venerdì 17 agosto 2012

La rivoluzione d'autunno che ci attende: è davanti a noi. Quella di cui non parlano. Mai. Non a caso.



di Sergio Di Cori Modigliani


Della serie “la Cultura fa mercato”.
Nel 1965, nel momento della sua massima espansione storica, sia dal punto di vista economico che culturale, l’industria cinematografica italiana era la seconda al mondo, subito dopo Hollywood  Quella inglese e francese venivano subito dopo, molto distaccate. Gli studi di Cinecittà lavoravano 24 ore al giorno, senza sosta, davano occupazione a circa 300 mila addetti; tre anni fa un gruppo di economisti ha calcolato che l’indotto derivato dai prodotti cinematografici di quell’anno, diede un contributo di circa il +3% all’aumento del pil nazionale.  L’industria veniva gestita da professionisti intelligenti che applicavano criteri di marketing avanzato applicato alla struttura localistica e specifica del territorio etnico nazionale. Le sceneggiature venivano scritte da scrittori, le scenografie erano allestite da architetti specializzati, i direttori della fotografia erano veri e propri maghi dell’immagine, i produttori producevano, i distributori distribuivano, ma soprattutto gli attori recitavano. Il management di Cinecittà aveva chiuso degli specifici accordi con Confindustria “inventando” un concetto originale che sarebbe poi dilagato in tutto il mondo, copiato dagli americani che poi lo perfezionarono applicandolo con sapienza mercantile: la “sponsorizzazione industriale”. Nel corso di economia aziendale nella prestigiosa università di Harvard, presso la Business School of Economics, in quell’anno aprirono un corso specifico (divenuto poi materia di esame) che si chiamava “EIS” acronimo che stava per “Economic Italian System” riconoscendo al nostro paese la paternità dell’invenzione del concetto di “sponsor industriale della cultura di massa” nonché splendidi esecutori del principio “la Cultura fa mercato e crea profitto e ricchezza collettiva”.
Guardando i film italiani allora prodotti, la gente, nei paesi ricchi occidentali, si innamorava delle cucine italiane, dei mobili artigianali italiani, dei divani italiani, delle automobili italiane, dei vestiti italiani, delle collane italiane, delle scarpe italiane, dei quadri moderni italiani, del design italiano. L’industria del design industriale lombardo, l’industria del mobile marchigiano, l’industria dell’ottica di precisione piemontese, l’industria del tessile sia pratese che napoletana, la cantieristica navale da diporto di Ancona, Viareggio, Genova, Monfalcone, era la prima al mondo. Pittori, scrittori, musicisti, lavoravano inventando una cultura che produceva mercato. Questo era il 1965.

Oggi, Hollywood è tuttora la prima industria cinematografica al mondo, così come lo era nel 1965. Subito dopo, quella francese e poi quella inglese. Entrambe queste ultime sono rimaste tra le prime cinque. L’Italia è scesa al 29esimo posto come cinema; per quanto riguarda la televisione è scesa al 42simo posto, allora ne occupava il terzo. Negli ultimi dieci anni, non è esistito un film, un telefilm, uno sceneggiato, una fiction, un libro, un saggio, un romanzo, un fumetto, una musica, una canzone, un brevetto industriale del design, che abbia valicato (come mercato) le Alpi. La nostra produzione recente e attuale, è considerata all’estero illeggibile, inguardabile, inascoltabile, invedibile.
Soprattutto invendibile.
Alla base dello stupefacente successo del made in Italy degli anni’60 e ’70, c’era il “geniaccio all’italiana” che nasceva dalla creatività pura, frutto di studio e applicazione e competenza tecnica, che poi veniva gestito da accorti managers che provvedevano a stabilire il necessario allaccio con l’industria, le banche, la finanza che metteva il capitale necessario per produrre. Anche allora (perché così è l’Italia) si era suddivisi in fascisti, cattolici, comunisti, socialisti. Ma tra di loro, soltanto i più bravi lavoravano.
In Italia, oggi, si tende a pensare che “così era un tempo, il mondo è cambiato, oggi è diverso”. E’ Falso.
O meglio dire, è vero che il mondo è cambiato, ma nel resto del mondo, quantomeno in una ventina di nazioni, è stata appresa la lezione dell’Italia, studiata, applicata con successo.  Se oggi, quel patrimonio di creatività non esiste più, non è perché il mondo è cambiato e viviamo una epoca diversa. Anzi, è il contrario.
Il mondo è cambiato, è vero, ma l’Italia no. E’ andata indietro.

I manager professionisti che un tempo decidevano, gestivano e avevano la responsabilità della produzione e del prodotto finale, non esistono più, sostituiti da burocrati che rappresentano gli interessi dichiarati di un partito specifico. Costoro esercitano la loro mansione nella maniera opposta a quella attuata nel 1965, perché il fine non è “fare mercato” oppure realizzare prodotti di qualità vendibili nel mondo globalizzato, bensì usufruire di una rendita di posizione per poter garantire la salvaguardia di un numero x di impieghi, di un numero y di prodotti (inutili in quanto invendibili) ciascuno dei quali garantisce un pacchetto quantificato di voti sicuri. Così facendo la creatività non ha alcuna possibilità di potersi esprimere alla base, perché “il mercato italiano interno” non chiede più applicazione di creatività, ingegno, idee innovative, prodotti vendibili. Nel nostro paese c’è una gigantesca offerta di laureati, artisti, intellettuali, scienziati, ma non c’è domanda.
La tragedia che si sta consumando in Italia, sotto gli occhi di tutti, consiste nell’aver abbattuto il concetto di domanda, e quindi aver inceppato il ganglio fondamentale dell’economia.
Senza la “domanda” il mercato dell’economia crolla.
Un produttore cinematografico, oggi, non chiede al mercato una brava attrice espressiva, un bravo scrittore, un grande direttore delle luci, avendo come fine quello di costruire un grande prodotto da vendere al mercato per avere successo, e -a scelta- profitto, o gloria o entrambi. Non gli interessa all’origine. E’ stata cancellata l’ambizione come motore e stimolo alla fonte, psicologicamente si tratta di una tragedia etnica esistenziale. Oggi, il produttore cinematografico (o l’editore) opta per l’amante di un senatore il quale sta in quota e provvede a far avere soldi dalla Rai o da Mediaset, o dallo Stato, idem per lo scrittore-sceneggiatore, il tecnico, lo scenografo, ecc. Se non sono dei bravi professionisti, non ha alcuna importanza, ci si arrangia grazie ai tecnici che rabberceranno in qualche modo la faccenda. Il fine non è più il prodotto, quindi il mercato, bensì la garanzia che la circolazione del denaro avvenga “fuori dal mercato delle merci” ovvero all’interno di un sistema chiuso: si muove in termini finanziari e non più economici. In Italia è diventato ufficiale, è stata consolidata come Norma Acquisita.
Al telegiornale si usa  “normalmente” l’espressione “Pinco Pallino che è in quota…” PD o PDL o chi per loro: è la stessa cosa. Lo trovo disgustoso. Si è fatto passare, in termini subliminari, l’inizio dell’abbattimento del capitalismo, riproponendo una interpretazione e una concezione economica medioevale, cioè pre-capitalista.  Anche il più nobile, generoso, e sincero economista italiano, quando parla di “domanda e offerta” riferendosi all’Italia, non sta parlando della realtà della nazione, bensì applica un modello teorico che non ha nulla a che vedere con la realtà mercantile del paese. Si tratta, quindi, nella migliore delle ipotesi, di belle teorie, perfette analisi, che forse potrebbero funzionare in Olanda, Belgio o Austria. Ma non da noi. L’Italia si sta avviando verso un sistematico processo di de-industrializzazione coatta, basata tutta sul perverso concetto di “abbattimento del concetto di domanda interna”. Hanno abolito il concetto di profitto (a loro insaputa).  Perché, così facendo, il “mercato italiano” non ha più bisogno né del merito né della competenza tecnica, e così ha risolto anche il meccanismo della competizione, sale dell’economia di mercato. Nel campo mediatico, ad esempio, a livelli di management ci vanno dei burocrati, completamente all’oscuro di qualsivoglia competenza specifica settoriale, perché non serve saper fare nulla. Idem nel cinema, nelle case editrici, nei giornali, nei centri di ricerca scientifici. L’importante è il mantenimento di quella specifica carica a nome di un certo partito o specifica consorteria. Nel caso sia richiesto uno specifico prodotto finale, si affida sottobanco, al nero, il “lavoro vero e proprio” a coloro che ne vantano mansioni professionali acquisite: l’esercito di schiavi sempre a disposizione perché devastati dal bisogno primario, non avendo possibilità alcuna di avere accesso al mercato. Non possono andare sul mercato proprio perché hanno una mansione.
E’il Paradosso della realtà italiana. Se vogliamo parlare di realtà, di questa dobbiamo parlare.
Non è certo un caso che il dibattito politico (si fa per dire) in Italia, oggi, sia consentito soltanto se passa attraverso gli economisti, ovvero i nuovi garanti dello scambio intellettuale, perfetta intercapedine tra l’oligarchia medioevale al potere e il bisogno delle masse di avere accesso alla comprensione del reale. Possono essere liberisti o keynesiani, di destra o di sinistra, spiegare perché bisogna stare dentro l’euro o perché bisogna uscire dall’euro, è irrilevante. L’importante è che parlino di specificità tecnicistiche di carattere economico e facciano passare il discorso tale per cui l’Italia cambia se si attua questo dispositivo economico tecnico oppure quest’altro: basta che non cambi la mentalità, e che non si parli di Cultura o di Arte Creativa senza dover parlare della borsa. Ciò che conta sono due aspetti: A) nessuno deve spiegare che applicare l’interpretazione di categorie economiche capitalistiche all’Italia è un vizio all’origine perché in Italia non esiste più una economia capitalista, non essendoci più la domanda e avendo abbattuto il principio per cui “la Cultura fa mercato”.  Il mercato è stato abolito, sostituito da Falsi Medioevali e gli economisti, nella stragrande maggioranza dei casi, parlano di un‘Italia che non esiste, parlano di una nazione “teorica” non di quella “pratica”. B) Impedire la diffusione di pensiero critico, spostare di 180 gradi l’intellettualità sotto il controllo del tecnicismo economista, per spingere la gente a pensare che la “verità” è depositata in una teoria economica, in una ricetta economica, in un dispositivo X o Y che farà alzare o abbassare lo spread, che aumenterà o ridurrà il disavanzo pubblico, ecc.  L’importante è che passi il discorso della Cultura come elemento irrilevante nel dibattito, e venga spinto ad essere sottostante ai Nuovi Custodi del sapere mediatico attuale: gli economisti e i tecnici. Se lo dicono loro, allora va bene.  Sono diventati i nuovi clerici del potere in Italia, assolvono alla stessa funzione che avevano i preti in Francia nel 1770.
L’Italia ha bisogno di “inventare” mercato, di “inventare” domanda interna, liberandosi dalla strozzatura anti-capitalista dei partiti. Siamo molto indietro e la Storia ha le sue tappe, non si possono saltare. Siamo regrediti nel medioevo, dobbiamo fare la nostra rivoluzione per aprire il mercato ai soggetti professionali attivi, in maniera democratica. Da questo punto di vista la responsabilità degli industriali italiani e di Confindustria è immensa: invece di finanziare menti egregie, invece di mettere risorse economiche a disposizione dei meriti e delle competenze, hanno preferito partecipare a un meccanismo di consociativismo per garantirsi poi l’accesso selvaggio alla finanza, dando quindi – è responsabilità tutta loro- carta bianca ai partiti di trasformarsi in ciò che sono oggi: aziende. Gestite come tali.
Il vero problema, in Italia, oggi, non consiste nella presenza dei partiti,, come sostiene Beppe Grillo.
Il vero problema, in Italia, oggi, consiste nella totale assenza dei partiti. Il che, è ben altro dire.
E’ l’unica nazione democratica(????) d’occidente nella quale non esiste rappresentanza politica per i cittadini. L’attuale governo non è stato eletto e fa le Leggi. I partiti, invece di occuparsi dell’educazione civica del popolo e combattere per affermare i propri ideali (siano di destra o di sinistra) investono la propria energia nel garantirsi il controllo di enti, fondazioni bancarie, centri di ricerca, commissioni, abolendo il concetto di profitto.
Le fondazioni bancarie che presiedono, gestiscono e possiedono le banche, governano il mercato della nazione. Sono esentasse. Al loro comando esiste un numero di persone che – al millesimo spaccato- rappresenta la quota parte della rappresentanza parlamentare, nazionale o regionale. I loro bilanci veri sono occulti. Poiché non pagano tasse (Monti ha fatto specifica Legge definitiva in data 28 febbraio 2012 appoggiata con entusiasmo da tutti) alla Guardia di Finanza non interessa più di tanto. Non pagando tasse, non saranno mai evasori. Non troverete nessun sito né quotidiano né blogger vicini al PD o al PDL o all’UDC che inciti a una rivolta contro le fondazioni bancarie. A loro finiscono tutti i soldi della BCE. Nessuno ci dirà mai che cosa ci fanno, come li usano, quando e dove. Esattamente come faceva l’aristocrazia francese nel 1780, che era esentasse e garantiva alla corte di re Luigi XVI –con la complicità del clero, esentasse anche loro-  la tenuta della nazione. Ma la borghesia mercantile e una nuova classe di professionisti -che seguivano i vagiti della rivoluzione industriale inglese  ai suoi inizi- volevano aprire il mercato. Andò a finire come sappiamo tutti. Ma stavano più avanti di noi, perché avevano alle spalle una solida classe di intellettuali e pensatori.
Questo è il motivo per cui il Potere, in Italia, è garantito dal fatto che da noi non accadrà nulla. Non cambierà nulla.  Perché gli artisti e gli intellettuali, in Italia, sono clandestini, non hanno mercato. Sono stati buttati fuori dal sistema.
Basterebbe un dato: nei primi sei mesi del 2012 sono stati pubblicati e distribuiti nelle grandi librerie nazionali complessivamente circa 80.000 titoli di libri scritti da economisti. Un numero maggiore a quello realizzato in Italia tra il 1960 e il 1972, quando si leggeva. A turno, a seconda dello schieramento politico, la truppa mediatica ha parlato soltanto di loro. Non ha parlato mai, neppure una volta, degli scarsi titoli (ma ci sono stati) di filosofi, romanzieri, saggisti, artisti, sociologi: autori che dicono la loro su ciò che accade, su come accade, su come venirne fuori-
Basterebbe una modesta semplice azione parlamentare: la richiesta, a nome del popolo italiano, di tassare tutte le fondazioni bancarie come ogni altro soggetto mercantile attivo, e la richiesta della presentazione pubblica (in quanto enti benefici) dei loro bilanci, con tutte le voci presentate come la Legge impone: da dove arrivano i soldi, come vengono impiegati, dove vanno a finire, e se alla fine sono in attivo o in passivo. E siccome –in teoria- viviamo in una economia capitalista di mercato, se hanno perso soldi perché li hanno investiti male, che si arrangino. Portino i libri in tribunale e falliscano.  Ogni giorno, in Italia, migliaia e migliaia di aziende falliscono e chiudono nell’indifferenza generale.
Perché non si può far fallire una banca?
Ve lo siete mai chiesto?
L’ho chiesto a 10 economisti, piuttosto solidi. Nessuno è stato in grado di fornire una risposta esauriente.
Basterebbe soltanto questo. Un’azione piccola piccola. Costo zero per lo Stato. Risolverebbe diversi problemi immediati, e lo farebbe subito.
Ma questa azione ha un problema: introduce in Italia il concetto di profitto e di merito, cioè il mercato. Si farebbe passare l’idea tale per cui chi non sa fare le cose bene, finisce nei guai e fallisce. Sarebbe un precedente pericolosissimo sia per il governo che per i partiti.
Tutto ciò che Mario Monti ha promesso l’11 novembre 2011 si è rivelato Falso.
Tutti i suoi programmi si sono dimostrati un fallimento.
Tutto ciò che ha sostenuto si sarebbe verificato, non si è verificato.
Tutte le medicine prescritte alla nazione non hanno funzionato.
Eppure il PD, il PDL e l’Udc seguitano a sostenerlo.
Secondo voi, come mai si appoggia un fallito?
Come mai si appoggia un perdente?
Come mai si appoggia uno che non ne azzecca una e ha prodotto soltanto danni?
Appunto.

Che l’Italia stia nell’euro o ne esca è uguale.
Che al governo ci sia la destra o la sinistra, è uguale.

L’Italia cambia e cambierà soltanto se si entra in una mentalità che premia i bravi e boccia i somari, che restituisce il Senso delle cose. Cambia se apre il mercato. Se lo rende dinamico. Se la gente si ingegna all’idea di guadagnare come frutto del proprio impegno, e non come premio alla propria abilità diplomatica.

L’Italia cambia se ritrova il “mercato”, altrimenti, rimarrà uguale.
Avere Monti, Alfano o Bersani come premier è irrilevante: sono intercambiabili.
Non faranno mai scattare la domanda interna.
Loro vincono perché ormai la gente si è abituata a non andare più al cinema, a non comprare più libri, a non sognare più, a non coltivare ambizioni. Non si aspetta più “il mercato”, perché la gente ha capito che non esiste più.
Hanno tolto al paese “la voglia di fare” e la “voglia di imprendere”.
Questo è ciò che bisogna fare.
Riprendersi quella voglia e pretendere che ci consentano la sua applicazione.
A qualunque costo.
E’ l’unica soluzione esistenzialmente valida per tutti.
Quando lo cominceremo a fare collettivamente, allora, a quel punto il Potere comincerà a traballare.
Se non recuperiamo la voglia di far mercato, la pretesa di essere nel mercato, finiremo per accontentarci di sopravvivere.
E’ ciò che vogliono gli attuali partiti. Farci da becchini.
Hanno narcotizzato la creatività del genio italiano.
Ci hanno drogati.
E’ quello che dobbiamo slegare, sprigionare, far esplodere: l’ambizione nel voler fare.
Sta nel nostro dna. Nella nostra Storia, nella nostra memoria collettiva.
Ma funzionerà soltanto se lo facciamo tutti insieme, ciascuno nel proprio piccolo.
E senza compromessi con i becchini.


13 commenti:

  1. Di recente ho discusso pesantemente con un noto politico locale. Il motivo è che da circa tre anni gli argomento, dati alla mano, che il futuro per le nostre PMI è nel fare rete, nell'innovazione, nell'internazionalizzazione e nelle vendite on line. Il tutto, ovviamente, affiancato ad una eccellente gestione finanziaria e organizzativa dell'azienda. Gli ho illustrato un modello messo in pratica da oltre 100 aziende del territorio e dimostratosi vincente, invitandolo a comprendere cosa fosse stato fatto per offrirlo come know-how gratuito ad altre aziende in difficoltà. Per 3 anni ci ha ignorati totalmente, seppur tra mille inutili e melensi complimenti. Poi il mese scorso scopro che nel documento programmatico per lo sviluppo della regione ha destinato alcuni milioni di euro per "studiare e sviluppare un sistema che permetta alle PMI del nostro territorio di diventare competitive".
    Ecco un altro esempio di come vengono buttati i nostri soldi da questi imbecilli, nel promuovere "studi" (da parte dei loro soliti amichetti accademici e fuffaroli) senza neppure prendere in considerazione l'idea di replicare quello che è stato già fatto a costo zero. E se questa è la punta dell'iceberg non si può certo andare lontano.

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    1. Gentile Fabrizio, dato che questo modello per pmi in difficoltà viene offerto a titolo gratuito, perché non divulgarlo nei blog come questo, in modo da poter aiutare chi ne ha bisogno?
      Offrire una cosa del genere ad un politico mi ricorda una metafora, senza voler offendere nessuno, quella delle perle ai porci, e chiedo scusa a questi ultimi se li paragono ai politici.Del porco non si butta via niente, ai politici tutto quello che e' dato e' sprecato.

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    2. Gentile myname, il modello non può essere spiegato in un commento sotto ad un post, ma va visto e sperimentato "dal vivo". Chiunque può venire ai nostri incontri mensili, a bologna o vicenza, e verificare con i propri occhi. Non vorrei però che passasse come pubblicità in casa altrui, quindi mi contatti via mail e sarò lieto di dare a Lei o a chiunque lo desideri informazioni più specifiche: info@winnergroup.it.

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  2. Grazie a Modigliani, un articolo molto bello che fa rimpiangere i tempi passati, ai quali dobbiamo molto. Il cinema neorealista italiano ha fatto scuola nel mondo, solo da noi e' stato dimenticato. Ora producono tutto a holliwood, copioni sia nel senso di cinema che nel senso di copiatori di tecniche. Sionisti che fanno passare messaggi truci e sanguinari per abituare il pubblico alle vere guerre. Alle telecamere dappertutto con la scusa del terrorismo. Non vado al cinema da anni, e non mi manca per niente.

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    1. vorrei aggiungere a sostegno dell'ottimo articolo, che non solo cinecittà era il fiore all'occhiello del periodo , ma la stessa RAI era una vera eccellenza nel campo televisiovo e i suoi programmi , sopratutto i documentari, hanno fatto scuola in tutto il mondo

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  3. Dopo il berlusconismo all'italiano serviva tutto tranne che il montismo.
    Gente che ogni giorno dice che c'è il buco senza sapere cosa è, in che forma c'è, se c'è sempre stato ecc ecc
    Altri vedono tutto come basato sull'economia senza basi solide culturali. C'era un bruttissimo rap italiano che dice anni fa "io rifletto"....ecco mi paiono spugne.In Italia vinca chi vinca e quale sia il modello da applicare (a parte che poi non applicano un bel niente se non la corruzione) il mercato non c'è. M.G.75

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  4. L'essere umano è solo una macchina e non è in grado di 'fare' niente. Poter 'fare' presuppone il 'sapere' e la conoscenza dell'unione dei diversi se stessi che convivono. Le domande sono: io chi sono? Monti chi è? Di che mondo faccio parte? Ho paura di morire?
    Ne consegue che forse la 'produzione' non mi serve, il tempo lineare non esiste, lo spazio è impalpabile ed è tutto qui e Cinecittà potrebbe anche non esistere oppure te medesimo sei Cinecittà. Non mi posso più fidare di ciò che vedo perchè la vista è l'inganno.
    Il grande accumulo di denaro serve a barattare l'immortalità, ma il pensiero e l'anima sono gli unici immortali. Ci sarà lo scontro invisibile fra Forze positive e negative, ma solo pochi lo percepiranno. Gli altri, i non senzienti, vivranno per godersi la falsa TV, i falsi made in Italy, i falsi politici, i falsi dualismi, le false contrapposizioni, le false gioie, le false aspettative, i falsi dolori. Burattini destinati a restare Pinocchio per sempre e intanto la Luna si nutre e si evolve. Le stelle cadranno dal cielo, ma senza danno.

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    1. concordo anche se il dualismo secondo me è un'illusione.
      MG 75

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  5. ho messo un nuovo post ma Google non me lo prende, riproverò più tardi, mi dispiace

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  6. Non si preoccupi Modigliani, tanto il sistema non durerà ancora a lungo.

    http://giorgio-ansan.blogspot.it/

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  7. Siamo tutti consapevoli credo , che de industrializzare l'Europa e' un obbiettivo di questi tecnocrati .
    Beh , se tutto questo fosse a vantaggio del farci vivere promuovendo il turismo, la cultura e le nostre sapienti mani sarei perfettamente d'accordo .
    Anche se , almeno in Italia dobbiamo anche riformare tutto o quasi a livello legislativo, e farci guidare da menti illuminate e socialmente evolute. Su questo punto non mi viene in mente quasi nessuno.

    Ps sono molto belli i tuoi articoli. Alex

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  8. forse c'è una terza via ne capitalista ne anticapitalista:
    RINASCITA DELL’UOMO EPIMETEICO
    http://digilander.libero.it/paolocoluccia/epimeteico.htm
    (Tratto da Descolarizzare la società, di Ivan Illich)

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  9. Mi fa piacere che abbia preso in prestito il logo della mia manifestazione
    www.openartmarket.it

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