di bene in peggio. Istruzioni per un
successo catastrofico, Feltrinelli, Milano 1987, 2003; (a cura di), La
realta' inventata. Contributi al costruttivismo, Feltrinelli, Milano 1988;
America, istruzioni per l'uso, Feltrinelli, Milano 1989, 2002; Il codino del
Barone di Muenchhausen. Ovvero: psicoterapia e realta', Feltrinelli, Milano
1989, 1991; Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 1990,
1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. Manuale di terapia
strategica e ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Firenze 1990; (con
Giorgio Nardone), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. La soluzione dei
problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi, Ponte alle
Grazie, Firenze 1999; (con Camillo Loriedo, Giorgio Nardone, Jeffrey K.
Zeig), Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, Milano
2002; Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie, Firenze 2007.
Gregory Bateson e' nato nel 1904 a Grantchester, Cambridge, in Inghilterra,
figlio di un eminente scienziato; compie studi naturalistici ed
antropologici, di logica, cibernetica e psichiatria; un matrimonio con la
grande antropologa Margaret Mead; Bateson ha dato contributi fondamentali in
vari campi del sapere ed e' uno dei pensatori piu' influenti del Novecento;
e' scomparso nel 1980 a San Francisco, in California. Opere di Gregory
Bateson: Naven, Einaudi, Torino 1988; Verso un'ecologia della mente,
Adelphi, Milano 1976, 1990; Mente e natura, Adelphi, Milano 1984, 1995; Una
sacra unita', Adelphi, Milano 1997; (in collaborazione con la figlia Mary
Catherine Bateson), Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, 1993. Si
vedano anche i materiali del seminario animato da Bateson, "Questo e' un
gioco", Raffaello Cortina Editore, Milano 1996. Opere su Gregory Bateson:
per un avvio cfr. AA. VV. (a cura di Marco Deriu), Gregory Bateson, Bruno
Mondadori, Milano 2000; Sergio Manghi (a cura di), Attraverso Bateson,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1998. Cfr. anche Rosalba Conserva, La
stupidita' non e' necessaria, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1996,
1997, particolarmente sulle implicazioni educative e la valorizzazione in
ambito pedagogico della riflessione e dell'opera di Bateson. Una
bibliografia fondamentale e' alle pp. 465-521 di Una sacra unita', citato
sopra. Indicazioni utili (tra cui alcuni siti web, ed una essenziale
bibliografia critica in italiano) sono anche nel servizio con vari materiali
alle pp. 5-15 della rivista pedagogica "Ecole", n. 57, febbraio 1998. Tra i
frutti e gli sviluppi del lavoro di Bateson c'e' anche la "scuola di Palo
Alto" di psicoterapia relazionale: di cui cfr. il classico libro di Paul
Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della
comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971; e su cui cfr. Edmond
Marc, Dominique Picard, La scuola di Palo Alto, Red Edizioni, Como 1996]







lunedì 19 novembre 2018

L'Italia che cambia per non cambiare mai






di Sergio Di Cori Modigliani

 






Se un cittadino francese o tedesco o britannico fosse stato catapultato con una macchina del tempo e teletrasportato dal 1978 (oppure dal 1988) al 2018, si troverebbe in grave difficoltà nel riconoscere la realtà del suo rispettivo paese e impiegherebbe un lungo tempo per capire e adattarsi.
Ma noi italiani, invece, abbiamo inventato un'astuzia scientifica della Storia, perchè per noi non è così.
Un cittadino italiano di 40 o 30 anni fa, catapultato oggi nella realtà odierna, ritroverebbe Bruno Vespa Paolo Mieli Bianca Berlinguer Enrico Mentana Vittorio Sgarbi Massimo Cacciari Lilly Gruber Maurizio Costanzo Giuliano Ferrara, Antonio Padellaro, il prode Marzullo (e tutti gli altri che i media ci segnalano come "quelli che contano") che parlano esattamente delle stesse identiche cose di cui parlavano allora, fingendo di affrontare quelli che lor signori definiscono "i grandi temi dell'attualità del nostro tempo".
Qualche ruga in più, qualche capello bianco, e qualche faccia inedita (ognitanto) ma il risultato è lo stesso.
E' sempre il mondo reale che manca all'appello.
Non è un'assenza da poco.
I risultati si vedono.

giovedì 8 novembre 2018

Si fa presto a dire America!






di Sergio di Cori Modigliani

Ricordo di aver visto almeno dieci film americani girati a Hollywood con questo copione: Ron Helus, veterano delle forze dell'ordine, 29 anni di esperienza alle spalle e la lettera di pensionamento pronta sul tavolo, in uno dei suoi ultimi giorni di servizio pubblico, muore assassinato da un demente criminale di 20 anni che odiava il mondo .
L'America è sempre iper-realista.
Non a caso sono stati loro (giustamente) a inventare questo movimento pittorico e letterario negli anni'60.
Chi ha vissuto in Usa sa che l'aspetto più soprendente nel vivere in quel paese (soprattutto Los Angeles e Manhattan) consiste nel pensare di stare sempre sul set di un film.
Oggi si piangono i morti ed è comprensibile lo sconcerto.
Assistiamo alla consueta retorica da parte di tutti nel contare già 13 morti innocenti e diversi feriti gravi.
Pochi, pochissimi e rari, sottolineano il fatto che questo bar famoso si chiama "Borderline" e sembra uscito dalla fantasia di Quentin Tarantino. E' un luogo dove si fa a gara a chi è più fuori di testa, ma essendo esclusivo e mitomane, attira avventurosi edonisti e frustrati odiatori mescolandoli a divi e divette o aspiranti tali.
Un cocktail micidiale.
Ma è la vita quotidiana in Usa che è diventata micidiale.
E non mi sembra proprio il caso di importarla.

mercoledì 7 novembre 2018

La rivoluzione delle donne americane è iniziata. Le 4 +1 dell'Ave Maria che cambieranno l'America. E di rimbalzo, forse,anche l'Europa.










di Sergio Di Cori Modigliani


In Usa, le elezioni midterm del 2018 (ovvero, il corrispondente americano delle nostre elezioni politiche nazionali) le ha vinte #metoo.
Tra gli osservatori più arguti e attenti, nessuno ha alcun dubbio in proposito.
Ed è davvero l'inizio di un cambiamento epocale del costume sociale collettivo.
I sociologi della comunicazione statunitense stanno già al lavoro per elaborare questo dato che, mano a mano che arrivano i risultati da tutte le circoscrizioni locali -sono quasi 25.000 disseminate sui 50 stati della confederazione- conferma questo megatrend su tutto l'ampio territorio degli Stati Uniti d'America.

Le cinque donne, le cui immagini risaltano in bacheca, sono il più rappresentativo campione di questa nuova realtà che segna e segnala un autentico cambiamento.

La prima coppia in alto è composta da Sharice Davids e Debbie Haaland, due native americans, massima espressione dell'eredità autoctona degli indiani d'America. La Davids vince in Kansas (nel cuore del territorio geografico statunitense, dove giravano i film western) e proviene da una specifica tribù del Wisconsin (denominata Ho Chunk Indian Nation) considerata una delle tribù intellettualmente e socialmente più evoluta, votata da sempre -insieme ai Sioux del North e South Dakota- alla causa ambientalista. Laureata in giurisprudenza, è una campionessa olimpionica di arti marziali, lesbica dichiarata, che gestisce diversi centri di educazione fisica all'auto-difesa per le donne in tutto il mid-west, e rappresentava gli interessi di quel mondo che viene comunemente identificato sotto la sigla LGBT. I sondaggi non l'hanno neppure presa in considerazione (e vi risparmio i commenti negli ultimi due mesi da parte del suo antagonista repubblicano che ha perso, un suprematista bianco, un razzista misogino appoggiato da Trump) eppure c'è riuscita, con grande sorpresa da parte di chi non ha capito la forza dirompente del movimento #metoo.
Debbie Haaland, invece, proviene dalla tribù degli indiani Pueblo, nello stato del New Mexico, una etnia pacifica e contadina, devota alla cultura dello sciamanesimo e allo sviluppo di una particolare medicina vegetale alternativa a quella allopatica standard. Già precedentemente votata ed eletta come assessore alla sanità in una piccola cittadina al confine con il Messico, è considerata un'ottima organizzatrice di servizi sociali e sanitari.
Ed è per questo motivo che gli elettori hanno scelto di premiarla.

Dopo 242 anni dalla sua fondazione come stato sovrano indipendente, per la prima volta, due donne della comunità degli indiani americani entrano in parlamento come deputate alla Camera dei Rappresentanti. 

Le altre due immagini si riferiscono a Ilhan Omar e Rashida Tlaib.
Ilhan vince nello stato rurale (e informatico) del Minnesota. 
Nata a Raas Cabaad, in Somalia, è fuggita alla sanguinosa guerra civile con tutta la sua famiglia ed è approdata in Usa dove ha ottenuto asilo politico e, in seguito la nazionalità statunitense. E' di religione musulmana. E' laica. La sua attività è concentrata -nello specifico- nel garantire rappresentanza e protezione alle donne contadine degli stati settentrionali provenienti da minoranze etniche di recente emigrazione. Nel 2016 è entrata a lavorare in parlamento come lobbista ufficiale a nome della "Associazione donne contadine, esercenti e proprietarie di aziende agricole bio nel Minnesota". 
Rashida, invece, proviene da una famiglia di profughi palestinesi stanziati in Syria e rifugiati in America nel 1973, ed è nata a Detroit, nel Michigan, lo stato operaio per eccellenza. E' la maggiore di 14 figli. E' musulmana, credente e osservante, quindi indossa il chador rituale. Sindacalista, è membro esecutivo dell'associazione "per la lotta per la parità salariale di genere e contro ogni forma di discriminazione economica nei confronti di minoranze di genere, di etnia, di religione, di status, di provenienza geografica". E' stata votata per lo più dalla classe operaia. Negli stabilimenti Fiat-Chrysler di Detroit ha ottenuto il 76% dei consensi.

Per la prima volta nella Storia, due donne musulmane entrano in parlamento come deputate alla Camera dei Rappresentanti.

La quinta immagine, negli stati del New England da cui proviene, è già un mito.
Si chiama Ayanna Pressley. E' nata a Chicago, Illinois, nel 1974, in una famiglia afro-americana, di pelle nera, emigrata nel settentrione dall'Alabama. Suo padre era un musicista jazz, tossico-dipendente e ladro. Quando aveva sei anni, suo padre è finito in galera dove ha scontato una pena di sei anni, alla fine dei quali è uscito con una laurea in filosofia e un master in semiologia della musica jazz. Ha fatto e vinto un concorso ed è diventato professore incaricato in Filosofia dell musica all'università statale di Chicagore, dove tuttora esercita. Quando era piccola, in seguito all'incarcerazione del padre, si è trasferita con la madre a Boston dove ha proseguito gli studi, interrotti per diverse volte, costretta a lavorare per motivi economici. La sua svolta avviene nel 2006, a Boston, nel momento in cui inizia la grande crisi del regime Bush. La più prestigiosa scuola privata della città -di lunga tradizione aristocratica- la celeberrima Francis Parker School, frequentata al 90% dalla crema sociale dei ricchi e potenti bianchi, il giorno della commemorazione di Martin Luther King, non avendo neppure un nero da poter presentare al pubblico (se non altro per salvare la faccia) chiamano lei, figlia della donna delle pulizie della scuola. Aveva, allora 32 anni. Il suo intervento lascia di stucco l'intera platea che la giovane donna riesce a sedurre con il suo eloquio e le tributano un'ovazione che finisce sulle pagine dei giornali 
(chi è interessato può leggere l'intera storia sul Boston Globe dell'epoca: https://www.bostonglobe.com/metro/2018/09/08/the-life-and-rise-ayanna-pressley/pqdppGFPoZPSEwo3Ko23BJ/story.html). Sei mesi dopo, l'arrembante avvocato di Chicago, Barack Obama, la identifica raccogliendo una segnalazione e se la prende come sua assistente e consulente. Inizia così una prestigiosa carriera che la porta a stravincere il seggio nello Stato del Massachussets ieri notte. E' sposata e ha due figli.

Ayanna Pressley, 153 anni dopo l'abolizione della schiavitù in Usa, è la prima donna nata e cresciuta in America, di pelle nera, a essere eletta in parlamento come deputata alla Camera dei Rappresentanti.

Cinque donne diversissime, alle quali si potrebbero aggiungere le migliaia di donne che ieri sono state elette nelle istituzioni regionali, provinciali, locali, di tutti i 50 stati, per la prima volta.

Queste cinque donne sono molto diverse tra di loro ma hanno un fondamentale elemento comune: nessuna di queste è figlia, sorella, moglie, amante, di un qualche maschio che conta. 
E (ciò che più conta) a nessuno dei loro elettori interessa chi sia il loro eventuale padre, fratello, marito, amante. Sono donne che affermano se stesse in quanto persone e soggetti politici, in rappresentanza di interessi dichiarati a seconda della propria competenza specifica. Non hanno avuto (e tutte quante ci hanno tenuto eccome a sottolineare questo fatto in campagna elettorale) nessun maschio dietro che le ha supportate o sostenute. 

Sono tutte figlie del #metoo che in Usa non è un club di gossip o una scorciatoia facile e opportunista per acquisire visibilità mediatica e finire dentro un circo televisivo.
E con questa ondata, le istituzioni politiche americane dovranno fare i conti.
Perchè la loro affermazione finisce, inevitabilmente, per nutrire e costruire un nuovo immaginario collettivo dei giovani millennials, l'attuale generazione che ha il gravoso compito di cambiare questo mondo tossico, lercio e insopportabile e renderlo più vivibile per l'intera collettività del futuro.

Donald Trump reclama vittoria e tira un sospiro di sollievo per essersi salvato per il rotto della cuffia. Dal canto loro, i democratici più intelligenti si leccano i baffi e lustrano le armi mantenendo un basso profilo di rispettosa umiltà ottimistica.

Prima di questo voto, alla Camera i repubblicani avevano 45 seggi in più dei democratici.
Oggi, alla Camera i democratici hanno 7 seggi in più dei repubblicani.
Prima di questo voto, al Senato i repubblicani avevano 2 seggi in più dei democratici.
Oggi, al Senato, i repubblicani ne hanno 6 in più e sono tutti trumpisti fedeli.

Tutto ciò radicalizzerà la situazione, dato che il risultato elettorale ci spiega che le donne elette in tutti gli Usa hanno raggiunto (in casa democratica) la cifra del 575% in più rispetto alla tornata precedente.

Saranno quindi le donne a decidere il futuro dell'America, perchè per la prima volta nella Storia la cosiddetta quota rosa sfonda alla grande in tutti gli stati e a tutti i livelli.

Questa è la notizia, a mio avviso.
E non è una notizia da poco..
Al posto dei suprematisti bianchi, macho, razzisti, misogini e omofobi, non sottovaluterei affatto questa inedita situazione.
Il vantaggio indubitabile per tutte queste nuove elette, ruota proprio intorno alla struttura mentale dei macho trumpisti, per i quali la sola idea di una donna che si arroghi il diritto di essere considerata alla pari in quanto persona prima di essere identificata come femmina compiacente, è inconcepibile.

Sarà davvero una battaglia molto divertente.

In quanto italiano, mi auguro che presto arrivi anche qui una spumeggiante onda di rinnovamento.


lunedì 5 novembre 2018

RooseveltianaMente: perché l’ipotesi di un New Deal è impraticabile in Italia. A meno che..gli imprenditori si sveglino!



“Se sarà dimostrato che la mia teoria della relatività è valida, la Germania dirà che sono tedesco e la Francia che sono cittadino del mondo. Se la mia teoria dovesse essere sbagliata, la Francia dirà che sono un tedesco e la Germania che sono un ebreo”.
                                                         Albert Einstein, discorso alla Sorbona, Parigi 1922



di Sergio Di Cori Modigliani 

Un lungo post di Storia dedicato alla memoria storica d’occidente, per trarne qualche spunto di riflessione e di stimolo per il nostro immediato futuro.
Accadde 88 anni fa.

Correva l’anno 1930, durante le festività pasquali.
Il mondo occidentale era molto diverso da quello che è oggi. Ma le circostanze specifiche indicano, invece, un trend molto simile.
Nell’aprile di quell’anno, in Usa, la situazione era davvero pessima.
Tutte le previsioni indicavano un netto peggioramento nel quinquennio a venire, e c’erano diversi sociologi spaventati all’idea di una esplosione di rabbia sociale che avrebbe potuto innescare lo scoppio di una guerra civile. Alla fine di quell’anno, in Usa, la disoccupazione sarebbe aumentata, rispetto all’anno precedente, del 754%. Se non si fosse intervenuti con misure drastiche e una grandiosa idea innovativa di lì a dieci anni, era stato calcolato, gli Usa sarebbero ritornati ad essere una lontana colonia dell’impero britannico, come nel 1775 e si sarebbero trovati fuori dal concerto delle potenze internazionali che contavano.
Fu in quel momento di totale disperazione che tre uomini e una donna, tre statunitensi e un inglese, ciascuno per motivi diversi, decisero di costruire insieme un progetto alternativo a lungo tempo, anzi “a lunghissimo termine” come lo definì il suo ideatore.
Le quattro persone erano Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Eleanor Roosevelt e John Maynard Keynes.
Erano quattro personalità molto forti e solide, poco inclini al lavoro di squadra per via del loro acceso egocentrismo ma di certo avevano una virtù: non erano competitivi, perché ciascuno dei quattro occupava, nella propria specifica competenza, una dimensione diversa e distinta. Come tutte le persone molto intelligenti, erano consapevoli dei propri limiti, quindi avevano capito che ciascuno dei quattro senza gli altri tre non sarebbe stato in grado di varare il proprio progetto innovativo.
Roosevelt era il classico politico, poderoso comunicatore, che amava comiziare, conosceva a menadito i meccanismi dei meandri compromissori della vita politica americana, perchè era nipote dell’ex presidente Theodore Roosevelt, e fin da piccolo, in famiglia, si era nutrito di pane e politica.
Come soggetto politico era soprattutto un ottimo organizzatore, in grado di infiammare le piazze e i luoghi virtuali mediatici dell’epoca (radio e documentari propagandistici proiettati nelle sale cinematografiche dell’epoca, prima dell’inizio del film in cartellone) e amava il contatto diretto e personale con le persone. 
“Parla anche con i sassi, non si può neppure lasciarlo da solo un attimo in giardino, perché quando ritorni con le bibite lo trovi che sta parlando alle rose” così lo descriveva sua moglie, Eleanor Roosevelt, la donna del quartetto. 
Il suo pallino era l’amministrazione della cosa pubblica.
Lei, invece, era schiva e discreta. 
Detestava la classe politica sostenendo che era composta, per lo più, da affaristi ignoranti, privi di spessore etico ed era una grandiosa divulgatrice culturale. Girava per l’America organizzando riunioni di beneficenza per raccogliere fondi e iniziava sempre i suoi discorsi con il celeberrimo paradosso di Eleanor: “Se il grande impero romano non avesse saputo di poter contare su Virgilio, Seneca, Catullo e Tacito, ebbene, allora Giulio Cesare sarebbe stato sconfitto dai teutonici e i crucchi avrebbero attraversato le Alpi ponendo fine alla stagione dell’impero”.
La pedagogia sociale era il suo pallino.
Sosteneva che senza adeguata istruzione ed educazione sarebbe stato impossibile sviluppare nelle masse quel salto di consapevolezza necessario per riuscire a combattere e battere lo strapotere delle oligarchie finanziarie.
Amava molto l’Italia, soprattutto le sue donne.
In Usa aveva fondato la prima lega femminista ed era una entusiasta sostenitrice dell'intellettualità femminile italiana: i suoi tre miti erano Grazia Deledda, Tina Modotti e Maria Montessori. Fu la prima a finanziare l’apertura e la diffusione in Usa delle “case dei bambini con il metodo Montessori” e costruì con la nostra grande pedagoga un folto carteggio. 
Quando nel 1934, divenuta invisa al fascismo per le sue continue denunce sulla dittatura mussoliniana, la Montessori espatriò per evitare il carcere, Eleanor Roosevelt fece di tutto per convincerla ad andare negli Usa, ma la Montessori scelse di trasferirsi in India, dove rimase fino al 1947, sostenendo che in Europa non ci voleva stare per “non essere testimone dello smantellamento della cultura e dell’istruzione di massa che porterà in pochi decenni all’inevitabile declino del continente: l’Europa sta scegliendo di condannare se stessa all’ignoranza, anticamera dello sfaldamento di ogni civiltà, come la Storia ci insegna”. Nel 1940, Eleanor Roosevelt andò apposta in India per trascorrere con lei un mese. Diceva sempre, quando parlava dell’Italia, “Datemi tre donne come la Deledda, la Modotti e la Montessori e vi rivolto la squallida America dei cowboy come un pedalino”. 
Nel marzo del 1938 compì un atto esemplare ed estremo che fece infuriare il coniuge. Venne a sapere che in Germania, il preside della facoltà di Psichiatria dell’università di Eindhoven , il prof. Bruno Bettelheim, con il quale lei era in contatto per motivi di lavoro, era stato espulso e arrestato -perché ebreo- e confinato nel campo di concentramento di Matthausen insieme ai suoi tre assistenti. Non era ancora stata pianificata la soluzione finale, e nella primavera del 1938, Hitler era impegnato politicamente a diffondere in Europa l’idea che la Germania era pacifista e intendeva promuovere buone relazioni con il vicinato. Senza dire nulla al marito, salì su un aereo militare e si fece portare a Berlino. Andò all’ambasciata americana e pretese di essere presentata subito a Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich. Si presentò da lui e gli disse: “Sono al corrente del fatto che il prof. Bettelheim e i suoi assistenti sono rinchiusi in un campo di detenzione. Il governo americano ha concesso loro la cittadinanza, quindi sono cittadini americani. Vorrei che lei, di persona, mi accompagnasse al campo, così io prendo in custodia queste quattro persone e me le porto in America. Nel caso lei si rifiutasse, devo dirle che questo gesto verrà interpretato da mio marito come un atto di guerra nei confronti di cittadini americani”. Non era vero, Franklin Delano sembra che fosse totalmente all’oscuro di questa iniziativa della moglie. Ma Eleanor riuscì a convincere Goebbels, e i tedeschi non vollero correre dei rischi. E così, due giorni dopo, se ne ritornò a Washington portandosi appresso l’intero corpo docente di una università tedesca: Bettelheim, tre assistenti, più due biologhe, un chimico, e un ricercatore nel campo della neurofisiologia. “Senza un poderoso progetto culturale, redatto da intellettuali e studiosi di valore, non esiste strategia politica o teoria economica che possa reggere all’impatto con la realtà dei tempi moderni: il nemico è colto e preparato, va battuto sul suo terreno”.
Così parlava questa donna, e questo pensava.
La coppia di coniugi, a metà degli anni’20, divenne un inossidabile quartetto, quando un vecchio amico sodale di famiglia, Harry Truman, al ritorno da un viaggio a Londra, insistette per presentare loro “un ragazzo che vale tanto oro quanto pesa e sta sprecando il suo geniale talento in quella nazione di parrucconi ammuffiti aristocratici”.
Si trattava dell’economista britannico John Maynard Keynes.
All’inizio del loro incontro, Roosevelt era piuttosto sospettoso nei confronti di Keynes, perché a Roosevelt non piacevano i tedeschi e Keynes aveva subito forti attacchi dagli intellettuali di sinistra europei per la sua strenua difesa dei tedeschi, nel 1919. Presente come membro della delegazione inglese che insieme a Francia, Olanda, Belgio, Usa e Italia, avrebbero redatto il Trattato di Versailles, Keynes protestò in maniera vibrante contro le pesanti condizioni applicate nei confronti della Germania, sostenendo in una celebre lettera (poi resa pubblica) inviata al re d’Inghilterra che “l’applicazione di misure di rigore e austerità come queste, impediranno ogni forma di ripresa economica, produrranno effetti nefasti dal punto di vista sociale e apriranno la strada verso potenziali soluzioni politiche che potrebbero rivelarsi anche molto tenebrose. E’ un grave errore che all’Europa potrebbe anche costare un prezzo insostenibile, è necessario essere lungimiranti. Dobbiamo aiutare la Germania a riprendersi accogliendola nella grande famiglia delle democrazie occidentali, invece di creare un ennesimo disastro. Gli usurai non hanno mai prodotto alcun progresso”.
I quattro iniziarono a frequentarsi per diversi anni, scambiandosi idee, costruendo insieme dei micro-progetti locali, in Scozia, negli stati depressi del settentrione americano, Wisconsin, Montana e Nebraska, territori usati come laboratorio sociale per sperimentare delle formule socio-economiche che Eleanor Roosevelt definì “la frontiera culturale della Terza Via” quella che si opponeva al capitalismo di stato comunista e al capitalismo rapace occidentale.
Franklin Delano era un uomo molto pragmatico e alla fine anche lui fu sedotto da Keynes. Accadde a ottobre del 1929, in seguito al crollo della borsa di Wall Street, evento preconizzato in diversi articoli pubblicati sul New York Times soltanto da Keynes, apparsi a giugno, luglio, e settembre del 1929, quando le borse di tutto il mondo correvano al rialzo al ritmo del 10% mensile.
Si può tranquillamente sostenere, a scanso di ogni equivoco, che l’economista britannico sia ancora oggi considerato il più grande economista del secolo XX.
E c’è un motivo.
L’economia non è una scienza, bensì una disciplina sociale.
La definizione, per l’appunto, è di Keynes.
Figlia della matematica e della filosofia, l’economia non può essere considerata una scienza perché l’impianto teorico su cui è fondata contiene al suo interno una pecca che la rende (come scienza) troppo vulnerabile: è possibile sapere se una teoria economica è giusta soltanto dopo averla applicata, quando, inevitabilmente, è troppo tardi.
I veri scienziati (matematici, fisici, biologi, ecc.) ne sono consapevoli e nessuno di loro sarà mai disposto a sostenere che l’economia sia una scienza.
John Maynard Keynes gode di meritato prestigio perché il New Deal, da lui ideato nei suoi aspetti di teoria economica, si sono rivelati vincenti alla prova dei fatti, trasformando gli Usa, che nel 1934 era una nazione in grave depressione, nel più potente impero economico mai esistito sulla Terra.
All’opposto si può dire per Milton Friedman, ideatore e propugnatore del neo-liberismo, che ottenne perfino il Nobel per l’economia. Le sue teorie, applicate ormai dovunque, hanno prodotto sfracelli sociali, recessione, fallimenti, depressione, producendo un ingente profitto per una percentuale minima dell’umanità e il totale impoverimento per centinaia di milioni di persone nel mondo.
Nel 2009, l’economista Galbraith inviò una divertente lettera aperta al re di Svezia pregandolo di farsi latore di una iniziativa per abolire il Nobel per l’economia “se non dopo aver verificato sul campo che quella specifica teoria e quello specifico impianto è stato in grado, una volta applicato, di contribuire a produrre il benessere collettivo per la maggioranza dell’umanità”.
Va da sé, nessuno gli ha mai risposto.
Harry Truman, l’ultimo esponente del quartetto del New Deal, fu mentore e protettore di John Maynard Keynes.
Persona dal carattere espansivo e fortemente comunicativo, è stato un geniale diplomatico.
Il suo pallino era la mediazione umana, costruita sulla sua imbattibile abilità nell’incontrare chiunque, a qualunque livello, e riuscire ad ottenere un grammo di più di quanto non si volesse, allo stesso tempo concedendo un grammo di meno di quanto non si fosse stabilito che andava concesso, magari senza che l’interlocutore se ne rendesse conto.
Dotato di un impeccabile aplomb, era in grado di portare a casa dei compromessi impensabili quanto vincenti. Si narra che fu capace di trascorrere un intero pomeriggio in colloquio riservato con Josif Stalin, riuscendo a far ridere fino alle lacrime il leader comunista che lo trovò simpaticissimo; alla fine dell’incontro, Truman se ne ritornò a casa dopo aver risolto un contenzioso a suo favore che durava da almeno 50 anni, tra l’Urss e gli Usa, per la sovranità di un piccolo lembo di terra al confine tra l’Alaska e la penisola della Kamciatka, che era pieno di petrolio, oro e uranio.
Lo stesso Roosevelt, che lo volle sempre al proprio fianco, gli attribuì il merito di aver avuto una intuizione geniale senza la quale, forse, la seconda guerra mondiale sarebbe stata vinta da Adolf Hitler. Accadde la notte di Natale del 1940, quando la guerra in Europa si metteva davvero molto male per gli alleati. Truman era rimasto molto colpito da un documento prodotto dai suoi fidati analisti militari che avevano individuato nella Russia un punto debole nel fronte anti-nazista. Roosevelt, invece, pensava che il problema fosse l’invasione dell’Inghilterra. Dopo la cena di Natale, Truman aprì le mappe e le mostrò a Roosevelt.
Gli chiese: “Se tu fossi Hitler e i generali tedeschi, in questo 1941, che cosa faresti?”.
E Roosevelt gli rispose: 
“Preparerei l’invasione dell’Inghilterra, in modo tale da avere tutta l’Europa in pugno e poi dichiarare guerra a noi”. 
“Questo è ciò che vogliono noi crediamo. A mio avviso, invece, invaderà a tradimento la Russia, violando il loro trattato di pace. E una volta a Mosca avranno oro e petrolio sufficienti per trasferire tutte le armate in Africa e battere lì gli inglesi. Ma l’Armata Rossa è ancora debole, i russi hanno bisogno ancora di almeno altri due anni per costruire un numero sufficiente di carri armati. E Hitler lo sa benissimo. Li attaccherà d’estate” 
“E noi, quindi, che cosa dovremmo fare?” chiese Roosevelt, 
“Dovremmo parlare con Churchill e dargli la pessima notizia a breve termine: non possiamo aiutarli militarmente in alcun modo; ma allo stesso tempo sarà una buona notizia a lungo termine: vinceremo la guerra. Dobbiamo aiutare invece Stalin e armare il suo esercito senza che Hitler lo sappia”.
Trascorsero dieci giorni a discutere su questo punto, e alla fine Roosevelt si arrese.
Ed è ciò che accadde.
Il 10 Gennaio del 1941, Truman volava a Helsinki dove si incontrò con il suo pari grado russo, il braccio destro di Stalin, il ministro degli esteri Molotov, il quale la pensava come lui.
Chiusero l’accordo che poi determinò la storia d’Europa.
Quando nel 1945 si incontrarono a Yalta, sancirono l’accordo firmato già nel 1941.
E così, nel gennaio del 1941 gli americani aprirono 256 grosse fabbriche nel Kentucky, nel Missouri e nell’Idaho, dove assunsero 3 milioni di operai (in gran parte donne) per produrre 5 milioni di stivali di cuoio texano foderati di pelliccia di visone per i soldati russi, altrettante divise di pelle con imbottitura, e 500.000 semi assi di doppio acciaio temperato di ottima qualità per i carri armati dell’Armata Rossa.
Per i tedeschi fu un’ingrata sorpresa, aggravata dall’aiuto divino per i russi.
Nel giugno del 1941, invadevano la Russia con l’obiettivo di arrivare a Mosca entro Gennaio del 1942. Ma ci si mise di mezzo l’Onnipotente. A Ottobre arrivò, con due mesi di anticipo, il più gelido inverno del secolo XX, con temperature intorno ai 30 gradi sotto zero e nelle pianure dell’attuale Bielorussia, contrariamente alle loro previsioni, si trovarono davanti un’armata perfettamente equipaggiata che riuscì a fermare i tedeschi rovesciando le sorti della guerra.
Questo quartetto di personaggi storici, nella primavera di Pasqua del 1930 decidono di dar vita a quello che diventerà celebre con il nome di “New Deal” (il nome lo stabilì Eleanor), che in italiano vuol dire “nuovo patto”. Allora, gli Usa, erano molto diversi e molto lontani da un’idea di società democratica. L’Impero Britannico mal aveva digerito la perdita della sua più importante colonia nel 1776 e per tutto l’800 avevano investito una enorme quantità di risorse per cercare di riprendersela. C’erano riusciti agli inizi del XX secolo, e lo avevano fatto attraverso la finanza speculativa gestita dalla city di Londra, che aveva fatto da trampolino per introdurre nella società americana elementi culturali che avevano prodotto nella cultura americana la nascita di una neo-aristocrazia conservatrice, lo sviluppo di teorie razziali suprematiste, che poi, dagli Usa si sarebbero trasferite in Europa negli anni’30, inoltre dal punto di vista del progresso sociale gli Usa stavano fortemente regredendo. Nel 1930, nonostante non ci fosse una apposita legge scritta, nelle università americane non potevano entrarci né i negri, né le donne, né gli ebrei, né gli omosessuali (neanche gli italiani). E nessuna persona appartenente a queste categorie e ai ceti sociali più poveri, poteva mai aspirare a una qualsivoglia carica dirigenziale nel paese, sia in ambito politico che imprenditoriale. La cultura anglo-sassone aveva costruito una propria burocrazia aristocratica e imponeva il proprio immaginario collettivo garantendosi ogni privilegio che escludeva altri ceti, altre etnie, altri gruppi.
In quella Pasqua del 1930, i quattro decidono di lanciare il New Deal.
Si decide di formalizzare la candidatura di Frankiln Delano alla presidenza per le elezioni del 1932, mentre Keynes prepara il piano di investimenti economici che andrà applicato dopo aver preso il potere politico, condizione necessaria e sufficiente per poter imbavagliare la finanza, abbattere la mitologia del debito pubblico e investire a debito una enorme quantità di risorse economiche per creare lavoro e occupazione.
Eleanor Roosevelt protesta sostenendo che “la presa del potere politico non è una condizione necessaria e sufficiente; è assolutamente necessaria in quanto imprenscindibile; ma è altrettanto insufficiente”.
Spiega ai due politici -confortata dall’aiuto di Keynes che la sostiene- che un paese aristocratico, oligarchico, ridotto alla fame, non è in grado di rimboccarsi le maniche e di riprendersi se prima loro quattro non sono in grado di creare quella che Eleanor Roosevelt definisce “questa sì una condizione più che sufficiente e imprenscindibile”: un grande progetto culturale, che abbatta il privilegio aristocratico, fondi un’egemonia del merito e della competenza tecnica e sia in grado di costruire una nuova generazione dirigente che rappresenti la più vasta porzione possibile di cittadini “a condizione” sostiene la Roosevelt “che siano i migliori nel loro campo”. Eleanor non dà tregua al marito e lui porta queste suggestioni della moglie dentro le discussioni della sua loggia, la celebre Loggia Hollande n.8, domiciliata a Bleeker Street, nel Greenwich Village a Manhattan, dove ancora oggi ha sede, storicamente considerata, in Usa, la fucina del pensiero progressista sociale americano. 
Passa la linea di Eleanor per pochi voti. 
Ma passa e si afferma.
Tre mesi dopo, nella sede dell’Hotel Warwick, a Manhattan, uno splendido esempio di architettura tra il Liberty e l’Art Deco (sta ancora lì) il 15, 22, e 29 Giugno vengono fatte tre cene di beneficenza. Per poter partecipare bisogna versare la cifra di 5.000 dollari a persona, corrispondente a circa 100 mila euro di oggi. Quei soldi non servono per finanziare la campagna elettorale di Roosevelt, perché -come lui stesso dichiarerà- “me la finanzio da solo con i miei soldi, così dovrò rispondere soltanto alla mia coscienza” ma per lanciare, per l’appunto, il New Deal, un nuovo patto sociale per la ripresa del paese, con la particolarità che questa volta viene chiamata a partecipare l’intera cittadinanza meritevole.
Grazie all’ottima pubblicità diffusa da Truman attraverso le logge massoniche e da Eleanor nei suoi rapporti con le donne ricche dell’epoca, la partecipazione a queste cene diventa un status symbol sociale: non è possibile non parteciparvi.
A ciascuna di queste cene parteciperanno circa 250 persone, che ascolteranno prima un breve discorso introduttivo di Eleanor Roosevelt e poi la conferenza delle tre persone chiamate in ciascuna delle serate: Albert Einstein, Carl Gustav Jung e John Maynard Keynes.
La cifra ottenuta (corrispondete a circa 80 milioni di euro) viene investita da Eleanor e Truman per il sostegno finanziario di 3.200 persone selezionate attraverso una ricerca compiuta per diversi mesi in tutti gli stati tra adolescenti meritevoli costretti ad abbandonare la scuola e impossibilitati a garantirsi un’istruzione per via della spaventosa crisi economica. Costoro verranno inviati nelle più importanti ed esclusive università americane. Entrano così, per la prima volta, nel mondo accademico, delle donne, degli ebrei, degli italiani, degli ispanici, dei negri, delle persone provenienti da famiglie povere, autentici diseredati, che andranno a laurearsi in economia, amministrazione pubblica, business, filosofia, storia dell’arte, medicina, sociologia e che -nella mente dei quattro- dovranno essere pronti a sostenere il New Deal di lì a 4 anni, quando Franklin Delano avrà vinto le elezioni e preso il potere.
La meritocrazia viene sdoganata, e -per la prima volta nella storia degli Usa- si aggredisce il concetto oligarchico dell’aristocrazia, il blasone della finanza e del censo vengono sostituiti dal merito, dalla competenza tecnica, dalla bravura, dal valore intellettivo.
Quando, cinque anni dopo, nel 1934, dopo aver fatto passare il Seagall Act che imbavaglia la finanza, viene annunciato il nuovo programma di investimenti economici, Roosevelt e sua moglie chiameranno alla Casa Bianca, in una serie di incontri durati ben venti giorni, tutte le persone che avevano sostenuto, finanziato e promosso e tutti gli artisti, intellettuali e pensatori di valore dell’epoca. 
La consegna di Roosevelt è: “Senza voi tutti, non ce la possiamo fare. Andate in giro per l’America e spiegate alla gente che cosa sta accadendo, che cosa stiamo facendo, perché lo stiamo facendo, perché abbiamo bisogno del loro voto tra 4 anni per evitare la trucida rivincita dell’aristocrazia neo-oligarchica”.
Nasce così il New Deal, non come un’idea da salotto, ma come un piano strategico ben congegnato, pensato, calcolato, che si prevede si debba applicare almeno per 10 anni prima di arrivare alla sua massima estensione.

Così era nel 1930.
Così oggi, nel 2018, dovrebbe essere in Italia, come prospettiva utopica.

Capita spesso di leggere statuti, programmi, progetti, proposte di diverse associazioni, movimenti, gruppi di persone, che si rifanno al New Deal rooseveltiano.
E’ possibile realizzarlo in Italia?
La mia personale opinione è che non è realistico.
La correttezza impone, infatti, (da cui questo lungo post di aneddotica storica) di ricordare ai lettori che l’auspicato New Deal, in Italia, sarà -quindi tempo futuro- possibile solo e soltanto dopo che ci sarà stata l’unica rivoluzione di cui questo paese ha bisogno: l’inevitabile e imprescindibile passaggio dalla nozione del “vale perchè è uno che conta” a quella del “conta perché è uno che vale”.
In un paese dove l’immaginario collettivo è basato e poggia su una nozione di servilismo deferente, di costante omaggio al capo -chiunque egli/ella sia- di scelta condivisa di riconoscimento delle gerarchie basate su concetti che esulano dal merito e non contemplano l’eccellenza in quella specifica mansione, in un paese così un New Deal non è applicabile anche se sarebbe molto utile.
La rivoluzione necessaria consiste in un cambiamento mentale, di prospettiva, che vada a costruire semi per una nuova fioritura culturale nella cittadinanza.
Fintanto che la classe imprenditoriale di questo paese non recupera l’arcano fascino per il rischio impresa, finché un partito, un’associazione, un gruppo, un movimento, un club, una fondazione, non fa un salto evolutivo e passa 
dall’appartenenza alla competenza, 
dall’apparenza alla sostanza, e 
dalla visibilità mediatica ai contenuti, 
si rimarrà sempre nel territorio di chiacchiere gratuite ad uso e consumo di qualche tornata elettorale.
In una società come quella italiana che ha deliberatamente sdoganato gli ignoranti e gli stupidi promuovendo il successo dei falliti, non potrà mai esistere nessun New Deal.
E’ bene saperlo.
Il risveglio della nazione passa attraverso una nuova generazione di pensieri.
Quindi, una nuova generazione di pensanti.
E’ necessario abbattere l’italianità, quel principio che porta a essere compiacenti (anche inconsciamente) nei riguardi di qualcuno che si pensa “utile” e quindi potrà farsi latore di una nostra petizione perché “so che non conta il mio valore ma conta la mia sudditanza”.
Se gli italiani non sono in grado di essere sovrani di se stessi, delle proprie ambizioni, dei propri sogni, pretendendo, esigendo, che vengano rispettati e presi in considerazione, che Senso ha parlare di sovranità?
Se in questo paese persiste ancora, sempre più forte e sempre più diffuso, un imbattibile sentimento servile che fonda e ripropone l’inconscia idea dell’essere sempre e comunque sudditi, chi mai permetterebbe il cambiamento?
Tacciano, quindi, gli imprenditori italiani.
Una recente indagine rivela che su 1750 imprenditori di Confindustria (grandi e medie industrie) l’84% ha ammesso e dichiarato che nella scelta dei dirigenti responsabili neppure leggono il curriculum vitae e non sono neppure interessati alla competenza, ma privilegiano “le conoscenze, le aderenze politiche e se hanno o non hanno un’entratura in uno dei partiti in quel momento al governo”.
In una nazione che ha una classe imprenditoriale che ragiona così, non è possibile fare nulla, a meno che quella classe imprenditoriale si metta in testa di aver preso la strada sbagliata e di essere la vera responsabile di questo inaccettabile declino collettivo.
Per tutto questo ritengo che parlare di New Deal, in Italia, non ha poi tanto senso.
E’ un po’ fumo negli occhi.
Mancano gli esempi.
Mancano i modelli.
Mentre invece il mondo va avanti e alcune società progrediscono, perché il loro tempo lo investono sapendo che frutterà.
Come diceva Ennio Flaiano, ahimè, nel lontano 1960: 
“essere italiani: quale tragica perdita di tempo”