lunedì 15 aprile 2019

100 anni fa iniziava la grande stagione della Totale Rimozione dell'idea anti-miltarista del pacifismo italiano.



“Non esiste civiltà nè progresso se c’è la guerra. Non esisterà mai un futuro fintantochè non verrà accolta l’aspirazione di tutti i popoli a vivere nella pace e nella solidarietà. Forse non è lontano il giorno in cui tutti i popoli, dimenticando gli antichi rancori, si riuniranno sotto la bandiera della fraternità universale e, cessando ogni disputa, coltiveranno tra loro relazioni assolutamente pacifiche, quali il commercio e le attività industriali, stringendo solidi legami. Noi aspettiamo quel giorno”.
Teodoro Moneta (1833-1918) dal suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace nel 1907.


Il 24 Maggio del 1915, s’infrangeva contro uno scoglio, e finiva in tragedia, il grande sogno di Teodoro Moneta, la più censurata, rimossa e dimenticata tra tutte le eccellenze italiane degli ultimi 150 anni.
Tra i suoi tanti successi, va ricordato il fatto che è stato l’unico italiano nella storia  ad aver conseguito il Premio Nobel per la pace nel 1907, ma nessuno lo ricorda mai e pochissimi lo sanno. Non è certo casuale. Animatore, ideatore e fondatore del movimento pacifista europeo, aveva avuto un passato militare da coraggioso combattente. Aveva partecipato sulle barricate alle cinque giornate di Milano in pieno Risorgimento, poi era andato volontario tra i garibaldini diventando attendente sul campo del generale ed infine era stato promosso a comandante in campo nella tragica battaglia di Custoza nel 1866. Dopo quest’esperienza, si ritira per qualche anno in campagna a studiare, meditare e lavorare come contadino nella sua proprietà terriera. E s’innamora del pacifismo. Elabora una sua teoria visionaria sul “futuro dell’Italia per le generazioni che verranno” scrivendo dei testi di economia politica, nei quali spiega come l’Italia abbia delle colossali possibilità di sviluppo e di progresso ponendosi in Europa come “la più importante potenza neutrale del continente, rinunciando perfino all’idea di avere un esercito, se non per compiti civili interni” e spiega come la vera svolta epocale per la nostra nazione consista nel diventare meta internazionale che attira capitali, investendo ogni risorsa finanziaria nell’educazione, nelle nuove tecnologie, nella scienza e soprattutto nel turismo, garantendo a tutti gli investitori stranieri il fatto che “per principio” non parteciperà mai a “nessuna guerra, nessuna alleanza di tipo militare, arrivando financo alla rinuncia di ogni tipo di schieramento e allineamento, se non quella per lo sviluppo dell’idea pacifista e di solidarietà tra i popoli nel mondo”. Fervente cattolico, viene chiamato dall’editore Sonzogno (verso la fine del secolo XIX) a dirigere un settimanale, “Il Secolo”, importante pubblicazione dell’epoca che contribuiva a formare l’opinione pubblica. Si scontra con l’autorità del Vaticano perchè propugna idee anticlericali sostenendo “l’assoluta necessità di sottrarre lo stato centrale del Regno d’Italia, inteso come nazione, alle pressioni della Chiesa, per fondare uno stato di rappresentanza laica dell’intera cittadinanza”. Nel 1906, a spese proprie, con i soldi personali della sua rendita privata (un’antica famiglia aristocratica milanese), come provocazione intellettuale e protesta contro “la nefandezza della speculazione finanziaria sviluppata nella miopia di uno Stato che ha scelto di non essere pedagogico”, costruisce un proprio padiglione personale all’Expo 1906 di Milano, il “Padiglione per la Pace” che diventa il più frequentato tra tutti, con una incredibile partecipazione di persone e personalità da tutta Europa, per conferenze, dibattiti, discussioni, forum, diventando il centro intellettuale di tutte le attività espositive del centro meneghino. In virtù della sua instancabile attività e anche in conseguenza del trionfo del suo padiglione all’Expo di Milano, l’anno dopo gli viene conferito il Premio Nobel per la Pace.
Muore nel 1918, con il suo nome già appannato in seguito all’eccitazione della guerra.
Nel 1929, dopo la firma del concordato con la Chiesa, in un celebre discorso all’università di Roma davanti ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), Benito Mussolini lo cita ricordando “la necessità di cancellare per sempre il suo vile nome pusillanime dalla coscienza del popolo italiano, sempre più vicino e incline alla riconquista del proprio spazio sovrano, da combattenti che aspirano all’orizzonte di gloria che ci attende”.
Nel corso dei decenni a venire, si è scelto (evidentemente) di seguire la traccia indicata da Mussolini e il nome di Teodoro Moneta non è stato mai né ricordato, né studiato,  per valorizzare la sua memoria e il suo importante lascito. Lo faccio oggi, con questo post, sottolineando la scarsità della veduta intellettuale degli organizzatori dell’Expo 2015, del governatore della Lombardia Maroni e del sindaco della città, Pisapia. Per non parlare della negligenza (o piatta ignoranza) dei media italiani, che non hanno dedicato un adeguato ricordo a questo precedente storico, scrivendo e raccontando alla tivvù le attività di Expo 2015.  Un giusto ricordo ad un nostro intellettuale, stranoto e famoso in tutta Europa e in tutto il mondo pacifista, citato da Gandhi e omaggiato da Bertrand Russell che gli aveva fatto dedicare addirittura un padiglione nella scuola di Filosofia dell’Università di Oxford.
Basterebbe questo fatto per comprendere come ciò che ci unisce oggi, come nazione, al di là della nazionale di calcio, della solita zuppa melensa sulle nostre città d’arte e dell’incomparabile dovizia di meraviglie in termini di spiagge, colline, campagne, montagne (un semplice colpo di fortuna voluto dal Signore, certamente non merito nostro), sia l’Arte della Rimozione Perenne, che il nostro Paese insiste a coltivare, proseguendo verso il proprio inarrestabile declino.
In questa giornata, che la piatta retorica del 2015 regala ai giovani come il simbolo di una epopea vittoriosa, ci tenevo a riportare la copertina dell’Avanti in data 25 Maggio 1915 che annunciava “la preparazione di un ennesimo macello di popoli” e invitava gli spiriti più sereni e meno miopi a coltivare l’arte del recupero storico della memoria collettiva per restituire dignità alla nostra cultura e al nostro sapere nazionale di comunità.
Non siamo una grande nazione, non lo siamo mai stati.
Non c’è nulla da celebrare, se non ricordare chi è stato cancellato nel tempo della memoria storica perché troppo pericoloso per i guerrafondai, per i finanzieri, e per i loro complici.
No alla guerra.
Nel senso di qualunque guerra essa sia.
Io mi tengo stretto il ricordo di Teodoro Moneta.

martedì 9 aprile 2019

Che cosa pensava Platone dei talk show, di facebook, twitter e dei no vax?






di Sergio Di Cori Modigliani


Nel VII capitolo del dialogo "Le Leggi", il suo ultimo lavoro incompiuto, Platone affronta il problema dei rapporti tra società e Politica e il rapporto tra cittadini e rappresentanti dell'esecutivo. 
Per alcuni un testamento più che un'opera da ricordare, per altri, invece -tra cui il sottoscritto- la punta più alta e più profonda del suo pensiero. 
Approssimandosi la morte, infatti (se ne andò, con la penna di piccione in mano mentre lo stava ancora scrivendo) Platone si lascia andare ad alcune considerazioni, diciamo così attualistiche, tra cui ne ricordo soltanto due, che trovo utili e aderenti ai nostri tempi perchè Platone le considerava due elementi "di forte disturbo della quiete psichica, subdoli alimenti che indicano una prospettiva di dissoluzione e decadenza della società, contraria e opposta a ogni forma di maturazione evolutiva": 
la prima riguarda la moda trendy di quel momento (siamo intorno al 375 a.C) ovverossia: la promozione degli opinionisti. Per almeno cinque pagine, Platone spiega come la diffusione del "soggettivismo acritico opinionista" si stia diffondendo come una piaga attribuendo a chi non possiede alcun strumento critico la facoltà di giudizio, creando così confusione nell'ascoltatore. 
Tutto ciò, secondo Platone, è dovuto come conseguenza -e questa è la seconda rivoluzionaria idea di Platone, ripresa in tempi moderni soprattutto dai francesi fin dagli anni'30, con Marcel Duchamps, poi negli anni'60 da Guy Deborde e in tempi più recenti da Jean Baudrillard negli anni'90- di quella che Platone definì allora come una vera e propria jattura, cioè il successo della tragedia come spettacolo pubblico. 
Platone, infatti, nel 380 a.C. è il primo pensatore dell'umanità a identificare, definire e criticare "l'esercizio e l'attitività dello spettacolo di intrattenimento popolare come pericoloso sostitutivo del dibattito politico" perchè -secondo lui- questa moda consente a persone ignoranti, e in preda a pulsioni istintintuali prive di riflessione razionale, di veicolare idee che non sono idee "e neppure pensieri" bensì percezioni chimiche emotive prodotte dalla reazione individuale di fronte al dramma che attori pagati eseguono su un palcoscenico per farli ridere o piangere.

E' considerata (oggi) la prima critica storica contro la diffusione del populismo anti-democratico.

Si tratta, allo stesso tempo, della denuncia del pericolo insito nella "società dello spettacolo" (la definirà così Guy Debord nel suo celebre saggio del 1967 e poco dopo Jean Baudrillard, 2230 anni dopo) che trasforma il cittadino inconsapevole in mero oggetto di consumo di una rappresentazione voluta e orchestrata dai detentori del Potere.

In questo senso, il dialogo Leggi, è da considerare la più potente e ricca miniera nutritiva che il pensiero europeo abbia prodotto negli ultimi 2500 anni

Tutti gli storici e la critica filosofica riconoscono oggi alle Leggi il tentativo di proporre un modello politico più aderente alla realtà. 
Secondo il filosofo, è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi sociali, e proprio a questo fine hanno un ruolo fondamentale le leggi di uno Stato. 
Esse per Platone hanno una duplice funzione:
  • costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino;
  • educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri.
La preminenza della legge sull'attività del politico allontana le Leggi dalle tesi esposte nella Repubblica e nel Politico: mentre nella produzione precedente il politico era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come custode delle norme e dell'ordinamento giudiziario. 

Indimenticabile (e ancora oggi, attuale più che mai) un passo estrapolato dal Lichete, che fa parte della quinta tetralogia con Carmide, Teage e Liside, ed è un dialogo incentrato sul tema della virtù. È un dialogo che gli storici della filosofia definiscono "aporetico", cioè in cui non si arriva a nessuna conclusione definitiva. Platone, infatti, lo definì un regalo a tutti coloro che non cercano una risposta definitiva o una conclsuione ma hanno fame di alimentarsi con domande e dubbi.





SOCRATE: 
Che cosa vuoi dire, o Lisimaco? Hai intenzione di accettare l'opinione che avrà il maggior numero di consensi da parte nostra?

LISIMACO: 
Che altro si potrebbe fare, o Socrate?

SOCRATE: 
Anche tu, o Melesia, farai lo stesso? Se si trattasse di prendere una decisione circa il tipo di esercizio ginnico a cui addestrare tuo figlio, ti rimetteresti all'opinione della maggioranza di noi o piuttosto a quella di colui che fosse stato educato ed avesse fatto pratica di esso sotto la guida di un buon maestro?

MELESIA: 
Di quest'ultimo naturalmente, o Socrate.

SOCRATE: 
Ti fideresti più di lui che di noi quattro messi insieme?

MELESIA: 
È probabile.

SOCRATE: 
Infatti io credo che sia sulla base della scienza che bisogna decidere e non della somma delle opinioni.

Platone, “Lachete”, 184 d-e, 
intorno al 400 a.C. nella città di Atene

sabato 23 marzo 2019

La Cina è più vicina. Purtroppo l'Italia è più lontana






di Sergio Di Cori Modigliani


21 h
Quando fanno Politica quelli che la sanno fare.
Il premier Xi Jinping deve essere furibondo, a dir poco.
Il principale obiettivo militare (dato che di guerra si tratta, anche se -per il momento- si tratta soltanto di guerra commerciale) è fallito miseramente.
Anche i tanti generali al seguito devono essere inviperiti.

L'obiettivo della diplomazia cinese (tanto abile quanto antica e colta) consisteva nel chiarire la propria posizione e scelta nei rapporti con l'Europa: venire nel Vecchio Continente "rifiutandosi" di riconoscere l'esistenza della Ue, approfittando del trend nazional-populista di cui l'Italia è avanguardia dichiarata. Venire in Italia alla grande, poi andare a Parigi per incontrare Macron e, infine, recarsi a Monaco di Baviera per incontrare in quella città la confindustria tedesca senza avere in agenda un viaggio a Berlino, considerandola -con disprezzo- una tappa inutile, chiarendo quindi che il programma consiste nello spezzettare l'Europa facendo accordi con ogni paese che conta one by one, one on one.
E invece gli è andata male.
Perchè poche ore fa, la segreteria di Emmanuelle Macron ha inviato all'ambasciatore cinese a Parigi un messaggio nel quale il presidente francese, nel dichiarare la propria felicità nell'incontrare un grande amico come Xi Jingping, ha sottolineato un particolare decisivo e fondamentale, che è il seguente:
Emmanuel Macron ci ha tenuto a specificare che ha invitato "formalmente" come suo "ospite gradito" la signora Angela Merkel, la quale per l'occasione addirittura soggiornerà e dormirà all'Eliseo, mostrando quindi di essere considerata più di un interlocutore, più di un alleato, una vera amica di famiglia.
E in Politica, come è noto, il formalismo -in quanto simbolico- è sempre sostanza.
Quando il premier cinese arriverà a Parigi e avvierà il primo discorso privato con Macron, si troverà pure la Merkel con la sua personale delegazione, in modo tale che il messaggio sia forte e chiaro, come a dire: l'Europa, dopo la scelta pentaleghista di chiamar fuori l'Italia dall'Europa per sistemarsi per conto proprio bypassando la Ue, sceglie di spiegare a Xi Jing Ping che il potere che conta nel Vecchio Continente è fondamentalmente l'asse franco-tedesco, basato su un'alleanza inossidabile che comporta l'impossibilità da parte cinese di stipulare accordi con le singole nazioni.
Perchè dovrà fare i conti con l'Europa, e quindi il divide et impera non funziona.
L'Italia ha scelto di starne fuori.
E' il più grande e grave errore geo-politico che il nostro paese abbia compiuto negli ultimi 25 anni.
Ma questa è la scelta che è stata fatta.
Anche se gli italiani non l'hanno capito, perchè nessuno lo ha spiegato loro.
Quando Xi Jingping arriverà a Monaco di Baviera, avrà già incontrato Angela Merkel a Parigi, il che trasforma il viaggio cinese in Germania in una trasferta inutile. 

Beffato.
Così stanno le cose oggi.

giovedì 14 marzo 2019

Non è la Tav, nè quota 100 nè il reddito di cittadinanza, quindi...non interessa nessuno (secondo i media italiani)

Nave italiana affondata al largo della Francia, la marea nera di cui nessuno parla: a bordo petrolio e 45 container di merci pericolose

grande america


 Questo articolo è apparso sul sito ambientalista greenme.it, lo trovate a questo link:
(https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/30855-grande-america-naufragio-francia-disastro-ambientale?fbclid=IwAR2-luQS1CdMdUAMbktzSdPaj9kCRAQysZHpYuauSfke70gky03ILxFCI6A#.XIpFxkcZLa0.facebook)


Nessuno ne parla ed è veramente vergognoso. All'interno della nave italiana Grande America affondata nella notte tra il 10 e l'11 marzo a largo della Francia erano presenti 45 container che trasportavano merci pericolose e i bunker erano pieni di olio combustibile e auto. E ora la marea nera sta raggiungendo la costa. E' in corso un grave disastro ambientale.
 E' corsa contro il tempo per arginare il petrolio che potrebbe raggiungere la costa francese nel corso del fine settimana. La nave italiana ha preso fuoco martedì a circa 263 km dalla costa francese, a sud-ovest di Penmarc'h Point. Da allora ha iniziato ad andare alla deriva per poi affondare il 12 marzo 2019 alle 15:26 circa 333 km a ovest di La Rochelle, nel sud-ovest della Francia.

Dall'incendio all'affondamento

L'incendio è divampato il 10 marzo intorno alle 20. Il mercantile, lungo 214 metri, proveniva da Amburgo, in Germania, ed era diretto a Casablanca, in Marocco. A bordo erano presenti 27 persone, 26 membri dell'equipaggio e un passeggero, per fortuna tutte messe in salvo.
Il comandante della Grande America in un primo momento aveva annunciato che l'incendio era sotto controllo e puntava ad arrivare in Spagna, verso il porto di La Coruña. Ma poco prima di mezzanotte, ha informato le autorità marittime del peggioramento della situazione: l'incendio è ricominciato, diversi container hanno preso fuoco e la nave non avrebbe potuto proseguire. L'equipaggio è stato messo in salvo attorno alle 4 del mattino.
Ma il disastro era appena iniziato. Per due giorni, si è cercato di domare le fiamme. La nave intanto si è inclinata pericolosamente sul lato destro fino a quando si è inabissata portando con se il pericoloso carico.

Cosa trasportava

Di proprietà della compagnia italiana Grimaldi Lines, la Grande America trasportava container sul ponte e veicoli ai piani inferiori. Mercoledì, in una conferenza stampa a Brest, il prefetto marittimo dell'Atlantico ha dichiarato che, secondo i dati forniti dall'armatore, la nave trasportava 365 container, 45 dei quali contenevano materiali pericolosi e poco più di 2.000 veicoli. Oltre a questo carico, nei bunker della nave erano presenti circa 2.200 tonnellate di combustibile per la navigazione.

C'è il rischio di una fuoriuscita di petrolio?

Non è escluso, anzi. A dirlo fin da subito è stato il Ministro francese dell'ecologia François de Rugy:
"Come sempre in questi casi il rischio di inquinamento non deve essere negato, prima perché c'è un carico di combustibile pesante che era il carburante di propulsione".
Mercoledì è apparsa una chiazza nera, ha confermato la prefettura marittima e poi anche le osservazioni aeree. Il petrolio potrebbe raggiungere la costa francese domenica o lunedì.
"Secondo le nostre previsioni, potrebbero raggiungere alcune zone delle coste della Nuova Aquitania domenica o lunedì, a causa di condizioni meteo particolarmente sfavorevoli, che rischiano anche di rendere più delicate le operazioni di pulizia del mare", ha detto François de Rugy. La Francia ha messo in campo 4 "navi dedicate alle operazioni antinquinamento in mare" e preparerà un piano per "ripulire la terra", ha aggiunto il ministro.
E' ancora presto per fare bilanci ma di certo ancora una volta a farne le spese saranno il mare e i suoi abitanti, nel silenzio internazionale.

mercoledì 27 febbraio 2019

Abbiamo il miglior sindaco del mondo. Ma gli italiani non lo sanno.






di Sergio Di Cori Modigliani


Passiamo la maggior parte del nostro tempo a perder tempo chiacchierando su questa piattaforma sugli argomenti che i politici professionisti decidono (la notte prima) debbano essere i temi di cui parlare il giorno dopo (bene o male, applausi o insulti, è irrilevante, purchè se ne parli).
C'è qualcuno che sa chi sia questa signora?
C'è qualcuno che conosce la sua storia e ha mai sentito parlare di lei?
Penso che siano rari e pochissimi.

Ebbene, questa signora ha 63 anni, marchigiana doc.
Si chiama Valeria Mancinelli.
Di professione: sindaco di Ancona, rieletta con il 68% dei voti.
Considerando il fatto che nel mondo attuale, ormai, le persone considerano l'unica fonte valida la voce della Signorina Wikipedia e/o del Signor Google, cito -per l'appunto- ciò che di lei ci racconta wikipedia:

"Il 12 febbraio 2019 ha vinto il World Mayor Prize 2018.[3] Il riconoscimento viene conferito ogni due anni dalla City Mayors Foundation al sindaco che ha apportato "contributi eccezionali alla sua comunità e la cui visione del vivere urbano sia pertinente a paesi e città di tutto il mondo".
La notizia ha girato su tutte le piattaforme mediatiche del pianeta, sia quelle on-line che quelle cartacee.
E' stata eletta "miglior sindaco del pianeta" battendo la concorrenza di 746.500 partecipanti.

L'Italia è l'unico paese in cui non si è parlato della questione.
I cittadini sono troppo presi dal gossip quotidiano (pensando di star parlando di politica) per occuparsi delle nostre eccellenze.

Così va il paese.
Non lamentiamoci, quindi.
Forse sarebbe meglio, semplicemente, svegliarsi da questa perenne narcolessia dell'intelligenza e della curiosità.
Soprattutto del buon gusto dell'esistenza reale.

martedì 5 febbraio 2019

Visto che la rivoluzione non la fa nessuno, allora la fa il Papa.






di Sergio Di Cori Modigliani




In Italia non si va da nessuna parte.
Le persone, in questo paese, hanno ormai lo sguardo appannato, e non sono capaci di vedere neppure ciò che accade sotto i loro occhi.
Papa Francesco, questa mattina, ha celebrato ad Abu Dhabi la prima messa cattolica pubblica mai registrata nella Storia su suolo islamico.
Non solo.
E' riuscito ad ottenere da importanti clerici musulmani che sia cancellata la dizione "infedele" (relativo a chiunque non aderisca all'Islam) accettando e accogliendo la sua proposta basata sul principio di riconoscere il diritto di chicchessia a venerare il Dio in cui ritiene di voler credere, e quindi provocando un terremoto anche tra i teologi fondamentalisti cattolici, perchè viene abolita una colonna del pensiero cattolico tradizionalista (identica a quella dell'Islam) basata sull'idea per cui "fuori dalla Chiesa non c'è salvezza".
La Salvezza, invece, c'è per tutti coloro che sono puri e buoni nel loro spirito e si battono nel mondo materiale per affermare un principio di giustizia sociale e di fratellanza, qualunque sia la loro credenza, nascita, status, genere, cittadinanza, cultura, appartenenza.
Mi sembra davvero un evento di portata epocale.
Si tratta di un doppio evento dal significato politico fortissimo, davvero rivoluzionario.
Alla messa di Bergoglio hanno partecipato 140.000 persone.
Nei talk show di oggi, alla tivvù, l'argomento non è stato neppure sfiorato o accennato. Tutti a parlare di emigrazione e quota 100, con la solita aggiunta di #ciaveterubatoerfuturo.

Ce l'avete davanti ai vostri occhi il futuro dell'umanità.
Se non siete capaci di vederlo, vuol dire che state dormendo.

Visto che non la fa nessuno, allora la rivoluzione la fa il Papa.






di Sergio Di Cori Modigliani


In Italia non si va da nessuna parte.
Le persone, in questo paese, hanno ormai lo sguardo appannato, e non sono capaci di vedere neppure ciò che accade sotto i loro occhi.
Papa Francesco, questa mattina, ha celebrato ad Abu Dhabi la prima messa cattolica pubblica mai registrata nella Storia su suolo islamico.
Non solo.
E' riuscito ad ottenere da importanti clerici musulmani che sia cancellata la dizione "infedele" (relativo a chiunque non aderisca all'Islam) accettando e accogliendo la sua proposta basata sul principio di riconoscere il diritto di chicchessia a venerare il Dio in cui ritiene di voler credere, e quindi provocando un terremoto anche tra i teologi fondamentalisti cattolici, perchè viene abolita una colonna del pensiero cattolico tradizionalista (identica a quella dell'Islam) basata sull'idea per cui "fuori dalla Chiesa non c'è salvezza".
La Salvezza, invece, c'è per tutti coloro che sono puri e buoni nel loro spirito e si battono nel mondo materiale per affermare un principio di giustizia sociale e di fratellanza, qualunque sia la loro credenza, nascita, status, genere, cittadinanza, cultura, appartenenza.
Mi sembra davvero un evento di portata epocale.
Si tratta di un doppio evento dal significato politico fortissimo, davvero rivoluzionario.
Alla messa di Bergoglio hanno partecipato 140.000 persone.
Nei talk show di oggi, alla tivvù, l'argomento non è stato neppure sfiorato o accennato. Tutti a parlare di emigrazione e quota 100, con la solita aggiunta di #ciaveterubatoerfuturo.

Ce l'avete davanti ai vostri occhi il futuro dell'umanità.
Se non siete capaci di vederlo, vuol dire che state dormendo.

mercoledì 23 gennaio 2019

Lino Banfi non è mio nonno, e io non sono suo nipote. Ben altra è la mia famiglia.






di Sergio Di Cori Modigliani


Il terrore dell'estetica orgogliosa del pensiero forte cede il passo e si arrende ormai davanti al terrorismo impudente dell'ignoranza.
Questa è la notizia del giorno.
Si leggono ormai dovunque i distinguo da parte di diverse persone che sottolineano il rispetto doveroso nei riguardi di Lino Banfi definito "il nonno d'Italia".
Mi fa orrore.
Conferma la mia scelta di auto-definirmi un esule in patria.
Se io avessi o avessi avuto un nonno così, sarei morto dalla vergogna.
La mia famiglia italiana è ben altra.
Sono identificato come cittadino italiano in ben altri valori.
E in quanto italiano pensante, mi sento nipote di ben altri nonni.
Certamente non di una persona che insieme a Emilio Fede ha fatto ai suoi tempi una strabordante campagna elettorale a favore di Berlusconi esaltandolo, perchè quelli sono sempre stati i suoi valori: soldi facili, servilismo totale e deferenza.
Con l'aggiunta di tette, glutei a gogo, e un'italianità deteriore, regressiva, pecoreccia e regredita, che ha sempre ruotato intorno al concetto totemico della femmina degradata, ridotta e sminuita a mero oggetto carnale da offrire in pasto a guardoni repressi travolti dall'ansia onanistica tipica dei frustrati.
Nel nome di Dio, Patria e Famiglia.
Non è mio nonno.
O meglio: io non sono affatto suo nipote.

venerdì 4 gennaio 2019

L'Orlando Furioso non mi piace.



di Sergio Di Cori Modigliani

La memoria non è un optional e, come è noto, per un Paese ammalato da almeno 30 anni di Alzheimer sociale, i temi di attualità arrivano, soprattutto ai giovani, in maniera degradata perchè privi della sostanza interna coltivata dall'analisi dei processi della Storia. Nasce così la confusione, la mancanza di punti di riferimento e la pubblicazione continua di notizie deprivate dei frammenti di verità collettive.
L'uscita di Leoluca Orlando, che in queste ore sta infiammando el pueblo unido, anzi meglio, le uscite di due campioni del populismo deteriore della sinistra festivaliera come De Magistris e Orlando, mi appaiono come una modalità propagandistica di chi -con agghiacciante cinismo- bada soprattutto ai propri elettori e non ai bisogni della collettività.
Leoluca Orlando non è, per me, un personaggio politico attendibile, sotto nessun punto di vista. E chi conosce bene la Storia d'Italia lo sa benissimo. Lo ricordo protagonista promotore di una vergognosa macchina del fango contro il giudice Giovanni Falcone nella tarda primavera del 1990, arrivando al punto tale di presentare un esposto contro il compianto magistrato, sostenendo (a quei tempi) che Falcone rappresentava un pericolo per la democrazia e andava rimosso dal suo incarico. Da quel momento, il partito di Orlando (si chiamava "La rete") inizia una furibonda campagna di attacco personale contro Giovanni Falcone, che è finito isolato ed emarginato. Ricordo una puntata a maggio 1990 della trasmissione Samarcanda dove questo potente democristiano (per l'appunto, Leoluca Orlando, il quale se ne va dalla DC alla fine degli anni'80 quando finisce la guerra fredda e fonda un suo personale movimento populista) compare in televisione e così, con enorme sorpresa di tutti, attacca frontalmente Giovanni Falcone. In quel momento, il giudice era sostenuto politicamente soltanto da tre importanti soggetti politici: il socialista Claudio Martelli, e i ministri democristiani Mino Martinazzoli e Sergio Mattarella. Era un momento delicatissimo della vita nazionale, e quell'attacco furibondo e frontale contro il giudice Falcone rimase (e tuttora rimane) scolpito nella memoria collettiva di chi ha seguito la vita politica di questo Paese.
Tutto ciò per dire che, il sottoscritto, non si fida del più violento populista italiano (Salvini, Conte e Di Maio sono novizi infantili in confronto) e, prima di saltare sul carro della chiamata alle armi di Leoluca Orlando, sarebbe il caso che el pueblo unido vada a controllare eventi, accadimenti e alleanze della biografia politica di chi (come appare chiaro) intende porsi come nuovo leader della sinistra populista antagonista.
Il sottoscritto, allora, era fortemente schierato dalla parte di Giovanni Falcone.
Lo è ancora.
La memoria non è un optional.



L'amore ai tempi della guerra fredda






di Sergio Di Cori Modigliani


E' possibile, oggi, ai tempi dei social media, riuscire a fare un film in cui si coniugano i temi della consueta tragedia classica di stampo romantico a quelli della denuncia sociale e della ricerca antropologica culturale di stampo etnico?
E se a questo aggiungessimo anche il dibattito sulle differenze sentimentali di genere, nonchè la pretesa di offrire una poesia visiva non prodotta da effetti speciali (fregandosene di pedinare l'audience) si troverebbe mai qualcuno disposto e disponibile a produrre un film così fatto, niente affatto leggero, con l'aggravante di dover rispettare la pretesa retro del regista che a tutti i costi lo vuol girare con un bianco e nero anni'50?

Sì, è possibile.
A condizione che il regista sappia che cosa sta facendo, dove vuole andare e dove intende portarci.
A condizione di appartenere a un paese della Ue che ha una solida tradizione cinematografica alle spalle e sa come utilizzare i fondi europei a disposizione del cinema come strumento culturale.
Per non parlare della condizione fondamentale di avere un attore maschio e un'attrice femmina (niente divi o nomi appariscenti) che devono essere dotati di più che solido impianto recitativo -entrambi davvero sexy al di là di ogni dubbio- pienamente integrati nel loro ruolo, in grado di regalarci emozioni, sensazioni e piacere visivo.
Se si è polacchi e ci si chiama Pavel Pawlikowski, Joanna Kulig e Tomasz Kot, allora è possibile.
Consiglio a tutti i cinefili di andare a vedere il film.

Per quanto riguarda lo stato della nostra nazione, rassegnamoci accettando ciò che siamo, oggi, nel mercato internazionale: all'ultimo glorioso posto tra quelli che contavano.
A Varsavia fanno la fila per andare a vedere i loro eroi.
Da noi, top leader Massimo Boldi e Christian De Sica.
A ciascuno il suo.

lunedì 24 dicembre 2018

L'inventore del Natale






di Sergio Di Cori Modigliani


Ma il Natale, così come noi lo viviamo, come grandiosa festa collettiva che ruota tutta intorno all'essere generosi, è da sempre stato così?
Fin dalla notte dei tempi della civiltà cristiana, oppure c'è qualcuno che l'ha inventato?

C'è qualcuno che se l'è inventato. Eccome se c'è.

Non a caso si tratta di un geniale scrittore.

E' stato il britannico Charles Dickens, per la precisione il 19 Dicembre del 1843, ad aver inventato la festa di Natale.

Fino a quel momento, si trattava soltanto di una festa religiosa, sobria, che non comportava neppure il pranzo. Era richiesta soltanto (ai credenti) la presenza in chiesa alle ore 12 del 25 dicembre e basta. La festa lì si esauriva.
Ma in quella specifica data, nel lontano dicembre del 1843, a Londra, sul quotidiano Time, usciva il racconto "A Christmas carol", seguito nei tre giorni successivi da editoriali forti, (sempre firmati da Dickens) pieni di ardore sociale, in cui si invitava -sottolineando l'espressione "obbligo sociale per ogni gentiluomo che dir si voglia"- a trasformare una "festa puramente formale" in un evento di manifesto progresso sociale, la cui caratteristica principale consisteva nell'aiutare i poveri, i più sfortunati, gli esclusi dalla gerarchia sociale.
L'editoriale del 21 dicembre 1843 nel quale Dickens sfidò i suoi connazionali e l'intera aristocrazia si concludeva con la seguente frase:
"E Dio benedica tutti noi, tutti gli uomini di buona volontà. Ciascuno di noi. Ma non soltanto i miei figli e i vostri figli, la prole di chi sta leggendo questo testo in questo momento, nati tutti in culle dorate, amorevolmente assistiti da ricche mamme, nonne, tate, tanto bel calduccio, e un bel cosciotto d'agnello caldo a disposizione. Dio benedica tutti. E quando dico tutti, intendo dire: TUTTI! Apriamo il nostro cuore a tutti i disagiati. E rivolgendomi ai genitluomini come il sottoscritto, aggiungo: apriamo soprattutto i nostri portafogli gonfi di carte che valgono. Dò il primo esempio".
E versò una cifra (corrispondente oggi a circa 1 milione di euro) a disposizione di tutti gli orfanotrofi dell'Impero Britannico per acquistare cibo e vestiti decenti per gli orfani a Natale.

Quella stessa sera, il 22 dicembre, la giovane Regina Vittoria, confidò il suo malumore al gran ciambellano: "Non ho nesuna intenzione di farmi prendere per una scriteriata sanguisuga da un pennivendolo esaltato, diamo l'esempio".
Il mattino dopo emise un decreto che imponeva l'obbligo a tutta l'aristocrazia, immediatamente, di fare beneficenza a Natale, dichiarando pubblicamente quanto, quando e a favore di chi.

E' sempre stato considerato il più grande successo della carriera di Charles Dickens.
Mi piaceva condividere con voi tutti questo aneddoto storico.
Tempi lontani, quando scrittori e intellettuali avevano ancora qualcosa da dire.

Più che altro, sapevano ciò che dovevano fare.

domenica 23 dicembre 2018

La notte lunga della Repubblica Italiana






di Sergio Di Cori Modigliani


Nelle ultime 24 ore, pentastellati e leghisti, ai quali si sono amorevolmente aggiunti sia i comunisti che i fascisti, da Forza Nuova a Potere al Popolo, si sono accaniti con violenza verbale contro la persona della senatrice Emma Bonino, colpevole di aver "osato" proferire nell'aula del Senato della Repubblica parole come quella riportata qui sopra.
E' una attività da vigliacchi, imbastarditi dal livore di un cinismo opportunista davvero deteriore.

La brutta notizia consiste nell'avvertimento che viene dato alla nazione sull'aria che tirerà dal 1 Gennaio del 2019.
La bella notizia consiste nel rivelare a tutti noi quanto deboli e impauriti siano gli esponenti del mainstream governativo, i quali, rispecchiandosi nelle parole dell'indomita leader radicale, toccano con mano la propria miseria umana, la propria vocazione piccolo-borghese di modestissimi arraffoni dell'ultima ora, travolti dall'indifferenza dei bisogni collettivi del paese avendo scelto di esaltare uno squallido individualismo motivato da asfittici interessi di bottega.
Per fortuna di noi tutti, c'è un'Italia bella e sognatrice, pulita e utopista, soprattutto mèmore e consapevole, che manterrà la barra a dritta e ci accompagnerà ad attraversare questo lungo sonno della ragione democratica.
Buone feste a tutti coloro che se le meritano.




giovedì 20 dicembre 2018

In memoriam






di Sergio Di Cori Modigliani


                                    "Il mio lavoro è molto più bello della tua vacanza".
                                                                Antonio Megalizzi



Una frase dedicata a tutti gli indifferenti, ai facinorosi, agli odiatori da tastiera, ai sostenitori della violenza.

martedì 11 dicembre 2018

Adorno ai tempi dei social.

di Sergio Di Cori Modigliani
 
All'alba degli anni'60, il più potente filosofo e sociologo dell'epoca, il tedesco Theodor Adorno, fondatore della celeberrima scuola di sociologia dell'università di Francoforte, lanciava il suo atto d'accusa contro la società consumistica di massa, ammonendoci sul grave rischio di estraneazione totale e definitiva che stavamo correndo, a nostra insaputa.
I suoi scritti di allora, insieme a quelli di Herbert Marcuse che insegnava in California, aprirono un nutrito e stimolante dibattito che poi sfociò nella più grande stagione di dissenso planetario mai registrato.
Oggi, 60 anni dopo, la sua eredità ancora ci conforta e ci aiuta a comprendere le modificazioni ambientali, psicologiche e sociali che stiamo affrontando nell'attualità, soprattutto in conseguenza della diffusione dei social network.

L'estate scorsa, sulla gazzetta filosofica, Consuelo Lezietti aveva pubblicato un suo contributo davvero stimolante che oggi propongo ai miei lettori suggerendoli alla vostra attenzione.
Buona lettura
 
(https://www.gazzettafilosofica.net/2018-1/luglio/il-consumismo-di-adorno-ai-tempi-dei-social-e-della-crisi/?fbclid=IwAR0kd4EXwMxiLOUBXQLifa2RhboZwa8WYlhHGHwS8l61aRFs4jPN_FAVjEc)

 

 

Il consumismo di Adorno ai tempi dei social e della crisi

 
La situazione diventa tanto più paradossale di fronte al sempre più marcato divario tra il vero ricco, il grande imprenditore di multinazionali, il politico – tanto per fare degli esempi – e tutti gli altri. Una situazione che ricorda gli anni d’oro della classe sociale aristocratica, contrapposta al popolo e alla piccola borghesia.
La Fiat 500 divenne uno dei simboli del boom economico italiano
La Fiat 500 divenne uno dei simboli del boom economico italiano
 
Siamo ormai lontani dagli anni in cui la società proseguiva il suo percorso verso quella che negli anni ‘60 era considerata la cultura consumistica. Un autore che seguendo la strada di Marx cercava di capire questa trasformazione è Theodor Adorno, filosofo e sociologo tedesco, esponente di spicco della Scuola di Francoforte. 
 
La critica alla società comincia con la constatazione del tramonto del mondo borghese-liberale e la nascita della società di massa, caratterizzata dalla monopolizzazione della produzione e dal consenso di massa ottenuto grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, come il cinema, la radio e la pubblicità, i quali influenzano la mentalità della collettività. L’impianto marxiano della sua teoria si svilupperà presto in modo autonomo. Adorno individua nella teoria marxiana una falla: il modello a cui Marx fa riferimento è quello del capitalismo liberale e concorrenziale, ma la società reale non ha mai funzionato su questo modello. È subentrato il monopolio, lo sviluppo tecnico accelerato e il dominio imperiale sulle risorse mondiali, consentendo alle classi dominanti di elevare il tenore di vita dei lavoratori, previsione che non era stata calcolata da Marx. All’innalzamento del tenore di vita e della quota di acquisto dei beni di consumo dei lavoratori corrisponde un abbassamento della potenza e rilevanza sociale di essi. I lavoratori sono sì sfruttati ma anche gratificati dai beni consumistici. Questa condizione inibisce il formarsi di una coscienza critica. Anzi, l’avvento della società dei consumi ha favorito la percezione di una società senza classi, sviluppando un processo di livellamento: le differenze sono meno visibili; tutti possono raggiungere un certo tenore di vita; tutti si dilettano al cinema, una forma artistica più “democratica” nel senso benjaminiano. 
 
Il consumo diventa una fonte di gratificazione. L’oggetto diventa un mezzo per accrescere il culto feticista della personalità e il suo valore dipende solamente dal valore di acquisto e dalla capacità di accrescere l’ego. Il consumo fornisce agli individui valori e senso.
 
Le considerazioni di Adorno, per quanto attuali, ci permettono di cogliere la somiglianza, ma anche la grande differenza che intercorre tra la società del consumismo degli esordi e del successivo boom economico, dalla società odierna. 
 
In passato infatti la diffusione del consumo di massa ha portato ad un’accettazione comune, in nome di una vita più comoda e più libera e di una maggiore democratizzazione del benessere – mi riferisco al livellamento espresso da Adorno – grazie alla quale scompariva la rigidità delle classi sociali del passato. Anche laddove una persona era più benestante di un altro vi era lo stimolo, dato dalla possibilità, di poterlo raggiungere. 
 
 
Diversa è la situazione odierna, caratterizzata da una fase calante dello sviluppo economico, una crisi che ha investito non solo tale aspetto ma anche quello esistenziale e sociale. Il consumismo sta regredendo, perché è diminuito il potere di acquisto della classe media. La positività che in esso si poteva trovare, cioè la garanzia di un futuro migliore e la possibilità di accrescere la propria fortuna grazie alle proprie capacità, non esiste più. Il giovane di oggi vorrebbe aumentare la propria possibilità di riuscita, ma si vede bloccato dal sistema. Se in passato ad esempio lo studio era garanzia di lavoro, anche maggiormente retribuito, oggi un ingegnere avrà sicuramente uno stipendio mediamente più alto di un operaio, ma entrambi si trovano sullo stesso livello sociale ed economico. Ancora più emblematica è la situazione degli studenti di materie umanistiche. Uno studente di filosofia, per riprendere un esempio del filosofo contemporaneo Galimberti, prima sapeva di poter diventare professore, oggi non ha nemmeno più la forza di aspirare a ciò. Forse oggi, più che di un livellamento, si può parlare di “appiattimento” della condizione
 
La situazione diventa tanto più paradossale quando a questo “appiattimento” si coniuga un sempre più marcato divario tra il vero ricco, il grande imprenditore di multinazionali, il politico – tanto per fare degli esempi – e tutti gli altri. Una situazione che ricorda gli anni d’oro della classe sociale aristocratica, contrapposta al popolo e alla piccola borghesia. Il sistema sociale rischia perciò di diventare chiuso: gli sforzi per “crescere”, se nell’epoca di Adorno procuravano una potenzialità effettiva, oggi, spesso, risultano vani. Guardiamo ad esempio a quanti laureati faticano per trovare un posto solido e non soggetto al precariato, o al loro ritardo nell’avere una effettiva indipendenza e autonomia. 
 
Il consumismo fin dalle origini ci ha portati alla ricerca esasperata di “cose”, creata da tecniche pubblicitarie tali da far apparire necessari beni superflui. Oggi siamo arrivati all’esasperazione di ciò. Non ci accontentiamo più di avere un telefono funzionale, ma vogliamo l’ultimo modello, modello che casualmente esce “a puntate” con modifiche talvolta minime ma presentate come rivoluzionarie. Un controsenso se si pensa alla crisi ma che in realtà ne rappresenta l’emblema: il sistema di pagamento è rateizzato.
 
Il rischio di chi non soggiace al consumismo è quello di diventare dei reietti sociali e addirittura quello che, chi non ha o chi non appare, sembra persino “non essere”. L’essere è sempre più minacciato, basta riflettere sul gergo aziendale quando sostituisce la parola “persona” con quella di “risorsa umana”, riducendola a essere inanimato, da cui attingere a proprio piacimento. 
 
Il consumismo di Adorno era avvalorato da una effettiva capacità di acquisto, oggi ridotta e lo status sociale esisteva ma era mobile.
 
Al contrario, la società di oggi è formata solo da due condizioni: quella delle élite e quella della classe media, nelle quali i membri dell’una difficilmente riescono a sconfinare nell’altra. Prendendo in esame la sola classe media (che comprende la maggior parte della popolazione) possiamo notare come in essa gli individui siano, non potenzialmente, ma effettivamente uguali, e nessuno potrà mai sperare di avanzare ed entrare in quella elitaria. Proprio questo divario ha prodotto una massificazione di modelli di vita “altolocati”. È ciò che vediamo tutti i giorni sui social network, nei quali dilaga la volontà di mostrare uno stile di vita raffinato, in cui tutti siamo esteti alla ricerca di godimenti eletti e sofisticati. I social network ci permettono di colmare il vuoto lasciato da questa diminuzione di potere d’acquisto e quindi di consumismo, dovuto alla fine del boom economico. In essi la massa si crogiola in questa parvenza, dimostrando a sé e agli altri l’eccezionalità della propria vita. L’esaltazione dell’io si esprime tramite mezzi di massa, utilizzando un’estetica di massa.  
 
Facebook e Instagram hanno perciò permesso a milioni di persone di “mostrare”, in una società dove l’avere è sempre più minacciato. Il consumismo sembra essere irrimediabilmente cambiato, aiutato in ciò anche dai social: se prima il consumismo era fonte di un certo progresso, oggi forse è solo ridotto al “mostrare”. Se prima esso aveva portato alla sostituzione dell’“essere” con l’“avere”, oggi l’avere sembra lasciare spazio al mero “mostrare”.
 
23 luglio 2018

domenica 25 novembre 2018

A proposito del black friday.....






di Sergio Di Cori Modigliani


Ieri l'altro, in Italia, si è celebrato il venerdì nero dell'intelligenza collettiva della nazione.
 

Le multinazionali hanno lanciato il "black friday", una tradizione statunitense che risale al 1948, antropologicamente valida e originale (per loro).
Avviene il giorno dopo il thanksgiving day (tutti sacrosantamente in famiglia) la più importante festa nazionale statunitense che celebra ricorda e commemora le persone che -a quei tempi, cioè il 1620- noi europei bruciavamo sul rogo, perseguivamo e consideravamo ambasciatori di Satana. 

In Usa, nel corso del black friday, i commercianti e i grandi magazzini svendono tutto ciò che hanno in negozio perché -per Legge- la vendita dei prodotti natalizi può avvenire soltanto dal sabato seguente al thanksgiving day e non prima. 
Il "venerdì nero" è anche chiamato così perchè è il giorno dell'anno in cui commesse e commessi lavorano di più in assoluto (devono iniziare ad aprire scatoloni nei magazzini e iniziare a fare gli addobbi) e tutti i permessi di lavoro sono aboliti: il contrario esatto del ponte. 

E' un giorno di grande lavoro e di grande fatica, chiamato così dall'organizzazione sindacale dei tessili del New Jersey nell'ottobre del 1947. 
Il termine, quindi, è bene saperlo, indica una macabra memoria di sfruttamento senza regole della manodopera a basso costo. 
E' un'altra cultura quella statunitense. 
E' la loro.

Trasferito così, senza senso, in Italia, segnala la cifra di un paese di mitomani rimbecilliti, innamorati dell'idea di essere identificati come soggetti passivi buoni soltanto a consumare, e quindi, negando ogni rispetto e conoscenza della diversità culturale. Importiamo dagli Usa soltanto il peggio pensando, così, di essere evoluti. E' una classica fantasia da piccolo-borghesi analfabeti. 
Tanto vale far giocare il prossimo derby Roma-Lazio a Los Angeles.

giovedì 22 novembre 2018

Muoviamoci in fretta per salvarci tutti.






di Sergio Di Cori Modigliani


Arriva un allarmante avvertimento dalle Hawaii, ma Donald Trump, Putin e la lobby planetaria dei fossili tossici fanno orecchie da mercante. Per nostra fortuna, a dispetto dei tempi attuali mediatici, non esiste nessuna possibilità di nascondere ai cittadini del pianeta la verità perchè la si può toccare e sentire e provare sulla propria pelle: se non si interviene subito, con scelte politiche che mandano in pensione l'economia dei carburanti oleosi derivati dal petrolio, la vita di tutti noi diventerà sempre più difficile e i costi saranno insostenibili per le nazioni.
E' necessaria una nuova consapevolezza collettiva in campo ecologico e ambientalista, al di là delle differenze e distinzioni partitiche. Ma va fatto subito.
E' necesasaria una nuova consapevolezza nel campo dell'ecologia ambientalista a tutto campo, a dispetto della propria collocazione di parte.
E' necessaria una nuova consapevolezza collettiva in campo ecologico e ambientalista a difesa della nostra sopravvivenza, come cittadini e come specie, al di là delle nostre collocazioni partitiche (non politiche).
Qui di seguito, un dispaccio dell'agenzia di stampa statale governativa, l'Ansa, da Washingon, in cui riferisce e ci informa sull'attuale dibattito in corso in Usa in seguito alla pubblicazione ieri l'altro di uno studio scientifico realizzato nelle Hawaii:

"Catastrofi 'naturali' multiple ed allo stesso tempo incendi, tempeste sempre più violente, ondate di calore insopportabili, contaminazioni di cibi a causa di inondazioni, innalzamento delle acque. Il cambio di clima, già in atto, causerà nei prossimi anni disastri contemporanei e sempre più virulenti, a meno che si cominci da subito ad abbassare le emissioni di gas nocivi. Il durissimo monito è stato lanciato da un nuovo mega studio americano: "Sarà come lottare con Mike Tyson, Schwarzenegger, Stallone e Jackie Chan, tutti insieme", ha detto l'autore principale della ricerca, Camillo Mora dell'università delle Hawaii.

Lo scenario è emerso dalla mega-indagine realizzata da un team di 23 scienziati dell'università delle Hawaii e dell'Istituto per la salute globale dell'università del Wisconsin, che per la prima volta ha creato un 'aggregato' di ben 467 diversi tipi di effetti del cambio climatico nel mondo. Non limitando l'analisi a due-tre tipologie di minacce di catastrofi naturali.
Il risultato delle revisione di più di 3.000 ricerche in materia è allarmante: i cambiamenti sull'ambiente derivati dalle mutazioni climatiche si 'monteranno' a vicenda con effetti disastrosi potenziati. Responsabili primarie sono le emissioni di gas che creano l'effetto riscaldamento e 'intrappolando' il calore provocano reazioni a catena sulla catena alimentare, sulla salute umana, sulle acque e cosi' via. A manifestarsi in crescendo - secondo il rapporto pubblicato su 'Nature Climate Change' - saranno cosi': siccità, innalzamento delle acque, uragani, incendi, alluvioni.
Secondo lo studio , l'umanità - in tutto il globo - si troverà a a fronteggiare al tempo stesso 4-6 disastri alla volta".
(fonte: ufficio Ansa di Washington)

mercoledì 21 novembre 2018

La nuova trappola comunicativa delle destre populiste all'assalto: senza bandiere!





di Sergio Di Cori Modigliani

La Politica ruota intorno alla simbolica e alla ritualità dei suoi officianti, aderenti, sostenitori.
Da sempre è stato così, fin dagli albori dell'umanità.

Il geniale antropologo e psichiatra Paul Watzlawick(fondatore del celeberrimo gruppo "Change" e direttore del Mental Research Institute di Palo Alto, in California) raccontava ai propri studenti la sorpresa che aveva colpito lui e sua moglie quando negli anni'50, in mezzo alla foresta della Nuova Zelanda, alla ricerca di una certa specifica tribù cannibale primitiva, con la quale volevano entrare in contatto per le loro ricerche di psico-etnologia sul campo, d'un tratto, tra il fogliame esotico pullulante di uccelli variopinti, avevano visto degli strani vessilli di materia vegetale che si muovevano circondandoli, riflettendo la luce del sole che faceva brillare i colori sulle bandiere. Dopo pochi minuti, si manifestarono i selvaggi che li accolsero nel loro villaggio dove rimasero a vivere per circa un anno. Gran parte dell'attività creativa della tribù consisteva nella creazione di vessilli e bandiere il cui fine consisteva nel rappresentare la loro idea di mondo e spaventare i potenziali nemici. Diverse tribù concorrenti (a loro ostili) non erano così creativi e quando incrociavano per caso o per sfortuna i vessilli di quella tribù fuggivano via in preda al terrore. Decise, pertanto, di dedicare uno studio approfondito al concetto di bandiera, come simbolo iconico e totemico, presente in tutte le civiltà del pianeta dagli albori dell'umanità sostenendo che si trattava del più antico esempio di socialità, già presente tra gli umani ancora prima di diventare Sapiens.
Portando avanti le sue ricerche sull'evoluzione psicologica del comportamento umano, Watzlawick identificò il concetto di "bandiera" con il "pensiero forte", ovvero con il bisogno da parte degli esseri umani (socializzati in maniera collettiva) di "percepire" e "sentire" l'identità del gruppo facendo corrispondere un lembo di tessuto colorato e/o disegnato con l'idea di un progetto sottostante, immediatamente identificabile da chicchessia con il pensiero autentico di quel determinato gruppo, collettivo, Paese, Nazione, Stato. 
Chi crede alle proprie idee, perchè è convinto della loro bontà ed efficacia, è sempre orgoglioso della specifica bandiera che sintetizza e simbolicamente rappresenta il credo e anche un progetto comune. Sulle lunghe aste dei vessilli che i porta-bandiera delle legioni romane portavano in battaglia erano raffigurate (dipinte con polvere d'oro) monete, una donna che indossava una tunica blu e spighe di grano, simboli di ricchezza, sessualità, fertilità e nutrimento per tutti.
Per i romani, quel vessillo era il simbolo della loro civiltà superiore, e la sola presenza faceva sentire i nemici in una situazione di manifesta inferiorità.
Senza bandiere, sosteneva Watzlawick, non esiste la coesione sociale, manca l'identificazione (che regala sicurezza e forza d'animo) e indebolisce la manifestazione del proprio pensiero e della propria idea di mondo.

Tutto ciò è noto da sempre: non è mai esistita nessuna organizzazione collettiva che propugni una qualunque idea senza una bandiera che la identifichi.

Ma c'è una novità di questi tempi che sta dilagando come moda trendy in gran parte dell'occidente.
Lanciata come modello inclusivo.  
Usata anche dal brasiliano Bolsonero nella sua campagna elettorale come simbolo negativo, ovvero come segnale manifesto della inutilità del presentarsi come destra o come sinistra, perchè ciò che conta è l'unità di intenti del popolo tutto insieme nell'essere contro. 
Sbarcata trionfalmente in Europa nelle manifestazioni di questi giorni in Francia, con il dichiarato proposito di lanciare un nuovo modello di comunicazione aggregante.
Si assiste a manifestazioni politiche di massa caratterizzate dal perentorio ordine dall'alto (??) di non esibire bandiera alcuna. 
Una folla unita dalla mancanza di progettualità, dalla rinuncia all'affermazione di una propria visione, dall'assenza, quindi, di tutto ciò che per definizione separa, ovvero la propria idea di mondo per la quale si combatte e ci si raduna tutti insieme.
Manifestazioni come quella di Parigi di questi giorni appartengono al mondo mediatico della post-verità. Quella in corso in Francia la considero la prima grande manifestazione di massa nella storia dell'umanità a favore del petrolio, contro gli investimenti e gli incentivi per le energie rinnovabili e contro un'economia legata all'ecologia sostenibile, un trucco da baraccone organizzato con diabolica abilità dalla destra iper-liberista sostenuta e finanziata dai petrolieri internazionali che vogliono difendere, salvaguardare e sostenere l'obsoleta e tossica economia del fossile. 
Cavalcando con furiosa e cinica mistificazione il disagio sociale, coloro che vogliono abbattere l'onda verde in arrivo, ovvero i grandi petrolieri e le società finanziarie che li sostengono, scendono in piazza contro il governo francese e la Ue.
Ovviamente senza bandiera. Nascondendosi dietro la mancanza di bandiere, i petrolieri issano la loro: una bandiera invisibile e per questo pericolosa.

E' bene dedicargli dei pensieri e seguire con vigile attenzione questa "moda" della mancanza di bandiere nel nome di una presupposta unità di intenti di liberi cittadini, quando questa "unità di intenti" è poco identificabile, non è cioè riconducibile ad un progetto o una battaglia  riconoscibile, quando è mera rappresentazione di malumore, quando può essere cavalcata da chiunque, quando è, appunto, presupposta.
Stiamo assistendo ad una inedita stagione di manifestazioni proposte, lanciate e gestite da donne (anche quelle francesi sono iniziate così, con raduni di "innocue casalinghe" in Provenza e in Camarga) che dichiarano di non essere nè di destra nè di sinistra e che da sole portano in piazza migliaia di persone più o meno imbufalite. Ne riconosco l'intenzione di partenza, cioè quella di sottrarsi alla strumentalizzazione dei partiti, i cui errori hanno provocato questa ondata di antipolitica; ma credo che si stia trasformando in una new entry nelle mode di massa della società mediatica, dove vengono mescolati input diversi che i big data segnalano come propulsori del consenso.. 
Non mi fido, in questo momento, di chi non "osa" esibire la propria bandiera di appartenenza (che non è solo la bandiera di un partito/sindacato). Non è più il momento della rabbia (che unisce), è il momento della proposta (che divide), lo scrivo qui da almeno quattro anni. 
Non è il momento dell'unità "contro" ma dei distinguo "per".  
Credo che questo sia il momento di stare sotto una bandiera. Ognuno la sua. 
Per fare chiarezza.
I francesi stanno percorrendo una strada che noi abbiamo già percorso. 
Almeno in questo noi stiamo più avanti. Spero.
 

P.S
Poichè ho citato le idee del prof. Watzlawick, aggiungo qui di seguito l'elogio funebre del prof. Umberto Galimberti, uscito sul quotidiano la repubblica, nella primavera del 2007, per commemorare la sua definitiva dipartita.

Watzlawick, se le idee si ammalano

di Umberto Galimberti -(Dal quotidiano "La Repubblica" pubblicato il 4 aprile 2007)

Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California
all'eta' di 85 anni, e' lo psicologo che meglio di tutti e' riuscito a
coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a
sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perche'
ad "ammalarsi" non e' solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che,
quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola
infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli
pubblico' nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, e' stato il libro
che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.
Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito
all'Universita' di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L'anno
successivo prese a frequentare l'Istituto di psicologia analitica di Zurigo
dove nel 1954 consegui' il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 tenne la
cattedra di psicoterapia presso l'Universita' di El Salvador e dal 1960 si
trasferi' al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavoro' con Don D.
Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo
studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del
cambiamento, del costruttivismo radicale e della terapia breve fondata sulla
modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra "immagine" del
mondo, spesso dissonante con la "realta'" del mondo.
Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in
primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme
psicopatologiche non originano nell'individuo isolato, ma nel tipo di
interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che
e' possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e
dimostrare che e' la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.
A un individuo puo' capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini
contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick
chiama "paradossale". Se la persona non riesce a svincolarsi da questo
doppio messaggio la sua risposta sara' un comportamento interattivo
patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare "follia". Questa
analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana, non si
limita a un'interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre
procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire
nelle interazioni e di modificarle. "Paradossalmente" e' proprio con
l'iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonche' con la
"prescrizione del sintomo" e altri procedimenti di questo tipo che il
terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche
apparentemente inespugnabili.
Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come
"guarigione", ma come "cambiamento" a cui ha dedicato Il linguaggio del
cambiamento, Il codino del Barone di Muenchhausen e, con Giorgio Nardone,
L'arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realta',
una delle quali e' supposta oggettiva ed esterna, e un'altra che e' il
risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare
queste due realta' ed e' questa sintesi che determina convinzioni,
pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della
razionalita' e' controllato dall'emisfero cerebrale sinistro che ci consente
di interpretare la realta' oggettiva in termini razionali secondo una logica
metodologica. Ma questa e' spesso in conflitto con l'attivita' dell'emisfero
destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche
e assurde.
Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull'emisfero destro
perche' in esso l'immagine del mondo e' concepita ed espressa, e, mutandone
la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali,
prescrizioni, si determina il cambiamento dell'immagine del mondo che e'
alla base della sofferenza psichica.
La rivoluzione non e' da poco, perche' smentisce la persuasione comune
secondo cui, a partire dalla nascita, la realta' non puo' che essere
"scoperta". No, dice Watzlawick ne La realta' inventata. Il costruttivismo,
che e' alla base della sua concezione sostiene che cio' che noi chiamiamo
realta' e' un'interpretazione personale, un modo particolare di osservare e
spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e
l'esperienza. La realta' non verrebbe quindi "scoperta", ma "inventata".
Da queste invenzioni nascono "stili di vita" che rendono ciechi non solo gli
individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi
sociali e politici) nei confronti di possibilita' alternative. Con molti
esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova
formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove "realta'".
E cosi' la psicologia incomincia a respirare.
Oggi a raccogliere questo respiro e' la consulenza filosofica che spero
annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia,
approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia,
sono spesso la causa delle sofferenze dell'anima.

[Paul Watzlawick (Villach, Austria, 25 luglio 1921 - Palo Alto, Stati Uniti,
31 marzo 2007), psicologo, sociologo, docente di psichiatria, studioso della
comunicazione umana e quindi filosofo autentico; dal 1960 ha lavorato presso
il Mental Research Institute di Palo Alto in California; e' stato docente di
psichiatria alla Stanford University; fondamentale il suo lavoro sulla
comunicazione umana; e' stato uno dei principali rappresentanti della scuola
di Palo Alto.  Dopo aver studiato a Venezia (lingue moderne e filosofia) e a Zurigo
(all'istituto Cari Gustav Jung), emigro' nel 1960 negli Stati Uniti, dove
insegno' al Mental Research Institute di Palo Alto e al dipartimento di
psichiatria e scienza comportamentale dell'Universita' di Stanford. Per i
suoi studi cognitivi Watzlawick e' considerato il maggiore esponente della
Scuola di Palo Alto, una delle prime a rinnovare il linguaggio della teoria
della comunicazione e della psicoterapia. 'L'uomo e' infelice perche' non sa
di essere felice' scriveva Watzlawick in uno dei suoi libri piu' letti, Di
bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, del 1986. Tra le
sue 18 opere, tradotte in 85 lingue, spiccano La realta' della realta'.
Confusione, disinformazione e comunicazione (1976), Istruzioni per rendersi
infelici (1997), L'arte del cambiamento (1990) e soprattutto Pragmatica
della comunicazione umana, del 1967. In quest'ultimo libro enuncia i cinque
assiomi della comunicazione. Alla base della sua teoria, la tesi
dell'impossibilita' di non comunicare". Tra le opere di Paul Watzlawick
disponibili in italiano: (con Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson),
Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle
patologie e dei paradossi, Astrolabio Ubaldini, Roma 1971; (con John H
Weakland, Richard Fisch), Change: la formazione e la soluzione dei problemi,
Astrolabio Ubaldini, Roma 1974; La realta' della realta'. Confusione,
disinformazione, comunicazione, Astrolabio Ubaldini, Roma 1976; (con John H.
Weakland), La prospettiva relazionale. I contributi del Mental research
institute di Palo Alto dal 1965 al 1974, Astrolabio Ubaldini, Roma 1978; Il
linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica,
Feltrinelli, Milano 1980, 2004; Di bene in peggio. Istruzioni per un
successo catastrofico, Feltrinelli, Milano 1987, 2003; (a cura di), La
realta' inventata. Contributi al costruttivismo, Feltrinelli, Milano 1988;
America, istruzioni per l'uso, Feltrinelli, Milano 1989, 2002; Il codino del
Barone di Muenchhausen. Ovvero: psicoterapia e realta', Feltrinelli, Milano
1989, 1991; Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 1990,
1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. Manuale di terapia
strategica e ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Firenze 1990; (con
Giorgio Nardone), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. La soluzione dei
problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi, Ponte alle
Grazie, Firenze 1999; (con Camillo Loriedo, Giorgio Nardone, Jeffrey K.
Zeig), Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, Milano
2002; Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie, Firenze 2007.
Gregory Bateson e' nato nel 1904 a Grantchester, Cambridge, in Inghilterra,
figlio di un eminente scienziato; compie studi naturalistici ed
antropologici, di logica, cibernetica e psichiatria; un matrimonio con la
grande antropologa Margaret Mead; Bateson ha dato contributi fondamentali in
vari campi del sapere ed e' uno dei pensatori piu' influenti del Novecento;
e' scomparso nel 1980 a San Francisco, in California. Opere di Gregory
Bateson: Naven, Einaudi, Torino 1988; Verso un'ecologia della mente,
Adelphi, Milano 1976, 1990; Mente e natura, Adelphi, Milano 1984, 1995; Una
sacra unita', Adelphi, Milano 1997; (in collaborazione con la figlia Mary
Catherine Bateson), Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, 1993. Si
vedano anche i materiali del seminario animato da Bateson, "Questo e' un
gioco", Raffaello Cortina Editore, Milano 1996. Opere su Gregory Bateson:
per un avvio cfr. AA. VV. (a cura di Marco Deriu), Gregory Bateson, Bruno
Mondadori, Milano 2000; Sergio Manghi (a cura di), Attraverso Bateson,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1998. Cfr. anche Rosalba Conserva, La
stupidita' non e' necessaria, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1996,
1997, particolarmente sulle implicazioni educative e la valorizzazione in
ambito pedagogico della riflessione e dell'opera di Bateson. Una
bibliografia fondamentale e' alle pp. 465-521 di Una sacra unita', citato
sopra. Indicazioni utili (tra cui alcuni siti web, ed una essenziale
bibliografia critica in italiano) sono anche nel servizio con vari materiali
alle pp. 5-15 della rivista pedagogica "Ecole", n. 57, febbraio 1998. Tra i
frutti e gli sviluppi del lavoro di Bateson c'e' anche la "scuola di Palo
Alto" di psicoterapia relazionale: di cui cfr. il classico libro di Paul
Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della
comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971; e su cui cfr. Edmond
Marc, Dominique Picard, La scuola di Palo Alto, Red Edizioni, Como 1996]