mercoledì 28 novembre 2012

ma gli intellettuali esistono? Che cosa fanno? A che cosa servono?



di Sergio Di Cori Modigliani


Sugli intellettuali italiani e il potere.
Su che cosa sono gli intellettuali, che cosa fanno, ma soprattutto a che cosa servono nella società attuale.

Dedicato ai cultori e aficionados della narrativa di fantascienza.

A metà degli anni’60, la vita intellettuale statunitense venne animata dalla pubblicazione di un romanzo scritto da un curioso e originale intellettuale: Dallas Mc Cord Reynolds.

L’aspetto particolare di quel dibattito, che presto coinvolse l’intera società, era relativo sia alla personalità dell’autore che al suo libro. Reynolds, infatti, da molti anni se ne era andato dagli Usa per protesta contro la politica maccartista, contro la persecuzione degli intellettuali, contro le liste di proscrizione per i liberi pensatori, e insieme alla moglie era andato ad abitare vicino a Potosì, nel deserto messicano. A metà degli anni’ 30 era venuto alla ribalta per la sua attività politica, in quanto segretario del Partito Socialista Americano, e aveva lanciato un nuovo trend tra gli scrittori di allora, che consisteva nella “divulgazione del pensiero economico raccontato al popolo nella autenticità della sua narrativa esistenziale” facendosi personalmente carico di divulgare le teorie keynesiane per spiegare alla gente in che cosa consistesse il programma del new deal rooseveltiano. Scriveva in giornali e settimanali di economia e gli storici della letteratura americana lo considerano uno dei promotori e artefici della genesi della stagione del grande romanzo sociale statunitense, quello di Steinbeck, Dos Passos, Caldwell, Faulkner, Styron, Katherine Anne Porter. Poi, ai primi degli anni’50, alcuni amici lo convinsero –dato il cambiamento politico- a lasciar perdere la sua nobile attività e dedicarsi a scrivere racconti di fantascienza per guadagnarsi da vivere. E così, Dallas si era inventato un nome d’arte, Mack Reynolds –e altri quattro pseudonimi- con la cui firma aveva cominciato a pubblicare decine e decine di racconti epici (tutti a sfondo sociale) pubblicati sulle riviste specializzate, considerate dagli intellettuali colti, una dimensione letteraria di serie C. I libri di Reynolds erano finiti sotto la lente d’ingrandimento di alcuni intellettuali europei grazie a Simone de Beauvoir, la quale, dalla metà degli anni’50, faceva su e giù tra Parigi e Chicago perché aveva intrecciato una lunga e complessa relazione sentimentale con il commediografo americano Nelson Algren. Per cercare di rabbonire Jean Paul Sartre che se ne stava a Parigi travolto dai morsi della gelosia e dalla competitività, e fargli capire che pensava sempre a lui, la de Beauvoir gli aveva inviato un pacchetto con cinque romanzi di Reynolds e un biglietto di accompagnamento “dovresti leggere questi libri, potrebbero davvero essere molto interessanti per te. So che consideri la fantascienza robbaccia immonda per la massa: ti sbagli. Qui in Usa è il territorio dove vige una totale libertà d’espressione e lì gli intellettuali scomodi sono liberi di esprimersi. Pagano un alto prezzo: rinunciano agli allori e alla propria vanità perché non vengono ospitati nei circoli che contano, in compenso dicono la loro. Commetti un gravissimo errore di superbia gallica se non li leggi. Ti penso sempre e comunque”. E così Reynolds era finito tra i discorsi di Edgard Morin, Sartre, Malraux, Foucault, perfino Jacques Lacan.
Potere della curiosità delle femmine generose.
Nel 1967 esce “The Rival Rigalians”. Grazie all’intercessione di Italo Calvino, il libro arriva in Italia, ma non riesce a passare nella serie A. Viene comunque pubblicato subito nella fortunatissima collana Mondadori degli Urania sotto il titolo “Genoa-Texcoco 0-0”. Il romanzo ha un tale successo da obbligare l’editore a stamparne un’edizione supplementare straordinaria, posizionandosi tra i primi 5 libri di fantascienza venduti in Italia. E in Usa, il libro di Mack Reynolds, sconosciuto autore di serie C, diventa un oggetto di culto intellettuale. Ma lui si rifiuta di ritornare in Usa “fintantoché il mio paese seguiterà a bombardare degli innocenti e pacifici contadini in Vietnam io non torno. Chiedetevi perché lo fanno”. E sceglie, invece, di andarsene con la moglie in giro per il mondo a fare conferenze sul libero pensiero.
Ecco qui, in sintesi, la trama di quell’eccezionale libro.

Siamo in un futuro molto lontano dell’umanità, intorno al 2300.
Il pianeta non ha più continenti. Gli abitanti sono circa 10 miliardi. C’è un governo centrale planetario. Il Dio che unifica le persone è la tecnocrazia. Le persone sono praticamente degli inconsapevoli robot che vivono in maniera piatta; c’è cibo e risorse materiali sufficienti per chicchessia. Da trent’anni, però, il pianeta Terra è in guerra contro gli abitanti di un pianeta in una galassia vicina, Texcoco. Il costo di questa micidiale guerra è esorbitante e il livello di vita si è qualitativamente abbassato di molto. Il punto è che la guerra non va né avanti né indietro, perché il livello tecnologico raggiunto dai terrestri è identico, al millimetro, a quello raggiunto dai texcochiani. Quindi, ogni arma sofisticata d’attacco trova una identica sofisticata arma di difesa. Il romanzo inizia con la consueta storia dell’eroe romantico, il cosiddetto “esploratore di talenti”. Costui è un funzionario del governo centrale, un privilegiato che gira per il pianeta a caccia di nuove idee tecnologicamente innovative. E’ uno che ancora pensa. Per un caso del destino, si imbatte in una certa zona adibita a scavo minerario e lì trovano dei cunicoli che portano a dei sotterranei dove abita una curiosa e antica colonia di terrestri. Dentro una specie di primitiva grotta, il nostro eroe incontra un pastore che gli spiega come loro vivano lì da centinaia di anni. Non hanno nessuna tecnologia, ma l’esploratore rimane turbato da un fatto clamoroso: costui ha memoria matematica. Fa i conti a memoria quando conta i sassi e le pecore. Lo preleva e lo porta alla centrale planetaria. Gli scienziati del potere sono sconvolti. Lo interrogano strabiliati dal fatto che, alla domanda, quanto fa 2 +2 lui risponde 4 senza connettersi al sistema integrato centrale, e sa anche quanto fa 55 x 12 e 14 al quadrato e così via dicendo. I governanti capiscono che si tratta di un’arma avanzatissima che i texcochiani, di sicuro, non hanno, poiché sia i terrestri che i texcochiani hanno abolito la memoria circa cento anni prima.  Avere una memoria matematica di tipo fisiologico dà un vantaggio grazie al quale si può vincere la guerra. Ma lì subentrano i politici. Perché se si vince la guerra, finiscono anche gli investimenti nell’industria bellica. La pace non fa guadagnare tanti soldi. Quindi, il pastore da genio diventa un nemico pericoloso per il sistema planetario. Va protetto perché i texcochiani non lo vengano a sapere, ma va anche silenziato. Il nostro eroe che si rende conto dell’intero sistema di pensiero della baracca planetaria (altrimenti non sarebbe l’eroe) rapisce il pastore e scappa via con lui inseguito dalla polizia planetaria, alla ricerca dei suoi compagni, per cominciare a diffondere sulla Terra la pratica della memoria matematica. Fine della storia.

L’autore, dopo il successo del suo libro, non ritornò mai in Usa. Però accettò di lavorare per Hollywood, attraverso i suoi agenti letterari. E così, nel 1968, accettarono la sua idea di telefilm. Si chiamava Star Trek. Lui è il padre di quella saga.

Dallas Mc Cord Reynolds era l’intellettuale classico occidentale.
E’ per questo che oggi, con entusiastico affetto, lo ricordo con passione. E’ morto nel 1983

Ma che cosa sono gli intellettuali? Qual è la loro particolarità?
E’ semplice ed elementare.
“Gli intellettuali dicono sempre, assolutamente sempre, la verità. Perché gli intellettuali non mentono mai”.
Intendiamoci: “dicono sempre la Loro verità” proprio perché –da bravi intellettuali- sanno che “La Verità” –quella cioè assoluta- esiste soltanto nella mente di Dio (per ogni credente) oppure nell’accettazione del principio tale per cui, “ogni Verità è il risultato della somma di tutte le verità singole” (per ogni laico).
L’intellettuale dice sempre la Sua verità, è per questo che è importante. E non abbassa mai la guardia. Non deroga. Non si compromette. La sua verità è fuori discussione. Può non piacere, può essere considerata brutta, odiosa, antipatica, ma non può mai essere considerata “non vera” cioè Falsa. E’ la sua personale verità nata dalla sua idea del mondo formata dalle sue letture, dai suoi studi, dalle sue peregrinazioni, dalle sue esperienze sia di lavoro che di vita. Per un intellettuale, il valore primo nell’esistenza, è la difesa della sua verità. Non può mai abdicare, altrimenti non sarebbe più un intellettuale. Se la sua verità è considerata piacevole ed è riconosciuta come buona per la cittadinanza, lei/lui è contento, può perfino soddisfare la sua vanità. Se invece non è né accolta né riconosciuta, può soffrire, può essere frustrato, forse rattristato dal suo isolamento. Ma non cambia nulla. Perché ciò che conta per loro, è l’espressione della loro verità specifica. Gli intellettuali –qualunque sia il loro specifico campo di competenza, artistico o scientifico- si occupano sempre anche di economia e soprattutto di politica.

Un intellettuale, ad esempio, può sostenere una personalità politica perché ritiene che quel soggetto politico veicoli nel suo progetto la propria idea del mondo che appartiene alla propria verità. Può fargli propaganda, ne può divulgare il pensiero e la sostanza. Ma non può mai dipendere da lui. Caso mai, è il politico che può dipendere da lui. Perché, avendo l’intellettuale come primo valore in assoluto la salvaguardia e la difesa della propria verità, ne può mantenere e custodire l’efficacia solo e soltanto esclusivamente se è sempre autonomo e indipendente. Il lunedì può appoggiare un candidato qualunque alle elezioni, ma il mercoledì può non appoggiarlo più se il candidato politico (per motivi suoi) svela una idea del mondo e della società che non corrisponde alla verità specifica dell’intellettuale che lo sosteneva. Questo è il motivo per cui un intellettuale può spendersi in maniera esorbitante nell’appoggiare questa o quella idea, questo o quel partito, questo o quel candidato, a condizione che –in caso di vittoria e affermazione- non usufruisca di alcun vantaggio per tale vittoria, in nessun campo. Perchè, per l’intellettuale, ciò che importa è vedere la “sua verità” affermarsi. Se ne trae un vantaggio, anche minimo, allora vuol dire che l’affermazione della sua idea non è più un valore assoluto e quindi lui deve scegliere: o accetta l’idea di non essere più un intellettuale, oppure deve rinunciare ai benefici. Non sono compatibili.

La nostra civiltà occidentale è nata così.

La figura “dell’intellettuale” nasce con Socrate.
Viene condannato a morte. Una esperienza davvero angosciante, estrema.
Lui spiega con molta chiarezza che quella sentenza e la sua esecuzione appartengono però alla sua verità, corrispondono. Quindi, lui deve accettarla. Potrebbe fuggire e salvarsi. Ma in tal modo sarebbe costretto a rinunciare alla sua verità, quindi il suo Io si affloscerebbe, la sua vita perderebbe Senso.
Questa è la ragione per cui gli intellettuali nei millenni, e tuttora, affrontano anche il plotone d’esecuzione –se va male- pur di salvaguardare la propria verità.
La figura dell’intellettuale, quindi, diventa interessante e comprensibile –oltre che utile per la società- soltanto se si accoglie il principio formativo di base, ovvero l’accettazione del principio per cui si sta ascoltando, leggendo, comprendendo, la specifica verità di quella singola persona, non la Verità oggettiva. Si può poi scegliere se aderire o confutare; approvare o contestare. Ma non si potrà mai dire che non è vero, si può soltanto dire che non è piacevole. Quando l’intellettuale, invece, abdica alla propria funzione di autonomia e indipendenza rispetto al potere, perde la propria identità e non può più essere definito tale. Si trasforma in un qualcosa d’altro. Diventa un funzionario di quella determinata e specifica fazione politica e diventa un essere che usa come strumento e competenza la facoltà dell’abilità intellettuale. Ma non può più essere definito un intellettuale. Non combatte per la sua verità. Combatte per la verità di qualcun altro. Quindi diventa e si trasforma in un impiegato di idee altrui. Scade di livello. Rinuncia a se stesso, e qualunque cosa dica, scriva o mostri, non avrà alcun valore, perché tutti sapranno che il valore di riferimento non è la sua verità, bensì il guadagno e l’utilizzo che ne ricava.

Alcuni esempi:
Franco Battiato è un intellettuale italiano. Il suo specifico talento consiste nel cantare. Ma potrebbe anche fare il pittore o il musicista o il fisico nucleare, sarebbe uguale. Lui, però, noi sappiamo, ci ha sempre tenuto alla sua identità. In quanto intellettuale è stato nominato assessore alla cultura della regione Sicilia, perché i politici hanno stabilito (e sembra che i siciliani siano d’accordo) che “la sua verità” (ovvero la battiatitudine del mondo) possa essere utile, funzionale ed efficace. Lui, quindi, si mette al servizio della collettività, da intellettuale. E tale resta. Nel farlo, infatti, non riceve alcun vantaggio. Nessuno tra i suoi fans, ma proprio nessuno, acquisterà mai un suo disco perché lui è assessore. Giustamente ha dichiarato che non vuole stipendio e ha precisato che può sempre dimettersi in un qualunque momento. Perché è per l’appunto un intellettuale. Lui domani può svegliarsi e stabilire che nel suo mondo socio-mentale è fondamentale allestire uno spettacolo di burlesque tra le colonne del tempio di Selinunte con Nicole Minetti vestita da pompiere. Se nel presentare la sua bislacca iniziativa, gli dicessero che non è il caso, lui si dimetterebbe subito e se ne andrebbe via disgustato. Non ho alcun dubbio. Non potrebbe vivere rinunciando alla sua verità. E’ stato scelto proprio in virtù della sua idea del mondo, della sua verità. Se piace, tanti applausi. Se non piace, lui se ne va a casa, lo sceglie lui.  
Gabriel Garcia Marquez venne contestato, di recente, per il suo incondizionato appoggio a Fidel Castro. Sfidato da un altro premio nobel sudamericano, il grande Mario Vargas Llosas, ci fu uno splendido confronto pubblico a Buenos Aires su questo argomento. In tale occasione, Vargas Llosas espresse la sua verità: salvare il diritto e la democrazia, quindi contestare Castro perché mette in galera gli oppositori. Marquez con grande onestà chiarì che la democrazia non appartiene alla sua verità. Lui considera la democrazia una diabolica invenzione delle potenze coloniali europee e quindi trovava Castro perfettamente in linea con la sua di verità. Avevano entrambi ragione.
Due intellettuali onesti.
Due diverse proprie verità.
Ciascuno poi sceglie e decide a quale aderire.
Ciò che conta è la propria verità intrinseca, qualunque essa sia.
Quando Pier Paolo Pasolini venne a tenere un seminario al liceo classico che frequentavo a Roma, ci disse “siate intellettuali; dovete essere degli intellettuali”. Noi eravamo adolescenti e non capimmo. Fingemmo lì per lì di aver capito. Pensavamo che lui volesse da noi che studiassimo a memoria la tragedia greca per prendere 8 all’interrogazione. Furono necessarie altre riunioni per capire.
“Siate appassionati, siate veri” ci spiegò poi “andate nel vostro lavoro civico di cittadini ad occuparvi di ciò che volete nel nome di una appassionata idea interiore che voi sentite vostra, unica, insostituibile. Se siete figli di zingari, ebbene: siate zingari. Perché quella è la vostra verità. E il mondo ha bisogno anche della zingaritudine, così come ha bisogno di tutto il resto. Non aderite al pensiero omologato, al pensiero consumistico della televisione, al pensiero collettivo che è rassicurante, ma non è mai intellettuale, perché non esprime nessuna verità e tantomeno somma di verità: è soltanto la verità del profitto che si presenta sotto mentite spoglie”.

Un intellettuale non si può candidare in un partito alle elezioni. Mai. Per nessun motivo.

Può, se vuole, scegliere di formare il candidato X del partito Y che lui vuole sostenere.
E’ una cosa diversa.

E’ la spaccatura che si è procurata in Europa nel 1949 tra la Francia e l’Italia, quando le due nazioni scelsero di andare per strade diverse; quando i francesi difesero come leoni l’esistenza della classe intellettuale e gli italiani, invece, decisero di rinunciarci.
Accadde in seguito alla conferenza stampa di due intellettuali francesi: Andrè Malraux e Jean Paul Sartre, di ritorno in Francia dal loro viaggio a Mosca.
Stalin, infatti, aveva saputo che entrambi si erano lanciati in una furibonda campagna contro l’adesione della Francia nella Nato e contro il colonialismo francese in Nord Africa. Li invitò quindi a Mosca. Ci andarono, per venticinque giorni. Erano due colonne della sinistra combattente di allora. Nella conferenza stampa organizzata dal partito comunista francese a Parigi, nel teatro Olympia gremito di folla, Malraux parlò per venti secondi. Disse: “Sono sempre stato comunista da quando avevo tredici anni. Essere stati in Urss è stato fenomenale, meraviglioso. Posso dirvi, quindi, che non essere comunisti a diciotto anni è da criminali; ma esserlo, dopo i quaranta, è da imbecilli irresponsabili. Io ho 41 anni”. La gente lì per lì non capì e rimase attonita. Prese la parola Sartre che attaccò subito: “Il comunismo è una colossale truffa: è la morte del libero pensiero”.
Il giorno dopo i due vennero identificati come due mascalzoni agenti della Cia.
In Italia si fece una scelta diversa e gli intellettuali accettarono, poco a poco, invece, di aderire –formalmente e ufficialmente- a delle consorterie politiche che imponevano scelte che non consentivano l’esibizione della propria verità. Perché “il partito era la Verità”.
Come è tuttora.
Qualunque sia il partito.
Quando Leonardo Sciascia, grande intellettuale siciliano, si iscrisse al partito comunista palermitano, la sua avventura durò tre giorni. Venne espulso e sbattuto fuori per mancanza di disciplina. Per sua fortuna Pannella lo accolse offrendogli copertura tra i radicali garantendogli che la “sua verità” sarebbe stata rispettata. Come avvenne.
Accadde lo stesso con la più grande intellettuale che l’Italia abbia avuto negli ultimi 50 anni, di cui non si parla mai, proprio mai (e non è un caso) Maria Antonietta Macciocchi, finita poi in auto-esilio volontario a Parigi.

In Italia gli intellettuali non esistono più, a differenza degli altri paesi occidentali.
O meglio, esistono, ma non hanno accesso al mercato. Sono marginali, clandestini, nascosti. Esistono, ma la loro presenza ed esistenza è negata e relegata ai margini. Sono diventati i veri banditi del nostro tempo; perché sono stati banditi dal sociale.
Sono considerati pericolosi. E’ vero. Lo sono.
Il 99% dei cosiddetti intellettuali italiani nnon sono tali: sono funzionari che veicolano verità non loro. Sono impiegati funzionari di alto livello, tutto qui.
E’ il trionfo del berlusconismo.
Basta vedere facebook o leggere i siti on line e la produzione media standard sul web per accorgersene.
Le persone vivono ormai in un mondo dove è considerata norma veicolare idee non proprie, verità non proprie, assunte da link, da altri, da fonti esterne a se stessi. Gli italiani stanno perdendo la facoltà minima di relazionalità, basata sul fatto di esporre la propria idea sul mondo manifestando una propria opinione radicata, qualunque essa sia. Hanno sempre bisogno di fare citazioni, di fornire (o chiedere, il che è uguale) fonti, date, dati, aggrappandosi a eventi esterni a se stessi. Diventa sempre più raro leggere qualche rigo scritto da qualcuno senza che venga menzionato qualcun altro, qualche teoria, qualche punto di riferimento, qualche scuola, qualche ente, qualcosa cui aggrapparsi pur di non essere se stessi. Si è sviluppato un egocentrismo becero mescolato a narcisismo e culto settario di certi totem che elimina la possibilità di sviluppo intellettuale, di confronto, di dibattito. Vogliono tutti dare risposte e tutti le pretendono.
Gli intellettuali non offrono mai risposte. Non ne hanno. Non è il loro compito.
Questo spetta alla Politica.
Gli intellettuali, ed è questo il loro compito, pongono invece domande. Aiutano a porsele. Tutto qui.
A questo servono.
A porsi domande, e a spingere a farle agli altri.
I più grandi e potenti intellettuali del mondo, com’è noto, sono i bambini, tra i 3 e i 5 anni. E’ l’età in cui vivono soltanto di domande perché vogliono capire, vogliono sapere; hanno voglia di essere intellettuali, di costruirsi la propria verità. E spesso fanno domande portentose che inducono più di un adulto a riflettere a lungo, a interrogarsi. Perché sono liberi. Sono ancora liberi. Ci penserà poi a 6 anni la scuola a ghettizzare la loro libertà.
E’ un’altra storia, quella dei liberi. E’ fatta di domande.


Quando aveva 22 anni e frequentava la facoltà di medicina a Padova, Galileo Galilei finì nel suo primo grande guaio. Chiese a un professore perché mai veniva dato per scontato che il pianeta Terra fosse un ente immobile incastrato dentro una sfera celeste; chi l’aveva detto che non si muoveva? Venne espulso per sei mesi, capì l’antifona. Galileo era senz’altro un uomo dotato di poderoso talento e di genio unico. Ma è probabile che, allora, ce ne fossero tanti altri come lui. Toccò a Galileo emergere. Perché lui “pose delle domande” ad altri e a se stesso. Gli altri, invece, davano per scontato ciò che c’era. Dasoli, in quanto ricercatori, si condannarono alla non conoscenza.
L’intellettuale serve per rileggere la realtà con occhi diversi.
E’ la molteplicità e la somma di tante potenti proprie verità che arricchisce una Cultura e la rende solida, formativa.
In Italia,si sta diffondendo sempre di più una totale adesione a verità che non sono verità ed è davvero raro leggere o ascoltare qualcuno che sostiene la “propria intrinseca verità”. E’ la caratteristica di una società chiusa e gretta, che non si pone più domande perché non è più abituata a porsele. Cerca soltanto risposte, come nel gioco d’azzardo e in tutte le compulsioni fobico-ossessive: si cerca la soddisfazione immediata e garantita. Si evitano le domande, si preferisce rincantucciarsi in risposte già note in precedenza, sono rassicuranti. Così facendo si rinuncia ad aumentare il proprio potere personale, perché non aumenta l’allargamento dentro il proprio Sé della “propria verità intrinseca”.

In questi giorni si vota all’Onu per accogliere la Palestina tra gli stati membri. La Francia e la Spagna voteranno sì. La Germania ha detto che voterà no. La Gran Bretagna (che aveva spinto da un anno per l’evento) all’ultimo momento ha dichiarato che ha cambiato opinione: si asterranno. In Italia, poiché non c’è stata possibilità alcuna di dibattere e confrontarsi sull’argomento (a differenza del resto d’Europa) nessuno può comprendere il perché l’Europa sia spaccata a metà su questa vicenda, tantomeno comprendere l’impatto che avrà sull’interesse generale geo-politico, e quindi economico ed esistenziale.
L’Italia che cosa vota? E perché vota sì, oppure vota no, oppure si astiene?
Non si sa neppure, in Italia, che il Regno d’Arabia Saudita non voleva che si portasse adesso la domanda all’Onu. In Arabia Saudita sta nascendo una poderosa nuova borghesia emergente che sta producendo degli inediti quanto clamorosi risultati, e laggiù sta nascendo una classe di intellettuali mussulmani pensanti di grande spessore che vogliono radicalmente cambiare la struttura del mondo mussulmano. Essendo l’Arabia Saudita il più grande e importante paese arabo –in quanto è sede dei due luoghi santi dell’Islam- tutto ciò diventa fondamentale per la comprensione del nuovo quadro geo-politico planetario. Da noi, la gente di tutto ciò non sa nulla. Così come nessuno sa nulla a proposito del fatto che da quattro giorni il ministro Riccardi, insieme al plenipotenziario del Vaticano, è chiuso dentro una stanza a El Cairo insieme ai quattro più importanti ayatollah mussulmani della zona del Mediterraneo a discutere. Di che? Di che cosa parlano? Come mai non ci dicono niente ufficialmente? Come mai il governo italiano, all’improvviso, è diventato una pedina così importante nello scacchiere mediterraneo? Di tutto ciò se ne parla a Praga, a Copenhagen, ad Amsterdam, ad Aberdeen, a Oporto, a Kiev, e in tutto il continente americano. Ma non in Italia.

Tutti a caccia di risposte. Immediate, per giunta.
Tutti in cerca di un guru, di un comico, di una setta, di un salvatore, di una teoria che fornisca immediatamente la risposta paradisiaca, senza comprendere che le risposte sono irrilevanti.

Ciò che bisogna cambiare è la qualità della domanda.
Così si apre il proprio cervello.

Se non si cambiano le domande, le risposte saranno sempre le stesse, anche se sembrano diverse.

Che poi, a dare le risposte, siano Romano Prodi o Silvio Berlusconi o Pierluigi Bersani o Pierferdinando Casini o Matteo Renzi o Beppe Grillo, che cosa cambia?
Dato che si chiede loro sempre la stessa cosa?

Come qualcuno comincia a capire e rendersene conto -guarda caso quando le chiacchiere risultano zero e arrivano i veri conti e le domande sono di tipo diverso- la risposta è talmente agghiacciante da far comprendere a chiunque che fino a quel momento erano state sbagliate le domande: e mi riferisco qui all’Ilva, e alla risposta del potere: o morite di fame o morite di cancro.

Questa sarebbe una risposta?
Questa è una risposta accettabile per una società democratica?
Questa è una risposta consentita nella più ricca nazione d’Europa?
Questa è una risposta comprensibile nella nazione che risulta la prima produttrice manifatturiera dell’Europa?
Questa, vi sembra, è la risposta di una nazione evoluta?

Cominciate a cambiare il tipo, la forma e la qualità delle domande.

Vedrete come Mario Monti comincia a sudare freddo.

Loro viaggiano su software sicuri per una società sempre più robotizzata. Hanno risposte standard buone per le solite domande. Se la domanda cambia vanno in tilt. Come tutti i robot.

Cambiate le domande se volete capire.
Le risposte, non hanno importanza.
Ciò che importa è la qualità degli interrogativi.

E’ un po’ come per i viaggi.
Non conta tanto la destinazione, quanto il viaggio di per sé mentre uno lo vive.

A questo servono gli intellettuali: a far circolare le idee senza imporne nessuna.
Purchè siano idee e non un pasto precotto dall’odore nauseabondo.

In Italia, davvero pericolosissimo.

Altrimenti la gente non si berrebbe Bersani o Berlusconi come una novità.

46 commenti:

  1. Sergio, ti ritieni un intellettuale?

    (la domanda non vuole essere provocatoria)

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  2. Quindi, se io dico che esistono due portaerei cinesi al largo del Senegal sono un cazzaro...

    se lo dice Sergio è un itellettuale con la sua verità!


    annamo bene...

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    1. Infatti. Ho pensato la stessa identica cosa. Quindi un intellettuale può sparare le cazzate che vuole impunemente. Ma Modigliani si sciacqui la bocca quando parla di Socrate, Pasolini, Sciascia, ecc. Loro cazzari non erano. Ecco l'arroganza e la supponenza degli intellettualoidi di oggi di cui ho già detto. Lui dice che in Italia non ci sono intellettuali? beh ha detto il Vero (come piace a lui) perché lui intanto non lo è. E' proprio vero Modigliani è entrato nel delirio del mitomane (da buon italiano che lui critica sempre).
      Sergio

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  3. Mentre parlavi della libertà dell'intellettuale mi hai fatto pensare ad un aneddoto su San Francesco.

    Come probabilmente sai, il Francesco professava la povertà come strumento di liberà assoluta.

    La povertà francescana non è miseria: è semplicemente un abbandono alla Provvidenza che, con puntualità abbastanza impressionante, dispensa i suoi doni.

    Ciò non dispensa i frati dal lavoro e si narra di Francesco che stava intrecciando saggina per fare un canestro da vendere per fare un po' di soldi per il convento.

    Il lavoro venne interrotto per la consueta preghiera.

    Dopo la preghiera, Francesco prese il canestro e lo buttò nel fuoco.

    - Perché l'hai fatto? - chiesero i frati.

    - Perché era necessario - rispose Francesco - durante la preghiera, più di una volta, invece di pensare a Nostro Signore, mi sono trovato a pensare al canestro.

    Francesco era decisamente un intellettuale come lo definisci tu.

    Un abbraccio

    Guido Mastrobuono - http://www.delusidalbamboo.org

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    1. Eh mi sa che anche San Francesco ogni tanto andava fuori di testa.
      Sergio

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    2. Infatti Francesco lo era, non vi è alcun dubbio. C'è una frase bellissima -la cui ambiguità è tuttora discussa da molte persone- che ha detto Einstein in una celebre intervista, quando era molto vecchio. Gli chiesero se fosse credente, lui si mise a ridere e rispose "ma di che cosa pensate che mia sia occupato per tutta la vita se non dell'idea di Dio?" e poi, dopo qualche secondo aggiunse "Il giorno in cui, finalmente, dopo tanto peregrinare, tutti gli scienziati avranno scalato l'intera montagna del sapere, là, sulla punta della cima vi troveranno appollaiato un Maestro spirituale. Quando li vedrà il Maestro sorriderà loro, allargherà le braccia e dirà: finalmente siete arrivati, è da tanto tempo che vi stavo aspettando! Benvenuti"

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    3. Quel giorno e' arrivato!

      Alessandra

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  4. Interessante. Di primo acchito pero’ non mi tornava, l’ho dovuto leggere ancora per capire perche’. Penso che e’ la parola ‘intellettuale’ che non mi piace: un intellettuale (si suppone) e’ una persona colta; allora come fanno i bammbini ad essere intellettuali? Lei dice che un intellettuale e’ una persona che cerca la verita’: con l’intelletto? Gesu’ era una persona che cercava la verita’ (la trovo’ la sua verita’): era un intellettuale? Anch’io cerco la verita’, pero’ non mi ritengo un’intellettuale, ne’ lo voglio essere. Un’altra cosa che non mi torna: gli intellettuali affrontano anche il plotone d’esecuzione pur di salvaguardare la loro verita’ (Socrate); e Galileo, che invece rinnego’?

    Mi si permetta fare un’osservazione (e’ un po’ che questa cosa mi frulla nella testa e che ho individuato bene -credo- solo con il precedente post): penso che l’intelletto e’ limitato come strumento per capire e interpretare la realta’. Nel senso che, se per intelletto si intende quella capacita’ pertinente all’emisfero sinistro, ci puo’ dare solo una visione parziale delle cose. In questo senso, puo’ addirittura essere un limite ad una conoscenza olistica. Per esempio, io nella mia pratica uso molto la kinesiologia, cioe’ interrogo il corpo ‘to test beliefs’ o stati energetici; ne parlavo proprio oggi con la mia Reiki Master (le ho chiesto il suo parere) e lei mi diceva che molto spesso trova che le persone piu’ semplici ‘grasp’ idee in maniera piu’ immediata, come se il fatto di avere sviluppato l’intelletto diventi poi un limite all’intuizione (che io personalmente –ma non solo io, in questa nuova concezione della vita e del mondo- ritengo molto piu’ valida). Siamo purtroppo culturalmente ‘programmati’ a dare valore all’intelletto, lo iper-sviluppiamo, quando la sede della nostra co(no)scienza e’ di, fatto, ogni singola cellula del nostro corpo: percepiamo la realta’ attraverso le mani (il tatto), l’olfatto (l’amigdala, dove elaboriamo emozioni), la pelle (in quanto vero e proprio magnetosensore), il cuore, i visceri…e’ l’intelletto che elabora questa valanga di informazioni?

    Che sia proprio questo uno dei (tanti) mali della societa’ italiana (ma non solo)?

    Alessandra

    P.S.: Ho fatto molte domande…ma non sono un’intellettuale.

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    1. Gesù e' stato il Salvatore (per i credenti cristiani) lo situa in una posizione diversa; per chi non è credente, senza dubbio lui era un grandioso e poderoso intellettuale. Ma il nozionismo e l'acculturazione non ha nulla a che vedere con l'essere intellettuali. Essere intellettuali vuol dire avere in linea i centri di equilibrio e sintonia tra il ventre, il cuore, l'intelligenza e saper usare il cervello come centro sintetico per unificare il tutto come verità individuale per comprendere il proprio posto nell'esistenza. Osho è stato un grande intellettuale, come Pasolini. Osho lo faceva cercando di attivare l'intelligenza del cuore; Pasolini lo faceva cercando di attivare il cuore dell'intelligenza. Si può avere una visione che consente di comprendere quanto Monti e Draghi siano dei truffatori praticando il tantra, e capire molto di più di qualunque studente della Bocconi che non lo capirà mai. I grandi sciamani sono degli intellettuali. Lo era Amedeo Modigliani che non era certo un letterato. L'intelletto razionale non ha niente a che vedere con "l'essere intellettuale". Un grande intellettuale è stato Baryshnikov che con la sua grazia armonica muscolare ha espresso la Bellezza Dinamica a livelli sublimi, e quindi ha consentito di capire. "Chi vede" è un intellettuale. La grande civiltà greca era popolata di intellettuali di cui Socrate e Platone erano la parte istituzionale, ma dietro c'era una civiltà di intellettuali. Questo era anche dovuto alla lingua che parlavano. Nel greco antico il passato remoto del verbo orao (che vuol dire "vedere" da cui oracolo)si diceva "oida", che voleva dire "vidi". Ma era anche il presente indicativo del verbo "sapere". Per loro tra "chi ha visto" e "chi sa" c'era una totale equivalenza. Chi vede è colui che sa. Questo vuol dire essere intellettuali. E si può vedere in molti modi diversi, attraverso i nostri diversi sensi e cogliendo delle intuizioni nelle maniere più impensabili. la cosiddetta Cultura è uno strumento, forte e utile. Ma è soltanto uno degli utensili. Un grande massaggiatore, dotato di una grande compassione umana, può essere un fantastico intellettuale. Quello che io cerco costantemente di rimarcare e sottolineare è la perdita odierna di "intellettualità", ovverossia la perdita della capacità di danzare nella vita. Guarda la maggior parte dei commenti. Si affannano tutti a parlare di altro, immettendo dati, date, link, nomi, riferimenti. C'è una bulimia di certificazione costante ingigantita dalla rete e la gente sta perdendo la capacità e la facoltà di dire la propria, aprirsi, cuore e mente, di lasciarsi andare ed esprimersi. Esprimere la propria verità esistenziale, qualunque essa sia. Essere intellettuali, per me, è il contrario esatto dell'idea cartesiana del mondo. E' basata sul principio opposto, cioè: "Sum ergo cogito". Se non si è, pensare diventa un inutile retorica del cervello. L'intelletto non ha nessun valore; serve soltanto come funzione di riferimento. Non è l'intelletto che finisce per elaborare la valanga di informazioni. E' il nostro Sè profondo, il nostro Animus

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    2. La ringrazio della sua risposta molto esauriente. Un termine che qui si usa molto, per indicare le persone che cercano di mostrare la via (pionieri, insomma, e' una parola che mi piace molto) e' 'light workers' o, come li(ci) chiama Jasmuheen, 'ambassadors of peace'.
      Very glocal, non trova?

      Volevo anche ringraziare l'anonimo sotto per la sua risposta. Avrei voluto chiedergli se secondo lui era possibile la conoscenza senza saggezza, o meglio, se la conoscenza non fosse piuttosto inutile senza saggezza...ma ha gia' risposto lei.
      Sono d'accordo: la conoscenza (o 'intellettualita') e' utile solo se fa di noi persone migliori (felici e in pace: per me e' la stessa cosa) ossia, come dice lei piu' poeticamente, capaci di "danzare nella vita". Altrimenti non e' tale.

      Grazie ancora.

      Alessandra

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  5. Quando un uomo ha una grande quantità di conoscenze, diventa estremamente facile per lui confondere la conoscenza con la saggezza e dimenticare che il contrario della saggezza non è l'ignoranza, ma la follia.

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  6. E' possibile quindi che ci siano intellettuali che raccontano verità contrapposte, ognuno dà la propria versione della verità di Dio, onniscente.

    Dipende poi dal tipo di verità che stiamo trattando: verità politica? verità su fatti? o verità sull'esistenza? Di quale verità parliamo? L'intellettuale o meglio direi il Filosofo, dovrebbe occuparsi solo dell'esistenza dell'essere, del Pensiero, della Vita. Diversamente possiamo definirli Storici e non Intellettuali.

    Chi sono gli Intellettuali contemporanei? E chi sono i Filosofi? E chi gli Storici? (intendo nomi o scritti, libri, saggi).

    Sig. Modigliani, Lei cosa domanderebbe al capo del governo?

    Io non domanderei niente, perchè non mi appellerei mai al lupo o alla sua pietà essendo pecora. Andrei solo per la mia strada, ma tenendo d'occhio le sue mosse in modo da non essere aggredita.

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    1. mah! io comincerei a domandare a Modigliani che tappa devono fare le portaerei cinesi. Poi cosa ha combinato Hollande in questi mesi dato che nei primi 2 non ha fatto un cazzo. Come Israele garantisce i palestinesi. Che programma di governo ha Grillo. E perché ha sparato cazzate sul MMT Calabria senza sapere cose che persino io sapevo, nel mio piccolo. Poi vediamo questo intellettuale che forza ha.
      Sergio

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    2. Tra l'altro io, come esempio di Urania, avrei portato 'Uccidi il padre e la madre'. O volendomi discostare dagli Urania avrei privilegiato come intellettuale di fantascienza Roberto Vacca.

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    3. @Sirio.Bianca....anch'io non avrei nulla da chiedere al capo del governo; essere un intellettuale -per l'appunto- vuol dire esattamente quello che tu hai scritto: aver acquisito la consapevolezza del proprio essere pecora quando si sta davanti al lupo riconoscendolo, ed essere quindi in grado di allestire la migliore strategia possibile per evitare di essere mangiato vivo. La consapevolezza del proprio Sè è la base strutturale dell'intellettualità. Da questo punto di vista, il virtuale (cioè facebook, il web, ecc) sono armi micidiali anti-intellettuali finalizzate proprio alla de-intellettualizzazione delle masse, per moltiplicare la confusione e spingere la gente a indossare delle maschere e finire per rappresentare e non essere finendo per cadere in una finzione totale pensando che sia vera. E quindi perdendo la nozione base dell'idea reale del proprio Sè. La gente è convinta che ciò che legge in rete sia la Verità, che su wikipedia c'è tutto lo scibile umano e pensa che i mi piace su facebook corrispondano a un consenso reale di persone vere nella realtà esistenziale. Costruiscono partiti, associazioni, enti, basati sulla quantità di contatti e poi (alcuni) rimangono perplessi e delusi perchè quella montagna di consensi non trova alcun riscontro poi nella realtà dei fatti. Perchè mai dovrebbe? E così si spinge la gente a preferire, alla fine, a preferire i 500 complimenti adulatori di estranei anonimi in rete ad un abbraccio sincero di una persona reale con la quale si ha un legame esistenziale vero. E' un meccanismo consolidato che ha decuplicato la spaccatura tra società politica e società civile, aumentando a dismisura il narcisismo delle persone, ma privandole della loro sincera umanità.

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    4. Sono d'accordo con Lei Sergiodicori. La continua ricerca estenuante del 'consenso' è una trappola mortale. E riallacciandomi al Suo discorso sui bambini-intellettuali abbasserei la loro età alla nascita, quando percepiscono solo il loro essere e il mondo esterno non esiste. Si avviano al loro appiattimento totale o conformità alla vita sociale nel momento in cui la madre, che fino a quel momento era solo fonte di piacere e benessere, da il primo 'no'. Da quel momento in poi il piccolo cercherà il consenso, per alzare l'autostima, il proprio ego, l'affermazione di se stesso in funzione di ciò che gli altri pensano di lui.

      E' tristissimo.

      Spesso mi domando se io stessa sono stata una buona madre o ho appiattito i miei figli.

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  7. [Esplora il significato del termine: Argentina, sospeso il pagamento del debito La decisione della Corte di giustizia Usa Lo stato sudamericano doveva corrispondere 1,33 miliardi di dollari ad alcuni fondi speculativi La giustizia degli Stati Uniti ha sospeso, in attesa dell’appello previsto per la fine di febbraio, l’esecuzione della decisione che prescrive all’Argentina il pagamento entro il 15 dicembre di 1,33 miliardi di dollari ad alcuni fondi speculativi che avevano rifiutato l’offerta di scambio di titoli di debito dopo il default 2001. (Reuters)(Reuters) LA SOSPENSIONE - «Tutte le decisioni sono sospese» fino al processo d’appello, secondo la Corte d’appello in una decisione consultata dall’Afp. L’udienza è prevista per il 27 febbraio prossimo. Giovedì scorso, un giudice federale di New York, Thomas Griesa, aveva ordinato all’Argentina il pagamento della somma. L’Argentina ha impugnato la sentenza, che ha sollevato timori di un default e ha portato al taglio di rating di cinque scalini a «CC» da parte di Fitch. La sospensione del giudizio è stata rivelata da un tweet di mercoledì dell’ambasciatore argentino negli Stati uniti, Jorge Arguello, che ha scritto: «Fondi avvoltoio: la Corte d’appello di New York ha accolto la domanda di sospensione del giudizio di Griesa, presentata dall’Argentina». L’informazione è stata poi confermata da una fonte anonima del ministero dell’Economia all’Afp.] Argentina, sospeso il pagamento del debito
    La decisione della Corte di giustizia Usa
    Lo stato sudamericano doveva corrispondere
    1,33 miliardi di dollari ad alcuni fondi speculativi

    La giustizia degli Stati Uniti ha sospeso, in attesa dell'appello previsto per la fine di febbraio, l'esecuzione della decisione che prescrive all'Argentina il pagamento entro il 15 dicembre di 1,33 miliardi di dollari ad alcuni fondi speculativi che avevano rifiutato l'offerta di scambio di titoli di debito dopo il default 2001.

    (Reuters)(Reuters)
    LA SOSPENSIONE - «Tutte le decisioni sono sospese» fino al processo d'appello, secondo la Corte d'appello in una decisione consultata dall'Afp. L'udienza è prevista per il 27 febbraio prossimo. Giovedì scorso, un giudice federale di New York, Thomas Griesa, aveva ordinato all'Argentina il pagamento della somma. L'Argentina ha impugnato la sentenza, che ha sollevato timori di un default e ha portato al taglio di rating di cinque scalini a «CC» da parte di Fitch. La sospensione del giudizio è stata rivelata da un tweet di mercoledì dell'ambasciatore argentino negli Stati uniti, Jorge Arguello, che ha scritto: «Fondi avvoltoio: la Corte d'appello di New York ha accolto la domanda di sospensione del giudizio di Griesa, presentata dall'Argentina». L'informazione è stata poi confermata da una fonte anonima del ministero dell'Economia all'Afp.

    Corriere.it

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    1. A me invece quello che non torna è il racconto. Ho letto diversi romanzi di Reynolds, scrittore di fantascienza atipico e interessato nei suoi scritti a tematiche insolite per gli amanti di quel genere letterario. In Genoa-Texcoco 0-0, orribile traduzione dell’originale,la Terra, minacciata da un conflitto alieno, cerca di accelerare lo sviluppo tecnologico della sua progenie dispersa nelle varie galassie iniziando con due diversi pianeti del sistema Rigel uno su cui si è sviluppata una civiltà simile a quella
      dell'italia del rinascimento e l’altro precolombiana (Texcoco). Per fare ciò su Genoa gli sperimentatori impostano un'economia di tipo capitalistico mentre su Texcoco creano un sistema basato sul modello socialista. Non svelo il finale. Ora mi chiedo, sorvolando su tutte le altre costruzioni di fantasia,non bastava già questa tematica ad aprire notevoli spazi di discussione sia di tipo economico sociale quali: la leicità e l’eticità del progresso forzoso,il confronto tra due sistemi economici, il rischio di implosione per l’estremizzazione degli stessi, sia di tipo metafisico. Perchè invece continuare ad infarcire il pensiero di inesattezze? Perché il vero intellettuale racconta solo la sua di verità? Per divertissement? Per oscuri secondi fini? Per mitomania? Mah...

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    2. Buona la terza...

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  8. Interessante comunque come qui si prenda in analisi Mack Reynolds con il romanzo “Genoa-Texcoco 0-0” e report lo scorso anno in ottobre portò sotto ai riflettori "Effetto valanga" dello stesso autore.

    Io non cambio frigorifero finchè quello che ho funziona. E tanti la pensano come me.

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  9. Signor Sergio, lei mi sembra una buon'anima. Grazie!

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    1. Signor Paolo, la ringrazio davvero. Questa è la cosa più bella che mi sia stata scritta su questo blog. Grazie a lei. :)

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  10. Ma, io continuo ad essere molto preoccupato per il fatto che una cosa e' teorizzare come fa lei su questo blog e come fanno tanti intellettuali, altra cosa e' governare un paese, prendere decisioni. Una cosa e' fare e decidere, altra cosa e' commentare (quasi sempre a posteriori) e teorizzare. In teoria e nel salotto di casa nostra siamo tutti pacifisti, ambientalisti, ecc. Ma la realta' oggettiva e' altra cosa. Niente contro gli intellettuali, ma tra un imprenditore vero e serio e un intellettuale vero e serio scegliero' sempre il primo.

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    1. Credo che ci debbano essere fatti dei distinguo. Adriano Olivetti è stato il più vero e serio imprenditore italiano e grande intellettuale. Tantissimi altri, l'elenco sarebbe lunghissimo. Devo dire, inoltre, che non capisco la sua distinzione tra teoria e pratica. Io sono pacifista, ambientalista,ecc non nel salotto della mia casa; io lo sono e lo sono sempre stato nella mia esistenza e ho compiuto delle scelte specifiche, molto spesso anche molto dure e scomode, proprio nel nome dei valori in cui credo. Di quali commenti a posteriori parla? Io parlo sulla base del curriculum vitae della mia esistenza da quando sono maggiorenne e tra teoria e pratica nella mia esistenza c'è sempre stata una totale e immediata corrispondenza. La sua generalizzazione mi sembra un pochino azzardata, se lei me lo consente. C'è gente che si dà da fare nel mondo. C'è gente che si è sempre data da fare nel mondo. Spesso sono persone che un salotto neppure ce l'hanno. Io non teorizzo un bel niente. Io pratico una certa esistenza da sempre, è un altro dire. Altrimenti non avrei mai avuto l'arroganza di fare un blog. Caso mai, volendo essere proprio molto specifici, ciò che teorizzo è il frutto di una pratica decennale durata molto molto a lungo.

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    2. Si si , infatti guardi io la stimo e la ammiro per quello che scrive, quello che fa e che ha fatto in pratica sinceramente non lo so, comunque non ho motivi per dubitare che lei sia una persona e un intellettuale coerente, pero' lei e' un individuo non puo' pensare di essere rilevante , altrimenti sarebbe un megalomane, quindi per forza di cose se si vuole ragionare su un piano che interessi la collettivita' bisogna per forza generalizzare. La mia preoccupazione deriva dal fatto che per essere rilevanti si deve avere la maggioranza, ovvero si deve convincere un sacco di gente della bonta' dei nostri propositi e idee, e la maggioranza e' per definizione sempre piu' ottusa degli individui, me lo concede questo? O glielo devo dimostrare! Per quanto lei scriva cose nella maggior parte dei casi assolutamente condivisibili, quanti sono i seguitori del suo blog, quanti partecipano attivamente? Quello che intendo dire e' che quando una idea nasce nella mente di qualcuno, poniamo un intellettuale, oppure e' esposta in ambienti selezionati e\o omogenei e' una cosa, quando poi questa idea o teoria bisgna farla accettare alla maggioranza, inevitabilmente il contenuto verra' annaquato. Quindi chiedo io, come se ne esce ? Crede che veramente la democrazia sia la soluzione giusta, oltre che l' unica accettabile? Esistono alternative percorribili ?

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    3. Wow, che domanda complessa! Non saprei proprio dirle se la democrazia sia la soluzione giusta oppure l'unica accettabile. A istinto mi vien da dirle: non questa democrazia, dato che democrazia non è, il che aprirebbe un'altra deriva di interrogativi. Sul fatto che la teoria diviene annacquata quando la si espone alla maggioranza, su questo invece mi permetto di dissentire. Questo, per l'appunto, dovrebbe essere il compito della Politica: filtrare, tradurre e pianificare le idee che vengono poste e proposte ed esposte dagli intellettuali con specifiche competenze, e trovare (è per questo che fanno i politici) la modalità migliore per comunicarle collettivamente al paese. E' ciò che è saltato in Italia. La classe politica non accoglie più istanze che vengono dal basso o da circuiti non omologati, ma interpreta soltanto le esigenze dell'oligarchia e dall'alto filtrano provvedimenti verso il basso, com'era nel medioevo; tant'è vero che promuovono stupidi incompetenti, quindi tutti intercambiabili. Le cito un solo esempio: nel 1931, Roosevelt e Truman volevano cambiare la situazione in Usa ma non avevano la benchè minima idea di come fare. Keynes fornì loro uno strumento intellettuale poderoso. I due politici furono estremamente abili nel tradurre il corposo e complesso progetto complessivo del new deal (centinaia e centinaia di pagine) in un foglietto di 20 righe di grande impatto e comprensibile da chicchessia in maniera entusiasmante. Il lavoro lo fecero insieme. Se fosse mancato uno dei due punti (la volontà dei politici e l'ingegno dei progettisti) non si sarebbe potuto fare Oggi, i cosiddetti "consulenti" si occupano di "immagine della comunicazione" e non di programmi, perchè la Forma ha sostituito la Sostanza e l'Utilizzo ha sostituito il Senso. E' la trasposizione in campo politico della letteratura pubblicitaria marketing. Per poter avviare un cambiamento è necessario ricominciare davvero da zero, fuori dall'idea mentale della pubblicità; è un lavoro lungo e da certosini: riportare il Senso in tutti i campi, perchè quella è una strada comprensibile a chiunque.

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    4. (segue).....I giornalisti italiani hanno smesso di fare i giornalisti nel momento in cui hanno smesso di fare domande "sensate" alla classe politica, mettendosi al servizio della totale insensatezza che ha poi prodotto veri e propri obbrobri giuridici (per non dire etici e morali) tipo un parlamento che vota in maggioranza sostenendo che Ruby era la nipote di Mubarak. Quell'atto lì è stato micidiale come spessore simbolico: tradotto vuol dire aver comunicato al paese "il parlamento è totalmente delegittimato, possiamo sostenere qualunque cosa addirittura alterando l'ovvia verità, quindi siete avvertiti: noi facciamo ciò che ci pare, possiamo anche votare leggi senza senso e affermare cose prive di senso, perchè per noi il Potere è l'unico Senso che conta e siamo disposti a fare qualunque cosa pur di salvaguardarlo" e così hanno spianato la strada a Monti. L'attuale governo è il figlio del Bunga Bunga. Quella messinscena è stato un esperimento mediatico voluto per far comprendere al potere che gli italiani ormai avevano gettato via la spugna e accettavano qualsiasi cosa, ed è servita al potere per capire che avrebbero potuto far passare qualunque norma, anche il Fiscal Compact che non ha alcun Senso economico se non quello di avvilire e deprimere l'economia. Tanto ormai il parlamento è stato identificato come un luogo di Non-Senso. Così se ne esce (e rispondo a quella domanda): recuperando il Senso. Facendo tutto ciò che è possibile per ripristinarlo in ogni ambito. E mano a mano che il Senso comincia a diffondersi di nuovo, scatterà una nuova forma di contagio che finirà per produrre un livello più alto, profondo ed equo di confronto, dibattito, e alla fin fine anche di leggi. Il solo fatto che in Italia sia considerato normale la consuetudine tale per cui i deputati indagati dalla magistratura e notoriamente malandrini debbano varare una legge contro i malandrini vanifica ogni logica. Nella mancanza del Senso vince sempre e soltanto il più forte, come nella giungla. L'alternativa, quindi, è recuperare il senso delle cose. Un ultimo esempio: che Senso ha pensare anche per un secondo che il preside della più esclusiva e costosa università privata italiana possa anche avere un grammo di interesse nel diffondere e manifestare la necessità dell'istruzione pubblica gratuita? In un mondo dove vige Il SENSO questo non verrebbe accettato; anche un bambino capirebbe che non ha logica. Eppure, in Italia, la spacciano come tale. Quanti italiani sanno che la commissione bilancio della camera che si occupa di varare i decreti legati alle concessioni per il gioco d'azzardo è presieduto da persone che possiedono società che vendono slot machines? Che Senso ha tutto ciò? La battaglia sul Senso, a mio avviso, è la linea più facilmente realistica e facile da percorrere.

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    5. Non so, dott. Modigliani, a me pare che la questione del Senso, così come la pone Lei, sia già stata sollevata per anni dal centro-sinistra, solo con un nome diverso e un po' più pomposo, ma equivalente: "conflitto di interessi". Si è trattato di un errore di comunicazione, allora, se fino a questo momento l'idea non ha saputo imporsi e produrre effetti di risanamento politico e sociale?

      O c'è una divaricazione così profonda tra potere reale e strumenti di rappresentanza popolare attualmente disponibili, che l'irrealtà o piuttosto la buffonesca surrealtà dei secondi non potrà essere mai sovvertita dall'azione irrilevante ormai consentita a quegli stessi ambiti e persone che li occupano?
      Forse la vera domanda da farsi è questa.

      Grazie per ogni risposta che vorrà provare a dare.
      Marilù L.

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    6. Grazie molte per la risposta, quello che sostiene e' senza dubbio ragionevole e condivisibile, pero' rimane in me una angoscia e un senso di impotenza, io non sono affatto ottimista, nenache un po' , la strada che indica sara' lunghissima, a mio avviso ci vorranno generazioni e generazioni per far riemergere e affermare nella collettivita' la nozione di quel "senso" dii cui lei parla. Mi ha fatto piacere che lei abbia citato l' episodio della votazione a riguardo della faccenda della figlia di Mubarak, anche io ho sempre creduto che quella sia stata una pietra miliare, la cosa che piu' mi ha dato da pensare in quell' occasione e' stata la non reazione del presidente della repubblica, forse avra' reagito a suo modo, ma secondo me quell' episodio richiedeva una reazione storica, energica, avrebbe potuto essere il momento in cui si sarebbe potuto dare uno scossone epocale, e invece nulla... Immaginatevi se al posto del nostro cadaverico napolitano ci fosse stato Churchill ...
      Comunque grazie ancora per la risposta.

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    7. Sì ma non prendiamocela solo con i politici. Un Paese dove più di tre milioni di persone vanno, da bravi bambini, a fare la fila, dare 2 euro, per votare alle primarie del PD (con soggetti come Bersani e Renzi tra l'altro, mica Togliatti), è per me senza speranza. Quando l'ho saputo mi sono cascate le braccia.
      Sergio

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    8. Infatti, anch' io ho perso la speranza. La via indicata da Modigliani e' senz' altro la piu' logica, corretta e sensata, ma e' lunga e incerta, possibile che non ne esistano altre ?
      Anche io sostengo che il problema e' la base, o meglio anche la base, venti anni di Berlusconismo in Italia non li hanno imposti con la forza agli italiani, ce li siamo scelti da soli, o meglio se li sono scelti da soli perche' io il mio voto non glielo ho mai dato, comunque cambia poco, perche' in questa democrazia non contano le individualita' intelligenti, ma la maggioranza ottusa e quindi la frittata e' fatta.
      Io sostengo anzi che il problema della ottusita' delle masse sia il problema principale, perche' credo, pur senza avere elementi a sostegno della mia teoria, semplicemente voglio credere che in giro di persone illuminate, dotate, brillanti, responsabili, e disposte a mettersi al servizio del bene collettivo ce ne siano parecchie, ma queste persone per mettere in pratica le loro idee hanno bisogno di trovare il consenso della maggioranza ottusa ed e' a questo punto che il sistema si inceppa.
      Sono mai esistiti nella storia dei casi di "dittatura positiva" in cui un regime autoritario o in qualche modo imposto alla maggioranza in maniera non democratica si sia distinto in positivo ? Forse le monarchie ?
      Io vi dico che forse preferirei vivere sotto una monarchia, piuttosto che continuare con questa democrazia degli inutili.

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    9. sì è vero la responsabilità è individuale e le primarie ottuse sono un esempio tragico; è anche vero (come sostiene un secondo Anonimo)che l'ottusità delle masse è il vero angosciante problema di oggi. A questo è servito Berlusconi, è stato un ottimo impiegato esecutore. In teoria (ed è il mio punto di vista)quelli che io chiamo "intellettuali" dovrebbero essere tutti coloro che si assumono il compito, per scelta propria, di dare la sveglia. Il sistema lo sa benissimo, è per questo che una parte (purtroppo la maggioranza) se li è comprati, un'altra parte li ha eliminati dal mercato e se è il caso anche fisicamente, e l'altra parte restante li ha emarginati, marginalizzati, creando una situazione (i partiti custodi di questo razzismo)di impossibilità di accesso al mercato proprio perchè potenzialmente pericolosi. L'Italia è ancora una nazione fertile. Due settimane fa mi sono mosso un po' per qualche giorno con la scusa di un convegno e ho incontrato diverse persone appartenenti a categorie diverse. Mi ha colpito toccare con mano A) la totale ignoranza basica di persone anche al comando di posti istituzionali importanti, B) l'esistenza di tanta gente intelligente, in gamba, -gli intellettuali appunto- che vivono nascosti nelle loro tane perchè sono stati spaventati, umiliati, emarginati, avviliti, persone non conosciute ma di indubbio valore e talento: una splendida sorpresa che fa sentire orgogliosi di essere italiani. Ci sono, eccome se ci sono. Non hanno voce, non hanno spazio. E' uno spreco di risorse umane agghiacciante. E' terribile essere testimoni di questo spreco esistenziale voluto dal sistema. In questo senso il PD e l'intera sinistra si sono macchiati forse del più orrendo crimine in assoluto che si possa compiere in una nazione: "aver scelto di diventar complici di chi ha gestito e tuttora gestisce il potere eliminando la parte penante della nazione e promuovendo gli imbecilli". Sono d'accordo anche che questa sia una democrazia degli inutili. Sì. Il guaio è che è "inutile" per noi, tanto per capirci, persone normali, ma è "utilissima" questa democrazia per l'oligarchia del privilegio di cui questi signori ne compongono il tessuto. Se non ci fossero Bersani e gli altri con le loro clientele di parassiti, il sistema sarebbe già crollato perchè la gente si sarebbe ribellata. A questo servono. Anche io sono deluso da questa democrazia, ma ne esistono di migliori, nel senso di più efficienti ed efficaci per la collettività, in diverse nazioni. Forse bisognerà aspettare ancora che la crisi morda in maniera più cattiva e gli italiani si sveglieranno quando avranno finito i soldi. Credo che sia molto più banale di quanto noi non crediamo: c'è ancora troppa ricchezza in giro, più di quanto non si sappia e non si dica. Quando sarà finita (e sarà troppo tardi) allora si sveglieranno. Spero che qualche evento o qualche inatteso scossone illumini il nostro bellissimo popolo rimbecillito e narcotizzato il più presto possibile.

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  11. Oggi l'ONU ha approvato la risoluzione sulla Palestina.
    Grazie a Dio, un minuscolo passo in avanti per quel popolo martoriato e massacrato.
    Fortunatamente l'Italia ha votato a favore che in caso contrario sarebbe stata una vergogna terribile per tutti noi.
    Non servira' a molto, gli israeliani sono sempre li' pronti in agguato aspettando l'occasione per la soluzione finale ma forse un minimo di garanzia in piu' adesso c'e'.

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  12. @Marilù
    @Modigliani
    @Alessandra

    Per comodità riprendo di quà quanto ho iniziato di là a proposito di Isabella Viola.

    Della povera Isabella mi è stato riferito da una Collega, l'aveva letto sulla Stampa a firma di Gramellini.

    In questi giorni sono molto occupato il tempo è tiranno non ho verificato ma mi fido della Collega.

    In rete l'ho trovata (la notizia) sul Messaggero, era il primo link. Ho fatto copincolla ed ho messo il riferimento per comodità.

    Poteva essere benissimo sul Manifesto poco m'importava dov'era quello che mi interessava era ed è il fatto in sè.

    Ed il fatto è (secondo mè, che mi fà riflettere come uomo) che una donna, un'altra donna, sia stata capace, con coraggio immenso, di dare Amore senza chiedere nulla in cambio.

    Una donna, un'altra donna, un'altra Mariarca...

    Non sò e non credo che noi uomini saremmo capaci di tanto.

    Io no (ma ovviamente parlo per mè).

    Tutto quì.

    Guy F.

    P.S. Se poi il Messaggero e tutto mainstream Italico abbiano voluto strumentalizzare per altri fini ok non discuto. Lascio argomentare a Modigliani che è più bravo di mè.

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    1. Ci sono molti papà da Libro Cuore e anche ragazzini da "Io speriamo che me la cavo", soprattutto al Sud, soprattutto extra-comunitari.
      Ma in questa particolare, tristissima vicenda io sono stata colpita soprattutto dalle parole del parroco: "Una famiglia piena di dignità. Mai una parola fuori posto, non hanno mai chiesto nulla". Sì, il pudore per sé, i propri figli lo posso capire. Non capisco invece come per così tanto tempo lo stesso parroco, le catechiste, le mamme dei compagni di scuola e/o di gioco dei ragazzini abbiano potuto non accorgersi e non provare, sia pure con quanta più delicatezza possibile, ad indagare sulla situazione di drammatica fatica e quotidiana oppressione che gravava su quella famiglia per cercare di dare il proprio aiuto, anche finanziario, a quei vicini di casa e di quartiere così sofferenti. I gruppi "caritas" delle singole parrocchie servono proprio a questo, a un'azione capillare sul territorio, mica solo a organizzare i mercatini di raccolta fondi per le missioni in Africa o in Papua-Nuova Guinea.
      Forse è il caso di rivedere il significato di parole come dignità: a volte -- mi dispiace dirlo, ma per me è così -- questo termine è solo uno scudo per l'orgoglio, da una parte, e per l'inerzia e l'indifferenza dall'altra. Non mi sembra affatto salutare ed etico incoraggiare un atteggiamento come questo. Anche perché, per alcuni, questa dignità omertosa può trasformarsi, nel protratto e inumano logoramento di forze e speranze, in una percezione di rabbiosa impotenza che non può che trovare sfogo nella sopraffazione di chi è ancora più debole e indifeso: i bambini prima di tutto, ma poi anche le donne, magari quelle degli "altri", i meno 'sfigati', anche se non necessariamente i veri responsabili -- se non per connivente indifferenza -- del proprio disagio estremo.
      Questo concetto di dignità è il peggior nemico della solidarietà e coesione sociale che, viceversa, può benissimo prendere il nome di carità o "caritas", senza per questo essere meno civile e meno apprezzabile, per risultati concreti e di educazione alla gestione della "cosa pubblica" e del bene comune, di un intervento con tutti i crismi burocratici e governativi del sostegno statale. Anche perché se aspettiamo governo e parlamento rischiamo di renderci davvero corresponsabili, senza "se" e senza "ma", di una ecatombe di Isabelle.

      Con stima, Marilù L.

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    2. Ritengo che dovremmo cambiare modo di vivere e pensare.

      Cambiare dall'io (singolare) al noi (plurale), dal mio (singolare) al nostro (plurale).

      La Natura con secoli di esperienza insegna; le foreste sono formate da singoli che compongono un insieme,idem per gli stormi di uccelli, nel mare e nella savana ci sono branchi.

      Solo noi umani usiamo frasi come "chi fà da sè fa per tré". Sono stupidaggini.

      La ricchezza ci ha reso poveri individualisti. Sembra un ossimoro.

      Se uno può permettersi tutto perchè dovrebbe aver bisogno degli altri?

      In tanti pensano così. Credo sia sbagliato.

      Abbiamo perso il senso del gruppo, del bene comune.

      Sono nati i Briatore (... se non sei come mè sei FUORI!), i Fiorito, si i Batman, si credono dei superuomini.

      Davanti a Madre Natura sono solo dei poveretti.

      La televisione ha avuto un ruolo drammatico, persino per andare a messa "tanto la vedo alla TV dal mio divano".

      Penso che questa crisi economica se mai avrà un merito sarà quello di renderci più umili, tornare ad "ascoltare" gli altri. Tornare a parlare di Amore.

      Io la penso così. È il mio Libero Pensiero.

      Guy F.

      P.S. Invito ad ascoltare una poesia di Franco Battiato - La Cura. Un vero inno all'Amore.

      http://www.youtube.com/watch?v=XN7oFbaC1Ks

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    3. Forse potremmo cominciare dalla lingua...Non se la prenda Marilu', non e' a lei che mi rivolgo, e' uno spunto di riflessione per tutti (mi auguro): cosa intendiamo per extracomunitari? Andrebbe anche bene se in questo termine includessimo i canadesi, gli australiani e gli americani (anzi no, gli statunitensi, perche' anche i sudamericani sono americani- a proposito, li includiamo?), invece sospetto che, siccome sono in compagnia dei meridionali, quello che vogliamo dire e' 'i (materialmente) poveri'! Perche' non li chiamiamo con il loro nome, senza andare a scomodare la provenienza?

      Alessandra

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    4. Ops, ho visto solo adesso il tuo commento...
      Sì, in effetti quando parlavo di ragazzini extra-comunitari, volevo indicare la provenienza geografica, più che la condizione di indigenza e basta. Avevo in mente in particolare un servizio visto su you tube un anno fa, circa, in cui si raccontava la storia di uno dei molti giovani e giovanissimi venditori di fiori 'di strada' pakistani (se non ricordo male) a Palermo. Ma nulla esclude che ci siano molti altri casi simili e riguardanti immigrati invece a tutti gli effetti europei, dell'Europa più povera, quella dell'Est, tipo i polacchi e rumeni già impiegati massicciamente dalle varie mafie nella raccolta di prodotti ortofrutticoli in varie regioni del Sud, soprattutto Campania e Puglia, se non erro. Non so, però, se in questa categoria di lavoratori iper-sfruttati ci siano anche dei quattordicenni o ragazzini anche più giovani. Tutto qui. Comunque grazie della possibilità di precisare che mi hai offerta con questo tuo intervento.
      Ciao, Alessandra.
      Marilù.

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  13. Interessante la domanda qui sopra riguardo come si può uscire da questo cul de sac del fatto che in effetti la necessità di mettere in pratica ciò che si afferma si scontra con incombenze molto pragmatiche. E' lo stesso dubbio che da molto tormenta anche me. Gradirei anch'io molto una sua opinione in merito sig. Modigliani. La seguo con stima. Marco, 28 anni, Milano

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  14. Mha, mi sembra, il suo, un discorso incurabilmente classista, nel senso più profondo del termine.
    La società ideale di Tommaso Campanella infatti si reggeva sull’assunto della divisione in 3 classi della società, dove gli intellettuali, o filosofi, sarebbero deputati all’esercizio del potere.
    Nello stesso “Repubblica”, Platone sostiene una società ideale dove una casta di Guerrieri avrebbe gestito il potere rifacendosi alle direttive dei Filosofi, mentre il resto del popolo sarebbe stato assoggettato al lavoro che le caste superiori avessero previsto per ognuno.
    Una domanda. Perché, dal momento che esistono gli intellettuali, chi non fa parte di quella categoria dovrebbe essere interessato a questioni che non lo riguardano?
    Mi do una risposta. Perché senza una massa critica che agisce le parole non vanno da nessuna parte, quindi l’intellettuale ha bisogno, per arrivare al potere, di un seguito di persone che lo sostengano e a cui non arriveranno, se tutto va bene, che le briciole del futuro banchetto. Il compito principale dell’intellettuale è quello di creare un falso ideologico, in cui la gente possa identificarsi per essere indotta a sostenere interessi non propri.
    Io non sono un intellettuale, ma lo sono allo stesso tempo, come è nella natura di ogni essere umano. Non sono un intellettuale, perché non sono interessato all’esercizio del potere, ma questo non significa che abbia intenzione di subire il potere altrui, e questo mi rende un intellettuale.
    Certo, questo è il mondo, ma non quello che era o quello che avrebbe dovuto essere.
    Non importa quanto possa essere giusto o intelligente ma il potere e il conseguente sfruttamento dell’uomo sull’uomo si basano su falsi ideologici.
    Non ci possono essere compromessi possibili.
    la figura dell'intelletuale quindi, come esposto in questo articolo, è irricevebile.

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    1. @Democrito...capisco che per lei sia "irricevibile", è anche giusto che lo sia. Il suo commento, infatti, parla da sè. Lei ha fatto una domanda e immediatamente ha dato da solo la risposta. Che Senso ha, questo? Ciò vuol dire che a lei non interessano le risposte. Appunto. Gli intellettuali servono a farsi delle domande, a porle agli altri, a confrontarsi, a impedire che la gente si faccia da sola le domande e da sola si dia le risposte. Ciò che io auspico è un ritorno alla libertà d'espressione individuale autentica, dove ciascuno esprime ciò che pensa, ciò che vuole o non vuole, ciò che gli piace o non le piace, senza cadere sempre nella trappola consueta dei link, dei riferimenti, dei dati, delle date, dei nomi pomposi, dei riferimenti storici, delle citazioni, colte o non colte che siano, per nascondere se stessi dietro il paravento di nomi illustri. Lei dà per scontato eventi che appartengono a una idea degli intellettuali totalmente diversa dalla mia, che è quella voluta e perpetrata dal sistema mentale berlusconiano che ha sostituito l'intellettualità con lo spettacolo. Lei dice "l’intellettuale ha bisogno, per arrivare al potere, di un seguito di persone che lo sostengano e a cui non arriveranno, se tutto va bene, che le briciole del futuro banchetto. Il compito principale dell’intellettuale è quello di creare un falso ideologico, in cui la gente possa identificarsi per essere indotta a sostenere interessi non propri". Non ci siamo proprio capiti, è giusto che lei sia in disaccordo. L'intellettuale, se c'è una cosa che aborre è il potere e non ha alcun "bisogno" come dice lei di arrivarci, è l'ultima cosa che vuole; l'intellettuale detesta il potere, sta lì per denudarlo; e ho anche spiegato il perchè, invece, spiana la strada ad altri. Il fatto che lei pensi che gli intellettuali investano le proprie energie nel tentativo di costruire dei falsi ideologici vuol dire avere spacciato dei demagoghi della pubblicità marketing per intellettuali. O lei non ha capito affatto che cosa io intendo, oppure, invece, l'ha capito molto bene ma siamo in totale disaccordo, motivo per cui accolgo come normale e giusto il fatto che lei non voglia affatto ricevere questo tipo di interpretazione. Non era rivolta, infatti, a persone che pensano che gli intellettuali abbiano come fine l'esercizio del potere. Il loro fine è spiegare e comunicare il suo funzionamento; smascherarlo, denudarlo e -quando è il caso- denunciarlo.

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    2. Su, su, Modiglioni, ho usato termini un po’ forti e si è risentito. Me ne scuso, e lei ha ragione a risentirsi.
      La parola “intellettuale” è un aggettivo, che però speso viene utilizzata come sostantivo per indicare persone, che avendo studiato, abbiano una funzione di guida, istituzionale o rivoluzionaria non importa, sul resto della popolazione, o parte di essa.
      È evidente che l’uso del sostantivo “intellettuale” stia quindi ad indicare una categoria di persone e non altre, creando una divisione di classe.
      Lei si lamenta che la classe politica odierna sia composta da caproni e vorrebbe che sia sostituita da una classe politica capace e meritevole, che possa guidare il popolo ad un futuro di benessere economico, morale e culturale.
      Io non sono d’accordo con per vari motivi.
      Primo, trovo inaccettabile l’idea che qualcuno guidi e qualcun altro segua. Per quanto la persona possa essere animata da buone intenzioni, questo crea una divisione di classe che alla lunga porta necessariamente ad un conflitto.
      Secondo, se le persone volessero davvero interessarsi al mondo in cui vivono, troverebbero il modo di farlo senza una guida dall’alto. Chi ne sa di più potrebbe semplicemente mettere a disposizione il proprio sapere nell’insegnare ciò che sa, senza per questo assumere un ruolo politico.
      Terzo, lei sostiene che il compito degli intellettuali sia quello di porre domande, non di dare risposte. Ritengo questa una visione limitativa ed ideologica della realtà. Le domande nascono da condizioni oggettive e vengono formulate allo scopo di ottenere una risposta che risolva la questione oggettiva di cui sopra. Se questo processo non avviene siamo nell’ambito dell’inutilità. Io, le mie domande, me le pongo da solo e non ho bisogno di qualcuno che mi metta nel cervello domande diverse da quelle che a me stanno a cuore. Chi tentasse di farlo, starebbe tentando di manipolarmi. La richiesta è quindi di una risposta, non di ulteriori domande.
      A supporto di quanto sostengo le porto il suo stesso esempio. Socrate, per quanto facesse lo sgargiante con i suoi allievi, dimostrando puntualmente come le loro teorie si basassero sul nulla e che solo lui sapesse la verità, ovvero il sapere di non sapere, aveva delle convinzioni molto radicate, al punto che ci lasciò la pelle. Basta leggersi la trilogia “Apologia di Socrate, Critone e Fedone ” per rendersene conto. La sua filosofia è di tipo affermativo. Di fronte ad una condizione oggettiva, Socrate si pone delle domande (o meglio gliele pongono i suoi allievi, perché lui non sia mai) e fornisce delle risposte. Esattamente come faccio io, caro Modigliani. È talmente convinto delle sue risposte da giocarsi tutto, rifiutando di scappare, pur di onorarle.
      Concludendo, la mia speranza è che la parola “intellettuale” ritorni ad essere un aggettivo. Che serva cioè ad indicare una capacita insita in ogni essere umano e non una categoria di persone. Solo in questo modo si potrà avere vera Democrazia. Una popolazione capace di pensare con la propria testa e che nelle cose pratiche che riguardano la comunità si faccia rappresentare da un pari, totalmente sostituibile con chiunque altro sia in possesso di normali facoltà mentali.
      Un saluto






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  15. L'intellettuale vero ha sempre avuto una funzione critica nei confronti del potere. Chi ha sostenuto il potere, usando le sua abilità in maniera acritica, prezzolata, non può certo essere considerato un intellettuale.

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  16. Sul discorso Palestina vorrei saperne di più...magari ci farà un quadro sui rapporti Italia-Qatar-Palestina nel contesto ONU -votazione.Ci sono collegamenti stretti e diretti anche sulla scelta italiana?Io mi sono sforzato di fare COLLEGAMENTO ma per quanto sia abbastanza dotato come "emisferico destro" NELLA TEMATICA VICINO ORIENTALE sono un novizio... ma c'è sempre un momento in cui si deve iniziare e il migliore dei modi è scrivere.MARCO GIANNINI

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  17. OFF TOPIC
    Ciao a tutti, probabilmente lo avete già visto, ma ne approfitto per segnalarVi questo interessante filmato:

    http://www.youtube.com/watch?v=gEhZMldT-FE

    “CONTENUTI DI SPESSORE E INTEGRALI, PERCHE’ CHI NON HA TEMPO, NON HA NEPPURE SPERANZA…” [Byoblu]
    Prendetevi tutto il week-end, se necessario, per guardare l’intervista che avete voluto e reso possibile voi, con il vostro desiderio di conoscenza e il vostro contributo. Grazie! E diffondete… ”
    Fonte Claudio Messora
    http://www.byoblu.com/post/2012/07/06/Alberto-Bagnai-ce-lo-chiede-lEuropa!.aspx

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