sabato 29 luglio 2017

Dio, chi? Un filosofo sloveno illumina la confusa scena della nostra palude quotidiana.










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C’è un nuovo fondamentalismo religioso, oggi, in occidente, che si va diffondendo a macchia d’olio, penetrando nelle nostre case, forgiando il nostro immaginario. Mentre nei paesi islamici, la collettività autoctona deve vedersela con la piaga dell’Isis e il loro specifico radicalismo violento, in occidente siamo costretti a prendere atto di essere finiti nel gigantesco calderone del capitalismo social, estrema aberrazione etica di una degradazione etico-sociale che va all’attacco della libertà della nostra psiche. In gioco, infatti, è proprio l’Animus della persona, intesa come esistenza pulsante.
Questo neo-fondamentalismo religioso, all’apparenza laico, avviene nel nome e al servizio del dio Narciso, è quindi  impossibilitato a essere oggettivato.
Lo si può definire, per il momento, soltanto attraverso un aforisma paradossale.
“E’ in atto una epocale metamorfosi di Dio: si sta trasformando in d’Io”.
Ed è la ragione principale della crisi dell'occidente


fine del post.





P.S.
Consiglio ai miei lettori di seguire la prolifica attività di pensiero del filosofo e psicoanalista sloveno Zizek, che considero un illuminante faro nella coscienza europea. Qui di seguito, vi propongo una intervista da lui rilasciata al corriere della sera e pubblicata un anno fa sul quotidiano milanese. Eccola, buona lettura.
(http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_16/prometteva-liberta-ma-web-oscuro-rovina-milioni-vite-2ba208b6-7b7e-11e6-ae27-bc43cc35ec72.shtml)



«Prometteva libertà ma il web oscuro rovina milioni di vite»

Il filosofo Žižek: è lo Stato che deve controllare la Rete




Domani terrà una lectio magistralis al festival di Pordenone, dove presenterà Il contraccolpo assoluto (Ponte alle Grazie), che continua la sua rilettura creativa di Hegel e Lacan. La notizia del suicidio di Tiziana Cantone lo colpisce in quanto padre e gli ricorda un caso molto simile in Slovenia. «A Maribor, due anni fa, in una piccola scuola, degli studenti avevano filmato un preside che faceva del sesso orale con una professoressa; quel video è finito sul web e il preside si è ucciso. Non ha retto, la sua vita era rovinata. Noi ce ne accorgiamo solo quando ci sono finali tragici o scandali, ma tante vite vengono distrutte in modo più discreto. Milioni di persone perdono la loro onestà, la loro decenza, soffrono».



Prima del web era diverso?
«Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. Lo so perché mio figlio, di 17 anni, ha fatto un giro sul web profondo e ha trovato di tutto, video di torture, scene di sesso estremo e persino uno di quei film in cui si vedono morire delle persone, uno snuff movie».

Lei come ha reagito?
«Malissimo. Sto male solo all’idea che si possa vedere realmente qualcuno torturato e ucciso. Per cosa poi? Un conto è vedere, come fanno gli inviati di guerra, le prove di un massacro di civili, altro discorso è farlo per gioco. Lo stesso discorso vale per il sesso».

Cosa pensa del sesso digitale? L’ha mai fatto?
«No! Io lo faccio in modo analogico. E amo le passioni. Infatti ho avuto più mogli, e sono un monogamo; ma la monogamia per la cultura di oggi è vista come una patologia, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, perché non va bene fissarsi con una sola persona. In questo senso non mi piace molto il nuovo corso di certi movimenti di genere sessuale che sono passati dalla giusta richiesta di diritti alla prescrizione normativa di doveri, e di piaceri, quasi una ideologia, perfetta per il nuovo capitalismo social, che predica consumi e ostentazione. Gli psicanalisti dicono che spesso le persone chiedono come poter gestire meglio il proprio piacere, averne di più. E invece i terapisti devono liberare i propri pazienti da questa ossessione di voler godere sempre e comunque».

Quant’è ambiguo l’appeal del sesso digitale?
«Da un lato, per i giovani soprattutto, sembra un gioco di evasione, di fuga in un universo virtuale che spesso fa ritardare le esperienze reali. Dall’altro lato questa fuga fa venire fame di realtà, e di interagire in maniera anche brutale e, possibilmente, riconnettere virtualità e realtà. Anche in maniera dolorosa. Ricordo i cutters, quelli che si tagliavano con il coltello, anche su parti intime, o lì vicino, per sentirsi reali, vivi».

Lei ha mai controllato il cellulare o il pc di suo figlio?
«Mai, è da idioti pensare di farlo: lui è tecnologicamente più avanzato di me. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale».

Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy?
«No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi. I social media creano sì nuovi spazi di auto organizzazione, per dirla con Marx, ma grazie a loro il discorso politico si è abbassato: uno come Trump può parlare oggi in pubblico come fino a ieri avrebbe potuto parlare solo in privato. Questo abbassamento è purtroppo ormai accettato».

Che cosa bisogna fare?
«Invertire la tendenza. Un tempo sesso e linguaggio volgare erano armi rivoluzionarie contro il potere. Oggi che il potere è sessualizzato ed è volgare dobbiamo riscoprire le passioni nel sesso e in politica».

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