lunedì 8 agosto 2011

"Ligabue è una tazza di talento in un mare di presunzione" dichiara Vasco Rossi parlando di Ligabue. L'altro risponde ricordando il proprio illuminato impegno nell'esistenza.

di Sergio Di Cori Modigliani

I valori che ci guidano.


Sembra una disputa tra grandi artisti, quantomeno è ciò che loro –forse- pensano di essere, e vorrebbero –questo è poco ma sicuro- che noi pensassimo di loro.
Comunque sia, una cosa è certa. Non si tratta delle risse tra Van Gogh e Gauguin, delle zuffe tra Picasso e Modigliani, o tra Raffello e Michelangelo. Non sono le dispute tra Frank Sinatra e Tony Bennett, tra Mick Jagger e Bob Dylan, tra Placido Domingo e Luciano Pavarotti.

Si tratta di una cosa un po’ nostrana.
E perché mai avrebbe dovuto essere diverso da così?
Dopotutto si tratta di italiani.
E’ un po’ come chiedere l’opinione del ministro Roberto Castelli, mescolato ai pensieri di Rosi Bindi,  a proposito delle esegesi relative alle nuove filosofie post-moderne.

Non è una zuffa tra artisti.

E’ una discussione tra professionisti.
Il che è tutta un’altra cosa.
Non per questo meno interessante. Basta, però, che i termini siano chiari.

Parliamo qui di due rockers –che non sono rockers, non lo sono mai stati e non lo saranno mai- i quali, arrivati in età matura, con un mercato in fibrillazione verso la discesa, si spingono verso l’uscita e pubblicazione dei dati dell’odiens e delle vendite, insistendo nel promuovere se stessi presso l’ignaro pubblico di gonzi paganti.
In realtà hanno ragione entrambi.

Non dimentichiamo che l’università di Bologna ha conferito, illo tempore,  al semi-analfabeta Vasco Rossi (di cui sono stato ascoltatore fedele) la laurea ad honorem in filosofia (sigh doppio sigh) e sulla prima pagina del quotidiano La Repubblica, una ventina d’anni fa, veniva trattato dai giornalisti dell’epoca come se si trattase di Immanuel Kant.

Idem per Ligabue, definito dai responsabili della comunicazione dei DS in Emilia nel 1998 “il più autorevole esponente della cultura italiana e geniale interprete della comunicazione nazionale intesa come espressione popolare delle tradizioni contadine e industriali, tradotte e immesse nel tessuto delle ansie e spinte giovanili post-moderne” (?????????).
Il Senso rimane tutt’oggi inspiegabile. Ma è quel che è. Questo paese è fatto così.

Non sono uno psichiatra, né intendo propormi come tale. Ma ci vuole poco a capire che una persona per bene e intelligente come Vasco Rossi, inevitabilmente, sia finito in coma animico, e in preda a gravi crisi depressive originate dal peggior cocktail possibile: uso massiccio quotidiano di droghe pesanti per almeno quindici anni e totale mancanza di strumenti culturali e/o psicologici per  affrontare l’inevitabile senso di colpa legato all’idea di avere un successo immeritato; addirittura trattato, definito e considerato come “grande filosofo” (per pudore mi astengo dal ricordare gli autori che allora facevano a gara nel descriverlo con questi termini). La laurea in filosofia a Vasco Rossi era stato, allora, l’equivalente del fatto di dare, oggi, a Pippo Baudo una laurea in fisica teorica all’università di Heidelberg.
Magari con annessa specializzazione in fisica delle particelle sub-atomiche.

Tutto ciò per dire che –ma forse è perché siamo ad agosto- ci tocca sorbire una interpretazione del mondo e dell’attualità da parte del “filosofo” Vasco Rossi e del “filosofo” Ligabue, due bravi professionisti italiani, tutto qui. Ma niente di più.  

Furbi, abili, mai un errore, mai uno sbaglio, mai un’amicizia sbagliata, mai una relazione con politici in quel momento invisi, mai una frequentazione con ambienti in quel momento non al top del top del trend dell’odiens, in grado di trovare subito e sempre soldi in contanti per fare ciò che volevano, come e quando e dove lo desideravano. "Fareun film? E’ una questione di volontà. Quando l’ho deciso, sono bastate due telefonate per trovare i soldi”. Questa è l’artistica visione sull’industria cinematografica italiana di Ligabue a proposito della sua esperienza di “artista/regista”. Il che vuol dire che chi, in Italia, non riesce a chiudere un film trovando i soldi in due giorni è uno scemo.
 A questo punto, data la ben nota sindrome della faziosità perenne dei miei connazionali, mi immagino, enormi applausi sinceri da parte dei tifosi di Vasco Rossi.

Sorry, ragazzi, ce n’è anche per lui.
Ecco un breve estratto di uno dei suoi ultimi hit

eh, già
sembrava la fine del mondo
ma sono qua
e non c’è niente che non va
non c’è niente da cambiare

Sembra un testo scritto da Bondi e Cicchitto. Porta la firma rock del filosofo Vasco Rossi.
Intendiamoci, anche Cicchitto ha il diritto di scrivere canzoni, perché no?
Anzi. A ripensarci, forse è ciò di cui avrebbe bisogno l’Italia oggi.
Vogliamo Cicchitto a scrivere canzoni. Sarebbe meglio per tutti. Fuori dal parlamento, per le strade, con i capelli a punta di colore verde oro. E la chitarra elettrica a tracolla.

Tutto ciò si deve al fatto che diversi lettori mi hanno chiesto di fornire la mia modesta opinione a proposito delle dichiarazioni-zuffa tra i due contendenti.
Secondo me sono due furbetti furbacchioni, abili strateghi di se stessi, tutto qui.
I rockers sono tutta un’altra cosa.
Intendo dire quelli veri.
A me sembrano due perfetti impiegati di un’Italia intesa come fantasia e non come realtà.

Siccome Amy Winehouse, povera animuccia fragile (grande grandissima artista vera artista) è morta stramazzata per un miscuglio di alcol, disperazione e psicofarmaci, allora, anche noi, geniali provinciali italioti, dobbiamo dire la nostra in materia.
E così Vasco da filosofo diventa anche un po’ paziente e un po’ psichiatra, e Ligabue anche e pure.

Preferisco Nicola di Bari.

Onestissimo. Verissimo. Limpidissimo.
Ha quasi 70 anni e scorrazza per tutto il Sudamerica riempiendo ogni sera i teatri.
In Italia nessuno lo conosce e pochi lo ricordano.
In compenso c’è il resto del mondo. “Faccio una musica da artigiano, cerco di portarmi appresso i suoni e i colori della terra dei miei genitori, senza pretese. La mia musica è la mia vita, tutto qui. Sono soltanto un artista italiano, con pochi mezzi, purtroppo piuttosto ignorante, con una grande voglia di cantare la mia terra perché da noi, lì, nel profondo sud, cantare equivale a dimenticare il dolore degli oppressi” così ha dichiarato di recente alla tivvù brasiliana.
Davvero onesto. Lo trovo ammirevole.
Pensavo di essere un incallito e nostalgico tifoso dei Led Zeppelin, dei Talking Heads, di Jim Morrison, dei Chicago, degli Stones dei Police e dei Pink Floyd e praticamente la cosa finiva lì. 
Dalla settimana scorsa ci ho aggiunto anche Nicola di Bari.
I nostri due marpioni, intendiamoci, meritano il rispetto che meritano tutti coloro che lavorano sodo e si impegnano per fare soldi.

Ma tra questo e spingerci a dover sostenere, magari in pubblico o per iscritto, che ci troviamo di fronte ai drammi esistenziali di Spinoza e Leibniz, mi sembra che ci sia una doverosa differenza.

It’ just the market baby. It is just the market.
And nothing more than this. Don't panic.....yeah!

(così scriverebbe e canterebbe un vero rocker).


P.S. Allego qui di seguito un comunicato reso pubblico su you tube e poi anche per iscritto, redatto da Vasco Rossi su se stesso. Parla da solo.

A me sembra un comunicato bellico dal fronte.


“Assumo (da tempo) un cocktail di antidepressivi, psicofarmaci, ansiolitici, vitamine e altro, studiato da una equipe di medici, che mi mantiene in questo equilibrio accettabile.
L’equipe è composta da: il dottor Gatti, mio medico di base con velleità da cantautore, il dottor Giancarlo Boncompagni, primario del reparto psichiatrico dell’ospedale sant’Orsola di Bologna, il dottor Lucio Loreto, specializzato in omeopatia e milanista, il dottor Beppe Monetti, radiologo, primario della clinica Nigrisoli di Bologna sempre abbronzato , il dottor Giorgio D’alessandro fisiatra e psicoterapeuta, esperto in agopuntura, massaggio neuromuscolare e ayurvedico specializzato nella terapia del dolore (oltre che campione del mondo di “Sambo” una specie di lotta libera). A questi si è aggiunto il dottor Paolo Guelfi direttore sanitario della clinica privata VillAlba, splendida persona oltre che serio professionista. Punto di riferimento responsabile della gestione e la coordinazione generale, anche nelle situazioni particolarmente serie e complicate, è del professor Mario Mastrorilli, chirurgo toracico, medico di grande esperienza, professionista serio e scrupoloso, con una competenza  grande quasi come la sua anima. (trascorre ogni anno qualche mese in africa per curare gratuitamente bambini). Se sono vivo lo devo a loro e a tutta questa valanga di chimica che assumo. NON avrei superato tutte le consapevolezze, le sofferenze e la profonda depressione nella quale ero sprofondato nel 2001″


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