giovedì 13 febbraio 2014

Ma noi siamo italiani, o che? Esiste l'italianità?


"Essere italiani! Che grandiosa perdita di tempo e che spreco di talenti"

                                                                      Ennio Flaiano. Roma 1962



di Sergio Di Cori Modigliani

Il licenziamento di Enrico Letta, l'imminente presa del potere da parte di Matteo Renzi, e l'attuale situazione italiana, mi stimolano ad una riflessione sulla nostra identità di italiani che condivido qui con i miei lettori.

C'è una differenza tra Enrico Letta e Matteo Renzi oppure sono due rovesci della stessa identica medaglia?
Sono entrambi due politici che rappresentano -ciascuno a modo proprio- il senso della italianità oppure soltanto uno dei due è italiano o non lo è nessuno dei due? 
In che cosa consiste, oggi 2014, la nostra italianità?

Personalmente ritengo che invece di star lì a sondare gli intrighi di palazzo, sia molto più utile per la cittadinanza avviare un autentico processo di elaborazione, interrogativi, dibattiti, sulla nostra intima natura, in modo tale da riuscire a estrarne delle sintesi antropologiche in grado di poter produrre anticorpi sociali: identificare il nostro peggio, munirsi di strumenti adeguati per combatterlo e contemporaneamente, investire tempo, energia e risorse nel nostro meglio.
A questo serve la Cultura, e questo dovrebbe essere il compito degli operatori culturali, tenendo presente che di tutte le svariate definizioni del termine "cultura" io sottoscrivo quella che la definisce "la capacità di essere in grado di mettere in discussione se stessi, come individui e/o collettività".

In tutte le nazioni democratiche occidentali, i leader forti con autentico seguito popolare sono coloro che sono capaci di fare appello alla loro intrinseca natura autentica, e non soltanto una parte o un pezzo.

Per riuscire nel nostro obiettivo comune, ovvero per produrre una nuova classe dirigente adeguata, sia in campo politico che in quello imprenditoriale e culturale, è necessario affrontare il problema della italianità. Abbiamo la fortuna (gli spiriti più spensierati e liberi) di vivere in un mondo post-ideologico e quindi è possibile oggi evitare le trappole terribili innescate a suo tempo dal fascismo e dal comunismo, che hanno ridotto l'italianità a una serie di formule se slogan riconducibili alla manipolazione delle coscienze e non alla loro educazione; entrambe queste ideologie, infatti, hanno avuto (e hanno tuttora) un potere di fascinazione che si basa sul controllo e la gestione della paura, del bisogno, dell'incertezza, per impedire una crescita collettiva adulta.

Obama è riuscito nella sua impresa -tutti lo davano perdente- perchè è stato in grado nel 2006 di impostare la sua discesa in campo facendo ruotare la sua campagna elettorale sul tema della "americanitudine". E' così che ha convinto e vinto. Nella sua prima fragorosa uscita pubblica (è un formidabile comunicatore in grado di tenere le piazze per ore) non è andato ad attaccare subito l'opposizione repubblicana usando argomentazioni facili del tipo "noi siamo i buoni loro sono i cattivi", anzi. Ha esordito sostenendo che i seguaci dei repubblicani erano degli americani al 100%, che lui capiva, comprendeva, perchè loro rappresentavano una parte autentica della nazione che era vera, esisteva, permeava l'intera società: la parte peggiore, quella militarista, guerrafondaia, erede della mitologia macho (tutta loro) del Far West, cultori di una idea di supremazia etnico-razziale. Ma lui faceva appello a quella parte che in quegli anni era stata emarginata e vilipesa, ridotta alla frustrazione e all'impotenza. Nei suoi primi comizi parlava sempre di impotenza, da cui -visto che faceva presa- dopo pochi mesi partorì lo slogan vincente "yes we can". E gli americani cominciarono a interrogarsi pubblicamente sulla loro natura, sulla loro cultura tradizionale, applicando la loro etica, molto diversa dalla nostra, basata su tre principi intrecciati tra di loro: pragmatismo, efficienza, efficacia. Il loro mantra nazionale è "if it works, it means is right" (trad.: se funziona, allora vuol dire che è la cosa giusta).
Noi siamo diversi. Nè migliori, nè peggiori. Diversi.

Anche in Germania la Merkel ha vinto puntando tutto sulla "germanitudine", basata su un concetto romantico dell'esistenza (loro hanno inventato il romanticismo) dove le decisioni politiche e sociali sono sempre il frutto della rigorosa applicazione di una dottrina intoccabile, perchè il loro pragmatismo è figlio di un'idea utopistica -per l'appunto romantica- che sia l'Impero di Federico II di Svevia, il Terzo Reich di Adolf Hitler, o l'Euro di Herr Schauble, è la stessa cosa. Non può essere messo in discussione e deve essere applicato con rigore direi metafisico, alla lettera, perchè -loro sostengono- la società giusta e progredita è quella in cui lo Stato gestisce e organizza in maniera raziocinante l'emotività collettiva e l'evoluzione si manifesta in una successione di passi obbligati alla fine dei quali c'è -come regalo per la collettività- il trionfo della dottrina teorica.
Noi siamo diversi. Nè migliori, nè peggiori. Diversi.

Nel mondo della globalizzazione, oggi, in tutto il pianeta, vincono quelle nazioni che sono in grado di esprimere una classe politica dirigente che è in grado di partecipare all'incontro con il resto del mondo avendo come portabandiera una specifica, molto ben definita, originale, autoctona realtà che è loro e soltanto loro.

Noi non ce l'abbiamo.
E' per questo che stiamo perdendo l'appuntamento con la Storia.
Mario Monti ed Enrico Letta non sono stati in grado di interpretare e rappresentare l'italianità per ciò che essa è in nessun aspetto; sono entrambi due impiegati di forze esterne e sovranazionali. Talmente miopi e, dal mio punto di vista, malati di complesso di inferiorità piccolo-borghese, che quando andavano all'estero parlavano in inglese, un fatto inaudito, secondo me deplorevole e gravissimo. Giulio Andreotti (certamente non una persona a me vicina politicamente e ideologicamente) era un italiano. Nel 1980 si trovava a Londra in visita ufficiale, se la doveva vedere con la Thatcher.
Andreotti parlava alla perfezione quattro lingue europee, l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Per colpa di un inatteso incidente stradale, il pulmino con gli interpreti arrivò con una ora e mezza di ritardo all'appuntamento con gli italiani e gli inglesi in conferenza stampa, per un comunicato congiunto. Andreotti si rifiutò di parlare e fece aspettare gli inglesi.
Non si tratta soltanto di un aspetto formale, bensì sostanziale.
Uno degli elementi fondamentali della disfatta del nostro paese consiste nel fatto che negli ultimi 27 mesi il popolo italiano è stato (ed è tuttora) inondato di termini come start up, open source, governance, management, spread, spending review, feedback, ecc. E' bene chiarire subito (per i provinciali) che non esiste nessun paese nell'intero continente americano (ad esclusione si intende di Usa e Canada) in cui questi termini vengono usati. Neanche in tutta l'Asia. Neppure in Francia e in Germania. Accade soltanto in Italia.
Dieci giorni fa, Enrico Letta ha fatto un discorsetto agli industriali della durata di 9 minuti. Ha usato la parola "governance" 12 volte e "spending review" 7 volte. 
L'uso del linguaggio è sintomatico. Non so dire se sia casuale o voluto.
Se a un italiano dite "revisione di spesa" invece che spending review, quello capisce di che cosa state parlando, perchè chiunque a casa con la propria moglie, marito, figli, lo affronta ogni giorno e quindi incorpora il concetto di "spesa" (che è negativo). Mentre, il termine "spending review" non fa scattare nessuna sinapsi nel cervello, non produce connessioni. 
Non solo. 
Quello che il cittadino incorpora in maniera subliminale è il fatto che le decisioni importanti che riguardano la nostra nazione vengono stabilite a Washington, a Londra, a Auckland o Canberra, dove si parla inglese come lingua ufficiale. L'unica connessione neuronale che scatta è l'incorporazione della propria mancanza di valore -in quanto italiano- e l'idea che "ormai il mondo va così e non c'è alternativa". Quindi diventa "normale" seguire delle politiche industriali decise e stabilite da consorzi anglofili: è il simbolo delle propria resa.

Il primo passo consiste nella riappropriazione della nostra lingua, almeno nella comunicazione politica.
Quando Letta dice "abbiamo messo a disposizione circa 400 milioni di euro per avviare delle open source a favore dei giovani", la frase non viene registrata come dovrebbe. "Open source" per gli americani vuol dire "sorgente attiva"; se noi usassimo il termine italiano, scatterebbero subito distinguo e domande, tra cui: da dove proviene la sorgente? Quanta acqua arriva? Quali forze specifiche attiva? Quanti sono stati attivati? ecc. Mentre quella frase viene ascoltata come l'espressione di un potere alieno, che appartiene a una razza superiore, a un personale (quello politico dirigente) che sa cose che noi non sappiamo, non produce nessun effetto, se non quello di prendere le distanze: è ciò che vogliono.

Questo non ha niente a che vedere con la necessità di ristabilire l'italianità.
Matteo Renzi ha usato il termine "job act" invece che "piano per il lavoro". A mio avviso, è un caso diverso. Renzi è un italiano, ed è per giunta fiorentino, quindi maestro di tattiche di corridoio e conosce i suoi polli. L'uso di quel termine è l'olio usato nella padella per cuocere a puntino Letta e Monti, che lo hanno accolto sorridendo ed entusiasti, riconoscendolo come uno di loro. Mentre non è così.
Renzi è un italiano. Il che non vuol dire che sia buono o cattivo, migliore o peggiore.
Almeno abbiamo a che fare con un italiano.
Diventa primo ministro in maniera non italiana, però, il che induce a cattivi pensieri.
E' tradizione africana, non euro-occidentale, quella di promuovere come capo dell'esecutivo una persona che non è stata nè votata nè eletta. Lo hanno fatto gli americani insieme ai francesi, inglesi e russi, qualche mese fa quando hanno telefonato ai generali egiziani e hanno detto loro: ragazzi tocca a voi. Accade in quasi tutta l'Africa, accadeva anche in Sud America fino a 10 anni fa, ora non più. 
Abbiamo quindi un italiano che fa l'africano.
Silvio Berlusconi è un italiano, ma lo è nel modo in cui George Bush jr. era un americano: lo è a tutti gli effetti ma rappresenta la parte peggiore dell'italianità, quella becera e autoritaria che ha provveduto ad annichilire l'altra parte dell'italianità, quella che produce per davvero, quella creativa, che inventa valore aggiunto, per lui e per i berluscones molto pericolosa. Berlusconi ha sempre saputo che essendo l'unico attore davvero italiano nel quadro politico nostrano doveva temere soltanto altri italiani, tutto il resto era ed è tuttora gestibile da lui alla grande. Perchè noi italiani siamo nazionalisti, anche se non sembra.
Tutta la fuffa di questi giorni sui poteri forti esterni che l'avrebbero tolto di mezzo, è miele per le sue orecchie; eccita le ansie patriottiche dell'italianità. 
E' un nazionalismo sui generis, perchè è intriso di quella cinica ferocia caratteristica dello spirito piccolo-borghese che tende a eliminare i migliori per senso dell'inferiorità. 
Ma non siamo sempre stati così, noi italiani. 
Siamo diventati feroci, come lo sono tutte le nazioni dove non esiste una borghesia formata a livello culturale e dove il rischio di impresa è sostituito dalla malleveria della tessera del re, del califfo, del rappresentante religioso, o del funzionario di partito.
L'intera classe politica italiana è diventata quindi un miscuglio di impiegati esteri, privi di alcun valore interiore di italianità, mescolati a nazionalisti cinici e feroci.
Non è un bel dire, si sa, è per questo che stiamo così.
Ma c'è anche un'altra parte dell'italianità che esiste, eccome.
Siamo un popolo che ha inventato tutto ciò che poteva essere inventato.
In campo tecnologico, tutte le più importanti invenzioni negli ultimi 500 anni con le due uniche eccezioni della stampa (un tedesco) e del tubo catodico della televisione (un russo) appartengono al genio creativo degli italiani. Per non parlare di ciò che noi italiani siamo stati capaci di inventare come industria e imprenditoria.
Ma il concetto di cittadinanza sembra non aver mai avuto asilo nell'italianità.
Quantomeno, per questa generazione.

Stiamo forse andando incontro all'ennesimo governo di non eletti dal parlamento.
E' diventata una moda italiana che piace, oppure è una imposizione?
Il fatto di dare per scontato che a fare i governi non siano più i cittadini, bensì consorterie di partiti piene zeppe di funzionari assoldati, i quali, per definizione lavorativa, si impegnano a mantenere salda una burocrazia e quindi perseguire lo stallo perenne, appartiene ormai all'immaginario collettivo dell'italianità? 
Essere italiani, oggi, vuol dire accettare l'idea che ai cittadini non interessa dire la propria?
Siamo proprio sicuri?
Se non  così, si tratta di una imposizione?
Viene dall'esterno o è tutta italiana?
Non sono e non saranno mai le leggi a cambiare un paese. Non basta.

Le leggi che cambiano un paese arrivano quando il paese è già cambiato e la pressione sociale è tale per cui i detentori del potere -ob torto collo- accettano il nuovo e promulgano nuovi decreti per adattarsi ai mutamenti dei tempi. Il film "Divorzio all'italiana", splendida commedia dell'italianità -più di 50 anni fa- comunicava un necessario cambiamento del paese per essere al passo con la modernità. Quel film ebbe un impatto molto più poderoso di cento comizi. Così come i romanzi di Moravia, Calvino, Pasolini, Sciascia, e tantissimi altri ancora, annunciavano in maniera prorompente la diffusione di una nuova consapevolezza collettiva che poi produsse battaglie parlamentari e leggi migliori.
Oggi, un evento del genere non può verificarsi. Gli italiani non leggono più. I film italiani spesso offrono caricature e non personaggi, quindi non scatta il meccanismo dell'identificazione e non ci si pongono degli interrogativi. I detentori del potere in Italia, l'oligarchia del privilegio che non riconosce il concetto di cittadinanza, ha fatto e fa di tutto per tenere sotto controllo il sistema editoriale, cinematografico, televisivo, e quello del web, in modo tale da impedire la nascita di aggregazioni culturali creative.
La consuetudine dell'usa e getta non appartiene all'italianità: per sviluppare il genio creativo è necessaria concimazione, tempo, impegno, competenza tecnica adeguata.
Tutte le parole d'ordine che vanno di moda oggi, da quelle che vogliono fermare le banche a quelle che denunciano tutto il denunciabile, non producono nessun effetto reale perchè contengono parole d'ordine retoriche che non fanno scattare degli impulsi interni creativi.

Noi ci troviamo come nel dopoguerra, senza l'entusiasmo contagioso di chi era contento per il solo fatto di essere vivo.
Certe volte penso (quando mi sento avvilito) che forse siamo morti ma non ce ne accorgiamo.
Purtroppo ho una caratterialità ottimista ed essendo un fervente nazionalista finisco per pensare che la italianità sia imbattibile, vendibile, condivisibile, e quindi sono propenso a orchestrare sempre nuove opzioni di sviluppo e ripresa. E' possibile riprendere la strada, ma è necessario prima fare i conti veri con la realtà vera, senza sconti alla parte buia dell'italianità, quella un tempo becera e cialtrona, ma che negli anni si è trasformata in cinica e feroce, perché questo siamo diventati. 
Ci si può evolvere soltanto andando a costruire un modello diverso collettivo che sia però il risultato del prodotto di individualità intrise di un'italianità evoluta.
Riconosciamoci per ciò che siamo, per il momento orfani, privi di adeguata rappresentanza.
Ma almeno facciamolo in maniera realista.
Se non ci salviamo da noi fondando un nuovo e avanzato sistema di solidarietà, nessuno ci verrà a salvare. 
Si comincia da qui, e basta davvero poco, anche se non sembra. Basta -tanto per fare un esempio- rinunciare ad insultare e aggredire persone sconosciute incrociate su facebook e autoeducarsi a essere un po' meno feroci.
Se la parte buia dell'italianità finisce per prevalere, seguiteremo a essere rappresentati da Napolitano, Berlusconi, e compagnia cantante al seguito, destra o sinistra che siano. Magari riciclati con altre sigle e altre facce clonate in qualche laboratorio della programmazione neuro-linguistica di un Dr. Caligari della comunicazione mediatica.
Per fortuna non abbiamo scelta, davvero non esiste alternativa: siamo costretti dalla Storia a tirar fuori il meglio della nostra tradizione, pena il nostro reale affondamento.
Da brava etnia borderline, siamo abituati.
Stiamo a vedere.











11 commenti:

  1. La mancanza di una vera informazione è ovviamente determinante per consentire alle persone di interagire con la realtà..
    Finche stato e mafia vanno a braccetto e la politica ne è la chiave di volta, credo non sarà una questione di italianità, tantomeno sarà possibile entusiasmarsi.
    I paesi del Sud America hanno fatto il cambio vincente partendo dal vertice, e sembrano sulla strada giusta, qui ahimè non c'è da andarne orgogliosi,
    Anche se non c'entra nulla linko http://www.stagonesdoc.gr/ che permette pure di donare qualcosa a chi è messo peggio di noi.

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  2. maria grazia m.
    parole sante...anzi santissime. non a caso, data la nostra "servitudine" mediatica nessuno parla mai della iniziativa -ormai più che decennale- "La settimana della lingua italiana nel mondo" che risponde al bisogno delle nazioni estere di apprendere la nostra lingua, per motivi culturali o economici, ma che da noi non occupa spazio nell'informazione e nell'approfondimento

    http://www.accademiadellacrusca.it/it/eventi/collaborazione-crusca/tredicesima-settimana-lingua-italiana-mondo-ricerca-scoperta-innovazion

    http://it.wikipedia.org/wiki/Settimana_della_lingua_italiana_nel_mondo

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  3. ...ma per consentire il take-off della nostra economy ci vorrebbe semplicemente una governance tutta Zen italiana con online-spreads contenuti, senza fiscal compact e troike invadenti per sparire dalla black-list! Basterebbe un downgrade degli ultra-traders nel short track in diretta streaming per capire che è tutto un bluff fatto di pressing inutili e showdown inaccettabili di chi non riuscirà mai a mettere in atto una exit strategy! Cari saluti da Walter

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  4. Dai forza! Guardiamo invece in faccia alla realtà: l'Italia è una nazione fallita. Non c'è classe politica perché non c'è popolo: quali altre dimostrazioni di servilismo, esterofilia, autolesionismo e imbecillità bisogna avere oltre a quelle che vediamo e viviamo quotidianamente. Dalla questione dei Marò al collezionismo sfrontato di poltrone da parte di soggetti evidentemente e palesemente inadeguati. Siamo solo in attesa che qualcuno (straniero) decida di mangiarsi il boccone, quando sarà ben frollato... Tutto il resto è fuffa per un'accozzaglia di genti che nome non ha...

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  5. Stupenda riflessione, probabilmente la più bella che ho letto scritta da te. Livello altissimo. Grazie Sergio.

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  6. Non sono stupito del risultato di mezzo secolo di educazione fasciocattocomunista. Per i primi bastava cantare l'inno e sventolare il tricolore per sentirsi italiani, i secondi hanno identificato l'italianità con la religione, i terzi pur di non essere come i primi hanno cantato e sventolato inni e bandiere altrui. Il concetto di patria o di italianità ben lunge da tutto ciò, che cos'è l'amor di patria se non l'amore verso il proprio gruppo di appartenenza, il proprio prossimo, la collettività? Noi non ci vogliamo bene, non abbiamo capito, in mezzo secolo di mala educazione, che la mancanza di rispetto nei confronti del nostro vicino di casa, del nostro territorio, della nostra lingua, del diverso non ci portano da nessuna parte. Non si comunica più, non si discute più se non per frasi fatte e stereotipate sentite nel cassonetto della spazzatura televisiva e mediatica. Qui può solo una seria rivoluzione culturale che parta dagli asili e dalle scuole, la didattica odierna va completamente rovesciata, spodestata, rivoluzionata. I nostri figli sono il nostro futuro, ma dobbiamo fare in modo che non crescano come noi, devono essere liberi da ideologie e dottrine, più pragmatici, ecologisti e un po' artisti. Ogni bambino possiede un'arte, che immancabilmente viene soffocata dalla scuola, dalla tv e dai videogame. Bisogna cambiare il nostro modello culturale, perché gente come Berlusconi, La Russa, Giovanardi, Gasparri, Gelmini, vanno in giro a diffondere il nostro degrado culturale come italianità. E funziona! Solo quando avremo sovvertito tutto questo potremo dirci veramente patrioti, solo allora potremo tornare a chiamare il computer calcolatore e la spending review revisione di spesa. Come fanno gli spagnoli e i francesi.

    Rasti

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    1. Anch'io penso che la soluzione sia nei bambini! Solo se si riesce a tirar sù una nuova generazione immune dall'attuale noncultura, questo nonpaese crescerà.
      Luca D.

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  7. Complimenti, complimenti, complimenti, non scrivo molto spesso in risposta a i suoi "post"...articoli, ma questo lo devo commentare perche' e' semplicemente perfffffetto. Questo, da quando leggo il suo "blog"... la sua agenda virtuale, é per me il suo "masterpiece"...... pezzo migliore .
    Saluti
    Damiano

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  8. SI ESISTE ECCOME L'ITALIANITA' SOPRATTUTTO NEL SETTORE DELLA ENERGIA ELETTRICA CON UN DECRETO HANNO ABBASSATO IL PREZZO DI ACQUISTO DA FONTE RINNOVABILE AL MWh DI 70 EURO SU UN VALORE DI 100
    FACCIAMO LE VALIGE

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  9. Leggo, purtroppo in ritardo, questo Suo altro piccolo e prezioso capolavoro e capisco sempre meglio perché ritengo una gran fortuna aver scoperto questo Suo sito, un paio d'anni fa. Grazie, grazie davvero.
    marilù l.

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