giovedì 15 dicembre 2011

"Essere vincenti o perdenti?". La copertina di Time e il medioevo italiano.


di Sergio Di Cori Modigliani

·         L’economista è l’ideologo del capitalista”.
·                                                                    Karl Marx. Manoscritti economico-filosofici 1844
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“Essere vincenti o perdenti?”.
Una domanda questa, la cui risposta appartiene, di rigore, alla Politica della Cultura.
E’ compito della Cultura fornire un’adeguata e argomentata disamina della questione.
Nel post di ieri, commentando la catastrofe della manovra Monti, sottolineavo la fortissima –a mio avviso ineludibile- esigenza dell’Italia, sia come nazione che come popolo, nel ritrovare il primato della Cultura della Politica, tragicamente dismessa, in via sempre più definitiva, negli ultimi trent’anni di altalena da uno sfacelo all’altro, da uno sfascio gestito dalla destra a uno sfascio gestito dalla sinistra.
Ma una Cultura della Politica può nascere soltanto da suggestioni, suggerimenti  e ispirazioni che provengono dalla Politica della Cultura. Spetta, infatti, agli intellettuali, agli artisti, ai liberi pensatori, fornire elementi utili al dibattito: in ultima analisi, idee formative che poi, in seconda battuta, il Politico raccoglie, elabora e trasforma in azioni concrete, programmi, risposte collettive al servizio della comunità sociale.
In questo senso, va detto subito, quanto sia importante incorporare un sano concetto dell’Essere Vincente, vero e proprio motore propulsivo della Specie Umana.
Negli ultimi vent’anni, con la presa del potere da parte delle agenzie di pubblicità che hanno soppiantato gli uffici studi dei singoli partiti politici, l’idea dell’ “essere vincenti” è sempre stata equiparata a un modello che veniva identificato in un meccanismo mentale proposto dalla pubblicità, soprattutto quella televisiva. In Italia si è affermata l’idea di massa tale per cui il vincente era il maschio corrotto, legato a clientele politiche, furbo furbetto, in grado di percorrere facili scorciatoie per lo più illegali. La femmina vincente era quella che riusciva a imporre se stessa, penetrando abilmente nei meandri del potere maschilista, diventando l’amante di qualche maschio economicamente solido, politicamente sostenuto, grazie e soprattutto alla propria avvenenza e disponibilità fisica. All’occorrenza, si poteva sempre rivolgersi all’industria sanitaria della chirurgia estetica, che oggi consente, grazie all’alta tecnologia, di operare autentiche trasformazioni estetiche, fino a qualche anno fa del tutto impensabili.
Le donne vincenti, quindi, erano (a destra) modelli come le ex attricette hard Daniela Santanchè, Alessandra Mussolini, ecc., ecc mentre (a sinistra) lo erano Bianca Berlinguer, Conchita de Gregorio, esempi di donna apparentemente diverse perché del tutto avulse dal contesto dell’esibizionismo narcisista erotico, ma totalmente inserite nel gioco dinastico della corruttela politica più deteriore. In entrambi i casi il modello, sia per il maschio che per la femmina, consisteva nel comunicare al cittadino una affermazione chiara e netta: non è il merito né la competenza tecnica a fare mercato, bensì l’abilità nel saper navigare in questo mondo. A destra si entra dentro al letto di un maschio che conta, necessariamente; a sinistra, si è accolte nei salotti partitici, presentate dal maschio padrino di turno. Cambia la forma, la sostanza rimane.
Per quanto riguardava i maschi, il modello ruotava intorno alla capacità di riuscire a conquistarsi la tanto agognata “visibilità”, variante del packaging pubblicitario, basato su un concetto elementare di base: “non conta chi sei né che cosa sai fare, bensì quanto sei in grado (e quanto a lungo) di mostrarti al pubblico e come vendi la tua immagine”. In ultima istanza, la dichiarata rinuncia al concetto di sostanza dinanzi a quello della forma.
L’apparenza è diventato il modello “vincente”.
Così, almeno, i moralisti hanno voluto vedere la questione, in maniera molto superficiale, peggiorando di molto la faccenda.
Perché la Politica non si  è dissolta in conseguenza della vittoria dell’apparenza sulla sostanza, bensì ne è stata conseguenza.
Il che è tutto un altro dire.
La rivoluzione a metà di Tangentopoli (le rivoluzioni a metà sono le peggiori e –com’è noto- a lungo termine anche le più sanguinose) ha provocato il crollo della Politica e dello Stato a favore della salvaguardia degli interessi corporativi delle lobby italiane, un copione fedelmente interpretato da Mario Monti e dai suoi colleghi di governo. Era anche ovvio.
In termini molto sintetici, e piuttosto rozzi, questa è stata la mannaia che ha ghigliottinato l’idea di una Cultura della Politica
L’avrebbe capito anche un bambino un po’ tocco.
Ma ci siamo cascati in tanti.
Un errore di valutazione nato da un fatto ansiogeno. Quando si ha un terribile bisogno di qualcosa che appartiene a un’esigenza primaria, ogni possibilità di soddisfare quel bisogno diventa una agognata soluzione. Mostrate a un assetato una bottiglia d’acqua fresca e lo avrete in pugno. E’ cosa nota come, nel deserto, la mancanza d’acqua produca con estrema facilità delle allucinazioni per carenza di ossigeno nel cervello, il cosiddetto miraggio.
Da questo punto di vista, Monti è stato il miraggio (cioè un’allucinazione collettiva, e quindi del tutto irrealistica).
I vent’anni di Berlusconi, delinquenza parlamentare e resa incondizionata alla mafia, avevano provocato una profonda e reale sete nel paese: voglia di bere dell’acqua che consentisse il salto da un medioevo alla modernità. Tappa fondamentale di tale processo consisteva nell’andare ad intaccare immediatamente il centro propulsivo delle lobby che producono corruzione.
E’stato un errore da principianti da parte di tutti (oltre al sottoscritto che conta poco o niente) dagli intelligenti e onesti editorialisti di Repubblica ai massoni libertari e democratici, da parlamentari battaglieri e onesti come l’on. Massimo Donadi e la sen. Emma Bonino a oppositori critici e guardinghi come Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Furio Colombo. Abbiamo imboccato tutti, dall’intelligentissimo e davvero meritevole Giuseppe De Rita all’economista Stefano Fassina, da egregi filosofi come Massimo Cacciari e Marramao a illustri liberi politologi come Angelo Panebianco o il linguista Tullio De Mauro.
Credo in buona fede (sono i trucchi dell’inconscio collettivo quando si vive troppo a lungo nella narcolessia generalizzata) abbiamo dimenticato di ricordarci che l’università Bocconi è sempre stata una delle più imponenti lobby conservatrici d’Italia, produttrice di idee retrive, anti-sociali, frutto di scuole economiche neo-liberiste digerite malamente, un luogo che da sempre ha sfornato e fornito la burocrazia servile necessaria alle dinastie medioevali economiche italiane per mantenere la plètora di clientes necessaria e sufficiente per sancire il predominio dell’economia finanziaria oligarchica sul ruolo della Politica.
Sarebbe stato un miracolo se Mario Monti avesse scelto di rappresentare il paese, i cittadini, l’anelito di novità e di modernità, soddisfacendo la gran sete di equità e di giustizia sociale da tutti richiesta.
Un lobbysta non andrà mai ad attaccare le lobby.
E’ lo stesso errore che hanno fatto i moderati libertari quando hanno pensato nel 2001 che Berlusconi avrebbe dispiegato forze nuove per l’economia italiana, essendo lui il più potente rappresentante delle forze vecchie legate al potere mafioso della corruttela. Non c’è mai stato un nemico maggiore della competitività, della libertà, delle liberalizzazioni, della modernità e del capitalismo funzionale come Berlusconi, che altro non era (ed è) che un capitano di ventura medioevale la cui unica ambizione consisteva nel garantirsi una signoria e un castello a salvaguardia degli interessi della propria dinastia, come nel 1400.
E’ lo stesso errore che hanno fatto i democratici di sinistra nel pensare che burocrati corrotti e collusi come Massimo D’Alema & co. avrebbero voluto e potuto –una volta al governo- spingere l’Italia verso la necessaria modernizzazione e liberalizzazione della società.
Monti, D’Alema, Berlusconi, Casini, sono tutti fratelli di una stessa famiglia: producono miraggi e allucinazioni collettive. Il loro fine è mantenere lo status quo medioevale.

Detto questo e preso atto della impietosa realtà italiana, è bene abbandonare ogni illusione e invece che correre appresso a chi ci sventola davanti una bottiglietta d’acqua, fare appello alla creatività personale, magari diventando rabdomanti, e cominciare a scavare in profondità nella sabbia del deserto culturale in cui ci hanno mandato per cercare l’acqua in profondità, chiedendo ad accorti artigiani che preparino dei contenitori per raccogliere l’acqua quando piove, andando ad ascoltare i beduini che ogni tanto passano per chiedere consigli e cominciare a costruire delle oasi funzionali.
Ormai siamo tutti nomadi nel deserto a caccia d’acqua.
Tutto ciò era una premessa per commentare il numero oggi in edicola della rivista Time che ogni anno, di questi giorni, pubblica un numero speciale dedicato alla “personalità dell’anno” identificando in quel simbolo umano la sintesi delle pulsioni collettive della società americana. Quella copertina è sempre stato un favoloso termometro. Basterebbe pensare che Martin Luther King o Malcolm X non riuscirono mai a conquistare la copertina. Erano, infatti, in netta minoranza e la società non era pronta. Gli americani capirono che finalmente i loro connazionali di pelle nera avevano raggiunto la legittima parità quando nel 1996 un afro-americano divenne la persona dell’anno: Tiger Woods, un campione di golf. In quell’occasione, il direttore del settimanale, davvero profetico, spiegò che era iniziato il conto alla rovescia e che probabilmente nel 2008 gli Usa si sarebbero potuti permettere il lusso di votare senza problemi per un nero come presidente. Scrisse allora: “la rivoluzione operata –senza saperlo ed è per questo che ha ancora più valore- dal golfista Tiger Woods ha modificato l’immaginario collettivo americano perché ha rotto l’inaccessibile portone degli esclusivi country club di golf, abbattendo così una lobby esclusiva. E lo ha fatto per merito e con competenza. Ha vinto la battaglia contro il razzismo a mazzate: è proprio il caso di dirlo. Potere dello sport. Adesso la parola passa a chi gestisce la Cultura della Politica, spetta a loro andare nei ghetti, nei college, negli uffici, a stanare, scoprire e valorizzare il Tiger Woods della politica americana…”.

La copertina di quest’anno è dedicata al “The protester” (colui che protesta e manifesta) in tutto il mondo. Sottotitolo “dalla primavera araba ad Atene, da Occupy wall street a Mosca”.
Nel lunghissimo reportage, l’occhio di apertura inizia così:
tutto è iniziato il 17 dicembre dell’anno scorso in Tunisia quando Mohamed Bouazizi, dandosi fuoco, diede il via “alle rivoluzioni” del Maghreb. Emblematica la frase della madre di Mohamed, Mannoubia:
 “Mio figlio si è dato fuoco per la dignità”.
Quella fu la scintilla. A Sidi Bouzid e a Tunisi, ad Alessandria e al Cairo, nelle città arabe e in altre città a oltre 6000 miglia dal golfo persiano, sulle coste dell’Atlantico; a Madrid e Atene, a Dublino e Santiago del Cile, a Londra e a Tel Aviv, in Messico, in India e in Argentina dove i cittadini si sono mobilitati contro il crimine e la corruzione; a New York e a Mosca e in decine di altre città americane e russe, spagnole, greche e cilene, il grido di rabbia contro i governi e i loro corifei è diventato inarrestabile e ha continuato a rafforzarsi: no alla corruzione, no ai privilegi. E’ con loro che dovremo fare i conti

L’articolo è esaustivo, lungo circa 40 pagine, con analisi ponderate per ogni continente, perché è un reportage globale. Vengono descritte perfino delle rivolte in Nuova Zelanda, di cui ignoravo la portata, nel continente australe. Diverse etnie, tantissime nazioni, popoli in ebollizione, la spiegazione delle diverse modalità di organizzazione della protesta e del dissenso. Tra le nazioni importanti ne manca soltanto una: l’Italia.
Neanche una parola.
Non sono stato l’unico a pormi la domanda. E in Usa è diventato argomento parte di elaborate e animate discussioni alla radio, alla tivvù. Sommandole tutte ne viene fuori l’immagine di un paese definito “l’Arabia Saudita della vecchia Europa” che deve ancora combattere per uscire dal medioevo.
Anche il resto d’Europa ci considera così.
Non posso dar loro torto.
Sta tutto nel concetto di “vincente”.
I grandi cambiamenti (quando la Politica prende in pugno la situazione) avvengono quando l’idea incorporata di “vincente” muta, si trasforma.
Avviene una trasmutazione, prima individuale, poi collettiva.
La nuova immagine Vincente nasce da un’idea diversa, che fonda un progetto nel quale cominciano a credere sempre più persone. Sono quelle idee che filtrano e finiscono per fornire alla mente delle immagini altre, nuove. L’individuo, il cittadino, non incorpora più, quindi, l’idea di essere vittima o “perdente”; è in grado, perciò, di dar battaglia. Spetta alla Politica e alla Cultura introdurre, gestire, veicolare e amministrare i nuovi e diversi simboli dell’idea incorporata dell’essere vincenti. Laddove il collante collettivo non è più individuale e narcisista perché “è un’idea ad essere vincente, un programma, un futuro possibile”.
La rabbia, il piagnisteo, il vittimismo appartengono a una idea perdente.
Ma “essere vincenti” appartiene alla genetica della specie umana.
Vince sul pianeta chi ce la fa.
Nel regno animale funziona così: il leone sa che vince se corre bene, così come la gazzella sa che vince e si salva se non si distrae e fiuta l’odore del leone inguattato tra le frasche dieci secondi prima delle altre sfortunate colleghe del branco, e comincia a correre da sola mentre le altre la guardano come se fosse una pazza, una strana. E così via dicendo.
Nella società civile funziona nello stesso modo.
300 anni fa, in Europa, essere vincenti voleva dire “nascere bene”: lì finiva la lotta.
Qualcuno ce la faceva, forse, ma erano davvero molto ma molto pochi.
Se non si nasceva in una famiglia aristocratica non c’erano possibilità né opportunità, si poteva aspirare al massimo di sopravvivere senza troppi guai.
Ma poi sono arrivate le idee nuove.
Prima Spinoza, poi Montesquieu, e infine Rosseau e Voltaire e Locke e infine Kant.
Quelle idee impiegarono un lungo tempo per sedimentarsi, ma ci fu chi ci credette, a dispetto dei tempi.
Finchè non cominciò a diffondersi l’idea che era più Vincente sentirsi affratellati in una società di eguali piuttosto che sentirsi vincenti per il fatto di avere avuto la fortuna di essere nati bene.
La fortuna e il merito sono oppositive, non sono compatibili.
La rivoluzione francese è stata e rimane la più grande rivoluzione degli ultimi 700 anni perché ha modificato l’idea del “vincente”. Ha abolito il concetto di fortuna genetica. Applicando il concetto in base al quale si nasce tutti eguali, si può fondare un progetto dove il proprio merito viene vissuto come vincente e quindi costruire una modalità esistenziale di conseguenza.
La grandezza impagabile della rivoluzione francese è consistita nel fatto che dopo il trionfo –inizialmente manifestatosi in una generale mattanza- niente più è stato come prima.
Il sistema italiano è ancora basato sulla fortuna, viviamo psico-intellettualmente come nel ‘600. Non è vincente scrivere un gran bel libro; è vincente essere amico del corrotto funzionario della casa editrice che mi farà pubblicare il mio libro anche se fa schifo. E così via dicendo.
Questo è il regalo che il ragionier Mario Monti ha fatto alla nazione.
Ha riconfermato, subito, le concessioni alle società mafiose per l’esercizio della gestione di circa 2 milioni di slot machines in Italia, aumentando addirittura il numero di esercizi presso i quali si potranno dal prossimo gennaio vendere dei nuovi gratta e vinci sempre più attraenti. Un economista a questo non ci bada. Un intellettuale sì.
Perché è il simbolo della volontà manifesta di volere che gli italiani incorporino il concetto che essere vincenti vuol dire essere “fortunati”: il trionfo delle lobby.
La tragica proliferazione di siti in rete che spingono al gioco d’azzardo sono la benzina più potente mai ideata per chi non vuole cambiare il paese.
I dati statistici parlano chiaro: nel 2011 la pubblicità del gioco d’azzardo in televisione ha raggiunto il primo posto come gettito e fatturato.
L’azienda Lottomatica è l’unica (ripeto. L’UNICA) azienda italiana quotata in borsa che chiude il 2011 in rialzo rispetto al dicembre 2010.
Tanto più consentiremo la diffusione capillare delle slot machines nei bar italiani, tanto meno si svilupperà un movimento di indignati, perché –nella migliore delle ipotesi- diffondono l’idea vincente di fortuna rispetto a quella del merito.
Così come è un colpo di fortuna laurearsi alla Bocconi. E insegnarci. Sono cattedre che non vengono assegnate né per concorso né per merito, ma per conoscenze e presentazione dal mondo industriale e finanziario.

La manovra Monti è, culturalmente e politicamente, una catastrofe per l’Italia.
Spinge il cittadino all’idea di cercare asilo e protezione in qualche lobby che garantisce privilegi, salvaguardia di diritti corporativi, abolendo il concetto di competitività e di liberalizzazione che esalta invece il merito, la creatività, la ricerca e la voglia di imprendere.

Essere bravi, qualunque cosa voi facciate, in Italia non è mai sinonimo di Essere Vincenti.
Questo è il motivo per cui da noi non esiste nessun movimento collettivo di autentica opposizione.
E’ stato incorporato il concetto sbagliato.
E’ come nel medioevo.
Perché quando si ritorna a casa dal corteo e si ammainano le bandiere della protesta, si sa che devo ringraziare il cielo perché la cugina di mia madre è intima amica di una funzionaria di quel partito X che mi risolverà quel problema; e se non ce l’ho mi attacco. E quando mi sono attaccato alla mia frustrazione finisco per invidiare Pinco Pallino con cui sono andato a manifestare perché so che lui invece ha un cugino del padre che gli risolve il problema. E così via dicendo.

Bisogna cominciare a modificare i parametri, alterando i simboli.

Il nostro vero nemico (alla nostra portata) non è tanto Goldman Sachs (inaccessibile) quanto piuttosto le slot machines e le migliaia e migliaia di sale giochi legalizzate che popolano la repubblica.
Ogni popolo, ogni etnia ha la propria soggettività.
Così come chiunque è incline e sensibile alle tematiche della libertà delle donne sa che le donne arabo saudite seguiteranno a non poter guidare l’automobile fintantoché non scatterà qualcosa nelle menti collettive per cui una donna al volante verrà identificata come un modello vincente. Finchè sarà sexy (per loro) una donna che non guida, là, nel Regno d’Arabia Saudita, le donne non guideranno mai.
Come fare a farglielo capire? Non ne ho idea, è un problema loro.
Noi abbiamo i nostri.
Ma non siamo molto diversi da loro.
Altrimenti non saremmo passati da un Silvio Berlusconi a un Mario Monti.

“E allora…che si fa?” mi ha chiesto un commentatore che si firma Melman.
Secondo me sarebbe già un iniziale, piccolo ma potenzialmente contundente passo in avanti, cominciare a progettare di chiedere ufficialmente l’eliminazione dei mini casinò e delle slot machines da tutti i luoghi pubblici. Sarebbe una piccola rivoluzione sociale.
Ne ho parlato a un sindacalista che conosco.
La sua reazione è stata “ma sei matto?”
Gli ho chiesto: “perché?”
“Avrai contro la camorra che le gestisce per conto dello stato, ma soprattutto avrai contro la Confcommercio che in Italia è molto forte e tutte le centrali sindacali. Se si tolgono le macchinette chiudono il 50% di bar e ristoranti in Italia. Oggi, le macchinette sono diventate la terza industria nazionale: ha soppiantato il turismo”.

Secondo me rimane una buona idea.
Anzi, dirò di più.
Secondo me è davvero un’idea vincente. Un’idea di cultura.
Chissà che, tra i lettori, non vi sia qualcuno capace e desideroso di volerla trasformare anche in una battaglia Politica.

Si comincia dal basso a sgretolare un sistema iniquo e malato.
Se aspettiamo che siano i lobbisti medioevali ben rappresentati e cautelati dal ragionier Monti a cambiare le cose, non accadrà mai.
E’ il loro modello vincente che è perdente per tutti noi.

Da cui, la proposta di uno slogan surreale: “Aboliamo la fortuna”.

E’ il primo fondamentale passo per attribuire di nuovo al Merito l’idea di essere Vincente.
Questo è ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

Ritornare a progettare una idea diversa dell’Essere Vincenti.
Far Cultura vuol dire proporre simboli vincenti collettivi diversi, altri.

Occuparsi di Politica della Cultura vuol dire darsi da fare per eliminare le slot machines.


10 commenti:

  1. In merito a Lottomatica, nel suo bilancio precisa che:
    "In Italia, nonostante la crisi, il comparto del gioco ha registrato
    nel 2010 un livello di raccolta superiore all’anno precedente, proseguendo
    la dinamica positiva degli ultimi anni."
    Dinamica positiva per loro e negativa per l'Italia e gli Italiani.

    Massimo

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  2. Beh meno male che anche in questo blog si é alla fine capito chi é e cosa in realtà sta facendo il sig. Monti.

    E non dimentichiamocelo lo fa facendosi pagare profumatamente per tutto il resto della sua via che difficilemnte, credo, passerà in questo paese. Mica é scemo.

    Se poi si vuol sapere cosa fa: semplice UCCIDE l'ITALIA fingendo di salvarla,

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  3. @Modigliani

    Emblematica la frase della madre di Mohamed, Mannoubia:
    “Mio figlio si è dato fuoco per la dignità”.


    Guardi Modigliani che il sig. Zbigniew Brzezinski, ritenuto da alcuni il diavolo in persona, l'aveva capito e denunciato pubblicamente molto prima che i popoli erano alla ricerca di dignità.

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  4. la tua idea è bella ma non dovrebbe restare qui
    dovrebbe essere portata tra la gente, ci vorrebbe un movimento, una sede, un'organizzazione, la copertura mediatica,
    e già questo sarebbe un compito immenso,
    se poi (lasciamo perdere la camorra che senza il potere politico alla spalle non conta nulla)avremmo contro il pdl, il pd, l'udc, la confcommercio saremo stritolati, magari ci metterebbero pure contro la digos considerato che dopo il decreto monti la libertà in italia è stata di fatto abolita,
    inoltre quando ci sono di mezzo i soldi e la finanza (e quindi il vero potere) si manifestano le connivenze trasversali più inimmaginabili,
    tu da un pò di tempo stai attaccando pesantemente monti,
    ora hai pubblicato un post con un comunicato sullo spinelli group,
    ma dovresti sapere (il tuo nome sta nell'elenco dei firmatari dello spinelli group) che monti (tra le migliaia di appartenenze) è pure un membro dello spinelli group,

    Quando fu nominato presidente del Consiglio sulla home dello Spinelli group è comparso questo Articolo
    "Un Spinelliste à la tête de l’Italie
    Posted by admin in Comité de pilotage Un membre du groupe Spinelli et non des moindres, Mario Monti prend la direction du gouvernement en Italie. C’est une bonne nouvelle pour l’engagement de l’Italie dans une vision européenne plus intégrée, plus fédérée et plus politique.
    Le groupe Spinelli se réjouit qu’un Européen aussi engagé que Mario Monti devienne Président du Conseil en Italie au moment où le pays affronte une crise d’une exceptionnelle gravité.

    E ora ti mpare che Monti si stia comportando come uno spinellista, un cattolico praticante, o come un rappresentante dei poteri forti ?

    Non sto attaccando te, faccio solo osservare che a certi livelli di potere esistono delle trasversalità che sono necessarie per stare a galla, per rimanere nei circoli che contano, nei luoghi di potere,
    magari monti dentro di sè se ne frega degli ideali federalisti, stare nello spinelli group forse per lui forse è solo un modo per avere dei contatti con personaggi potenti a livello europeo e basta,
    si tratta di quel cinismo che è tipico di chi deve restare a galla a tutti i costi, per vanagloria, per avidità, per superbia, perchè consente di ottenere ricchissimi incarichi,

    insomma di cori comunque vada o si fa una bella rivoluzione alla francese con le teste mozzate o stiamo qui solo a masturbarci,
    le bombe ad equitalia e le pallottole nelle buste a lametia terme sono l'inizio o solo il prodotto della rabbia di un gruppo di esaltati impotenti ?
    ciao
    franco nero
    franco nero

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  5. un'altra cosa non dimenticare ancora che la società che gestisce la quasi totalità del gioco in italia, mi pare si chiami Atlantis world, ha sede nelle isole caraibiche dove gestisce numerosi casinò e in italia i suoi gestori avrebbero(uso il condizionale per prudenza)stretti legami con politici di alto livello
    la cosa ti dovrebbe essere nota perchè notizie e foto sono comparse sui media ed in internet si è risaputa al tempo in si scornavano berlusconi e fini,
    poi non si è saputo più niente,
    quindi di cori sta buono se no ti fanno a polpette e questo mi dispiacerebbe sul serio
    e non dirmi che sono uno dei servizi sono solo uno che ti legge
    ciao
    franco nero

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  6. qualche giorno fa un commentatore di questo Blog, a seguito di uno dei "ribaltoni" apparenti del nostro Sergio, ipotizzava che dietro a Sergiodicorimodigliani ci stesse un pool di opinionisti blogger poco coordinati tra loro tanto da risultare oltremodo contraddittori.

    Mi aveva fatto sorridere, l'idea, per via del fatto che anche io , pur non arrivando a concepire tanto, avessi segnalato il Sergio Jekill ed il Sergio Hide che a volte mi pare di scorgere nelle pieghe dei post.

    Adesso però esagero Io!

    Sergio, di la verità, sei un supercomputer analogico in fase di autoapprendimento!

    E non creder che mi dispiacerebbe; a conti fatti, penso che l'Intelligenza Artificiale sia oramai la nostra ultima risorsa/speranza!

    Ciao

    Melman

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  7. @Melman...questa mi piace...confesso!!!!

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  8. @franconero....lo so lo so chi è Atlantis world, sono la lunga manus della famiglia Corallo, mafiosi di Catania, legati a due importantissime banche italiane...pensa che l'Italia vanta un credito di 83 miliardi di euro (mica briciole) di tasse non pagate da questi e nessuno osa chiedergliele

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  9. domani torno in Italia, a Catania per l'appunto. dopo mesi a Berlino. sarà uno shock. quanta gente ho visto rovinarsi con quelle macchinette, e i Bingo, dislocati in palazzi monumentali della mia città sicuramente più adatti ad ospitare teatri o centri culturali. Sì, ho sempre pensato che condurre una lotta contro il gioco d'azzardo sarebbe molto sensato. io ci sto.
    Però lo strumento di lotta me lo immagino diverso. Raccogliere firme per iniziare a sensibilizzare. E' necessario però qualcos'altro che faccia ancora più presa sulle coscienze più deboli e meno acculturate. Un gesto forte compiuto magari in maniera diffusa anche solo da pochi soggetti sparsi nel paese.
    Qui si tratta di usare nuove armi psicologiche e sorprendenti, un nuovo tipo di arte che si attua "casualmente" nelle strade ad insaputa di molti?

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