giovedì 23 febbraio 2017

Ma le donne ma le donne.. del PD...che fine hanno fatto?




di Sergio Di Cori Modigliani

La sinistra italiana (??) arriva con trent'anni di ritardo all'appuntamento con la Storia, ma nel luogo storico deputato all'incontro, non ci trova più nessuno. Non c'è da stupirsi. I cittadini che ci hanno creduto hanno aspettato cinque, dieci, quindici, venti anni, poi sono andati via. 
La Storia, infatti (qualcuno dovrebbe andare a spiegarlo ai vari D'Alema/Bersani/Franceschini & co.) non si ferma mai, non sta lì ad attendere i ritardatari, i negligenti, i miopi, gli ottusi, coloro che mancano di visione d'insieme perchè incastrati dentro un matrix.
All'appuntamento con la Storia, quindi, non hanno trovato più nessuno. E si sentono smarriti, confusi, nostalgici, lamentosi. 

I più vispi, sembra che stiano iniziando ad accorgersi del fatto che parlano tra di loro e il paese non li segue. Il pubblico (cioè noi) assiste con avvilimento allo spettacolo. 
Gongolano i faziosi appartenenti ad altri schieramenti politici, approfittando per ramazzare qualche consenso, mipiace, visualizzazioni a gogo, il quotidiano pasto di coloro che amano vincere facile e sono ormai (a loro insaputa si intende) abituati a lucrare sulle debolezze e disgrazie altrui, approfittando della ghiotta occasione per andare avanti vivendo di rendita sloganistica. In tal modo si prendono due piccioni con una fava: si partecipa all'affossamento di un pezzo di sistema che si sta suicidando brillantemente e, allo stesso tempo non c'è neppure bisogno di pensare a stilare un accorto ed elaborato programma alternativo strutturato sulla complessità. 

Hanno scelto tutti la strada della sopravvivenza, rinunciando a vivere.

E i più sereni tra i cittadini italiani non possono che sentirsi avviliti, dato che nessuno spiega più nulla e la palude del Caos Totale si allarga.

Questa mattina, facebook mi ha riproposto un mio post di otto righe pubblicato 4 anni fa. Commentavo, allora:

Paese che vai usanza che trovi:
Ci sono quelli che vogliono fare la rivoluzione perchè sono per il cambiamento (si trovano in ogni paese); ci sono quelli che non vogliono fare la rivoluzione perchè sono per la conservazione (si trovano in ogni paese); infine ci sono quelli che la rivoluzione la farebbero perchè il cambiamento lo vorrebbero ma non hanno idea come si faccia a passare dal condizionale al tempo presente (si trovano soltanto in Italia). Dice per l'appunto Civati: "Io voterei pure contro questo governo al Senato, perchè io sono contro, e i miei senatori pure. Però voglio restare nel PD e quindi voterò a favore".
Il paese delle meraviglie italiote.

Apparentemente, rispetto ad allora, 50 mesi dopo, sembra che sia cambiato rotta.

Ma temo che non sia così.

Ogni compagine politica insiste nel proseguire su vecchie strade senza rendersi conto che nel frattempo la realtà storica attuale, quella globale, europea, statunitense, africana, sudamericana, asiatica, è cambiata molto velocemente. L'Italia no. E se la Storia cambia verso, e un paese invece resta immobile, la intuitiva conseguenza consiste nel fatto che non si percepisce alcun cambiamento. Anzi. Squillano trombe silenziose di annunciata regressione. 

Gli americani hanno la loro con il cowboy newyorchese, la versione della Texan connection in salsa Manhattan, e noi abbiamo la nostra.

Tra i vari aspetti regressivi e recessivi, quello che più salta alla vista, a mio parere, consiste nella più totale latitanza della presenza fattuale del creativo mondo femminile.

Si tratta di una mancanza che pesa sulla nostra società.

Dovrebbe farci riflettere.
E qui, inevitabile, arriva la giusta fine di questo post.

Vi lascio con un delizioso articolo su questo tema scritto da una donna intelligente, che di professione fa la giornalista ed è sempre molto attenta ai nutrimenti dell'attualità.

Sulle donne lasciamo che siano loro a parlare di se stesse.    


Sostiene Myrta Merlino, giornalista della testata televisiva La7:



             Quello che le donne (del PD) non dicono



Pubblicato: Stampa 


Le tensioni interne al Pd hanno ormai abbandonato da tempo le categorie della politica e sono entrate di slancio nel campo della psicanalisi. Che siano le "pulsioni suicide" evocate da Romano Prodi, il "dramma della separazione" spiegato da Recalcati, o una semplice "rottura sentimentale" (copyright di Roberto Speranza), ai dem servirebbe l'aiuto di un professionista, "di uno bravo", come si dice. Perché solo un professionista potrebbe mettere ordine nell'implosione inarrestabile del Pd. Un professionista, o - meglio - una professionista: più ancora della ragione, in questa crisi mancano le donne.

La "generazione Telemaco" che Renzi ha portato all'inaugurazione del suo semestre di presidenza Ue si è rivelata infine la "generazione Edipo". Questa generazione infatti ha "ucciso i padri", ma poi la tragedia l'ha travolta. E allora si è fatta avanti la "generazione Crono", il padre degli dei che - per evitare rivali - mangiò i suoi figli.
Crono ha i baffi (diciamo!), Edipo se n'è andato in California (ma giura che tornerà presto). Nel frattempo, non si può ignorare un punto: Edipo e Crono, Matteo Renzi e Massimo D'Alema, ma anche gli altri personaggi dello psicodramma (da Emiliano a Orfini, da Cuperlo a Speranza, da Veltroni a Bersani, Franceschini, Rossi...) sono tutti uomini.
E questo è strano. Perché il Parlamento eletto nel 2013 non aveva una maggioranza chiara, ma poteva vantare il maggior numero di parlamentari donne di sempre: il 31%. Non un trionfo, ma pur sempre un ottimo risultato.
Una parte del merito andava indubbiamente al Pd, con il 41% di elette al Senato e il 37,8 alla Camera. Una tendenza su cui Matteo Renzi aveva insistito e rilanciato, nominando una segreteria composta di 8 donne e 7 uomini, un governo equamente diviso tra i due generi e scegliendo solo donne come capilista alle trionfali Europee del 2014.
E infatti, come ricorderete tutti, le partite più importanti della legislatura sono passate per le mani di Debora Serracchiani (vicesegretario del Pd) e soprattutto di Maria Elena Boschi, la "madrina" (o secondo i più maliziosi la "zarina") del renzismo, a lungo considerata la vera guida dell'esecutivo. Due donne. A gestire, mediare, smussare.
Tutto questo è improvvisamente scomparso, e il Pd è tornato un pollaio popolato di soli galli. Il che, notoriamente, non porta fortuna. Questo eccesso di testosterone non facilita il confronto. Lo ha scritto anche Liliana Cavani: "Il Pd sembra un partito di uomini, con aspiranti leader solo uomini. Quella delle donne è una visione politica in genere più sottile e globale. Invece emerge uno dei gravi problemi di una sinistra di vari capetti che ignorano l'esistenza e l'intelligenza delle donne. È come se un motore funzionasse a metà".
E Livia Turco, pasionaria della politica italiana, sull'Unità ha cercato nell'esempio di Nilde Iotti e Tina Anselmi una soluzione ai tormenti nel Pd. Purtroppo, notava, "al prendersi cura del partito in questi anni si è sostituita l'ipertrofia dell'io maschile che ha massacrato le relazioni umane".

L'Assemblea Pd che ha sancito la scissione era presieduta da una Serracchiani silenziosa e cupa, che non ha mai preso la parola. Boschi non c'era. E su 28 interventi solo cinque non erano di uomini. Ma dove erano tutte le donne portate ai vertici del partito, quelle citate come best practice e sbandierate negli studi televisivi?
Nella sua storia lunga ormai dieci anni, il Pd ha avuto solo una candidata donna alla segreteria: Rosy Bindi nel 2007. Cui aggiungere, al più, Laura Puppato, che tentò la scalata a "Italia Bene Comune" nel 2012. Nessuna corrente fa capo a una donna. E non si può certo dire che non servirebbe un pizzico di buonsenso femminile alla guida del partito più rissoso d'Italia. E non è solo un modo di dire.
Ricordo qualche anno fa un lungo articolo su Forbes in cui si sosteneva che "Lehman Brothers sarebbe stata una storia diversa se fosse stata Lehman Sisters". Le donne, dati alla mano, sono molto meno propense al rischio e allo scontro frontale. Lo pensa anche la presidente del Fmi Christine Lagarde: "Le donne hanno un modo diverso di prendere rischi e di individuare i problemi. Riflettono un po' di più prima di saltare a conclusioni".
Una ricerca dell'università di Cambridge dimostrò che quando i trader di borsa si svegliano con un livello di testosterone più alto svolgono più contrattazioni. E soprattutto, più è alto il testosterone più sale la propensione al rischio. Trasponete questo in politica, e avrete il momento attuale. Spaccare, rompere, sfasciare, asfaltare, insomma mostrare i muscoli. Quando invece servirebbe un paziente lavoro di ricucitura.
A meno che in realtà non sia tutta una finta, come nelle "Donne al Parlamento" di Aristofane, dove le ateniesi si introducono all'assemblea, travestite da uomini, e convincono i cittadini a lasciare tutto il potere alle donne. Chissà, magari sotto tutte quelle barbe e quegli abiti di sartoria c'è un cuore rosa. Magari Franceschini è in realtà una Prassagora, e prima o poi griderà: "Ma date retta a me, che siete salvi: alle donne bisogna, dico io, affidar la città: ché in casa pure son le donne ministre e tesoriere".
Certo, trattandosi di una commedia la "rivoluzione" prende ben presto dei tratti grotteschi. Eppure, sinceramente, vorrei proprio vederla. Meno muscoli e più cervello, meno strepiti e più mediazioni. Meno protagonismi e più propensione all'ascolto. Più politica, insomma. E so che può sembrare un paradosso, chiedere "più politica nella politica". Ma non sarebbe un paradosso, sarebbe una rivoluzione.

Myrta Merlino, giornalista La7

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