venerdì 9 settembre 2011

Splendido quanto purtroppo inutile discorso di Barack Obama sull'economia. Una riflessione sulle conseguenze immediate della sua proposta

di Sergio Di Cori Modigliani

Con un guizzo pragmatico e schietto davvero raro, la segretaria del Fondo Monetario Internazionale, Christiane Lagarde ha chiaramente spiegato ieri, 8 settembre 2011, come “se non vengono risolti i nodi dell’economia, oggi, domani la politica potrà davvero fare ben poco, per non dire nulla”.
Una frase sensata. “Da brava massaia” avrebbe potuto commentare Silvio Berlusconi (nei suoi momenti migliori). Ineccepibile, indiscutibile. Quasi banale, nella sua ovvietà.
Il punto è proprio questo,  e il discorso di Barack Obama, ieri notte, rivolto a tutta l’America a camere congiunte, l’ha chiarito in tutta la sua attuale tragica realtà:
Il punto centrale –da cui la metafora della macchina con il carburatore rotto che non si rimetterà mai in moto di nuovo- consiste proprio nel fatto che l’economia, oggi, non può essere risolta perché la politica è svanita. E senza politica non vi è risoluzione economica.
Perché se l’economia non viene gestita da una dirigenza politica competente e da un’idea politica efficace che sintetizzi le esigenze collettive di tutti i soggetti che compongono la collettività, l’economia diventa semplicemente l’esercizio brutale della legge del più forte, corrispondente –in termini banali e schietti- ad un ritorno al primevo stato di natura dal quale pensavamo di esserci evoluti qualche decina di anni fa, qualche centinaio di anni fa, qualche migliaio di anni fa.
La durissima (peraltro silenziosa e sotterranea) battaglia politica per la conquista dell’economia produttiva in tutta la Terra, lanciata verso la metà degli anni’70 in tutto il pianeta, da un gruppo di “politici planetari d’accordo tra di loro” che potremmo definire , usando i termini del 1975: di estrema destra liberticida e autoritaria; usando i termini del 1990: di neo-liberisti allo sbaraglio; usando i termini del 2000: di tecnocrati finanzieri accorpati; e che, con i termini di oggi 2011, possiamo con realismo definire: di criminali suicidi…quella battaglia “politica” lanciata, allora, per l’appunto, si è conclusa con la loro vittoria.
Sperando che sia momentanea.
L’obiettivo, infatti, consisteva nell’assassinio sistematico della “politica”, ciascuno a seconda della propria cultura e/o etnia. Ce n’è per tutti i gusti:  gli italiani con la P2, il cattocomunismo corrotto e loro derivati; i cinesi con il loro retrogrado autoritarismo dittatoriale; i tedeschi con la loro efficiente mentalità da ragionieri tecnocrati uber alles; gli statunitensi con la loro imbattibile creatività marketing criminale; i russi con l’applicazione di un modello misto che definirei una vera e propria Stalinafia, splendido connubio tra burocrazia oligarchica privilegiata e criminalità organizzata e asservita. Tutti insieme hanno sempre avuto un unico obiettivo dichiarato: “come organizzare e gestire il consenso di una massa di persone da masochizzare al punto tale da spingerli a lavorare indefessamente per abbrutirsi arricchendo l’oligarchia planetaria senza opporre alcuna opposizione tale da fermare il meccanismo”.

Hanno ottenuto, in tutto il mondo, ciò che volevano: il totale e assoluto dominio sulla Grande Macchina Planetaria per portarla dove volevano. Bravi. Complimenti.
Solo che c’è un aspetto da tutti loro sottovalutato, il più elementare e ovvio. Un aspetto noto a mistici, esoterici, artisti, studiosi, scrittori, visionari, competenti esperti in diversi campi dell’applicazione intellettuale del sapere: stanno al posto di guida, la macchina è tutta loro, in pista non c’è neppure un concorrente, la strada è spianata, il serbatoio è pieno di benzina, il navigatore satellitare funziona a meraviglia, la rotta è certa, ma…..ma….la Grande Macchina Planetaria è rotta, quindi non può muoversi neppure di un millimetro. Sono alla guida dell’ultimo modello di Rolls Royce, totalmente equipaggiata al più alto livello tecnologico mai pensato, ma un qualunque spensierato contadino squattrinato che va in bicicletta, li supera. Se non altro si muove. Quantomeno, va avanti.
E siccome uno dei punti fondamentali del loro diabolico piano consisteva nella eliminazione sistematica (fisica o psicologica che fosse) di tutti i meccanici, non sanno come fare. Non se ne sono neppure accorti.
Ad esclusione, si intende, dei più accorti ed intelligenti e responsabili, oggi pentiti, super pentitissimi, così come sono pentiti, super pentiti, oggi,  (in Italia) alcuni personaggi che negli anni ’70, a sinistra, giocavano con le brigate rosse per approfittarne traendone un vantaggio lucrativo e quelli che negli anni’80, a destra, giocavano con le logge corrotte e deviate della massoneria per trarne un vantaggio lucrativo. Personale, di posizione, di status, di profitto personale, familiare, dinastico. Bravissimi. Un applauso a tutti.
Tutta questa premessa per riferire al pubblico dei miei lettori –in maniera tragicamente sintetica- il commovente, ammirevole, -spero non troppo tardivo- commento collettivo dell’intera stampa americana al discorso di Barack Obama sul piano economico per il superamento della cosiddetta crisi, sinistra e destra e centro, all’unisono.
“Splendida retorica; ottimo piano pragmatico, davvero bello, peccato che non sia possibile applicarlo” (tutti d’accordo).
Perché? Vi chiederete.
Perché non funziona? No.
Qui sta la follia cieca e masochista dei guidatori della macchina rotta: “perché funzionerebbe”. (Washington Post, Los Angeles Times, Chicago Tribune, NBC, ABC) “perché Obama sta proponendo un compromesso politico tra le parti sociali e la classe politica, il gruppo del tea party non vuole nessun compromesso, anzi: vogliono che il sistema imploda per poi ereditare la leadership di gestione di un meccanismo sfasciato” (Bloomberg Channel, Breeberk Institute, Rank Organization, CNN, e l’ottima puntuale analisi e corrispondenza dagli Usa di Maurizio Molinari sia su la Stampa che su Rainews24).
Ed ecco il punto dolente.
Il gruppo del cosiddetto “tea party” gestito da grandi, immense banche indebitate, corporazioni oligarchiche, presidenti di multinazionali, gestori dell’alta tecnologia, proprietari di solidi media networks (Rupert Murdoch e sua moglie in testa) tutti insieme, hanno preso il controllo del Partito Repubblicano Usa applicando una logica sovietica di totale esclusione della politica dall’economia: nessun compromesso, mai, a nessun prezzo. Tant’è vero che hanno compiuto un atto che in America ha davvero sconvolto le menti delle persone: per la prima volta nella storia di questa grande nazione democratica la maggioranza dei deputati e senatori dell’opposizione non si è presentata in Parlamento, per dimostrare al mondo intero che le decisioni non vengono più prese dalla politica, dai governi centrali, dalle persone regolarmente elette, bensì da chi gestisce la finanza, sia quella dichiarata che quella occulta.
Emblematica la reazione del deputato Rick Perry, governatore dello Stato del Texas, leader dell’opposizione repubblicana, considerato (tanto per capirsi) una specie di Umberto Bossi statunitense, l’uomo che i sondaggi danno vincente alle prossime elezioni: “Perché mai ascoltare ciò che il presidente deve dire? Non è lui a decidere. Noi sappiamo ciò che la gente vuole. La gente non vuole più tasse, la gente non vuole pagare i debiti di ceti parassitari, la gente non vuole che il debito pubblico aumenti, la gente vuole che lo stato non entri nella vita degli individui. Che il presidente parli pure, tanto noi decidiamo e decideremo nel mercato”. (dichiarazione rilasciata con enfasi su tutti i canali mediatici del gruppo Fox entertainment e sui telegiornali di 256 canali del gruppo Sky, escluse Italia, Francia, Spagna, Portogallo).
Rick Perry è considerato un mago dell’economia dai repubblicani.
“ha risolto i problemi del Texas” sostengono quelli dei tea party.
E’ vero. Ecco come ha fatto:
Lo stato del Texas ha portato il proprio bilancio in pareggio.
Ha cancellato i sussidi di disoccupazione. Ha cancellato i beneficii degli ammortizzatori  sociali. Ha tagliato del 46% le tasse alle compagnie produttrici di petrolio in Texas. Ha tagliato del 72% le tasse a tutte le banche del Texas. Ha tagliato le tasse del 54% a tutte le aziende che investono in finanza creativa e dimostrano di produrre profitti economici. Hanno abolito le sovvenzioni statali alla cultura e all’istruzione. Ha abolito la gestione della sanità pubblica vendendo il 76% degli ospedali a privati. Di conseguenza, la disoccupazione è aumentata (ci sono stati 3 milioni di persone licenziate ridotte sul lastrico) del 456% rispetto al biennio precedente con conseguente emigrazione di massa dei ceti medi e più evoluti. Il Texas si sta spopolando, dopo aver prodotto la più massiccia ondata di emigrazione interna mai registrata nella storia Usa dal 1932. Sono scappati tutti via. “Meglio così” ha scritto su “Dallas Times” il deputato Rick Perry “Il Texas non sa che farsene di emigrati clandestini, di gente svogliata, di disoccupati che vogliono i sussidi, e di persone che pretendono dal governatore che risolva i problemi individuali che la mancanza di forza e volontà e applicazione impedisce loro di risolvere. Qui si crea ricchezza inventando il mercato. Chi non è in grado di inventarlo da solo, se ne può andare. Il Texas è dei texani. Ciò che conta è il territorio, non lo Stato che succhia soldi dai privati in cambio di nulla”.
Belle le proposte di Obama, non c’è che dire, forse addirittura salvifiche.
Enorme, davvero tragico, l’imbarazzo dei moderati all’interno del partito repubblicano che si sono messi a disposizione del presidente per parlare e confrontarsi con i democratici, chiarendo però “che non disponiamo del controllo politico del partito, in questo momento nelle mani dei gruppi del tea party” (Christine Todd Whitman, già governatrice dello Stato del New Jersey, rappresentante all’interno dei repubblicani dell’ala che vuole un compromesso politico).
Il senatore Arlen Specter, uno dei pilastri del partito repubblicano americano, qualche mese fa ha lasciato il partito “non passerò mai alla Storia come un assassino dell’America, sono pur sempre figlio di Lincoln, di Thomas Jefferson e di chi ha fatto grande questo paese” e vaga per il Senato cercando di convincere i colleghi a ragionare. Con poco esito.
Quindi, Obama non ha interlocutori. Questa è la realtà, nuda e cruda. E’ tragicamente assistito da colleghi di sponda opposta, sul versante repubblicano, che stanno facendo tutto il possibile per far ragionare i membri dei tea party. Ma in Usa non c’è ottimismo.

Non è possibile sapere oggi come si evolverà la situazione.
Non si può che registrare, e riferire ai lettori, la realistica tristezza delle cose come stanno.
E’ irrealistico pensare e sperare che la “locomotiva America” dia la spinta a una ripresa economica. Non sarà così. L’oligarchia tecnocrate seduta al posto di guida ha deciso di spingere giù a calci la gente per avere più posto dentro la macchina ferma. Tradotto vuol dire che aumenteranno i trucchi della finanza creativa, aumenteranno le cifre false sui conti di aziende che aumenteranno la bolla speculativa e se l’Europa non si trincera su posizioni di unità e forza non riusciremo a reggere l’impatto. Purtroppo sia la Merkel che la Corte Costituzionale tedesca si sono espressi contro gli eurobond e contro una “politica fiscale unica e collettiva”
C’è un’unica soluzione, e va da sé, non può che essere politica.
E’ necessario riportare tutta la problematica dell’economia sotto il controllo di una dirigenza politica. Non esistono altre scelte. Chi appartiene a circoli politici che contano dovrebbe capirlo e agire di conseguenza con immediata celerità.
Nel frattempo conviene pensare all’idea di andare in bicicletta.
Mentre Roosevelt, Kennedy, Lincoln, Jefferson e Washington si rivoltano nella tomba.

1 commento:

  1. davide bortoletto9 novembre 2012 15:08

    benetazzo mi aveva descritto il tea party come una specie di leghisti doltremare

    mi Sa tanto che si é sbagliato...

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