di Sergio Di Cori Modigliani
Chi è Andrew Taggart?
E che cosa vuole da noi?
E' un filosofo pragmatico e un imprenditore. Insegna al Banff Centre di Montreal, Canada e all'università di Kaospilot, in Danimarca. I suoi studenti sono, per lo più "leaders d'impresa creativi" e, soprattutto, quelli che lui definisce "imprenditori sociali", ovvero una figura di industriale che considera il capitale umano e la relazionalità tra dirigenti e dipendenti la base strutturale per l'ottimizzazione del rapporto lavorativo.
Si è occupato a lungo del Giappone, la grande società opulenta dell'Asia, la prima nazione nel pianeta ad avere eliminato (ma per davvero) sia la povertà che la disoccupazione. Nell'impero del Sol Levante, la disoccupazione nel 2018 ha raggiunto la cifra del 2,5%. La maggior parte delle aziende nipponiche devono rivolgersi alle nazioni vicine più povere (Laos, Vietnam, Cambogia) per assumere personale che verrà formato in Giappone.
Il poblema principale, quindi, non è il lavoro, bensì un altro: nel 2012 si tocca il picco dei suicidi, soprattutto tra i giovani: 34.560. La media di 100 giovani al giorno che si uccidono senza alcuna motivazione spiegabile. La depressione si sta diffondendo a livello di massa, è crollata la libido tra i giovani dai 15 ai 35 anni, mentre è in grande ripresa (soprattutto tra le donne) la curiosità e l'attività sessuale tra persone oltre i 65 anni già in pensione. Oggi, per quanto riguarda i suicidi va un po' meglio, si sono ridotti a soli 24.000 all'anno. In compenso, però, sono aumentati di molto -e in misura esponenziale- i casi di morte "per eccesso di lavoro" di giovani e giovanissimi.
Questi dati statistici impongono una seria e acuta riflessione.
Nel giorno in cui si celebra il 1 maggio, la festa del lavoro e dei lavoratori, in una nazione come la nostra in cui il lavoro viene considerato ancora come un'utopia da raggiungere, ho pensato che potesse essere utile conoscere il pensiero di questo squisito filosofo dei nostri tempi, che parla dell'attualità e da noi è pressochè sconosciuto.
Buona festa del lavoro a tutti.
Sostiene Andre Taggart:
"Immaginatevi un mondo in cui il lavoro abbia preso il sopravvento su tutto. Le nostre esistenze graviterebbero attorno a questo nuovo centro, tutto il resto diventerebbe secondario. In modo quasi impercettibile, qualsiasi altra cosa – i giochi a cui giocavamo, le canzoni finora cantate, le passioni realizzate, le feste celebrate – finirebbe per assomigliare e infine diventare lavoro. Arriveremmo a un momento, anch’esso ampiamente ignorato, in cui le svariate realtà, che esistevano prima che il lavoro monopolizzasse le nostre vite, svanirebbero del tutto dal panorama culturale, precipitando nell’oblio.
Cosa penserebbe la gente in questo mondo di solo lavoro? Cosa direbbe? Come si comporterebbe? Ovunque si girasse, vedrebbe pre-impiego, impiego, post-impiego, sotto-impiego, e senza impiego – nessuno rimarrebbe fuori dalla categorizzazione. Ovunque si loderebbe e si adorerebbe il lavoro, ci si augurerebbe che la giornata fosse il più produttiva possibile, si aprirebbero gli occhi per svolgere compiti ben precisi, chiudendoli solo per andare a dormire. Ovunque una solida etica lavorativa diventerebbe il mezzo per eccellenza con cui raggiungere il successo, mentre la pigrizia diventerebbe il peccato più grave di tutti. Tra produttori di contenuti, divulgatori di sapere, architetti e direttori di nuovi filiali si sentirebbero chiacchiere incessanti su workflow, grafici, piani e benchmark, potenziamento, monetizzazione e crescita.
In un mondo simile, il semplice atto di mangiare, il sesso o lo sport, la meditazione, i viaggi da pendolare – tutto monitorato e ottimizzato con attenzione e costanza – sarebbero funzionali a un buono stato fisico, che, a sua volta, servirebbe a renderci sempre più produttivi. Nessuno berrebbe troppo, al massimo qualcuno userebbe il microdosaggio di sostanze psichedeliche per ottimizzare la propria performance, e l’aspettativa di vita sarebbe indefinitamente lunga. Si sentirebbe parlare occasionalmente di una morte o di un suicidio per il troppo lavoro, ma simili sussurri, dolci e indistinti, sarebbero giustamente considerati come semplice manifestazione dello spirito del lavoro totale, per alcuni addirittura come modi lodevoli di portare il lavoro ai suoi naturali limiti, compiendo il massimo sacrificio. In tutti gli angoli del mondo, quindi, la gente agirebbe in modo da soddisfare il desiderio più profondo del lavoro totale: manifestarsi in tutta la sua completezza.
Il mondo così rappresentato, però, non è il soggetto di un romanzo di fantascienza: è chiaramente molto simile a quello in cui viviamo.Il “lavoro totale”, termine coniato subito dopo la seconda guerra mondiale dal filosofo tedesco Josef Pieper nel suo libro Leisure: The Basis of Culture (1948), è il processo attraverso il quale gli esseri umani vengono trasformati in puri e semplici lavoratori. In questo modo, il lavoro diventa in ultima istanza totale quando diventa il centro attorno cui ruota la vita umana; quando tutto viene messo al suo servizio; quando il piacere, le festività e i momenti di gioco finiscono per assomigliare e infine diventare lavoro; quando non resta altra dimensione esistenziale che non sia quella del lavoro; quando l’uomo crede davvero che siamo nati semplicemente per lavorare; e quando altri modi di vivere, esistenti prima che il lavoro totale prendesse il sopravvento, spariscono del tutto dalla memoria culturale.

Oltre a causare dukkha, il lavoro totale impedisce l’accesso a livelli più alti di realtà. Perché ciò che si perde nel mondo del lavoro totale è la rivelazione artistica del bello, lo sguardo della religione verso l’eterno, la pura gioia dell’amore, il senso di meraviglia dato dalla filosofia. Tutto ciò richiede silenzio, calma e la completa volontà di imparare. Se il significato – inteso come interazione tra il finito e l’infinito – è ciò che trascende, nel qui e nell’ora, l’insieme delle nostre preoccupazioni e dei nostri incarichi mondani, permettendoci di avere esperienza diretta di ciò che è più grande di noi, allora ciò che si perde in un mondo di lavoro totale è la possibilità stessa di sperimentare un significato. Ciò che si perde è la ricerca del perché siamo qui.
Questo articolo è stato tradotto da Aeon e pubblicato sul sito The Vision il 7 marzo 2018
link: https://thevision.com/cultura/vita-lavoro/
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