venerdì 7 marzo 2014

La solitudine del maratoneta: un viatico per i nostri tempi bui, tra falsificazioni e grandi utopie.



di Sergio Di Cori Modigliani

Parliamo di cinema, di quello grande e indimenticabile.

Qualche sera fa, nel corso di una rubrica televisiva di notizie sul cinema, in onda su Rai4, la giornalista che conduceva il format ha intervistato il prof. Massimo Cacciari (noto cinefilo), al quale ha chiesto se ritenesse che i film, ancora oggi, contenessero una forza d'impatto nella formazione dell'immaginario collettivo. Il filosofo Cacciari è rimasto un attimo interdetto e poi ha risposto prontamente: "Ma certo, anzi, direi sempre di più. Il cinema è la più poderosa e potente arma propagandistica esistente. E' dotato di una forza micidiale, molto ma molto di più della televisione....". 
Sono d'accordo con lui.
Poi gli ha chiesto quale fosse il film o i film che lo avevano colpito quando lui era ragazzo.
Cacciari ha risposto che erano i western, soprattutto "Ombre Rosse" "Duello al sole" e gli altri grandi film epici che hanno fatto la storia di quel genere.
Dopo averlo ascoltato, ho pensato a quale potesse essere la reazione, oggi, dei giovani cinefili, nel guardare quello che, nella mia personale biografia, è il film dei film, quello che mi ha sedotto, letteralmente infiammato, accendendo in me una intramontabile passione civica, spingendomi verso l'attivismo politico. 
Avevo, allora, 14 anni, il cinema era il mio pane formativo e non ero consapevole di quanto fossi fortunato nel vivere quella che gli storici avrebbero definito la più grande decade -in assoluto- del cinema mondiale, quella tra il 1960 e il 1970, quando in Europa la parte del leone la facevano la cinematografia italiana e quella inglese. Nel 1971, l'Italia batteva l'Inghilterra posizionandosi come la seconda industria al mondo, dopo Hollywood, come quantità, qualità, fatturato e profitto dei propri prodotti.
Il film che mi illuminò era inglese, diretto dal più grande regista britannico dell'epoca, Tony Richardson.
Era tratto dal romanzo breve di uno scrittore londinese, Allan Sillitoe, che faceva parte di quella avanguardia di romanzieri, drammaturghi e cineasti, che allora era stata definita "la generazione arrabbiata", di cui Sillitoe era considerato il grande erede di Charles Dickens. Come lui era nato e cresciuto in una famiglia molto povera, e a diciotto anni, per sopravvivere, si era arruolato in marina finendo nel sud est asiatico, dove aveva preso la tubercolosi ed era finito in un ospedale militare a Sumatra, in un lungo e doloroso ricovero. Lì aveva scoperto la letteratura, leggendo tutto ciò che poteva, e quando lo avevano dimesso, Sillitoe era ritornato in Inghilterra iniziando a pubblicare i suoi racconti, che raccontavano il mondo interiore, i sogni, le ambizioni, i sentimenti degli emarginati, dei membri delle classi più disagiate e colpite.  Nel 1959, un suo racconto, aveva affascinato un giovane regista di talento (Karel Reisz) che lo convinse a scrivergli la sceneggiatura per un suo film "Sabato sera, domenica mattina", facendo esordire uno sconosciuto arrabbiato dell'epoca, che lavorava come facchino in un albergo, Albert Finney, che si sarebbe poi imposto, diventando il più famoso (e giustamente premiato) attore inglese degli ultimi 50 anni. 
Tony Richardson decise di fare un altro film tratto da un suo romanzo breve "La solitudine del maratoneta", a quei tempi un bestseller nella cultura anglo-sassone, francese e tedesca, ma che in Italia non era stato tradotto, perchè considerato troppo cruento. Il protagonista del film è Colin Smith (interpretato da Tom Courtney, diventato poi il simbolo della swinging London contestatrice dell'epoca) un giovane della periferia degradata londinese, pieno di livore e di rabbia compressa, vissuto passando da un carcere all'altro. Colin ha un grande talento naturale, che è anche la sua ambizione: correre. All'inizio del film finisce in un riformatorio pesante, dove c'è la feccia della società, giovani delinquenti senza futuro, immersi in un universo concentrazionario fatto di violenza, torture, nessun futuro possibile. Colin è un individualista, non parla con nessuno, lui vuole soltanto correre. Non avendo spazio, lo fa nel recinto consentito per la passeggiata quotidiana all'aria aperta dove (tra le risate e gli insulti degli altri carcerati) corre e corre, girando in tondo, per una, due, tre ore senza mai fermarsi.
La corsa di lungo respiro è tutta la sua vita, è tutto ciò che ha, è l'unica cosa che gli dà identità, gli ricorda che lui è cresciuto scappando con la polizia alle calcagna.
Lo nota il nuovo direttore del carcere, che rappresenta la nuova classe dirigente inglese, efficiente, tecnocratica, votata al marketing. In seguito a pressioni politiche tese a trasformare il riformatorio in un luogo più umano, il direttore decide di mettere su una poderosa sfida sportiva tra i reclusi e gli studenti di un elegante  raffinato college frequentato da giovani aristocratici, che si sfideranno in una maratona di 45 chilometri. E così, si lancia nell'organizzazione di questo evento, e prende Colin sotto la sua protezione, avendo intuito il suo poderoso talento sportivo. Gli concede dei privilegi, gli permette di uscire fuori per correre (sotto scorta) allenandosi per la sfida. Parla con lui, cerca di capirlo, gli spiega che ha intenzione di investire nella sua persona, di farlo entrare nella squadra nazionale per portarlo alle olimpiadi. Comincia a operare su di lui per trasformarlo in un consapevole vincente. Per il direttore del carcere, vincere è la sua grande ambizione, a tutti i costi. Colin diventa il suo cocco, disprezzato e invidiato dagli altri carcerati. Finchè non arriva il giorno della gara e parte la maratona, che si conclude in un grande stadio dove sugli spalti sono assiepati, insieme, le famiglie degli aristocratici privilegiati e i parenti, gli amici, i sostenitori dei carcerati. Colin ha iniziato la sua corsa partendo a razzo e macina chilometri su chilometri, poi, verso il finale la distanza tra lui e il secondo diminuisce, ma lui riesce ad allungare perchè vede lo stadio, sente le urla, è ormai tutto preso dalla sua idea di essere vincente. Entra nello stadio da solo, ancora fresco, pieno di forza, e comincia a fare gli ultimi due giri. Guarda sugli spalti e capisce che con la sua vittoria finirà finalmente dalla parte giusta della società, quella del privilegio, quella delle rendite garantite, quella che gli ha fatto balenare il direttore. L'attore Tom Courtney è bravissimo nel regalarci il diapason di tutte queste emozioni che nel romanzo vengono descritte attraverso una perforante analisi psicologica. 
E si arriva alla fine del film.
Tuttora (e su questo l'intera critica internazionale è sempre stata d'accordo) è considerato il più grande finale di film dell'intera cinematografia europea degli ultimi 60 anni, il più famoso in assoluto.
Ormai, Colin ce l'ha fatta, gli mancano poche centinaia di metri. Ma in prospettiva del traguardo, lui capisce di essere finito vittima di una trappola, perchè quella sarà la vittoria dell'idea del mondo del direttore del carcere, non la sua, e la sua vittoria confermerà il principio che suddivide la società del mondo in vincenti e perdenti, la logica che lui ha sempre detestato e che ha prodotto la sua colossale rabbia. E allora rallenta, aspetta che il secondo compia il giro dello stadio per avvicinarsi a lui e quando sta per arrivare al filo di lana e vincere, si ferma.
Sa di essere il migliore, ma sa anche la differenza tra l'arte del correre come espressione e la vittoria come affermazione di un principio marketing che non lo riguarda.
Sceglie di non vincere.
Nel romanzo viene spiegato come, in quel momento, lui capisce che non sarà mai più un delinquente e non sarà più neanche arrabbiato e violento, perchè il suo livore si trasformerà invece in disprezzo civile nei confronti di una logica che lui aborre.
Il film uscì in Italia circa due anni dopo, alla fine del 1964.
Gli diedero come titolo "Gioventù, amore e rabbia", una scelta marketing provinciale, e in Italia divenne un film culto dei giovanissimi di allora.
Se andate su Google e pigiate il titolo italiano trovate subito i riferimenti.
Inframmezzato, tra un sito di cinema e l'altro, si trova la presentazione di un libro, pubblicato da Sperling & Kupfer alla fine del 2011 che si chiama "Gioventù amore e rabbia" scritto da Luca Telese che non ha niente a che vedere con il film. Lo stesso Telese, in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano online in data 21 novembre 2011, si applaudiva da solo e spiegava "come sapete i libri e i titoli si pensano mesi prima" spacciando come propria un'idea che non era sua, rubata -molto probabilmente- a un ricordo che suo padre gli aveva trasmesso o che aveva letto da qualche parte. L'ho trovato un sintomo dei nostri tempi, la consapevolezza che in questo paese non esiste memoria, un segnale che, da solo, ci restituisce la cifra della differenza tra l'atmosfera degli anni '60 e quella di oggi, immersi (come siamo) in questa interpretazione del mondo renziana, basata sul principio che l'unica cosa che conta nella vita è vincere. A ogni costo.
Non è così.
Noi, allora, lo sapevamo.
L'abbiamo imparato da questo film e dal bel romanzo di Sillitoe.
Nella vita non ha nessuna importanza se uno riuscirà o non riuscirà a colmare le proprie ambizioni. Il mondo è pieno di persone diventate potenti re di qualche cosa che sono infelici, così come ci sono anche modesti impiegati che sono riusciti a essere felici.
Ciò che conta, secondo me,  non è ciò che si diventa.
Ciò che davvero conta è ciò che si riesce a non diventare.
Questa è l'unica grande sfida esistenziale.
E' una gran bella differenza.

Buon week end a tutti.

1 commento:

  1. Mi piace sostenere che, può, essere importante vincere.Non vincere per vincere,o vincere per sostenere il progetto di altri,registi sfruttatori di quella vittoria.Quanto vincere per realizzare quell' ideale di bene comune che in quanto tale è la vittoria sul proprio squallido egoismo.Quel maratoneta infatti....fu vincitore!

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