giovedì 4 maggio 2017

Istat e i nuovi paradigmi. Dove andiamo?






di Sergio Di Cori Modigliani  



Un sincero consiglio a tutti:
lasciate perdere i dati Istat, i dati europei, le cifre, i sondaggi, le percentuali. C'è chi se le beve tutte, c'è chi pensa siano una truffa e chi, invece, come il sottoscritto, pensa che siano dati inutili per la cittadinanza, non avendo nessuna possibilità di controllo e verifica delle fonti.
Tutto ciò per commentare il fatto che mentre in Italia si discute del fatto che abbiamo il massimo numero di poveri nella Ue, la stessa lamentela si legge sui quotidiani rumeni, bulgari, portoghesi, greci, slovacchi, sloveni, irlandesi, francesi, finlandesi (new entry) e spagnoli. Ciascuno sostiene di essere il peggiore. Donald Trump ha vinto le elezioni sostenendo che gli Usa erano in declino, stavano per fallire e mai le cose erano andate così male mostrando alla tivvù cifre irreali e fantasiose: tutto ciò in un paese in cui la disoccupazione era al 4,5%, la borsa era ai massimi storici, i salari aumentavano per la prima volta dopo 20 anni del 325% rispetto all'inflazione e l'economia era in ottima salute.
Eppure, la gente ha incorporato un'idea della realtà opposta a quella dettata dalle cifre.
Perchè ha "emotivizzato il dato nudo e crudo" attribuendogli delle valenze che non gli competono, proiettando le proprie paure, le proprie insicurezze, le proprie cadute spostando la propria sentimentalità interiore sulle cifre e tabelle che sono diventate termometro delle nostre esistenze: su questo campano i talk show televisivi.
Ingozzandoci di tabelle inutili.
Trump ha usato il web e l'esasperazione enfatica intrisa di violenza e antagonismo per cavalcare il disagio sociale e traghettare la rabbia fomentando l'odio del popolo contro i radicali di sinistra, contro gli intellettuali, contro gli artisti, contro i giornalisti; in tal modo spostando l'obiettivo (con macabra abilità) e quindi liberando le forze economiche dell'aristocrazia oligarchica finanziaria finalmente libere di poter fare ciò che vogliono, accompagnando il popolo verso la propria definitiva auto-distruzione attraverso la dolce eutanasia delle coscienze. Sottrarsi alla lettura e commento dei dati, dei sondaggi, delle classifiche, e dei trend, è una modalità -a mio avviso- libertaria e spiritualmente pulita.
E' un consiglio che suggerisco come pratica sanitaria.
Leggendo il più importante quotidiano spagnolo -el pais- che parla della loro povertà (secondo loro noi siamo ricchi e a posto) usando gli stessi temi, gli stessi toni, le stesse parole e le stesse analisi dei giornali italiani, viene da ridere. Idem in Portogallo e almeno in altri dieci paesi.
Sembrano fotocopie intercambiabili.
Anche in Germania, negli ultimi quattro mesi, l'estrema destra populista ha lanciato una ventina di nuovi siti giornalistici e diverse pagine di facebook dove si parla "della immane tragedia tedesca" e dell'imminente catastrofe economica cui stanno andando incontro, mentre la realtà economica teutonica mostra e dimostra che le cose da loro vanno molto bene.

Tutto ciò per suggerire agli amici lettori di tranquillizzare le proprie ansie dandosi una calmata e pensando un po' di più all'amore, all'amicizia, al sesso, alla cultura, ai viaggi, allo svago, a tutto ciò che vi piace, come vi piace, dove vi piace, con chi vi piace, quando vi piace e per quanto vi piace.
L'unico problema vero e reale consiste nella re-distribuzione delle ricchezze. Il resto è fuffa e aria fritta.
Così, l'oligarchia intende farci ingozzare rospi amari per impedire che la ricchezza venga re-distribuita: patria, identità, nazione, bandiere, divise, sovranismo, autonomia, ecc,ecc: tutta robbetta intercambiabile.
Ciò che conta è che rimanga lo status quo riocordando a el pueblo come eravamo felici e liberi e forti 10 anni fa, 20 anni fa, 40 anni fa promettendoci che lì ritorneremo. La svolta consiste invece nel capovolgere queste letture reazionarie e cominciare a spiegare, invece, come saremo felici e liberi e forti tra 5 anni, tra 10 anni, tra 15 anni.
La distopia la si combatte e la si batte soltanto con una nuova utopia.
E' quella che a noi manca come collettività.
Siamo stati incapaci di passare, negli ultimi 5 anni, dalla protesta alla proposta.
E così, l'industria dell'indignazione organizzata si è impossessata delle buone anime di chi voleva cambiare la nazione, usandole e sfruttandole per mantenere lo status quo, fingendo delle trasformazioni che sono soltanto apparenti. Per loro è puro business: la vostra rabbia e dolore è il loro capitale di investimento.
Ci vuole un altro paradigma.
I tempi sono cambiati.
E' davvero una buona notizia.
Per chi lo capisce.
       

1 commento:

  1. Io penso che tutta la robetta intercambiabile a cui Lei fa riferimento - le Nazioni, gli Stati (sociali), le sovranità, le autonomie - fosse ciò che consentiva una umana redistribuzione del reddito.
    Ma visto che io non capisco le buone notizie, proverei a chiederlo ad altri. Secondo Lei c'è una migliore ridistribuzione del reddito ora o cinquant'anni fa? Come mai la classe media è sparita?
    Le utopie, per definizione, non si realizzano. Sognare un'altra Europa dove i forti aiutano i deboli non ha senso ne speranza. È come sognare un altro razzismo, dove gli arabi non schifano i neri africani.

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