venerdì 4 maggio 2012

E' nata la malainformazione. Il premio nobel Joseph Stieglitz, a Roma, ne paga le spese e ne prende tragicamente atto.



di Sergio Di Cori Modigliani



C’è la malavita, c’è la malasanità, c’è il malaffare.

Io ci aggiungo anche “la mala informazione”.

Diversa dalla cattiva informazione (scarsa professionalità) e dalla disinformazione (falso).

La mala informazione è la pratica dell’attività censoria e auto-censoria. E’ l’esercizio della negazione delle notizie, la pratica dell’occultamento, del non dire, del non riferire, del non far sapere. Mentre sotto il governo Berlusconi la disinformazione era Norma costituita e nel nome di clamorosi falsi continui il potere si è affermato, con il governo Monti siamo passati, invece, alla mala informazione, forma ambigua e apparentemente discreta di gestire una forma dittatoriale di comunicazione. 

Non si dice sperando che il cittadino non venga a sapere, così non capirà e non potrà provvedere a cautelarsi in tempo, consentendo a chi esercita il potere di seguitare impunemente a occultare la realtà dei fatti e –in tal modo- riuscire a ottenere un salvacondotto di impunità rispetto ai propri atti: questa è la mala informazione.

Berlusconi, alla fin fine, è stato travolto dai suoi falsi e bugie, di cui la celeberrima “nipote di Mubarak" è diventato il falso proverbiale per eccellenza.

Il ragionier Mario Monti, invece, per il momento gode ancora –a mio avviso sempre di meno- di un credito ottenuto senza alcun merito, perché la sua attività è, di fatto, clandestina: è basata, per l’appunto, sulla mala informazione.

Da questo punto di vista l’attività della truppa mediatica svolge un ruolo di enorme appoggio e complicità all’esercizio della mala informazione.

Mi riferisco qui a un evento che avrebbe potuto e dovuto essere davvero una buona occasione, tutta d’oro lucente, per offrire alla cittadinanza l’opportunità di essere testimoni di un confronto-dibattito fondamentale per le nostre esistenze civiche.

E’ accaduto due giorni fa in occasione di un evento davvero importante, voluto e organizzato da Massimo D’Alema, abile stratega politico, dotato di fiuto imbattibile (quando sente odor di sangue si risveglia) il quale ha organizzato un incontro pubblico a due tra il premio nobel Joseph Stieglitz, il più grande nemico al mondo della Merkel e dei neo-liberisti, e il nostro ragionier Mario Monti. Ospite invitante: la fondazione italiani europei di cui D'Alema è presidente.

Conclusione: sia in televisione che sulla carta stampata hanno parlato soltanto della versione data da Mario Monti e il forum, la discussione, il dibattito, non c’è stato.

Ha trionfato la mala informazione.

Perfino Massimo D’Alema è rimasto allibito. Posso soltanto immaginare a quale grado di offesa e avvilimento sia giunto il suo ego narcisista nel toccare con mano che cosa voglia dire vivere  la pratica quotidiana della mala informazione voluta dalla truppa mediatica asservita,.

Non aggiungo ulteriori commenti.

Qui di seguito, pubblico per intero la relazione offerta dal sito “Keynes blog” che riporta il punto di vista del prof. Stieglitz, quello che è stato negato, censurato e sottaciuto al pubblico italiano che ancora crede all’esistenza dell’informazione in questo paese.

 

tratto dal sito Keynesblog:


Grazie lo stesso Prof. Stiglitz, ma non ha funzionato

I giornali hanno pubblicato poco e nulla del confronto tra Joseph Stiglitz e Mario Monti. E quel poco riguardava solo le parole di Monti, che ha ovviamente difeso la linea di rigore e “riforme strutturali”, pur ammettendo che l’Europa fa poco per la crescita. Per fortuna Gustavo Piga, presente all’incontro, ha riportato il pensiero dell’economista americano.
Nessuna grande economia mondiale, mai, è uscita da una crisi di questo tipo con l’austerità.
L’austerità non funziona, basta guardare ai dati: essa smonta anche i rientridei bilanci pubblici verso il pareggio.
In Europa c’è questa follia dove le istituzioni si affidano a regole di contabilità assurde. Nessuno valuterebbe un’azienda soltanto guardando solo al suo livello di debito: se quel debito viene usato per fare investimenti che fanno crescere l’azienda, è un debito benvenuto. Purtroppo nel settore pubblico tutti parlano del debito e non di come questo viene usato. Negli Stati Uniti, vi assicuro, tanta spesa in infrastrutture, in istruzione ha avuto un rendimento maggiore del costo del debito utilizzato per finanziarla.
Potranno pontificare quanto vogliono gli esperti che bisogna avere fiducia per rilanciare la crescita, ma con l’austerità crollano sia la fiducia che la crescita.
Le riforme? Le riforme che servono anche nel breve periodo sono quelle che migliorano la situazione dell’accesso al credito per le piccole imprese e quelle che aumentano il sostegno alle università. Le riforme sono utili, ma hanno bisogno di tempo e, nel frattempo a volte riducono la domanda nel sistema, che già manca. Il mercato del lavoro americano è certamente flessibile eppure ciò non ha impedito che si raggiungesse una disoccupazione del 10%.
In questa crisi non si creano posti di lavoro senza maggiore domanda aggregata. Bisogna fare politiche per il breve periodo. E il breve periodo può durare a lungo se si mantiene l’austerità.
I terremoti accadono. Anche gli tsunami. Non è colpa nostra se accadono. Ma perché a queste tragedie dobbiamo aggiungere dei disastri causati da noi stessi? E’ criminale questa ignoranza di quanto è avvenuto nel passato, l’economia deve essere al servizio della gente, e non viceversa.
Stiglitz nel suo intervento ha anche cercato di spiegare che il vero spreco da tagliare è la disoccupazione. Ha ribadito che  si possono alzare le tasse (sui redditi alti e le rendite, altrimenti si ottengono effetti depressivi) per finanziare la spesa pubblica aggiuntiva (senza deficit!) e così ottenere crescita. Basta togliersi dalla testa di usare ogni euro a disposizione per risparmiare come vuole la signora Merkel.
Purtroppo il messaggio non è stato ricevuto.
Grazie lo stesso, Professor Stiglitz, ma non ha funzionato.

Un grande successo lo sciopero del 1 maggio. E adesso tocca a Bank of America



di Sergio Di Cori Modigliani


E’ stato un incredibile successo. Con delle punte davvero da record.
Lo sciopero del 1 maggio annunciato da “occupy wall street” ha radicalizzato la situazione in Usa riempiendo di sgomento i conservatori ma facendo tremare anche –e non poco- i burocrati del partito democratico che cominciano a rendersi conto delle enormi difficoltà nel riuscire  a mettere le mani sul movimento, traducendoli in voti sonanti per Obama.
Lo stato della California (se fosse una nazione indipendente sarebbe la quinta potenza economica industriale del pianeta) che da sola concorre nel produrre il 22% del pil nazionale, per la prima volta nella propria storia, si è fermata. Non era accaduto neppure per l’assassinio a Kennedy o per l’attentato alle torri gemelle di Manhattan, quando il governatore si assunse in proprio la responsabilità e seguitò a garantire i voli civili da Los Angeles a Sacramento e San Francisco.
Il 1 maggio, in California, hanno chiuso tutti i porti (San Francisco, Long Beach, San Pedro, San Diego) e tutti gli aereoporti.  Ha chiuso anche l’industria cinematografica che dà lavoro a 2 milioni di addetti e 256 set cinematografici non sono andati in produzione. Ha aderito perfino la polizia autostradale che girava sulle celebri Harley Davidson d’ordinanza con la smagliante coccarda “sto qui per garantire una viabilità sicura a tutti, ma il cuore è per lo sciopero e in teoria sto scioperando”, ossimoro curioso ma indicativo dell’atmosfera che si respira oltreoceano. 70.000 persone a Chicago (secondo gli organizzatori) e 40.000 (secondo la polizia che se ne attendeva non più di 2.000) e un corteo lungo due chilometri che a Manhattan ha attraversato la città fino a Wall Street. La borsa non ha chiuso, ovviamente, ma hanno chiuso 1750 agenzie di borsa che in tutti gli Usa lavorano per Wall Street e gli scambi sono stati ridotti del 60%. Ha chiuso anche la Chrysler di Marchionne a Detroit (chissà che cosa avrà pensato) e la sera dello stesso giorno sono partite subito due date per altri due appuntamenti clamorosi: uno a New York il 2 maggio e l’altro il 9 maggio a Charlotte, nella Carolina del Nord.
Molto dinamici e organizzati, i movimentisti stanno mettendo a soqquadro la truppa mediatica e gli amministratori che li avevano dati già per spacciati, e non riescono a comprendere come sia possibile che il movimento seguiti a ingrossarsi senza pubblicità, senza visibilità, senza i media che fanno da megafono.
Il secondo appuntamento è stato per il 2 maggio, nel centro di Manhattan, sotto la sede di Sotheby, dove migliaia e migliaia di persone si sono date appuntamento per protestare contro la famosa casa d’aste. Ecco il testo diffuso in passaparola twitterata e feisbuccata che ha radunato una enorme folla di intellettuali, artisti, professionisti, attori, costringendo i proprietari di Sotheby a far uscire la elegante clientela da un cunicolo sotterraneo anti-nucleare, annullando la cena di lusso e i cocktail celebrativi.  La protesta ha colpito moltissimo i cittadini newyorchesi ignari del fatto che Sotheby ha licenziato centinaia di persone e con la scusa della disoccupazione ha assunto dei lavoratori part time pagandoli al nero. E questa notizia ha provocato un vero scandalo. Il testo:
Tonight, at an exclusive 7pm auction, Sotheby's is expected to sell Edvard Munch's iconic painting "The Scream" for $80 million dollars. Outside, Occupy and labor allies will protest the Upper East Side art auction house in solidarity with 43 locked-out art handlers who have been replaced by Sotheby's with low wage temporary workers with no benefits. Catering exclusively to the mega-rich (by providing a service that makes them richer and more exclusive,) Sotheby's is perhaps the most quintessentially 1% institution there is. The 99% will not stand silent as union-busting companies like Sotheby's wage class war against us.
If you love art, and believe that art belongs to all people, not to private wealth, please come shut down Sotheby's. If you believe that paintings shouldn't sell for $80 million dollars, while some people can't afford food, rent, and medicine, come shut down Sotheby's.
If you believe that ALL workers have a right to organize, come shut down Sotheby's.                                          If you believe the 99% must stand together, come shut down Sotheby's!
C’era tutta la New York che contava. In Italia è stata data la notizia della vendita del quadro di Munch ma la Rai corporation ha censurato ogni attività di “occupy wall street” su specifico ordine venuto da Roma e oltre a non diffondere immagini non ha neppure dato la notizia.
L’altro appuntamento è per il 9 maggio, in North Carolina.
Sarà a Charlotte, dove ha sede il quartiere generale della Bank of America, e dove il movimento intende sostare in assemblea permanente davanti alla banca. Per evitare un disastro sociale, il governatore se n’è lavato le mani, ha dichiarato il caso “di competenza federale” e ha chiamato l’FBI perché se ne occupino loro. Di conseguenza, è stata legalmente coinvolta la Casa Bianca. Lo stesso Obama ha preso atto della situazione e ha dato disposizioni alla polizia locale chiedendo loro di andarci piano e molto molto soft. Ha detto in televisione che comprende la protesta e ha approfittato dell’occasione per annunciare una richiesta governativa ufficiale per varare un gigantesco piano di tassazione della finanza e di tutte quelle banche che optano per la speculazione sui derivati piuttosto che nel credito alle  imprese.
E così il movimento la cui attività era stata censurata per non far loro pubblicità, si è trovato addirittura il presidente che in conferenza stampa alla Casa Bianca ha parlato del raduno il 9 maggio identificando “occupy wall street” come “un interlocutore che non è più possibile non ascoltare, non vedere ciò che fa, e con il quale necessariamente è bene pensare di doverci fare i conti. E subito”.
Un grande successo, quindi, a dimostrazione che non è vero il principio per cui se non ne parla la tivvù non esiste, se non ne parlano i talks show non esiste e se i giornali non ne parlano non è accaduto.
Esiste eccome.
Basta abbandonare la passività, mettere il naso fuori di casa e andare in giro a vedere che cosa accade.
Chi lo sa, magari succede anche in Italia.
Ma noi ancora non lo sappiamo perchè non ce l'hanno detto, o comunque non ce ne siamo ancora accorti.
Spero proprio che sia così.
Lo auguro a tutti noi.

Il sequestratore di Equitalia è un nemico del popolo.


di Sergio Di Cori Modigliani


Peggio per lui. Che s’arrangi. 
E che se la veda con la magistratura, con l’augurio sincero che i giudici compiano il loro dovere e lo punisca come merita.
Chi sostiene –come il sottoscritto- che l’Italia la si cambia applicando il sacrosanto principio della “Legge uguale per tutti” e che auspica l’immediato arresto di Luigi Lusi della Margherita, ritiene che quest’altro piccolo Luigi, piccolo, piccolissimo rispetto al ladrone Lusi, debba assumersi la responsabilità dei suoi atti e vedersela con il giudice.
Questa è la mia opinione sincera, qui offerta ai miei lettori in maniera schietta e diretta.

Parlo di Luigi Martinelli, il sequestratore di Equitalia, presso il paesino di Romano Lombardo in prov. di Bergamo.

Naturalmente, in questo paese imbelle, ipocrita, pieno di falsi e falsari, è scattata una gigantesca promozione elettorale tinta di salsa buonista, di solidarietà di massa, di comprensione per l’atto, dovuto –stando alla truppa mediatica asservita- a disperazione esistenziale causata dalla crisi.
Ma di quale disperazione stiamo parlando?
La vera disperazione è l’assonnata acquiescenza degli italiani.
Peggio per lui che andava ai comizi recenti di Mario Borghezio, il quale sosteneva “non bisogna pagare il dazio a Roma ladrona, e se oseranno insistere li prenderemo a fucilate per difendere il nostro diritto alla secessione e all’indipendenza della nostra padania”.
Questi sono i risultati.
Per molto ma molto meno di questo, liberi giornalisti indipendenti, intellettuali scomodi, e liberi pensatori, vengono isolati –e molto spesso querelati e colpiti- perché il dissenso argomentato e la protesta elaborata e ponderata nel nome della salvaguardia dei principii costituzionali del Diritto Repubblicano, in Italia non viene né rispettata né ascoltata né tantomeno megafonata e diffusa.
In compenso c’è l’assalto dei bèceri allo sbaraglio.
Sulla pelle dei quali, i demagoghi professionisti in salsa padana lucrano con cinica vigliaccheria per alimentare un clima torbido e guadagnare qualche voto elettorale.
C’è anche una ignobile quanto patetica aggravante: il ragionier Mario Monti che non capisce nulla di comunicazione (e ormai sopravvive a se stesso avendo capito che ha i giorni contati) si è addirittura “messo a disposizione per un eventuale colloquio”.
Se così fosse si tratterebbe di un evento tragico, davvero tragico per la nazione.

Luigi Martinelli è un individuo che non merita il rispetto sociale della comunità.

E’ residente di un piccolo paesino, Calcio, che considero la quintessenza dell’idiozia analfabeta nazionale. Un paesino gestito da una lista civica composta da quindici elementi, di cui con l’esclusione di un medico e di un avvocato, l’88% dei componenti hanno la licenza media e due soltanto quella elementare. Un paesino composto da 5.161 abitanti di cui soltanto il 53% paga le tasse, dèdito all’agricoltura e alla piccola impresa dove quindi violare la Legge è Norma consolidata, sulla base del principio applicato di sfuggire a “Romacheruba”; un paesino  che si avvale del lavoro di 865 emigrati –in grande maggioranza di etnìa albanese- corrispondente al 17% della popolazione residente, trattati come schiavi, disprezzati e dileggiati, considerati nemici invasori. Salvo poi, farli lavorare al nero per sfruttarli con il ricatto della denuncia, violando ogni principio sacrosanto di rispetto democratico per la dignità umana..
In un paesino in cui tre giorni fa, l’ex ministro degli interni Roberto Maroni è andato a incitare la popolazione a violare la Legge, anche con la violenza, diffondendo la mala piaga della evasione fiscale collettiva pur di mettere una toppa sulla corruzione del suo partito.
Proviene da questo paesino, Luigi Martinelli, proprietario di tre pistole e di un fucile a pompa d’assalto, armi che nella sua mente ottenebrata -più che dalla disperazione da una crassa ignoranza genetica-  erano la base del sogno coltivato di andare armati a Roma a……a fare che? A tirare la volata al Trota? A promuovere Borghezio come ministro degli Interni? O Rosy Mauro ministro della pubblica Istruzione?

Eccola la differenza tra destra e sinistra, che seguita a esistere, e direi oggi più che mai.

E’ la differenza tra chi ritiene un proprio diritto farsi giustizia da solo, con il fucile carico pronto a sparare sugli innocenti, e chi ritiene, invece, che sia necessario la ricostituzione dello Stato di Diritto e combattere per cambiarle le Leggi, e NON violarle.

Luigi Martinelli è un nemico del popolo.

La sua cosiddetta disperazione mi lascia indifferente.
Peggio per lui.
Peggio per lui che è cresciuto pensando che la Padania esista, che bisogna armarsi per andare all’attacco di Roma Ladrona, e peggio per lui che vive dentro un’atmosfera a metà tra operetta comica e tragedia collettiva, in un piccolo comune e in una provincia imbevuti di demagogia, falso, manipolazione, razzismo, xenofobia e classico pensiero nazista sulla razza superiore.
Eccola, la razza superiore.
E’ quella che si presenta nell’agone politico con il fucile a pompa.
E il ragionier Mario Monti si dichiara anche disposto a parlarci?

giovedì 3 maggio 2012

Un geniale attore/regista teatrale italiano, Emanuele Vezzoli, mette in scena la tragedia esistenziale di Piergiorgio Welby.


di Sergio Di Cori Modigliani


Un bel morir tutta una vita onora
                                                                                                            Francesco Petrarca
C’è chi lotta per vivere, come ciascuno di noi.
Ma c’è anche chi lotta e combatte per morire, nonostante ami la vita.
C’è chi lotta per andare incontro alla morte affrontando l’estremo passo con dignità, sentendosi dunque attivi, padroni e proprietari del proprio destino. Per dare un Senso nobile alla propria esistenza. E magari, con il proprio atto, lasciare una traccia.
Nei tanti stati degli Usa dove esiste ancora la pena di morte, sono molti, davvero moltissimi, i condannati a morte che fanno specifica domanda per accelerare la procedura e anticipare l’esecuzione quanto prima possibile. E così facendo, sottraggono se stessi all’ansia terribile di dover attendere o la grazia insperata o il giorno in cui arriva il boia. Ma di queste persone se ne parla poco e la società è disattenta perché si tratta, per lo più, di efferati assassini. E noi tendiamo sempre a giudicare-
Ma c’è una categoria di persone che non hanno mai commesso alcun reato e non sono stati condannati dalla Legge, bensì dalla Genetica, alle quali rivolgiamo la nostra attenzione soltanto nel caso rimaniamo coinvolti personalmente perché abbiamo una relazione affettiva personale con il malato. E’ comprensibile, e forse è anche giusto che sia così.
C’è un aspetto però, che ci tocca tutti, ed è tuttora materia di ampio dibattito: il diritto di chi soffre –in maniera profonda e insostenibile, per noi sani impossibile da comprendere- di poter essere padrone della propria esistenza e decidere, assumendosi ogni responsabilità, di chiedere ai sanitari di “staccare la spina”.
Non è facile né ovvio quanto si possa credere, giudicare simile scelta.
Vivere (con il cervello e la mente pienamente funzionanti) condannati a letto, sapendo che la propria relazionalità con il mondo esterno e con le persone viene filtrata soltanto attraverso una macchina ad alta tecnologia, e il nostro collegamento con la realtà della vita passa esclusivamente per tubi, boccagli e monitor, è una esperienza estrema di solitudine totale, difficile da comunicare.
Ma c’è qualcuno che l’ha fatto.
Come nel caso di Piergiorgio Welby, malato cronico colpito da atrofia muscolare multipla, che ha combattuto in vita una lunga battaglia, prima contro il male, poi –costretto ad arrendersi dinanzi all’implacabile sentenza biologica- contro la Legge che lo obbligava a rimanere in vita.
Il suo nome è noto a tutti perché quando nel 2006 chiese e ottenne di essere accompagnato alla morte, la sua esperienza scatenò polemiche, dibattiti a non finire.
Ma Welby era anche un artista, un intellettuale, uno scrittore. E come tale, ha avidamente registrato il proprio stato comunicandolo nella parola scritta per lasciare una scia e per stimolarci a un interrogativo che è sociale e collettivo e che travalica la sua esperienza.
La casa editrice Castelvecchi ha di recente pubblicato il suo libro “Ocean Terminal”, la splendida documentazione di un malato terminale dove la voglia di vivere lascia il passo alla voglia di morire nel momento in cui si accetta e si riconosce l’impossibilità di poter vivere come tutti noi, “una vita vera che valga la pena di essere vissuta”.
La sua esperienza, filtrata nella letteratura, è diventata quindi anche una metafora che ci serve da stimolo per riflettere sulla qualità della vita ed elaborarne il Senso ultimo.
Un geniale artista italiano, Emanuele Vezzoli, di professione attore e regista teatrale riconosciuto, ha voluto raccogliere la sfida di Piergiorgio Welby, e ha ideato, prodotto e allestito una piece teatrale su Welby, liberamente tratta dal suo romanzo.
E’ andato in scena il mercoledì 2 maggio al teatro Domus talenti a Roma.
Sono tra i privilegiati che hanno scelto di andare a vederlo.
Uno spettacolo di squisita fattura, davvero encomiabile e realizzato senza alcuna sbavatura, presentato dall’associazione culturale “teatri&culture”.
Davvero uno spettacolo raro nel quale l’attore/regista Vezzoli riesce a comunicare delle emozioni collettive oggi quasi impossibili da trovare in giro.
“la mia esigenza di attore e regista” ha spiegato Vezzoli “ è stata quella di rendermi il tramite attraverso cui trasferire la ricchezza del tesoro Piergiorgio Welby agli altri esseri umani, raccogliendo la promessa fatta a Mina Welby ed in accordo con quanto egli stesso afferma nel suo libro : non esiste un’arte privata, un artista ha l’obbligo morale di incidere nella realtà”.
Il direttore artistico del progetto, Giorgio Taffon ci ha spiegato come “Ocean Terminal costituisce in realtà una grande sfida per i teatranti: un materiale drammaturgico di grande fascino per una prova d’attore che richiede un approccio libero dai condizionamenti correnti e meramente commerciali dell’attuale teatro italiano, un ritorno al teatro politico, al teatro della polis grazie alla struttura verbale che nella sua vivezza e credibilità, efficacia e tensione narrativa, costituiscono una base di partenza decisiva. Ocean Terminal, ai fini di un’elaborazione teatrale si pone inevitabilmente sul piano della tanto invocata quanto poco praticata ricerca di un teatro davvero necessario”.
L’attore Emanuele Vezzoli è davvero portentoso perché riesce a gestire il suo monologo in scena con tempi azzeccati e perfetti, senza mai annoiare, riuscendo a coinvolgere lo spettatore dall’inizio alla fine.
E’ stata una bellissima esperienza di ritrovamento di eccellenze italiane.
Piergiorgio Welby, la cui scelta ci ricorda il còmpito, per noi vivi e sani, di voler e dover vivere la nostra esistenza senza mai abdicare alla dignità della nostra essenza e all’esercizio del libero arbitrio. A qualunque costo.
Emanuele Vezzoli è come se l’avesse riportato in vita, regalando anche la certificazione che il teatro italiano –quello vero- maciullato e macellato dai tagli finanziari, può e deve ancora essere vivo e vegeto. Vivo più che mai.
Basta avere una buona idea, un buon testo stimolante, e la voglia di farlo.
E se poi è accompagnato da un ingegnoso e inebriante talento, c’è davvero da festeggiare.
Costretto dalla realtà quotidiana a dover sempre occuparmi, come tutti gli altri miei concittadini pensanti, delle squallide mestizie quotidiane della nostra deludente nazione, ho trovato per esperienza diretta questa chicca più unica che rara.
Ho voluto condividerla con tutti voi.
Spettacoli come questo fanno davvero bene alla salute. E’ ciò di cui abbiamo bisogno.
Lo consiglio a tutti.

Non so bene come e dove andrà in giro per l’Italia in tournèe.

Chiunque voglia informarsi può andare sul sito http://oceanterminal.blogspot.it  oppure per e-mail al responsabile della direzione artistica Carlo Dilonardo che trovate all’indirizzo carlodilonardo@gmail.com

mercoledì 2 maggio 2012

La Rai commissariata dall'Onu: che vergogna! Arriva Frank La Rue, il terrore dei dittatori sudamericani


di Sergio Di Cori Modigliani


Ci volevano i caschi blu dell’Onu per darsi una svegliata. Anzi, per darla a Mario Monti.
Ci volevano i deputati democratici e libertari del parlamento britannico per dare una svegliata all’Europa e consentire all’Onu di bussare a Palazzo Chigi.
Ci voleva una mazzata legale in Gran Bretagna per far aprire gli occhi su Berlusconi.
E’ una mazzata legale –perché è tutta una zuffa sulla legalità da ripristinare-  che ruota intorno “alla costituzione dello Stato di Diritto e alla salvaguardia dei sovrani diritti dei cittadini che pagano le tasse rispettando il dovere e pertanto possono pretendere ed esigere che vengano rispettati i loro diritti: è la base della nostra democrazia” (deputato Tom Watson al parlamento inglese) ci voleva proprio una bella mazzata nel nome della Legge che finisce per colpire Rupert Murdoch, il supremo dittatore mediatico liberista, primo e fondamentale responsabile dello scatafascio planetario voluto dalla finanza sovra-nazionale planetaria, da lui interpretato, rappresentato, veicolato, manipolato e offerto su un piatto d’argento a noi gonzi occidentali telesionati. Perché lui ha aperto la strada verso la cinesizzazione dell’Europa. Non a caso è coniugato con la più potente donna cinese al mondo, la signora Weng, fervente comunista, fervente plurimiliardaria, fervente oligarca.
Ci voleva questa mazzata legale per far capire che forse, dopo Murdoch, tocca a Berlusconi.
E infatti, l’Europa si sveglia in questo 2 di maggio, e mentre tutti i titoli delle borse europee cominciano ad andare in positivo perché il tiepido quanto auspicato vento hollandiano, olandese, irlandese e portoghese, induce i mercati europei a coltivare un ritrovato ottimismo, l’Italia va in negativo (unica borsa valori in contro-tendenza)  spinta al ribasso record da Mediaset e da tutte le sue consociate e quindi dalle banche coinvolte. Può farcela con i giudici italiani strozzati dai politici, può cavarsela su Ruby, su ladolcevitola e su tutto il resto, ma quando si ha contro l’Onu e l’Europa, sono dolori anche per lui. Lo saranno senz’altro. E prima della fine della giornata, Milano trascinerà al ribasso l’intera Europa.
Ma veniamo ai fatti e alle notizie del giorno.
Dodici ore dopo la sentenza del parlamento britannico su Rupert Murdoch è arrivata a Palazzo Chigi una nota ufficiale e pubblica firmata Frank La Rue.
Chi è costui?
E’ il terrore di svariati dittatori al mondo. E’ un mito riverito in tutta l’America Centrale perchè ha salvato il popolo guatemalteco, ecuadoriano e salvadoregno da una ignobile e sanguinosa dittatura assicurando alla giustizia i criminali e in quelle piccole nazioni, povere ma ricche di prodotti da tutti noi desiderati (banane, ananas, mango, asparagi, arachidi) lanciando -coadiuvato dall’economista Christina Rohmer e da Joseph Stieglitz- la prima grande campagna agricola nazionale (nel continente americano) di organizzazione, pianificazione e costituzione di cooperative agricole di sviluppo sociale biologiche e organiche con salario minimo garantito ai contadini, assicurazione sanitaria, e sottrazione delle risorse primarie al controllo marketing delle multinazionali.
Frank La Rue è l’uomo che per conto dell’Onu, il 25 luglio del 2010 si è presentato –per la prima volta- a Roma, a Palazzo Chigi, con una formale protesta contro il governo Berlusconi “a nome della salvaguardia e dell’integrità dei diritti all’informazione dei singoli cittadini” sostenendo pubblicamente che il varo in parlamento della cosiddetta legge bavaglio redatta dall’allora ministro della giustizia Angiolino Alfano costituiva “l’inizio di una deriva di carattere autoritario, anti-democratica, che spinge l’Italia sempre di più ai margini delle nazioni democratiche”. Nessuno badò a lui, allora. L’intera truppa mediatica asservita che oggi su tutte le piazze disponibili televisive, giornalistiche cartacee, bloggeristiche e in streaming, ci spiegano ogni giorno perché Berlusconi non andava bene, allora, in quella data, non dissero neppure una parola su Frank La Rue. Non ne parlarono neppure. Ma il plenipotenziario dell’Onu non si fermò e insistè. Rimase a Roma: voleva risposte formali per iscritto dal governo. Dieci giorni dopo esplodeva la questione sulla casa di Montecarlo e fino al 15 dicembre non si parlò d’altro. L’intera nazione assorbita soltanto da quello.
Frank La Rue se ne andò via e stilò un rapporto negativo sull’Italia, datato 14 settembre 2010. Talmente negativo che, se fosse stato reso pubblico, avrebbe addirittura obbligato l’Unione Europea ad intervenire formalmente contro l’Italia.
Il rapporto era relativo alla libertà di stampa in Italia, alla libertà di informazione, alla modalità di gestione e organizzazione del lavoro nel mondo mediatico italiano. Nulla. Non accadde nulla. L’intero PD –schierato al completo- bofonchiò qualche sciocchezza in qualche salotto e la cosa finì lì.
Frank La Rue è il fondatore di CALDH (Center for Legal Action for Human Rights) ed è un esponente di spicco nella lotta per i diritti civili nel mondo da almeno 25 anni. E’ famoso in tutto il mondo. Tranne che in Italia. Nel 2002 è stato nominato plenipotenziario dell’Onu per tutto ciò che riguarda il campo della “libertà di stampa, libertà nel mondo delle telecomunicazioni, tutela e salvaguardia dei diritti dei popoli e delle nazioni nell’accesso, produzione e diffusione delle informazioni”. Nel 2004 è stato candidato al Nobel per la pace ma ha perso per due voti. Ha condotto tutta l’inchiesta di denuncia della dittatura militare in Guatemala, Ecuador, presentata all’Onu, che ha portato all’arresto e condanna dei militari criminali. Dal 2006 si occupa dell’Europa Occidentale.
E’ arrivato a Roma e ha piantato una grana “ufficiale” non indifferente a Mario Monti.
Il tutto, sei ore dopo la sentenza di Londra su Rupert Murdoch.
La questione posta è relativa alla nomina dei dirigenti della Rai. Che cosa c’entra l’Onu?
C’entra, purtroppo. E qui veniamo alla nota dolente della nostra immagine nel mondo.
La Rai è un ente pubblico: appartiene quindi al popolo italiano. Le nomine le fa il governo. In conseguenza della precedente nota datata luglio 2010 che identificava l’allora governo italiano come un governo lesivo “della libertà d’espressione e di libero accesso alle informazioni mediatiche perché tutto passa sotto lo spietato controllo dei funzionari di partito (che sono privati) aggravato dalla condizione unica al mondo per cui il capo del governo è anche il proprietario e presidente della più importante azienda di comunicazione mediatica nel paese” allora l’Onu ha fatto scrivere una lettera a Mario Monti firmata Frank la Rue “pretendendo” che le nomine della Rai vengano effettuate su basi professionali e non per malleveria politica; che venga applicato il principio della presentazione del curriculum vitae “prima” della nomina e non “dopo”. Ma soprattutto “che ci sia trasparenza e che la cittadinanza abbia la possibilità di valutare lo spessore del candidato sulla base dell’autentica competenza tecnica”.
Lo so che non ci crederete. Ma la Rai –tutti i partiti d’accordo nessuno escluso- è l’unica azienda sul pianeta Terra in cui i nominati non devono presentare nessun requisito: basta che il parlamento fornisca un nome e il consiglio di presidenza approva. Il curriculum vitae e la competenza tecnica devono essere presentati “dopo”. E’ surreale.
Ma è la realtà italiana.
E così, visto che Bersani & co. seguitano a tacere, arriva il preside dell’Onu.
Che vergogna!
Basterebbe questo per mettere a tacere le esternazioni inutili dei piddini che sostengono di aver identificato “l’anti-politica” in chi si oppone.
La Rai è stata commissariata dall’Onu.
E’ la notizia più ridicola al mondo. La più patetica e triste in assoluto.
Ma è una notizia vera.
In Italia diffusa soltanto da Il Fatto Quotidiano.
Dobbiamo sostenere Frank La Rue e le sue argomentazioni, con forte diffusione.
Dobbiamo prendere atto della squallida realtà nella quale viviamo rinunciando alla nostra consueta mitomania italiota che ci spinge a credere di essere ciò che non siamo. Ogni nazione ha i suoi guai.
La Siria, poveri cristi, è costretta a chiamare i baschi blu dell’Onu per fermare la strage di innocenti civili presi a cannonate.
L’Italia, incapace di avere rappresentanza politica adeguata, è costretta a farsi commissariare dall’Onu per scegliere il management di un ente pubblico.

Che cosa risponderà il ragioniere Mario Monti a queste feroci sollecitazioni?

Non era lui a sostenere che la nostra immagine nel mondo era una meraviglia?

Che a New York lo applaudivano e lo sostenevano?

Che il nostro paese aveva ricostruito la propria immagine?

Vi sembra che una nazione civile debba farsi dettare legge dall’Onu perché non è capace di avere dei governanti in grado di esercitare in maniera autorevole e pragmatica la loro funzione? Per affrontare e risolvere un problema per il quale basta una telefonata?
Questa è una battaglia che riguarda tutti noi.

E ci piaccia o non ci piaccia, di tutto ciò dobbiamo ringraziare i deputati laburisti del parlamento britannico.

Il vento anti-Murdoch ha impiegato dieci ore per arrivare dal Mare del Nord al Mediterraneo.
Inevitabile che andasse a spirare dalle parti di Arcore.

martedì 1 maggio 2012

Il Parlamento e la corte d'alta giustizia britannica condannano Rupert Murdoch.



di Sergio Di Cori Modigliani


La notizia è apparentemente piccola e di poco conto, perchè sembra quasi un consiglio “etico”.
E’ ben di più.
Avrà infatti un impatto non indifferente sull’Europa.
Tant’è vero che un gruppo di deputati britannici, sia laburisti che liberal-democratici, avvalendosi di questo precedente, intendono portarlo al Consiglio d’Europa e allargarlo a tutte le sfere dell’attività socio-professionale, compresa –e soprattutto- quella politica.

La notizia secca è la seguente: “Il magnate della comunicazione globale, Rupert Murdoch, non può più essere considerata a nessun titolo persona adeguata e qualificata a poter dirigere e/o presiedere un’azienda della comunicazione di impatto internazionale”.
La corte inglese e il parlamento britannico hanno accettato e preso per buone le dichiarazioni di Murdoch, il quale ha sostenuto di non essere al corrente del fatto che i suoi impiegati usassero metodi banditeschi e di coercizione nell’esercitare la professione del giornalismo, usando intercettazioni telefoniche private, ricatti, fotografie, danaro. Hanno accettato la sua, diciamo così, buona fede. Ma hanno imposto il riconoscimento di quello che i britannici hanno definito “l’ònere della leadership”, ovverossia l’assunzione di responsabilità in proprio rispetto al comportamento dei propri sottoposti, soprattutto quando è il leader ad averli scelti, voluti, assunti.

Abituati, noi latini italioti, a vedercela quotidianamente con i nostri squali mediatici nazionali avvolti e travolti dalla corruzione legalizzata, questa sentenza della corte reale londinese, fa ridere.


E’ considerata, invece, in tutto il mondo anglosassone (esteso anche a Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia alla quale hanno subito aderito anche Australia, Nuova Zelanda, Brasile e Argentina) un precedente legale che può avere un forte impatto nella società.
Sia in Gran Bretagna che in altre nazioni europee, infatti, si intende far applicare il principio anche alla politica estendendolo a tutte le nazioni..
Tradotto in termini semplici e chiari vorrebbe dire che Bersani, Rutelli, Bossi, Alfano, Berlusconi, Casini, Vendola, non sarebbero più autorizzati legalmente a poter guidare una formazione politica perché verrebbe loro negata la possibilità di sostenere “io non sapevo che cosa facesse” (a scelta) il mio tesoriere, il mio deputato, il mio assessore, il mio braccio destro, il mio consigliere, ecc.

Personalmente la considero una notizia fondamentale; si tratta di un primo tassello autentico e vero –verissimo perché privo di contenuti ideologici e/o di schieramento- nella lotta contro la corruzione e nella definizione di soggetti politici pubblici che pretendono di non dover rispondere alla Legge come i normali cittadini, sostenendo di non essere mai stati al corrente di ciò che avveniva all’interno di strutture, comunità (e soldi) di cui loro risultavano, a tutti gli effetti, i leader indiscussi.
Poche ore fa, alla televisione britannica, Tom Watson, un rappresentante del Partito Laburista che per decenni è stato il più focoso accusatore delle pratiche illecite di Rupert Murdoch ha così commentato la decisione della corte e del parlamento: “ Questa gente ha corrotto la nazione, quindi anche la società, il dibattito politico, le scelte economiche. Hanno gettato fango e vergogna sulla nostra polizia e sul nostro Parlamento. Hanno mentito, tradito, ricattato e fatta la voce grossa in campo mediatico e noi tutti inglesi dovremmo vergognarci se pensiamo al fatto che li abbiamo coperti e sopportati per un tempo così lungo”.
Per il partito conservatore inglese si tratta della più grande sconfitta, in termini di immagine, registrata negli ultimi trent’anni.
La CNN in Usa ha interrotto le trasmissioni per dare la notizia e diffondere il comunicato di Tom Watson.
Sull’edizione online di CNN è la notizia di apertura del più cliccato sito planetario.

In Italia, la notizia non è stata diffusa.