giovedì 27 luglio 2017

Il tormentone estivo che ci manca. E non è certo un caso. La lezione viene da Bari






di Sergio Di Cori Modigliani

L'estate, è cosa nota, è la stagione dei tormentoni.
Lo vuole la prassi imposta dall'editoria che ha bisogno di gossip e chiacchiere a go go per vendere rotocalchi da leggere sotto l'ombrellone. E per chi, invece, il mare non se lo può permettere, valanghe di pagine dedicate su facebook, con l'appoggio del più importante investimento finanziario della Repubblica Italiana: i BPT, la nostra immarcescibile risorsa.

(N.B. per chi non fosse avvezzo a questo blog, devo precisare che BPT -al secolo Buoni Poliennali del Tesoro-  è un acronimo che, per il sottoscritto, identifica gli opinionisti di professione, ovvero i BambolottiPropagandaTelevisiva).

Si chiama "tormentone" perchè si diffonde come una specie di virus e parte come chiacchiera divertente, poi diventa  fastidioso, si trasforma in noioso, diventa insopportabile (di solito alla fine della calda estate) e infine si glorifica quando raggiunge la agognata meta del tormento totale. Quando cominciano a diffondersi centinaia di migliaia di like su facebook sotto la scritta abbasta co'sto tormentone, allora il sistema mediatico capisce che la stagione è finita e cambia registro.

Qualche giorno fa, i media hanno presentato alla nostra attenzione, con tutti i giusti requisiti, quello che -a mio avviso- aveva tutte le carte in regola per diventare un sonoro tormentone estivo, di quelli che i media adorano perché impongono al pubblico di schierarsi e di solito è al 50%, il massimo ideale assoluto per ogni rotocalco che voglia vendere, alimentando i pro e i contro. La notizia era succosa e contemporaneamente banale, come deve essere per qualificarsi come tormentone: il celebre Antonio Cassano (noto anche come genietto di Bari vecchia, cuore matto, pallone ribelle, calciatore estremo, indomabile artista e ingestibile professionista) invece di recarsi a Verona per iniziare il ritiro estivo di preparazione alla stagione 2017/2018 che avrà inizio il 20 agosto, aveva dichiarato alle 10 del mattino che si ritirava dal calcio giocato. 
Sconcerto, sorpresa, qualcuno pensava addirittura a uno scherzo. 
Sei ore dopo, lo stesso calciatore era apparso in conferenza stampa e in uno stato emotivo che la stampa sportiva aveva definito "confusionale" aveva ritratto la propia precedente affermazione sostenendo che si era pentito ed era pronto a iniziare la stagione. 
Dopo tre giorni, invece, un ennesima dichiarazione, questa volta "definitiva e irrevocabile" (parole sue): "lascio per sempre il calcio, finisco qui, ho voglia di godermi la vita con mia moglie e i miei due figli". 
Sembrava l'inizio, per l'appunto, del classico tormentone: lascia non lascia gioca non gioca, ecc., con la partecipazione della moglie, interviste a parenti, amici, giornalisti, ecc.

E invece non è accaduto nulla.

Data la notizia secca, si è steso un velo pietoso sulla vicenda.
Deluso da me stesso per aver preso un granchio sono andato a fare una ricerca contattando alcuni amici che conosco e lavorano nel campo del giornalismo sportivo.
E così è venuto fuori che due affermazioni di Cassano non sono piaciute al management che gestisce l'industria del calcio ed è partito subito l'ordine di scuderia del Pensiero Unico: ok, qui finisce la cosa, mettiamoci una pietra sopra e non parliamone più per nessun motivo.
Cassano ha spiegato che "il calcio per me è sempre stato, soprattutto, divertimento puro e gioia di vivere, ma giocare in Italia è davvero noioso, il calcio è finito, è un ambiente marcio, non è per me". 
Infine, il giorno dopo ha aggiunto: 
"Uno dei motivi della mia scelta riguarda la mia vita proiettata nel futuro. Io sono un ignorantone semi-analfabeta perchè l'ambiente del calcio esige ignoranti facili da manovrare. E quindi, adesso, invece di giocare voglio dotarmi degli strumenti di un lavoro vero e imparare qualcosa. Ho deciso, quindi, di iscrivermi al Politecnico di Torino, perchè voglio studiare ingegneria e prendermi una laurea, mia moglie è d'accordo".
Decisione pessima (per le dirigenze calcistiche).
Scavezzacollo, playboy incallito, una decina di anni fa aveva stupito tutti perchè aveva dichiarato: "Io ho vinto finalmente la mia Champions League, ho incontrato la donna della mia vita. Con le femmine mi fermo qui e me la sposo". E così, nel 2009 era convolato a giuste nozze con Carolina Marcialis, una sportiva come lui (pallanuotista) con la quale ha avuto due figli Christopher e Lionel. Una donna molto intelligente, niente affatto presenzialista, per il mondo del calcio e i media una pessima scelta; per loro i calciatori devono sposare veline, letterine, modelle, attrici, giornaliste sportive, per imbastire insieme un sistema di gossip laterale continuo d'appoggio. 
C'è gente che va allo stadio perché vuole vedere di persona la moglie X del calciatore Y.
I calciatori obbediscono e si adeguano al mercato.

Antonio Cassano no.

Si rifiutava di uscire con le gnocche che organizzatori e dirigenti della federazione cercavano di imporgli perchè era in cerca di qualcosa d'altro.
Ero sempre stato un suo grande estimatore (come amante del calcio l'avevo sempre considerato un geniale fantasista dotato di eccezionale talento e visione di gioco) poi, qualche anno fa ascoltai, per caso, delle sue affermazioni che -mediaticamente parlando- furono l'inizio della sua fine. Era stato, a suo tempo, pompato dall'industria editoriale che gli aveva distribuito un libro sulla sua vita: besteseller milionario. Subito dopo ne aveva pubblicato un altro. A Milano presentando il libro, così aveva parlato di se stesso: "Sono contento di aver battuto un record mondiale, è bene che voi lo sappiate. Sono il primo scrittore del pianeta che ha pubblicato un numero di libri superiore a quelli che ha letto. Non penserete mica che questi libri li abbia scritti io. Io sono semi-analfabeta e purtroppo per me un totale ignorante, non sono in grado di scrivere nulla. I libri, oggi, li scrivono gli editor. Tutto è marketing. Conta apparire non essere". 
Rimasi molto colpito dall'uomo che stava dando prova di una grande consapevolezza di sè.
Capii, quindi, che era una persona vera, autentico libero pensante.
E' diventato uno dei miei eroi preferiti.
Un vero esule in patria.
Ci mancherà.
Gli auguro buona fortuna e spero per lui che diventi un grande ingegnere.
E' il tormentone estivo che mi manca.
Avrebbe potuto anche essere pedagogico, quindi utile per l'intera collettività.
Il mio abbaglio è stato proprio questo.
Tragica realtà avvilente dei tempi che viviamo.

 Cassano lascia il calcio, la moglie Carolina Marcialis: "Non voleva stravolgerci la vita"





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lunedì 24 luglio 2017

Ma le formiche dormono oppure no? E se dormono, dove vanno a dormire?


di Sergio Di Cori Modigliani

Ieri pomeriggio, reduce da una passeggiata, in seguito al gran caldo, ho deciso di prendermi un gelato.
Mi sono comprato un cono, i miei due gusti preferiti: fragola e pistacchio.
Sono uscito dalla gelateria per andarmi a sedere su una panchina.
L'unica che si trovava all'ombra era occupata da una signora al telefono e da una bambina molto piccola, intorno ai 5 anni.
La panchina era piuttosto larga.
Mi sono avvicinato e ho chiesto alla signora se potevo sedermi.
La signora, indaffarata al suo cellulare, mi ha fatto cenno con la testa di accomodarmi senza problemi.
Mi sono seduto e ho iniziato a gustarmi il gelato.
Ho sollevato lo sguardo e i miei occhi hanno incrociato, per un breve attimo, quelli della bambina. 
Mi ha sorriso con un'aria divertita e complice e ha dato una poderosa linguata al suo cono: identico al mio. Lo si intuiva dai colori del suo gelato, verde pastello e rosso fiamma.
Gli stessi gusti.
Anch'io le ho sorriso.
Quest'inattesa comunione di gusti mi ha dato subito una sferzata di buon umore.
La signora, nel frattempo, era tutta presa dalla sua telefonata, che sembrava davvero piuttosto importante.
La bambina, mentre leccava il gelato, era assorta e seguitava ad osservare con enorme attenzione il suolo.
Dalla mia distanza, non vedevo nulla di interessante, e non riuscivo a comprendere che cosa stesse attirando la sua attenzione. 
A tratti, infatti, la vedevo chinarsi e oservare il lastricato.
Ad un certo punto, la bambina ha tirato la manica della mamma e le ha chiesto.
"Mamma, le formiche, dormono?"
La madre non ha risposto.
Dopo qualche secondo, la bambina ha riformulato la stessa domanda.
"Non ne ho idea" ha risposto la madre, visibilmente infastidita.
Ma la bambina voleva ottenere una risposta.
Glie lo ha chiesto altre quattro volte.
"Piantala di fare domande, adesso andiamo, e non fare la noiosa come al solito" ha risposto la madre con tono scocciato, senza smettere di parlare al cellulare.
La bambina si è rabbuiata, ma dopo un po' si è piegata di nuovo in due ad osservare quella che -lo avevo capito- doveva essere una fila di formiche al lavoro.
"Mamma, ma quando vanno a dormire, dove vanno?"
La madre non ha risposto.
La bambina ha insistito, finchè la madre ha sbottato "Stai zitta, non devi fare domande, sto facendo una cosa importante, piantala di fare domande stupide".
La bambina si è appoggiata allo schienale rabbuiata.
Ho visto che aveva le lacrime agli occhi.
Si sentiva umiliata.
Io non avevo mai smesso di osservarla.
E a un certo punto l'ho immaginata in un pomeriggio caldo del 2044, distesa sul lettino dello psicoanalista, che piangeva ricordando quel pomeriggio della sua infanzia, al quale, parlando con la dottoressa, all'improvviso, attribuiva l'origine della sua patologica timidezza e la difficoltà nel parlare con gli uomini.
"Quando ero piccola, a casa, quando parlavo, nessuno mi ascoltava. Mia madre mi sgridava sempre e non rispondeva mai alle mie domande" immaginavo che avrebbe detto.
Mi sono sentito parte in causa.
Mi sono ricordato che quella bambina mi aveva riconosciuto come compagno di percorso esistenziale perchè aveva subito notato che condividevamo la stessa struttura di papille gustative e avevamo scelto lo stesso gusto di gelato: in qualche modo eravamo anche fratelli.
Allora, mi sono alzato in piedi e mi sono avvicinato.
L'ho guardata.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Io non avevo la minima idea di che cosa facciano le formiche, ma sentivo che urgeva una qualunque risposta.
"Le formiche dormono d'inverno" le ho detto "è per questo che sono formiche e si danno tanto da fare; portano il cibo nel formicaio e poi, quando arriva l'autunno, s'addormentano e si sentono tranquille perchè hanno tanto cibo utile quando farà freddo. Quelle pagliuzze che trasportano sono importanti, per loro sono essenziali, servono a costruirsi un lettino comodo".
La bambina mi ha guardato raggiante. 
Con il polso si è asciugato il nasino.
La madre mi ha fulminato con uno sguardo come se si trovasse davanti a Igor o vittima di un attentato dell'Isis.
Con uno scatto si è alzata in piedi, ha preso la bambina per la mano e ha cominciato a strattonarla per portarla via.
"Andiamo a casa perchè si è fatto tardi" sempre senza mai smettere la sua telefonata.
La bambina ha cominciato a saltelare con difficoltà seguendone il passo, perchè la madre camminava veloce.
Si era girata due volte per guardarmi.
Io lo sapevo che attendeva un segnale, un gesto, un segno di qualsivoglia genere, tale per cui si potesse sentire rassicurata sulla sua complicità con me.
Avrei voluto correrle dietro, fermare la madre, strapparle il telefono dalla mano e dirle di dare subito una risposta a sua figlia.
Invece non ho fatto nulla.
Sono rimasto lì in piedi come un baccalà, mentre la signora camminava a passo spedito strattonando la bambina che cominciava a fare i capricci, strascicando i piedi, piagnucolando.
Sono ritornato a casa di malumore.
Mi sono sentito un traditore.
Davanti a una Libera Pensatrice potenziale, che aveva bisogno di aiuto, mi ero fatto prendere dalle necessità del rispetto formale della distanza tra estranei, nel mondo adulto, e non avevo mosso un dito per offrirle un qualche sollievo.
Ieri notte ho impiegato un lungo tempo prima di addormentarmi, senza mai smettere di pensare a quella bambina e alla mia vigliaccheria di anonimo adulto.
Poi, prima di chiudere gli occhi, ho cominciato a pensare alle formiche chiedendomi dove andassero a dormire, e se dormivano oppure no.
E' stato il quesito più intelligente e originale che mi sia sentito rivolgere negli ultimi tre anni della mia vita.
E' stato il regalo di una bambina di cinque anni che non rivedrò mai più.
Mi ha regalato un'idea, una condivisione, la conferma di quanto sia divertente la curiosità libera e condivisa. Quando è sincera e appassionata.
Volevo condividere con voi questa mia breve esperienza.

C'è qualcuno che sa dirmi se le formiche dormono?
E se dormono, dove vanno a dormire?

sabato 15 luglio 2017

Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura.




di Sergio Di Cori Modigliani


Il 23 Agosto del 2016 ripubblicavo questo articolo che facebook mi riproponeva e, incuriosito dal titolo, ero andato a rileggerlo.

Il senso dell'articolo era relativo alla necessità di richiamare alla memoria -costantemente- il pericolo più grave per il nostro Paese e la nostra etnia: l'Alzheimer sociale e politico.
Ritengo, infatti, che aspetto più inquietante della nostra vita italiana consista nel fatto che andando a rileggere i brani della storia, sia quelli recenti che quelli precedenti, non ci si ritrova mai in un teatro antico, bensì dentro l'attualità.

Nulla cambia mai in Italia.

L'abilità dei nostri politici, nei decenni, è stata quella di presentare se stessi come gli innovatori, dei soggetti politici la cui priorità assoluta è "cambiare le cose".
L'elettore sceglie di crederci. 
Quando poi nascono le contestazioni, la formazione che ha vinto spiega che non può governare come vorrebbe perchè quelli di prima hanno fatto danni irreparabili, oppure c'è qualcuno troppo forte e potente che glielo impedisce. E lo status quo è così garantito.  
Ma esistono nazioni, etnie, società che sono andate incontro a poderose trasformazioni interne che hanno portato localmente a evoluzione e progresso.
Altre non ci sono riuscite.
Altre ancora (come l'Italia) non ci hanno neppure provato.

Ciò di cui tutti abbiamo bisogno per postulare un nuovo modello di italianità, consiste nel riuscire a nutrire questa passione civica per il cambiamento.
L'avevo ripubblicato il 23 agosto del 2016, questo post, ed era una auto-citazione: pubblicavo un mio precedente post del 2011 per condividere con i lettori lo sconcerto nell'accorgermi che andava bene comunque anche dopo anni.
Lo ripropongo oggi, per la terza volta.
Della serie super-memento.
Buona lettura.


Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura
di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato il 27 Ottobre 2011
Immaginiamo la seguente scena:
Luogo: una città imprecisata dell’Italia (sempre nel caso esista ancora).
Data: 2083.
Situazione: Maria Rossi alle prese con la sua tesi di laurea in “Storia delle idee dell’Italia repubblicana dal 2002 al 2012”.
Possiamo ben supporre che la giovane, intelligente e curiosa Maria abbia a disposizione (per noi oggi impossibile da immaginare) una serie di diavolerie tecnologiche tali da accelerare e facilitare il lavoro degli storici. Spulcia documenti, legge libri, segue i dibattiti ma alla fine la conclusione è sempre la stessa: “Tra il 2002 e il 2012 in Italia non è successo nulla”
Non c’è infatti un libro, un film, un documento italiano “scritto con il sangue” dal quale si riesca a comprendere il pulsare della nazione, ciò che accadeva, come lo vivevano, quali erano le reali contraddizioni, aspirazioni, sogni, utopie, ambizioni degli italiani di quel periodo. Disperata, Maria va dal suo relatore universitario e accetta il suo invito ad allargare lo spettro. Nuovo titolo: “Storia delle idee dal 2002 al 2012 nell’europa meridionale” che comprende quindi oltre all’Italia anche la Spagna, la Francia, il Portogallo, la Baviera, la Grecia, l’Albania, ecc.
Dopo qualche mese, disfatta dalla frustrazione, ritorna dal suo professore e spiega che dalle due paginette stiracchiate relative all’Italia è riuscita a stento ad arrivare a sette pagine, ma niente di più.
Nel frattempo, Maria è rosa dall’invidia nei confronti di Anna, una sua collega che sta facendo la tesi su “Storia delle idee in Europa tra il 1926 e il 1936” (ha già collezionato sedici pennette suddivise per nazioni, regioni, province, comuni, città, quartieri) e anche Carla con “Storia delle idee dell’Italia repubblicana tra il 1958 e il 1968” ha già riempito almeno dodici pennette da 1 milione di gigabyte ciascuna.
Frustrata e delusa, Maria si rivolge a un collega che lavora –sempre nella sua stessa università- presso il dipartimento scientifico di biologia mentale nella sezione “giochi sperimentali della mente” una nuova e divertente branca del sapere che si occupa di fare viaggi nel passato, talmente vividi e realistici, da fornire a chi lo vive la sensazione di esserci stato per davvero. Come diversi film e tonnellate di libri di fantascienza ci hanno raccontato.
Accetta l’invito di Ugo per fare da cavia a un nuovo marchingegno high tech.
Si infila nella macchina, vola nel tempo, si fa un viaggetto per tutta europa dal 2002 al 2012 (il tempo reale per lei dura più o meno due ore) e quando si sveglia la sua mente ha registrato tutto ciò che andava registrato.
Risultato: le due paginette diventano tre.
Rifà il gioco, ma questa volta va a Parigi, Roma, New York, Vienna, Mosca, in un giorno scelto a caso, nel quale –in teoria- non è accaduto nulla di rilevante, diciamo il 19 gennaio del 1927.
Ritorna indietro e ha materiale sufficiente per riempire almeno quindici pennette.
Cambia tesi di laurea.
Firma il protocollo burocratico con grave delusione del suo relatore che, per la decima volta, deve accettare il triste verdetto: il suo dipartimento non riesce a cavar fuori un ragno dal buco. Perderà la sovvenzione e il relativo budget; sarà costretto a scrivere, nella sua relazione che in Europa dal 2002 al 2012 non è accaduto nulla.
Fine della storia che funge da premessa e introduzione.
E’ estremamente difficile per tutti noi, nessuno escluso, accettare l’idea che viviamo dentro a un nulla di fatto. Poiché ne facciamo parte, è quasi impossibile rendersi conto che galleggiamo sospesi in un vuoto d’aria perenne, un po’ come i pesci rossi dentro una bolla di vetro che si guardano l’un l’altro e da autentici mitomani cercano di convincersi a vicenda che si trovano, se non proprio sguazzando in un fiume, quantomeno dentro un acquario.
Gli anni’30, cioè 80 anni fa, in tutto il pianeta, rappresentarono “il decennio” per eccellenza. Fortissime personalità politiche che si scontravano tra di loro, Roosevelt, Hitler, Mussolini, Stalin, Hiro Hito, Trotszkij (tanto per citare soltanto i più famosi) nel pieno di una depressione economica che aveva provocato un colossale disastro planetario, enormi sconvolgimenti sociali, discussioni, lotte, conflitti. Pittori,scrittori, storici, accademici, registi cinematografici, romanzieri soprattutto (fare l’elenco è davvero impossibile, riempirebbe centinaia e centinaia di pagine) da Los Angeles a Berlino, da Stoccolma a Marsala –e parlo qui soltanto del’occidente- hanno lasciato (magari inconsapevolmente) una radiografia accurata, una ineccepibile documentazione esistenziale, una gigantesca fotografia degli umori, sapori, odori, vizi e virtù delle generazioni che in quella spaventosa crisi avrebbe poi partorito la genesi del totalitarismo e una guerra mondiale che ha sterminato, complessivamente, almeno 100 milioni di persone innocenti, di cui soltanto 55 nell’europa occidentale.
Nei libri dei romanzieri di allora (e in tutta la produzione visiva) si palpava il colore del sangue che scorreva nelle vene dei testimoni di quel tempo; leggendo quei libri, osservando quei quadri, guardando quei film, vedendo quelle fotografie, oggi, 27 ottobre 2011, comodamente seduti nel salotto di casa propria, è possibile comprendere pienamente che cosa stesse allora accadendo, chi fossero i protagonisti, i portavoce, i dominanti, i sottomessi, ma soprattutto che cosa pensavano le donne e gli uomini di quell’epoca, sia i ricchi privilegiati che i poveri espoliati, dai padroni di sempre ai dannati della terra.
Erano voci. Erano facce. Erano le loro idee.
E non si tratta soltanto del privilegio storico di chi, venendo dopo, ha l’opportunità di leggere il passato proprio perché tale. Accadeva anche –e soprattutto- a loro. Quasi in contemporanea sapevano sempre ciò che accadeva e stava accadendo ai loro simili e dissimili anche a migliaia di chilometri di distanza, nonostante si trovassero (e non lo sapevano) appena appena all’alba delle comunicazioni di massa: Il telefono e il telegrafo, e soltanto per pochi fortunati; niente di più.
Oggi, invece, leggendo, guardando, osservando, ascoltando, la produzione letteraria, visiva, acustica dell’Italia (e di gran parte dell’europa) non si sente mai il sangue, non si vedono le vene, non si scorgono le arterie. Non si può, dunque, identificare il disegno.
Tantomeno, quindi, comprendere l’epoca.
Non è dato capire.
Si può soltanto azzardare, interpretare, affidarsi alla dietrologia, al soggettivismo narcisista: il trionfo di chi opera dietro le quinte e non vuole che si sappia ciò che sta accadendo, ciò che davvero è.
Non esiste un solo romanzo italiano negli ultimi dieci anni in cui i protagonisti, tra di loro, parlano di crisi economica, crisi sociale, crisi psicologica. Non esiste un solo personaggio, sia letterario che cinematografico, (magari anche tangenzialmente) il quale incappa in una qualsivoglia disavventura legale perché inserito in un quadro di corruttela. Se lo fanno è soltanto per riderci su; hanno il terrore della tragedia, che è l’unica, per definizione, a operare l’insostituibile funzione catartica necessaria a comprendere il reale per poter crescere.
Discorrono tutti del sesso degli angeli.
Manca il sangue.
E’ il vuoto che siamo chiamati a dover riempire.
Ma non per tirare la volata a questo o quel partito, e certamente non nel nome di un qualche principio ideologico. Proprio no.
Perché è l’unica –e ultima- possibilità di poter riagguantare il Senso.
E quindi, automaticamente, poter aspirare a comprenderne anche il Significato.
La loro somma, infatti, produce il Sapere.
Rispondo qui ai tanti e diversi lettori che ogni tanto mi chiedono di suggerire scrittori che parlano della crisi attuale, fornendo e offrendo spunti esistenziali “di carne e di sangue”. Perché quella è l’unica strada per tastare il polso della situazione e capire.
Suggerisco a tutti, quindi, una scrittrice di grande attualità, dotata di grande verve, poderosa stazza, coraggiosa e generosa nel regalare la cifra tutta femminile di una lettura del reale che fotografa in pieno l’ossatura della grande crisi che stiamo vivendo. Da lei c’è soltanto da imparare. E’ anche una buona maestra.
La si vede spesso da Gad Lerner, da Vespa, e adesso sta sempre da Santoro sul suo web.
Non è vero, scherzavo. Magari fosse così. E’ morta 69 anni fa.
Ma nei suoi libri scorre sangue vero, il sangue di quell’epoca.
Che è di nuovo la nostra.
Non potendo affidarsi a intellettuali e scrittori che in Italia hanno scelto l’annacquamento delle loro arterie e la pratica costante dell’impotenza, è bene affidarsi alla Storia e allo studio godurioso di chi aveva il sangue e l’ha donato ai posteri.
Basterebbero i titoli di alcuni dei suoi romanzi spettacolosi per capire di che cosa parla.
“Il vino della solitudine”.
“Il calore del sangue”
“Suite royale”.
Racconta la furibonda devastazione morale e umana prodotta da una società spensierata, opulenta, superficiale, dove gli imprenditori “hanno perso il senso e il gusto del fare per dissolversi all’alba di un’orgia compiacente nella suite royale di un albergo di lusso esclusivo”; racconta l’ossessione estetica dell’età e della vanità delle donne di quell’epoca “morire non mi spaventa affatto, perché dovrebbe? La morte è il nulla per tutti. Mi terrorizza la vecchiaia, le rughe, l’idea di non piacere più, perché questa è l’unica verità nella società di oggi. La pelle sempre liscia, i bei seni pieni, un sedere che non scende mai, questa è la nostra utopia, il nostro Senso. Per tutto ciò vale davvero la pena di morire”.
L’autora si chiama Irene Nemirovski.
Nata in Ucraina nel 1903 ma da piccola emigrata in Francia con la famiglia e naturalizzata francese, ci ha lasciato in eredità uno splendido spaccato dell’opulenza irresponsabile dell’elite degli anni’20 e ’30, quella che avrebbe prodotto la crisi economica e la guerra mondiale. Ma l’ha fatto raccontandoci l’esperienza sensoriale dei suoi protagonisti, i dettagli del loro vivere, la loro autentica verità di passioni e dolori. Narrata dall’interno, da uno dei partecipanti. Non fa mai cronaca, lei regala vita autentica.
Deportata dai nazisti francesi, è morta ad Auschwitz nel 1942. 

Ma i suoi libri sono rimasti.
Preziosa eredità.
Leggendoli, oggi, è possibile comprendere che cosa stia accadendo a Berlino tra la Merkel, Sarkozy, Draghi e Tremonti.
Dico sul serio.
Questo è il Senso vivo della Cultura.
Perché le loro chiacchiere e proclami hanno –come unico dichiarato fine- quello di mascherare la realtà. Spetta agli scrittori e agli intellettuali svelare e rivelare i personaggi, togliendo loro le maschere. Leggendo gli smascheratori di un tempo, aumentano le nostre possibilità e opportunità e di poterci fornire di adeguati strumenti di comprensione.
Non avendo la possibilità di rivolgerci ai contemporanei perché al mercato ci arrivano soltanto i corrotti, gli esangui, i delinfati, i collusi e quelli veri –per chi ha la fortuna e l’occasione- bisogna andare a stanarli nelle loro privatissime grotte clandestine, è bene affidarsi alle cure sagge di chi ha scelto di farsi autentico portavoce di un destino non soltanto individuale, ma storico.
Ci ha regalato la cifra di un’epoca.
Irene Nemirovksi ci racconta alla grande che cosa pensa Angela Merkel.
E’ la strada migliore per poter cominciare a capire qualcosa.
Perché una cosa, mi auguro, è ormai chiara a tutti.
Chi gestisce la baracca sta investendo tutte le proprie risorse (e sono davvero tante ma tante ma tante) per nascondere, occultare, confondere.
Nella nebbia e nella conseguente ressa di individui privi di bussola, pensano di poterla far franca.
Denunciare è inutile, non ha più senso.
Non esistendo voci autentiche e coraggiose, oggi, in Italia, è meglio andare ad ascoltare quelle che erano autentiche e coraggiose 80 anni fa.
L’Italia non è cambiata affatto.
Il Senso bisogna andare a cercarlo nell’autenticità del sangue versato da chi vive e ha vissuto una vita vera e autentica.
Buona lettura a tutti.
Dal 2004, l’editore Adelphi ha iniziato la pubblicazione in lingua italiana di tutte le opere di Irene Nemirovski.

giovedì 13 luglio 2017

Siamo diventati un popolo di convulsi odiatori.






di Sergio Di Cori Modigliani


Memento italiano: tanto per concimare la memoria.
L'odio convulso nei confronti di Renzi ha raggiunto un tale livello per cui, negli ultimi giorni, stiamo assistendo alla promozione di Enrico Letta al rango di statista, soprattutto da parte della cosiddetta sinistra e dei pentastellati. Roba da ridere. L'autore di "Morire per l'euro" (nella sua mente non si trattava di un noir, bensì di un rouge commissionato dall'asse Bersani/D'Alema/Napolitano) era quello che alla fine di giugno 2013 sosteneva pubblicamente, in diretta televisiva, dalla sua sedia di Presidente del Consiglio "Che forza il cavaliere! E' davvero insostituibile". Venti giorni dopo andava in visita ufficiale nei luoghi in cui è nata l'idea finanziaria dell'Isis, Arabia Saudita e Qatar, dove firmava contratti per miliardi di euro di forniture militari rappresentando ben 18 diverse industrie belliche italiane, vendendo la spina dorsale finanziaria italiana ai petrolieri del golfo; insieme a lui i rappresentanti di ben 15 aziende tra cui tre esperte nella produzione di armi di distruzione di massa. Ritornato in patria, all'aereoporto di Fiumicino, dichiarava "Sono tornato con il carniere pieno, ben 400 milioni di euro disponibili per i giovani disoccupati italiani" frase questa che viene attualmente studiata nel corso di letteratura surrealista alla Sorbonne di Parigi. Quattro anni dopo non si è ancora trovato nessuno che sia stato capace di tradurla e comprenderne il vero significato. Quaranta giorni dopo, approfittando della forte calura, insieme al suo ministro Fabrizio Saccomanni (il peggior ministro del Tesoro che la Repubblica Italiana abbia prodotto dal 1948 a oggi, colui che più di ogni altro suo predecessore ha dato impulso alla distruzione del sistema bancario nazionale e della spina dorsale industriale della nazione) compariva a un convegno di economia a Cortina d'Ampezzo nel corso del quale sosteneva che "ancora per il 2013 bisognerà vigilare, ma già nel 2014 saremo in piena ripresa, con una previsione di un pil a +1,8% nel prossimo anno, un +2,8% nel 2015 e nel 2016 l'Italia ritorna a essere la locomotiva economica d'Europa con la piena occupazione entro la fine del 2016". Questa affermazione è studiata invece all'università di Aix en Provence nel corso di cinema italiano, sezione "le comiche d'oltralpe". Due mesi dopo, il ministro Saccomanni varava un decreto che regalava (ripeto a scanso di equivoci: "regalava") le quote di Banca d'Italia a un pool di banche italiane (tra cui Banca Carige -fallita e corrotta- la famigerata Veneto Banca -fallita e corrotta- ) e altri 24 istituti di credito. Nessuno disse nulla, ad eccezione di un gruppo di deputati del M5s, capitanati dall'on. Alessandro di Battista, che salì sul tetto del parlamento per attirare l'attenzione mediatica su questo sconcio, seguito e appoggiato da un certo numero di colleghi urlanti e protestanti, la maggioranza dei quali oggi manifestano nostalgia per Enrico Letta, grande oppositore di Matteo Renzi.
La Storia d'Italia lo considera il peggior premier che l'Italia abbia prodotto negli ultimi 30 anni.

Questo è un paese fatto così, malatto cronico di Alzheimer sociale, altrimenti non staremmo qui co'sto caldo asfissiante a parlare di Letta, Mussolini e i suoi eredi, spacciando il fascismo per ciò che non è mai stato: un'idea della vita.
Non a caso, il disegno del teschio era l'icona centrale di ogni immagine rappresentativa del regime dell'epoca fascista, basato sulla esaltazione della morte, della distruzione, del dominio assoluto e violento sui più deboli, sintetizzato dalla frase studiata nei licei "La guerra è la salvezza delle razze forti. La guerra è alla base delle grandi civiltà. La guerra è rigeneratrice, salvifica e mostra ai popoli l'orizzonte di gloria dove si stagliano le ambizioni dei coraggiosi che vivono nell'onore, nell'azzardo, nella certezza della vittoria certa".
It's History, baby!!!

mercoledì 12 luglio 2017

La tragica assenza nel panorama politico italiano. Perché non stiamo evolvendo.



Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, si deve dimettere: lo chiedono i piddini e i forzisti. Il sindaco di Livorno, va sostenuto: lo pretendono i pentastellati. Il sindaco di Lodi è rimasto vittima di un complotto politico della magistratura che vuole eliminare il caro leader: è la tesi dei piddini renziani, quindi prima di giudicare bisogna valutare per capire chi sta ordendo la trama. Il sindaco di Lodi, giustamente, è finito in galera perché è un mascalzone: così sostengono i pentastellati. L’assessore della regione Lombardia, Mantovani, è stato scarcerato per un vizio di forma: un grave errore tecnico da parte della procura: i pm sono stati negligenti, il suo avvocato personale, invece, è stato più bravo di loro. La Lega Nord applaude il suo ritorno all’attività pubblica e lo accoglie come il figliol prodigo difendendo lo stato di Diritto. Il M5s e il PD, loro oppositori, sostengono che è un’indecenza scandalosa. Lui  ride.
E così via dicendo.
Nel paese più opportunista e cinico d’Europa, gli esponenti politici fanno a gara a darci lezione di morale, ogni giorno, ricordandoci quanto siano mafiosi, corrotti, mascalzoni e impresentabili gli esponenti di partiti politici opposti al loro. I talk show dibattono sulle modalità tecniche nel presentare le liste affidandosi a opinioni di vario genere. Raffaele Cantone e Rosy Bindi vengono richiesti, a furor di popolo, come i certificatori etici in ultima istanza. Si tratta, invece, a mio avviso, di una autentica tragedia collettiva basata su un falso mediatico, costruito per censurare la realtà e insistere nel promuovere l’interpretazione berlusconiana dell’esistenza, basata su un’idea mercatista della politica per cui ciò che conta è il risultato, il profitto in termini elettorali, la quantità di consenso che quella persona X è in grado di ottenere.
Chiedere a Cantone la certificazione etica dei candidati è folle.
Automaticamente svilisce e annacqua il dibattito rendendolo infantile, quindi inutile per una comunità di adulti.
Ciò che in questo paese non si riesce a sdoganare e a promuovere è il concetto di opportunità politica, caposaldo psico-sociale delle società più mature ed evolute delle nostre. Oggi si pratica un’attività politica che non riguarda affatto l’applicazione del concetto di servizio pubblico, ma si nutre di annunci, slogan, visibilità, apparizione televisiva. L’opportunità politica consiste semplicemente nel calcolare quanto convenga aggredire, insultare e azzannare alla carotide il malcapitato di turno della fazione avversa. E’ un’idea del mondo infantile e regressiva, esaltata dall’emotività viscerale di facebook che alimenta il tifo e il livore.
La certificazione etica non la può dare nessuno e non si compra.   Non è in vendita. E’ come la simpatia, l’amore. O c’è o non c’è. Nasce come brand genetico e lì riceve l’imprimatur. I primi certificatori etici della nostra esistenza sono i genitori, i fratelli, le sorelle, gli zii e i nonni. Nasciamo tutti come potenziali assassini, ladri e mascalzoni. Chi ha la fortuna di crescere in una famiglia per bene composta da persone oneste, all’età di cinque anni, quando va in prima elementare, è già equipaggiato a sufficienza per saper distinguere tra onestà e disonestà, giustizia e sopruso.
E così via dicendo, mentre passano gli anni e si cresce.
“L’opportunità politica” non può essere legiferata. Non può essere consegnata con un timbro da qualcuno a qualcuno.
Si tratta di un fatto interiore che appartiene all’armonia empatica di chi sente, dentro di sé, l’equilibrio delle diverse componenti interne. E’ irrilevante il curriculum vitae dei candidati. Ciò che conta è la loro biografia esistenziale, ben altra cosa. Una persona può essere un autentico mascalzone senza aver mai commesso un reato, punibile per Legge, in tutta la sua vita. Così come una persona di stampo diverso può essere onestissima senza neppure sapere di esserlo. Glielo spiegherà la casualità del destino, quando accetterà -come norma- di partecipare a un’azione disonesta (avendo come sostegno una voce interiore che strilla tanto lo fanno tutti così va il mondo) oppure si rifiuterà di aderire a un certo principio dicendo “no, queste cose io non le faccio”.
Questo è il male oscuro, autentico cancro della nostra socialità, colonna portante della vita quotidiana italiana: la mancanza del Senso dell’opportunità politica, una modalità che non ha niente a che vedere né con la Legge, né con l’omissione o emissione di reato, né con la visibilità o con la pubblicità. E’ un fatto interiore che nasce da un atto individuale che ha sempre e comunque un impatto sociale sulla collettività.
Il problema non è la Politica ma la Società Civile.
La responsabilità dei politici sta nel fatto di essere incapaci di applicare un concetto pedagogico elementare: la promozione della pulizia interiore al posto dell’usufrutto profittevole.
In questo senso non esiste nessuna formazione politica attiva in Italia che possa permettersi il lusso di dare lezioni di morale: fanno tutti lo stesso gioco. L’unico partito, movimento, gruppo o associazione che potrebbe sostenere di essere davvero “diverso” ed evolutivo sarebbe, paradossalmente, quello che partecipa alle elezioni dichiarando che il proprio obiettivo non consiste nel vincere, bensì nel veicolare un’idea diversa di mondo, della relazionalità, dell’idea di collettività applicata al senso della comunità nel nome del servizio pubblico.
Abbiamo bisogno di questo paradosso.
La mancanza di pudore etico spinge gli attuali attori politici a praticare l’indecenza quotidiana insistendo nel perseguire la grande eredità tramandata ai posteri da Silvio Berlusconi: il mercatismo dell’esistenza.
Il cambiamento da tutti auspicato comincia da noi. Si comincia da dentro. E chi applica il concetto adulto di “opportunità politica” lo fa in maniera silenziosa e, se e quando è possibile, anche anonima. Lo si fa per sé stessi, per sentirsi persone migliori. Senza mipiace e senza il calcolo della quantità di visualizzazioni.
L’opportunità politica è il grande assente nella vita pubblica italiana.
Tutto il resto è fuffa.

lunedì 10 luglio 2017

Il nemico è tra di noi: basta guardarsi allo specchio.



“Nessun fiocco di neve, in una valanga, si sente responsabile”
                                        George Burns


Il nemico è tra di noi.
Perché c’è la guerra e su questo siamo tutti d’accordo.
Subito dopo questo assunto, potremmo essere già in disaccordo.
E’ bene cercare di capire e comprendere guerra contro chi, contro che cosa e chi sono i partecipanti alla guerra.
C’è chi pensa che si tratti di “uno scontro di civiltà”, ovvero: la guerra tra il mondo islamico da una parte e il mondo cristiano dall’altra. I più importanti rappresentanti di questa tesi sono l’estrema destra repubblicana statunitense e Vladimir Putin, il quale -dal suo punto di vista, giustamente- sostiene (e in qualche caso finanzia) Marie Le Pen in Francia e la Lega Nord oltre al suo amico Berlusconi in Italia, per pompare, gonfiare e ingigantire questa interpretazione che molto presto andrà per la maggiore. Poi c’è chi pensa che si tratti di una guerra tra sciiti e sunniti, tutta interna al mondo mussulmano, di cui noi -poveri martiri occidentali innocenti- siamo le vittime sacrificali. Questa è la tesi sostenuta da elementi di svariata natura, la maggioranza del PD, seguaci di Mario Monti, liberal analfabeti. Poi ci sono quelli che pensano che è tutta una manovra organizzata da quel perfido guerrafondaio di Obama, alleato degli ebrei sionisti, per imporre il nuovo ordine mondiale, perché gli americani, da soli, vogliono impossessarsi delle risorse del pianeta.
Da un paio di settimane ci aggiungiamo anche l’opinione della stragrande maggioranza del popolo italiano, che da esperto di canzone italiana è passato -con un triplo salto mortale carpiato- alla professione di esperto islamista, arabista, cultore di geo-politica.
Ma alla fine ciò che conta è spaventare.
Perché chi ha paura regredisce e si fida di chiunque si presenti e dica “non ti preoccupare, io ti proteggo e ti salvo”.
Si diventa un po’ come i bimbi all’asilo, quelli con il grembiule bianco e il fioccone azzurro, in fila indiana mentre vanno nel giardino della scuola, ma quando devono passare davanti alla porta della preside si prendono per mano e sentono un brivido nella schiena.
Tenersi tutti per mano aiuta a superare la paura.
Non ha molta importanza che il nemico sia la malvagia Anghela, il perfido califfo, il diabolico “negro” di Washington o lo zar macho: tutto fa brodo e sono intercambiabili. A seconda dell’uso che i profiling e i big data raccolti dalle nostre chiacchiere su facebook vomitano impietosi ogni giorno sul tavolo delle società che gestiscono le strategie della comunicazione sul web.
Ciò che conta (parliamo dell’Italia) è che il nemico sia sempre “l’Altro da sé”.possibilmente e inequivocabilmente esterno; se oltre che estraneo è anche estero meglio ancora.
Ne sanno qualcosa i nostri leader politici, nessuno escluso.
Le loro argomentazioni sono di una noia davvero deprimente e si riducono a “non ce lo fanno fare”.
Il peggio che un politico con la spina dorsale eretta possa dire ai propri seguaci: dichiarare l’impotenza del proprio gruppo.
Non ci si può sorprendere che la depressione sociale sia così diffusa.
Soltanto i bambini vivono in un mondo in cui l’azione individuale (lo splendore della creatività che esprime il potenziale umano attraverso l’autonomia e l’indipendenza), viene negata dal papà, dalla mamma, dai nonni o dalla maestra. Un adulto manifesta sempre la propria identità responsabile su due colonne portanti: l’assunzione di responsabilità in proprio e la manifestazione delle proprie idee come espressione del proprio Sé.
Quando va male, si accetta la perdita, la sconfitta, si vive e si elabora il lutto, poi ci si rimbocca le maniche e si ricomincia cambiando strategia, tattica, ambizioni, obiettivi specifici, lasciando immutati gli obiettivi generali.
Pensate al teatro degli sconquassi offerti dalla più potente opposizione numerica popolare mai registrata in Italia negli ultimi quaranta anni: tutto è finito in una confusa diatriba melmosa tra il “cattivo” Casaleggio e i “poveri” deputati. A mio avviso, quel signore non ha alcuna colpa. Tutto si sarebbe risolto in poche settimane senza neppure testimoni né un solo articolo, se a marzo del 2013, alla prima telefonata in cui venivano dettati ordini dal fantomatico staff della comunicazione, l’interlocutore eletto in parlamento, invece di eseguire ordini mettendosi sull'attenti, avesse risposto con pacioccona serenità adulta “a Gianrobè ma che cazzo stai a dì? A ripijate”. 
Va da sé che, per farlo, bisognava non essere deferenti, non essere appiattiti nella propria ottusa miopia provinciale, non essere ignoranti e arroganti.
E non sarebbe sorto alcun problema. E molto probabilmente il caro leader sarebbe rimasto a fare il sindaco benemerito a vita e qualcosa sarebbe cambiato di certo.
Come dire: bastava avere il coraggio del proprio essere adulti responsabili che rispondono prima di tutto (oltre che alla Legge) alla propria coscienza e basta.
Siamo in guerra, è vero: ma noi italiani siamo in guerra contro il più antico e ineffabile dei nemici: l’italianità becera.

Questo è il vero nemico.
E’ nel nostro specchio l’autentico califfo che decapita.

E’ molto più facile prendersela con Anghela, o con il califfo, o con Obama o con Putin o con gli israeliani o con in palestinesi o con Casaleggio, e aggiungeteci chi vi pare.
E’ molto più difficile prendersela con se stessi e con la propria inefficacia.
E’ molto più difficile andarsela a prendere, per esempio, con il presidente del proprio municipio denunciandolo alla procura per abuso d’ufficio. Certo, poi la cuginetta non verrà assunta, quella multa non verrà tolta, non verranno conteggiati certi contributi, e non partirà la telefonata alla commissione che decide il concorso al quale sta partecipando vostra moglie o vostro figlio. E così, siete partiti da casa in preda al furore civico, e quando arrivate al municipio pronti a esprimere e manifestare il vostro dissenso, lungo la strada la voce italiana che si alligna dentro di voi, quella vocetta perenne “sii realista, pensa a te” avrà preso il sopravvento, e sarete pronti a sostenere che la colpa è di Obama, di Putin, del califfo, o delle superlogge che ci stanno dietro, come è di moda dire oggi, grazie alla moda del complottismo.
Ciò che conta è avere una scusa per non assumersi mai la responsabilità di se stessi come individui, cittadini, gruppo, movimento, popolo, nazione, stato.
Il tempo delle denunce è già tramontato da un pezzo, grazie al web e alla globalizzazione. Chiunque ormai è in grado di toccare con mano che tutti i re del pianeta sono nudi: anzi, nudi in maniera oscena.
Lo schieramento fazioso e il complottismo spingono alla regressione infantile.
Perché il nemico è interno.
Ormai esiste due di tutto: questo gli adulti lo hanno capito.
Ci sono due Israele, due Palestina, due America, due Ucraina, due Russia, due Islam, due Europa, due Germania, due Africa.
Ci sono perfino due papi: e non è un caso.
Da una parte il fondamentalismo delle oligarchie suprematiste, e dall’altra la consapevolezza adulta di chi dice: no, grazie non ci sto, queste cose io non le faccio.
Il nemico è interno, sta dentro di noi.
“Fai presto a parlare, intanto il califfo sta per arrivare” dicono in molti.
Ho una notizia per voi.
Da mo’ che il califfo è arrivato.
Gli hanno addirittura steso il tappeto rosso.
Basti pensare che quello che viene considerato il più importante finanziatore dell’esercito dell’Isis, suo estremo e strenuo difensore e sostenitore, possiede almeno l’80% della costa smeralda, ha il controllo del pacchetto di maggioranza di Unicredit e di Intesa S. Paolo, è il legittimo proprietario dell’Alitalia e si appresta a prendersi l’Eni, Finmeccanica e l’Enel.
Senza neppure sparare un colpo con una pistola ad acqua.
E’ bastato fare in modo che gli italiani non se ne accorgessero, perché nessuno glielo ha detto. E quando qualcuno lo ha detto, la risposta è stata: mbè?!
Di che cosa stiamo parlando, allora?
Quindi, niente paura.
Possiamo stare tranquilli: non soltanto non accadrà nulla, ma soprattutto non cambierà nulla.
Perché nessuno vuole cambiare nulla, ma non ha il coraggio di dirselo davanti allo specchio.
L’unico terrore vero, per noi italiani, è il tricolore: quello sì che mette paura.
Perché ci ricorda che siamo un paese di bambini mai cresciuti, o, ancora peggio, di adulti corrotti, regrediti a uno stato primitivo infantile, come più vi piace.
Qui di seguito, in copia e incolla, vi propongo il testo di un intervento di un singolare personaggio che si chiama Gianfranco Carpeoro, scrittore, giornalista, avvocato, ex magistrato, in una conferenza pubblica tenuta dall’associazione “salusbellatrix” che si è svolta a Vittorio Veneto il 13 maggio del 2014. L’avevo visto su you tube (se volete lo trovate).Ieri l’ha riproposto il sito Libre.
Vale la pena di leggerlo con attenzione e di meditarci sopra.

Sostiene Gianfranco Carpeoro: L’infame complotto degli italiani contro se stessi

(http://www.libreidee.org/2015/02/carpeoro-linfame-complotto-degli-italiani-contro-se-stessi/)
L’Italia, oggi, sicuramente ha come nemico i poteri forti. Ma coloro che si dovrebbero opporre a quei poteri fanno tutt’altro. Il problema vero di questo paese non è di storia criminale, ma di storia non governata. Non è che siamo governati male: non siamo governati – il che, per certi aspetti, è peggio: forse, essere governati male è meglio che non essere governati. Certo, l’ideale sarebbe essere governati bene. Ma sapete cos’è necessario, per essere governati bene? Bisogna che, alla fine, qualcuno abbia il potere di decidere; che si sappia chi è che decide; e che il potere democratico, se le decisioni di questa persona si dimostrano sbagliate, la volta successiva lo lasci a casa. Vorremmo che la nostra vita fosse scandita da certezze, che non abbiamo: non abbiamo certezza nella giustizia e non abbiamo certezza nel nostropotere economico, perché non sappiamo chi lo governa. Non più la Banca d’Italia. La Banca Centrale Europea? Sì, ma chi la governa? Siamo sicuri che la governi quello che sembra che la governi adesso?
In questo mondo globalizzato, dovremmo chiederci: è colpa delle persone o ci sono dei dati strutturali da mettere a posto? Finché cerchiamo i colpevoli nelle persone, e poi pensiamo di averli trovati e puniti, ma dopo non succede niente, allora Gianfranco Carpeorodobbiamo porci il problema di come funzionano le nostre strutture. In generale, io penso che il sistema consumistico non funzioni. Ma in particolare in Italia c’è anche un sistema fondato sull’assoluta casualità. Perché in ogni cosa facciamo c’è lo zampino di una banca, di un prete, di un massone, di un magistrato, di un ladro, di uno che la vuole fare franca. Così, nelle leggi, ognuno aggiunge una parola, così alla fine non si capisce più niente. Nessuno capisce neppure come pagare le tasse: quand’ero giudice tributario non capivo nemmeno come farle pagare, in certi casi. Perché una famiglia monoreddito deve ricorrere al commercialista? Dovrebbero bastare quattro righe. E per quale complottismo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i notai? Altrove, le pratiche notarili le espletano lebanche, o gli avvocati, o gli uffici comunali. Da noi invece per la semplice autenticazione di una firma bisogna andare da un notaio.
Il vero complotto, il vero potere forte, in Italia è la struttura. E noi abbiamo una struttura burocratica che ha le stesse prerogative del basso Impero Romano del 3-400 dopo Cristo, dove dovevano fare 8 pagine di pandette per giustificare un cavillo. Noi pensiamo che la democrazia rappresentativa consista nell’eleggere qualcuno, che poi fa quello che vuole. Se noi fossimo stati un popolo veramente democratico, avremmo fatto tesoro di quella bellissima frase di Giorgio Gaber, che dice “libertà è partecipazione”. I partiti fanno congressi, eleggono persone, e lo fanno in piena libertà perché sanno che, tanto, noi non ci andiamo, a controllare quello che fanno. Questi signori hanno potuto fare i congressi con gli elenchi telefonici, coi nomi dei morti. Qualcuno di voi è mai andato a un congresso del partito che ha votato? Noi non siamo democratici, perché non Giorgio Gaberpartecipiamo. Non conosciamo la nostra Costituzione, non conosciamo i nostri diritti, non studiamo l’educazione civica. E’ nostra la colpa per molte cose che non vanno, in Italia. Il primo imputato si chiama: popolo italiano.
Comunque la pensiate, non potete immaginare che questo modello democratico possa funzionare senza la vostra partecipazione, che non consiste nel fatto che ogni quattro anni si vada alle urne a mettere una croce. Questa classe dirigente è lo specchio di questo popolo. Se questo popolo non cambia, la classe dirigente non cambierà. Se avessimo una classe dirigente degna di questo nome, faremmo valere i parametri dell’economia italiana: il patrimonio artistico più grande del mondo e il patrimonio privato in termini di risparmio, beni e denaro, più grande del mondo. Non lo facciamo, perché siamo governati dalle stesse persone che guadagnano speculando sui nostri guai. E questo, per colpa nostra. Perché queste persone o ce le abbiamo mandate noi, là dove sono, con la nostra partecipazione, o ci sono potute andare perché non c’era la nostra partecipazione. Quindi, sia che abbiamo peccato di azione che di omissione, finché non ci assumiamo le nostre responsabilità non ne usciremo. E non perché la speranza te la deve dare qualcun altro. Unademocrazia rappresentativa non può vivere così, la nostra è destinata a farsi comandare da gente che viene dalle catacombe. Bisogna cambiarla, la mentalità italiana, altrimenti è giusto che l’Italia ritorni a essere quello che diceva Metternich al Congresso di Vienna, un’espressione geografica.
Cavour disse: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Cavour aveva un suo piano, il problema è che è morto. E il suo piano non era quello che è stato fatto dopo. Cavour era un massone, ma anche una persona intelligente.

Il Risorgimento l’ha fatto Cavour, non Mazzini e Garibaldi, che poi l’hanno infiammato. Chi l’ha progettato e aveva le idee chiare su cosa c’era da fare dopo era Cavour. La disgrazia dell’Italia è stata che è morto. E al suo posto è andato un idiota, che si chiamava Ricasoli. Il che ha significato rovinare l’Italia – dall’inizio, da quand’è nata. E’ stata tutta una conseguenza. Ma noi avremmo potuto sovvertirla, questa conseguenza, se fossimo diventati un popolo laico, di gente che si interessa, che ha un’idea, un’ideologia, un ideale, un progetto, e va a vedere se le persone a cui sta dando la sua fiducia quel progetto lo portano avanti. Questo, gli italiani non l’hanno fatto. Io sono stato al congresso del Partito Socialdemocratico svedese quando c’era Olof Palme, che ancora oggi non si sa perché è morto. E ho visto quante persone c’erano. Non c’erano mica quelli caricati coi pullman, come ai congressi Cavouritaliani. In Inghilterra la gente va, si interessa, controlla quello che fanno, vanno persino ai consigli comunali. Al sindaco di Edimburgo, che è mio amico, vanno a rompere i marroni ogni giorno, su quello che ha deliberato il giorno prima.
Ma l’Italia dov’è stata, fino ad ora? La gente che si lamenta nei bar dov’è stata fino ad oggi? Finché gli davano la pancia piena, la possibilità di evadere il fisco e il posto da forestale in Meridione, il 90% degli italiani non ha detto un cazzo. Hanno votato chi dovevano votare e sono stati zitti. Adesso che gli manca il pane vanno nelle piazze – adesso, che non ci sono più soldi da evadere, o forestali da sistemare, o quattordicesime da riscuotere. Ma che popolo è? Ma perché non dice: ho sbagliato anch’io, fino ad oggi, e cambia? E’ facile dare la colpa agli altri, sempre agli altri, solo agli altri. E’ più difficile invece assumersi delle responsabilità, che in Italia sono nette, precise, inequivocabili. E se c’è un potere occulto fatto in quel modo, un potere massonico fatto così, la prima colpa è dei massoni. Non capiscono che, una volta che costruisci una struttura che va in una certa direzione, la dottrina può essere la più bella del mondo, ma la struttura la fa fuori. Però la colpa viene sempre dal basso: continuare a cercare la colpa in alto significa voler assolversi, non voler capire che si è sbagliato. E soprattutto, non voler cambiare.

La classe non è acqua. La vera Grande Bellezza dell’Italia che conquista il mondo grazie alla bravura dei propri esuli, esiliati, visionari.








Di una bella donna tutta italiana.
Ma è anche l’immagine della Bella Italia quando vince, conquistando l’ennesimo alloro per meriti sul campo. E ciò che più conta, soprattutto oggi, è che si aggiudica l’agognato trofeo per una imbattibile competenza tecnica, dove la pertinenza specifica si coniuga al gusto dello stile italiano, a una profonda cultura personale e a una indiscutibile quanto meticolosa conoscenza della nostra arte.
Si chiama Milena Canonero, e ieri notte, a Los Angeles, ha vinto il suo quinto Oscar, come costumista del film “Grand Hotel Budapest”.
E’ una splendida immagine che mi rende orgoglioso ma, nella commozione patriottica che nutro sempre ogni qualvolta un nostro cittadino si fa valere in giro per il mondo, c’è il sapore tragico della indelebile macchia sul tricolore che ci condanna all’irrilevanza e all’esilio.
La grandezza di Milena, nella sua professionalità, è incontestabile e indiscutibile.
Ma ce l’ha fatta perché dall’Italia se n’è andata sbattendo la porta molto giovane, non appena laureata in Storia dell’Arte in quel di Genova, città dove è cresciuta, il cui ricordo ha sempre portato nel suo cuore.
“Non c’era scampo per me in Italia. Non avevo raccomandazioni, non volevo iscrivermi ad alcun partito, provenivo da una famiglia piccolo borghese con pochi mezzi, il che vuol dire in Italia essere condannati a una frustrazione e disperazione certa”. Così raccontava, con modestia, nell’intervista rilasciata per il suo secondo Oscar (“Momenti di gloria” nel 1982) quello che le fece conquistare la stima e il rispetto di tutti. Ancora oggi, tra gli esperti di cinema, quel film è considerato (per quanto riguarda scenografia e costumi) la migliore ricostruzione e invenzione iconografica dell’Inghilterra degli anni ’20 mai vista al cinema.
Se n’era andata a Londra, a metà degli anni’60. Dopo sei mesi di lavoretti tanto per mantenersi, dalla cameriera al portiere notturno dell’Hotel Bristol a Chelsea, riesce a passare l’esame per fare un master a Pinewood, celebri studi cinematografici londinesi, negli anni in cui il cinema inglese era l’avanguardia. Erano anni particolari, stimolanti e ruggenti (stiamo parlando del 1965) e Londra era piena di artisti americani fuoriusciti, trasferiti in Inghilterra per fuggire al perbenismo maccartista statunitense che ancora imperava, soprattutto a Hollywood. Durante il master conosce Riccardo Aragno, per caso, al bar, mentre prendeva il caffè e si lamentava con la nostalgia dell’espresso. Aragno era un giornalista, commediografo, grande divulgatore culturale che era scappato via dall’Italietta democristiana catto-comunista e a Londra aveva aperto un bar, una specie di club, “artisti esuli a Londra”, molto frequentato da chi partecipava alla swinging London. Diventarono amici e una sera la portò a casa di Peter Sellers dove c’erano due americani inviperiti che avevano buttato via il passaporto e si erano trasferiti in Gran Bretagna prendendo la residenza nella campagna inglese, a Edgware: Joseph Losey e Stanley Kubrick.
Nessuno dei due ritornò in Usa.
Kubrick era un uomo molto curioso, un intellettuale che aveva sempre voglia di imparare, e rimase affascinato dalle storie che la Canonero raccontava sui pittori italiani. Divennero amici e dopo qualche mese lei accettò di arredargli la sua villa in pieno stile modernariato degli anni’30, uno stile che piaceva tanto a sua moglie.
Riccardo Aragno era un intimo amico di Stanley Kubrick, che era innamorato dell’Italia. Lo aveva preso come suo consulente personale, assistente, complice. In Italia viene poco ricordato, forse perché era fuori dai consueti giri clientelari. Kubrick aveva fatto mettere nei suoi contratti con la distribuzione internazionale (allora era la Dear Film) una clausola per cui Aragno era l’unica persona autorizzata a tradurre il suo copione e a dirigere il doppiaggio in lingua italiana.
Alla fine degli anni’60, dopo cinque anni di gavetta quotidiana, per Milena arriva la buona notizia: Kubrick le affida i costumi fantascientifici nel film “Arancia meccanica”. Cominciano a lavorare insieme e la Canonero stimola Kubrick e lo punzecchia per realizzare un grandioso film sull’Europa e sugli europei, sugli emigrati, sui disperati che cercano un posto, un luogo, una identità, ma senza politica né ideologia, “qualcosa di sospeso nel tempo, per regalare agli occhi una verità estetica dell’essenza autenticamente originale dell’essere europei”. E così, Kubrick si inventa “Barry Lindon” nel 1975 e chiama la Canonero. Gli affianca una architetta svedese, Ulla Britt Soderlund, che lo ha affascinato per una sua curiosa specializzazione: è la migliore conoscitrice dell’Arte Militare d’Europa. Poiché, nel film vuole mettere delle scene di battaglie che coinvolgono anche l’esercito svedese e danese, affida alle due donne la meticolosa creazione delle divise nel secolo XVII. Le due donne vincono l’Oscar. Quando il film viene distribuito in Italia, nel 1976, Aragno decide di attribuire il doppiaggio del protagonista a Giancarlo Giannini che, a quanto pareva, non stava nella lista dei papabili redatta dal sindacato lavoratori dello spettacolo di Cinecittà. L’attore viene protestato. Aragno invia una lettera in Italia lunga mezzo rigo: “Voglio Giannini perché è il migliore: o lui o niente film”. Saranno costretti ad accettarlo, con un costo complessivo (per il doppiaggio) aumentato di circa il 300% per via dei continui scioperi della categoria che evidentemente considerava pericolosissima l’idea che venissero attribuite mansioni per merito e non per appartenenza.
Milena Canonero è oggi la nostra bandiera perché ha scelto di scappare via da tutto ciò, da questa italia minuscola e misera.
Con il suo successo ci ricorda e ci regala l’imbattibile qualità dei nostri artisti e dei nostri professionisti e la condanna all’esilio che questo sistema partitico seguita a imporre a chiunque abbia voglia di imprendere, intraprendere, esprimersi, manifestarsi nella propria creatività.
Intervistata nel 2010, quando le chiesero perché dopo 40 anni non ritornava in Italia a fare dei film, con la sua consueta leggerezza, ha risposto: “A fare che? Non ho ancora voglia di ritirarmi, in Italia sarei disoccupata”.
Proprio perché rappresenta la Bella Italia, Milena Canonero non è il simbolo della nazione.
Ma è la bandiera e il simbolo del Paese, ben altra cosa.
Vivissimi complimenti per questa splendida ennesima vittoria.
Ci riempie di sgomento e di paradossale nostalgia per tutto ciò che potrebbe essere, da noi, se lo volessimo ma che non è perché, infine, non lo vuole nessuno.
Vai Milena! L’Italia ti ringrazia.