lunedì 17 febbraio 2014

E' iniziata la battaglia contro l'euro.

E' iniziata la battaglia contro l'Europa dell'euro, non vi è alcun dubbio.


Ho voluto sintetizzare così, nella maniera più sintetica possibile, e immediatamente percepibile da chiunque, l'esito dei colloqui tra Monsieur Hollande e Mister Obama a Washington, non a caso accompagnati da uno stuolo di economisti di entrambe le sponde.

A questo bisogna aggiungere un importante gruppo di economisti e finanzieri inglesi, i quali, molto preoccupati, hanno previsto un furioso attacco contro l'euro e contro le economie dei paesi dell'eurozona entro pochissimi mesi se non si interviene subito e hanno pubblicato negli ultimi due giorni diversi articoli sull'argomento.


Intendiamoci, niente di ufficiale e clamoroso, è chiaro, nè da Washignotn nè da Parigi.

Ma la diplomazia si è già messa al lavoro e le voci cominciano a diffondersi. 

Non è certo un caso che il primo media occidentale ad andare all'attacco dell'euro -in maniera frontale e dirompente- sia stato un attendibile quotidiano francese, "La Tribune" che ieri pubblicava un forte articolo firmato da eminenti economisti di quel paese che chiedono "ufficialmente" l'uscita della Francia dall'euro. 

E tra i galli è iniziato subito il dibattito di fuoco. 

Neanche a dirlo, da noi neppure un commento, una nota, una citazione. 

Con l'unica eccezione di un sito on line "Voci dall'estero" che riporta per intero l'importantissimo articolo che qui propongo ai miei lettori. 

Lo trovate sul sito originale http://vocidallestero.blogspot.it/ oppure lo potete leggere qui di seguito


L'articolo in questione è stato postato sull'attendibile sito web da Henry Tougha. 


Eccolo:

Pensate a salvare l'Europa, più che l'euro!

Sull'importante giornale francese La Tribune, un gruppo di economisti di diversi paesi europei, tutti firmatari delManifesto Europeo di Solidarietà, lanciano un appello ai politici francesi e tedeschi perché mettano fine alla crisi dell'eurozona nel migliore dei modi.
Sono tutte cose che sappiamo, ma possono essere una buona sintesi per i nuovi arrivati, e poi un punto fondamentale viene messo bene in chiaro: l'euro non è in crisi, ma è la crisi stessa, e in questo momento rappresenta il peggiore nemico della coesione e della pace in Europa.


La permanenza dentro l'euro di Francia e Germania è insostenibile e potrà solo essere la fonte di nuove crisi. La soluzione è un'uscita, che è fonte di incertezze, ma gestibile. Appello ai leader francesi e tedeschi di Jean-Jacques Rosa,  Jean-Pierre Vespérini, e un gruppo di economisti europei*

L'economia francese sta soffrendo gli stessi problemi dei paesi del sud d'Europa (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia): crescita debole o nulla, aumento della disoccupazione, debito pubblico in continuo aumento. L'esperienza dei paesi del sud d'Europa dimostra che la politica di austerità in cui la Francia si è impegnata, lungi dall'essere la soluzione di questi problemi, li aggrava.


La Francia, malato d'Europa

Come sottolineato dal capo economista dell'organizzazione di studi internazionali Markit, “il profilo della Francia assomiglia sempre di più a quello del malato d'Europa”. A dicembre 2013 l'attività economica ha registrato il suo settimo mese consecutivo di declino. L'aumento delle imposte di 32 miliardi di euro, realizzato dal governo francese nel 2012 e nel 2013, ha ridotto il deficit pubblico di soli 8 miliardi di euro. Ma allo stesso tempo questo aumento ha ostacolato la ripresa, di modo che non c'è stata alcuna crescita nel 2013, e di conseguenza la disoccupazione, che già nel primo trimestre del 2012, poco prima dell'elezione di François Hollande alla presidenza della Repubblica, coinvolgeva il 9,5% della forza lavoro, nel terzo trimestre del 2013 ha raggiunto il 10,5%. Per giunta, non si è riusciti ad impedire che il debito pubblico aumentasse dall'89% del PIL del primo trimestre 2012 al 93,4% del terzo trimestre 2013.

Le politiche di austerità hanno portato il paese all'impasse

Il perseguimento di queste politiche ha penalizzato la Francia, ma penalizza allo stesso modo gli altri paesi europei, riducendone i margini di manovra. Per questo motivo, nel proprio interesse, ma anche nell'interesse degli altri paesi europei, la Francia dovrebbe abbandonare tali politiche.

I mali che affliggono la Francia e i paesi del sud dell'Europa sono gli stessi perché la loro causa è la stessa: derivano dal fatto che, dopo poco meno di quindici anni di esistenza, l'euro ha portato ad un sistema di tassi di cambio totalmente inadeguato alla situazione economica dei paesi europei.


Tassi di cambio interni verso la Germania: virtuali, sì, ma sopravvalutati

In effetti i tassi di cambio della Francia e dei paesi del sud verso la Germania, che sebbene siano virtuali, tuttavia esistono eccome, sono assolutamente sopravvalutati nella misura in cui in questi paesi i salari sono aumentati più rapidamente, e la produttività del lavoro meno rapidamente, che in Germania, mentre invece, nel contesto dell'euro, i tassi di cambio tra questi paesi e la Germania sono rimasti per definizione immutabili fin dalla creazione della moneta unica. Da qui hanno origine i deficit di questi paesi nei confronti della Germania.
Verso l'estero: un tasso di cambio dell'euro troppo debole per la Germania, troppo forte per la Francia

D'altra parte, i tassi di cambio della Francia e dei paesi del sud sono sopravvalutati anche verso le valute estere extra-EZ (dollaro, yen) e viceversa quelli della Germania sono sottovalutati. La spiegazione di questi squilibri è che il tasso di cambio dell'euro è fissato in funzione del saldo estero complessivo di tutta la zona euro. Ma questo saldo estero comprende l'importante eccedenza della Germania e i deficit o i piccoli surplus degli altri paesi dell'eurozona rispetto ai paesi extra-EZ.

È questo il motivo per cui il tasso di cambio dell'euro è troppo debole per la Germania e troppo forte per la Francia e per i paesi del sud. Le economie della Francia e dei paesi del sud sono bloccate nel seguente dilemma:
 o andare avanti col loro ritmo di crescita potenziale e di conseguenza andare incontro a squilibri esterni a causa della sopravvalutazione del loro tasso di cambio, oppure essere costretti a sopportare le politiche di austerità per ridurre artificialmente le loro importazioni allo scopo di eliminare i loro squilibri esterni.

La stessa prosperità della Germania è minacciata

A confronto con la Francia e con i paesi del sud, la situazione economica tedesca appare alquanto soddisfacente. Eppure la prosperità della Germania è essa stessa minacciata, per diverse ragioni, nel sistema dell'euro.

In primo luogo, la Germania non ha alcun interesse a vedere il resto dell'eurozona sprofondare nella depressione economica. Nel 2007 le esportazioni tedesche verso gli altri paesi dell'eurozona ammontavano a 432 miliardi di euro, mentre cinque anni più tardi  erano calate del 9% e ammontavano a non più di 393 miliardi di euro.


In Francia si aggrava il rischio-deflazione

In secondo luogo, l'adozione dell'euro è stata la causa di una divergenza crescente nel ciclo economico della Germania da un lato, e della Francia e dei paesi del sud dall'altro. Questa divergenza dovrebbe giustificare delle politiche monetarie opposte da una parte e dall'altra, mentre la partecipazione alla moneta unica obbliga tutti i paesi a perseguire la stessa politica, aggravando così la divergenza tra le congiunture dei diversi paesi. In altre parole, la politica monetaria comune aggrava la tendenza alla deflazione in Francia e nei paesi del sud, mentre accresce le tensioni inflazionistiche in Germania. Tutto ciò non può che accentuare la discordia tra la Germania e gli altri paesi.


Le richieste alla Germania vanno contro le preferenze della sua popolazione

In terzo luogo, il contrasto tra la crescita tedesca e la stagnazione francese e meridionale spinge la Francia e gli altri paesi a richiedere un cambiamento delle politiche tedesche per ridurre le disparità di performance. Ma le misure richieste alla Germania (aumenti dei salari, sostegno ai consumi e riduzione del risparmio) vanno contro le preferenze e le priorità della popolazione tedesca.

Nuove crisi sono inevitabili

In quarto luogo, l'euro non può fare altro che condurre a nuove crisi future a causa della rigidità del cambio che instaura all'interno dell'eurozona. Le crisi non possono essere risolte che in due modi: o mediante politiche di trasferimenti fiscali, per le quali la Germania dovrebbe rinunciare ai suoi principi sulla gestione di bilancio e concedere, in ultima istanza, un default parziale sui debiti degli altri paesi; o in alternativa mediante un intervento massiccio della BCE, che dovrebbe lanciarsi in una politica di "quantitative easing" e mettere in circolazione un eccesso di liquidità nella zona euro, il che sarebbe nuovamente in contraddizione con le preferenze della Germania.
 
La moneta unica: un ostacolo alla coesione dell'Europa

In breve, l'euro è stato per troppo tempo una moneta troppo forte per la Francia e i paesi del sud, e troppo debole per la Germania. I tassi d'interesse della BCE rimangono troppo forti per la Francia e i paesi del sud e troppo deboli per la Germania. Ciò significa che la moneta unica è stata un errore, e che costituisce un ostacolo che si oppone all'unione e alla coesione dell'Europa. Crea discordia anziché integrazione all'interno del continente, e indebolisce l'economia complessiva dell'Europa, anziché rinforzarla. Le politiche che erano mirate a sostenere l'eurozona hanno portato a creare livelli d'indebitamento insostenibili, così come alla pericolosa prospettiva di una futura eccessiva creazione di liquidità.

La Germania e la Francia dovrebbero annunciare la loro uscita contemporaneamente

Questo dilemma non può essere risolto che con una segmentazione controllata dell'eurozona. Ma ciò deve essere fatto con uno spirito positivo volto a rilanciare l'ideale europeo, e non come un ritorno disperato ai chiusi nazionalismi del passato. L'iniziativa deve venire dai paesi che costituiscono il cuore economico e politico dell'Unione e che sono, per i loro rispettivi ruoli, maggiormente in grado di rinnovare l'ideale europeo in una prospettiva creativa. Si tratta della Germania, che ha l'economia più forte del continente, e della Francia, paese all'origine politica dell'unificazione europea. La strategia che riteniamo abbia le maggiori probabilità di preservare i risultati più positivi dell'integrazione europea consisterebbe in un accordo in base al quale i due paesi annuncerebbero contemporaneamente la loro uscita dall'euro e il ritorno alle rispettive monete nazionali.

La conseguenza immediata sarebbe indubbiamente una rivalutazione della moneta tedesca rispetto all'euro e un deprezzamento della moneta francese a confronto con la moneta tedesca. Gli altri paesi membri dell'eurozona dovranno, da parte loro, decidere se continuare inizialmente ad utilizzare come moneta comune l'euro nella sua forma ridotta, oppure seguire la Germania e la Francia nel ritorno alle loro vecchie monete nazionali. Potrebbero anche eventualmente considerare di adottare una politica di cambio fisso rispetto alla moneta francese o a quella tedesca. In ogni caso, si tratterebbe di muoversi verso un miglioramento della competitività di prezzo delle loro economie.


Un periodo, gestibile, d'incertezza monetaria

Allo stesso tempo Francia e Germania dovranno mettere in atto dei provvedimenti transitori per garantire la stabilità dei loro sistemi bancari e dovranno iniziare dei negoziati con la BCE e gli altri governi dell'eurozona per la gestione dei debiti denominati in euro, anche nel caso di uscita dall'euro da parte di tutti gli attuali Stati membri.

Un periodo d'incertezza monetaria appare inevitabile. Ma sarà gestibile e senza grossi pericoli, in confronto all'impasse economica e politica nella quale l'eurozona si trova
 adesso così profondamente impantanata.

*
João Ferreira do Amaral - Professore emerito di Economia e di Politica Economica all'Università di Lisbona. Ex-consigliere del Presidente della Repubblica del Portogallo.

Brigitte Granville -  Prof.ssa alla Queen Mary University di Londra, dove è direttore del Centre for Globalization Research.

Hans-Olaf Henkel - Ex-Presidente della Federazione dell'Industria Tedesca (l'equivalente della nostra Confindustria, ndt). Prof. all'Università di Mannheim.

Peter Oppenheimer - "Emeritus Student" (membro ritirato) alla Christ Church, Università di Oxford, Regno Unito.

Jean Jacques Rosa - Professore emerito di Economia e Finanza al Sciences Po di Parigi. Ex-membro del Consiglio di Analisi Economica del primo ministro.

Antoni Soy - Professore all'Università di Barcellona, Spagna. Ex-Ministro dell'Industria e dell'Impresa del governo della Catalogna.

Jean-Pierre Vesperini - Professore aggregato alla Facoltà di Diritto e di Scienze Economiche. Ex-membro del 
Consiglio di Analisi Economica del primo ministro.

Gli autori sono tutti firmatari del Manifesto Europeo di Solidarietà - http://www.european-solidarity.eu/ - una soluzione possibile e alternativa alla crisi dell'eurozona.


Qui di seguito, nella sua originale versione redatta in lingua inglese, vi ripropongo il manifesto di solidarietà europea lanciato a Bruxelles il 24 Gennaio 2013 -con pochissima e quasi nulla eco da noi, visto che eravamo tutti presi dalla campagna elettorale e dalle promesse di Berlusconi e Bersani- firmato da diversi economisti e intellettuali europei, compreso il nostro Prof. Bagnai.
Chi vuole controllare tutti i nomi dei firmatari, può andare sul sito:  http://www.european-solidarity.eu/  



Brussels, 24th January 2013 

European Solidarity in the face of the Eurozone crisis:

Controlled Segmentation of the Eurozone in order to
Preserve the Most Valuable Achievements of European Integration

The Eurozone crisis undermines the existence of the European Union and the Common Market 

The creation of the European Union and the Common European Market rank among the greatest political and economic achievements of post-war Europe. The remarkable success of European integration was a result of a model of cooperation, which served all the member states while threatening none of them. 

The Euro was believed to be another important step on the road to greater prosperity in Europe. Instead, the Eurozone, in its current form, is now a serious threat to the project of European integration. 

The southern countries in the Eurozone are trapped in recession and cannot restore their competitiveness by devaluating their currencies. On the other hand, the northern countries in the Eurozone are being asked to compromise their values of prudent financial policies and act as ‘deep pockets’ expected to finance the South through endless bailouts. This situation risks the outbreak of serious social unrest in southern Europe and deeply undermines public support for European integration in northern European countries. The Euro, instead of strengthening Europe, produces divisions and tensions that undermine the very foundations of the European Union and the Common Market. 

A Strategy under the auspices of European Solidarity 

Our view is that the strategy that offers the best chance of saving the European Union, the most valuable achievement of European integration, is a controlled segmentation of the Eurozone via a jointly agreed exit of the most competitive countries. The euro may then remain – for some time – the common currency of less competitive countries. It would ultimately mean a return to the national currencies or to different currencies serving groups of homogeneous countries. This solution would be an expression of European solidarity. A weaker euro would improve the competitiveness of southern European countries and help them escape recession and return to economic growth. It would also reduce the risk of banking panic and the collapse of the banking systems in the countries in southern Europe, which would occur if they were forced to leave the Eurozone or decided to do so due to internal public pressure prior to an exit from the Eurozone of the most competitive countries. 

European Solidarity would be additionally supported by agreeing on a new European currency coordination system aimed at preventing currency wars as well as excessive currency fluctuations between European countries. 

Obviously, at least in some of the southern countries, debt reduction (haircut) would be necessary. The scale of these reductions and the costs to creditors would be smaller, though, than in a situation where these countries stayed in the current Eurozone and their economies suffered below-potential growth and high unemployment. In this way, the exit from the Eurozone does not mean that the most competitive economies will not bear the cost of diminishing the debt burden of the countries in crisis. This will happen, however, in circumstances in which such assistance would help them to return to economic growth, as opposed to the current bailouts, which lead us nowhere. 

Why this strategy is so important?

Needless to say, it is in our common best interest that the European Union returns to economic growth—the best guarantee of European stability and prosperity. The strategy of a controlled segmentation of the Eurozone would facilitate this outcome in the quickest way. 

giovedì 13 febbraio 2014

Confindustria affossa il piano economico di Enrico Letta, e così Matteo Renzi lo propone come Ministro dell'Economia. E i famosi investitori stranieri?



di Sergio Di Cori Modigliani

L'irresponsabilità non ha età.

Lo spettacolo indecoroso della nostra classe politica ci conferma l'idiozia del razzismo anagrafico, banale argomentazione retorica, identica ai consueti stereotipi di ogni forma di razzismo, di pelle, di etnia, di religione, di censo, di genere, di provenienza territoriale. 
Se i giovani sono come Renzi e Letta, viva i vecchietti, verrebbe da dire.
Esattamente ciò che i vecchi marpioni, consunti e moribondi, vogliono che la gente pensi. Rispetto a questi due, Massimo D'Alema e Giulio Tremonti sembrano due grandi e poderosi statisti.
Grazie a loro siamo finiti sulla prima pagina del Wall Street Journal e non sulla colonna giusta.
Quotidiano finanziario di primaria importanza, questo giornale viene seguito dai grandi investitori ed è sempre un buon termometro per comprendere -quando si parla dell'Italia- che cosa pensano di noi (e quindi di potenziali investimenti sul nostro territorio) le decine di milioni di piccoli investitori che ogni giorno decidono dove spostare i capitali che poi servono alle singole nazioni per finanziarsi e rilanciare l'economia. 
http://online.wsj.com/news/articles/SB10001424052702304434104579380342447105688?mod=WSJEurope_
L'articolo che riferisce sul braccio di ferro tra Renzi e Letta è un classico prodotto del giornalismo anglo-sassone, senza alcuna dietrologia nè commenti dal sapore gossip o le consuete idiozie che si scrivono da noi; riferisce con semplicità allarmante lo stato delle cose: un paese ingovernabile. Tradotto nel pragmatismo business: via tutti.
L'unica vera novità consiste nel fatto che siamo passati dal berlusconismo che intendeva abbattere la vecchia concezione democristo-comunista (gestita da moribondi anziani burocrati) a una nuova forma di democristo-comunismo gestita da moribondi giovani burocrati, con l'aggravante che questa volta Berlusconi, per salvare la pelle e le aziende, fa parte dei compagni di merenda. In pratica siamo ritornati al 1983.
Dal ventennio siamo passati al trentennio.
Il paese è stato sequestrato da quattro democristiani: Letta, Renzi, Franceschini, Alfano, con la benedizione di Napolitano e Berlusconi.
L'aspetto interessante dell'articolo è che a un certo punto fa riferimento a dei sondaggi effettuati in Italia (di cui a noi non parlano) dai quali verrebbe fuori che la maggioranza degli italiani vorrebbero andare a votare subito. Il fatto è che lo squallore dei marpioni è tale (su questo punto sono tutti d'accordo e consapevoli) che temono di essere spazzati via in un colpo secco alle urne. Solo un masochista aspirante suicida potrebbe dar loro credito e, data la crisi, le clientele non sono più in grado di assicurare lavoro sicuro ai raccomandati delle segreterie dei partiti. Se prima ne dovevano piazzare circa 200 o 300mila a elezione (che garantivano circa 5 milioni di voti) e lo facevano con millimetrica regolarità spolpando le risorse pubbliche, oggi non sono in grado di piazzarne più di 50 mila, il che riduce di molto lo spazio per i voti di scambio: vedi l'esempio recente della Sicilia, dove presumo che i grandi boss mafiosi abbiano dato indicazione di astenersi.
Non avendo, nè la destra nè la sinistra nè il centro, nessun tipo di programma economico, nessun tipo di strategia in politica industriale, nessun piano di investimenti, nessuna soluzione pratica su lavoro e occupazione, nessuna idea creativa efficace, e non potendo più contare su impieghi garantiti in regalo, alle urne ci sarebbe un fuggi fuggi generale da entrambe le coalizioni. I voti finirebbero in parte a M5s e in parte a un fortissimo astensionismo. 
Quindi si rimane così, in stallo perpetuo.
Seguiteranno a svendere il patrimonio pubblico a prezzi sempre più bassi per incassare qualche miliardo di euro, ed è il motivo per cui la speculazione finanziaria non si sta accanendo in questo momento sull'Italia: non ne hanno bisogno. 
Con questi qui sono in grado di ottenere ciò che vogliono senza rischiare nulla.
L'allarme di Squinzi nasce dal fatto (e lui conosce i dati veri) che uno strabordante numero di aziende italiane (quelle ancora solide) non appena si affaccia un acquirente straniero, accettano subito l'offerta, incassano l'assegno e se ne vanno in pensione oppure all'estero. Soltanto negli ultimi sei mesi sono state vendute circa 10.000 floride aziende a statunitensi, arabi degli emirati, tedeschi, francesi, russi, cinesi, inglesi, spagnoli. Comprano l'azienda, si tengono il marchio che è già consolidato e alla prima grana italiana (tipo: crediti non saldati, burocrazia troppo lenta, conflittualità sindacale, aumento della tassazione) trasferiscono l'azienda all'estero e quella che rimane in Italia diventa una filiale (quando va bene). Andando avanti così, nel giugno del 2015, l'Italia non potrà più neppure essere definita una potenza industriale; ritornerà ad essere ciò che era nel '700, trecento anni fa, una somma di piccoli potentati identificati in specifici territori geografici, gestiti, posseduti e governati dalle grandi potenze internazionali. Invece dei Borboni e degli Asburgo avremo degli emiri, dei finanzieri russi e inglesi.

E' trascorso un anno dalle ultime elezioni.
Allora, lo slogan ammaliante che Beppe Grillo lanciò in tutte le piazze fu "tutti a casa".
Oggi, sembra essere diventato l'obiettivo minimo di Giorgio Squinzi, il Presidente di Confindustria.
Basterebbe questo per avere un quadro reale della situazione reale.
Richiesto dalla stampa (soprattutto anglo-americana)  un suo commento sul progetto presentato ieri da Enrico Letta ha sentenziato: "L'analisi è buona, la teoria pure. In termini pratici non dice nulla, non risolve nulla, non prospetta nulla". 
Matteo Renzi  propone Letta al dicastero dell'economia. 
Essendo questo un paese di persone rincitrullite dal pantano, nessuno ha posto al sindaco di Firenze la seguente banale domanda: "Ma se lei vuole mandare via Enrico Letta perchè non è stato in grado di fare nulla per i problemi economici del paese, gli propone di gestire il Ministero dell'Economia?". 
Sono quesiti elementari, dettati dal piatto buon senso.

Se gli industriali la pensano come Giorgio Squinzi, ma di che cosa stiamo parlando?

Ma noi siamo italiani, o che? Esiste l'italianità?


"Essere italiani! Che grandiosa perdita di tempo e che spreco di talenti"

                                                                      Ennio Flaiano. Roma 1962



di Sergio Di Cori Modigliani

Il licenziamento di Enrico Letta, l'imminente presa del potere da parte di Matteo Renzi, e l'attuale situazione italiana, mi stimolano ad una riflessione sulla nostra identità di italiani che condivido qui con i miei lettori.

C'è una differenza tra Enrico Letta e Matteo Renzi oppure sono due rovesci della stessa identica medaglia?
Sono entrambi due politici che rappresentano -ciascuno a modo proprio- il senso della italianità oppure soltanto uno dei due è italiano o non lo è nessuno dei due? 
In che cosa consiste, oggi 2014, la nostra italianità?

Personalmente ritengo che invece di star lì a sondare gli intrighi di palazzo, sia molto più utile per la cittadinanza avviare un autentico processo di elaborazione, interrogativi, dibattiti, sulla nostra intima natura, in modo tale da riuscire a estrarne delle sintesi antropologiche in grado di poter produrre anticorpi sociali: identificare il nostro peggio, munirsi di strumenti adeguati per combatterlo e contemporaneamente, investire tempo, energia e risorse nel nostro meglio.
A questo serve la Cultura, e questo dovrebbe essere il compito degli operatori culturali, tenendo presente che di tutte le svariate definizioni del termine "cultura" io sottoscrivo quella che la definisce "la capacità di essere in grado di mettere in discussione se stessi, come individui e/o collettività".

In tutte le nazioni democratiche occidentali, i leader forti con autentico seguito popolare sono coloro che sono capaci di fare appello alla loro intrinseca natura autentica, e non soltanto una parte o un pezzo.

Per riuscire nel nostro obiettivo comune, ovvero per produrre una nuova classe dirigente adeguata, sia in campo politico che in quello imprenditoriale e culturale, è necessario affrontare il problema della italianità. Abbiamo la fortuna (gli spiriti più spensierati e liberi) di vivere in un mondo post-ideologico e quindi è possibile oggi evitare le trappole terribili innescate a suo tempo dal fascismo e dal comunismo, che hanno ridotto l'italianità a una serie di formule se slogan riconducibili alla manipolazione delle coscienze e non alla loro educazione; entrambe queste ideologie, infatti, hanno avuto (e hanno tuttora) un potere di fascinazione che si basa sul controllo e la gestione della paura, del bisogno, dell'incertezza, per impedire una crescita collettiva adulta.

Obama è riuscito nella sua impresa -tutti lo davano perdente- perchè è stato in grado nel 2006 di impostare la sua discesa in campo facendo ruotare la sua campagna elettorale sul tema della "americanitudine". E' così che ha convinto e vinto. Nella sua prima fragorosa uscita pubblica (è un formidabile comunicatore in grado di tenere le piazze per ore) non è andato ad attaccare subito l'opposizione repubblicana usando argomentazioni facili del tipo "noi siamo i buoni loro sono i cattivi", anzi. Ha esordito sostenendo che i seguaci dei repubblicani erano degli americani al 100%, che lui capiva, comprendeva, perchè loro rappresentavano una parte autentica della nazione che era vera, esisteva, permeava l'intera società: la parte peggiore, quella militarista, guerrafondaia, erede della mitologia macho (tutta loro) del Far West, cultori di una idea di supremazia etnico-razziale. Ma lui faceva appello a quella parte che in quegli anni era stata emarginata e vilipesa, ridotta alla frustrazione e all'impotenza. Nei suoi primi comizi parlava sempre di impotenza, da cui -visto che faceva presa- dopo pochi mesi partorì lo slogan vincente "yes we can". E gli americani cominciarono a interrogarsi pubblicamente sulla loro natura, sulla loro cultura tradizionale, applicando la loro etica, molto diversa dalla nostra, basata su tre principi intrecciati tra di loro: pragmatismo, efficienza, efficacia. Il loro mantra nazionale è "if it works, it means is right" (trad.: se funziona, allora vuol dire che è la cosa giusta).
Noi siamo diversi. Nè migliori, nè peggiori. Diversi.

Anche in Germania la Merkel ha vinto puntando tutto sulla "germanitudine", basata su un concetto romantico dell'esistenza (loro hanno inventato il romanticismo) dove le decisioni politiche e sociali sono sempre il frutto della rigorosa applicazione di una dottrina intoccabile, perchè il loro pragmatismo è figlio di un'idea utopistica -per l'appunto romantica- che sia l'Impero di Federico II di Svevia, il Terzo Reich di Adolf Hitler, o l'Euro di Herr Schauble, è la stessa cosa. Non può essere messo in discussione e deve essere applicato con rigore direi metafisico, alla lettera, perchè -loro sostengono- la società giusta e progredita è quella in cui lo Stato gestisce e organizza in maniera raziocinante l'emotività collettiva e l'evoluzione si manifesta in una successione di passi obbligati alla fine dei quali c'è -come regalo per la collettività- il trionfo della dottrina teorica.
Noi siamo diversi. Nè migliori, nè peggiori. Diversi.

Nel mondo della globalizzazione, oggi, in tutto il pianeta, vincono quelle nazioni che sono in grado di esprimere una classe politica dirigente che è in grado di partecipare all'incontro con il resto del mondo avendo come portabandiera una specifica, molto ben definita, originale, autoctona realtà che è loro e soltanto loro.

Noi non ce l'abbiamo.
E' per questo che stiamo perdendo l'appuntamento con la Storia.
Mario Monti ed Enrico Letta non sono stati in grado di interpretare e rappresentare l'italianità per ciò che essa è in nessun aspetto; sono entrambi due impiegati di forze esterne e sovranazionali. Talmente miopi e, dal mio punto di vista, malati di complesso di inferiorità piccolo-borghese, che quando andavano all'estero parlavano in inglese, un fatto inaudito, secondo me deplorevole e gravissimo. Giulio Andreotti (certamente non una persona a me vicina politicamente e ideologicamente) era un italiano. Nel 1980 si trovava a Londra in visita ufficiale, se la doveva vedere con la Thatcher.
Andreotti parlava alla perfezione quattro lingue europee, l'inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Per colpa di un inatteso incidente stradale, il pulmino con gli interpreti arrivò con una ora e mezza di ritardo all'appuntamento con gli italiani e gli inglesi in conferenza stampa, per un comunicato congiunto. Andreotti si rifiutò di parlare e fece aspettare gli inglesi.
Non si tratta soltanto di un aspetto formale, bensì sostanziale.
Uno degli elementi fondamentali della disfatta del nostro paese consiste nel fatto che negli ultimi 27 mesi il popolo italiano è stato (ed è tuttora) inondato di termini come start up, open source, governance, management, spread, spending review, feedback, ecc. E' bene chiarire subito (per i provinciali) che non esiste nessun paese nell'intero continente americano (ad esclusione si intende di Usa e Canada) in cui questi termini vengono usati. Neanche in tutta l'Asia. Neppure in Francia e in Germania. Accade soltanto in Italia.
Dieci giorni fa, Enrico Letta ha fatto un discorsetto agli industriali della durata di 9 minuti. Ha usato la parola "governance" 12 volte e "spending review" 7 volte. 
L'uso del linguaggio è sintomatico. Non so dire se sia casuale o voluto.
Se a un italiano dite "revisione di spesa" invece che spending review, quello capisce di che cosa state parlando, perchè chiunque a casa con la propria moglie, marito, figli, lo affronta ogni giorno e quindi incorpora il concetto di "spesa" (che è negativo). Mentre, il termine "spending review" non fa scattare nessuna sinapsi nel cervello, non produce connessioni. 
Non solo. 
Quello che il cittadino incorpora in maniera subliminale è il fatto che le decisioni importanti che riguardano la nostra nazione vengono stabilite a Washington, a Londra, a Auckland o Canberra, dove si parla inglese come lingua ufficiale. L'unica connessione neuronale che scatta è l'incorporazione della propria mancanza di valore -in quanto italiano- e l'idea che "ormai il mondo va così e non c'è alternativa". Quindi diventa "normale" seguire delle politiche industriali decise e stabilite da consorzi anglofili: è il simbolo delle propria resa.

Il primo passo consiste nella riappropriazione della nostra lingua, almeno nella comunicazione politica.
Quando Letta dice "abbiamo messo a disposizione circa 400 milioni di euro per avviare delle open source a favore dei giovani", la frase non viene registrata come dovrebbe. "Open source" per gli americani vuol dire "sorgente attiva"; se noi usassimo il termine italiano, scatterebbero subito distinguo e domande, tra cui: da dove proviene la sorgente? Quanta acqua arriva? Quali forze specifiche attiva? Quanti sono stati attivati? ecc. Mentre quella frase viene ascoltata come l'espressione di un potere alieno, che appartiene a una razza superiore, a un personale (quello politico dirigente) che sa cose che noi non sappiamo, non produce nessun effetto, se non quello di prendere le distanze: è ciò che vogliono.

Questo non ha niente a che vedere con la necessità di ristabilire l'italianità.
Matteo Renzi ha usato il termine "job act" invece che "piano per il lavoro". A mio avviso, è un caso diverso. Renzi è un italiano, ed è per giunta fiorentino, quindi maestro di tattiche di corridoio e conosce i suoi polli. L'uso di quel termine è l'olio usato nella padella per cuocere a puntino Letta e Monti, che lo hanno accolto sorridendo ed entusiasti, riconoscendolo come uno di loro. Mentre non è così.
Renzi è un italiano. Il che non vuol dire che sia buono o cattivo, migliore o peggiore.
Almeno abbiamo a che fare con un italiano.
Diventa primo ministro in maniera non italiana, però, il che induce a cattivi pensieri.
E' tradizione africana, non euro-occidentale, quella di promuovere come capo dell'esecutivo una persona che non è stata nè votata nè eletta. Lo hanno fatto gli americani insieme ai francesi, inglesi e russi, qualche mese fa quando hanno telefonato ai generali egiziani e hanno detto loro: ragazzi tocca a voi. Accade in quasi tutta l'Africa, accadeva anche in Sud America fino a 10 anni fa, ora non più. 
Abbiamo quindi un italiano che fa l'africano.
Silvio Berlusconi è un italiano, ma lo è nel modo in cui George Bush jr. era un americano: lo è a tutti gli effetti ma rappresenta la parte peggiore dell'italianità, quella becera e autoritaria che ha provveduto ad annichilire l'altra parte dell'italianità, quella che produce per davvero, quella creativa, che inventa valore aggiunto, per lui e per i berluscones molto pericolosa. Berlusconi ha sempre saputo che essendo l'unico attore davvero italiano nel quadro politico nostrano doveva temere soltanto altri italiani, tutto il resto era ed è tuttora gestibile da lui alla grande. Perchè noi italiani siamo nazionalisti, anche se non sembra.
Tutta la fuffa di questi giorni sui poteri forti esterni che l'avrebbero tolto di mezzo, è miele per le sue orecchie; eccita le ansie patriottiche dell'italianità. 
E' un nazionalismo sui generis, perchè è intriso di quella cinica ferocia caratteristica dello spirito piccolo-borghese che tende a eliminare i migliori per senso dell'inferiorità. 
Ma non siamo sempre stati così, noi italiani. 
Siamo diventati feroci, come lo sono tutte le nazioni dove non esiste una borghesia formata a livello culturale e dove il rischio di impresa è sostituito dalla malleveria della tessera del re, del califfo, del rappresentante religioso, o del funzionario di partito.
L'intera classe politica italiana è diventata quindi un miscuglio di impiegati esteri, privi di alcun valore interiore di italianità, mescolati a nazionalisti cinici e feroci.
Non è un bel dire, si sa, è per questo che stiamo così.
Ma c'è anche un'altra parte dell'italianità che esiste, eccome.
Siamo un popolo che ha inventato tutto ciò che poteva essere inventato.
In campo tecnologico, tutte le più importanti invenzioni negli ultimi 500 anni con le due uniche eccezioni della stampa (un tedesco) e del tubo catodico della televisione (un russo) appartengono al genio creativo degli italiani. Per non parlare di ciò che noi italiani siamo stati capaci di inventare come industria e imprenditoria.
Ma il concetto di cittadinanza sembra non aver mai avuto asilo nell'italianità.
Quantomeno, per questa generazione.

Stiamo forse andando incontro all'ennesimo governo di non eletti dal parlamento.
E' diventata una moda italiana che piace, oppure è una imposizione?
Il fatto di dare per scontato che a fare i governi non siano più i cittadini, bensì consorterie di partiti piene zeppe di funzionari assoldati, i quali, per definizione lavorativa, si impegnano a mantenere salda una burocrazia e quindi perseguire lo stallo perenne, appartiene ormai all'immaginario collettivo dell'italianità? 
Essere italiani, oggi, vuol dire accettare l'idea che ai cittadini non interessa dire la propria?
Siamo proprio sicuri?
Se non  così, si tratta di una imposizione?
Viene dall'esterno o è tutta italiana?
Non sono e non saranno mai le leggi a cambiare un paese. Non basta.

Le leggi che cambiano un paese arrivano quando il paese è già cambiato e la pressione sociale è tale per cui i detentori del potere -ob torto collo- accettano il nuovo e promulgano nuovi decreti per adattarsi ai mutamenti dei tempi. Il film "Divorzio all'italiana", splendida commedia dell'italianità -più di 50 anni fa- comunicava un necessario cambiamento del paese per essere al passo con la modernità. Quel film ebbe un impatto molto più poderoso di cento comizi. Così come i romanzi di Moravia, Calvino, Pasolini, Sciascia, e tantissimi altri ancora, annunciavano in maniera prorompente la diffusione di una nuova consapevolezza collettiva che poi produsse battaglie parlamentari e leggi migliori.
Oggi, un evento del genere non può verificarsi. Gli italiani non leggono più. I film italiani spesso offrono caricature e non personaggi, quindi non scatta il meccanismo dell'identificazione e non ci si pongono degli interrogativi. I detentori del potere in Italia, l'oligarchia del privilegio che non riconosce il concetto di cittadinanza, ha fatto e fa di tutto per tenere sotto controllo il sistema editoriale, cinematografico, televisivo, e quello del web, in modo tale da impedire la nascita di aggregazioni culturali creative.
La consuetudine dell'usa e getta non appartiene all'italianità: per sviluppare il genio creativo è necessaria concimazione, tempo, impegno, competenza tecnica adeguata.
Tutte le parole d'ordine che vanno di moda oggi, da quelle che vogliono fermare le banche a quelle che denunciano tutto il denunciabile, non producono nessun effetto reale perchè contengono parole d'ordine retoriche che non fanno scattare degli impulsi interni creativi.

Noi ci troviamo come nel dopoguerra, senza l'entusiasmo contagioso di chi era contento per il solo fatto di essere vivo.
Certe volte penso (quando mi sento avvilito) che forse siamo morti ma non ce ne accorgiamo.
Purtroppo ho una caratterialità ottimista ed essendo un fervente nazionalista finisco per pensare che la italianità sia imbattibile, vendibile, condivisibile, e quindi sono propenso a orchestrare sempre nuove opzioni di sviluppo e ripresa. E' possibile riprendere la strada, ma è necessario prima fare i conti veri con la realtà vera, senza sconti alla parte buia dell'italianità, quella un tempo becera e cialtrona, ma che negli anni si è trasformata in cinica e feroce, perché questo siamo diventati. 
Ci si può evolvere soltanto andando a costruire un modello diverso collettivo che sia però il risultato del prodotto di individualità intrise di un'italianità evoluta.
Riconosciamoci per ciò che siamo, per il momento orfani, privi di adeguata rappresentanza.
Ma almeno facciamolo in maniera realista.
Se non ci salviamo da noi fondando un nuovo e avanzato sistema di solidarietà, nessuno ci verrà a salvare. 
Si comincia da qui, e basta davvero poco, anche se non sembra. Basta -tanto per fare un esempio- rinunciare ad insultare e aggredire persone sconosciute incrociate su facebook e autoeducarsi a essere un po' meno feroci.
Se la parte buia dell'italianità finisce per prevalere, seguiteremo a essere rappresentati da Napolitano, Berlusconi, e compagnia cantante al seguito, destra o sinistra che siano. Magari riciclati con altre sigle e altre facce clonate in qualche laboratorio della programmazione neuro-linguistica di un Dr. Caligari della comunicazione mediatica.
Per fortuna non abbiamo scelta, davvero non esiste alternativa: siamo costretti dalla Storia a tirar fuori il meglio della nostra tradizione, pena il nostro reale affondamento.
Da brava etnia borderline, siamo abituati.
Stiamo a vedere.











martedì 11 febbraio 2014

Obama e Hollande si incontrano, mentre da noi la cupola mediatica diffonde nebbia e confusione.


di Sergio Di Cori Modigliani


Geo-politica e Nuovo Ordine Mondiale.

Oggi va a segno il primo tassello di una fortissima alleanza che cambia la rotta strategica delle grandi potenze occidentali e annuncia il varo della nuova guerra fredda. 
Non è detto che la strada sia quella giusta che consentirà di uscire dalla spaventosa crisi nella quale ci siamo impaludati, è troppo presto per capirlo, dopotutto ha soltanto 18 ore di vita. 
Lo sapremo nelle prossime settimane.
Ma rappresenta un tassello molto importante che cambia drasticamente la geografia occidentale della politica. 
Per chi vuole vedere i fatti, si intende.
Dopo sedici anni di silenzi, densi anche di imbarazzanti momenti arrivati al punto di incresciosi incidenti diplomatici (di cui un paio davvero tragici) si ricompone l'asse Usa-Francia e i due nuovi partners lanciano la sfida alla Gran Bretagna "è arrivato il momento di scegliere da che parte stare: asse russo/tedesco liberista e autoritario oppure un vasto fronte europeo anti-tedesco con il varo di una massiccia strategia economica neo-keynesiana". 
Non è che sia una novità, intendiamoci, siamo allo stesso identico punto nel quale l'Europa si trovava nel 1936. Sembra che non si impari mai nulla dall'esperienza della Storia, stiamo sempre lì, nel cuore dell'Europa come negli anni'30, quando la Gran Bretagna applaudiva Mussolini, faceva dei grandiosi affari con la Germania hitleriana e la spingeva sempre più a est pensando (e sperando) che il Terzo Reich avrebbe scelto di espandersi a oriente e magari avrebbe fatto anche il lavoro sporco a nome di tutti, perchè sarebbe andata a dare delle legnate ai bolscevichi che gli inglesi temevano. Gran bella pensata ebbero gli inglesi. Quando si accorsero (40 mesi dopo) come si stavano mettendo le cose, ormai era troppo tardi e piovevano le bombe su Londra.
L'incontro tra Obama e Hollande a Washington, in questo momento, è l'evento diplomatico più importante -data la situazione internazionale- avvenuto in questo millennio.
Non è certo casuale che in Italia non se ne parli, noi siamo schierati dall'altra parte. A modo nostro si intende: servi in campo finanziario della city di Londra, servi in campo militare degli Usa, e servi dell'asse russo/tedesco in campo energetico-economico, cercando disperatamente di tenere il piede in due staffe contemporaneamente, una gamba su un cavallo e una gamba sul cavallo accanto. 
Il che, può andare anche bene e funzionare, ma soltanto a una condizione che oggi non c'è più: se il cavallo va avanti piano piano, perchè se per caso si mette a correre, si cade o ci si spacca le gambe. Staremo a vedere.
La Francia è l'unica nazione europea occidentale che aveva ufficialmente rotto con gli Usa, quando Jacques Chirac, nel 2002, mandò a quel paese George Bush jr, si rifiutò di partecipare alla guerra in Iraq -che definì "immonda e un vero suicidio criminale per l'Europa"- e andò a sbattere perchè non riuscì a convincere nè gli italiani, nè gli spagnoli, nè i tedeschi, nè gli olandesi, nè i danesi, a stare con lei. Scelsero tutti di mettersi al servizio di Tony Blair e dei copiosi investimenti della city finanziaria di Londra, rilanciando in Italia -soprattutto in Lombardia- l'industria degli armamenti. Agli Usa costò (oltre alle tante vite sacrificate) circa 6.000 miliardi di euro, all'Italia circa 400, oltre all'imposizione di contratti capestro davvero folli, tra cui quelli relativi alla stazione Muos in Sicilia e all'acquisto degli F35.
I due comunicati congiunti diffusi in gran pompa su tutti i media francesi e statunitensi 48 ore prima dell'incontro (che si verifica questa sera) sottolineano con enfasi solenne la nuova alleanza. Il primo è relativo all'ambiente, ed è di importanza strategica fondamentale, perchè per la prima volta si accenna all'inizio della fine dell'era del carbon fossile, all'uscita dal mondo legato al petrolio e al varo di un'era energetica bio-sostenibile che la Francia intende portare avanti in Europa. Il secondo comunicato (che qui riporto per intero in inglese) inizia -e non a caso- promuovendo un'alleanza strategica con l'Iran che fa acquisire ai franco-statunitensi un fondamentale partner in campo islamico, sottraendolo per sempre all'influenza russo-cinese. Chiarisce con cipiglio militare macho -dopotutto siamo in guerra anche se la gente non lo sa- che l'Africa è una zona strategica che verrà gestita dai francesi in funzione anti-cinese, e infine annuncia una fortissima partnership in campo economico per il varo di un programma comune di massicci investimenti (si parla di circa 2500 miliardi di dollari) per costruire l'asse Silicon Valley California, da una parte, e Parigi istituti di ricerca scientifica avanzata, dall'altra. Investiranno insieme nella cultura, nell'istruzione e nella tecnologia.
Ecco il testo ufficiale:

Washington & Paris February 10th, 2014: Today, American and French diplomats are preparing for talks with Iran that build on the agreement that has halted progress on and rolled back key elements of the Iranian nuclear program. French and American officials share information daily to combat terrorism around the world. Our development experts are helping farmers across Africa and on other continents boost their yields and escape poverty. In forums such as the Group of Eight and the Group of 20, the United States and France promote strong, sustainable and balanced growth, jobs and stability — and we address global challenges that no country can tackle alone. At high-tech start-ups in Paris and Silicon Valley, American and French entrepreneurs are collaborating on the innovations that power our global economy. A decade ago, few would have imagined our two countries working so closely together in so many ways. But in recent years our alliance has transformed and we have expanded our cooperation across the board. We are sovereign and independent nations that make our decisions based on our respective national interests. Yet we have been able to take our alliance to a new level because our interests and values are so closely aligned.

Tutto ciò avviene (anche qui, certamente, non a caso) proprio il giorno in cui inizia il proprio lavoro come Presidenta della Federal Reserve l'economista Yellen, notoriamente il più grande nemico esistente del liberismo economico, autrice di importanti volumi sulla necessità di varare programmi neo-keynesiano e nemica giurata dell'interpretazione del mondo della Merkel, di Putin e di David Cameron. 

Noi siamo soliti definire i francesi "i nostri cugini", il che è anche giusto e comprensibile, date diverse rassomiglianze culturali molto forti.
Nel 1962, l'allora presidente americano John Fitzgerald Kennedy venne in Europa in visita ufficiale. Era la prima volta dopo la fine della guerra che un leader statunitense visitava il nostro continente. La visita si rivelò un trionfo personale di immagine per Kennedy e una catastrofe militare per l'America. I francesi si rifiutarono per l'ennesima volta di entrare nella Nato e quando Kennedy (e i suoi consiglieri militari) gli dissero che serviva per difenderli dato che erano pieni di comunisti, De Gaulle gli rispose "i comunisti francesi, prima di essere comunisti sono francesi, a loro ci pensiamo noi, non abbiamo bisogno di badanti".
E non ci fu niente da fare.
Il no perentorio della Francia obbligò un drastico cambiamento nei piani statunitensi e alla fine optarono per concentrare il 65% del loro dispositivo in Italia, nazione sempre pronta ad assecondare il miglior offerente senza alcun pudore nazionalista e in maniera servile; così l'Italia si riempì di basi nucleari e di esperimenti scientifici, alcuni dei quali tragicamente pericolosi, di cui si è sempre parlato poco o nulla (nel 1963 una pericolosa nube radioattiva invase Roma, di cui non è mai stata data nessuna comunicazione ufficiale e che ha prodotto diverse centinaia di morti per cancro alla tiroide e leucemia: proveniva dal cimitero militare di Nettuno, nel cui sottosuolo era stato costruito un gigantesco laboratorio sotterraneo per esperimenti militari nucleari della Nato). 
Un gustoso aneddoto ci chiarisce la nostra parentela con i francesi. 
L'ultimo giorno di colloqui, Kennedy e De Gaulle trascorsero due orette a parlare tra di loro. C'era anche Adlai Stevenson, consulente personale del presidente che ha poi raccontato l'evento in un suo splendido libro di memorie. A un certo punto Kennedy, dopo essersi sfogato sulle difficoltà che incontrava nel gestire un paese di beceroni, razzisti e ottusi guerrafondai, chiese a De Gaulle: "E come è governare la Francia? Sono difficili o facili i francesi?". A quel punto De Gaulle si alzò in piedi e gli disse: "mi segua, venga con me, adesso glie lo faccio vedere". Lo portò in un ampio salone che si trovava accanto allo studio dove stavano parlando. Sulle pareti c'erano tre gigantesche carte geografiche della Francia con degli spilli colorati appuntati sopra. "Eccola la Francia, è questa qui" disse De Gaulle. Kennedy lo guardò con aria interrogativa. E il generale francese gli spiegò: "Vede, qui sono segnati i 193 luoghi d'arte più importanti, di cui 112 soltanto a Parigi; poi abbiamo i 172 tipi di formaggio nazionale protetti, e infine abbiamo i nostri 234 marchi di vini. Ciascuno di loro pretende di essere unico. A lei sembra facile governare un paese che ha 172 formaggi diversi e 234 marche di vino pregiato?".
Più tardi sull'aereo, Kennedy confessò a Stevenson di non aver capito se De Gaulle intendesse prenderlo in giro oppure no. "Noi non siamo in grado di capire" gli spiegò Stevenson "abbiamo soltanto due tipi di formaggio e beviamo birra e whiskey".
L'Italia è uguale, per questo siamo parenti.
Ma lì finisce la similitudine, o meglio lì inizia il dissidio parentale perchè loro sanno come gestire i tesori familiari ereditati nei millenni, mentre noi siamo figli viziosi e viziati dediti allo sperpero continuo.
E' un diverso stile di vita, e quindi di cultura, e infine di interpretazione del mondo.
Noi ci sentiamo sempre gli ultimi della classe perchè soffriamo del complesso provinciale dei piccolo-borghesi meschini e agogniamo essere accolti tra quelli che contano, sempre a caccia di uno status che ci faccia dimenticare chi siamo; i francesi, invece, sono all'estremo opposto, loro pretendono invece che il loro leader ricordi sempre chi sono e da dove vengono. Lo si è visto e toccato con mano un mese fa quando è venuta fuori la storia della relazione di Hollande con l'attrice. La destra di Le Pen ha tentato in tutti modi di cavalcare la questione a fini politici, dimostrando di non conoscere affatto i propri polli e lo scandalo si è rivelato per Marie Le Pen un boomerang e un vero trionfo per Hollande, che da quel momento ha cominciato a recuperare consensi in maniera repentina. 
Finalmente i francesi scoprivano che il loro presidente non era soltanto un impiegato, ma uno che si portava appresso la scorta per andare a prendere i croissant alle sette del mattino. Lo hanno adorato per questo. Perchè i francesi vogliono che il loro leader sia "anormale" altrimenti non lo riconoscono come tale; deve essere esagerato, estremo. E Hollande era considerato troppo normale per essere francese. A questo bisogna aggiungere il fatto che l'intera sezione femminile dei media nazionali ha adorato l'idea di scoprire che il loro presidente era un "sensuantico" specie pregiata di maschio, sintesi di sensuale e romantico (l'esatto opposto del nostro Berlusconi) perchè Hollande -così è venuto fuori- è uno che si innamora sempre, è sempre innamorato di qualcuna,  e le sue storie finiscono quando si innamora di un'altra. I francesi l'hanno riconosciuto come un loro pollo, anzi, come un loro galletto doc. Il tradimento d'amore, per i francesi, non è un tradimento: è la passione che irrompe nell'immaginario e assecondarla è sempre un buon segno di vitalità.
Non così gli americani, cultura puritana, come è noto.
Sei giorni fa, avvicinandosi la data dell'incontro, nei tabloid statunitensi viene fuori una storia che riguarda Obama, proveniente da un paparazzo parigino: il presidente ha una storia segreta con la cantante Beyoncè, sufficiente per mandare tutto a carte quarantotto. Ma nessuno ha abboccato. La storia rimane lì sospesa per aria. Non è decollata, ma ha il sapore di una spina nel fianco e i repubblicani la stanno usando per annacquare l'incontro tra i due.
Il giorno in cui Hollande è stato chiamato a rispondere in pubblico dei suoi affari privati, era anche il giorno in cui esponeva il suo piano economico. Nessuno ne ha parlato. Se lo avessero fatto sarebbero stati guai per la destra lepeniana, comunque sia è stato considerato nei giorni seguenti nella stampa economica specializzata un'ottima modalità di sostegno dell'industria nazionale. Era importante che nessuno si occupasse di economia e investimenti.
Stanno tentando di fare la stessa cosa in Usa con Obama.
Perchè i media funzionano così.
Esattamente come hanno fatto in Italia (versione nostrana).
Enrico Letta, in tuta sportiva, da Sochi, sabato sera aveva dichiarato: "Lunedì mattina incontro Napolitano perchè ho preparato un'iniziativa forte che fa cambiare il passo.....". Il suo discorso è durato 12 minuti. Ha ripetuto l'espressione "iniziativa forte" otto volte. Ma lunedì mattina, da Napolitano non c'è andato. In compenso, al pomeriggio c'è andato Renzi. Perchè era venuta fuori la storiella di Alan Friedman, di questo si tratta: una banale storiella. In verità è "il segreto di Pulcinella", ovvero il racconto di una vicenda che era già stata raccontata dal quotidiano Il Giornale il 9 agosto del 2011. Ma è stata presentata come uno scoop ieri, presentandolo come fatto inaudito, nel senso letterale del termine: "evento mai ascoltato prima". Se uno presenta un fatto arcinoto come uno scoop, si copre di ridicolo. La grancassa dei media si è gettata sopra la preda ben presentata agli italiani, in tal modo nessuno si è sentito in dovere di chiedere a Letta "scusi ma l'iniziativa qual è? Dove sta la tanto decantata iniziativa?". Non solo. Tutto ciò è stato presentato dalla cupola mediatica nostrana come la nascita del nuovo asse Forza Italia-M5s, perchè (ieri notte) era chiaro come il sole a tutti che questa mattina Forza Italia avrebbe votato per l'impeachment di Napolitano. E invece non  stato così, come era ovvio. Berlusconi si è ben guardato da rovinarsi il suo principale sponsor e così, in commissione, Forza Italia ha deciso di non votare per la messa in discussione del presidente. Il fine di questo circo consisteva nel far credere alla gente che Forza Italia e M5s stavano e stanno sulla stessa posizione.
Questo è falso.
Al M5s non glie ne importa nulla di ciò che Friedman sostiene.
La richiesta di impeachment da parte del gruppo parlamentare M5s nasce da un fatto politico istituzionale ben preciso, specifico, e gravissimo: i cinque stelle accusano formalmente il presidente di aver rinunciato scientemente alla sua funzione arbitrale perchè convoca -quando vuole- il PDL e il PD al Quirinale senza convocare anche il M5s che rappresenta il 25% dell'elettorato, dimostrando la sua idiosincrasia per la rappresentanza dei cittadini, perchè lui non riconosce la "validità legale dei movimenti" ma soltanto i partiti costituiti, anche se si tratta di un movimento legale, votato, eletto da quasi 9 milioni di persone. Così facendo, Napolitano è come se dicesse al paese "contano soltanto il PD e il PDL, se votate per il M5s sappiate che state votando per un'organizzazione politica che noi non prenderemo mai in considerazione perchè ci è indifferente la posizione del 25% dell'elettorato; o vi costituite in partito, prendete i soldi e fate come gli altri oppure noi con voi non ci parliamo". In tal modo si dà un avvertimento pretestuoso all'elettorato e lo si deprime; è come se in una partita di calcio l'arbitro dicesse al capitano di una delle due squadre "per voi non si applica il fuorigioco".
E' una pregiudiziale ad excludendum.
Il dissidio sta tutto lì.
In una vocale.
E' la distanza tra l'idea della politica come Cosa Nostra e l'idea della politica come Casa Nostra.
Sono tutte armi di distrazione di massa.
Nessuno ha parlato di come la Francia sta gestendo la crisi economica e come mai lo spread italiano è a 203 e quello della Francia è a 59.
Hanno provato, in Usa, a invelenire e disturbare l'esordio della Yellen, la quale, come sua prima uscita ha dichiarato, due ore fa: "Da oggi si cambia; non muteremo il tasso di sconto fintantochè la disoccupazione non scende almeno al di sotto del 6,5%, perchè da oggi il parametro che stabilisce la logica della politica economica e monetaria della Federal Reserve ruota intorno al lavoro e all'occupazione. Il nemico da battere non è il disavanzo pubblico, bensì la gente che non ha lavoro, e di questo ci occuperemo".
Fine del secco comunicato.

Chissà perchè e come mai, da noi, in Italia, non cè nessun sindacalista, nessun imprenditore, nessun politico di calibro che ha chiesto all'esecutivo di allacciare le manovre economiche al tasso di disoccupazione reale.

Perchè di questo si vive, di lavoro reale; e della mancanza di questo si muore.
Sia come individui che come nazione.

A meno che, s'intende, non si goda del privilegio di rendite garantite a tempo indeterminato.
Ciò che i partiti promettono ai loro clientes, che li votano per questo.
Chi è fuori da questa logica è considerato pericoloso, quindi non può essere ricevuto dal Presidente.

Questa scelta, in Italia, la chiamano democrazia.
La city degli affari gongola e in borsa fanno grandi affari: sanno che non cambierà nulla.

lunedì 10 febbraio 2014

Il governo ha fornito dati falsi sullo stato dell'economia. Istat e Confindustria li hanno smascherati.



di Sergio Di Cori Modigliani

Teatro geo-politico e bugie di regime.

Il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, e il primo ministro Enrico Letta, hanno fornito cifre non corrispondenti alla realtà. Hanno mentito sapendo di mentire.
Apparentemente niente di nuovo.
Lo facevano anche Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, se è per questo.
Lo facevano anche Mario Monti e Corrado Passera.
Ma c'è una differenza tra il 2010/11/12/13 e il 2014.
E' cambiato il panorama geo-politico globale, è cambiato il teatro di scontro internazionale, e in Italia -ciò che a noi sta a cuore- è completamente cambiato sia il quadro istituzionale che i rapporti tra imprenditoria e politica, da una parte, e classe politica e cittadinanza dall'altra.

Basterebbe vedere i grandi networks televisivi del pianeta in questi giorni, per comprendere che cosa sta accadendo nel mondo e capire, fino in fondo, che i record raggiunti dall'Italia non sono soltanto numeri tanto per fare delle classifiche: sono indicatori della buona salute di una nazione oppure del suo stato patologico. (mi riferisco al fatto che siamo al 70esimo posto come libertà di stampa e 28esimi in Europa -cioè ultimi- sia come evasione fiscale, sia come corruzione sia come diffusione di criminalità). Grecia, Spagna e Bulgaria stanno meglio di noi.

Ufficialmente, da sabato scorso, siamo entrati a pieno regime nel primo teatro di guerra fredda dell'epoca post-moderna. Se ne parla in Nord America, in Sud America, in Oceania, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, in Olanda, in Yugoslavia. Da noi, no.
C'è un motivo.
Era dal 1976  (Los Angeles, California) che non si verificava -dal punto di vista diplomatico- un boicottaggio politico ai più alti livelli gerarchici. Obama, Cameron, Hollande, Merkel e altri 48 importanti capi di stato non hanno presenziato all'apertura delle olimpiadi di Sochi. L'Italia stava lì con Enrico Letta, in tuta sportiva, a chiacchierare con la stampa fornendo dati e cifre sull'Italia e sulla situazione economica che oggi si sono dimostrati falsi.
Non c'è stato alcun dibattito sulla questione.
Non c'è stato neppure un commento su una striscetta di facebook.
Non c'è neppure la curiosità di chiedersi "come mai quelli non sono andati?".
Semplicemente non se ne parla e si fa finta che non stia accadendo nulla.
Il fatto è allarmante di per sè, visto che siamo in campagna elettorale per le europee.
La questione dei gay, in verità, è una scusa e c'entra ben poco. 
Non penserete mica che le grandi potenze occidentali decidano di compiere un gesto simbolico così forte e potente perchè, all'improvviso, si scoprono paladini delle libertà civili!
Suvvia, un po' di fantasia.
Questo nuovo teatro di guerra fredda, in realtà, non ha niente a che vedere con quello precedente tra il 1945 e il 1989, anche se apparentemente gli attori sono gli stessi: da una parte gli Usa -e i suoi fedeli alleati- e dall'altra la Russia. Sembra uguale, ma non lo è.
Lo scontro, infatti, non è tra comunisti e capitalisti.
L'attuale dissidio è il preludio della guerra vera in atto, e già da tempo, dovunque in occidente: 

a) finanza allegra da una parte e industriali dall'altra (in campo economico) che ormai si avvicinano all'inizio dello scontro finale, secondo molti entro novembre 2014; 
b) il conseguente teatro di scontro tra classe politica dirigente e finanza (in campo politico); 
c) e infine il teatro di scontro tra dirigenti politici istituzionali e cittadinanza (in campo sociale).

Il punto c è la novità assoluta che rende questa guerra fredda, originale e diversa da quella precedente, ed è un prodotto della civiltà multimediatica, perchè offre un panorama diverso: l'irruzione potente della voce della cittadinanza attiva come parte integrante del nuovo ordine mondiale che si sta costruendo. La collettività si è presentata -grazie alla tecnologia avanzata- nel mondo dello scambio sociale pubblico attraverso i social networks, (immediati, impulsivi, emotivi e impietosi), e attraverso nuove forme di organizzazione politica della comunità, in rappresentanza delle istanze dei cittadini, vedi occupywallstreet in Usa, i nuclei spagnoli che stanno mettendo alla gogna la monarchia dopo 700 anni di dominio incontrastato, il movimento a cinque stelle in Italia, il movimento separatista scozzese, la dichiarazione di indipendenza di ben dodici nazioni del continente sudamericano dalle decisioni del Fondo Monetario Internazionale, ecc. 
Grazie alla velocità simultanea delle comunicazioni, oggi non è più possibile gestire il pianeta come era accaduto nel 1945, quando tre persone (da sole) si sono incontrate nella località termale di Yalta (Churchill, Stalin e Roosevelt) e hanno deciso e stabilito come suddividersi il pianeta in fette di torta senza chiedere l'opinione di nessuno, senza dover rendere spiegazioni a nessuno, senza raccontare i fatti a nessuno, senza fornire dettagli a nessun parlamento. 
Mai.
La troika è figlia di quella modalità di interpretazione del mondo.
Quest'Europa che non funziona è gestita da una commissione che è figlia di quell'idea.
Il dominio della finanza sull'economia anche.
L'asservimento dei politici ai finanzieri, pure.
Le nazioni intelligenti, ovvero quelle che hanno capito come si stanno mettendo le cose, stanno cercando di trovare soluzioni possibili e potenzialmente efficaci per far fronte ad una situazione anomala, originale, perchè l'intreccio della matassa globale non può più essere affrontato senza tener conto di tutti i suoi fili, di cui le esigenze sociali e civili della cittadinanza sono una componente essenziale. La rivoluzione digitale tecnologica comincia a produrre i suoi primi effetti di rivoluzione sociale, così com'era avvenuto con l'avvento della televisione, della radio, della stampa proseguendo a ritroso fino ad arrivare all'invenzione della ruota, la madre di tutte le rivoluzioni tecnologiche della specie umana.
Vladimir Putin è figlio di Yalta: lì è rimasto.
Ed è quella l'interpretazione della Storia e del mondo che lui intende perseguire.
Non ha capito che non è più possibile, perchè il mondo è già cambiato.
La società planetaria non è cambiata perchè i cittadini l'hanno cambiata.
I cittadini hanno cominciato ad esprimersi perchè la società planetaria era cambiata.
E' l'aspetto fragorosamente rivoluzionario della globalizzazione.
Se domani il Pakistan decide di dichiarare la guerra all'India, dopo due minuti sequestrano l'intero governo e li rinchiudono in manicomio; magari -in quel caso specifico- il lavoro sporco lo fanno fare all'Iran per evitare contraccolpi costosissimi. Non è più possibile per la Cia fare un golpe militare in Argentina o in Cile, così come non è più possibile per la Russia gestire le nazioni dell'Europa orientale come se fossero delle colonie personali da sfruttare privatamente.
Nel 1953, '63, '73, '83, '93, se fosse accaduto alla Chevron ciò che gli è capitato quattro mesi fa in Ecuador (buttati fuori a calci, obbligati a pagare 14 miliardi di dollari per danni al paese) il capo dell'azienda avrebbe telefonato alla Casa Bianca e avrebbe detto al presidente "veda un po' di mandare i berretti verdi a Quito domani mattina e farmi avere la testa di Rafael Correa su un bel piatto d'argento qui a Dallas per il week end". E il mattino dopo, i marines partivano.
E' probabile che quella telefonata l'abbia fatta, ma si sarà sentito dire: "paga e stai zitto" e gli hanno sbattuto giù il telefono. 
Enrico Letta è figlio di Yalta.
Giorgio Napolitano è figlio di Yalta.
Per questo motivo Letta è andato lì.
Orrenda testimonianza del nostro declino, una prova lampante che l'Italia è contenta di prendere ordini da Van Rompuy, da Barroso, da Olli Rehn, nessuno dei quali è stato mai eletto, nessuno dei quali rappresenta alcuna istanza della cittadinanza europea a nessun titolo.
Anche Matteo Renzi è figlio di Yalta, giovane per l'anagrafe ma vecchio dentro.
Altrimenti avrebbe invitato Silvio Berlusconi all'auditorium di Via della Conciliazione, alla presenza dell'intera cupola mediatica italiana e della Rai in diretta, per far sentire a tutti che cosa si dicevano. 
Si sono fatti la loro piccola Yalta, da bravi piccolo-.borghesi provinciali, e sono entrambi contentissimi perchè pensano di averla fatta franca.
Risultato: hanno deciso (tra le altre cose misteriose) di regalare soldi pubblici alle banche private italiane segando le gambe all'imprenditoria nazionale, chiarendo quindi che il PD e Forza Italia non hanno nessuna intenzione di approntare un piano strategico di politica industriale perchè preferiscono foraggiare la finanza che mantiene profumatamente i loro rispettivi funzionari di partito.
Giorgio Squinzi (ha 25 anni più di Renzi, ma è più giovane di lui) a nome degli industriali italiani ha praticamente licenziato Enrico Letta, fatto questo di cui si parla poco. Troppo poco.
Certo, bisogna vedere se ci riesce.
Intanto, le cifre gli danno ragione.
Confindustria ha obbligato l'Istat a rendere pubblici i dati "veri" sulla situazione economica italiana nel mese di dicembre 2013, altrimenti li avrebbero diffusi loro con cipiglio polemico.
Ne viene fuori un ritratto opposto a quello presentato da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni.
Nel mese di dicembre, i crediti inesigibili delle banche rispetto alle aziende sono aumentati del 24,5% rispetto al mese precedente. 
Nel mese di dicembre 2013 il numero di aziende che hanno chiuso è aumentato del 13% rispetto al mese di novembre.
Nel mese di dicembre la produzione industriale ha accusato una flessione di -0,9% rispetto al mese di novembre che ha portato gli indici industriali italiani a un -3% nel 2013 ai quali va sommato il -6,5% del 2012 (ringraziate Monti, Passera, Napolitano, il PD e il PDL) e il -5,4% del 2011 (ringraziate Berlusconi, Tremonti, Maroni). 
Soltanto nel 2013 l'intera industria nazionale ha subito una flessione di profitti netti nell'ordine di 26,5 miliardi di euro.
La finanza, dal canto suo, ha visto un incremento della attività con un + 19% dato che Berlusconi, Monti, Letta hanno provveduto ad abbassar loro le tasse.
Gli investimenti in infrastrutture dal 2010 al 2013, in Italia, sono diminuiti di un -23%, mentre in Germania e Francia sono aumentati rispettivamente di +12% e +9,5%. In Usa di +32%.
La disoccupazione nel mese di dicembre è aumentata dell' 11% rispetto a novembre.
Questi sono i dati ufficiali che sono stati pubblicati questa mattina, sui quali non sentirete, nè ascolterete, nè vedrete, dibattiti, argomentazioni, discussioni.
Va da sè, l'unico articoletto a diffondere i dati lo trovate su Ilsole24ore.
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-02-10/industria-produzione-torna-rosso-dicembre-2013-calo-3percento--103216.shtml

Questa è la situazione di un paese in stallo perpetuo.
Abbiamo una classe politica dirigente che ci fa vivere all'interno di un quadro geo-politico ormai superato dalla Storia. Per i nostri governanti, per i funzionari dei partiti che controllano il paese, non muoversi e non muovere nulla è diventata la loro estrema forma di sopravvivenza e salvaguardia, pena il loro inevitabile pensionamento.
I governanti più scaltri, e le classi politiche meno miopi di altre nazioni, stanno prendendo atto dei cambiamenti avvenuti e si muovono per evitare il peggio. Hanno capito che il vero, autentico dibattito che va affrontato oggi ruota intorno alle tematiche di salvaguardia dei Diritti Civili della cittadinanza collettiva, primo fra tutti quelli del lavoro e dell'occupazione. La questione dei diritti dei gay è la punta di diamante ed è solo il pezzo emerso dell'iceberg contro il quale l'intero sistema sociale corre il rischio di andare a sbattere, se non viene affrontato subito con l'adeguata competenza. Gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia, l'Olanda e la Germania, hanno approfittato dell'evento olimpico a Sochi nel tentativo di andare a incassare un assegno di credibilità in patria, metterci una pezza e impedire che la tematica dei Diritti Civili esploda in tutta la sua virulenza. Come è accaduto in Bosnia (due metri da casa nostra, ci arriviamo in canotto) dove la cittadinanza, inferocita in seguito all'applicazione della normativa imposta dalla Commissione Finanze della Ue e dalla Troika, ha assaltato i palazzi del potere e gli ha dato fuoco, per protestare contro la chiusura di alcune aziende e l'abbattimento dei salari. Immagini davvero tragiche e simbolicamente molto potenti e pericolose, che i media italiani si sono ben guardati dal mostrare, elaborare, informando gli italiani e invitando a una riflessione e a un dibattito sulle esplosioni sociali che si stanno verificando dall'altra sponda del Mare Adriatico. 
Perchè una cosa, ormai, è diventata chiara a tutti, tranne che a Vladimir Putin e a Enrico Letta: qualunque sia la configurazione del nuovo ordine mondiale che intendono costruire, non sarà più possibile farlo come nel 1945, con quattro, quaranta o quattrocento finanzieri massoni che stabiliscono i destini di centinaia di milioni di persone. 
C'è chi comincia a rendersene conto.
C'è chi invece pensa che non sia cambiato niente e non si rende conto che il web, l'informazione alternativa on-line, e i social networks, non sono soltanto dei gadgets inventati per far sfogare le persone, ma possono trasformarsi in un qualunque momento in un micidiale boomerang per i detentori del potere.
Oggi, 10 Febbraio 2014, per chi vuole svegliarsi, basta essere curiosi e attivi.
Evitando di cadere nelle trappole delle armi di distrazione di massa.