domenica 23 giugno 2013

L'emergenza suicidi è una tragica realtà italiana. Ma siamo sicuri che i soldi c'entrano?


di Sergio Di Cori Modigliani

Ogni giorno, in rete, sui social networks, nella rubrica della cronaca locale dei numerosi quotidiani cittadini e regionali, si legge la notizia relativa al suicidio di qualche imprenditore. Da diversi mesi si è aggiunta, in maniera sempre più eclatante, una novità antropologica non ancora analizzata: il suicidio di agenti e ufficiali delle forze dell’ordine, molto spesso accompagnato dal preventivo femminicidio della coniuge e/o amante, il che aumenta lo sconcerto e il dolore sociale. Tutto ciò viene enfatizzato a gran voce, dall’intera comunità, come una conseguenza della crisi economica. Perché viene sempre fuori che questi suicidi sono legati al fatto che l’azienda era fallita, o che il tale imprenditore era pieno di debiti con Equitalia e non poteva pagare, e finiscono inequivocabilmente per essere rubricati sotto la voce “imprenditori suicidi vittime della crisi”.  La massa si scatena negli inevitabili commenti che sono, ormai, tutti uguali, suddivisi in due grandi giganteschi  tronconi paralleli, divenuti un pericoloso binario sintomatico del nostro degrado socio-psichico: avvilimento depressivo e rabbia violenta.
Ma c’è dell’altro.
Il suicidio di un individuo è sempre un grande mistero esistenziale. Escluse le forti patologie mentali, non si sa perché una persona decida di compiere un simile gesto. Questo atto rivela una rottura davvero estrema nell’impalcatura che regge l’equilibrio bio-psichico della nostra fisiologia animale, basato sull’egemonia assoluta dell’istinto di sopravivenza rispetto a ogni altro interesse. Altrimenti, la specie umana si sarebbe già estinta. E’ per questo che, comunemente, viene definito “gesto estremo”, una locuzione che viene capita e compresa da chiunque, anche da persone molto ignoranti e poco sensibili. Perché è una verità comune. Al di là del suicidio non c’è più nulla. Si tratta, pertanto, della rottura di un equilibrio. Quando, in una società, si comincia a delineare un numero eccessivo di suicidi e di pulsioni autodistruttive, la sociologia statistica rileva questo dato come un termometro e un sintomo che identifica quella società come “squilibrata”: saltano i parametri di difesa dell’impianto biologico che annunciano l’imminente rottura, di lì a breve, dell’equilibrio sociale, e da lì di quello psicologico, preconizzando la fine di quella determinata società o etnia. Se, all’intelligente e sensibile Seneca, vissuto a cavallo dell’anno 0, avessero fatto vedere il film dell’Impero Romano nell’anno 312, la sua reazione sarebbe stata scontata: impallidito dal terrore avrebbe spiegato con solide argomentazioni (e le avrebbe azzeccate tutte) come e quando e perché il più grande impero mai apparso sulla Terra sarebbe imploso, scomparso e ingoiato per sempre dalla sabbia del Tempo. Forse furono in tanti, allora, a prevederlo. E non è un caso che non sia rimasta traccia alcuna della loro testimonianza, non lo sapremo mai (è la tesi di Dan Brown, che prima di fare lo scrittore commerciale insegnava Storia dell’Arte e Letteratura Latina all’università. A Roma, nonostante un regolare permesso concesso ai docenti universitari, si trovò nella Biblioteca Vaticana a subire uno sbarramento che gli vietò l’accesso alla consultazione dei codici e dei manoscritti prodotti tra il 200 e il 400 d.C; dopo una battaglia legale perdente, durata due anni, lo studioso americano se la legò al dito e scrisse “Angeli e Demoni”).
Capire e comprendere, quindi, (nel caso sia possibile visto che affrontiamo un mistero esistenziale) le ragioni che si celano dietro la tendenza degli imprenditori suicidi, può essere importante per tutti. Sottovalutare il fenomeno, o sottacerlo, è pericoloso, perché accelera il processo di emulazione trasformando un gesto “estremo” in un “atto trendy”. Ormai per un imprenditore piccolo-borghese, dotato di strumenti interiori minimi, comincia a essere normale confessare a un amico al bar la propria fantasia estrema, proprio perché sta diventando una moda, fa tendenza. Il punto è proprio questo.
E’ possibile che suicidarsi possa diventare di moda?
E’ possibile.
Se a Catullo e a Virgilio, il filosofo Seneca avesse fatto vedere il film, è probabile, per non dire quasi certo, che si sarebbero uccisi per la disperazione. Perché Roma non era un Valore discutibile. Era criticabile, ma non discutibile. Roma non era meglio di un’altra civiltà o la migliore tra le civiltà allora esistenti. Era l’unica pensabile. Per Seneca, per Catullo, per Virgilio, l’idea di immaginare la possibilità di un mondo non sottoposto alla Lex romana era inconcepibile, non era sostenibile. Perché si trattava di un Valore Assoluto, socialmente superiore a quello biologico.
Non è certo casuale che, in Germania, il più alto tasso di suicidi mai registrato nella sua bimillenaria storia si sia verificato tra il 15 febbraio e il 15 giugno del 1945, soprattutto tra i piccoli e medi imprenditori, gli ufficiali di grado medio, i funzionari dello stato del Terzo Reich, quelli che erano davvero convinti che il Fuhrer, la svastica e la teoria nazista fossero un Valore Assoluto. Senza, per loro, non aveva alcun senso vivere. Il secondo più alto tasso di suicidi –sempre in Germania- si rivelò tra gli imprenditori medi, tra gli intellettuali, tra gli artisti, tra i giuristi, tra gli accademici, tra i professionisti, nell’arco di tempo tra il novembre del 1936 e il giugno del 1937 quando, ai loro occhi, l’idea della Germania come Valore Assoluto di cultura, arte, libero pensiero, evoluzione, progresso e dinamica sociale, svanì per sempre. Non a caso, nello stesso identico periodo, i suicidi presso la piccola-borghesia e i settori più poveri della società crollarono a zero.
Il nazismo si affermò con la diffusione di suicidi di massa e si concluse nello stesso identico modo.
E’ necessario quindi, laddove sia possibile, cercare di comprendere quale siano i “Valori Assoluti” di riferimento nella società per cercare di comprendere un fenomeno estremamente importante, in via di espansione, che – a mio avviso- poco o nulla ha a che fare con la crisi economica. Nessuno si uccide perché non può pagare 22.675 euro a Equitalia: è una menzogna bella e buona. E’ un falso ideologico e demagogico. 22.675 euro non sono un Valore Assoluto, sono un valore numerico relativo.
Quindi, se vogliamo comprendere ciò che accade nella nostra società, noi dobbiamo cercare di capire gli autentici valori assoluti che esistono in Italia, non quelli relativi.
Chi si uccide (al di là dell’insondabile mistero) lo fa perché sente dentro di sé la scomparsa del suo personale Valore Assoluto, come è accaduto a impeccabili docenti di diritto pubblico a Dusseldorf nel 1936 o a un ufficiale della Gestapo nell’estate del 1945. Con il suo particolare acume, il geniale sociologo Zygman Bauman notava come nel dicembre del 1989 non ci fu nessun caso di suicidio in Russia. Il motivo, spiegava il grande pensatore polacco, consiste nel fatto che la nomenclatura che contava, la burocrazia del privilegio, la casta locale, non credeva affatto al comunismo; erano pienamente consapevoli del fatto che si trattava di una gigantesca truffa di cui loro erano semplicemente i beneficiari privilegiati; e le caste, si sa, sono tutte trasformiste: si adeguano ai cambiamenti. Sempre Bauman notava che, al di là delle questioni economiche e di geo-politica, l’impero russo è imploso al proprio interno, letteralmente disfacendosi, proprio perché era ormai privo di qualunque valore assoluto di riferimento.
Diversa è la situazione interiore che provoca la silente e totale disperazione di chi è solo al mondo, non ha un affetto di riferimento, non ha reddito, non ha lavoro, e sa che gli stanno per portare via anche la sua casa. Quelli sono eventi legati alla più che comprensibile “disperazione socio-esistenziale” ma (surprise!!) i dati statistici ci rivelano che sono in netta diminuzione, ad esempio, rispetto al 2008, e molto ma molto inferiori a quelli del 2003.  Il più grande balzo nella diffusione della povertà in Italia dal 1946 a oggi, si è verificato tra il 1995 e il 2005. Nel 2012 hanno semplicemente aggiornato i sistemi di rilevazione e in molti casi hanno introdotto casi e valori che hanno, invece, un valore statistico retroattivo. La grande mattanza sociale, in Italia, è avvenuta in quel decennio in maniera silenziosa e complice, sotto gli occhi di tutti, gestita con criminale indifferenza dalle burocrazie centrali di PD, PDL e tutti gli altri al seguito. Oggi ne paghiamo le conseguenze, ma non è una sorpresa, né tantomeno una novità. Se ne parla. Il che è diverso. Come per ciò che riguarda il femminicidio, in netta progressiva diminuzione rispetto alle decadi precedenti. Se andate a spulciare in una emeroteca nell’archivio della cronaca locale dei quotidiani di Rovigo, Siracusa, Forlì, Sassari, Bergamo o Lecce, negli anni’50, ’60, ’70, ’80, vi rendete conto che ogni giorno venivano uccise in modo violento, un impressionante numero di donne, superiore di almeno il 400/500% ai valori attuali. Oggi se ne parla e giustamente ci si indigna. Allora, era prassi comune sostenere “se la sarà andata a cercare” trasformando così l’intera collettività in complice inconsapevole dei delitti. Oggi, se una persona dice questa frase in pubblico, corre il rischio (lo spero proprio) di essere preso a ceffoni dal barista. La donna, in Italia, si è conquistata il diritto “sociale” ad avere come Valore Assoluto la propria libertà esistenziale e come tale rispettata. Nel 1959 questo diritto psico-sociale non le veniva riconosciuto.
Quali sono i Valori Assoluti, dunque, che vengono meno agli imprenditori che si uccidono?
Che cosa c’è di così profondamente importante da spingere a superare l’idea della vedovanza del coniuge, il terribile fardello lasciato in eredità ai figli, il pessimo esempio offerto alla cittadinanza, la dichiarazione di totale indifferenza verso i propri amici, visto che, ad un tratto e all’improvviso, nella mente di queste persone appare, come una sottile e inconsapevole allucinazione, l’immagine del loro Valore Assoluto che va in frantumi?
Se avessimo la possibilità  di andare a sondare nella intimità della vita di parecchi di questi imprenditori suicidi, ci troveremmo dinanzi alla triste realtà di solerti lavoratori che sono diventati, all’improvviso, vittime di un sistema malvagio. Oppure  – ed è la mia attuale tesi controcorrente e impopolare - ci troveremmo davanti, molto più spesso di quanto non si possa credere, all’angosciante teatro di intimità piccolo-borghesi, coltivate dentro una zuppiera di fantasie da mitomani, che considerano “la vita insostenibile” perché non possono andare più a Cortina, non possono più acquistare un’amante giovane, non vengono più invitati al tavolo da poker dove la posta base è 2.000 euro, e via dicendo.
I  Valori Assoluti, in questi casi, sono il danaro e la visibilità dello status sociale e sono più diffusi di quanto pensiamo. E per raggiungerli si è disposti a tutto, proprio come gli ufficiali della Gestapo che rimanevano indifferenti dinanzi al dramma esistenziale delle persone che loro sopprimevano.
Ciò che distingue i “valori assoluti” di ognuno di noi è la profondità spirituale del nostro approccio con l’esistenza.
Il dibattito che in Italia langue, per non dire che latita in maniera totale, è quello relativo ai valori spirituali e culturali di riferimento dentro ciascuno di noi e di conseguenza nell’intera società. Un imprenditore che ha una sua propria solidità spirituale interiore, se ha delle difficoltà, chiude quell’azienda e si inventa qualcosa da fare, magari inventandosi una soluzione innovativa in qualche campo, ingegnandosi.  lo so, è molto più facile in altri paesi che in questa Italia ingessata. Comunque, purtroppo,  nella stragrande maggioranza dei casi, molti –troppi- di questi imprenditori suicidi, negli ultimi anni o mesi avevano spesso scelto altre strade “le hanno provate tutte”, questo è vero, ma avviandosi sulle consuete scorciatoie italiane della furbizia. Sempre nel nome de “l’Italia è fatta così” o ancora peggio “se non fai così non campi”.
Se l’Italia è fatta così, ciascuno di noi ha sempre, e comunque, una possibilità di scelta: si adatta e si adegua oppure combatte per cambiarla.
La crisi culturale dei valori e la perdita di lavoro spirituale interiore.
Questa è la vera eredità lasciata dal berlusconismo e che il piddismo ha scelto di protrarre nel tempo con ottusità miope e complice.
Questi, sono i veri poveri esistenziali, e io non riesco a rispettarli.
Perché sono coloro che domani metteranno la firma per ritornare al paese di Bengodi sottoscrivendo l’idea del Pensiero Unico a danno di ogni forma di opposizione, di rispetto per l’ambiente, di legalità, di diritto civico, di solidarietà collettiva. Saranno pronti anche a eliminare per sempre l’istruzione e cancellarla, se serve, pur di riavere indietro le carte di credito aperte necessarie per poter postare poi su facebook le fotografie di loro che prendono un drink in Polinesia accanto a qualche vip.
Apriamo un dibattito, invece, sulla necessità di fondare insieme degli inderogabili Valori Assoluti che siano umani, terribilmente umani in senso affettivo, emotivo, spirituale.
Perché allora, in quel preciso istante, e soltanto in quel momento, potrà nascere e svilupparsi una opposizione vincente: ci saranno Valori Altri da sostituire al piddismo e al berlusconismo.
L’Italia non è diventata post-berlusconiana.
L’Italia non è diventata post-piddina.
L’Italia soffre di nostalgia perché il PDL e il PD non pagano più come prima.
Questa è la crisi dell’economia liquida nel nostro paese.
Altrimenti non avremmo al governo l’accoppiata Letta/Alfano.
Non si tratta di un problema di soldi.
Il problema sta nel pensare che i soldi possano essere una soluzione.
Fuck the money, dicono gli americani quando diventano antagonisti. E lì, da loro, il potere, anzi il Potere, trema, perché sa che sono in arrivo nuovi valori assoluti con i quali bisognerà fare i conti.
In conclusione, cito un racconto di un grandioso romanziere statunitense, un caposaldo del romanzo sociale Usa, William Saroyan.. Attivo nei primi decenni del secolo scorso, ha raccontato con ammirevole maestria la trasformazione della società americana negli anni’20, e poi nei ’30 e nei ’40. Divenuto celebre per le sue accurate e minuziose descrizioni della sbornia decadente, festaiola, incocainata, piena dei soldi della finanza speculativa degli anni ’20, proseguì, agli inizi degli anni ’30, nella narrazione esistenziale dell’America trasformata dalla depressione.  Scrisse diversi romanzi, ma il meglio lo diede nei suoi racconti (circa cinque volumi) veri e propri quadretti succosi degli interni familiari americani. A differenza del grandioso Francis Scott Fitzgerald che celebrò l’età del jazz descrivendo l’ambiente del jet set e dei super ricchi, William Saroyan raccontò la gente comune, quella che credeva e voleva credere nel grande sogno americano. Una piccola parte dei suoi racconti venne pubblicata negli anni’50 da Mondadori con il titolo “Che vi sembra dell’America?”. Questo che qui ricordo in Italia è inedito.
Si svolge a New York, Manhattan, teatro della maggior parte delle sue storie. E’ l’anno 1930. Si racconta la storia di Jim, un americano di successo, di professione analista finanziario in borsa. Il racconto si apre il pomeriggio in cui, a Wall Street, nel suo ufficio, dopo una giornata di convulse contrattazioni, la borsa chiude per eccesso di ribassi. Alle ore 17 fa i conti e si accorge che è rovinato. Non soltanto ha perso tutto. E’ anche pieno di debiti. Al mattino era un miliardario gaudente e adesso non ha nulla. Sa che la banca gli porterà via la sua splendida casa, la villa da sogno al mare sulle dune degli Hamptons, la sua meravigliosa automobile, una Dawson 4. Per non finire in galera è costretto a dichiarare ufficialmente fallimento. Deve scegliere: fallire e finire in miseria in mezzo alla strada oppure affrontare il carcere patteggiando e quindi sperando di mantenere qualcosa per il dopo. Non sapendo che cosa scegliere, decide di suicidarsi. Perché tutto ciò in cui lui credeva si è dissolto in un pomeriggio di contrattazioni finanziarie. Si accorge che è solo, non ha affetti, non ha un amore, non ha nulla. E senza soldi, lui, non è nulla. Esce dall’ufficio e stabilisce di avviarsi a piedi verso il ponte di Brooklyn che si trova a qualche centinaio di metri dalla borsa di Wall Street. Vuole attraversare il ponte fino a metà e poi buttarsi di sotto. Indossa un ricco cappotto di cammello con il collo di pelliccia e un colbacco di pelo perché è un inverno perfido. Cammina per la Broadway diretto verso il suo suicidio in preda ad un’acuta depressione. Non ricorda nulla di bello nella sua vita, se non il fatto che, figlio di modesti agricoltori dell’Arkansas, era arrivato a New York e aveva fatto fortuna. Arrivato nei pressi del ponte si accorge che ha una gran fame: è l’istinto di sopravvivenza che tenta la sua ultima carta disperata. Si cerca in giro ma è tutto chiuso. La depressione economica ha fatto fallire bar e caffetterie. Poi vede un carrettino ambulante che vende hot dogs. Si avvicina e in quel momento si accorge quanto sia stupido tutto ciò, come se uccidersi a pancia piena potesse essere diverso dal fatto di farlo a pancia vuota. Decide, quindi, di soprassedere e proseguire verso il ponte che sta lì, davanti a lui. Ma la sua curiosità è attratta dalla persona che prepara le salsicce. E’ una giovane donna, un fatto inusuale. Si accosta al carrettino per osservarla meglio. La donna indossa un cappotto un po’ spelacchiato, che un tempo era di lusso. Ha una veletta che le copre metà del viso e gli sorride. Lui la osserva e chiede un hot dog con tanta senape. Rimane ipnotizzato dalle sue mani, dal dettaglio dei suoi polpastrelli. Mani ben curate, dita dinamiche. Le fa i complimenti per le mani. “Grazie” risponde la giovane donna “sono una violinista”.  Jim prende il hot dog e la osserva meglio, mentre arrivano alla spicciolata altri avventori. Capisce che la donna è una musicista professionista e viene da una buona famiglia che è stata travolta dalla crisi economica. Lui è colpito dal fatto che lei ha detto “sono” una violinista e non ha detto “ero”. Si presenta e le chiede come si chiami. Lei glie lo dice “Sono Marjorie”. Gli chiede se a lui piace la musica classica. Lei ha un’aria tranquilla, serena, sorride a tutti, è una persona solare. Lui dà un morso al suo hot dog ma viene preso da un crampo allo stomaco. Non capisce come faccia quella giovane donna a essere perfino contenta della sua situazione. Comincia a sentirsi male, ma intanto ha dimenticato che doveva suicidarsi. Lei gli chiede “Vivaldi le piace?”. Lui risponde di sì, nonostante non sappia neppure chi sia. D’un tratto viene preso da un insopportabile senso di angoscia, paga, butta via il panino e scappa via, si è ricordato che si deve uccidere. Comincia a correre ma sbaglia strada e si perde nei vicoli dietro la Broadway. Corre sotto la neve come se quella Marjorie lo stesse inseguendo per dei motivi che lui non sa. Dopo aver corso per un bel po’ finisce proprio dalla parte posteriore del grande palazzo della borsa, dove sono i garage dove sono parcheggiate le vetture dei manager e dei dirigenti. Si ferma per riprendere fiato. Come in un lampo veloce fa un inventario della sua esistenza e d’un tratto vede, proprio davanti a lui, un cartello con la scritta “cercasi meccanico specializzato con esperienza”. Si ricorda all’improvviso che era ciò che faceva a bottega, al paese, prima di venire a New York, quando si guadagnava da vivere per mettere via i soldi e andare nella Grande Mela in cerca di fortuna, che aveva trovato, e che adesso aveva perso. Con le nocche bussa al finestrino della guardia e chiede informazioni sul lavoro di meccanico proponendosi. Si accorge che viene guardato con sospetto perché è troppo elegante. Gli fanno delle domande tecniche, e mentre risponde, poco a poco, la sua memoria gli ricorda quando era meccanico e la sua vita aveva un senso e non era basata soltanto sul danaro. A un certo punto l’inserviente fa “Ma lei è capace, ad esempio, di pulire il carburante della Dawson?”. Lui lo considera un colpo di fortuna. “Se è per questo lo posso smontare tutto, lavare, pulire, e rimontare, anche subito”. L’addetto lo guarda senza mai nascondere il suo sospetto e poi chiude il finestrino. Apre la porta e viene fuori. Gli chiede notizie sulla sua vita, non vuole guai con la Legge. Jim lo rassicura. Alla fine gli dice la verità. Si mettono d’accordo sulla paga e sull’orario di lavoro. Comincerà il mattino dopo alle 6 per preparare le automobili che alle 7 partono per andare a prendere a casa i dirigenti. Deve lavorare anche tutto il week end. Lui accetta a condizione che il sabato possa andare via alle 5 e magari torna dopo verso le 10. Sa che al Carnegie Hall fanno un concerto e ci vuole portare Marjorie, ha in tasca i soldi sufficienti per acquistare i biglietti e pagarle la cena. Confessa all’inserviente che non ha un posto dove andare a dormire, se può dormire lì finchè ci lavora. Quello risponde che va bene. Si stringono la mano.
Jim se ne va e comincia a correre verso il ponte sperando di trovare ancora la violinista.


Fine del racconto e del post

11 commenti:

  1. A questa interessante analisi aggiungerei l'aspetto religioso visto che in Italia la cultura cattolica controlla e condiziona da secoli la coscienza popolare.

    I valori fondanti del Cristianesimo sono stati manipolati ed asserviti agli schemi di potere dei cattocomunisti, dei liberali cattolici e di quanti hanno strumentalizzato la Chiesa per scopi principalmente terreni di sfruttamento della credulità altrui, del senso di colpa, del peccato, della sessualità e quant'altro.

    Oggi viviamo in un deserto ideologico e lo stesso Papa Francesco fa fatica a ridare speranza e fiducia al suo popolo perché è quasi impossibile (da un punto di vista laico, la fede smuove le montagne) dissetare un vasto deserto spirituale con un secchiello bucato.

    Senza consapevolezza e senza assunzione di responsabilità personale sarà molto molto difficile sopravvivere all'arsura.

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    1. Sì è vero, per questo è necessario ritrovare una propria spiritualità individuale e poi collettivizzarla. Spero che questo Papa Francesco ci dia una mano e sia una persona vera.

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  2. i pensieri come i volti sono differenti nelle persone.

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  3. Fino a quando ci capiterà di imbatterci in scritti come il tuo ,tornerà il piacere,il gusto di ritrovarsi uomini,invece che sperare nell'innocenza degli animali,usati invano come mezzo di redenzione.

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  4. Vedo ancora la cosa in termini di schizofrenia. Abbiamo creato una societa' malata: e' normale identificarsi in qualcosa che e' all'esterno di noi e non appartiene alla nostra essenza - avere piuttosto che essere... come se poi i nostri averi ce li potessimo portare dietro nella prossima fase di questa esperienza incredibile che non finisce con la morte. Come puo' un uomo che sia tale rinunciare a vedere un altro tramomto (e' cio' che salvo' Milton Erickson da una morte annunciata)? Come si fa a rinunciare a veder crescere i propri figli, i propri nipoti, a credere che non vale piu' la pena vivere mentre ogni giorno e' un regalo e un'opportunita', almeno per me. Poi mi rendo anche conto che respirare non vuol dire necessariamente vivere, che si puo' morire dentro e seguir respirando, e allora forse e' meglio morire e ricominciare 'from scratch' da un'altra parte e in un altro tempo, e allora non giudico. Ma davvero si puo', mi chiedo? O quel gesto assurdo pesera' come un macigno sulla propria coscienza, dovunque si vada, e sulla coscienza collettiva, perche' siamo tutti un po' complici di questa schizofrenia...

    Son solo domande... Grazie per lo spunto di riflessione.

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    1. Mi vien da risponderti citando l'ultima intervista rilasciata da Jorge Luis Borges alla BBC a Londra, quando era già molto vecchio e cieco. Gli chiesero: "quali sono i suoi rimpianti? Ne ha? Pentimenti?". E il geniale scrittore rispose: "Oh sì, so con certezza matematica ciò che ho perso e mi dispiace ancora adesso e mi manca, ed è ciò che perseguirei se avessi la opportunità di ritornare indietro". E l'intervistatrice, incalzandolo, gli chiese di che cosa si trattasse. E lui: "Rimpiango certi tramonti che mi sono perso, certe passeggiate con la mia compagna sulla calle Pueyrredòn con i ciliegi in fiore mentre discutevo con lei per qualcosa di irrilevante che non mi ricordo, ma ciò che mi ricordo è che non ebbi, allora, troppo giovane, la saggezza necessaria per prenderle la mano e dirle: guarda che bello questo ciliegio giapponese! I miei errori, nella vita, sono stati questi: i tramonti e le passeggiate perse, i sorrisi ai quali non sono stato in grado di rispondere con un altrettanto sorriso perchè ero troppo preso da me stesso; osservare il fiume che va e seguire un campo di nuvole in cielo. Sa, la vita, intendo dire quella vera, quella che conta per davvero, è fatta di queste cose. L'uomo di successo è colui che non si perde mai un tramonto e ne conserva dentro di sè l'emozione per sempre. In questo senso, non posso che dire di essere un fallito, come la maggior parte delle persone".

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  5. Poetico. Mi piace molto Borges. E anche lei. Grazie ancora.

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  6. Che devo dire, leggendo quello che scrivi respiro di sollievo. Qualcuno normale ancora c'è, qualcuno che usa la logica, si basa sui fatti e soprattutto usa la propria testa. Pensavo che certe teste fossero ormai estinte...soppiantate da un'unica testa mediatica, robotica e scellerata.

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  7. Capisco la provocatorietà del titolo.... è però mia abitudine, quiando leggo un'analisi, avere dei dati di riferimento, tali da permettermi una miglior analisi di quanto mi viene proposto...
    Vi sono infatti punti che mi vedono in netta cotrapposizione....ma probabilmente è un limite mio...ho difficoltà infatti , come sempre, a cogliere il succo del discorso.
    Non sarei cmq intervenuta neppure questa volta se la lettura del suo articolo non mi fosse stata suggerita.......e le confesso che preferirei si ragionasse con la propria mente cogliendo sì gli spunti di discussione, ma non reciotarli come tanti grani del rosario...:)
    Per completezza leposto qui un' interessante analisistatistica..Come storiografa preferiscopartire sempre dai dati su cui poi estrapolare ipotesi.
    Buona giornata
    http://scenarieconomici.it/la-crisi-uccide-sempre-piu-suicidi-per-cause-economiche-vediamo-i-numeri-e-intanto-dal-2011-listat-ha-cancellato-la-rilevazione/

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  8. Mi scuso per la grafia.... ma sono dislessiva

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  9. La storia di Jim smentisce l'assunto, anzichè confermarlo.
    Jim ha perso tutto, cerca un lavoro, lo trova, abbassa il proprio tenore di vita ma riesce a togliersi qualche sfizio, come il teatro.
    Da noi, perdi il lavoro, se hai una famiglia torni a vivere con mamma e papà, se non li hai, finisci a dormire in stazione.
    Per saperlo, bastava andare a fare un giro nelle mense per poveri, una volta approdo di clochard, oggi frequentate da pensionati al minimo ed ex dirigenti d'azienda, ex imprenditori, ex professionisti.
    Quello che uccide non è la moda, è l'assenza di futuro.
    La consapevolezza che, perso il lavoro, non se ne troverà un altro, quindi che si perderà qualsiasi forma di vita civile.
    Quello che uccide non è la perdita di denaro ma la consapevolezza che qui, la speranza, è vinta da tempo.

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