sabato 7 settembre 2013

Io non voglio finire come Algernon. E tu?



di Sergio Di Cori Modigliani

Io non voglio finire come Algernon. E tu?

Due o tre cose sull’America, tanto per capire di che cosa parliamo.
E, di seguito, due cosette fondamentali sul Senso dell’Europa.
Per cercare di comprendere, se non altro, come e dove posizionarci.

Gli stereotipi sono, il più delle volte, segno e sintomo di razzismo, bigottismo, superficialità, ignoranza diffusa. Ma al di là dell’apparenza piatta, contengono al proprio interno una spruzzata di verità popolare sedimentata nei secoli che può, spesso, essere utile per cogliere e comprendere il dna culturale di uno Stato, di una nazione, di un popolo, di una etnia. Quando lo stereotipo cambia, significa che all’interno di quella specifica etnia si è verificata una vera e propria rivoluzione comportamentale. 
L’angosciante catastrofe del nostro Paese è ben evidenziata dal fatto che gli italiani, nel mondo, sono (ahinoi) tornati ad essere considerati nello stesso identico modo in cui erano considerati nel 2001, nel 1971, nel 1953 e nel 1920. Sintetizzando, il mondo pensante evoluto ci considera di nuovo un Paese composto per lo più da mafiosi, pizzettari, narcisisti, uno sparuto gruppo di imprenditori assolutamente imbattibili, e una potenzialità latente di genio e creatività che non ha paragoni in nessun paese del nostro pianeta ma che ha poche possibilità di esprimersi. 
Ma il nostro è ancora il bel Paese: da noi c’è davvero tutto il mondo.
Ma che ci piaccia o no, questo è lo stereotipo.
Ci indigna, ci offende, ci sentiamo sminuiti e spesso protestiamo (giustamente) sostenendo che è necessario fare analisi approfondite per andare al di là –per l’appunto- dello stereotipo consolidato. 
E così come noi siamo vittime di stereotipi, allo stesso tempo ne applichiamo anche noi nei confronti delle altre nazioni, culture, etnie, accontentandoci di una lettura superficiale per cui, ad esempio “quelli sono tedeschi, quindi….sono tedeschi e basta; un tedesco è un tedesco, mica è uno che non è tedesco, e allora….che cosa ci parli a fare?”.
Uno stereotipo che rivela una grandiosa verità. Potete mettere dentro uno stanzone i più grandi geni dell’economia planetaria insieme a Herr Schauble, ministro dell’economia germanica, per discutere sulle politiche della BCE e dopo trenta ore di discussione avranno tutti gettato la spugna per consunzione nervosa, mentre il prode Schauble, fresco come una rosa starà lì a dire: “avanti un altro, chi devo convincere adesso?”.
Ma se ci fermassimo allo stereotipo, non riusciremmo mai a progredire. Trattare i tedeschi considerandoli soltanto degli irrimediabili zucconi dottrinari (cosa che sono) è troppo riduttivo. Perché hanno anche delle meravigliose virtù dalle quali apprendere.
Questo vale anche per gli americani, per i russi, per i cinesi. 
Per tutti.
Quindi, anche per noi.
Nei primi anni’80, lo stereotipo sugli italiani (in quel di Usa) cambiò radicalmente. 
Vigeva allora lo spettro di quella offensiva e celeberrima frase del presidente Roosevelt  il quale, nel 1942, parlando con i suoi generali che erano preoccupati all’idea della guerra nel Mediterraneo, pensando all’Italia disse: “L’Italia? Non penso sia un problema per noi. Che pericolo volete che rappresenti un paese guidato da un pagliaccio e composto da mafiosi e cantanti d’opera?”. E ancora nel 1975 gli italiani in Usa soffrivano il peso di questo stereotipo storico che ci era rimasto appiccicato addosso. Tra gli europei stanziati in America, venivamo considerati  una etnia inferiore.
Poi, tutto cambiò. 
Grazie al genio italiano, grazie al gusto e alla creatività italiana, grazie all’abilità imprenditoriale dei nostri capitani d’industria, e grazie alla lotta che abbiamo sostenuto per costruire una società diversa. 
Le nostre università pubbliche erano tra le migliori al mondo. Avevamo la migliore struttura sanitaria pubblica del pianeta. Avevamo il migliore codice del lavoro. Eravamo il più variopinto e prolifico laboratorio sociale d’occidente e c’era la più vasta e ampia proposta politica che si estendeva dalla più criminale estrema destra fino alla più criminale estrema sinistra, passando per i liberali di destra, i liberali di sinistra, i repubblicani, i socialisti, i socialdemocratici, i radicali, almeno dieci correnti diverse e antagoniste dentro la DC e anche dentro il PCI. Ogniqualvolta c’era un dibattito politico alla televisione, alla radio, sulla stampa, a un comizio, a una conferenza, si ascoltavano sempre pensieri diversi e multipli e l’intelligenza collettiva si arricchiva. Si era, allora, appena agli inizi della globalizzazione e l’Italia tentava di inserirsi nel mercato internazionale. L’inflazione era al 18% e l’export soffriva. 
Poi nel 1979 la svolta di credibilità che cambiò radicalmente lo stereotipo, al punto tale da portare il nostro paese –in soli sei anni- a diventare la quinta potenza del pianeta e la prima industria manifatturiera d’Europa, con quattro aziende leader nel mondo tra le prime dieci, sei tra le prime venti, diciotto tra le prime cinquanta, e ben trentaquattro tra le prime cento. Il salto avvenne su piani diversi, che non erano congegnati strategicamente: si trattava di una sinergia naturale. 
Fu grazie alla scienza, alla letteratura, alla moda, all’impeccabile imprenditorialità e alla forte presenza delle quattro banche nazionali a supporto delle imprese.
Tutto ebbe inizio con la traduzione integrale dei racconti di Italo Calvino e di tre romanzi brevi di Leonardo Sciascia. In Usa si scoprì l’autentica esistenzialità degli italiani narrata in maniera superba da questi nostri due grandi cantori.
Tre mesi dopo, nell’edizione domenicale del New York Times, nello speciale inserto-scienza, compariva un intero paginone dal titolo “Spulciando tra i cervelloni di Harvard” dedicato a questo anonimo insegnante nel prestigioso Higgins wing dell’Università di Harvard, il Prof. Carlo Rubbia. “Se pensate di ascoltare cifre, grafici, equazioni, spiegate da un fisico teorico soltanto per addetti ai lavori, vi sbagliate di grosso” scriveva la cronista “qui c’è uno scienziato che ci spiega una interpretazione olistica del mondo, delle esistenze e della società, che ci può portare molto lontano ed è comprensibile anche da un bambino: è il genio creativo italiano coniugato con la teoria scientifica sperimentale”. (In Italia cominciarono a parlare di lui soltanto quattro anni dopo, a Nobel acquisito). Il Prof. Rubbia aprì il fronte della produzione di energia solare a costo zero. Gli americani, oggi, gli sono ancora grati. 
Due settimane dopo, Valentino Garavani regalava al glamour newyorchese la sua prima sfilata d’alta moda in terra d’America facendo sognare tutte le donne. 
E quattro mesi dopo l’imprenditoria italiana, trascinandosi appresso il tessile, la pubblicità, il calzaturificio, il pellame, conquistava la California, quando un modesto vetrinista della Rinascente che si era aperto una sua sartoria a Milano riuscì a convincere alcuni come Paul Newman, Robert Redford, Marlon Brando, Al Pacino, Kevin Kline, Michael Douglas, Gene Hackman a indossare i suoi smoking da sera. Giorgio Armani, per l’occasione, si trasferì a San Francisco sei mesi prima portandosi appresso quattro sarti e due giganteschi bauli pieni di bottoni fatti a mano da artigiani. Cucì tutti gli abiti su misura uno per uno, ciascuno con diverse abbottonature. Il più famoso stilista americano di quei tempi, Oscar de la Renta, intervistato da David Frost alla tivvù sulla CBS gettò la spugna pubblicamente, così come noi abbiamo fatto nei riguardi di Steve Jobs. Dichiarò, allora “Soltanto un italiano è in grado di tagliare una giacca in quel modo. Credo che qui da noi non esista nessuno capace di realizzare un lavoro di sartoria come quello”.
Due anni dopo, le merci italiane invadevano il ricco mercato nordamericano e lo stereotipo cambiò. 
Essere italiani, in Usa, nel 1988 voleva dire essere trattati come persone colte, eleganti, erudite, progredite, evolute, portatori di una magia che gli americani ci invidiavano apertamente: il valore aggiunto di una imbattibile qualità che da sempre appartiene alla struttura psico-socio-ambientale del nostro dna antropologico.
Questa onda lunga aprì allora la strada ai successi fragorosi di Versace, Bulgari, Trussardi, Del Vecchio, Della Valle, De Cecco, Nonino, Illy, Merloni, Prada, e tantissimi altri.
Tutto ciò non esiste più.
E’ inutile farsi illusioni.
E’ stato ingoiato dall’attuale classe politica dirigente (nessuno escluso, poche storie) fagocitata in gran parte dalla criminalità organizzata nazionale (questa sì, ahimè, tutta made in Italy) che ha scelto di lucrare sulla pelle di tutti, imprenditori, industriali, operai, professionisti, nessuno escluso: gli attuali partiti sono diventati strutture aziendali.
Seguitare a censurare la realtà e insistere nel far finta di niente, vuol dire peggiorare la situazione e allungare i tempi di una possibile ripresa, perchè non si vuole accettare lo stato delle cose per ciò che esso è: in terra italiana, la pratica del malaffare malavitoso ha preso in pugno le redini del paese e tiene imbrigliate in una morsa di ferro le forze propulsive, creative, imprenditoriali della nazione.
E l’italiano (come nello stupendo racconto cult di fantascienza “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes, pubblicato nel 1958) è ritornato poco a poco a essere identificato come membro di una collettività "guidata da un buffone e popolata da mafiosi e cantanti d’opera".
Così ci considerano nel mondo, oggi.
Di nuovo. Proprio come nel racconto di fantascienza.
E’ il vecchio stereotipo.
Quando lo ascolto, girando per il pianeta in Occidente, mi indigno e protesto.
Ma so che corrisponde alla nostra realtà.
Perché questo siamo diventati.
I numeri parlano chiaro, a dispetto delle fantasie infantili del Mago Attel.
Sta a tutti noi recuperare la memoria storica della tradizione e premere sulle forze sane imprenditoriali per riprendere le fila di un percorso virtuoso che ci consenta di capovolgere di nuovo lo stereotipo. 
E’ possibile. Sta nelle nostre corde. C’è un precedente storico molto recente, neppure 30 anni fa.
Ma per poterlo fare dobbiamo avere una idea chiara della situazione reale: nessuno tra tutti gli attori politici dell’attuale dirigenza nazionale ha l'interesse o la possibilità di risollevare le sorti di questo Paese. 
E’ necessario far fronte comune tra le persone più sensibili, più nobili, e mi verrebbe da dire addirittura le più “intensamente patriottiche” siano esse di destra o di centro o di sinistra, per ritrovare un entusiasmo autentico, tutto italiano, tutto nostro, e dare la necessaria impennata di reni collettiva di cui abbiamo bisogno per combattere la depressione sociale, quella che produce disoccupazione e finisce per contagiare le esistenze, annichilendo la qualità della vita privata delle famiglie e delle coppie in cerca di una vita che valga la pena di essere vissuta. Come tutti noi meritiamo.
Invece di arrancare alla ricerca di scopiazzature alla moda per mostrare a noi stessi, nel nome di una insopportabile vanità narcisista piccolo-borghese, che anche noi siamo in grado di produrre i nostri indignados oppure un nucleo come occupywallstreet, dobbiamo costruire un fronte realistico e non mitomane, completamente avulso da ogni tentazione ideologica, in cui le uniche due discriminanti richieste siano: essere proprietari di passaporto italiano ed essere al 100% antagonisti della criminalità organizzata.
Questa è la nostra autentica priorità italiana.
Soltanto noi possiamo battere le mafie. 
Perché noi le abbiamo costruite e prodotte e quindi soltanto noi possiamo disinnescare questa bomba mefitica che finirà per far esplodere la nazione. 
E’ inutile piagnucolare in giro chiedendo aiuto all’Europa, agli Usa, alla Russia, all’Onu, non so a chi.
Il rischio di finire commissariati dall’Unione Europea nella maniera vergognosamente più eclatante (schiaffo possibile, sempre più vicino, sempre più realistico) è la vera spada di Damocle che pesa sulla testa dei 60 milioni di italiani, quello di cui nessuno parla. Altro che vittoria al G20!

Io non voglio finire come Algernon.







9 commenti:

  1. Mi fa grande piacere leggerla su questo blog, i suoi articoli mi allargano le vedute, ma credo che per il bene del Paese dovrebbe occupare anche altri spazi affinché possano leggerla anche chi si ostina a voler tenere la barra del timone . Sono convinto, sperando di sbagliarmi, che costoro non si curano di seguire blog come questi.

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  2. aah, il caro e vecchio mantra dell'Italia affondata per colpa della classe politica collusa con la criminalità organizzata.
    Ma sì, meglio non svegliare questo popolo di santi, poeti e navigatori, lasciamoli maledire politici e mafiosi...

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  3. Lei ha una nostalgia di un orgoglio dell'essere italiano nel massimo della sua rappresentazione a livelli come pochi hanno.Sono certo che la maggior parte degli Italiani non sanno e non potranno forse immaginare ,vivere,assaporare quello che lei tratta .Ho realizzato che probabilmente a livello di gruppo non risolviamo , non siamo portati.ma forse una nuova generazione di singoli eccezionali , con il vero estro italiano sarebbe una soluzione.

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    1. Forse hai ragione... Eppure io che dall'Italia sono andata via nel '92 (quando fecero fuori Falcone e Borsellino, tanto per intenderci), lasciandomi alle spalle tanti 'mediocri di successo', mi sento e vengo trattata come un'italiana doc. Ossia che non tutto e' perduto! Purtroppo devo ammettere che altri italiani doc li ho incontrati piu' che altro all'estero. E dico tutto cio'con rammarico, non mi fraintendere. :-)

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  4. Mi diceva un bambino che era stato oggetto di bullismo a scuola-"Non e' tanto le botte che prendi che ti fanno male ma vedere intorno a te i tuoi amici che godono e ridono."
    Mi diceva un mio amico straniero-"Ma nemmeno un Schwarzenegger resiste alla carica di 10 bambini. perche' non insegnate questo semplice concetto ai vostri bambini? In fondo uno nella vita ha ciò che i suoi coglioni gli permettono d'avere e i poveri e i deboli hanno una sola possibilita' di avere coglioni ed e' la solidarieta' tra di loro.
    Si puo' ridere di quelli che l'impotenza ha mandato su un tetto di un parlamento ma non si puo'far compagnia a chi ride di loro.
    Mentre un paese correva col suo lavoro un altra parte si sistemava grazie al loro lavoro, creava
    leggi e regole non scritte, diventava potere.
    No, non c'era solidarieta' nemmeno allora. Erano tutti troppo occupati o dal loro successo personale o dal goderne la luce di riflesso. Cosi come Putin ride di quella piccola isoletta e
    Cameron risponde con passate glorie non lasciamoci cadere nello stesso sbaglio. Quello e' il passato. Per il presente dobbiamo imparare la solidarieta', delle arti la piu' dura, la piu' difficile da imparare perche' prima devi riconoscere la tua impotenza, cosa che nessuno vuole conoscere.
    Ma c'e' sempre quella bella canzone- Nobody knows you when you are out and down- a premio consolazione. Scegliete voi l'interprete, l'hanno cantata in tanti.

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    1. Complimenti, chiunque tu sia anonimo, e benvenuto con affetto sincero tra gli Umani. Splendida sintesi, la tua. Da sottoscrivere in toto.

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    2. http://youtu.be/dPeWUgv9up8

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  5. Con piacere scopro questo blog attraverso il sito di Beppe Grillo.

    Lo aggiungo tra i preferiti verrò spesso a fare delle visite...

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  6. Ricordo di aver letto con commozione quel racconto di fantascienza una quarantina d'anni fa, e ho riguardato qualche mese fa con non minore commozione un film del 1996, "Phenomenon" di Turtletaub, che, pur impostando la sua storia su basi diverse (gli strabilianti effetti collaterali di un tumore al cervello invece che una sperimentazione di laboratorio condotta ad hoc proprio per raggiungere determinati obbiettivi), ha costruito una situazione fondamentalmente molto simile a quella presentata dal racconto di Keyes.
    Vorrei poter risalire la corrente della catena di cause ed effetti di questo vecchio-nuovo stereotipo di cui noi italiani come popolo siamo preda, a "colpo sicuro" e con la stessa scioltezza di quei due bravi artisti e del Suo come sempre avvincente articolo, ma esito. La tentazione di attribuire l'insorgere e il radicarsi di fenomeni degeneri come le organizzazioni criminali a una sorta di "natura intrinseca" di un popolo mi è parsa sempre una scorciatoia fallace, e anche un modo sostanzialmente disonesto per "spiegare tutto senza spiegare niente", alla fine.
    Anche se, Le confesso, che dopo un susseguirsi di cocenti delusioni provenienti da persone originarie di una determinata area geografica, mi sono sorpresa spesso a ripetermi la favoletta pseudo-scientifica che in fin dei conti, data la storia di quei luoghi, le invasioni e sottomissioni ripetute, e il DNA dorico-spartano incistato nella loro stirpe, quest'ultima è quasi obbligata a produrre menti e comunità intrise di diffidenza, astuzia manipolatoria, volontà di prevaricazione "preventiva" fino all'approvazione, di più alla promozione ed esaltazione della capacità d'ingannare e mentire con efficacia come valore da coltivare e 'status sociale' da ambire e conquistare. Ma sono certa che Lei più di chiunque altro può capirmi quando affermo che, continuando su questa strada, si finisce su una china molto pericolosa, con sbocchi che Lombroso e Goebbels finirebbero per invidiare, se potessero.

    E' sempre una gran bella esperienza leggere i Suoi scritti, comunque.
    Con sincera stima, Marilù L.

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