mercoledì 21 novembre 2018

La nuova trappola comunicativa delle destre populiste all'assalto: senza bandiere!





di Sergio Di Cori Modigliani

La Politica ruota intorno alla simbolica e alla ritualità dei suoi officianti, aderenti, sostenitori.
Da sempre è stato così, fin dagli albori dell'umanità.

Il geniale antropologo e psichiatra Paul Watzlawick(fondatore del celeberrimo gruppo "Change" e direttore del Mental Research Institute di Palo Alto, in California) raccontava ai propri studenti la sorpresa che aveva colpito lui e sua moglie quando negli anni'50, in mezzo alla foresta della Nuova Zelanda, alla ricerca di una certa specifica tribù cannibale primitiva, con la quale volevano entrare in contatto per le loro ricerche di psico-etnologia sul campo, d'un tratto, tra il fogliame esotico pullulante di uccelli variopinti, avevano visto degli strani vessilli di materia vegetale che si muovevano circondandoli, riflettendo la luce del sole che faceva brillare i colori sulle bandiere. Dopo pochi minuti, si manifestarono i selvaggi che li accolsero nel loro villaggio dove rimasero a vivere per circa un anno. Gran parte dell'attività creativa della tribù consisteva nella creazione di vessilli e bandiere il cui fine consisteva nel rappresentare la loro idea di mondo e spaventare i potenziali nemici. Diverse tribù concorrenti (a loro ostili) non erano così creativi e quando incrociavano per caso o per sfortuna i vessilli di quella tribù fuggivano via in preda al terrore. Decise, pertanto, di dedicare uno studio approfondito al concetto di bandiera, come simbolo iconico e totemico, presente in tutte le civiltà del pianeta dagli albori dell'umanità sostenendo che si trattava del più antico esempio di socialità, già presente tra gli umani ancora prima di diventare Sapiens.
Portando avanti le sue ricerche sull'evoluzione psicologica del comportamento umano, Watzlawick identificò il concetto di "bandiera" con il "pensiero forte", ovvero con il bisogno da parte degli esseri umani (socializzati in maniera collettiva) di "percepire" e "sentire" l'identità del gruppo facendo corrispondere un lembo di tessuto colorato e/o disegnato con l'idea di un progetto sottostante, immediatamente identificabile da chicchessia con il pensiero autentico di quel determinato gruppo, collettivo, Paese, Nazione, Stato. 
Chi crede alle proprie idee, perchè è convinto della loro bontà ed efficacia, è sempre orgoglioso della specifica bandiera che sintetizza e simbolicamente rappresenta il credo e anche un progetto comune. Sulle lunghe aste dei vessilli che i porta-bandiera delle legioni romane portavano in battaglia erano raffigurate (dipinte con polvere d'oro) monete, una donna che indossava una tunica blu e spighe di grano, simboli di ricchezza, sessualità, fertilità e nutrimento per tutti.
Per i romani, quel vessillo era il simbolo della loro civiltà superiore, e la sola presenza faceva sentire i nemici in una situazione di manifesta inferiorità.
Senza bandiere, sosteneva Watzlawick, non esiste la coesione sociale, manca l'identificazione (che regala sicurezza e forza d'animo) e indebolisce la manifestazione del proprio pensiero e della propria idea di mondo.

Tutto ciò è noto da sempre: non è mai esistita nessuna organizzazione collettiva che propugni una qualunque idea senza una bandiera che la identifichi.

Ma c'è una novità di questi tempi che sta dilagando come moda trendy in gran parte dell'occidente.
Lanciata come modello inclusivo.  
Usata anche dal brasiliano Bolsonero nella sua campagna elettorale come simbolo negativo, ovvero come segnale manifesto della inutilità del presentarsi come destra o come sinistra, perchè ciò che conta è l'unità di intenti del popolo tutto insieme nell'essere contro. 
Sbarcata trionfalmente in Europa nelle manifestazioni di questi giorni in Francia, con il dichiarato proposito di lanciare un nuovo modello di comunicazione aggregante.
Si assiste a manifestazioni politiche di massa caratterizzate dal perentorio ordine dall'alto (??) di non esibire bandiera alcuna. 
Una folla unita dalla mancanza di progettualità, dalla rinuncia all'affermazione di una propria visione, dall'assenza, quindi, di tutto ciò che per definizione separa, ovvero la propria idea di mondo per la quale si combatte e ci si raduna tutti insieme.
Manifestazioni come quella di Parigi di questi giorni appartengono al mondo mediatico della post-verità. Quella in corso in Francia la considero la prima grande manifestazione di massa nella storia dell'umanità a favore del petrolio, contro gli investimenti e gli incentivi per le energie rinnovabili e contro un'economia legata all'ecologia sostenibile, un trucco da baraccone organizzato con diabolica abilità dalla destra iper-liberista sostenuta e finanziata dai petrolieri internazionali che vogliono difendere, salvaguardare e sostenere l'obsoleta e tossica economia del fossile. 
Cavalcando con furiosa e cinica mistificazione il disagio sociale, coloro che vogliono abbattere l'onda verde in arrivo, ovvero i grandi petrolieri e le società finanziarie che li sostengono, scendono in piazza contro il governo francese e la Ue.
Ovviamente senza bandiera. Nascondendosi dietro la mancanza di bandiere, i petrolieri issano la loro: una bandiera invisibile e per questo pericolosa.

E' bene dedicargli dei pensieri e seguire con vigile attenzione questa "moda" della mancanza di bandiere nel nome di una presupposta unità di intenti di liberi cittadini, quando questa "unità di intenti" è poco identificabile, non è cioè riconducibile ad un progetto o una battaglia  riconoscibile, quando è mera rappresentazione di malumore, quando può essere cavalcata da chiunque, quando è, appunto, presupposta.
Stiamo assistendo ad una inedita stagione di manifestazioni proposte, lanciate e gestite da donne (anche quelle francesi sono iniziate così, con raduni di "innocue casalinghe" in Provenza e in Camarga) che dichiarano di non essere nè di destra nè di sinistra e che da sole portano in piazza migliaia di persone più o meno imbufalite. Ne riconosco l'intenzione di partenza, cioè quella di sottrarsi alla strumentalizzazione dei partiti, i cui errori hanno provocato questa ondata di antipolitica; ma credo che si stia trasformando in una new entry nelle mode di massa della società mediatica, dove vengono mescolati input diversi che i big data segnalano come propulsori del consenso.. 
Non mi fido, in questo momento, di chi non "osa" esibire la propria bandiera di appartenenza (che non è solo la bandiera di un partito/sindacato). Non è più il momento della rabbia (che unisce), è il momento della proposta (che divide), lo scrivo qui da almeno quattro anni. 
Non è il momento dell'unità "contro" ma dei distinguo "per".  
Credo che questo sia il momento di stare sotto una bandiera. Ognuno la sua. 
Per fare chiarezza.
I francesi stanno percorrendo una strada che noi abbiamo già percorso. 
Almeno in questo noi stiamo più avanti. Spero.
 

P.S
Poichè ho citato le idee del prof. Watzlawick, aggiungo qui di seguito l'elogio funebre del prof. Umberto Galimberti, uscito sul quotidiano la repubblica, nella primavera del 2007, per commemorare la sua definitiva dipartita.

Watzlawick, se le idee si ammalano

di Umberto Galimberti -(Dal quotidiano "La Repubblica" pubblicato il 4 aprile 2007)

Paul Watzlawick, morto ieri nella sua casa di Palo Alto in California
all'eta' di 85 anni, e' lo psicologo che meglio di tutti e' riuscito a
coniugare i problemi della psiche con quelli del pensiero e quindi a
sollevare le tematiche psicologiche al livello che a loro compete, perche'
ad "ammalarsi" non e' solo la nostra anima, ma anche le nostre idee che,
quando sono sbagliate, intralciano e complicano la nostra vita rendendola
infelice. E proprio Istruzioni per rendersi infelici, che Feltrinelli
pubblico' nel 1984 facendo undici edizioni in due anni, e' stato il libro
che ha reso noto Watzlawick in Italia al grande pubblico.
Nato a Villach, in Austria, nel 1921, Watzlawick nel 1949 ha conseguito
all'Universita' di Venezia la laurea in lingue moderne e filosofia. L'anno
successivo prese a frequentare l'Istituto di psicologia analitica di Zurigo
dove nel 1954 consegui' il diploma di analista. Dal 1957 al 1960 tenne la
cattedra di psicoterapia presso l'Universita' di El Salvador e dal 1960 si
trasferi' al Mental Research Institute di Palo Alto dove lavoro' con Don D.
Jackson, Janet Helmick Beavin e Gregory Bateson, diventando il massimo
studioso della pragmatica della comunicazione umana, delle teorie del
cambiamento, del costruttivismo radicale e della terapia breve fondata sulla
modificazione delle idee con cui ci costruiamo la nostra "immagine" del
mondo, spesso dissonante con la "realta'" del mondo.
Le tesi centrali che sono alla base del pensiero di Watzlawick sono: in
primo luogo che la nevrosi, la psicosi e in generale le forme
psicopatologiche non originano nell'individuo isolato, ma nel tipo di
interazione patologica che si instaura tra individui, in secondo luogo che
e' possibile, studiando la comunicazione, individuarne le patologie e
dimostrare che e' la comunicazione a produrre le interazioni patologiche.
A un individuo puo' capitare infatti di trovarsi sottoposto a due ordini
contraddittori, convogliati attraverso lo stesso messaggio che Watzlawick
chiama "paradossale". Se la persona non riesce a svincolarsi da questo
doppio messaggio la sua risposta sara' un comportamento interattivo
patologico, le cui manifestazioni siamo soliti chiamare "follia". Questa
analisi, ben descritta in Pragmatica della comunicazione umana, non si
limita a un'interpretazione dei meccanismi interattivi, ma scopre
procedimenti pragmatici o comportamentali che consentono di intervenire
nelle interazioni e di modificarle. "Paradossalmente" e' proprio con
l'iterazione di doppi messaggi o di messaggi paradossali, nonche' con la
"prescrizione del sintomo" e altri procedimenti di questo tipo che il
terapeuta riesce a sbloccare situazioni nevrotiche o psicotiche
apparentemente inespugnabili.
Partendo da queste premesse Watzlawick intende la terapia non come
"guarigione", ma come "cambiamento" a cui ha dedicato Il linguaggio del
cambiamento, Il codino del Barone di Muenchhausen e, con Giorgio Nardone,
L'arte del cambiamento. Secondo Watzlawick sono distinguibili due realta',
una delle quali e' supposta oggettiva ed esterna, e un'altra che e' il
risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni persona deve sintetizzare
queste due realta' ed e' questa sintesi che determina convinzioni,
pregiudizi, valutazioni e distorsioni dovute al fatto che il mondo della
razionalita' e' controllato dall'emisfero cerebrale sinistro che ci consente
di interpretare la realta' oggettiva in termini razionali secondo una logica
metodologica. Ma questa e' spesso in conflitto con l'attivita' dell'emisfero
destro da cui nascono fantasie, sogni e idee che possono sembrare illogiche
e assurde.
Il linguaggio della psicoterapia deve intervenire sull'emisfero destro
perche' in esso l'immagine del mondo e' concepita ed espressa, e, mutandone
la grammatica attraverso paradossi, spostamenti di sintomi, giochi verbali,
prescrizioni, si determina il cambiamento dell'immagine del mondo che e'
alla base della sofferenza psichica.
La rivoluzione non e' da poco, perche' smentisce la persuasione comune
secondo cui, a partire dalla nascita, la realta' non puo' che essere
"scoperta". No, dice Watzlawick ne La realta' inventata. Il costruttivismo,
che e' alla base della sua concezione sostiene che cio' che noi chiamiamo
realta' e' un'interpretazione personale, un modo particolare di osservare e
spiegare il mondo che viene costruito attraverso la comunicazione e
l'esperienza. La realta' non verrebbe quindi "scoperta", ma "inventata".
Da queste invenzioni nascono "stili di vita" che rendono ciechi non solo gli
individui, ma interi sistemi relazionali umani (famiglia, aziende, sistemi
sociali e politici) nei confronti di possibilita' alternative. Con molti
esempi Watzlawick mostra nei suoi libri come attraverso una nuova
formulazione di vecchie immagini del mondo possano sorgere nuove "realta'".
E cosi' la psicologia incomincia a respirare.
Oggi a raccogliere questo respiro e' la consulenza filosofica che spero
annoveri presto Watzlawick tra i suoi precursori e, sulla sua traccia,
approfondisca quella terapia delle idee che, inosservate dalla psicologia,
sono spesso la causa delle sofferenze dell'anima.

[Paul Watzlawick (Villach, Austria, 25 luglio 1921 - Palo Alto, Stati Uniti,
31 marzo 2007), psicologo, sociologo, docente di psichiatria, studioso della
comunicazione umana e quindi filosofo autentico; dal 1960 ha lavorato presso
il Mental Research Institute di Palo Alto in California; e' stato docente di
psichiatria alla Stanford University; fondamentale il suo lavoro sulla
comunicazione umana; e' stato uno dei principali rappresentanti della scuola
di Palo Alto.  Dopo aver studiato a Venezia (lingue moderne e filosofia) e a Zurigo
(all'istituto Cari Gustav Jung), emigro' nel 1960 negli Stati Uniti, dove
insegno' al Mental Research Institute di Palo Alto e al dipartimento di
psichiatria e scienza comportamentale dell'Universita' di Stanford. Per i
suoi studi cognitivi Watzlawick e' considerato il maggiore esponente della
Scuola di Palo Alto, una delle prime a rinnovare il linguaggio della teoria
della comunicazione e della psicoterapia. 'L'uomo e' infelice perche' non sa
di essere felice' scriveva Watzlawick in uno dei suoi libri piu' letti, Di
bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, del 1986. Tra le
sue 18 opere, tradotte in 85 lingue, spiccano La realta' della realta'.
Confusione, disinformazione e comunicazione (1976), Istruzioni per rendersi
infelici (1997), L'arte del cambiamento (1990) e soprattutto Pragmatica
della comunicazione umana, del 1967. In quest'ultimo libro enuncia i cinque
assiomi della comunicazione. Alla base della sua teoria, la tesi
dell'impossibilita' di non comunicare". Tra le opere di Paul Watzlawick
disponibili in italiano: (con Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson),
Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle
patologie e dei paradossi, Astrolabio Ubaldini, Roma 1971; (con John H
Weakland, Richard Fisch), Change: la formazione e la soluzione dei problemi,
Astrolabio Ubaldini, Roma 1974; La realta' della realta'. Confusione,
disinformazione, comunicazione, Astrolabio Ubaldini, Roma 1976; (con John H.
Weakland), La prospettiva relazionale. I contributi del Mental research
institute di Palo Alto dal 1965 al 1974, Astrolabio Ubaldini, Roma 1978; Il
linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica,
Feltrinelli, Milano 1980, 2004; Di bene in peggio. Istruzioni per un
successo catastrofico, Feltrinelli, Milano 1987, 2003; (a cura di), La
realta' inventata. Contributi al costruttivismo, Feltrinelli, Milano 1988;
America, istruzioni per l'uso, Feltrinelli, Milano 1989, 2002; Il codino del
Barone di Muenchhausen. Ovvero: psicoterapia e realta', Feltrinelli, Milano
1989, 1991; Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano 1990,
1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. Manuale di terapia
strategica e ipnoterapia senza trance, Ponte alle Grazie, Firenze 1990; (con
Giorgio Nardone), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore,
Milano 1997; (con Giorgio Nardone), L'arte del cambiamento. La soluzione dei
problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi, Ponte alle
Grazie, Firenze 1999; (con Camillo Loriedo, Giorgio Nardone, Jeffrey K.
Zeig), Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, Milano
2002; Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie, Firenze 2007.
Gregory Bateson e' nato nel 1904 a Grantchester, Cambridge, in Inghilterra,
figlio di un eminente scienziato; compie studi naturalistici ed
antropologici, di logica, cibernetica e psichiatria; un matrimonio con la
grande antropologa Margaret Mead; Bateson ha dato contributi fondamentali in
vari campi del sapere ed e' uno dei pensatori piu' influenti del Novecento;
e' scomparso nel 1980 a San Francisco, in California. Opere di Gregory
Bateson: Naven, Einaudi, Torino 1988; Verso un'ecologia della mente,
Adelphi, Milano 1976, 1990; Mente e natura, Adelphi, Milano 1984, 1995; Una
sacra unita', Adelphi, Milano 1997; (in collaborazione con la figlia Mary
Catherine Bateson), Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989, 1993. Si
vedano anche i materiali del seminario animato da Bateson, "Questo e' un
gioco", Raffaello Cortina Editore, Milano 1996. Opere su Gregory Bateson:
per un avvio cfr. AA. VV. (a cura di Marco Deriu), Gregory Bateson, Bruno
Mondadori, Milano 2000; Sergio Manghi (a cura di), Attraverso Bateson,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1998. Cfr. anche Rosalba Conserva, La
stupidita' non e' necessaria, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze) 1996,
1997, particolarmente sulle implicazioni educative e la valorizzazione in
ambito pedagogico della riflessione e dell'opera di Bateson. Una
bibliografia fondamentale e' alle pp. 465-521 di Una sacra unita', citato
sopra. Indicazioni utili (tra cui alcuni siti web, ed una essenziale
bibliografia critica in italiano) sono anche nel servizio con vari materiali
alle pp. 5-15 della rivista pedagogica "Ecole", n. 57, febbraio 1998. Tra i
frutti e gli sviluppi del lavoro di Bateson c'e' anche la "scuola di Palo
Alto" di psicoterapia relazionale: di cui cfr. il classico libro di Paul
Watzlawick, Janet Helmick Beavin, Don D. Jackson, Pragmatica della
comunicazione umana, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971; e su cui cfr. Edmond
Marc, Dominique Picard, La scuola di Palo Alto, Red Edizioni, Como 1996]







1 commento:

  1. ancora convinto che i gilet gialli siano espressione dei petrolieri?

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