sabato 22 giugno 2013

Jan Ullrich ci sta indicando la via, mentre Josefa Idem spinge verso la retroguardia. Due modelli tedeschi che ci insegnano e spiegano che cosa sta veramente accadendo oggi in Europa.




"La ministra tedesca, Josefa Idem, coccolata dai media tedeschi (STERN: "Se resta fedele a se stessa, è difficile da combattere") ha imparato molto velocemente: Non pagare l'Ici, tenere una palestra abusiva e, sopratutto: non dimettersi quando tutto viene fuori. Possiamo essere orgogliosa della nostra compatriota tedesca". 
                                                                                                       Petra Reski, giornalista


di Sergio Di Cori Modigliani 

Jan Ullrich non lo sa, ma forse -e io lo spero proprio- un giorno, nei libri di Storia d'Europa, il suo nome verrà additato dai sociologi, dagli antropologi, dai neurofisiologi e dagli studiosi del comportamento collettivo come "la punta di diamante di un processo di rigenerazione, cambiamento, e infine autentica rivoluzione, che sconvolse l'Europa nel tardo autunno del 2013 dando inizio al celebre biennio rivoltoso 2013-2014 che da Lisbona a Kiev infiammò il continente" (pressappoco così, auspico che si leggerà su wikipedia intorno al 2016).

L'epopea di Jan Ullrich ha a che fare con noi, italiani ed europei.
Con i nostri bisogni più immediati, con le nostre esigenze, con la nostra utopia, con le nostre speranze.
Il suo illuminante comportamento ci segnala oggi, come un lampo che annuncia l'imminente tempesta, la strada che va seguita. E nessuno meglio di lui avrebbe potuto farlo, visto che ha dedicato la sua intera esistenza a fare, letteralmente, da battistrada.
Lo ha fatto per indiscusso merito: era davvero il migliore.
E con una competenza tecnica davvero notevole, se è per questo; il successo se lo è conquistato non per raccomandazione, malleveria o appartenenza a una loggia massonica che conta, ma perchè era bravo.
La sua storia è interessante ed emblematica, perchè ciò che ha fatto il 20 giugno del 2013 non è da sottovalutare affatto: è ciò di cui abbiamo bisogno.
Tutti.
Tutta l'Europa.
Ma più di ogni altro, noi italiani.
Jan Ullrich ha mostrato la strada da battere.
Vi presento -per chi non lo conoscesse- il personaggio.

Un grandioso ciclista tedesco, nato il 2 dicembre del 1973 a Rostock.
Uno sport molto duro, quello della bicicletta, ben diverso dal divismo miliardario del calcio; fatto di sacrifici, di allenamenti costanti e quotidiani. Uno sport essenzialmente solitario, anche se nelle grandi corse si applica la strategia di squadra. Ma nei lunghi mesi di preparazione, il ciclista professionista, è un uomo solo.
Un autentico sportivo che se ne va per la sua strada, libero, indipendente.
Si alza, fa colazione, inforca la sua bicicletta e parte.
Viaggia per centinaia di chilometri, da solo, ogni giorno, tutti i giorni, con gli occhi puntati sul cronometro sistemato sul manubrio, alla ricerca della massima armonia d'equilibrio psico-fisico tra cuore, polpacci, polmoni. E mente.
Uno sport da eroi.
Uno sport d'altri tempi.
Il ciclista è un uomo solo, parla soltanto con i pedali, osserva il paesaggio, si nutre di aria.
Per lui, respirare è tutta la vita.
Poi, quando arriva il giorno della gara, ci aggiunge la carica agonistica necessaria per competere.
E si lancia. Va.
Nel 1997, a 24 anni, vince il Tour de France, il più grande traguardo per un ciclista professionista su strada.
Poi, alle Olimpiadi di Sidney nel 2000, arriva anche la medaglia d'oro.
E in seguito anche ben tre titoli mondiali.
Un grande.
Ma nel 2006, proprio alla vigilia dell'inizio di un nuovo Tour de France, piombano i nos francesi e spagnoli,  bloccano la gara, arrestano decine di ciclisti, alcuni dei quali famosi: la celebre (per chi segue lo sport) Operaciòn Puerto. Il nostro Ullrich viene coinvolto, sospeso dalla sua squadra e infine licenziato. Eventi che accadono nello sport. Lui nega tutto e indica il complotto. Inizia il tormentone. Tutti confessano, tranne Ullrich. Il 26 febbraio del 2007 si ritira dall'attività agonistica. Due mesi dopo, specifiche analisi sanguigne rivelano la sua colpevolezza e viene espulso con infamia. Il 2 giugno 2007 gli tolgono la medaglia di Sidney, ma nel marzo del 2010 viene accolto il suo ricorso, giudicato innocente, e così mantiene le medaglie. Tutte.
Finalmente vince la giustizia.
Nell'estate del 2010 viene preso da una malattia da stress, la cosiddetta "Sindrome da burnout" e finisce ricoverato in un ospedale svizzero per sei mesi. Si riprende e comincia di nuovo a correre, non agonisticamente.
Ma il 9 febbraio del 2012, il Tribunale di Losanna lo inchioda, accogliendo il ricorso dei pm della Unione Ciclistica Internazionale e lui viene definitivamente condannato. Esce per sempre di scena dichiarando di essere stato vittima di una infamia, una congiura, l'invidia, l'odio, il complotto.
Nell'estate del 2012 la vita gli regala il terzo figlio, Toni, la cui nascita lo commuove rasserenandolo. E nell'autunno del 2012 si fa costruire una speciale imbrigliatura intorno al corpo, per andare in bicicletta a fare lunghe passeggiate con il figlioletto di pochi mesi, attaccato al petto, per fargli respirare una buona aria.
E lì, in quella estrema solitudine di sempre, inizia un colloquio afono con il suo ultimo erede.
Uomo schivo, discreto, macina e macera dentro di sè il suo dramma interiore senza condividerlo con la sua amata compagna e madre dei suoi tre figli. Si tiene tutto dentro.
Finchè, il 18 giugno del 2013, prende una decisione epocale.
Convoca una conferenza stampa e confessa, dopo tanti anni.
Senza alcun bisogno di farlo, il che rende la sua confessione ancora più legittima e interessante.
Confessa di essersi dopato, di aver vissuto una vita di bugie, di falsità, di essere riuscito a ingannare tutti, i compagni, il suo allenatore, sua moglie, i giudici, gli inquirenti. Soprattutto il pubblico.
La sua confessione, dal punto di vista strettamente legale, non aggiunge nè toglie nulla.
Le inchieste sono state chiuse da tempo. La sua condanna è definitiva. Lui ha, ormai, 40 anni.
Ma il rapporto con l'innocenza di quell'infante, suo figlio Toni, gli ha illuminato la via.
"Ho sentito il bisogno di assumermi le responsabilità in proprio come essere umano, come individuo e come sportivo" dichiara "e sento il bisogno di dover confessare in pubblico. La confessione è d'obbligo".
Ancora una volta, Jan Ullrich fa da battistrada.
Lo fa da ariete tedesco pensante.
E ci mostra la strada da percorrere, quella di cui noi italiani abbiamo davvero bisogno, estremo bisogno ed estrema urgenza, per cercare di arginare lo sfacelo che Letta-Alfano stanno architettando a nome dell'Europa ai nostri danni.
Intrappolati nel consueto gioco ideologico di uno scontro tra giustizialisti e garantisti, che nel corso dei decenni è servito solo e soltanto ad avviare piattaforme di sostegno per malandrini e criminali di varia natura,  in Italia non è mai stata lanciata con forza la richiesta di "confessione spontanea", la chiave di volta per uscire dal guado.
Ne abbiamo bisogno.
Necessitiamo l'inizio della "stagione delle confessioni mediatiche": per salvare la Patria.
In tal modo ci si sottrae dalla faziosità nel sostenere le uniche due strade fin qui battute con risultati zero: l'ipotesi garantista (che in Italia diventa tana libera per tutti) e quella giustizialista (che in Italia diventa daje addosso a quello che si oppone alle tue idee) entrambe ridicole, inefficaci, inutili, fuorvianti,.
Abbiamo bisogno di dare il via a una stagione di surreali e nuovi slogan creativi, del tipo "uno cento mille Jan Ullrich" da applicare subito, ad esempio, al campo mediatico.
Abbiamo bisogno di sentire qualcosa di vero e qualche verità riconoscibile.
Non è certo un caso che la vicenda Ullrich sia passata sotto silenzio.
Così come non è un caso che nessuno, in campo mediatico, abbia prestato la benchè minima attenzione a un episodio che si è svolto a Roma, nell'aula del tribunale penale, il pomeriggio di giovedì 20 giugno 2013, quando l'imputato -così come la Legge gli consente- si è alzato in piedi e dopo essere stato presentato dai suoi legali ha sostenuto di "voler fare delle dichiarazioni spontanee". Ha fatto un metro, poi ha cominciato a sudare e tremare e infine è svenuto cadendo come un baccalà. E' stato trasportato in sala rianimazione al più vicino ospedale dove tuttora risulta ricoverato sotto prognosi riservata.
L'uomo si chiama Luigi Lusi. Aveva detto che avrebbe raccontato per filo e per segno il perchè, il come, il quando, il per conto di chi, di che cosa, e per quanto, relativo alla sottrazione di 24 milioni di euro dalle casse del gruppo politico della Margherita. Sta in ospedale. Il suo legale ha detto che non parlerà più, peccato. Forse anche lui è stato colto dalla "sindrome di burnout" che, come spiega l'esimio psichiatra Abrahams "colpisce per lo più individui socialmente importanti con incarichi di responsabilità, i quali, una volta colti in fallo, non riescono a sostenere l'impressionante carico di bugie che scelgono di dichiarare e le sinapsi del cervello procurano dei micro corto circuiti: milioni e milioni di cellule bruciano naturalmente e poco a poco le funzioni degradano. Si può anche morire".
Di questo abbiamo bisogno: confessioni mediatiche spontanee.
Sia a destra che a sinistra che al centro. Dovunque e comunque. Senza motivo.
Per spiegarci come sia stato possibile tutto ciò.
Un mese fa, sono stato testimone dei 124 secondi dell'inizio di quella che, lì per lì, avevo immediatamente identificato come la potenzialità dell'inizio di una confessione mediatica molto utile per la nazione, perchè di sicuro (così pensavo con ingenuità utopistica) avrebbe prodotto un effetto di emulazione.
Il confessante era Bruno Vespa.
Il confessore, in quel caso specifico, era Michele Santoro.
Si trattava di una trasmissione speciale sulla strage di Capaci, in memoria di Falcone, e sulla trattativa stato-mafia. C'erano i consueti ospiti da Santoro, con l'inedita aggiunta di Bruno Vespa, davvero inusuale per la trasmissione "Servizio Pubblico". I soliti interventi retorici privi di sostanza, mascherati da gloriosi scoop. Tutta fuffa. Il povero Falcone si rivoltolava nella tomba disgustato. A un certo punto, dopo un paio di interventi di maniera, Bruno Vespa insiste nel prendere la parola, proprio nel momento in cui avevo deciso di spegnere il televisore. Ma il viso di Vespa mi aveva colpito e quindi avevo deciso di rimandare. All'improvviso, invece dell'abituale mimica dell'amico degli amici che contano, il volto di Bruno Vespa mi era sembrato attraversato da una inusitata corrente di autentico dolore esistenziale. Se avesse avuto un rosario in mano, in quel momento, sono sicuro lo avrebbe stretto con vigore per prendere forza. D'un tratto aveva assunto l'aria di un uomo vero, non più un robot mediatico. Con voce molto bassa, quasi sussurrando, disse: "Mi ricordo qualche tempo fa, nell'organizzare una puntata, avevo incontrato un alto funzionario dei servizi il quale mi aveva detto che la strage di Capaci li preoccupava molto agli Interni, perchè era stata identificata come "una strage destabilizzante per la nazione". Io dissi, ingenuamente: beh, lo sono tutte. E lui, di rimando: ah no! Proprio no.  In Italia, soprattutto in Italia, ce ne sono state eccome di stragi che hanno avuto, invece, una funzione molto stabilizzante ed erano necessarie". Si interrompe un attimo, con lo sguardo lucido, e poi aggiunge: "Insomma, immaginate un po', uno come me, che aveva sempre sostenuto ciò che sostenevo, che invece prende atto, così, "ufficialmente" del fatto che sono esistite anche stragi stabilizzanti. Tant'è vero che...." A questo punto Santoro lo interrompe, gli toglie la parola, passa ad altro come se Bruno Vespa avesse detto una quisquilia gossip, e non gli restituisce più la parola. Fine dell'episodio.
Va da sè che di questa vicenda non si è mai più parlato.
Nella mia mente, questi importantissimi 124 secondi di Bruno Vespa fanno da pendant a un episodio cruciale verificatosi in quel di Modena nel luglio del 2011, in seguito a una serie di contestazioni da parte dei cittadini contro il sindaco accusato di essere poco chiaro rispetto ai rapporti tra banche locali, istituzioni e criminalità organizzata. Il sindaco, irritato, era esploso e aveva detto nel corso di una affollata conferenza pubblica: "Sentite un po', se io adesso convoco il generale comandante della guardia di finanza della Legione Emilia Romagna, insieme ai carabinieri, e dò loro il via libera per arrestare i più importanti responsabili locali che si sono accordati con la criminalità organizzata, lo sapete che cosa succede? Li arrestano tutti entro due ore. Questa notte, sotto casa mia, c'è la folla, voi tutti ad applaudire entusiasti della vicenda. Domattina, sarei costretto a dimettermi, ad andare in esilio, odiato e disprezzato da tutta la comunità. E lo sapete perchè? Perchè l'intero comparto industriale da Parma a Rimini crollerebbe e finireste tutti in mezzo alla strada e io verrei identificato come il responsabile del vostro fallimento". Tutti zitti gli diedero ragione.
Va da sè che di questa vicenda non si è mai più parlato.
I dati lo confermano, sono ufficiali: la Regione Emilia-Romagna è diventata la zona d'Europa dove c'è la più massiva concentrazione di investimento da parte della mafia siciliana, della 'ndrangheta calabrese e della camorra napoletana, tutte e tre insieme, che hanno preso in pugno la situazione e controllano l'intero flusso finanziario, partecipando in prima persona e in maniera attiva al processo di de-industrializzazione in atto. Lo sanno tutti, in Europa, tant'è vero che a Bruxelles, al Parlamento Europeo, nobili deputati di lungo corso come il verde tedesco Daniel Cohn Bendit, ha definito la Regione Emilia-Romagna "il cancro del continente".
Abbiamo bisogno di confessioni mediatiche.
Abbiamo bisogno di imprenditori che scelgano la confessione liberatoria invece del suicidio.
Se non si dà inizio allo psicodramma nazionale collettivo del rendere pubbliche le vite vere, l'autenticità delle esistenze malate, denunciando la proliferazione di un sistema criminale invasivo che sta inquinando le coscienze, al punto tale da ammalare ormai individualmente anche i singoli soggetti nelle proprie case, non ci risolleveremo mai.
Non abbiamo bisogno di nessun aiuto esterno.
Non abbiamo bisogno di nuove leggi.
Non abbiamo bisogno che questo straccio di governo ridicolo faccia nulla.
Non abbiamo bisogno di un altro governo con intese ancora più larghe oppure ristrette.
Abbiamo bisogno di Verità condivisa.
Come quella di Jan Ullrich.
E' necessario dare inizio a una campagna di "confessioni mediatiche" come quella -estremo paradosso- che aveva iniziato Bruno Vespa con i suoi magri 124 secondi di intervento, ospite di Michele Santoro.
Vogliamo sentire i giornalisti che confessano -e noi li capiremo- spiegandoci e raccontando perchè e come si vendono, si sono venduti. Per quanto tempo, per quanti soldi, fino a quando.
Vogliamo ascoltare la voce di imprenditori che oggi piagnucolano perchè stanno sull'orlo del fallimento, ma non hanno mai raccontato ciò che facevano negli anni belli, quando bastava un bonifico dalla banca giusta al conto corrente giusto per garantirsi il paese di Bengodi, senza interrogarsi sul fatto curioso che il destinatario fosse un povero e anonimo pastore di capre sulla Sila. Pensavano forse che fosse gratis?
Che ci raccontino la loro storia vera, come ha fatto Ullrich.
Come stava per fare Lusi, ma si è sentito male ed è finito in sala rianimazione all'ospedale.
Come aveva raccontato Bruno Vespa con una autentica confessione, anche se si trattava del segreto di Pulcinella, ma pur sempre fondamentale se veniva usata come il filo utile per districare la matassa.
Per questo motivo mi piace ciò che ha fatto Jan Ullrich.
Per questa ragione non mi piace la rampante sicumera di Josefa Idem, da sempre ben protetta dal PD che le ha fatto da utile ombrello, la quale, nell'agosto del 2012, senza nessun bisogno apparente, di ritorno da Londra, si lanciò in una sua personalissima -nonchè incomprensibile- campagna individuale contro Grillo e contro il M5s, facendo capire che l'etica dello sport (per lei) altro non era che un passaporto verso ben altre medaglie sociali, ben più utili in tarda età, quando la biologia condanna al ritiro dall'attività agonistica.
Il fatto di aver dichiarato "ho talmente tante cose da fare sempre che l'ultima mia preoccupazione è controllare se è stata o meno pagata una fattura o una bolletta: è stata una dimenticanza colpevole del mio commercialista" una frase che è figlia dell'arroganza sposata al disprezzo della cittadinanza.
Sono atti e piccoli eventi come questo che suonano la campana a morto del PD.
Noi dobbiamo andare verso la strada opposta a quella indicata da Josefa Idem e dal governo italiano.
Forse, per loro "il governo del fare" sta per "fare a modo nostro i nostri comodi".
Sono due le grandi scelte a monte da fare, e guarda caso, per un incredibile caso del destino, vera e propria astuzia della Storia (direbbe Hegel) ci vengono da due tedeschi, due sportivi, due forti personalità.
O si fa come Jan Ullrich o si fa come Josefa Idem.
Sono i due simboli dell'Italia di oggi: ciò di cui necessitiamo e ciò di cui ci vergogniamo.
Ben vengano i Tommaso Buscetta della cupola mediatica e dell'imprenditoria collusa.
Li accoglieremo a braccia aperte e con rispetto.
Garantiamo perfino un'udienza papale.
Sono convinto che Papa Francesco sarebbe entusiasta all'idea che in Italia è iniziata la grande stagione delle confessioni mediatiche.
Senza di queste, non può accadere nulla.







7 commenti:

  1. "Aggiungo una parola. L'attacco mediatico forte, concentrico, con pochi precedenti contro il MoVimento 5 Stelle c'è eccome! E però loro se lo dovevano aspettare perchè quando uno diventa il movimento che destabilizza il Sistema che fa un governo di larghe intese... se lo dovevano aspettare. Ma che c'è non potete dirmi di no perchè ho molti anni di esperienza." Paolo Liguori

    ... Un altro caso della "Sindrome da burnout"?

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    1. Perchè no? Potrebbe anche essere. Liguori potrebbe anche essere, dopo tutto è stato un membro del gruppo degli uccelli (scatenati movimentisti nel 1972) e sa bene ciò che ha fatto. Staremo a vedere.

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  2. Devo dire che di tutti quelli comprati da silvio, quella che piu' mi ha meravigliato per non dir altro, è stata la figlia di Berlinguer...Laura Berlinguer moglie di Telese...se fose vivo il padre cosa ne penserebbe?
    linda cima

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  3. Grazie per questa correlazione, speriamo che tutto quello che lei auspica possa avverarsi, ma io ho poca fiducia nella coscienza di certi individui.

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  4. A quale sindaco si riferiva? Di Modena?Riguardo a Daniel Cohn Bendit non ho trovato nulla su Google e considerando ciò che ha detto lo trovo strano.

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    1. Le rispondo per gentilezza. A). Era il sindaco di Modena. B). Lei appartiene alla categoria di persone per le quali se non c'è scritto su Google non si è mai verificato? Nel caso la risposta sia affermativa, mi dispiace per lei. Così ha imparato qualcosa.

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    2. Le sembrerà strano ma ho grande stima di lei..semplicemente amo verificare le notizie chiunque sia a riferirle.Il suo lavoro è prezioso continui così.

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