sabato 12 maggio 2012

Un francese, il più grande filosofo vivente del pianeta pubblica un libro. Si chiama "La Via". E ci indica la strada verso l'evoluzione.



di Sergio Di Cori Modigliani



Ieri notte ho fatto un sogno. Molto potente, perché aveva una particolarità rara: era iper-realistico. Il mio inconscio mi ha riproposto –esattamente in fotocopia della mia autentica realtà vissuta- il giorno in cui, qualche decennio fa, io, allora, uno studente liceale sessantottino, venne nella mia scuola, come ospite esterno a parlarci del mondo e della società, Pier Paolo Pasolini.
Nel sogno, la situazione era identica, solo che avveniva oggi, nel 2012.
Quando mi sono svegliato, gran parte del sogno è evaporato ma l’emozione di quel giorno mi è ritornata addosso intatta, forse addirittura ingigantita dallo spessore della distanza di un’altra epoca della vita.
A questo servono i sogni.
Mi sono posto, quindi, nel corso della mattinata, il seguente quesito:
“Oggi, nella realtà europea del maggio 2012, se Pasolini novantenne fosse ancora vivo, che cosa sarebbe, chi sarebbe, che cosa farebbe, dove starebbe, come ci parlerebbe?”.
Ho pensato a diversi tipi di soluzione, dal suo rifiuto di parlare e scrivere e pubblicare vivendo come un anacoreta da qualche parte, fino a una deriva ultra-presenzialista come simbolo iconico di una realtà culturale tutta italiana. Ho allucinato la sua presenza intellettuale cercando di situarlo nel mondo di oggi, rugoso e decrepito, ma con la voce e la mente ancora vive e pulsanti. Le ho pensate tutte. L’ho visto ospite da Ballarò, in una zuffa con Giuliano Ferrara, in un documentario tra i campi rom del Friuli alle prese con Calderoli, me lo sono immaginato in tutte le salse. Lì per lì, alcune, le trovavo entusiasmanti, ma dopo qualche minuto venivano cancellate e nessuna mi convinceva.
Alla fine, ho trovato la risposta. E purtroppo è stata l’unica considerata attendibile.
“Il mio sogno è, per l’appunto, un sogno. L’Italia, oggi, è com’è, sfiancata da una gigantesca ondata di ignoranza crassa collettiva e di inconsapevole delirio, proprio perché Pier Paolo Pasolini è scomparso 38 anni fa, lasciando un vuoto per alcuni aspetti incolmabile. Se lui fosse stato vivo, non sarebbe andata così”.
E’ stato l’ultimo vero Maestro di pensiero italiano, un autentico libertario.
Le persone giovani non lo conoscono se non per averlo letto o visto qualche suo film o magari aver ascoltato le sue parole in qualche raro documentario tratto dall’archivio storico della Rai. Chi ha avuto il privilegio, magari per caso, di aver avuto a che fare con lui, sa che la caratteristica principale della sua comunicazione, sia verbale che mimica e fisica, era improntata alla violenza. Parlava di armonia, di concordia e di amore assoluto umano, ma quando nel dibattito gli venivano poste delle contestazioni che lui definiva “il conato piccolo-borghese della coscienza sporca dell’immonda italianità” senza mai alzare il tono della voce e senza perdere il suo aplomb, iniziava a rispondere, di solito, così: “Lei, forse, non è consapevole di essere un criminale in carne e ossa, e  adesso le spiego perché”. Più di una volta è accaduto che Pasolini scendesse dal podio in platea, rincorresse il suo contraltare e lo aggredisse fisicamente prendendolo a pugni davanti a tutti. “Non sopporto la falsa incoscienza e l’ignoranza spudorata, amo l’ingenuità delle persone semplici che non sanno nulla sapendo perfettamente di non sapere; nella loro tragica consapevolezza di vinti c’è la chiave della riscossa nazionale. Quella è la Via”.
Ma poiché la maggior parte del suo vero pubblico (tra cui il famelico sottoscritto) erano invece giovani borghesi alla ricerca dell’identità e soprattutto a caccia di un centro di gravità permanente intorno al quale costruire un Senso Civile dell’esistenza, lui, naturalmente usava un’argomentazione diversa, ben elaborata ed equilibrata.
Siate intellettuali” era il suo motto.
Il che, è probabile, può stupire e colpire chi lo conosce soltanto nel suo aspetto mediatico gestito dalla falsificazione bècera dell’industria della pubblicità dei vip postumi.
“Il Potere è il buco nero della conoscenza negata al popolo, ma loro sanno. Eccome se sanno, ecco perché sono criminali. E soltanto attraverso lo studio, l’applicazione, e la ricerca di una Conoscenza autentica e profonda del Sapere Sensato che si può sperare e auspicare di acquisire quegli strumenti logico-filosofici e di competenza tecnica specifica grazie ai quali poterli inchiodare al Grande Tribunale della Storia”.
Quando noi giovanissimi, ideologicamente estremisti, uscivamo dai suoi dibattiti che si protraevano per ore e tornavamo a casa, condividevamo tra di noi il giudizio su di lui. Le posizioni erano le più disparate; chi lo esaltava, chi lo disprezzava, chi lo amava, chi lo odiava. Ma l’effetto, alla fine, era comune a tutti. Si tornava a casa e non si aveva né voglia né coraggio di guardare la televisione. Ci si metteva a studiare. Quello che c’era. Quello che capitava. Faceva venire fame di cultura.
L’ultima intervista pubblica che gli fecero fu quando uscì il suo film, noto come il De Sade di Pasolini “Salò e le 120 giornate di Sodoma”. Da quel momento in poi, venne identificato come troppo pericoloso e scomparve da tutti i media mainstream. Diventò underground, ma non per questo meno presente e attivo. Anzi. Ancora più potente ed efficace.
Così raccontava il suo film a un allibito quanto esterrefatto giovanotto che iniziava allora la sua carriera come critico cinematografico, un certo Bruno Vespa.
"Il reale senso del sesso nel mio film è quello che dicevo, cioè una metafora del rapporto del potere con chi gli è sottoposto. Tutto il sesso di De Sade, cioè il sadomasochismo di De Sade, ha dunque una funzione ben specifica ben chiara. Cioè quella di rappresentare ciò che il potere fa del corpo umano, la riduzione del corpo umano a una cosa, la mercificazione del corpo. Cioè praticamente l'annullamento della personalità degli altri, dell'altro. E quindi un film non soltanto sul potere, ma su quello che io chiamo "l'anarchia del potere", perché nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. Ma oltre che un film sull'anarchia del potere, questo vuole essere un film sulla inesistenza della storia. Cioè la storia così come vista dalla cultura eurocentrica, il razionalismo e l'empirismo occidentale da una parte, il marxismo dall'altra, nel film vuole essere dimostrato come inesistente... beh! Non direi per i nostri giorni, lo prendo come metafora del rapporto del potere con chi è subordinato al potere, e quindi vale in realtà per tutti. Evidentemente la spinta è venuta dal fatto che io detesto soprattutto il potere di oggi. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti".
Non vi è alcun dubbio che, nel caso fosse stato vivo oggi, Pasolini avrebbe accolto con entusiasmo e affetto un suo coetaneo francese, che qualche settimana fa è venuto in Italia a presentare il suo ultimo libro.
Il vegliardo ha 92 anni, ma il suo cervello e la sua mente funzionano ancora in maniera egregia. Passato alla tivvù da Fabio Fazio per dieci minuti ha avuto la sua minima quota di notorietà che in Italia viene garantita chi diventa televisibile, e la cosa è finita lì. Di lui, da noi, non ne hanno parlato.
Lo faccio qui, oggi, e lo lego a Pasolini per spiegare la differenza tra l’Italia e la Francia, nazione economicamente nei guai e fragile quanto noi, con problemi sociali addirittura ben peggiori dei nostri, la quale, però, non a caso, si è rimboccata le maniche e si è gettata verso un cambiamento evolutivo. Hanno una scuola filosofica dietro ancora viva. Noi no.
Il novantenne in questione è considerato il più importante filosofo vivente del pianeta. L’Italia è l’unico paese al mondo che non gli presta considerazione.
Non credo sia casuale.
Studioso di epistemologia, di logica-matematica e filosofia teoretica, 40 anni fa ha ideato una teoria sulla quale ha fondato una scuola di pensiero: la teoria della complessità.
Si chiama Edgard Morin. E’ considerato anche il più importante studioso europeo di mass media e sistemi logici di interpretazione della comunicazione.
Il suo libro si chiama “La Via”, sottotitolo: per l’avvenire dell’umanità.
Editore Raffaello Cortina, uscito due mesi fa.
Era un grande amico personale di Pasolini e suo profondo estimatore.
Francois Hollande ha dato indicazioni immediate di prenderlo come primo consulente del nuovo governo in materia di “interpretazione del sistema di comunicazione sociale in Europa” nel ministero dell’educazione nazionale.
Edgard Morin ha fretta, e non soltanto perché è molto vecchio. Secondo la sua stimabile e venerabile opinione, non abbiamo molto tempo ancora a disposizione. Se vogliamo evitare il baratro (quello vero gestito e organizzato da chi sostiene di averci voluto invece salvare).
Do’ subito una indicazione pratica e pragmatica ai lettori interessati.
In Italia il suo pensiero è coltivato e diffuso da poch,i ma hanno messo su una scuola.
Il presidente onorario è naturalmente Edgard Morin e il direttore di questa scuola è il filosofo Mauro Ceruti. Il punto di riferimento è l’università degli studi di Bergamo e chiunque sia interessato può rivolgersi per iscritto (posta atomica) indirizzando la lettera a
Università degli studi di Bergamo
Piazzale Sant'Agostino , 2
24129 – Bergamo - Italia
All’att.del direttore Prof. Mauro Ceruti

Viviamo in un’epoca di complessità strutturale. Siamo circondati da semplificazioni, superficialità e supponenza. Basti pensare che la novità esplosiva (lo è in termini quantitativi reali) rappresentata dal movimento cinque stelle vede come punto di riferimento una persona che meno complessa di così si muore, con argomentazioni mediatiche di eccellente fattura tecnica, e la totale assoluta mancanza di elaborazione e argomentazione su come dove quando e quanto affrontare la complessità oggi.
Perché la sfida è questa.
E va studiato.
Dice Edgard Morin (così capite come parla e che tipo è): “Su un minuscolo pianeta perduto, fatto di un aggregato di detriti di una stella scomparsa, destinato apparentemente a convulsioni, tempeste, eruzioni, terremoti, la vita è apparsa come una inaudita vittoria delle virtù di relianza. Siamo al vertice della lotta patetica della relianza contro la separazione, la dispersione, la morte. In ciò abbiamo sviluppato la fraternità e l’amore.     Più prendiamo coscienza che siamo persi nell’universo e che siamo impegnati in un’avventura ignota, più abbiamo bisogno di essere legati ai nostri fratelli e sorelle in umanità. Ogni atto etico, ogni azione civile, ripetiamolo, è di fatto una atto di relianza, relianza con l’altro, relianza con i suoi, relianza con la comunità, relianza con l’umanità e, in ultima istanza, inserimento nella relianza cosmica.
Da sottolineare il fatto che “relianza” sta per resistenza, da lui usato per evitare di attribuirgli una immediata valenza politico-ideologica, soprattutto per il fatto che nel 1943 è stato un famosissimo partigiano combattente, comandante generale dell’insurrezione di Parigi. Ma ha preso le distanze nel 1951 quando ha accusato Stalin di genocidio sostenendo che l’Europa aveva bisogno di una grande scuola di pensiero liberale democratico e da quel momento l’intera sinistra europea –complice e liberticida-  lo isolò. Tant’è vero che lui abbandonò i grandi centri accademici e scelse di andare a insegnare in modesti centri universitari della provincia in Camargue e in Provenza; l’unico filosofo contemporaneo stimato da Jean Paul Sartre che un giorno, nel 1956, andandolo a visitare a Aix en Provence gli confidò “Ti invidio la tua libertà. Io purtroppo sono vittima della vanità immonda del mio ego. Sono costretto ad esibirmi perchè voglio vincere il premio nobel”.
Così lo presenta oggi il neo-governo francese: Morin invita insegnanti e studenti a riflettere sull'attuale stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca: la posta in gioco sono i nuovi problemi posti alla convivenza umana da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le conoscenze, le malattie di tutte le società umane. Per rendere queste sfide affrontabili, una riforma dell'insegnamento è indispensabile. Ma per realizzarla è necessaria una riforma dell'organizzazione dei saperi. È in questa prospettiva che Morin pone alla base della riforma della scuola che egli auspica quel tipo di pensiero la cui elaborazione lo ha reso famoso in tutto il mondo.
Beati loro. Noi ci dobbiamo cuccare i nostri ragionieri contabili.
Spiega nel suo libro dedicato a tutti gli europei:
Il vascello spaziale Terra continua a tutta velocità la sua corsa in un processo a tre facce: mondializzazione, occidentalizzazione, sviluppo. Tutto è interdipendente, ma tutto è allo stesso tempo separato. L'unificazione tecnoeconomica del globo si accompagna a conflitti etnici, religiosi, politici, a convulsioni economiche, alla degradazione della biosfera, alla crisi delle civiltà tradizionali ma anche alla crisi della modernità. Dove ci porta la via seguita? Verso un progresso ininterrotto? Non possiamo più crederlo. Alla diminuzione della povertà attraverso un aumento del benessere materiale corrisponde anche un enorme aumento di miseria. Andiamo verso una serie di catastrofi a catena? È quel che sembra probabile se non riusciamo a cambiare strada. Subito.
Edgar Morin pone qui la sfida di una "via" di salvezza che potrebbe delinearsi dal congiungersi di una miriade di vie riformatrici: riforma del pensiero, dell'educazione, della famiglia, del lavoro, dell'alimentazione, del modo di consumare.. .
Nella prefazione al suo libro, il prof. Ceruti scrive "Morin propone di sostituire alla via di sviluppo che produce sottosviluppo la via di una politica di civiltà, che abbia come missione quella di solidarizzare il pianeta, nella prospettiva di un nuovo umanesimo. Una metamorfosi ancora più stupefacente di quella che ha segnato il passaggio dalle società arcaiche di cacciatori-raccoglitori alle società complesse della civiltà”.
Sostiene il filosofo che ha inventato la teoria della complessità: "Ciò che si profila come probabile - vale dire la crisi ecologica, economica, politica e sociale del mondo in cui viviamo - mi spinge a essere pessimista. L'improbabile è però sempre possibile. Quindi resto ottimista e continuo a credere che si debba e si possa trovare una strada per evitare di finire nel baratro. Bisogna seguire una via per realizzare quella "metamorfosi" che, sfuggendo a ogni facile manicheismo e ad ogni alternativa binaria, penetri nel ragionamento della complessità, la sola che ci consentirebbe di sfuggire al disastro planetario annunciato. 
Di fronte a un realtà stravolta da un'economia senza regole che distrugge il Pianeta e la società, non basta più indignarsi. Occorre provare a tracciare un percorso al contempo utopico e realistico per invertire la tendenza. Non solo il cambiamento è possibile, ma è di fatto già iniziato grazie a numerose piccole iniziative locali. Iniziative che è necessario federare per creare una massa critica irreversibile. All'origine dei grandi cambiamenti ci sono sempre delle singole azioni. Quello che occorre è la coscienza della crisi e la volontà politica del cambiamento. Se c'è tale volontà, allora si trovano i mezzi necessari per evitare la catastrofe, che è davvero molto ma molto vicina. La mondializzazione porta in sé l'occidentalizzazione e il mito dello sviluppo fondato sull'idea di una crescita infinita. È un mito che ci porta dritti contro un muro. Non possiamo continuare a riempire il Pianeta di automobili, di centrali e di megalopoli. Questo modello di sviluppo - figlio di un liberalismo economico senza regole, tutto teso a produrre e a consumare sempre di più - comporta conseguenze disastrose per la biosfera e le risorse naturali. Oggi, si parla molto di sviluppo sostenibile, che però mi sembra solo una mezza misura. In realtà, occorre affrontare e spaccare il nocciolo duro, tecno-economico, del concetto tradizionale di sviluppo, per salvarne solo alcuni elementi da mettere al servizio di un altro modello di sviluppo umano. È un problema urgente che riguarda tutti.
L'aspetto positivo della mondializzazione è che ormai c'è una comunità di destino di tutti gli esseri umani, ovunque essi si trovino. Siamo tutti di fronte agli stessi problemi fondamentali e alle stesse minacce mortali, sul piano ecologico, climatico, sociale, nucleare, ecc. Una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive. In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato via questa illusione
”.
Intervistato di recente a Parigi, un giornalista francese, interpretando l’esigenza collettiva di avere risposte chiare e concrete gli ha chiesto, a nome di tutti: “Che fare, dunque?”
Ecco la sua risposta:
Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi. In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo.
Per salvarsi occorre avere un approccio dialettico, nel tentativo di tenere insieme idee che sulla carta si oppongono. Non credo alla rivoluzione che fa tabula rasa del passato, producendo spesso realtà peggiori di quelle che ha voluto trasformare. Al contrario, abbiamo bisogno di tutte le riforme culturali della storia dell'umanità per trasformare e trasformarci. Per questo è necessario conservare tutti gli aspetti positivi della mondializzazione, che per me contiene il meglio e il peggio. Insomma, occorre al contempo mondializzare e de-mondializzare a seconda degli ambiti, favorire la crescita ma talvolta la decrescita, tenere conto dello sviluppo ma anche dell'inviluppo, della trasformazione come della conservazione. Questa strategia complessa ci consente di conservare la speranza, che naturalmente non è una certezza. Anzi, visto il contesto, la speranza è perfino improbabile. La storia però ci insegna che a volte l'improbabile è riuscito a prendere il sopravvento".

La cultura di massa della sinistra italiana l’ha volutamente tenuto nascosto fin dagli anni’50, archiviandolo brutalmente come un neo-platonico (Edgard Morin l’ha sempre considerato un grande complimento) e ancora oggi, non è accolto bene (la maggioranza neppure lo conosce) per la sua idiosincrasia contro la burocrazia centrale dei partiti e il suo furibondo anti-comunismo pari soltanto alla sua attività anti-nazista.
Edgard Morin era la grande passione intellettuale di Pier Paolo Pasolini, e quando Morin veniva negli anni’60 in vacanze a Roma, era ospite a casa sua. In Italia neppure traducevano i suoi libri. Ancora oggi la Teoria della Complessità, in questo paese non viene accolta.
Incitarvi a leggere le opere e il lavoro del più grande filosofo europeo vivente, è il risultato del mio sogno di ieri notte. Diciamo che me l’ha consigliato Pier Paolo Pasolini dall’aldilà.
Perché una cosa è certa: se non ci trasformiamo presto, iniziando da un percorso di capovolgimento interiore, non arriveremo mai alla costruzione di una nuova realtà equo-sostenibile e più evoluta.

Non sarà certo la simpatia contagiosa di Beppe Grillo a indicarci la Via.
Serve ben altro.
Soprattutto serve, da parte di noi italiani, sempre lesti a seguire i banditori d’aste, cominciare a leggere e studiare i filosofi che vantano una succosa produzione.
Se poi, invece, si preferisce affidarsi alle novità di Dagospia, non ci si potrà domani lamentare se, dalla Francia, dopo il sorrisetto disgustoso di Sarkozy, arriverà magari prima sotto forma di mònito, ma poi sempre più chiaramente in modo diretto, l’invito a qual cosetta di più di una semplice scossa.
Abbiamo bisogno di iniziare il percorso della Riscossa.
E si inizia dalla Cultura.
Non andando a gambizzare un dirigente industriale.
Ogniqualvolta qualcuno va a mettere delle bombe, il registratore di cassa di Goldman Sachs, a Wall Street, fa ting e segna un buon incasso potenziale.
Che cosa c’entra?
Questa, per l’appunto, è la Complessità.
C’entra.
Eccome, se c’entra.

13 commenti:

  1. Pasolini era ed è un artista e quindi un creativo che vive di visioni. E' la capacità di sognare, di intuire una realtà altra e, soprattutto, è la capacità di saperla trasmettere agli altri. Che Pasolini fosse pericoloso per il potere dominante è un dato di fatto, la sua scomparsa non è stata opera di un folle, ma la risposta studiata per eliminare un testimone dei nostri tempi. Fosse vissuto a lungo sicuramente sarebbe rimasto sempre uguale a se stesso, insegnando alle giovani menti di essere critiche e indipendenti. E questo un potere occulto, invasivo, subliminale, non poteva certo permetterselo.

    I comunisti italiani e la sinistra, socialisti compresi, sono antropologicamente diversi dai francesi per storia, per cultura, per senso d'identità. Morin è stato ignorato, e non credo per calcolo, ma per l'incapacità di "sognare" un mondo altro da questo. Ne hanno usato gli slogan per avere consenso, ma sono rimasti sempre a metà del guado nel timore di perdere il potere ottenuto con i compromessi.

    Si tratta di intellettuali, nel senso più puro del termine, che segnano un'epoca, mostrando la via, e noi potremmo crescere solo se sapremmo innalzarci sulle spalle di questi giganti del pensiero umano.

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  2. Bellissimo articolo, Sergio..!!
    E grazie per le informazioni preziose!!
    Avevo proprio pensato di comprarmi il suo libro e cercherò anche quelli del Prof. Ceruti!
    Non hai idea di come sei illuminante e di quanto mi servivano le informazioni che hai dato stasera..
    Se è vero che i sogni sono fatti di simboli universali, beh..Pasolini ha parlato anche a me!!
    Bye

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  3. Nel post su Barnard si parlava di fuffa, se non sbaglio...
    Per quanto riguarda la pista anarchica ne parla Pietro Ancona nel suo Blog Medioevosociale dove fa un' analisi semiologica del comunicato dei terroristi giungendo alla conclusione che si tratta di gente di destra.
    Chi ha un' eta' che gli consenta di ricordare certe cose capira' subito il perche':


    "Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l'obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un'idea di giustizia, il rischio di una scelta e nello stesso momento un confluire di sensazioni piacevoli. Un piccolo frammento di giustizia, piombo nelle gambe per lasciare un imperituro ricordo di quello che è ad un grigio assassino".

    La " certa gradevolezza" e soprattutto il ricordo "imperituro" sono espressioni che un anarchico non userebbe mai ma come dice Ancona e' proprio lo stile improntato a un vitalismo anni trenta che non convince.

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  4. Da quando gli anarchici gambizzano?
    Due sicari in motore fanno pensare più ad un'intimidazione mafiosa. E' strano che in Italia, dove abbiamo non una ma tre mafie (per non dire quattro) nessuno pensi alla pista mafiosa ma vada a tirar fuori qualcosa di talmente polveroso dall'armadio che i giovanissimi nemmeno sanno cosa sia.
    Ciò che non mi spiego è perché i media avallino così acriticamente le "piste" indicate dal governo. Sono stati gli anarchici, punto e basta. Si ritengono soddisfatti del suggerimento. A loro basta essere i tamburini di latta del regime. Contenti loro.

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    1. Altro che pista mafiosa, qui c' è
      qualcosa di peggio finalizzato a ulteriori restrizioni della democrazia.

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    2. "contenti loro"....infatti, loro sono contentissimi.

      Noi no.

      Affatto.

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  5. qui non sono responsabili nè anarchici nè mafiosi
    basta vedere la risposta: l'esercito nelle strade
    chi ha fatto questo attentato aveva altri fini
    la grecia è vicina
    meditate gente meditate

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  6. Oggi sono andato a impulciarmi tra i miei vecchi libri di fantascienza.
    Da Asimov a Gibson, passando da Dick, fermandomi un attimo con Miti di un futuro vicino di Ballard.
    Poi mi sono letto tutto il post precedente con relative opinioni.
    Mi sono fatto un'idea.
    A che serve il futuro se con MMT possiamo tornare da dove siamo partiti.
    Cosi' mi sono messo a rileggere Cannery Row.

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  7. Alberto Bagnai su un post di qualche mese fa ha scritto:

    "Come si fa a non pensare che Mani Pulite sia stata pilotata per scopi che forse stiamo cominciando a intravedere solo adesso?"

    Qui c' è una ricostruzione del 2007 in cui si sostiene che Mani Pulite è stata parte di un piano per arrivare a svendere almeno in parte alcune importanti aziende di Stato (non è detto che i magistrati se ne rendessero conto)

    http://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm

    Tu cosa ne pensi, Sergio?

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    1. l'idea è suggestiva ma così facendo si può dire qualunque cosa, anche che la rivoluzione russa è stata fatta da immobiliaristi belgi che in tal modo si sono appropriati di ville di lusso a Liegi dei Romanov, finiti fucilati...si può dire di tutto, come quelli che sostengono che le torri gemelle se le sono buttate giù gli americani da soli. Mi interessano, di solito, quelli che le cose le dicono prima (Stieglitz nel 2006 "Se la BCE non interviene immediatamente, l'Europa entro cinque anni rischia di crollare economicamente e nel 2012 si risveglieranno con una disoccupazione alle stelle"). Dopo, e soprattutto a distanza di anni, si può dire di tutto. Ma così si devia l'attenzione.

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  8. Seguo da molto questo sito, conosciuto tramite GOD, e mi sento sollevata, mi piace che siano il "capire e il conoscere" la strada per un futuro migliore.
    Grazie

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