giovedì 20 dicembre 2012

Il Vaticano "ufficialmente" va all'attacco del concetto di femminicidio: è colpa delle donne che provocano.




di Sergio Di Cori Modigliani


Se io fossi un diabolico e perverso terrorista anti cattolico e il mio compito istituzionale consistesse nel creare delle bombe mediatiche contro il vaticano gettando lo scompiglio tra le fila dei cattolici italiani, ebbene, avrei dato ordine di redigere un articolo come quello apparso oggi sul sito pontifex.roma.it, sito ufficiale vaticanense, a firma del suo direttore Bruno Volpe, individuo che in Italia è considerato un giornalista degno di grande stima, uno di quelli che “in gergo” viene identificato con il termine “in quota dirigenza rai”.
Lo allego in copia e incolla qui di seguito per intero, in modo tale da consentire ai lettori (e soprattutto alle lettrici) di farsene una idea propria, senza aggiungere alcun commento. Questo articolo ha dato la stura a una di serie di interventi radiofonici a tappeto sulle emittenti del network radio Maria e per dei motivi che io ignoro è stato ripreso da altri networks radiofonici a sostegno della argomentazione portata avanti dall’autore di questo brano, diciamo così, giornalistico.
Proprio in questi giorni, diversi amici miei, cattolici pensanti e soggetti politici attivi, avevano condiviso con me la loro idea della situazione attuale, sostenendo che il vaticano era in prima linea nel sostenere la causa sociale di un fronte europeo contrario alle politiche schiaviste della BCE in Europa chiedendomi di diffondere –per onestà di cronaca- quella che (secondo loro)  era la nuova avanguardia cattolica italiana, protesa nell’offrire allo spaesato cittadino italiano credente un punto di riferimento di chiara opposizione alle nefaste politiche economiche il cui fine, ormai chiaro a tutti, consiste nel creare una condizione di definitivo abbattimento dei diritti civili e di schiavizzazione del mondo del lavoro.
Nonostante le mie perplessità mi ero messo a disposizione andandomi a leggere la produzione corrente in ambito cattolico e mi sono trovato dinanzi a una letteratura corrente che ruota intorno a un attacco frontale contro ogni forma di apertura libertaria della società, addirittura usando argomentazioni e linguaggi degni di un livello davvero degradato sia di argomentazione che di contenuti. Ero rimasto, quindi, perplesso.
Poi, oggi, arriva questa chicca: un attacco frontale contro il “concetto di femminicidio” che viene presentato come cartina da tornasole, perché la violenza sulle donne viene presentata come una risposta al fatto che “le donne se la vanno a cercare”.
Il tutto, per veicolare la difesa e la salvaguardia di una lotta politica (e soprattutto elettorale che è l’aspetto più importante in questa fase) che si annuncia imperniata intorno a una demonizzazione della donna (in quanto femmina tentatrice) con il fine dichiarato di abolire la legge sull’aborto e cominciare a portare avanti una lotta per la moralizzazione della società, un recupero dell’etica, una doverosa pulizia spirituale e psicologica dentro ciascuno di noi, con la agghiacciante condizione di partenza di andare all’attacco della sessualità libera e di ritornare ai fasti della inquisizione lanciata 500 anni fa, la stagione che poi sfociò nella cosiddetta caccia alle streghe.
E’ un attacco frontale alla “donna sessuata” che appartiene al livello più degradato, degradante e regressivo di una società evoluta.
Soprattutto repressivo.
L’articolo in questione lascia davvero sconcertati per la volgarità intellettuale.
Insieme ad altre persone (pensavamo si trattasse di un falso ben orchestrato) abbiamo chiesto ragguagli controllando le fonti che si sono rivelate invece autentiche.
E’ un assaggio della campagna elettorale che ci attende.
Personalmente lo considero un atto di inconsulta gravità e invito i miei concittadini ad andare a verificare di persona sul sito pontificale.
Mentre la massa viene spinta ad occuparsi di Berlusconi, di Monti, delle candidature, di ciò che accade o non accade nel M5S, nella società civile dei cosiddetti “moderati” (ovverossia coloro che intendono sostenere Mario Monti) e dei “liberali di centro destra contrari a Mario Monti” si sta sviluppando una campagna furibonda contro le donne, contro il femminismo, contro la libertà sessuale femminile, addirittura presentata come responsabile del declino del paese.
Mi auguro che le donne libere e pensanti (cattoliche e non) comprendano la gravità dell’attacco contro la loro libertà conquistata e in qualche modo si esprimano al riguardo.
Mentre tutti si occupavano soltanto di economia, di spread, di aliquote e di teorie economiche, chi regge e sorregge le colonne portanti che costruiscono l’immaginario collettivo della nazione, hanno cominciato a organizzare una subdola campagna avvilente.
Presentare il “femminicidio” come “un obbrobrio giuridico” lo considero davvero immorale.
L’articolo in questione è stato ampiamente diffuso anche e soprattutto nel cattolico Sudamerica dove viene presentato e offerto in pasto alle oligarchie conservatrici sostenute dal Fondo Monetario Internazionale per poterlo usare contro la presidente argentina Cristina Kirchner, rea di aver fatto varare una legge un anno fa che identifica il “femminicidio” come crimine specifico contro “l’idea stessa della vita”.

Ecco qui di seguito l’articolo per intero.

FONTE: sito PONTIFEX . ROMA. IT


Proseguiamo nella nostra analisi su quel fenomeno che i soliti tromboni di giornali e Tv chiamano "femminicidio". Aspettiamo risposte su come definire gli aborti: stragi? Notoriamente, l'aborto lo decide la donna in combutta col marito e sono molti di più dei cosiddetti femminicidi. Una stampa fanatica e deviata, attribuisce all'uomo che non accetterebbe la separazione, questa spinta alla violenza. In alcuni casi, questa diagnosi può anche essere vera. Tuttavia, non è serio che qualche psichiatra esprima giudizi, a priori e dalla Tv, senza aver esaminato personalmente i soggetti interessati. Non sarebbe il caso di analizzare episodio per episodio, senza generalizzare e seriamente, anche per evitare l'odio nei confronti dei mariti e degli uomini? Domandiamoci. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza,... si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.
Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera... Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.
Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?
Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?
Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all'abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: "forse questo ce lo siamo cercate anche noi"?
Basterebbe, per esempio, proibire o limitare ai negozi di lingerie femminile di esporre la loro mercanzia per la via pubblica per attutire certi impulsi; proibire l'immonda pornografia; proibire gli spot televisivi erotici, anche in primo pomeriggio. Ma questa società malata di pornografia ed esibizionismo, davanti al commercio, proprio non ne vuol sapere: così le donne diventano libertine e gli uomini, già esauriti, talvolta esagerano.
Bruno Volpe


No comment.

mercoledì 19 dicembre 2012

Esplode in Italia l'ossessione maniaca della candidatura politica alle elezioni.



di Sergio Di Cori Modigliani


La truffa prosegue inarrestabile.
C’ una notizia in questo post, a mio avviso disgustosamente oscena e chiaro simbolo di un’Italia degradata. E’ lunga un rigo. Si trova come post scriptum. Senza commento aggiuntivo, augurandomi che, così, risulti più incisiva per le coscienze pensanti di questo paese. Potete star certi che nessuno ne parlerà, né oggi, né nel prossimo futuro.
Il post, invece, è una riflessione su quanto sta accadendo in questo periodo, in Italia, che mostra alcuni aspetti che definirei “antropologicamente interessanti”: la trappola della totale ubriacatura di narcisismo che sta spingendo questa nazione bulimica verso un disastro annunciato.
E’ la nuova malattia sociale degli italiani: “La sindrome della candidatura”.
Il morbo è trasversale, contagia chiunque, ed è diventato il nuovo status symbol del paese. Colpisce all’improvviso, è democratico, salvaguarda la pari opportunità e, in questo momento di crisi, è andato a sostituire quello che un tempo era il rolex o la vacanza alle Maldive. L’infezione (di questo si tratta, è una specie di batterio del sistema nervoso centrale) quando colpisce si trasforma, all’inizio, in apparente epopea civica, poi diventa ossessione morbosa e quando il dato della realtà annuncia il risultato, le reazioni sono tutte uguali dovunque: si diventa aggressivi, violenti e – a scelta- distruttivi oppure auto-distruttivi, a seconda della propria caratterialità.
Nessuno ne è immune.
Si candidano tutti. Si autocandidano tutti. Si cerca in ogni modo di farsi candidare, nel nome dei principii più strani, autoeleggendosi come la persona più autorevole a rappresentare una esigenza collettiva. Va da sé che le persone colpite da questa malattia manifestano il proprio essere stati contagiati attraverso una delle frasi tipo dei malati in questione “è l’idea  del bene comune che spinge la mia responsabile scelta”.
E così, arrivato Berlusconi, nel PDL tutti in riga dietro il padre padrone in attesa che lui stili la lista che consentirà l’immissione del proprio nome. Nel PD, il democratico Bersani annuncia il proprio rinnovamento e decide di non candidare nessun rappresentante della lista Renzi eliminandoli tutti, promuovendo le new entry della sinistra italiana: Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Moroni, Letta, Franceschini, con Nichi Vendola contento come una pasqua perché avrà qualche sottosegretario, così coronerà quella che sembra essere diventata la sua unica grande ambizione: sposarsi celebrando il rito matrimoniale all’interno della cappella della Camera dei Deputati. In tal modo la sinistra finisce in pole position verso una annunciata sconfitta elettorale. Tutti gli altri, idem, ciascuno a modo proprio, comprese le cosiddette “liste della società civile”. Ci sono a destra e ci sono a sinistra, alcuni dentro vecchie sigle, altri con nuovi nomi roboanti. Diverse persone negli ultimi mesi si sono battute (sia a destra che a sinistra e nei cosiddetti movimenti) per dar vita a nuove forme di aggregazione contro i partiti, contro lo status quo, per un cambiamento, e grazie al consenso (chi l’ha avuto) di adepti, seguaci, estimatori, tifosi, ecc., hanno raggiunto la quota sufficiente e necessaria per attirare i tecnici esperti che si presentano con l’offerta del momento “vorremmo candidarti nella nostra lista”. Naturalmente accettano tutti e il primo passo consiste nello spiegare ai propri esterrefatti seguaci che si tratta di una lista “tattica”, di una mossa “strategica”. C’ è cascato perfino il dr. Antonio Ingroia che ha trovato un modello matematico per portare qualche centinaia di migliaia di voti alla destra: annunciando la sua candidatura ha automaticamente prestato il fianco –autorizzandoli a ragion veduta- a tutti coloro che sostenevano quanto le sue  argomentazioni avessero come unico scopo quello di tirargli la volata per finire in parlamento. L’Italia non ha bisogno di un magistrato che faccia il deputato, ne abbiamo fin troppi. Il paese avrebbe bisogno di encomiabili magistrati che lottano e combattono in procura dichiarando a viva voce “qui siamo al fronte nel combattere la corrotta classe politica e tutti coloro che aspirano a farvi parte”. Da quando è arrivato in Guatemala non ha detto neppure una parola interessante su ciò che accade laggiù. La sua preoccupazione principale sembra quella di aver organizzato la sua domanda al ministero di grazia e giustizia per avere “l’aspettativa per motivi elettorali” perché rischiare va bene, ma nel caso poi non si venga eletti, meglio tenersi il posto sicuro. Non si sa mai. Grave e cocente delusione.
Ma l’epidemia si sa, non guarda in faccia a nessuno. E’ un po’ come la peste bubbonica nel ‘600, chiunque poteva essere contagiato.
Ho seguito con molta attenzione l’attività all’interno del M5S, negli ultimi giorni, relativa alle conseguenze delle parlamentarie. E dopo aver riflettuto, la mia idea è la seguente: nei prossimi giorni e forse anche nelle prossime settimane, è probabile che il M5S nei sondaggi accuserà il colpo e perderà in quantità. Ma la trovo un’ottima occasione per un meraviglioso salto di qualità che consentirà, quindi, a breve, un nuovo impulso più maturo. Gli aderenti al movimento, infatti, hanno reagito –nelle diverse regioni la reazione è stata pressoché identica- tutti secondo modalità davvero sorprendenti: le stesse persone che per lungo tempo si erano mobilitate per osannare, applaudire, promuovere ed esaltare Beppe Grillo, una volta finita la conta e scoperto che avevano perso, hanno dichiarato che Grillo è un dittatore, che lo sapevano da sempre ma non lo dicevano perché erano buoni. Non solo. Le stesse persone che hanno difeso le regole elettorali, una volta fatta la conta, hanno denunciato tali regole considerandole ignobili, dittatoriali e malvagie. Erano ottime fino a un minuto prima, sono diventate pessime un minuto dopo. Le stesse persone che per mesi, alcuni per anni, si sono mobilitate “per far valere il principio che uno vale uno perché ciò che conta è il collettivo, la comunità, e quindi la rappresentanza individuale non conta perché il valore sta nel progetto” una volta fatta la conta, hanno gridato allo scandalo e hanno dichiarato che alle prossime elezioni non voteranno per il M5S, quindi sono diventati immediatamente distruttivi o auto-distruttivi (a scelta). Quasi nessuno ha accettato il risultato. Non solo. La maggior parte sono diventati attivissimi nel fare propaganda contro, nello spiegare perché il movimento fa schifo, perché si tratta di beceroni al seguito di una coppia di dittatori, perché bisogna combattere il M5S, lo stesso identico movimento nelle file del quale –fino a pochi minuti prima- intendevano essere candidati per rappresentarlo.
Si tratta di una normale bulimia narcisista. E per quanto riguarda il M5S penso che il movimento si avvantaggerà nel perdere per strada gente simile. Chi è furiosamente innamorato del proprio nome da candidato e ha investito tutta la sua energia in quello, non ha senso alcuno che militi nel M5S, lì la prospettiva è diversa.
Conosco almeno dieci persone con le quali, secondo modalità diverse, avevo intrattenuto degli scambi di pensiero negli ultimi mesi, che –sia a destra che a sinistra- sono stati contagiati dal morbo. E così abbiamo rappresentanti di movimenti contro il liberismo economico, finiti candidati nella lista di Oscar Giannino; paladini della cultura laica finiti dentro liste del vaticano; amanti dello sfascio a tutti i costi dentro liste che auspicano rigore e salvaguardia dello status quo e così via dicendo.
E’ una malattia tutta italiana.
Le persone sane sono invece quelle che si sono sottratte, come ad esempio Pippo Baudo, a cui va davvero la nostra stima civica. Identificato lo scorso settembre dal PD come ottimo “uomo-immagine” per la presidenza alla regione siciliana gli proposero la candidatura. Lui rispose che ne era davvero lusingato ma non poteva accettare … sono uno showman, un intrattenitore, un uomo di spettacolo, non sono un politico. Ma soprattutto amo la Sicilia. E’ una regione complessa con problemi seri strutturali. Amministrarla vuol dire avere delle competenze che io non possiedo. Non saprei davvero come fare il lavoro, non potrei essere utile. Una risposta davvero intelligente.
I malati di bulimia narcisista, invece, pensano di essere (e proprio qui sta la malattia) le persone migliori al mondo per svolgere l’attività politica istituzionale e quindi il fatto di non essere candidati viene vissuto e interpretato come un attentato al bene comune. Non c’è da stupirsi, basterebbe guardare la rete. E’ piena di quotidiani on-line, siti giornalistici, gente che non ha la più pallida idea sulla comunicazione che organizza convegni sulla comunicazione, persone che non sanno scrivere e pubblicano libri e così via dicendo.
L’abbattimento del concetto di valore basato sul merito, competenza tecnica e curriculum vitae, ha comportato il trionfo di Silvio Berlusconi: un’idea della società basata sulla primogenitura del più forte, del più ricco, del più compromesso, veicolando il concetto pubblicitario marketing per cui conta l’apparenza e non la sostanza, conta la visibilità, conta l’involucro del pacchetto e non il suo contenuto.
Per questo è tornato in pista. Sa che ha ancora qualche chance.
L’Italia è rimasta uguale, è sempre la stessa.
O meglio, per colpa sua, l’Italia è peggiorata di molto.
Gli italiani sono rimasti uguali.
Ed è quello che va rivoluzionato, altrimenti, Monti o Bersani o Casini o Montezemolo o Giannino o Vendola sarà identico e irrilevante.
Non è più possibile ascoltare da chicchessia (a destra) sostenere che Maroni e Tremonti sono contro il liberismo di Monti, essendo stati al governo attuando disastrose pratiche liberiste e dando alle banche soltanto nel 2010 ben 87 miliardi di euro che hanno portato la repubblica italiana sull’orlo della bancarotta. Non è possibile ascoltare da chicchessia (a sinistra) che il PD rappresenta un cambiamento avendo votato per il fiscal compact, per il finanziamento truffaldino alle banche, votando a favore del mantenimento di ogni privilegio corporativo dei ceti oligarchici che stanno insanguinando l’esistenza degli italiani.
Questo è inaccettabile.
Così come è inaccettabile da chi ha militato nel M5S che si svegli un mattino e scoprendo di non aver vinto la possibilità di essere candidato, decida e scelga di andare contro Grillo, soltanto perché non sarà eletto.
Il mondo sembra essere diventato la fotocopia di facebook.
Ma la Politica non è un social network per esibizionisti. Questa è una malattia.
La Politica non è un’attività per tutti. Nella sua massima espressione è un’Arte, in quella minima è comunque una professione (non un mestiere) che presuppone l’esercizio di competenze che si acquisiscono attraverso una specifica e adeguata formazione e preparazione. Non basta “essere onesti” per qualificare se stessi come soggetto politico in grado di rappresentare la collettività: essere onesti è una condizione esistenziale eticamente doverosa e scontata per tutti. Se John Maynard Keynes non avesse avuto dietro di lui (o avanti a lui) due “animali politici” di gran razza, come Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman, le sue teorie sarebbero rimaste pura accademia. Senza adeguata formazione, non esistono personalità politiche. Esistono soltanto politicanti, faccendieri, demagoghi, manipolatori. Bisogna apprendere la strumentazione e imparare ad usarla. Si va a scuola di formazione per diventare dei politici e potersi presentare nell’agone come degni rappresentanti degli interessi della collettività. Si impara come funziona il gioco e allora lo si sa giocare.
Altrimenti è sempre e soltanto un puro azzardo.
In conclusione due citazioni, da fonti molto diverse.
La prima viene da una cultura che amo molto, quella ceka, colonna portante del grande spirito libertario europeo.
«Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi […] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti […] C’è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata […] E c’è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori.»

                                                                              Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”
La seconda, invece, viene dalla cultura degli indiani nativi americani e proviene dalla più strutturata di quelle culture, quella della nazione Cherokee. E’ un loro apologo.
Una sera, una donna Cherokee raccontò al nipote: "Figlio mio, la battaglia è tra i due lupi che vivono dentro di noi. Uno è infelicità, paura, preoccupazione, gelosia, dispiacere, autocommiserazione, rancore, senso di inferiorità. L'altro è felicità, gioia, amore, speranza, serenità, gentilezza, generosità, verità, compassione."
Il piccolo ci pensò su per un minuto e poi chiese:
"Quale dei due lupi vince?"
La donna Cherokee rispose semplicemente:
"Quello a cui dai da mangiare".


P.S. Ieri al pomeriggio, la commissione bilancio della Camera dei Deputati, con voto unanime (PD PDL Lega Nord Udc FLI Api) ha votato per dare il via a 1250 nuove concessioni per aumentare del 14% dal 1 gennaio 2013 la diffusione di slot machine nel territorio italiano, consentendo anche l’apertura di ben 750 nuovi mini casinò nelle più importanti città italiane, di fatto, quindi, mettendo la parola fine a qualsivoglia forma di lotta e opposizione al dilagare della ludopatia, del gioco d’azzardo e della presenza delle mafie criminali organizzate nel nostro territorio.
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sabato 15 dicembre 2012

E le donne? C'è poi differenza tra la Gruber e la Minetti? E la Salsi?



di Sergio Di Cori Modigliani


 “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
                                                                                                                                 Gustave   Le Bon

“Che fine hanno fatto le donne in Italia?”.
Una domanda, questa, oggi, quasi impossibile da porre. Rimarrebbe lì, sospesa, per mancanza di interlocutori, per mancanza di confronti, per assenza di palestre in grado di offrire almeno ospitalità. Al massimo ci sarebbe qualcuno a chiedere: ma che senso ha questa domanda? Che cosa vuole dire?
Nell’attuale vuoto perenne culturale, prodotto dall’oligarchia del privilegio, l’assenza più tragica, la più assordante tra tutte le latitanze, è la voce delle donne libere pensanti, di cui l’Italia un tempo aveva fornito grandi esempi, nomi illustri, personalità corpose, punti di riferimento nella genesi dell’inconscio collettivo, al punto tale da produrre diverse parole d’ordine e slogan –divenuti poi simboli totemici dei movimenti femministi- che avevano contagiato trasversalmente l’intera struttura dello scambio sociale, diventando trampolino di lancio per portare avanti le grandi battaglie sui diritti civili di tutti. Erano, infatti, diventate frasi-totem di dominio comune, di cui la più celebre (dimenticata e sepolta non a caso) il privato è politico era diventata il passepartout d’ingresso nell’inconscio collettivo delle famiglie, provocando allora una vera rivolta esistenziale. Le donne, in questo paese, si erano poco a poco conquistate un posto all’interno delle tradizionali strutture maschiliste dimostrando di essere delle imbattibili e creative combattenti, riuscendo a sedurre l’intera società perché portatrici di valori, schemi, idee, progetti, che non erano un bieco pedinamento di un’idea del potere maschile bensì ne erano una alternativa senza per questo neppure essere obbligate a essere oppositive oppure antagoniste. Come dire, l’altra rotaia che mancava per avere un binario funzionante, l’altra metà del cielo, l’altra faccia della luna, l’anello mancante, il rovescio della medaglia. Come vi pare. Comunque fosse, e comunque venisse declinata, qualunque idea della società era imprescindibile dalla sostanza di contenuti portata avanti da un modello femminile dell’esistenza che era essenzialmente di rottura: perché era un “modello Altro”.
Basterebbe pensare che nel 1983, a gestire la complessa matassa istituzionale della P2 di Licio Gelli e aprire un contenzioso con la massoneria italiana, diversi servizi segreti e i partiti, vennero chiamate tre donne, la comunista Nilde Jotti, la democristiana Tina Anselmi e la radicale Emma Bonino. Tre età anagrafiche diverse, tre idee del mondo diverse, tre modalità diverse di intendere la lotta politica; eppure, si misero d’accordo. L’inchiesta, allora, non appena iniziata, era stata subito bloccata –come al solito in Italia- ed era arrivata sul tavolo del Presidente della Camera cui era stato ben spiegato da parte dei marpioni di turno che bisognava gestirla in camera caritatis e senza alzar tanto il polverone. Ma il presidente della Camera era una femmina e poiché la Legge le consentiva di essere lei a decidere che cosa fare, ebbe la sottigliezza politica di convocare i rappresentanti politici dei due gruppi più importanti di allora, il potere democristiano e i fortissimi radicali (il corrispondente primi anni’80 del M5S di oggi). E così, la Jotti, la Anselmi e la Bonino si rinchiusero in una stanza e decisero per noi, sconvolgendo tutti i piani prestabiliti. Con le donne in politica bisognava fare i conti, allora. E nessuno poteva sottrarsi. Comunisti, fascisti, cattolici, laici, radicali, liberali, di destra e di sinistra, progressisti e conservatori, finivano per inglobare al proprio interno una fertile zona di creatività e stimolo proveniente dal mondo femminile che molto spesso dava frutti originali in grado di produrre autentici scossoni evolutivi per il sistema.
Quando, agli inizi del millennio, l’oligarchia del privilegio iniziò l’ultima fase del suo piano di definitivo abbattimento delle conquiste socio-psicologiche, ottenute nell’arco di 300 anni -quella di cui in questo periodo stiamo vivendo l’ultimo e (secondo loro) definitivo capitolo- i due soggetti principali da abbattere, cancellare, comprare, eliminare, corrompere, sono stati gli intellettuali e le donne pensanti.
Sugli intellettuali ho espresso più d’una volta la mia opinione.
Sulle donne, lo faccio oggi per la prima volta, perché mercoledì sera è avvenuto un episodio mediatico che ha visto come protagoniste due donne –e quindi un evento diciamo così tutto interno al mondo femminile e al mondo dell’immagine femminile- che io considero emblematico di questa fase e sul quale ero convinto che il giorno dopo ci sarebbero state discussioni, zuffe, dibattiti, soprattutto su facebook e in rete e, soprattutto, sulle pagine e sui siti gestiti da donne attive in politica e che molto spesso si occupano di tematiche sociali legati al mondo femminile.
Invece non è accaduto nulla.
Neppure una parola. Neppure un rigo. Neppure una menzione (che io sappia).
Segno dei tempi.
Segno del tempo che fa, in Italia.
A metà degli anni’90, in Usa, in opposizione all’edonismo liberista reaganiano degli anni’80, le donne divennero le protagoniste del dibattito, dando vita a una nuova fase (quella cosiddetta del post-femminismo) aperta e lanciata da una poderosa e illuminata intellettuale femminista, Camille Paglia, autrice di un corposo volume dal titolo ”Sexual persona” la quale raggiunse una notevole notorietà per due frasi epiche di allora. Una era relativa alla diversa idea femminile del mondo produttivo-artistico (lei ha la cattedra all’Università della Pennsylvania in “Teoria delle Arti e sociologia dei sistemi complessi”) ben sintetizzata dalla frase “E’ vero noi non abbiamo mai avuto una Mozart, in compenso non abbiamo mai avuto né mai l’avremo una Jack lo Squartatore”. E con questa frase si aprì un furioso dibattito socio-cultural-politico sul concetto di femminicidio, arrivato in Italia con circa venti anni di tragico ritardo. Se ne comincia a parlare appena adesso, tra un vagito e un sussulto. L’altra, invece, aprì una voragine di scontro e confronto tra mondo maschile e mondo femminile perché, provocatoriamente, la Paglia elesse, in un celebre convegno pubblico a New York nel 1995, lo scrittore Henry Miller come, riferisco a memoria: “punto di riferimento importante per tutti, e soprattutto per noi donne, in quanto grande libertario, maschiaccio maschilista soltanto a letto (e meno male era ora) ma proprio perché la femmina l’ha sempre desiderata in quanto persona libera, ovverossia Persona prima di essere Carne, si è speso nell’arco della sua vita per essere al fianco delle donne, perché un autentico libertario è sempre e comunque dalla parte delle donne. La sua frase se vuoi sapere che cosa accade in una nazione e come funziona quella società vai a vedere che cosa dicono e che cosa fanno le donne, come si comportano, quali modelli veicolano, come le mostrano e come le presentano, soltanto così capirai il funzionamento del potere in quel paese diventa oggi la chiave per comprendere la svolta necessaria e indispensabile per avviarci verso una nuova evoluzione della società. Come donna, come cittadina attiva politicamente, ma soprattutto come donna pensante e come femminista, vi dico oggi che, io, il potere maschile non lo voglio né mi interessa, che se lo tengano pure. E’ quindi perdente e inutile la competitività di genere, perché per noi non ha Senso. Io voglio il mio potere femminile, che è sempre alternativo in quanto presuppone nella sua essenza la totale assenza del concetto di schiavismo. Una donna veramente potente in quanto femminile sarà sempre in prima fila a combattere….non so…scelgo a caso….. per la liberazione dei contadini malgasci dalla schiavitù. Anche se in Madagascar non sanno neppure che lei esiste. Non ha alcuna importanza. Ciò che conta per davvero è che lo sappia lei. Lì dobbiamo andare”.   
Camille Paglia (il suo pensiero) non è mai sbarcata in Italia e la tematica principale del dibattito sul post-femminismo (che da allora dilagò invece in tutto il Sudamerica) in Italia non ha mai attecchito se non in ristrettissimi circoli chiusi semi clandestini.
L’aspetto interessante di questo tipo di approccio consiste nella presentazione di una nuova e più evoluta discriminante della interpretazione del potere, e quindi, inevitabilmente, del gusto, dell’esistenza, dell’economia, della politica.
“La lotta contro lo schiavismo”.
Questa è oggi la discriminante che il movimento post femminista americano ci aveva regalato 15 anni fa. Bloccata nella sua genesi e sviluppo (non a caso) dall’irruzione sullo scenario politico-economico della famiglia Bush, tutta maschilizzante e militare, con una concezione imperialista ottocentesca nello schiavizzare i popoli, è stata riproposta invece alla fine dello scorso decennio.
Riaperto il fronte grazie a Obama (qui nel senso di Michelle), la tesi della Paglia ha subìto dei successivi aggiustamenti grazie a una sua celebre esternazione, divenuta paradigma antropologico di una nuova idea del rapporto maschio/femmina “la guerra tra sessi è una idea maschile ed è il frutto di una proiezione di impotenza inconscia dettata dalla paura, che vuole quindi l’esclusione e non la condivisione, a differenza del mondo dell’armonia che è alla base del potere femminile; il nemico di noi femmine non è il maschio, bensì le oche che rappresentano –ecco perché sono oche- una fantasia maschile proiettata di schiavizzazione. Tra una femmina cretina e un maschio evoluto preferisco andare a cena con un maschio pensante che elabora: insieme a lui troveremo il modo migliore e più efficace per liberarci dell’oca dannosa per la società, davvero pericolosa per noi donne”.
Qualche settimana fa, in occasione del suo ultimo libro appena uscito in Usa, dedicato alle nuove forme iconiche del potere femminile nell’attuale società, Camille Paglia ha contestato “l’idea obsoleta” di accogliere come modello identificativo per le donne una donna che ha molto potere per il solo fatto che abbia potere, senza andare a controllare “di che tipo di potere si tratta” e ha definito in diretta televisiva Lady Gaga (considerata la più potente donna in occidente come simbolo di riferimento socio-simbolico-economico) “la regina delle cretine, repressa e repressiva” contrapponendole, invece, una immagine iconica come Beyoncè “dotata di autentico erotismo femminile” e numerosi altri diversi tipi di donna, molte delle quali “non sono in carriera perché si sono rifiutate di aderire a quel tipo di carriera se la corsa presuppone l’applicazione di modelli schiavistici socio-economici. La suddivisione del mondo in vincenti/perdenti è un’idea maschile, legata alla tradizione storica della guerra. Quella femminile è invece tra essere felici e essere infelici”.
In Usa, oggi, si dibatte su questo.
E’ l’humus che ha prodotto “occupy wall street”.
E’ una riflessione che ripropongo come commento a un tragico segmento mediatico mandato in onda alla tivvù qualche sera fa sull’emittente La7 e che riguarda l’attuale fase politica italiana che stiamo vivendo. Mi riferisco qui a una intervista in diretta condotta da una professionista davvero intelligente nonché abile (Lilly Gruber, da un anno membro esecutivo del club Bilderberg nella gestione mediatica della schiavizzazione) divenuta, da oggi, per l’occasione, nella definizione neologica della mia mente, Lilly Marlene Gruberberg.
Dall’altra parte, nel ruolo dell’intervistata, c’era Federica Salsi, consigliera comunale appena espulsa dal M5S, cotta a puntino dai marpioni al silicio in salsa merengues.
L’intervista è stata davvero agghiacciante, per diversi motivi.
Dal punto di vista giornalistico appartiene a uno dei livelli più bassi mai visti in tivvù, e fa da pendant all’intervista a Favia, mandata in onda da Corrado Formigli qualche mese fa, promosso di recente per l’indefesso lavoro dal sapore kappagibbista di pretta marca sovietica: “delegittimare l’oppositore politico facendolo identificare in una icona negativa e quindi trasformandolo in un nemico del popolo”. Non c’ è nulla da dire al riguardo; in libera democrazia e libero mercato ciascuno fa ciò che ritiene opportuno. L’importante è capire, comprendere e decodificare ciò che fanno.
L’intervista in questione era relativa alla scelta di Beppe Grillo di espellere la Salsi dal suo movimento, di cui lui è il riconosciuto leader.
La Gruberberg e la Salsi sono apparse, quindi, per il pubblico italiano di massa, come due modelli femminili apparentemente contrapposti. In realtà non è così. E’ lo stesso modello.
Ed è tutto maschile.
Dopo aver presentato i fatti con la consueta capziosità, la Gruberberg è passata a picchiar duro sulla complicità di genere, nel condividere con la Salsi lo sconcerto di fronte al “terribile maschilismo di Grillo”, nei confronti di una donna, mamma affettuosa e moglie fedele. In tal modo ha creato subito una situazione tale per cui (in una nazione già medioevalizzata come questa) il pubblico è stato obbligato a spaccarsi in due: chi sta dalla parte delle donne e chi, invece, le attacca perché è maschilista. Mano a mano che l’intervista andava avanti il Senso si spostava. La Gruberberg, era chiaro, non aveva nessun interesse a conoscere e presentare l’opinione della Salsi: doveva farla confessare, come avveniva nei processi staliniani. Confessare che cosa? Quello che la Salsi ha confessato. E cioè che il M5S è un gruppo “maschilista” (quindi odiano le donne e le combattono) che nel M5S c’è la dittatura e come ha aggiunto “a differenza del PD dove le loro primarie hanno dato la dimostrazione di una grande democrazia”, spiegandoci anche che, in verità, il M5S non è neppure un’organizzazione politica, ma è semplicemente un business che ruota intorno al blog di Grillo che cerca di attirare contatti per acquisire pubblicità senza che nessuno abbia prodotto i riscontri perché noi non sappiamo quanto guadagni il suo blog: è l’unica cosa che gli interessa. In pratica, l’immagine che ne veniva fuori era quella di un furbone piccolo-borghese che cerca di lucrare qualche centinaio di euro al mese raccattate dagli annunci pubblicitari; e di un uomo roso dall’invidia. Chiede infatti la giornalista “Lei pensa che questo accanimento contro la presenza in televisione nasconda qualcosa d’altro?” La Salsi, poverina, persona dotata di pochi ed esili strumenti, annaspa un po’ ma la Gruberberg incalza “Non è che per caso, visto che lui sta sempre in televisione, non vuole….”. Sollevata dal suggerimento, la Salsi, finalmente si rilassa e dice che è invidioso se altri vanno in televisione, perché ci vuole andare sempre lui…
La Gruberberg, soddisfatta come un gattone sazio che si lecca i baffi, con brandelli di acciuga che ancora gli pendono dal pelame del mento, trionfante e paga, è ritornata alla solidarietà tra donne, tra mamme, tra mogli. Fine dell’intervista.
Neppure a dirlo, il giorno dopo la Salsi era ospite di Corradino Mineo su Rainews24 a dire le stesse identiche cose, più tardi sul Tg5 e sul Tg4 e infine su Skynews24.
La Gruberberg ha dato la stura e tutti seguono la nuova deriva mediatica strategica.
Si dà il caso, però, che tale solidarietà sia il prodotto di una pianificazione maschile, tutta interna a un quadro bellico maschile e maschilizzante che introduce in una botta sola una concezione sia degradante che degradata della donna.
La Gruberberg (degradante) offre, come esempio esistenziale, quello della perfetta esecutrice degli ordini dell’esclusivo club al quale appartiene, si candida a salvaguardia di una concezione schiavista del mondo (quella, per l’appunto dei Bilderberg) che annuncia i nuovi cieli staliniani all’orizzonte mediatico italiota: “chi va contro l’oligarchia bancaria, potrà essere promosso nel mercato a condizione che confessi in televisione davanti a un folto pubblico, pentendosi”. Inoltre, deve diventare veicolo pubblicitario di carattere elettorale per spingere verso l’astensione invece che per l’espressione del voto. Il mantra, infatti, è, per ciò che riguarda l’Italia: “Non votate: astenetevi”; è il motivo di base che spiega la quotidiana messe di sconcezze e illegalità che vengono annunciate nel nostro paese come se fosse una scoperta, con l’esclusivo obiettivo di spingerci a pensare che essendo tutti uguali non esiste alternativa e quindi è inutile votare. Meno votanti ci saranno, più facile sarà spartirsi la torta.
La Salsi (degradata) offre, come esempio esistenziale, quello della “donnetta” fragile, devota al potere, tutta casa lavoro e famiglia, la quale, non appena si trova a combattere una battaglia politica, corre a chiedere soccorso ai controllori del mainstream per denunciare l’esistenza dell’orco. Nel suo essere degradata manifesta una totale inettitudine al dibattito politico (è proprio ciò che piace) dimostrando che le donne non sono capaci di elaborazione e dichiara “seguiterò a fare il consigliere per altri 3 anni mezzo” aggiungendo poi che non andrà a votare, il che equivale a insultare i suoi elettori.
Appiattita e messa all’angolo dalla Gruberberg, la Salsi veicola l’immagine consolatoria della donna debole e sempre vittima, che fa da pendant a quella, invece, di chi sceglie di essere esecutrice di un’idea del mondo maschile e schiavista. Cè alla base la rinuncia alla propria condizione di Persona autonoma, libera, indipendente. La Salsi avrebbe avuto la possibilità, paradossalmente, di manifestare una propria autonomia se avesse dichiarato “siccome nel PD c’è la vera democrazia e nel M5S invece no; siccome nel PD le donne sono valutate ma nel M5S no, allora io chiedo l’iscrizione al PD e mi dimetto da consigliere perché non intendo rappresentare un movimento di maschilisti truffatori e dittatori”. In questo caso avrebbe manifestato una sua libertà autonoma.
Il tutto presentato come modello di solidarietà tra donne.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma si sa, la politica funziona così”.
Mah!
Si sente la mancanza delle donne nel dibattito pubblico, donne libere in grado di saper contrastare e denunciare la Gruberberg come  semplice esecutrice di ordini dell’oligarchia finanziaria che –per un banale caso biologico- è di genere femminile. Ma si comporta come un maschio: ha scelto di appartenere a un esclusivo club di maschi schiavisti, il massimo di ogni fantasia maschile maschilista.
Esistono modelli diversi dalla Gruberberg e dalla Salsi.
Donne che hanno affermato e affermano l’importanza fondamentale del potere femminile nella lotta e nella battaglia politica quotidiana, senza per questo dover aderire a un’idea maschile e schiavista del mondo, anzi, proponendo con il proprio esempio una idea alternativa. Una proposta Altra. Vincente non in quanto oppositiva, ma in quanto armonica, funzionale ed efficace proprio perché femminilmente femminile.
Negli ultimi dieci anni, la società italiana non è riuscita a produrre un soggetto politico originale di genere femminile, un’artista, un’intellettuale, in grado di veicolare e attirare intorno a sé passioni unificanti e aggregazioni sulla base di una proposta femminile all’attuale crisi. Non appena qualcuna accenna a qualcosa e ottiene un minimo di consenso, immediatamente viene cooptata all’interno di un meccanismo che diventa la riproposizione di un’idea maschile schiavista basata sulla visibilità, l’esclusività, l’apparenza e che si pone contro la condivisione, la solidarietà, l’armonia.
E’ il maschio che privilegia l’apparenza alla sostanza, lo è in tutto il regno animale.
E’ il maschio che privilegia l’esercizio del potere alla competenza tecnica.
La vanità narcisistica è una caratteristica maschile, quella femminile non è narcisistica.
La differenza tra l’intero continente americano e il nostro paese, più che mai, sta proprio oggi in una interpretazione opposta del ruolo della donna nella società.
Perché alla fin fine, ciò che conta sono i modelli di identificazione, i simboli che andranno a costruire l’immaginario collettivo.
Non è certo un caso che in Italia non c’è stata nessuna organizzazione politica, nessuna associazione femminile (neppure quelle femministe) che hanno dato risalto e respiro (oltre che notizie e informazione) alla Legge fortemente voluta da Cristina Kirchner un anno fa, che ha radicalmente cambiato la Storia Sociale del Diritto in occidente, a tal punto da pungere nel proprio orgoglio nazionale Hillary Clinton che si è complimentata con lei per iscritto, allo stesso tempo sgridando le proprie connazionali al Congresso per aver perso l’occasione di poter dire che ancora una volta gli Usa erano leader nella lotta della liberazione femminile. Il Congresso della Repubblica Argentina con l’88% dei voti a favore ha modificato il proprio codice penale e la costituzione non per introdurre il Fiscal Compact, bensì per istituire il reato di femminicidio nel codice penale, identificato come “violenza contro l’umanità essendo la femmina potenziale portatrice di vita nel suo grembo”. Il femminicidio, dal 1 Giugno del 2012 è diventato in Argentina il più pesante reato perseguibile dalla Legge e a gennaio del 2013 verrà applicato anche in Brasile, altra nazione dove una donna è presidente. Non è certo un caso che da quelle parti si parli di felicità (quando si parla di economia) e non soltanto di numeri e di spread così cari al club Bilderberg e la ricerca della armonia tra le parti sociali ha dato il via al varo del concetto di bilancio sociale, caratteristico modello di gestione ”femminile” dell’economia, dando vita a una nuova idea della vita sociale che propone nuovi modelli di identificazione per le giovani donne. Come nella vicina Repubblica del Cile dove si è sviluppato il più potente movimento di opposizione di tutto il continente gestito da una nuova leader, Camila Vallejos, che sta mettendo in ginocchio l’attuale amministrazione conservatrice. Recentemente è stata intervistata alla televisione di Santiago. Il giornalista, un conservatore di lungo corso, nel farle la prima domanda, ha fatto una lunga premessa dilungandosi sulla bellezza della donna (Camila è veramente bellissima) e dopo averla riempita di complimenti per la sua attrattiva fisica le ha chiesto quale fosse la relazione tra la sua veste politica e il suo fisico. E la Camila ha risposto: “La ringrazio per i complimenti che non accolgo e li rispedisco al mittente, se li può tenere. Da lei non li voglio.  Io non sto qui per essere considerata per i miei attributi fisici che appartengono a una casualità biologica. Lei parla come un colonialista dell’800. Io voglio attirare una maggioranza parlamentare che voti contro la privatizzazione degli studi per combattere contro lo schiavismo voluto dal Fondo Monetario Internazionale. Quella è l’unica attrattiva che mi interessa. Non siamo più merci da vendere al mercato. E’ proprio l’idea che sia il mercato a decidere le leggi che mi ripugna e che il nostro movimento contesta. Glie la faccio io, invece, una domanda: lei è a favore o contro la diffusione dell’istruzione di massa?”. E ha cominciato ha sciorinare una serie di dati, notizie, informazioni. Il giornalista, basito e balbettante, ha cercato di rattoppare, ma ormai era fatta. Il giorno dopo su tutti i media non si parlava di quanto Camila fosse bella, bensì delle notizie che aveva dato.
(L’immagine in bacheca è la fotografia della leader politica Camila Vallejos).
In conclusione vi allego un articolo pubblicato da una cittadina che è un soggetto politico molto attivo nel campo dei diritti civili. Si chiama Rita Guma. Il suo pezzo è uscito su Il Fatto Quotidiano in data 31 luglio 2012. Nessun dibattito. E’ andata all’attacco dei settimanali femminili che in Italia propongono un’idea della donna che appartiene totalmente all’idea iper-liberista del mondo. Ciò che conta in questo articolo, più della sua stessa sostanza, è l’effetto e le risposte che ha ottenuto: nessun effetto, nessuna risposta.
Buon week end a tutti.

Donne o quarti di bue? Femminili, facciamoci del male

In questi giorni mi è capitato di vedere, prevalentemente online, inserti e settimanali femminili con “servizi” in cui seni e glutei di donne famose di ogni età venivano fotografati in bikini e proposti all’attenzione del pubblico per un ignominioso confronto.
Molti femminili ci hanno ormai abituato alle classifiche chic e choc, quelle in cui vengono mostrate immagini con il look delle dive e di altre donne famose e in didascalia un voto allo stile oppure l’elenco degli errori moda delle protagoniste. Fin qui nulla di male: pagine (riempite velocemente e senza dover pensare troppo, basta pagare gli scatti), in cui, accanto alla soddisfazione della curiosità di parte dei lettori, qualche lettrice avrebbe anche potuto divertirsi per gli errori delle dive o apprendere come non farne.
Adesso appaiono carrellate di foto rubate del lato B o di quello A, con improbabili associazioni o classifiche (donne di tutte le età e taglie paragonate fra loro impietosamente) e soprattutto con una valutazione critica di questi particolari anatomici che almeno in precedenza erano fotografati e presentati nel loro insieme (più o meno coperto), in un servizio di moda o per illustrare l’articolo sulla presentatrice, attrice o intellettuale intervistata nel testo.
Insomma, anche sui femminili ci siamo arrivati, e non in servizi con consigli sul come essere più toniche e scattanti, ma mostrando le donne come quarti di bue. E questo sugli stessi giornali che pretendono di farci credere che difendano la parità delle donne, le sostengano nell’impegno per gestire casa e lavoro, si battano per la difesa dalle violenze.
Un effetto diseducativo, perché se una donna è un insieme di quarti di bue (belli o brutti che siano), allora ci si chiede dov’è il cervello e perché uno dovrebbe guardare e desiderare di approcciare l’insieme (cervello compreso) e non i singoli quarti, da soppesare come al mercato.
Anche perché, secondo alcuni studi, una larga fetta di giovani ancora si rivolge ai media per farsi una cultura sul sesso. E ne ricavano anche una sui rapporti fra i sessi, considerate le conclusioni di unaricerca mondiale sulle donne nei media organizzata alcuni anni fa dalla World Association for Christian Communication (in Italia dall’Osservatorio di Pavia e da professori e studenti di varie università italiane) secondo cui l’immagine e la presenza delle donne nei media è ancora fortemente segnata da stereotipi, con effetto su tutti gli aspetti della vita quotidiana dei fruitori.
L’uso dell’immagine della donna-oggetto in pubblicità era già stata denunciata da più parti, compreso il comitato pari opportunità dell’assemblea parlamentare del Consiglio di Europa, e varie polemiche hanno accompagnato più o meno di recente campagne pubblicitarie con immagini di sopraffazione sulla donna, ma i giornali femminili che le pubblicavano potevano giustificarsi con il fatto che quella pubblicità non è prodotta da loro e che la vendita degli spazi pubblicitari consente di offrire alle lettrici altri servizi e informazioni di un certo peso. Oggi, invece, alcuni femminili propongono gratuitamente classifiche di glutei e seno studiate a tavolino.



martedì 11 dicembre 2012

Il sinistro profumo delle mummie, in salsa di melodramma all'italiana.




di Sergio Di Cori Modigliani


E’ tutto Falso.
O meglio, mi correggo: è tutto Finto.
Il che è diverso.

Questa, in sintesi, la mia personale interpretazione e opinione sull’attuale scenario teatrale, squallido quanto miserevole, che gli oligarchi planetari hanno allestito per il pubblico, italiano e non.
Si sa che, tra i paesi dell’Unione Europea, noi vantiamo la paternità di una innegabile ricchezza in tutto il mondo e mai messa in discussione: siamo gli inventori del melodramma.
Di conseguenza, nei momenti di turbolenza, ciascuno usa le proprie armi migliori.
Noi abbiamo il teatro con urla, allarmi, piagnistei e cori. Ma la vicenda è fittizia.

E’ tutto Finto.

Non è vero nulla.
Non esiste nessuna opposizione da parte di Berlusconi –e di chi lo rappresenta, lo guida, lo controlla e gli dà specifiche disposizioni- contro Mario Monti & co. Nada de nada. O meglio: nicht!
Non esiste nessuna sorpresa, nessun cambiamento, nessun problema. Per nulla.
Anzi.
E’ stato concertato nel più abile dei modi, in maniera sfacciata e anche un po’ volgare, ma questo è un paese ormai sfiancato e si beve qualunque cosa.
E’ stata una mossa ingegnosa, devo dire, ma non sorprendente.

Non esiste nessuna opposizione perché se l’atto ufficiale di Berlusconi, sancito da Alfano con la frase “consideriamo esaurita la parentesi del governo Monti” fosse stato vero, cioè autentico, l’inevitabile conseguenza si sarebbe manifestata nel rifiuto da parte del PDL e della Lega Nord di votare le quattro determinanti e fondamentali leggi che devono A TUTTI I COSTI passare entro la fine dell’anno, e quindi assumendosene la responsabilità, ovverossia: 1) Legge di stabilità con la quale si avvia la sanzione della definitiva schiavitù italiana ai colossi della finanza speculativa; 2) Legge sui provvedimenti relativi alla riforma delle forze armate; 3) Sequestro dei beni di tutte le società legate alla famiglia mafiosa Corallo che deve qualcosa come 70 miliardi di euro all’erario perché gestiscono la totalità delle “concessioni statali relative alla distribuzione, allocazione, controllo e sfruttamento” delle slot machine, sale bingo, e gioco d’azzardo legalizzato sul territorio italiano (unica nazione in tutto il mondo occidentale) e richiesta all’interpol di arresto per una ventina di persone: sono 6 anni che non pagano le tasse all’erario; 4) Rispetto dei parametri europei che impongono –senza deroga alcuna- di obbligare lo Stato del Vaticano a pagare entro il 31 dicembre 2012 gli svariati miliardi di euro che deve al Tesoro della Repubblica Italiana, pena una multa immediata da parte nostra (nel senso soldi delle nostre tasse) pari a 1 miliardo e 256 milioni di euro, perché questo chiede l’Europa: l’IMU (ricordate il “ce lo chiede l’Europa”) va applicato a tutti. E in Europa, come ben sappiamo, la voce forte la fa la Germania, che non è cattolica, e con il Vaticano ha un conto aperto ben 500 anni fa e su questo punto ha chiarito per ben sette volte all’Italia che non avrebbe più consentito nessun rimando.
Febbraio 2010, novembre 2010, marzo 2011, ottobre 2011, febbraio 2011, novembre 2011, marzo 2012: regolarmente gli ispettori della BCE, della Troika, ecc, comunicavano al governo italiano di far mettere il Vaticano in regola (pena multa salatissima che ogni volta aumentava dei rispettivi interessi dovuti a dilazioni supplementari)  e gli italiani rispondevano sempre e immancabilmente all’italiana “sì certo, ci pensiamo noi” sapendo che tra Cicchitto, la Bindi, Buttiglione, Formigoni, Maroni, Rutelli, Franceschini, i gemelli Letta –nel senso di zietto e nipotino- ci avrebbero messo una pezza e sarebbe finita come sempre accade in Italia: nulla di fatto e tutti benedetti dal vescovo di turno.
Per risolvere tutto ciò, ovverossia: far passare la Legge di stabilità senza nessun problema; regalare decine di miliardi di euro alla mafia e seguitare a diffondere il gioco d’azzardo; far varare la nuova riforma sulle forze armate che lancia l’aumento delle spese militari trasformando l’Italia nel più forte produttore e venditore di armi al mondo tra le nazioni che non sono iscritte come potenze nucleari; e infine trovare un sistema per non far pagare le tasse al Vaticano, bisognava allestire un melodramma convincente.
La pantomima messa su dalla cosiddetta classe politica italiana è perfetta, cade a fagiolo in tutti i sensi e garantisce la BCE che le cose –per ciò che riguarda l’Italia- vanno a meraviglia e possono proseguire nella attuale medioevalizzazione del nostro paese senza problema. Per far ciò ci voleva un teatrino sicuro: il nostro consueto burlesque.
Tutti a parlare di banche, spread, il mondo che insorge contro Berlusconi, la credibilità internazionale, ecc.,ecc., e così facendo il Berluska gestisce la destra sociale e consente a Monti (idea melodrammatica degna del miglior Puccini) di poter entrare “ufficialmente” in politica alla grande.
Nell’ottobre del 2011, infatti, Berlusconi aveva accettato l’ordine del suo capo-ufficio di mettersi da parte per lasciar passare un suo collega ben più strutturato, il nostro baldo ragionier vanesio. Aveva posto un’unica condizione che Monti aveva accettato sottoscrivendola pubblicamente “accetto il mandato tecnico e garantisco che non mi candiderò a nessuna carica politica istituzionale e non parteciperò in alcun modo alle elezioni” tranquillizzando così il PDL e il PD (nella sezione gonzi infantili, tipo Fassina and co. ecc.). Così aveva ottenuto l’appoggio di entrambi.
Davanti a una ipotesi elettorale, attuale e probabile, che vede in grandissimo spolvero M5S e PD pieno di vendoliani e renziani che scalpitano e pretendono, era chiaro anche a un bambino che le cose potevano mettersi in maniera non facile da gestire. E così, Berlusconi tira la volata a Mario Monti per salvare in cambio le proprie aziende: lo regala su un piatto d’argento a chi di dovere (che sia Caltagirone, la Unicredit, Casini, Montezemolo, Giannino, Fini, Bersani, Alfano o altri ancora, è irrilevante) perché rompendo “ufficialmente” il patto di non belligeranza, autorizza “legalmente” e “davanti alla nazione” Mario Monti a poter dire a tutti: “io mi sarei anche tenuto fuori, ma come vedete non è stata rispettata la parola e quindi attaccato devo pur rispondere”.
Era l’unica possibilità pratica per Mario Monti per poter impossessarsi delle leve elettorali. Non ce n’era nessun’altra che fosse plausibile.
Davvero non ce n’erano altre.
Tutti d’accordo, quindi.
Altrimenti, la borsa italiana avrebbe perso (a quest’ora) circa il 15%, le azioni Mediaset e tutte quelle delle aziende berlusconiane avrebbero visto (essendo decotte) un ribasso del 20/30% e lo spread sarebbe schizzato intorno ai 400/450 punti. E invece nulla. Per aggiungere un pizzico di thrill (altrimenti che melodramma sarebbe) hanno fatto credere che i “mercati” avevano reagito male (e ci avete probabilmente creduto anche voi) che adesso stavamo tutti sulla graticola e quindi stiamo calmi per evitare il peggio, e invece non è accaduto proprio nulla. Vi garantisco che è bene fidarsi dell’opinione di analisti professionisti di borsa, tutti –nessuno escluso- concordi all’unanimità nel sostenere “è tutta robbetta, sono tutti contenti a fare milioni a palate; avevamo già ricevuto ordini specifici di acquisto e vendite a specifiche ore per lunedì e martedì” (basta andare a chiedere i tabulati del volume d’affare svoltosi, roba da comiche).
Volano in borsa le aziende strategiche del gruppo Finmeccanica coinvolte nelle inchieste della magistratura perché sanno che, a governo dimesso, non se ne farà più nulla. Vola in borsa il titolo Lottomatica che raggiunge il proprio massimo storico trascinando tutta la borsa italiana perché non se ne farà più nulla e il gioco d’azzardo dilagherà ancora di più. Volano in borsa tutte le aziende legate alla produzione di armi, in quota Lega Nord e PDL. Tutti felici, quindi.  Con Mario Monti che deve soltanto scegliere, se farà il presidente della repubblica o del consiglio. Basterebbe pensare alla spaesata tranquillità di tutti, da Berlusconi a Vendola, da Bersani a Fassina, nella giornata di oggi: questa mattina, infatti, si decideva alla Camera dei Deputati il voto definitivo che affidava all’esecutivo la “definitiva revisione dello strumento militare in vista dell’applicazione del memorandum of understanding (ndr. vedi post scriptum)”. Basterebbe pensare che il Ministero della Difesa ha ottenuto, negli ultimi quattro mesi grazie alla spending review un aumento di 1 miliardo e 450 milioni di euro nei prossimi 30 mesi. Poiché tale investimento aveva sforato il budget è stato deciso di sottrarlo alla sanità e all’istruzione.
Questa è l’Italia di Berlusconi-Monti-Bersani: meno soldi alla Sanità e alla Cultura, più soldi per il varo della (la chiamano così) “nuova configurazione dell’esercito smart che trasforma il nostro esercito in una forza moderna, flessibile, avanzata”. Un vero delirio.
Volano i titoli della Beretta, di cui immagino sappiate il più importante azionista è lo Ior, dato che la fonte principale di guadagno dello Stato del Vaticano proviene dalla vendita di armi d’assalto.
Tutto qui.
Per oggi, basta così.
Volevo soltanto aggiungere la mia come parte della valanga di opinioni su ciò che sta accadendo.
E il mio punto di vista mi sembra sia molto chiaro: non è accaduto nulla.
Hanno trovato il modo per far passare la Legge di stabilità “come compromesso tra Monti e il PDL per salvare il quadro istituzionale”; allo stesso tempo, poiché il governo se ne va, non ci sono più i tempi per occuparsi dell’evasione di chi gestisce le slot machine, si arriva verso il 10 gennaio con il Vaticano non tassato e “automaticamente” il Tesoro dovrà pagare la multa di cui a nessuno verrà data comunicazione e quindi aumenterà il disavanzo pubblico e Monti potrà dire che è colpa dello spreco della sanità e dell’istruzione.
Berlusconi non è tornato, non se n’è mai neppure andato.
Idem per Monti.
Non è cambiato nulla.
Se avesse vinto Matteo Renzi, ci saremmo risparmiati quantomeno l’attuale burlesque.
Ci sarebbe stato un grave sussulto, carte rimescolate, dibattiti, accesi confronti.
Perché le mummie sarebbero andate in pensione, questo è poco ma sicuro. Ma è un discorso divenuto tabù e non si può parlare di questo oggi in Italia: è finito come Di Pietro, entrambi cancellati in un baleno perché stavano esagerando. Chi osa, oggi, parlare di Di Pietro è considerato un mentecatto e chi osa oggi ricordare il programma di Renzi è considerato un ignobile conservatore servo della Merkel al soldo di Berlusconi. Basterebbe questo dettaglio per comprendere il melodramma che hanno mandato in scena. Pensate che nel programma di Renzi i primi cinque punti sono gli stessi identici del programma di Beppe Grillo: 1) Abolizione immediata del finanziamento pubblico ai partiti; 2) Abolizione delle fondazioni bancarie; 3) Abolizione del finanziamento statale e sussidiario all’editoria e all’informazione; 4) Abolizione di cariche cumulative nelle banche, istituzioni finanziarie, società immobiliari per impedire il consociativismo nel mercato a scapito della libera concorrenza; 5) Immediata apertura di un negoziato con l’associazione dei sindaci per rivedere i parametri della legge di stabilità e consentire ai singoli comuni di investire le risorse nel territorio locale per rilanciare l’occupazione autoctona residente.
Questo era ciò che Renzi prospettava. E’ stato considerato un mascalzone fascista.
Il bello è che i sostenitori (di sinistra) dell’idea, anzi “dell’informazione” per cui Matteo Renzi era un vero e proprio fascistone all’arrembaggio, sono gli stessi che oggi (tipo vendoliani e la nostalgica truppa al seguito) accettano di buon grado l’idea di accordarsi con Casini, che probabilmente tra una ventina di giorni ci presenteranno, forse, come l’emulo di Lenin.
Fatti fuori Di Pietro e Renzi, per le mummie il tutto è diventato un gioco da bambini.
Oggi stanno facendo affari d’oro in borsa.
Quindi, per concludere: chi si sta mettendo paura perché pensa che adesso succede chissà che cosa, può dormire sogni tranquilli: non accadrà nulla.
Nessuno porterà via i vostri soldi, non arriverà nessuna speculazione e se accade un giorno o due è tutto finto e non dovete preoccuparvi. A loro è sufficiente seguitare a portare avanti la tenuta dello status quo, l’abbattimento dello stato welfare, l’annullamento degli ammortizzatori sociali, la definitiva cancellazione della classe intellettuale, salvo coloro che partecipano all’esecuzione del melodramma. Per le mummie al comando ciò che conta è salvaguardare il loro consociativismo e seguitare a spingere verso la definitiva trasmigrazione dell’Italia da “nazione imprenditoriale”  a “nazione puramente prenditoriale”. Quindi, il ritorno a un concetto pre-capitalista, che rifonda il rentier aristocratico come era sempre stato fino alla fine del XVIII secolo. Ben aiutati e sorretti dalla truppa mediatica asservita e dai cosiddetti intellettuali italiani che hanno coniato il termine di società post-capitalista. Anche questo è un Falso. Da noi stanno semplicemente riproponendo il Medioevo: si tratta infatti di regressione sociale, psicologica, economica, lavorativa, esistenziale. Soprattutto culturale.
Dunque, non cambierà nulla.
Caso mai, il punto è proprio questo.
Questo sì, è il vero problema di questo paese.
E per cominciare a poter fare qualcosa che odori di cambiamento, il primo passo consiste –se non altro- nel non applaudire al melodramma, nel non seguirlo, e se è possibile, sottrarsi alla sua esecuzione. Basta smascherarlo e l’ansia se ne va.
Buona giornata a tutti.

P.S.
Il “memorandum of understanding” è un accordo strategico ufficiale firmato dal direttore generale militare delle forniture del Ministero della Difesa e acquisizione degli armamenti, nel 2001, fortemente voluto in quella carica da Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa, il quale garantì al Pentagono il varo di una nuova “duttile configurazione dell’esercito italiano” che avrebbe giustificato l’investimento di circa 12/15 miliardi di euro da parte del governo italiano. Tempo necessario di esecuzione intorno ai 12 anni. Tutto come previsto, quindi. Questo funzionario si chiama ammiraglio Giampaolo Di Paola, in teoria sarebbe “il tecnico” che Mario Monti ha scelto come Ministro della Difesa nel novembre del 2011.
No comment.