sabato 2 luglio 2011

La vera storia sugli esordi di Steven Spielberg

di Sergio Di Cori Modigliani

Parlare dei suoi successi è fin troppo facile e la lista di film che hanno battuto ogni record di incassi è davvero lunga.
Tuttora mantiene saldo il primo posto assoluto nella lista degli artisti (il secondo è Pablo Picasso) che hanno prodotto "il più alto numero di profitti economici registrato nella Storia", intorno ai 3 miliardi dollari. Picasso, si mantiene intorno a un modesto 2,6 miliardi.

Chi non conosce Spielberg è probabile che possa essersi stupito quando, circa sei mesi fa, nel corso di una intervista a una televisione francese dichiarò -rispondendo alla domanda del giornalista che gli chiedeva quale fosse il suo film al quale lui era più legato in assoluto- che "è fin troppo ovvio, è l'unico ad essere autobiografico: si tratta di "Prendimi se puoi".
Il film, protagonisti Leonardo Di Caprio e Tom Hanks, coadiuvati da un eccezionale Christopher Walken è stato prodotto, diretto, scritto (prima  e unica volta) distribuito dallo stesso Spielberg. E' uscito nel 2003.
I francesi, i quali peccano sempre di eccesso di intellettualismo, l'hanno preso come un atto di snobismo prodotto da uno che se lo può permettere.
Grave errore.

Perchè la storia vera della vita di Spielberg rivela, invece, la sensazionale chiave della personalità dell'autore, che è anche il simbolo di una certa America, rappresenta l'autentica incarnazione dello spirito americano del "Real Absolut Dream" e ci fa comprendere alcune ragioni esistenziali dietro l'inossidabile successo della industrria cinematografica di Hollywood.

Ecco la sua vera storia.

Un bambino tranquillo.
Nasce e cresce nella San Ferdinando Valley, nella zona degli emigranti ebrei poveri che là avevano emigrato negli anni'40 fuggendo dal nazismo in Europa. I suoi genitori sono ebrei tedeschi diventati americani.
Steven non è precoce e non va neppure tanto bene a scuola.
Vivacchia e sogna. Ama i cartoni animati e a dieci anni scrive in un tema che da grande farà l'astronauta e andrà sulla Luna guidando una bicicletta. Ma quell'estate, suo padre fugge via con la giovane baby sitter e abbandona la famiglia.
Steven diventa un bambino rabbioso, incontenibile, caratteriale.
Ha un'unica passione: il cinema.
Scappa spesso da casa sua e lo trovano in cinema della periferia dove è andato a vedere film giapponesi, francesi, italiani, europei. Almeno dieci volte rincasa accompagnato dalla polizia che lo pesca in qualche saletta d'essai, alcune volte con l'aggravante di aver rubato alcune riviste e due volte per aver taccheggiato un anonimo spettatore.
A malapena riesce ad ottenere il diploma (bocciato due volte) e a diciannove anni inizia la sua attività di truffatore e contrabbandiere di carte di credito false. Ha spesso problemi con la Legge, evita il riformatorio per un colpo di fortuna, finchè non si fa convincere da un poliziotto, Rupert Hodges, a cambiare strada. Il poliziotto, che intuisce il suo talento, è dotato di un enorme senso paterno -è padre di ben sette figli- e si presenta al giudice distrettuale della contea di Los Angeles proponendosi come suo "tutor", una specie di controllore sociale. Lo spinge a iscriversi a UCLA dove si laurea in "sceneggiatura scritta professionale".
Vuole fare del cinema.
Ma non conosce nessuno, non ha soldi ed è sempre piuttosto inguaiato perchè ama l'inganno, l'imbroglio.
Classica incorporazione di chi, emotivamente, è stato imbrogliato dal padre.
Fa domanda di assunzione (siamo ai primi anni'60) in sedici case di produzione e viene chiamato per un colloquio in sette aziende. Sei lo bocciano. Una lo prende.
E' la Universal Pictures, la più grande produzione cinematografica mondiale.
Firma il contratto per un anno.
Deve leggere copioni, farne una sinossi, scrivere un commento e dare la sua opinione: perchè si dovrebbe o non si dovrebbe fare quel film. Tutto qui. Lo pagano all'incirca il corrispondente di oggi di circa 1500 euro al mese. Ma lui, morde il freno.
Un giorno, circa sei mesi dopo l'inizio della sua attività, andando in ufficio, sbaglia ascensore.
Entra dentro l'abitacolo insieme a uno dei grandi executives, che lavorano all'ottavo piano.
C'è soltanto un ascensore che arriva a quel piano e per potersi fermare a quel piano, bisogna inserire una chiavetta sistemata sotto i pulsanti che indicano i piani.
L'executive pensa che Spielberg sia uno di loro e insieme raggiungono l'ottavo piano.
E' la prima volta che entra in un ufficio che conta.
Passa per il corridoio, dà un'occhiata in giro e poi vede che alcuni operai stanno smontando i mobili di un piccolo ufficio grattando via un cognome dalla porta. Arriva una segretaria. Quando vede Spielberg gli fa:
"Ma come? Già qui? Lei è quello nuovo?"
"Sì, sono io" risponde Spielberg.
"Benissimo. Le faccio scrivere il nome. Come si chiama?"
"Federick Fellin" dice lui.
E così, tre ore dopo, sulla porta di quell'ufficio compare la scritta "Federick Fellin: General Manager Oversesas Territories".
Si fa consegnare la chiavetta dell'ascensore.
E così, ogni giorno, Spielberg va nel suo ufficio.
Lo riempie di carte, archivi. Nessuno gli rivolge la parola, nessuno lo chiama mai. (nell'intero palazzo lavorano circa 250 funzionari). Nessuno gli dice niente, anche perchè lui non chiede mai niente, non parla con nessuno, se non con la segretaria che ormai lo considera uno dei suoi capi. L'unica cosa che chiede e ottiene è una carta di credito dell'azienda per le spese, con la quale si mantiene. E intanto studia cinema.
Dopo due mesi la segretaria bussa alla sua porta
"Mr. Fellin, alle ore 14 riunione dal direttore generale nel salone del piano nove, vogliono tutti quanti".
Lui ci va.
E va anche alla riunione dopo e a quella dopo e a quella dopo.
Se ne fa diciassette in un anno.
E intanto colleziona informazioni. I colleghi cominciano ad apprezzare il suo punto di vista e notano la sua grande conoscenza del cinema europeo e di come penetrare quei mercati.
Finchè dopo diciotto mesi, finalmente arriva il gran giorno.
"Mr. Fellin" annuncia la segretaria "alle 13 al decimo piano. Il Gran Capo la vuole vedere".

Spielberg ci va tutto contento. E' la sua grande occasione.
Arriva puntualissimo.
Due segretarie lo accompagnano ed entra nell'ufficio del più potente uomo di cinema mai esistito: Lew Wassermann, detto "The Duke" (il Duca, così chiamato sia per il suo strapotere che per il suo impagabile aplomb). Di fronte a lui siede un altro uomo che Spielberg non ha mai visto prima.
Lo fanno accomodare, si scambiano i convenevoli di rito. Il Duca gli fa i complimenti per il suo lavoro e a un certo punto esclama:
"Adesso, ascolti con attenzione, Mr. Fellin, anzi..Mr.Spielberg. Questa persona è l'agente speciale dell'FBI Martin Holwegger, sezione truffe e raggiri. Sappiamo tutto della sua vita".
Silenzio.
Spielberg rimane impietrito.
Inizia la discussione.
Il Duca, e l'agente di polizia, gli spiegano che finirà in galera per dieci anni.
Spielberg non dice nulla.
Ma il Duca (altrimenti non sarebbe stato se stesso) annusa che quel giovane uomo ha della stoffa. In fondo, è un uomo pericoloso, sa molti segreti aziendali, sa cosucce che potrebbe andare a rivendere ai concorrenti della Metro, della Columbia, della Warner Bros.
"Mi hanno parlato della sua grande intelligenza e abilità" gli dice e poi "lei che cosa vuole fare nella vita?"
"Il regista".
"E allora vediamo"

Il Duca gli fa una proposta.
"Ho quattromila metri di pellicola avanzata, da buttare via. E' in bianco e nero. Ho un poveraccio allo stremo, ridotto male, un attore fallito che non costa nulla, è il marito della cameriera di mia moglie. Ma è un ottimo attore. Ho un camion degli attrezzi con un pieno di benzina e una vecchia automobile nel mio garage che non uso mai. Io posso essere disposto a darle un'unica cinepresa a 35 mm, senza neanche le luci, e il materiale che le ho appena elencato. Dovrà quindi usare la luce naturale e alla fotografia ci pensa lei. Le dò venti giorni di tempo. Se il 28 febbraio lei mi porta qui un materiale girato che io considero al minimo della sufficienza, della durata non inferiore ai 75 minuti, lei verrà perdonato, io ritiro la denuncia e magari le troviamo un posto da qualche parte in questa grande azienda. Altrimenti va in galera".
"Accetto". dice Spielberg
Il 28 febbraio arriva con il materiale girato e lo consegna.
Il Duca lo prende, chiama un impiegato e lo consegna.
Arriva l'agente dell'FBI che porta via Spielberg in una stanzetta dove viene ammanettato a una sedia.
Rimane lì per sei ore.
Alle cinque del pomeriggio arriva il Duca.
"Ho parlato con la CBS. Hanno un buco domenica alle 16.30 perchè è stata annullata per maltempo una diretta di hockey su ghiaccio da Montreal. Me l'hanno pagata bene, quindi, per il momento lei non va in galera". Si rivolge all'agente e gli dice "Ritiriamo formalmente la denuncia, tutti gli addebiti, e paghiamo noi le spese".

La domenica notte, verso le nove, è lo stesso Duca che chiama a casa Spielberg.
"Mi ha telefonato il critico cinematografico del New York Times: domani fa una pagina sul tuo filmetto. A Manhattan sono tutti impazziti per questa tua cagata. Sei assunto. Lunedì vieni da me e portami una relazione su come fare un film che mi faccia guadagnare almeno 100 milioni di dollari".
"La cagata" si chiamava "Duel", il film meno costoso della storia del cinema. Non è costato nulla.

Il lunedì dopo Spielberg si presentò con un progetto di 45 pagine sul "concetto di paura negli esseri umani".
Venne letto e discusso per sei giorni.
Alla fine gli chiesero: "Che cosa ne caviamo fuori?"
"Conosco un tipo che lavora a teatro, è bravissimo e fa arrapare le donne, quindi piacerà al pubblico femminile. Non costa nulla perchè è disoccupato. Si chiama Richard Dreyfuss. E' un mio amico. Ci mettiamo tante belle ragazze in bikini così lei è contento. Facciamo il riadattamento de "Il vecchio e il mare" di Hemnigway, ma non lo diciamo a nessuno. Facciamo un film sulla paura e sulla voglia di mangiare. Ma lo voglio fare minimalista, quasi claustrofobico. Lo chiamerei, per l'appunto: Mandibole"
"Il titolo è orrendo" dice il Duca
"Appunto. E' la paura ad essere orrenda".
Gli diede ragione.
E così fanno "Jaws" il suo primo film a pieno budget (in inglese vuol dire "mandibole").
In Italia l'hanno tradotto con il nome "Lo squalo".
Ha fatto guadagnare alla Universal il corrispondente di oggi di circa 250 milioni di euro netti.

ha cominciato così, Steven Spielberg

3 commenti:

  1. beh, certo che fare un post così, divertente, interessante ed eccezionale e non vedere neanche una spunta dev'essere stato deprimente.

    La mia stima per te aumenta caro Sergio

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  2. Come la trama di un film..
    affascinante!

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