mercoledì 8 febbraio 2017

Il "filosofo della diversità" se ne è andato per sempre.








"Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei 'barbari', di diventare torturatori come quelli che ci odiano. Il multiculturalismo è lo stato naturale di tutte le culture. La xenofobia, le pulsioni sull'identità tradizionale non sono destinate a durare. Una cultura che non cambia è una cultura morta".

                                                               Tzvetan Todorov, 1 marzo 1939, 7 febbraio 2017.


di Sergio Di Cori Modigliani 

Ieri si è spento a Parigi il filosofo bulgaro Czetan Todorov, raffinato studioso di antropologia culturale, semiologo, erede ufficiale del celebre Roland Barthes di cui fu assistente per diversi anni.
Il suo interesse si è focalizzato intorno allo studio e all'analisi della logica dello sterminio nella mente degli umani, dedicando diversi lavori sia al nazismo che allo stalinismo, eventi che lui non visse sulla sua pelle essendo nato a Sofia nel 1939. Quando Stalin morì lui aveva appena 14 anni. 
Finito il liceo si laurea in filosofia e vince una borsa di studio che lo porta a Parigi, dove incontra Jean Paul Sartre e Roland Barthes, i quali rimangono affascinati dalla fresca genialità del giovane bulgaro e praticamente lo adottano facendogli avere la nazionalità francese. A metà degli anni '60 viene invitato a tenere un ciclo di lezioni nella prestigiosa università di Yale, in Usa. Nel corso di questa esperienza, attraversando un oceano di polemiche, diatribe e furiosi scontri con diversi intellettuali statunitensi, elabora la struttura di base del suo più celebre testo di antropologia, un approfondito studio del genocidio degli indiani d'America da parte degli invasori europei. In Italia è stato pubblicato dall'editore Einaudi qualche anno fa, con il titolo "La conquista dell'America". Sottotitolo, comprendere, prendere, distruggere: le ragioni dell'Altro.
Quando a metà degli anni'60 si trovava in Usa, durante una delle sue lezioni che di solito duravano diverse ore, fino a notte inoltrata, conobbe Ralph Nelson, un regista televisivo americano che era incuriosito dalla fama di questo giovanissimo filosofo franco/bulgaro. Il celebre scrittore Bernard Malamud, infatti, aveva pubblicato sulla rivista The New Yorker un articolo su questo curioso personaggio, le cui lezioni all'università, invece di durare un'ora e mezza come per tutti gli altri professori, arrivavano anche a toccare punte di sette, otto, dieci ore. Dopo la didattica si apriva un dibattito con gli studenti che immancabilmente finiva per coinvolgere la platea sui temi attuali dell'epoca, soprattutto la guerra del Vietnam, la struttura dell'imperialismo e l'invasione dell'Africa da parte delle multinazionali europee, desiderose di impossessarsi delle risorse energetiche africane. Ma la discussione non era soltanto ideologica, Todorov era un semiologo e uno studioso dei significati del linguaggio e delle possibilità di comunicazione personale tra individui appartenenti a culture diverse e molto lontane tra loro, quindi a lui interessava l'aspetto psicologico dei giovani americani, bianchi e benestanti, che si confrontavano con la mentalità dei contadini vietnamiti poveri. 

L'incontro con Ralph Nelson appartiene alla storia del cinema mondiale.

Non soltanto a quella della cultura alta.
Il cineasta americano, infatti, rimase entusiasta delle lezioni di Todorov, e ci andava tutte le sere portandosi appresso diverse sue conoscenze, da Kirk Douglas a Norman Mailer, da Henry Miller a Andy Warhol. Ben presto, le lezioni di Todorov divennero dei veri e propri happening sulla cultura pop degli anni'60. Ralph Nelson era diventato celebre per aver diretto diversi telefilm di fantascienza di una serie allora famosissima the twilight zone (venduta anche in Italia e andata in onda sulla Rai con il titolo "ai confini della realtà", la trasmettevano al pomeriggio alle ore 18.15). Era figlio di uno studioso di semiotica norvegese, professore all'università di Oslo, il quale era fuggito via dall'Europa durante l'invasione nazista emigrando negli Usa, dove aveva avuto dei gravi problemi di integrazione, in quanto proveniva da una cultura troppo diversa da quella statunitense. Ralph Nelson, inoltre, aveva vissuto l'esperienza bellica, partecipando alla seconda guerra mondiale, dove aveva vissuto scioccanti esperienze al fronte che lo avevano spinto verso una furiosa militanza pacifista. 

L'incontro tra i due fu molto nutriente per l'americano, il quale, di lì a breve, ispirato da Todorov (come lo stesso Nelson spiegò alla stampa) diresse il primo film western della storia del cinema che affrontava il rapporto tra gli indiani e gli statunitensi visti dal punto di vista dei nativi, sterminati dagli invasori europei. Il film, che il regista pensava sarebbe stato un prodotto semi-intellettuale di nicchia, divenne invece il più acclamato e famoso film del 1969, diventando in pochi mesi in tutto il mondo un enorme successo e un film culto. Si chiamava "Blu soldier" (soldato blu) e raccontava il massacro di una tribù di pacifici agricoltori indiani da parte dell'esercito confederato nel 1864, verificatosi a Sand Creek. Il film lanciò a Hollywood una nuova stagione che da quel momento in poi cambiò radicalmente la percezione riguardo gli indiani d'America.

Un film che oggi può essere ricordato soltanto dai lettori che hanno almeno 60 anni.

La protagonista, l'esordiente Candice Bergen, diventò una stella e una diva.

Da allora sono trascorsi 48 anni.

Tempi molto diversi, quando l'America culturalmente rappresentava per davvero un fondamentale punto di riferimento per l'allargamento della consapevolezza collettiva riguardo ai temi predominanti nel rapporto tra diversi, con una lettura dello scontro/incontro tra profughi, emigrati e nativi che firmò una grandiosa stagione di apertura, di intelligenza collettiva, e di autentica passione civile integrativa.

In memoriam

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