lunedì 1 luglio 2013

Scende in campo "The King of web" e l'affare Snowden diventa un incubo per l'intero occidente.


di Sergio Di Cori Modigliani

Un nuovo capitolo della spy story del millennio.
Sostiene il sociologo Sidney Blumenthal “si capisce quando si è in guerra o si sta per andarci quando scompaiono le mezze calzette, gli impiegati intercambiabili, e in campo, all’improvviso, scendono i generali. In divisa o senza”.

Con delle succose novità che la rendono, giorno dopo giorno, ora dopo ora, sempre più intrigante e appetibile.

La mia serena opinione personale mi porta, dopo attenta riflessione, a sostenere la impopolare argomentazione che il nuovo versante bellico, che potrei sintetizzare nell’espressione Dio ci salvi dalle spie e dalle intercettazioni, giù le mani dall’Europa sia una squisita arma di distrazione di massa, agitata da abili toreri professionisti che sgrullano un gigantesco vessillo rosso davanti al toro campione della battaglia dei diritti civili. Ben altra è la posta. Altrimenti, questa storia sarebbe stata già risolta, in privato, con un paio di telefonatine tra una delle segretarie di Obama e una delle segretarie della Merkel, con una spruzzatina di e-mail privatissime tra le rispettive ambasciate.

Da ieri mattina non è più possibile.

E’ sceso in campo il Re del web.
E a Washington come a Berlino, a Mosca come a Pechino, a Londra come a Roma: tremano.

Perché il generale è sceso con tutta la sua macchina, la sua credibilità, la sua attendibilità, la sua fama, i suoi successi. E’ un cittadino britannico, con invidiabile curriculum vitae, poco noto alla massa, per non dire, addirittura, pressoché sconosciuto. E’ un’icona planetaria –quantomeno in occidente- per chiunque si occupi di diritti civili, strategie marketing in rete, intelligence, mondo della comunicazione digitale.
Non ha rivali.
Lui è il numero uno, indiscusso.
Il fatto che sia sceso on campo “il” generale a cinque stellette del web, è la dimostrazione pratica e tangibile (così almeno la pensano gli americani e gli inglesi) che il vero teatro della guerra –complessa e non facile da individuare- abbia tra i suoi protagonisti principali il web. Si tratterebbe, per l’appunto, della “prima guerra mondiale” lanciata sul web, dal web, per la libertà del web e del diritto di ogni libero internauta a diffondere, condividere, connettere informazioni sensibili necessarie per la cittadinanza al fine di comprendere la realtà del mondo in cui viviamo.
Di chi si tratta?
Ecco un brevissimo ritratto del Generale.

Si chiama Simon Davies.

L’aspetto comico della vicenda consiste nel fatto che in rete e su Google si trovano molte più notizie su un suo omonimo (pura razza gallese, come lui del resto) che di professione fa il calciatore ed è il centravanti del Fulham. L’esimio prof. Davies si diverte da matti per questa casualità, anche perché lui è un tifoso accanito dell’Arsenal. E’ stato la prima personalità al mondo a scendere in campo per sostenere “il diritto internazionale al rispetto della propria privacy nel nome di un nuovo e più evoluto senso della cittadinanza e della comunità”, e lo ha fatto nel lontano 1990 fondando a Londra l’osservatorio “Privacy International” e subito dopo diventando un esperto di sistemi visivi elettronici di controllo, sistemi elettronici di identificazione dell’identità dei cittadini, diventando il più grosso esperto occidentale in biometrica, codici criptati e suoi derivati, prestando anche la sua professionalità -come consulente esterno- per il Ministero degli Interni e della Difesa di Sua Maestà Britannica. Attualmente è amministratore delegato dell’agenzia di consulenza per le strategie in rete inglese denominata “80/20 Thinking Limited”. Insegna “Sociologia della comunicazione digitale” presso l’Università dell’Essex e ha la cattedra di comunicazione web all’interno del Dipartimento di Management Industriale presso la prestigiosa London School of Economics a Londra. Ha collezionato tutti i premi possibili. Grazie a lui, a metà degli anni’90 AOL (AmericaOnLine, il primo social network planetario attivo solo in Usa e lanciato nel 1994) riuscì a diventare un colosso mediatico aprendo poi la strada al mondo in cui noi oggi viviamo. Nel 1999 è stato insignito del “Electronic Frontier Foundation’s Pioneer Award” con la specifica motivazione di “aver dato un immenso contributo alla libertà dell’informazione sul web”. Nella newsletter silicon.com (stampata in California) per tre anni di seguito (2004 2005 2006) è stato considerato “una delle 50 più importanti persone al mondo nel campo della politica tecnologica in rete”. Dal 2007 è membro dirigente della “British Computer Society” e posso tranquillamente sostenere che Simon Davies è il webmaster e titolare del più importante blog del mondo nel campo dei diritti civili sul web. Il suo sito è http://www.privacysurgeon.org. Il titolo del suo blog in italiano significa “chirurgo privato” e ha anche un sottotitolo, che è poi il mantra della sua intera esistenza “curando il carcinoma dell’ipocrisia planetaria”.

Questa è la particolarità del generale a cinque stellette Simon Davies.
Combatte l’ipocrisia. Il suo nemico è il doppiogiochismo, il potere occulto, il trasformismo. In Italia sarebbe fortunato a trovare lavoro come posteggiatore di lettini da spiaggia a Rimini d’estate.

Poiché tra le sue diverse attività, anche accademiche, c’è quella di essere lettore alla Georgetown University, a Washington D.C. -celebre college dove si alleva la crema manageriale che andrà in futuro a guidare la nazione Usa- mantiene solidi rapporti (noti e pubblici) con più di un elemento del mondo dell’intelligence statunitense.

E così, dal suo cappello, ha tirato fuori una serie di ex agenti della CIA, esperti come lui, che hanno deciso di raccontare come funziona la baracca e ha pubblicato sul suo blog una intervista in esclusiva di cui ha ceduto i diritti a “The Guardian” che ha poi lanciato sul web alcuni stralci. Non solo. E’ riuscito a far scattare un meccanismo (davvero una perfetta macchina da guerra ben sincronizzata) che personalmente oso definire “il primo bombardamento a tappeto sul gruppo Bilderberg e sulla Trilateral”. Ecco come ha fatto e cosa ha fatto:
ha pubblicato una intervista all’ex agente della NSA (National Security Agency) Wayne Madsen, attualmente giornalista investigativo, già responsabile del settore tecnologico dei servizi di intercettazione e decrittazione messaggi privati Usa al quale ha fatto dire “Snowden è stato condannato da molti che ritengono non abbia l'autorità o il diritto di fornire al pubblico dettagli sullo spionaggio della Nsa . Ma che diritto o autorità ha il direttore della Nsa, il generale Keith Alexander, di dare informazioni sui programmi di sorveglianza della Nsa durante cinque incontri della Bilderberg  Conference? Alexander afferma di voler proteggere gli americani dagli attacchi terroristici e fornisce informazioni a elite sui metodi che la Nsa usa per spiare organizzazioni di studenti, religiose e progressiste. Quando Alexander parla con le élite viene ringraziato. Quando Snowden parla è chiamato traditore o codardo”.  Messa così sembra lo sfogo da bar di facebook o un guizzo dal sapore gossip. Si tratta di ben altro. Perché il nostro esimio prof. Simon Davies ha diffuso l’intero testo dell’intervista in rete e l’ha fatto leggere ad alcuni potenti avvocati statunitensi a Manhattan, campioni nella lotta per i diritti civili (difendono gratis membri arrestati di occupywallstreet, tanto per capirsi) e il pool dei legali è saltato su questo splendido cavallo e sta vagliando la prossima mossa: una class action a nome del popolo americano contro il Generale Keith Alexander, sotto l’accusa di alto tradimento della patria e diffusione di segreti militari a civili di altre nazioni, chiedendo alla Corte Suprema d’Alta Giustizia Usa lo stato d’accusa nei confronti dell’intero gruppo Bilderberg, sostenendo il principio che “gli esponenti di tale gruppo hanno avuto la possibilità e l’opportunità di usufruire di informazioni, notizie, dettagli, provenienti da materiale elettronico sensibile ottenuto sotto la copertura delle attività militari lecite e legali e quindi appartenenti al settore della sicurezza collettiva nazionale, di cui è vietata la diffusione presso qualunque soggetto, società, gruppo, associazione di carattere civile che non goda di specifiche e documentate deleghe ottenute attraverso decreti delle commissioni difesa e sicurezza del Senato Usa o un ordine scritto del Presidente oppure una disposizione d’emergenza del Ministero della Difesa firmato di pugno dal ministro in persona”. Tradotto vuol dire che, secondo i legali americani, amorevolmente sollecitati da Simon Davies, il fatto che (tanto per fare un esempio) Enrico Letta, Lilly Gruber, Mario Monti, Mario Draghi, Franco Bernabè, la regina d’Olanda e tanti altri ancora, hanno avuto a disposizione per uso “a titolo puramente personale” materiale informativo che per la giurisprudenza statunitense appartiene solo e soltanto “al popolo americano, legalmente rappresentato dai suoi delegati fiduciari nella persona del Presidente, del direttore della Cia, della commissione sicurezza interna del Senato, del Ministero degli Interni e del Ministro della Difesa, senza aver mai né dato né concesso autorizzazione alcuna affinchè tale materiale militare sensibile venisse condiviso con una elite composta per lo più da personalità straniere, tutto ciò viola il principio costituzionale della democrazia statunitense e della salvaguardia nazionale e custodia dei propri segreti di Stato, sui quali è sovrano il Congresso Usa, il Presidente in persona e la Corte Suprema d’Alta Giustizia”.
Il povero Alexander ha fatto all’italiana: ha negato tutto.
Ma Davies ha confessioni scritte di partecipanti testimoni alle riunioni Bilderberg, il che aggrava la posizione di Keith Alexander che corre anche il rischio di essere accusato di aver “mentito per sviare indagini in corso sulla legittimità dell’uso di materiale sensibile elettronico militare ad uso e consumo solo e soltanto delle agenzie deputate e mai e per nessun motivo ad uso e consumo di soggetti privati terzi”.

Tradotto: chi ha partecipato alle riunioni del gruppo Bilderberg ha usufruito delle informazioni riservate e private, quindi –quantomeno per la normativa anglosassone- si è macchiato del reato (da loro punitissimo) di insider trading, da noi, paese medioevale, neppure esistente come concetto.
Una rogna colossale per le dinastie oligarchiche.

Tradotto ancora al sottolivello, la mia opinione è in contro-tendenza rispetto alla protesta attuale collettiva contro i malvagi che ci spiano. Si tratta, a mio avviso, di una deformazione voluta per applicare il divide et impera nazionalistico e metterci una toppa. E così passa la notizia, pompata con enfasi in tutto il continente, che la solida Europa protesta indignata contro i perfidi americani spioni e ingrati. Non è così. Sono tutti d’accordo da sempre. L’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, l’Olanda sono degli ipocriti terrorizzati all’idea che si venga a sapere il reale coinvolgimento della classe dirigente politica e imprenditoriale con spioni ufficiali di professione. E questa è fuffa per occultare il dibattito e la discussione sull’autentico scenario del vero teatro bellico; vi basti questo: le informazioni ricavate dalle intercettazioni telefoniche (si parla di date specifiche in cui erano 500 milioni di telefonate al giorno nella sola città di Francoforte), relative a tutti gli scambi interconnessi tra finanzieri, banchieri, privati cittadini, analisti finanziari, industriali, uomini politici, agenti di borsa, mediatori, mafiosi, agenti segreti, possono essere diffuse in rete. Tutto.
Il vero spettacolo cinematografico consiste nel seguente teatro: “è il web che insorge, ben guidato da ieri mattina dal professor Simon Davies, contro i poteri occulti, contro le oligarchie dinastiche del privilegio finanziario, e intende presentare il conto”. Questa è la trama del film.
Realizzato apposta oppure spontaneo.
Non so dirlo.
Lo trovo, comunque, un film molto divertente che mi appassiona.
Nel caso sia ancora vivo, Mr. Snowden ha trovato davvero un modo intelligente per garantirsi il passaporto per la sua sopravvivenza: è stato davvero bravo ad aver dato quelle pennette alla persona giusta.
Mentre da noi, oscurati e rimbecilliti dal degrado medioevale del nostro declino, non accade nulla, in Europa si stanno già muovendo.
Perché quando Simon Davies si muove, si porta appresso la crema intellettuale e tecnologica attiva nel campo dei diritti civili. Già scalpita Amelia Andersdotter, deputata al parlamento europeo nel gruppo tedesco dei piraten, che sta preparando una interpellanza parlamentare già annunciata su questo argomento. E la seguono anche in California Matt Taibbi, giornalista investigativo esperto in tematiche di web technology e diritti civili per la rivista Rolling Stones, e lo scozzese Benedict Evans, uno dei più grossi esperti tecno-informatici, da sempre sensibile e attivo nel campo dei diritti civili. C’è pure Adam Wagner, Rosalind English e Angus McCullough, campioni britannici della lotta per i diritti civili della cittadinanza che chiede chiarezza e trasparenza. Potete cominciare a dare un’occhiatina a http://ukhumanrightsblog.com e divertirvi con http://privacy-europe.com/blog.

Sono i quartieri generali dell’unica guerra che a me davvero interessa in questo momento.
Per una ragione elementare: la possiamo vincere.

Ormai, è troppo tardi per oscurare e cancellare la rete.
Ci rimarranno impigliati come pesci lessi, e quando questo sistema marcio fatto di occultamenti e di poteri clandestini, di club selezionati di fantocci criminali, di impiegati intercambiabili, di falliti di successo, imploderà, ci renderemo conto che questi giganteschi e spaventevoli squali, in realtà, erano pescetti piccolo-borghesi, come ben ci spiegò Hanna Arendt nel suo splendido libro “La banalità del male”. La cupola mediatica è servita e serve tutt’ora a farci credere, deformando l’immagine della realtà ogni singolo giorno, che questi siano animaloni importanti e temibili.
Non è così.
Si tratta soltanto di miseri impiegati miserabili.

Sono loro, oggi, che stanno nei guai fino al collo.
Noi, nei guai, ci stiamo da almeno cinque anni, se è per questo.
In compenso abbiamo sempre saputo che eravamo semplicemente i primi della lista, perché i più deboli, i più disagiati, i più emarginati, i più silenziati.

Adesso è il loro turno.

Lo sanno anche i bambini che l’automobile si è rotta e i meccanici hanno gettato la spugna.

Procuratevi un cono gelato, i popcorn e godetevi lo spettacolo di questo film che vi ho raccontato: si annunciano gloriosi colpi di scena.


5 commenti:

  1. Sono tutto un fremito
    Speriamo che sia uno show degno di questo nome
    ;D

    RispondiElimina
  2. Sergio speriamo sia così. Per ora la mia impressione è che mai come oggi siano così vere e allo stesso tempo così false le analisi di Guy Debord nei suoi "Commentari alla società dello spettacolo":

    "La nostra società è costruita sul segreto, dalle “società schermo" che mettono al riparo da qualsiasi luce i beni concentrati dei possidenti, fino al “segreto difesa" che copre oggi un immenso territorio di piena libertà extragiudiziale dello Stato; dai segreti, spesso terribili, della produzione povera, nascosti dietro la pubblicità, alle proiezioni delle variabili di futuro estrapolato, sulle quali il dominio è il solo a leggere lo sviluppo più probabile di ciò di cui nega assolutamente l’esistenza, calcolando tuttavia le risposte che fornirà misteriosamente."

    "Nel momento in cui quasi tutti gli aspetti della vita politica internazionale, e un numero crescente di coloro che contano nella politica interna, sono diretti e mostrati secondo lo stile dei servizi segreti, con inganni, disinformazione, duplice spiegazione — quella che può nasconderne un’altra, o semplicemente averne l’aria — lo spettacolo si limita a far conoscere il mondo noioso dell’incomprensibile obbligatorio, una tediosa serie di romanzi polizieschi privi di vita e dove manca sempre la conclusione."

    Era il 1988 e Debord probabilmente non poteva immaginare che di lì a poco (89/90) sarebbe nato il World Wide Web, cioè internet alla portata di tutti, qualcosa capace di rivoluzionare la storia dell'umanità in modo anche più radicale di quanto fece la stampa a caratteri mobili.

    Il fenomeno dei whistleblowers e dei movimenti di protesta in giro per il mondo forse sono qualcosa di più di un segnale di speranza, è solo che dal pantano in cui versa il nostro paese si fa fatica a essere ottimisti...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. è verissimo, è faticoso, ma è necessario: vale la pena

      Elimina
  3. Gentile Signor Modigliani le vorrei suggerire un nuovo spunto per la "saga" PRISM-Snowden. La prego, ci scriva un'articolo come solo lei sà fare..
    Innanzi tutto la premessa; com'è nel suo stile. Ha letto l'articolo del 23 giugno su LaNuovaSardegna inerente al caso Moro? No. Non la notizia di Cossiga che arriva sul posto prima della telefonata.. Quella è una notizia fumogeno. Che fosse lì, un'ora prima o un'ora dopo, Moro è comunque già morto. Cossiga troverà una spiegazione plausibile e il pubblico dimenticherà. La notizia vera l'ha letta?
    Su LaNuovaSardegna, Piero Mannironi ci informa che un brigadiere della guardia di finanza in pensione, Giovanni Ladu, all'epoca dei fatti ebbe il compito di sorvegliare l'appartamento di Via Montalcini fino all'8 maggio. Poi quando tutto era pronto per l'irruzione arrivò il comando di abbandonare la missione.
    Ecco. Questa è la premessa. Ora l'analogia con il caso Prism-Snowden.
    Qual'è? Bhé la notizia non è che la nostra privacy sia stata infranta. Non è una novità., non è una notizia. E' un segreto di Pulcinella che gli Stati abbiano divisioni investigative più o meno segrete. Quello che potrebbe venire alla ribalta è che, a partire dall'amministrazione Bush Jr., l'intelligence è stata data in outsourcing. L'Intelligence Outsourcing, si veda en.wikipedia.org, è la problematica notizia.
    Perché? Perchè se lo Stato delega un'azienda privata, anzi una s.p.a., a spiare i cittadini.. l'azienda, o l'a.d., per prima cosa chiede allo Stato cosa ci guadagnerà o quale sarà il suo compenso. Non le pare?
    Quindi la domanda, madre di tutte le domande è: chi paga? Chi paga le dinosauriche aziende di analisi informatica? Chi paga google? Come la paga? Su conti esteri, con finti servizi, con favori? A che voce del bilancio si deve leggere la funzione PRISM? Questo è il vero problema da far emergere!
    Perchè è da qui che potrebbero uscire tutte le magagne. Hanno ricevuto favori? Di che genere?
    Brevetti militari? ..magari espropriati ai legittimi inventori anni fà dall'esercito, ed ora regalati ad aziende meritevoli. Mi vengono in mente i googleglass.. Non erano una dotazione militare ai tempi del desert storm?
    Od anche infiltrazioni propagandistiche ad opera di lobby giornalistiche coperte. Non è sospetto che ogni giorno la parola facebook venga pronunciata in ogni tg? Quando non vengono trasmessi finti redazionali ad hoc.. Ed ancora.. l'anno scorso in quarta di copertina dei quotidiani nazionali la pubblicità di google recava in calce la scritta "il collaborazione con la Polizia di Stato".
    Ma allora non è google è la RAI! E il canone chi lo paga? Lo espropriano direttamente dalle nostre tasse? A che voce del bilancio e della finanziaria dobbiamo quardare per vedere quanto l'Italia versa ai dinosauri del web? Ma non erano imprese private? E il famoso liberismo imprenditoriale !?
    Che figura per l'impresa privata.. Manco nell'ex-URSS lo statalismo era così ipocrita. Ecco cos'è diventato certo web 2.0: una statalizzazione mascherata dell'impresa privata. Davanti uno specchietto per nuove ingenieristiche allodole, che sò.. un ricco nerd in ciabatte, e dietro nomenklatura militare che con la scusa dell'outsourcing monetizza I brevetti espropriati per ragio di stato..

    akueo

    RispondiElimina
  4. Sono convinto che una parte dell'oligarchia finanziaria sia formata invece da veri e propri squali senza scrupoli che una volta smascherati non si faranno problemi a mettere a ferro e fuoco i loro rispettivi paesi pur di rimanere arroccati sui loro privilegi, sto pensando alla nostra mafia o a quella russa che sono al potere nei loro relativi paesi e che non molleranno così facilmente, venderanno cara la pelle e anche noi. Certo che colpendo i loro miseri impiegati con la forza della trasparenza e della legalità potremmo scollegarli dal tessuto sociale dal quale succhiano come zecche miliardi di denari pubblici. Faremo andare di moda l'onestà! Per ora va ancora la disonestà.

    BUONA RIVOLUZIONE!

    Rasti

    RispondiElimina