sabato 27 gennaio 2018

In Memoriam....per un'Italia diversa.


sabato 27 gennaio 2018

Sei anni fa avevo pubblicato questo post.
Sottolineavo con forza l'assoluta necessità di coltivare la memoria storica collettiva della nostra nazione per affrontare il problema che il sottoscritto riteneva fosse fondamentale nel 2012: l'inatteso rigurgito del nazifascismo in Italia. Pensavo e speravo che il mio contributo servisse a stimolare un dibattito e un confronto sul tema.
Non fu così.
Restò una speranza.
Lo ripropongo oggi, esattamente come era.



venerdì 27 gennaio 2012
di Sergio Di Cori Modigliani


Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
                                                                             Art.21 costituzione della Repubblica Italiana.
Oggi, ufficialmente, ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della persecuzione nazista ai danni degli ebrei, la cosiddetta Shoah, iniziata ufficialmente nel 1933 in Germania e conclusasi nel maggio del 1945.
Da quando è stato istituito il Giorno della Memoria delle vittime della Shoah, altre giornate sono state stabilite per ricordare avvenimenti che hanno sconvolto la storia del XX secolo. Personalmente sono d’accordo con lo storico Georges Bensoussan, il quale sostiene che “in tal modo si è venuta a creare una mistica della memoria che rischia di portare all’esatto contrario dello scopo che si prefigge, cioè a un’amnesia collettiva, in virtù del fatto che grazie alla forme retoriche e spettacolari che l’evento ha assunto lo ha trasformato in un fatto mediatico, e quindi questa memoria tende ad avvolgere i crimini compiuti di un’aura arcaica e ancestrale, isolandoli dal loro contesto storico reale, facendo così dimenticare che in realtà furono il prodotto più violento della nostra modernità”.
La Shoah, al di là delle testimonianze storiche, del lavoro degli storici, delle spiegazioni, delle risposte politiche e psicologiche che sono state date alla “soluzione finale” voluta da Adolf Hitler, è stato soprattutto –più di ogni altra cosa- un fatto esistenziale interiore, vissuto dagli ebrei sulla loro carne, sulla loro pelle, sulla loro identità.
Per gli ebrei, la Shoah non è un fatto storico, bensì un elemento emotivo.
La “memoria” di ciò che è accaduto non viene innescata alla mezzanotte del 26 gennaio per poi spegnersi alla fine del 27 gennaio, dopo le solite presenze dei soliti noti nei vari talk show, documentari alla tivvù, fotografie di repertorio. E’ una parte integrante e indissolubile del loro essere come persone sociali e non c’è momento della loro vita nel quale non mantengano dentro di sè il ricordo di quella tragica vicenda.
Da quando in Italia è stata creata la Giornata della Memoria, tutte le istituzioni e tutte le personalità politiche ai più alti livelli rappresentativi partecipano in maniera molto visibile, facendo in modo di garantire con la propria presenza una specie di assicurazione pubblica che in Italia, un fenomeno di questo genere non avverrà mai.
Ma allo stesso tempo, proprio in virtù di questo esagerato, lapposo e demagogico presenzialismo, è scattato un gigantesco fenomeno di censura e di negazionismo che si è sviluppato sempre di più negli anni, con geniale e strategica abilità, finendo per costruire una realtà storica che presenta la “soluzione finale” come un’aberrazione e una follia criminale dei tedeschi malvagi e con la consueta presentazione di italiani eroici che hanno salvato tanti ebrei tra il 9 settembre del 1943 e il 25 aprile del 1945 durante l’occupazione tedesca militare del suolo italiano.
Così facendo, la destra italiana partecipa in prima fila nell’esaltazione della Memoria Storica, nel nome di un’amnesia collettiva e subdolamente negazionista: non si parla mai di chi, quando e come ha iniziato ad applicare la soluzione finale nel territorio italiano, evento che si è storicamente verificato cinque anni prima che un solo tedesco entrasse dentro ai nostri confini geografici.
Questo è il motivo per cui mi rifiuto, in quanto ebreo italiano, nel giorno della memoria, di offrire ai lettori come immagine in bacheca la solita immagine di deportati ad Auschwitz, di bambini macilenti, di donne dalla figura spettrale con tanti cadaveri ammonticchiati, con i soliti tedeschi cattivi che indossano il cappotto di pelle nera.
In bacheca vedete la prima pagina del Corriere della sera in data 11 novembre 1938.
Basta leggere i titoli con attenzione per capire.
Il giorno “ufficiale” in cui il fascismo e Benito Mussolini gettano l’ultima delle loro maschere e danno vita alla più sconvolgente follia criminale mai perpetrata nella storia di questo paese: l’identificazione dei cittadini italiani di etnia ebraica (era sufficiente che fosse ebreo anche uno solo dei quattro nonni e dal 1941 anche uno solo dei quattro bisnonni) e l’attribuzione a quelle persone della dizione “appartenente a razza inferiore dimostrata scientificamente, e di conseguenza non capacitati né legalmente atti alla partecipazione collettiva e sociale in termini di lavoro, occupazione, attività statali, siano esse civili, militari o religiose”.
Con decreto legislativo firmato dal duce Benito Mussolini e controfirmato da Sua Maestà Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia, coadiuvati da una lettera con sigillo firmata dal Papa che approvava a nome della chiesa cattolica di Roma tale editto, il fascismo creava –per la prima volta nella storia di questo popolo- il concetto legale di “pulizia etnica” stabilendo una gerarchia razziale e ponendo le condizioni per identificare cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Di tutto ciò, presentato nei suoi aspetti narrativi ed esistenziali, in Italia si parla poco, pochissimo, quasi niente. Agli italiani è stato fatto credere che il fascismo sia stato una specie di semi-barzelletta un po’ farloccona, gestita da alcuni prepotenti magari un po’ esagerati (dopo tutto siamo italiani), una specie di farsa che poi si è trasformata in dramma sfociando in tragedia quando sono entrati in scena i veri cattivi, cioè la gestapo tedesca. Tant’è vero che nell’ultimo decennio è fiorita addirittura tutta una scuola di pensiero che finisce sempre nello stesso punto: minimizzare e “storicizzare” il fascismo, in tal modo riuscendo –da bravi italiani irresponsabili- ad attribuire l’esclusiva responsabilità dei fatti ai perfidi tedeschi. Non è stato così.
E poiché di memoria si parla, che memoria sia.
E’ una pagina della storia ancora negata, silenziata, dopo 73 anni, se ne parla appena e sempre in maniera confusa, pressappochista.
E’ stato invece l’atto ufficiale con il quale una banda di criminali ha eliminato il concetto di Legge, di Diritto Civile, emanando un decreto il cui unico scopo consisteva nell’avere carta bianca per eliminare fisicamente dei concittadini che non avevano commesso alcun reato, approfittando di tale evento per impossessarsi dei loro beni, dei loro averi.
Fu il primo atto storico di costituzione in Italia del concetto di “casta privilegiata”.
E non è certo un caso che non viene raccontata oggi la verità storica di quei tempi, perché troppi sarebbero i nessi con gli atteggiamenti e i comportamenti dell’attuale classe politica contro la quale ogni giorno ci si indigna.
I Scilipoti di oggi, i Borghezio di oggi, il mercanteggiamento ignobile dei voti in parlamento, sono figli legittimi del fascismo e delle leggi razziali. Da lì veniamo.
Ma gli italiani non lo sanno.
E solo attraverso il ricordo di una memoria di narrativa eistenziale privata è possibile sapere come sono andate le cose. A differenza dei "perfidi tedeschi" che dal 1945, assumendosi tutta la responsabilità dei loro atti, senza dar tregua a se stessi, invece di operare un processo di revisione, hanno aderito al ben più profondo collettivo senso di lutto generalizzato, per poi riemergere dal buio della Storia come una etnia rinnovata, aperta e disponibile ad una idea democratica autentica del vivere civile, in Italia invece si è scelta la strada della amnesia collettiva.
Provengo da una famiglia italiana che ha subito le leggi razziali, e tuttora ne porto su di me –che sono nato vent’anni dopo- le ferite e il danno subìto.
Mia nonna paterna, Rachele Bemporad, era una grande imprenditrice triestina. Era il più importante editore del regno, associata con l’ingegner Marzocco, da cui la celebre casa editrice Bemporad Marzocco. Il 12 novembre del 1938 (tutto avvenne in maniera molto veloce per approfittare dell’effetto sorpresa) si presentarono nel suo ufficio a Firenze dove era la sede centrale e le comunicarono che la sua impresa era stata requisita, comprese dodici tipografie e sei magazzini con 80.000 volumi dell’archivio. Non le consentirono neppure di telefonare a un avvocato. I conti correnti nelle banche vennero chiusi e i soldi trasferiti direttamente sul conto corrente intestato a “Ufficio Difesa della Razza”.
Ritornò a casa e comunicò a mio nonno che non avevano più nulla.
Mio zio, il fratello di mio padre, un precoce ed eccellente medico, era allora vice primario all’ospedale San Camillo, a Roma. Lavorava come chirurgo. Alle quattro del pomeriggio, dopo essere uscito dalla sala chirurgica per una lunga operazione venne convocato alla direzione sanitaria al pianterreno. Venne accolto da un suo collega, in divisa, un medico di vent’anni più anziano che mio zio considerava un inetto e pessimo medico, e aveva deciso di non volerlo neppure come secondo assistente in sala chirurgica. Costui gli comunicò che era licenziato, la sua laurea era revocata e non avrebbe mai più potuto esercitare la sua professione in Italia. Quel mediconzolo prese il suo posto (oltre, pare, al suo conto corrente nella banca dell’ospedale) e si auto-promosse vice-primario. Nomina che venne confermata immediatamente per “meriti acquisiti nel difendere la purezza della gloriosa razza italica”.
Mio padre, invece, aveva un suo studio commercialista tributario e di mediazione finanziaria in borsa.
Arrivarono alle ore 17 con la carta che certificava la sua cancellazione dagli albi professionali. Gli venne requisito l’ufficio e sottratta la proprietà e si impossessarono di tutti i conti correnti dei clienti, la maggioranza dei quali erano cattolici che non ebbero la possibilità di protestare. Chi lo fece, finì in carcere sotto l’accusa di “aver prestato la fiducia a individui appartenenti a razza inferiore”.
Mio nonno aveva sei tipografie. Era stato lo stampatore d’arte di Boccioni, di de Chirico e del grande Savinio. Anche lui, alle ore 19, si vide arrivare i funzionari dell’ufficio della razza che gli comunicarono la notizia dell’avvenuta espoliazione.
Iniziò così, in tutta Italia.
Bande di nullafacenti, approfittatori, opportunisti, andarono a spulciare nelle anagrafi di tutta Italia sperando di trovare un antenato ebreo nell’800 del vicino di casa per poter avere la scusa di presentarsi a casa di qualcuno e portargli via tutto, oppure ricattarlo e imporre il pizzo. Furono milioni gli italiani che subirono il ricatto e pagarono mensilmente per anni una tassa clandestina perché non si sapesse che un loro nonno era ebreo.
In Italia nel 1938 bastava avere “un quarto soltanto di sangue ebreo nelle vene per poter giustificare l’applicazione dell’editto regio”.
Di queste storie, di queste vite stroncate, in Italia non se n’è parlato mai.
Mai.
Se non tra ebrei.
Quando si parla della Shoah, avrete notato, in Italia si fa iniziare la storia dopo il settembre del 1943, quando sono arrivati i tedeschi. E invece era iniziato tutto cinque anni prima.
Fu l’inizio di una cultura che sostituì l’arroganza e l’avidità di denaro al concetto di merito e competenza tecnica.
E promosse i furbi, i cinici, gli approfittatori.
Tutte le tipografie dei miei nonni e i magazzini dei libri vennero venduti subito ad un prezzo dieci volte inferiore del loro valore ad un abile tipografo di Milano, un certo Arnoldo Mondadori, dotato di buone conoscenze in Vaticano, il quale si prese anche altre sei piccole ma solide case editrici nell’Emilia, a Torino, nel Veneto.
A gestire “culturalmente” l’operazione fu un certo Telesio Interlandi, direttore responsabile di una rivista che si chiamava “La difesa della razza”. Il suo editorialista di punta era un avvocato molto ambizioso, di Arezzo, che lavorava come assistente di ruolo alla cattedra di Diritto Pubblico a Roma. Si chiamava Amintore Fanfani.
Venti giorni dopo, a Napoli, il preside della celebre “scuola di diritto latino” della facoltà di giurisprudenza, Massimo Ferrara (cattolico), un giurista stimatissimo in tutto il mondo, contestò la legge razziale sostenendo che aveva una falla che ne decretava la sua inammissibilità. Si rifiutò di applicarla con dieci ebrei che lavoravano nel suo istituto.
Amintore Fanfani, accompagnato da Interlandi e da dieci squadristi si presentò in facoltà. Lo prese a schiaffi davanti agli studenti e gli impose le dimissioni.
Un mese dopo, Fanfani diventava ordinario alla cattedra che gli aveva sottratto.
Fu la presa del potere dei furbi, degli ignavi.
Fu l’assassinio della cultura d’impresa e l’inizio del seme dell’abilità trasformista.
Oggi, gli ebrei, in Italia non sono più il nemico istituzionale né il nemico di mercato.
La Storia è cambiata.
E’ molto peggio.
Siamo diventati tutti, ebrei sotto le leggi razziali, in questo gennaio 2012.
Oggi, il nemico delle istituzioni e del mercato, sono tutte le brave persone che pretendono di farsi valere sulla base del proprio merito, che vogliono entrare nel mercato e imprendere avendo accesso a opportunità che la Legge dovrebbe garantire a tutti per diritto costituzionale, sulla base del proprio titolo di studio e delle proprie capacità. Indifferentemente ebrei, cattolici, mussulmani, settentrionali o meridionali.
Ma subiamo tutti, la gogna delle leggi razziali.
Delle “leggi razziali” sui generis, invisibili, non scritte, non costituite. Addirittura democratiche e quindi impossibile da denunciare: colpiscono chiunque e dovunque.
Se oggi l’Italia è così com’è è anche grazie al fatto che è stata negata a questo popolo l’opportunità di avere accesso alla Memoria storica di quei tempi, perché pochi, pochissimi, sanno ciò che è veramente accaduto in Italia dall’11 novembre del 1938 in poi. Gran parte di coloro che approfittarono di quell’occasione per far carriera, per arricchirsi, scegliendo delle impensabili scorciatoie d’opportunità sulla pelle di altri, comportandosi come autentici criminali, sono finiti nei posti di comando nella Repubblica Italiana.
E hanno trasmesso ai loro figli e nipoti quell’interpretazione della vita e del lavoro.
Una concezione aristocratico-oligarchica del potere, basata sull’annullamento dei diritti dei cittadini, sulla cancellazione delle ambizioni, sulla negazione del rischio d’impresa, per poter far trionfare il malaffare. E la corruttela permanente mascherata sempre sotto il manto dell’ideologia, a seconda dei casi, delle mode, dei tempi.
Nel Giorno della Memoria, per renderla più attiva e viva, mi è sembrato giusto ricordare da dove veniamo cercando di non fare della piatta retorica, della demagogia consueta.
Non sono stati fatti ancora i conti con il fascismo che è dentro la spina dorsale della mente italiana, è per questo che l’Italia non riesce a riprendersi.
Ed è per questo che, oggi, i fascisti stanno rialzando la testa sotto nuove forme, nuove sigle, mentite spoglie.
Sanno che non è cambiato niente.
A questo serve la memoria, ed è per questo che è importante.
Perché, come diceva Elie Wiesel “se non sappiamo da dove veniamo, che cosa ci hanno fatto, che cosa abbiamo fatto, come possiamo pretendere di poter avere anche una minima nozione di dove stiamo andando?”.
Che i morti di Auschwitz riposino in pace l’eterno sonno dei giusti.

venerdì 10 novembre 2017

Intervista sull'Italia al prof. Nicola Tranfaglia, docente di "Storia delle mafie": il grande storico napoletano risponde a 13 domande sull'Italia di oggi.





di Sergio Di Cori Modigliani



pubblicato il 10 novembre del 2011
Oggi, facebook mi ricorda questo post datato 73 mesi fa.
Purtroppo, è di agghiacciante attualità.
Come se, da allora, non fosse accaduto nulla. 

Lo ripropongo senza cambiare una virgola.



Senza tema di smentita, ritengo che possa essere considerato uno dei tanti Padri della cultura nazionale, che la nostra Italia, attualmente orfana, nonché dimèntica delle proprie radici e tradizioni, ha avuto e tuttora possiede nel proprio carniere intellettuale: la nostra grande ricchezza non dichiarata e nient’affatto pubblicizzata.

Così come il cosiddetto “grande pubblico” conosce a menadito Vittorio Sgarbi o Giuliano Ferrara,  gli studiosi, gli intellettuali italiani, e tutti coloro che seguono le attività di chi ha da sempre prodotto “cultura” conoscono invece a menadito sia l’opera che l’attività del Prof. Nicola Tranfaglia. Il suo nome, la sua attività, e la sua produzione intellettuale è ampiamente riconosciuta in tutta Europa -e in Italia- dove, pur godendo di un fattore di stima e rispetto riconosciuti, paga il prezzo del suo "esseer andato contro".



 L’elenco delle sue opere importanti è davvero molto vasto.



Nicola Tranfaglia nasce a Napoli il 2 ottobre del 1938.

E’ uno storico politico, uno scrittore, un editorialista e un docente universitario accreditato.

  • Ricordiamo, qui, solo alcuni dei suoi scritti: dal suo primo libro, uscito per i tipi dell’editore Laterza, di Bari, che risale al 1968 “Carlo Rosselli dall'interventismo a Giustizia e Libertà, passando a “Stampa e sistema politico nella storia dell'Italia unita”nel 1986 per l’editore Le Monnier e poi “Le veline del Minculpop per orientare l'informazione” per Bompiani


  • “Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947” sempre per Bompiani


  • “La resistibile ascesa di Silvio B. Dieci anni alle prese con la corte dei miracoli” Baldini Castoldi Dalai


  • per arrivare all’ultimo dei suoi libri “Perché la mafia ha vinto” pubblicato nel 2008.


 É attualmente membro del Comitato di Presidenza della Conferenza dei Presidi di Lettere e Filosofia, membro del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali e del Comitato Nazionale di settore per gli Archivi, membro della commissione dei Quaranta Saggi sulla Scuola e del gruppo di lavoro Martinotti riforma universitaria. Nella sua qualità di storico accademico è condirettore della rivista Studi Storici e membro del comitato scientifico della Fondazione Nazionale Antonio Gramsci.

 Con tale curriculum vitae, in un momento di bisogno e di fame culturale competente com’è il nostro attuale, il viso del prof. Nicola Tranfaglia dovrebbe essere noto a tutti in quanto ospite fisso dei numi tutelari della cassa mediatica televisiva gestita dalla sinistra italiana (Gad Lerner, Michele Santoro, Giovanni Floris, e compagnia bella) e invece no. Lui non piace. E’ considerato scomodo, ostico, troppo schivo, poco incline a compromessi di maniera, giochetti sottobanco, autore di verità scomode perché contundenti, in quanto frutto di analisi ponderate, documentazione inattaccabile, un lungo e laborioso lavoro di ricerca e indagine storica professionale. Come lui stesso dice, parlando di sé “ciò che io scrivo, oggi non è gradito ai media” e così lo silenziano. Come se lui non esistesse.

In verità la sua campana a morto è suonata il 2 febbraio 2004, quando, deluso nelle sue aspettative democratiche, abbandonò i DS con una lettera critica scritta a Piero Fassino, che l’inconscio culturale collettivo della sinistra ha scelto e stabilito di far finta che non sia mai esistita.

Attualmente, il prof. Nicola Tranfaglia insegna all’università di Torino “Storia delle mafie”.

Mi ha rilasciato in esclusiva questa breve intervista per il mio blog.

Ho pensato che potesse essere stimolante, per i lettori, ascoltare l’opinione di un grande intellettuale italiano, un libero pensatore meridionale, una personalità esclusa dalle consuete palestre mediatiche perché considerata eccessivamente critica, non avendo mai abdicato al suo ruolo di pungolo costante per stimolare l’uso della libertà di pensiero e dell’apertura della mente.



Risposte a Sergio Di Cori Modigliani da parte del prof. Nicola Tranfaglia.

1). “Qual è la vera posta in gioco, oggi, in Italia?”

E’ una posta importante: la fine o il proseguimento  di un periodo che si avvicina ai vent’anni (dal 1994) in cui un leader populista come l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi è arrivato al potere e, con l’ intervallo di sei anni tra il 1995 e il 2001, ha governato il paese. Con molti effetti negativi collaterali di cui vale la pena segnalare almeno la diffusione dei metodi populisti anche in forze del centro-sinistra e, prima di tutto, nel partito di Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori





2). “La posta in gioco politica è la stessa in campo economico?”

 Sul piano economico la situazione è più complessa perché c’è, da una parte, chi come l’amministratore delegato della Fiat Marchionne sembra perseguire un analogo disegno sul piano dei rapporti con i lavoratori ma non tutti gli imprenditori la pensano così. E bisognerà vedere che cosa succede nei prossimi anni in Europa e nel mondo e quando sarà archiviata la crisi economica che, per ora, attanaglia tutto il mondo sviluppato.





3). “Dovendo spiegare agli italiani, lei che non è un economista ma un famoso e meritevole storico e uomo di cultura, e quindi dal punto di vista di chi può ben rappresentare la Voce Alta della cultura italiana: "E' un bene oppure no rimanere nell'euro per il paese?"

Non ho dubbi sulla opportunità di restare nell’euro per il nostro paese. Il ventunesimo secolo è caratterizzato da una forte competizione e concorrenza tra entità sopranazionali che lottano tra loro. Gli stati nazionali sono in evidente difficoltà. E all’Italia come alla Grecia e all’Irlanda, per parlare di stati in particolare difficoltà, conviene restare agganciati alla moneta europea piuttosto che ritornare alle monete nazionali che sarebbero in difficoltà ancora maggiori nei nuovi tempi.



4). “Perchè l'opposizione italiana di sinistra in parlamento è sempre stata così flebile contro Berlusconi? Sono incompetenti? Collusi? Complici? Poco intelligenti? Irresponsabili?”

Le forze d ‘opposizione al berlusconismo hanno capito con ritardo l’irruzione del populismo nella politica italiana e continuano ad essere divise anche se adesso, dopo diciassette anni di sconfitte continue, incominciano a rendersi conto dell’esigenza molto forte di unità.

Quali sono stati i loro errori ? In parte scarsa competenza culturale, in parte tendenza antica a un certo consociativismo di cui la storia italiana registra episodi antichi e recenti.



5). “Lei è d'accordo con Bersani che sostiene "nel PD non esiste una questione morale e non è mai esistita" ?

E’ difficile esser d’accordo con Bersani perché ci sono stati anche di recente alcuni casi, come quello del consigliere regionale Penati a Milano, che non possono esser liquidati come casi in tutto e per tutto personali.



6). “Quando e perchè -secondo lei- la sinistra, in Italia, ha cessato di essere, per l'immaginario collettivo nazionale, un modello di identificazione in senso etico, morale e culturale, abdicando alla propria funzione di essere rappresentativa come punto di riferimento costante per la società e per i movimenti?”

Il disincanto è incominciato negli anni settanta con il tentativo di “compromesso storico” e quindi si è rivelato con maggior chiarezza di fronte al naufragio precoce del secondo governo Prodi nel 2008. E’ da quel momento che gli italiani hanno cessato di guardare alla sinistra come punto di riferimento costante per la società e per i movimenti e così hanno per la terza volta dato fiducia al populista Berlusconi che era stato già due volte presidente del Consiglio. Con i risultati negativi che oggi possiamo verificare.



7). “Perchè in Italia non è decollato un modello di protesta come "occupy wall street"?

Gli italiani si sono addormentati in questi anni nel sonno del populismo trionfante e non si sono ancora svegliati.



8). “Se lei avesse la possibilità di poter far passare subito dei provvedimenti urgenti in parlamento, che cosa suggerirebbe per migliorare la situazione dell'Italia e degli italiani?”

Come lei ha detto, io non faccio di mestiere l’economista ma è abbastanza evidente che occorrono provvedimenti che vadano nella direzione di inserire i giovani nel mondo del lavoro, di favorire investimenti pubblici legati allo sviluppo del turismo e allo sfruttamento del nostro grande patrimonio artistico e culturale senza trascurare gli aiuti  all’innovazione e alla ricerca scientifica e culturale che le nostre classi dirigenti hanno abbandonato da molti anni. Inoltre una imposta sui grandi patrimoni (gli stessi più noti imprenditori come Della Valle e Montezemolo la chiedono) sarebbe necessaria e si impone allo stesso tempo una lotta più efficace contro l’evasione fiscale



9). “Lei pensa che l'uscita di Renzi abbia avuto e abbia un suo significato oppure è inutile e puramente mediatico?”

La sortita di Renzi ha avuto un aspetto positivo, legato alla necessità indubbia di confronto e discussione nel maggior partito della sinistra ma sul piano dei contenuti, come ha  ricordato con precisione l’onorevole Rosy Bindi, ha sfondato alcune porte aperte e ha citato come problemi da affrontare questioni che il Partito democratico aveva già affrontato e, a suo modo, risolto in precedenti occasioni. A dimostrazione di una verità che molti non riconoscono di questi tempi: cioè che, nella nostra società, l’informazione politica è peggiorata piuttosto che migliorare, come a prima vista parrebbe.

10). “Lei è l'unica persona di rinomata e riconosciuta cultura che ha avuto il coraggio di sostenere la sconfitta dello stato, come ha spiegato nel suo libro del 2008 "perchè la mafia ha vinto". Che cosa è accaduto? Perchè è accaduto?”

Sono convinto, se è possibile ancor più che nel 2008: le mafie purtroppo hanno sconfitto lo Stato nel nostro paese e controllano una parte rilevante della politica e dell’economia a livello nazionale come, con particolare capacità di penetrazione, in alcune regioni conquistate da tempo come la Campania, la Calabria e la Sicilia e in parte la Puglia. 



11). “Che cosa deve fare oggi un intellettuale per uscire fuori dall'inevitabile solitudine nella quale è stato e viene spinto?”

A mio avviso, due cose: da una parte fare il proprio mestiere rispettando i più importanti principi della costituzione e della convivenza civile; dall’altra continuare ad osservare l’evoluzione politica nazionale e internazionale e far conoscere, se gli viene consentito, la propria opinione. In questo periodo è particolarmente difficile ed io sono presente assai poco sulla stampa italiana perché i miei articoli non piacciono a forze politiche diverse e a volte contrapposte. 



12). “Le risulta che esista, in Italia, uno sbarramento che impedisce l'accesso al mercato editoriale di intellettuali, liberi pensatori, artisti a meno che non siano garantiti da partiti tradizionali e/o associazioni e/o confraternite e/o club e/o organizzazioni criminali?”

Non esiste una ricetta unica. Io direi in generale che bisogna fare in modo di partecipare a quel che si muove nella società e non soltanto nei partiti politici.



13). “Se sì, che cosa devono fare gli esclusi?”

Diciamo che è più difficile di una volta superare sbarramenti giornalistici ed editoriali. Il degrado morale è forte e chi vive in Italia lo avverte, sia se svolga un mestiere che ha a che fare con la cultura, sia che faccia altro. Gli esclusi dovrebbero mettersi insieme e cercare di superare così gli sbarramenti, non sarà un’impresa facile ma è necessario tentare..







copyright "Libero pensiero: la casa degli italiani esuli in patria" di Sergio Di Cori Modigliani.

Nel riprodurre l'intervista è necessario citare la fonte, il link di provenienza, la data di pubblicazione.

lunedì 23 ottobre 2017

L’Italia alla frontiera: questo post è lungo 4 righe. Parla da solo.



di Sergio Di Cori Modigliani

A nome del comitato invisibile nazionale degli esuli in patria dichiaro quanto segue:


Il paese langue. 
Ci siamo stufati di tutti coloro che ogni tanto sostengono se parlo io crolla tutto, oppure se io parlo metto nei guai chi conta, oppure io so cose che nessuno sa o anche io so che lui sa che io so oppure loro sanno che noi sappiamo quanto loro sapessero, ecc. ecc. 
Se sapete qualcosa, qualunque essa sia, ditela assumendovi le responsabilità. Altrimenti state zitti e lasciate in pace la nazione sofferente e gli itali pensanti per bene”.

Grazie per l’attenzione

Referendum: che idea!!






di Sergio Di Cori Modigliani


E' una strana sensazione, quella di essere testimone dell'attuale dibattito politico italiano. Leggendo questa mattina le dichiarazioni dei più diversi soggetti politici, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per il PD, Forza Italia e M5s (mi riferisco qui ai referendum appena votati) mi è capitato di pensare che hanno tutti ragione.
E' come stare a teatro guardando una farsa.
Intanto, in Spagna, se non altro, si assiste a uno scenario che si tinge, giorno dopo giorno, dei consueti ingredienti di una autentica tragedia sociale.
Ben più nobile.
Pasticcioni e cialtroni, sia catalani che spagnoli, nell'aver dimostrato da entrambe le parti una forte miopia politica, perché incapaci di gestire al meglio una loro contraddizione reale.
Ma almeno, lì, si sente che c'è della verità.
Si annusa nell'aria uno scontro reale tra forze opposte e forse (da cui la tragedia) davvero incompatibili.
Da noi, alla fine della fiera, finisce che sono sempre tutti compatibili nel nome della incompatibilità dichiarata in campagna elettorale.
Triste constatazione.
Così va il paese, oggi.

giovedì 12 ottobre 2017

El pueblo urla al golpe. Vero o falso?





di Sergio Di Cori Modigliani

Uno degli aspetti più inquietanti dell'attuale fase quotidiana, nella quale siamo immersi, consiste nell'usura di termini e vocaboli che, inevitabilmente, finiscono per cancellare il "Senso" della comunicazione verbale tra umani in lingua italiana..
In tal modo si afferma l'egemonia dell'annuncio, dello slogan, della pubblicità, e il marketing mediatico vince sulla sostanza progettuale.
In questo specifico caso mi riferisco alla battaglia politica in corso tra tutti i partiti presenti nell'arco parlamentare, in riferimento alla legge elettorale.
Noi viviamo in una repubblica democratica parlamentare.
L'esecutivo si poggia su un meccanismo di alleanze che consenta di avere in aula almeno il 50,1% dei consensi.
L'abilità dei leader politici la si manifesta quando riescono a ottenere un accordo tale da reggere l'urto nell'inevitabile scontro con le forze che si oppongono.
Il M5s, sulla carta il più forte gruppo di opposizione parlamentare, ha deciso di non partecipare al confronto basando la propria scelta sul principio "Noi siamo diversi, non trattiamo con nessuno".
Quindi, si sono chiamati fuori.
Altri, numericamente molto più deboli di loro, si sono visti, riuniti e si sono messi d'accordo.
Il M5s sostiene che si tratta di un "golpe" ed è una scelta "eversiva". E qui crolla il Senso della lingua italiana.
Si spaccia per verità o progetto uno slogan mediatico.
Come fa la maggioranza parlamentare a essere eversiva, dato che il termine -per definizione- fa riferimento a un colpo sferrato da una minoranza contro la maggioranza?
Se è maggioranza, non può essere eversiva.
Idem per articolo 1 e sinistra italiana che condividono la stessa identica posizione: "Noi non trattiamo a nessun livello con Renzi" hanno dichiarato, dimenticandosi che attualmente è il segretario politico eletto del più importante partito italiano.
Anche in questo caso la scelta è legittima.
Se loro e i loro elettori sono contenti così, ok.
Se non vogliono mettersi d'accordo "per principio" è inevitabile che le altre formazioni approfittino dello spazio vuoto "regalato" e si mettano d'accordo tra di loro.
Mi sembra ovvio e davvero banale.
Non a caso si chiama battaglia parlamentare.
Quindi, in conclusione, chi usa questi termini, non sta affatto partecipando al gioco della repubblica parlamentare.
Sta parlando di un mondo reale diverso.
Di un gioco altro.
In Politica si vince quando si ha la maggioranza e si perde quando si è in minoranza.
Non ci si sottrae mai.
O meglio, lo si può anche fare.
Ma allora, viene spontanea la domanda: che cosa ve ne importa di andare in parlamento se tanto non volete allearvi con nessuno e sapete con matematica certezza che non otterrete mai alle urne il 51% dei voti validi?
Questo sarebbe l'unico caso in cui avrebbero ragione.
Vi sembra realistico?

mercoledì 11 ottobre 2017

Adelante Pedro con juicio: Barcellona docet!






di Sergio Di Cori Modigliani


I catalani, come è noto, hanno inventato la creatività surrealista, producendo l'imbattibile meraviglia di Gaudì, Salvador Dalì e Luis Bunuel.
Basterebbero questi tre per meritarsi un posto perenne nel Pantheon degli Immortali che hanno contribuito a forgiare l'immaginario collettivo europeo.
Adesso hanno inventato la "Indipe", ovvero "l'indipendenza a metà": una nuova forma di costruzione di uno stato sovrano che non è uno stato sovrano, di una rivoluzione che è contemporaneamente rivolta e conservazione, rottura e dialogo, scontro e incontro.

La Indipe è il grande sogno irrealizzato di Andrè Breton, Marc Chagall e il gruppo dei Dada.
Da noi, in Italia, è arrivata la variante pecoreccia; Renzi lancia la rottamazione della vecchia guardia e si allea con Berlusconi, il quale denuncia l'impossibilità di dialogo con Salvini ma si presenta alle elezioni insieme a lui; Bersani e D'Alema pretendono e impongono le primarie nel loro partito e siccome le hanno perse sostengono che non hanno valore, vogliono un grande movimento di centro-sinistra la cui condizione di base consiste nel fatto che non ci sia il centro.
Infine, il M5s, capitanato da un miliardario che sostiene di essere come S. Francesco, che è il leader riconosciuto ma anche no, è sempre oltre ma è anche di lato. Per non parlare del Papa, amministratore delegato dello Ior, il più importante centro finanziario speculativo del pianeta, capo dello stato più ricco del mondo (circa 20.000 miliardi, un 20% in più degli Usa) il quale sostiene che "povero è bello e soltanto chi non ha nulla andrà in Paradiso".
In Europa poi il trend è chiaramente quello: l'unico grande statista della civiltà progressista, razionale ed evoluta del vecchio continente, che tiene alta la bandiera dei valori della sinistra, è Angela Merkel che è di destra.

Non ci si può sorprendere se in un teatro come questo, la signora May abbia proposto alla Ue la soluzione vincente: una Brexit che non è una Brexit, del tipo "facciamo che è Brexit quando siamo a Londra, non appena arriviamo a Calais invece siamo di nuovo Ue".
Con l'idea del potere che hanno gli Umani non ci si annoia mai.

venerdì 6 ottobre 2017

Dedicato ai giovani d'oggi: il delirio dell'ideologia.






di Sergio Di Cori Modigliani


Il delirio nefasto dell'ideologia.
La stragrande maggioranza dei giovani d'oggi non ha la minima idea di chi sia il signor Cesare Battisti, nè che cosa ha fatto.
A meno che non siano attivisti militanti di gruppi e/o formazioni politiche che si auto-definiscono (grazie ai giornalisti che hanno inventato questo termine mediatico) "antagonisti".
Tuttora, il signor Cesare Battisti è sostenuto e appoggiato da gran parte delle forze politiche dell'estrema sinistra, compresi nomi di politici importanti famosissimi che hanno contribuito a trasformare in eroe e avventuriero una persona che la Giustizia italiana, in via definitiva, ha definito "assassino spietato, criminale pericoloso per la società, motivato esclusivamente dall'odio" condannandolo a due ergastoli per aver ucciso (personalmente) due persone e aver dato ordine di ucciderne altre due.

Da diversi anni, dopo essere stato accolto a Parigi, difeso e sostenuto da intellettuali deliranti francesi che odiano e disprezzano l'Italia e gli italiani, era fuggito in Brasile dove era diventato un divo, appoggiato dal presidente Lula. Personaggio della vita mondana sudamericana era diventato anche un personaggio televisivo ad alto impatto mediatico, dedito ad una vita trascorsa nel lusso edonistico, nella ricchezza materiale e nella produzione e diffusione di odio puro nei confronti dell'Italia e di tutto ciò che è italiano.
 

Ma che cosa ha fatto, esattamente?
 

Il 6 Giugno 1978 ha sparato (uccidendolo) a un maresciallo di 52 anni, Andrea Santoro.
Il 16 Febbraio del 1979, a Milano, ha sparato, uccidendolo, al gioielliere Pierluigi Torreggiani, reo di aver ucciso, per difesa, un rapinatore della mafia siciliana otto mesi prima. Dati i rapporti stretti che il Battisti aveva stretto con la criminalità organizzata, lo uccisero per vendetta. Il Torreggiani cercò di difendersi, ma ebbe la peggio; il figlio -presente in gioielleria- cercò di intervenire, ma il Battisti gli sparò un colpo perforandogli la spina dorsale, condannandolo a una vita su una carrozella.
Nell'autunno del 1979, diede ordine di uccidere Andrea Compagna e Lino Sabbadini, due piccoli commercianti, dichiarando (lo disse anche nel corso del processo, essendo reo confesso) che "avevo deciso di porre fine alla loro squallida esistenza".

Per motivi che esulano dalla comprensione di ogni italiano pensante democratico, ancora oggi gode in Italia e in Sudamerica di fortissimi appoggi politici e un vasto consenso nell'ambiente della sedicente "sinistra antagonista".
Questo post è dedicato alla memoria delle quattro vittime e delle loro famiglie, è dedicato soprattutto ai giovani di oggi ai quali non è stato spiegato nel dovuto dettaglio quali siano i capi di imputazione e le motivazioni della sua condanna.
Informatevi sui fatti, e non fidatevi di chi lo sostiene e lo appoggia.
Siate di sinistra, se questa è la vostra scelta politica, ma diffidate dalle imitazioni, in maggior conto -come in questo caso- se sono truculente, malvagie, intrise di opportunismo, malafede e un cuore nero.
Come la pece.

lunedì 2 ottobre 2017

Catalexit docet






di Sergio Di Cori Modigliani


Il caso di Barcellona ci conferma la definitiva affermazione
della "Nimby revolution" (celebre acronimo anglofono che sta per "Not In My Back Yard", che in italiano equivale a "Non nel mio orticello"):


Le nazioni e popolazioni più ricche d'Europa hanno deciso di andare all'attacco dei più poveri dichiarando secessione, indipendenza, autonomia e blablabla, perchè vogliono vivere in un mondo in cui non si pagano le tasse allo stato centrale, non vogliono re-distribuire la ricchezza, detestano i controlli, pretendono massima libertà di speculazione nel nome di "libertà dei capitali - libertà dalle capitali" e vogliono imporre la loro visione del mondo, una società nella quale non esistono regole da seguire se non quelle di attirare come una calamita capitali finanziari in uscita portati da immondi squali di ogni genere, attrarre turismo di massa in cerca di gnocche, efebi, sballo di varia natura e droghe esotiche alla moda.

E' il Grande Paradosso dei nostri tempi, l'ultima frontiera della società iper-liberista che potrebbe suonare anche così: 

"Visto che voi, caro popolo, dite sempre che volete fare la rivoluzione, noi ve la facciamo fare e addirittura la guidiamo. Così ci facciamo una barca di soldi e per voi ci sono: coriandoli, briciole di torte alla panna, palloncini colorati, concertoni rock, partite di calcio sublimi, e tanti tanti tanti comizi sulla bellezza dell'essere autonomi, indipendenti, sovrani e liberi. Più liberi di noi, non c'è nessuno".

El pueblo unido commosso, ringrazia e scende in piazza.

Come dire: dopo il danno, la beffa.

giovedì 28 settembre 2017

Brava Italia: successo della nostra diplomazia.


di Sergio Di Cori Modigliani

Peter Jennings, il celebre direttore dei servizi gionalistici della Abc news, in un suo famoso seminario sulla comunicazione a Berkeley, spiegava allora come funzionava il giornalismo.
"Immaginate che io domani apra il mio telegiornale con una clamorosa notizia del tipo:
 

"Una brutta e una buona notizia: quella fantastica ci dice che a Parigi, Mosca e New York sono sbarcate tre astronavi con i marziani e la popolazione locale circonda incuriosita gli extra-terrestri. La pessima notizia sta nel fatto che dai primi accertamenti sembra che i marziani siano buoni, pacifici e armoniosi".

Le buone notizie, infatti, non hanno mai seguito o condivisione. Le persone sono attirate e attratte dalla morbosità. Chi produce comunicazione lo sa e si adegua.
E' un fatto notorio.


Questa premessa per commentare la generale indifferenza sonnacchiosa con la quale è stata accolta sul web (quindi su facebook) la notizia relativa all'esito dell'incontro bilaterale Parigi-Roma, che si sè svolta ieri a proposito della questione Fincantieri-Stx. L'azienda italiana, come è noto, aveva acquistato quella francese la scorsa primavera garantendosi il 51% delle azioni e il controllo della società. A giugno, Macron era intervenuto sostenendo che essendo la Stx strategica per la nazione francese, il governo applicava la clausola militare grazie alla quale manteneva il 50% e il controllo dell'azienda. Il governo italiano aveva protestato e il ministro Calenda aveva dichiarato: "Noi non cederemo mai. Abbiamo pagato per avere il 51% e pretendiamo il 51%. Non ci spostiamo neppure di un centimetro". Quattro riunioni che avevano spinto le delegazioni al limite della rottura e infine la reciproca decisione di incontrarsi a Parigi il 27 settembre per prendere una decisione.
L'esito è stato salomonico, definito da entrambi "soluzione creativa". Ed è stato il seguente: Il governo francese mantiene il proprio punto ed è socio al 50% come l'Italia; per rispetto al patto precedente, "presta" l'1% all'Italia a costo zero per la durata di 12 anni, in modo tale che Fincantieri possa rimanere l'azionista di maggioranza con la possibilità di poter eleggere un proprio presidente e un proprio amministratore delegato. Grazie al 49%, la Francia controlla "a latere" la modalità di gestione degli italiani.
Grazie a questa decisione nasce il più potente gruppo di costruzioni navali, civili e militari, dell'intero continente europeo. Darà lavoro a circa 150.000 persone in Francia e almeno 25.000 in Italia, contribuendo all'aumento di entrambi i pil.
La notizia, quindi, avrebbe potuto essere una buona notizia (in un paese normale, dove non esiste la costante polemica, il tifo, l'odio generalizzato, il livore, la rabbia cieca, e l'amore infinito per tutto ciò che va male, che è brutto, disgustoso, indecente e malvagio) e quindi essere presentata al proprio pubblico nazionale nel seguente modo:
"Successo della diplomazia italiana: Gentiloni e Calenda vincono il round con Macron e mantengono la propria posizione imponendo il rispetto dei patti sanciti".
Sul nostro web, invece, no news.
Come ci ricordava Jennings, una buona notizia è inutile.
Così va l'Italia.

lunedì 18 settembre 2017

Si chiama hikikomori . E’ considerato il più grande pericolo psico-sociale per la nostra specie.


I


 di Apr 15, 2015


Il primo campanello d’allarme ufficiale è suonato una decina di anni fa, nel 2006.
Anche se ne parlavano già alla fine degli anni’80.
E’ accaduto in Giappone, il paese al mondo che più di ogni altra nazione sul pianeta, segue le problematiche sociali della propria popolazioni con grande cura e attenzione e interviene sempre preventivamente.
Così la loro cultura e tradizione.
Le cifre parlano chiaro: in Giappone la disoccupazione è intorno all’1%, i poveri sono lo 0,3% della popolazione, gli indigenti lo 0,7%. Non hanno spese militari, hanno il più grande disavanzo pubblico del pianeta (equivalente a circa -235%) e sono la seconda potenza economica della Terra come produzione di ricchezza, pari al quintuplo di quella italiana;  il più alto tasso di longevità (87 anni per le femmine e 82 per i maschi) il più basso tasso di natalità -record che condivide con l’Italia- e il più alto tasso di suicidi, circa 3.500 all’anno.
Uno studio dell’istituto di sociologia dell’università di Tokyo, finanziato dalla fondazione studi sociali dell’imperatore, nel 2006 evidenziò e coniò il neologismo che oggi terrorizza il Giappone: “hikikomori”.
E’ una parola che agli italiani non dice nulla, ma molto presto, purtroppo, diventerà un termine familiare
Non soltanto è finito su wikipedia, ma una richiesta ufficiale del Giappone è arrivata prima all’Onu e poi come domanda formale all’Oms, perchè venga rubricata sotto la voce “potenziale piaga sociale che può annicchilire intere nazioni”.

Ecco come wikipedia declina il termine:

“Hikikomori (引きこもり? letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,[1] dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Il terminehikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.
Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema disocializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal 2009, in seguito all’uso massiccio di facebook e al dominio della comunicazione virtuale via web al posto di quella umana carnale nella vita reale, il fenomeno ha iniziato ad assumere chiari segnali di patologia sociale. In Giappone, il hikikomori, è aumentato dal 2009 al 2014 del 356%. E’ aumentato anche in Europa. Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia, forse nessuno se ne occupa. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “ricerca e innovazione” come misura preventiva.

Secondo me, bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che sia troppo tardi
Lo fa da tempo il più famoso romanziere giapponese, Murakami.
I suoi racconti, infatti, al di là dei paesaggi socio-onirici che lui crea, hanno tutti in comune un aspetto caratteristico: i giovani protagonisti, sia maschi che femmine, sono sempre soli, vivono da soli, se possono non escono di casa.
Sono, per l’appunto, vittime inconsapevoli del hikikomori.
Una decina di giorni fa, la giornalista Lidia Baratta, ha pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta, un reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione
Ecco il suo pezzo e il link di riferimento:http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia
Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.
La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».
L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.
Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».
Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».
Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.
Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.
Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.
Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».
E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.
Ma Lidia Baratta non è la prima a parlarne.
Il primo articolo sull’argomento (è considerato il primo in Europa) è stato scritto da una giovane truccatrice italiana che se ne è andata a vivere a Londra dove lavora come make up artist. Si chiama Rosita Baiamonte e il suo pezzo risale al 1 Marzo del 2013, ben venticinque mesi fa, apparso sul suo sito/blog che si chiama “abattoir”.
Lo trovo un pezzo interessante. Un esempio sullo stato di salute del nostro paese, sempre ghettizzato e distratto, a parlare solo e soltanto di danaro e di partiti politici. La Baiamonte, allora, ci aveva provato con più articoli, ma vista la totale indifferenza del pubblico, ha poi lasciato perdere. Rimane il suo accredito, che io le riconosco, per essere stata la prima curiosa ad affrontare l’argomento in lingua italiana.
Ecco il suo articolo di allora con relativo link
http://www.abattoir.it/2012/03/01/hikikomori-mi-dissolvo-2/

Hikikomori: mi dissolvo

Il sol levante è portatore di novità, di tecnologie avanzate, di una quantità di suggestioni figlie di una cultura diametralmente opposta a quella occidentale; in particolare, il Giappone è una terra affascinante e per certi versi incomprensibile a noi poveri occidentali.
Ad esempio, è notizia recente quella di una donna giapponese invalida che ha rifiutato di farsi pagare una pensione d’invalidità dallo stato. Strano, assurdo, incredibile.
Sì, per noi che viviamo in un mondo popolato da falsi invalidi con pensioni d’oro, è un bel po’ strano.
Tuttavia, il Giappone è sempre fonte d’ispirazione, sia nel bene che ne male.
Nasce in Giappone il fenomeno Hikikomori, che è a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti, un fenomeno che, fino a qualche anno fa, sembrava non aver colpito l’Italia, ma che invece negli ultimi anni pare essere sbarcato anche da noi, quasi fosse una moda. 
L’hikikomori è un ragazzo che a un certo punto della sua esistenza decide di isolarsi dal mondo e dalla realtà che lo circonda, si chiude in camera e lì passa le sue giornate. La camera diventa il luogo fisico, dove egli conduce la sua vita, luogo che a poco a poco si ammassa di oggetti, di resti di cibo, di sporcizia, di polvere, quasi come se gli oggetti diventassero essi stessi hikikomori e non potessero più uscire da quel luogo, così come chi li possiede. Oggetti che, in qualche modo, lo riportano in quella realtà che egli vive e osserva solo attraverso un computer.
Egli vive di notte, di giorno oscura le finestre, odia la luce. La notte si rifugia nei social network, nei forum, dove incontra altri hikkikomori come lui, creando quasi una rete. Un po’ come accadeva qualche anno fa (ma forse accade ancora), con le adepte di Ana, la dea dell’anoressia, fenomeno quanto mai preoccupante che vedeva coinvolte centinaia di ragazze che, da un giorno all’altro, avevano messo su una rete di blog dove si scambiavano consigli su come dimagrire in fretta e su come essere sempre fedeli ad Ana (e guai a sgarrare!).
 Alienante.
L’ikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikkikomori crea, inventa, scrive, produce.
In Giappone il fenomeno è in fortissima espansione; si contano già più di un milione di casi.
Uscire dall’isolamento è difficile se non impossibile, curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare è la non volontà di tornare a un’esistenza normale, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.
L’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.
La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikkikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.
Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.
Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.
Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Questo è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.
Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione; sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.
Quanti di noi non hanno attorno amici che passano la maggior parte della loro vita davanti a un pc? Che se gli chiedi: ehi, usciamo a farci una pizza? Ti rispondono: no, devo ultimare il livello, di non so quale diavolo di gioco di ruolo! Ce ne preoccupiamo? Avvertiamo che anche noi spesso ci lasciamo andare a momenti di tremenda apatia, che ci risucchia le energie e ci spegne?
Ho idea che questo fenomeno sia lontano dall’arrestarsi, magari non sfocerà mai nelle forme di totale reclusione, ma sicuramente le nuove generazioni si stanno sempre più alienando, e sempre più spesso si rifugiano in un mondo a parte, dove si sentono eroi, insuperabili, onnipotenti, anche se in realtà, sono fragili e indifesi.
E voi che ne pensate? Credete sia la solita moda esportata dal Giappone o è qualcosa che accomuna tutti gli adolescenti del mondo a prescindere dal paese? E credete che la tecnologia abbia esacerbato il fenomeno?