di Sergio Di Cori Modigliani
"La vera patria è quella in cui incontriamo più persone che ci somigliano." (Stendhal).
lunedì 28 maggio 2012
Le alternative esistono. Sabato scorso a Frosinone un gruppo di intellettuali tra loro diversissimi si sono messi in gioco in un convegno pubblico.
di Sergio Di Cori Modigliani
Si dice in giro, ormai –purtroppo- che non esistono alternative, dando per scontato che questo corrisponda allo stato delle cose e rifletta il totale declino culturale della nazione. Non c’è alternativa alle diposizioni della BCE, e quindi bisogna chiamare Mario Monti; non c’è alternativa a Mario Monti, altrimenti c’è il baratro; e per coloro che cercano una strada e una via percorribile di opposizione democratica, tutti d’accordo nel sostenere che non c’è alternativa al fresco nuovo di zecca Beppe Grillo, squisita confezione dell’unica possibilità da percorrere al di fuori del trinomio mortifero Alfano Bersani Casini: o i partiti decotti o il Grillo precotto. Prendere o lasciare, non c’è altro. Non esiste. Non può esserci. Non ci provate neanche a farvelo venire in mente.
Comunque si mettano le cose, al cittadino viene prospettata una realtà dove si spinge sempre verso un’unica e costante deriva: cercare di far incorporare alle masse l’idea di fondo che “non esiste alternativa”.
L’aspetto tragico di questa nuova, nonché diabolica, astuzia mediatica, consiste nel battere la grancassa della banalità che caratterizza il pensiero unico delle società monocordi dittatoriali: l’abbattimento dell’incontro tra personalità diverse; la lotta contro il dibattito e confronto democratico; l’impedimento di un incontro tra scuole di pensiero con matrici distinte; il tutto, per evitare in ogni modo la nascita di alleanze tra gruppi eterogenei, i quali, pur rivendicando la propria salda autonomia trovano una squisita sintesi collettiva nel riuscire ad aggregare forze diverse, compiendo e realizzando la necessaria rivoluzione alchemica senza la quale non ci rialzeremo mai: passare dallo stato di dispersione a quello dell’aggregazione.
Usando e sfruttando la deriva psico-sociale del narcisismo bulimico, nascono come funghi neo-partiti, gruppetti, associazioni, movimenti, che squillano (inizialmente) proclami unici e originali (secondo loro) sempre all’insegna dell’unità nazionale ma sempre e inevitabilmente gli uni contro gli altri, a caccia di visibilità, consenso, voti, applausi. Usano tutti le stesse parole d’ordine (geniale invenzione dell’attuale sistema moribondo) appiattendole quindi perché ne sottraggono la validità del Senso: potete scegliere a piacere tra no alle banche, no all’austerità, sì al bene comune, no al verticismo dei partiti, sì al diritto di cittadinanza, no alla corruzione, ecc.,ecc. Non c’è nessuna differenza tra i funghi di destra e quelli di sinistra, tra quelli laici e credenti. Hanno in comune, però (guarda caso) che una volta alzato il velo della banalità corrente, se per caso si arriva ad osare mettersi in gioco a “livello culturale” prospettando una polifonìa di voci ed esperienze diverse, si alza lo sbarramento e l’asino crolla miseramente. Anche lì il re è nudo come un verme, e comunque vadano le cose, viene fuori che a decidere sono tre poveri gatti (o quattro gatti ricchissimi) che stabiliscono il come il dove il quando e il quanto. Perché la massa ha ormai incorporato la consapevolezza che c’è un vuoto spaventoso e corrono tutti a cercare di occupare il territorio delle idee sperando di ricavarne una grandiosa (o modesta se le ambizioni sono piccole) rendita di posizione: poi si vedrà.
Che poi, dietro, ci sia Goldman Sachs, la J.P.Morgan, la grande industria, il nocciolo duro piddino, Berlusconi, Casaleggio, il Vaticano, gli anarchici, i fascisti, i comunisti, non fa molta differenza. C’è sempre qualcuno dietro.
C’è sempre dietro qualcosa.
E questa situazione seguita a produrre l’idea che non esiste alternativa.
A livello politico è ormai dato per scontato che o c’è la triade Alfani-Bersani-Casini e ammennicoli vari, da Di Pietro e Vendola (a sinistra) ai cattolici di Comunione e Liberazione (a destra) oppure c’è Beppe Grillo. Lì, finisce tutto. Non esiste altro. Non può esistere altro. Si ritorna al punto di partenza: “non esiste alternativa”.
Beppe Grillo ci annuncia lo smagliante futuro dell’alternativa ai partiti decotti, e poi ricorda l’unica condizione per aderire: accettare l’idea che Casaleggio & co. è l’unica alternativa planetaria (tra un po’ possiamo anche aspettarci che ce la presentino come “alternativa galattica”) e quindi presentano la novità assoluta: l’alternativa precotta per combattere i partiti decotti.
Questa è la situazione attuale.
Negli ultimi due mesi ho slalomato da un gruppo a un altro, da un movimento a un altro, da un sedicente soggetto politico nuovo a un altro, spinto dalla famelica curiosità, alla ricerca di una originalità, di una qualche verità condivisa, di una traccia collettiva che non escludesse per principio nessuno strumento. Perché è chiaro che per combattere la dittatura del pensiero scarso ci vuole ben altra musica: ci vuole una bella sinfonia democratica, e anche l’arpa e l’oboe in una qualunque orchestra merita il suo posto dignitoso.
La democrazia è una sinfonia, altrimenti non è democrazia.
Sentite un po’ che cosa diceva Platone nel dialogo la Repubblica «se si presentasse alla nostra città (…) chi in virtù della sua abilità sapesse recitare tutte le parti e imitare ogni modello, non mancheremmo certo di venerarlo come un uomo divino e meraviglioso, e ricco di fascino. E, tuttavia, gli diremmo anche che non c'è posto nel nostro Stato per un uomo come lui, né che ci potrebbe essere e lo dirotteremmo verso altre città, non prima di avergli versato sul capo essenze profumate e di averlo bendato con nastri di lana». Uno splendido passaggio dedicato al pericolo delle dittature, all’ipnosi di un’idea unica, dell’uomo del destino, del leader indiscusso. Tutto ciò che, oggi, si vuol far credere di combattere, ma che disperatamente si cerca, invece, di affermare come principio. Si cacciano i vecchi dittatori dal portone principale con i forconi, e mentre stanno tutti asserragliati davanti alla porta d‘uscita buttando olio bollente, i nuovi dittatori entrano dalle finestre laterali. Quando poi il portone verrà richiuso, sarà troppo tardi.
Questa splendida citazione di Platone è stata usata, qualche giorno fa, in un editoriale (pubblicato su Repubblica a proposito della situazione attuale e del pericolo reale della dittatura nel nostro paese), da un senatore della repubblica italiana, che ha un corposo curriculum vitae: Guido Rossi. Su Wikipedia (per chi non lo conosca) trovate un sunto della sua biografia. Oltre ad essere una bellissima mente, giurista raffinato, democratico convinto, con solide battaglie di tutto rispetto nella sua esistenza, ha al suo attivo l’imbattibile caratteristica di aver raccontato (fin nei minimi particolari) la genesi, lo sviluppo e il tragico finale di questo scempio attuale molto prima che si verificasse. Il credito, dunque, non glie lo si può negare. Lui l’ha spiegato nel 2007. In uno splendido saggio intitolato “Il mercato d’azzardo”, pubblicato dall’editore Adelphi. Il libro si apriva così: “Il mercato finanziario globalizzato sta divorando i suoi stessi presupposti, calpestando giorno dopo giorno i principi della democrazia azionaria, dell'interesse sociale, della creazione di valore" e poi spiegava che cosa stava accadendo, che cosa sarebbe accaduto, ma –da vero studioso e conoscitore del diritto- ciò che è più importante ci spiegava che cosa si poteva fare e bisognava fare per evitare l’attuale catastrofe.
Quindi, come vedete, l’alternativa esiste.
L’8 novembre del 2011, il presidente Napolitano avrebbe anche potuto farci risparmiare l’aggravio di una spesa in più senza nominare Monti senatore. Ce l’aveva lì un senatore doc, rispettato in tutta Europa, l’unica personalità italiana di fronte alla quale a Wall Street si tolgono il cappello, riverito in Confindustria, preso in alta considerazione dai sindacati, conoscitore di ogni più nascosto meandro e anfratto della vita politica italiana, essendo stato tra l’altro il presidente della Consob e della Borsa Valori di Milano.
Appunto. Li conosce tutti.
Un uomo, dinanzi al quale Mario Draghi si sarebbe davvero messo a tremare.
E non è l’unico. Sono ancora molte le belle teste pensanti che funzionano e potrebbero –se chiamati- risolvere elegantemente la situazione.
L’alternativa eccellente c’era quindi. E c’è anche ancora.
Così come esistono alternative politiche. Se uno vuole.
Ma Guido Rossi era “troppo” politico, ed era un intellettuale. Soprattutto, non di parte. E noto per essere sempre aperto alla polifonìa, purchè gli strumenti siano ben accordati.
Tutto ciò era una premessa, che mi è servita per introdurre la notizia di oggi:
Sabato scorso c’è stato un convegno a Frosinone, del quale non posso fornire una visione critica in quanto ne ho fatto parte: ero uno relatori invitati.
Si è trattato, dico subito, di un evento modesto, anche se pubblico. Ma che ha rivelato una eccezionale sorpresa positiva. Non soltanto ha sorpreso me. Ha sorpreso tutti coloro che vi hanno partecipato. Il titolo era “L’euro: la pillola rossa, la pillola blu”. Era stato organizzato da un cacciatore d’idee frusinate, un ingegnere sistemista che si chiama Fiorenzo Fraioli (anti-nuclearista) attivo in rete con un suo blog che si chiama “eco della rete”. Sul suo blog odierno, così ha commentato l’esito del convegno: L'aver invitato a parlare di euro relatori appartenenti a tradizioni diverse, dai "comunisti" Pasquinelli e De Santi al "massone progressista" Magaldi, ci esponeva al rischio che l'evento si risolvesse in una disordinata cacofonia. E' stata, invece, una polifonia, che ha addirittura fatto intravedere la possibilità che forze e tradizioni di pensiero politico diverso possano, in circostanze eccezionali, costituire un "fronte ampio" contro un avversario comune: il pensiero tecno-reazionario delle élites attualmente al potere in Europa e in Italia.
Perfino lui è rimasto sorpreso.
Perché questo convegno ha dimostrato qual è una delle strade da percorrere, a mio avviso, la vera alternativa oggi: la polifonia democratica.
Insieme c’erano persone talmente diverse, con idee, ideologie e pensieri, così distanti che sembrava impossibile non soltanto metterli insieme, ma anche evitare che si scannassero. E invece no. Perché c’era un collante fondamentale, anzi, più d’uno: la passione civile autentica, la ferma lealtà di ciascuno alle proprie idee forti e alla propria tradizione, ma allo stesso tempo la chiara e dichiarata volontà di mettersi insieme per costruire qualcosa in prospettiva di quella rivoluzione morale e culturale di cui il paese ha bisogno. Professionisti di diversa età, in rappresentanza di settori della società civile pensante, il convegno ha mostrato e dimostrato quali ottimi risultati si possano raggiungere quando le intelligenze si mettono insieme nel nome della democrazia, al di là delle vanità e del narcisismo personale. C’era chi sosteneva la MMT, chi la teoria marxista, chi la purezza di John Maynard Keynes, c’era addirittura chi sosteneva la necessità di restare a tutti i costi in Europa e chi sosteneva l’assoluta necessità di uscire subito dall’Europa, eppure alla fine, soprattutto nel lunghissimo incontro intellettuale del dopo convegno, è avvenuta una sintesi (e qui viene il bello) neppure cercata o voluta. Qualcosa di simile alle prime riunioni che cattolici e laici, comunisti e liberali, socialisti e comunisti, repubblicani e massoni, tutti insieme avevano fatto negli anni’40 per andare a costruire quel nucleo di pensiero intellettuale che sostenne la resistenza anti-fascista e ha posto le basi per la nascita della nostra repubblica democratica.
Nessuno dei partecipanti ha la minima idea di mettere su un proprio partito, una sigla unica, una lista elettorale, uno statuto redatto da qualche ente astratto, persona, club, cerchio magico, che poi produce .-inevitabilmente- una specie di proclama che molto presto si trasforma in ordini perentori ai quali non ci si può sottrarre.
Ma un piccolo mattone vero è stato posto. Proprio perché non è stato cercato.
E’ stato trovato.
E la calce per attaccarlo al prossimo mattone, siete voi che leggete. Anche voi.
Così come lo sono tutti i cittadini che hanno voglia di diventare soggetti politici attivi senza per questo dover aderire a modelli pre-confezionati.
Ne abbiamo avuto abbastanza dei partiti decotti.
Ma non vogliamo neppure i partiti precotti.
Ciò che vogliamo è cucinare insieme: cibo fresco e selezionato, perché siamo italiani e amiamo la cucina ed è arrivato il momento di abbandonare l’idiozia e la melensaggine attuale per poter aspirare a un buon pranzo.
Quel convegno è stato un ganglo, niente più di questo.
Bisogna cominciare a costruirne altri. E poi li legheremo.
Perché l’alternativa per la costruzione di un fronte radicale e democratico in Italia c’è, è possibile, è praticabile.
Soprattutto è costruibile.
L’alternativa democratica c’è, se lo vogliamo.
Ma non la si fa senza che vi facciano parte tutte le componenti sociali autentiche della collettività: non si costruisce un bel niente senza che ci siano ANCHE i cattolici, i laici, i keynesiani, i marxisti, i massoni, i meridionalisti, i settentrionalisti, i federalisti e gli statalisti, ecc.
Non ha neppure un nome, perché per il momento non è nulla di più di un gruppo di persone completamente diverse che si sono viste insieme in pubblico una volta per esporre le proprie idee.
Se proprio dovessi dare un nome gli darei questo: ANCHE.
Perché se per caso, tu che leggi, sei un rom intellettuale e mi chiedi: “anche gli zingari?”
Io risponderei: “anche”.
Sono parte della nostra attuale esistenza civile multi-etnica, nessuno sa né che cosa pensino nè che cosa vogliano nè quali siano le loro aspirazioni. Magari ci fosse qualche zingaro pensante che vuol dire la sua. Abbiamo bisogno di tutti, nessuno escluso.
E’ il tallone d’Achille di Beppe Grillo (che seguito tatticamente a identificare come una testa d’ariete efficace e necessaria, ma niente più di questo): il cinque stelle è un movimento che lavora sull’esclusione e non sull’accorpamento e sull’aggregazione. Non vogliono e temono gli intellettuali, il che induce in sereni sospetti europei.
Io sono decisamente per l’Anche.
Perché bisogna cominciare a organizzarsi ed educarsi al dibattito e confronto democratico tra diversi, diciamo così “ugualmente distanti”. E’ la chiave di una società ricca e complessa. Bisogna cominciare ad abituarsi ad accogliere la diversità, altrimenti non si può costruire niente di nuovo. Tantomeno di originale.
La sintesi vincente viene fuori dalla somma delle voci.
Quando c’è una sola voce grossa che batte la grancassa, l’assordante rumore crea sempre silenzio di pensiero creativo e democratico.
La mente umana funziona così.
E a me, si sa, piace sempre l’idea di partecipare a qualcosa che mi fa sentire il profumo della libertà intellettuale, democratica, partecipativa.
Vengo anch’io, no tu no, è il mantra di Goldman Sachs (qui inteso come simbolo).
Sono invece per “anche i greci, così come sono, perché no?”
E da qui, tutti quanti.
Perché o questa realtà, questa nazione, questa Europa la cambiamo tutti insieme, oppure non sarà cambiamento.
NO rewind, this time.
venerdì 25 maggio 2012
Meglio Beppe Grillo che il suicidio. Tutto ciò come risultato del vuoto immondo lasciato dagli intellettuali venduti.
di Sergio Di Cori Modigliani
Il più grande trionfo dell’oligarchia finanziaria sovra-nazionale, acquisito definitivamente nell’arco degli ultimi vent’anni, consiste nell’essere riusciti a “monetizzare l’esistenza” degli individui. Questo sì, a loro insaputa.
Poco a poco, hanno condotto una strategica battaglia iniziata verso la fine degli anni’70, con l’ottima scusa della guerra fredda.
Hanno iniziato costruendo, in diversi luoghi del pianeta, delle centrali operative della comunicazione globale, accogliendo ingenti capitali mafiosi che sono serviti come base finanziaria per costruire giganteschi monopoli mediatici, grazie ai quali hanno iniziato l’iniziale trasformazione alchemica dei media e dei professionisti che ne facevano parte. Agli inizi degli anni’80, (ormai ampiamente identificata come data esatta) è iniziata la prima grande battaglia, vinta dai padroni di Ronald Reagan che abbatterono –in molti casi anche con la violenza, a seconda del territorio e dei continenti- il concetto di informazione mediatica, spostando il baricentro dell’attività giornalistica dall’investigativo al gossip. Su quello costruirono un gigantesco mercato, grazie al quale hanno cominciato a costruire dei centri operativi finanziari il cui obiettivo era smaccatamente e squisitamente politico, ben mascherato dietro il termine, allora molto trendy (1985) “nuova economia del terziario avanzato”. L’intero sistema di informazione planetario (grazie anche alla caduta del comunismo e quindi all’apertura del mercato globale e crollo delle ideologie) si spostò abbattendo il concetto di Cultura e trasformandolo da “trasmissione di Sapere” a “Uso e consumo di nozioni a finalità marketing”. In tal modo, abbattute le barriere di resistenza sociale, la finanza speculativa ha cominciato ad allargare lo spettro delle proprie attività occupando la produzione della “economia delle merci” (che produce ricchezza reale sia per le nazioni che per i popoli e in ultima istanza per ogni singolo individuo) sostituendola con la cosiddetta “necessità di gestire la società dei servizi”. Furono gli anni in cui –tanto per fare un chiaro esempio italiano, uno solo valido per tutti- una florida azienda leader italiana nel mondo, come la Pirelli, che produceva pneumatici e gomma per elettrodomestici, ovverossia beni di largo consumo non soggetti a crisi di consumo, cambiò ottica di politica industriale e si gettò nella telefonia mobile, nella pubblicità, e nell’industria televisiva, acquisendo Telecom Italia, perfettamente in linea con ciò che stava accadendo nelle altre nazioni di capitalismo avanzato. In tal modo, l’industria mondiale (senza accorgersi di star operando il proprio suicidio) affidò alla finanza un ruolo privilegiato rispetto alla produzione di merci iniziando la lunga marcia verso il proprio strozzamento. Una volta (siamo ormai agli inizi del nuovo millennio) realizzato il piano economico di espoliazione del comparto industriale, nell’indifferenza generale, fu un gioco da ragazzi selezionare nelle singole nazioni la dirigenza partitica adeguata per fare in modo che la Politica “eseguisse” gli ordini dell’oligarchia. Ormai completamente distaccata dall’economia, ormai priva di adeguate informazioni perché l’intero sistema mediatico era stato accorpato, privi di qualsivoglia riferimento culturale perché avevano eliminato o acquistato o addormentato la classe intellettuale, cominciarono a gettare il fertile humus necessario per far varare il sistema di leggi necessarie per consentire la nascita di quella che il filosofo statunitense Richard Rorty (deceduto ahimè nel 2007) in una sua splendida conferenza tenuta a Berkeley, in California, nel maggio del 2002, aveva selezionato e definito come “la nascita di a new overclass, una generazione di semi-dei che i media provvederanno a definire “tecnici”, i quali sono al di sopra delle leggi e al di sopra delle istituzioni e al di sopra e al di fuori delle loro rispettive etnie e culture locali, perché non risponderanno più né ai partiti né ai governi, bensì a una ristrettissima pattuglia di oligarchi globali in grado di poter annientare il destino di una intera nazione con una semplice telefonata, senza bisogno alcuno di schierare carri armati o aerei da bombardamento; non avranno bisogno neppure della polizia, ci penserà la finanza a decidere e a stabilire la gestione dei conflitti micro-sociali”. Questa nuova “overclass” (trad.: classe superiore) avrebbe gettato le basi di quella che due mesi dopo a Harvard, il prof. Noam Chomsky avrebbe identificato e definito come “la genesi del nuovo pensiero nazista globale” che si sarebbe affermata secondo le modalità di quella che lui chiamò a friendly dictatorship (trad. una ditattura amichevole dal volto buono) ovverossia l’applicazione e pianificazione sistematica di una nuova organizzazione mondiale che applica alla lettera la strategia hitleriana della “soluzione finale” laddove gli ebrei, zingari, omosessuali, disabili, ecc., sono tutti i cittadini. Completamente ignari di ciò che accade.
Tutto ciò per spiegare (e rispondo anche collettivamente ai tanti commenti e tantissime lettere ricevute) la motivazione per cui insisto nel seguitare a dare un giudizio positivo della “operazione politica Beppe Grillo”, a mio avviso, una scheggia impazzita del sistema, non prevista, non prevedibile, non calcolata preventivamente. Impiegheranno diversi mesi prima di riuscire a trovare il sistema giusto (che magari noi non sapremo mai) per cercare di farlo virare o cadere o tacere. Ma nel frattempo, tante e tante persone saranno entrate nella stanza “dell’acquisizione di consapevolezza del diritto di cittadinanza basato sul principio che uno vale uno” l’unica risposta intellettualmente vincente contro il nazismo: non esiste razza superiore, non esiste necessità di privilegio, non esiste il sangue blu, perché stiamo tutti sul Titanic, quindi, o ci salviamo tutti oppure anneghiamo.
I detrattori lo accusano di essere “un guitto”. Non so che cosa pensi lui. Io gli consiglierei di dire “ma grazie, che bel complimento”. I guitti, infatti, erano quelli che nel secolo XVI, soprattutto in Gran Bretagna, avevano una speciale licenza per andare nelle corti e –con la scusa di divertire il re e i cortigiani- avevano il permesso di prenderlo in giro, attaccarlo, addirittura sbeffeggiarlo, mostrare a tutti che “il re è nudo”, raccontando come e dove il re ruttasse, facesse la cacca, facesse i capricci, si grattasse i pidocchi. E c’erano anche “i guitti d’osteria” che facevano altrettanto raccontando al popolo analfabeta che cosa combinasse l’aristocrazia ai loro danni. Tra i guitti dell’epoca, uno, più geniale degli altri, si mise anche a studiare e un mattino, divenuto ormai un intellettuale pensante, decise di abbandonare la commedia satirica (era il suo pane quotidiano) e cominciò a scrivere delle tragedie sul Potere. Si chiamava William Shakespeare. Ogni tanto ai guitti andava male perché c’era qualche potente che si irritava, tant’è vero che alla fine del ‘500 le carceri inglesi erano piene di guitti, in numero senz’altro maggiore rispetto a ladri e assassini. Ma cento anni dopo, il grande filosofo David Hume, in un suo delizioso libello, rendeva omaggio ai guitti sostenendo che erano “stati i primi ad aprire la breccia per far pensare le persone, per avviarli alla riflessione, per porsi delle domande, e quindi, trovare le risposte adeguate che soltanto un profondo interrogativo sulla natura umana può fornire”.
Grillo è un cavallo di Troia.
E’ il nostro Ulisse, a me piace vivere questa storia così.
Beppe Grillo non è una testa di cazzo come vogliono far credere Massimo D’Alema, Pierferdinando Casini, Pierluigi Bersani.
E’ una testa d’ariete.
Tutta un’altra cosa.
E’ un animale da sfondamento, perché lui si diverte a fare ciò che fa, proprio come i guitti.
E’ questo che fa diventare matti i suoi detrattori: non lo capiscono.
Perché non colgono il Senso di tutto ciò.
Non vedono dove stia “il suo interesse”.
Non possono credere che il suo vero interesse stia proprio in questo: nel guadagnare una caterva di applausi a scena aperta (lui che con il palcoscenico ci è nato e ci vive) per il solo fatto di riuscire a sbugiardare, smascherare, denudare la totale incompetenza, inefficienza, insipienza, insufficienza, di una classe politica immonda composta da semplici e banali ragionieri che veicolano interessi terzi della overclass dell’esimio prof. Rorty.
Moltissime persone che conosco si sono stupiti in questi giorni –tanto per fare un esempio unico valido per tutti- perché un intellettuale musicista, il prof. Claudio Ronco, un noto violoncellista, laureato al conservatorio di musica classica di Torino, sta affrontando gloriose polemiche perché lo difende. Ronco è esattamente come uno immagina che possa essere un violoncellista, professionista affermato di musica classica, con il suo bel frac, la barbetta, la bacchetta in mano da direttore d’orchestra. Questa mattina dava imperiosi ordini ai suoi amici feisbucchiani di andare a guardarsi il video che sta circolando per tutta l’Europa (in Italia non è stato trasmesso ma si trova su you tube, ecco il link per chi se lo vuole andare a vedere: euronews interview - Grillo in esclusiva su euronews: "La Merkel si riprenda il marco, noi facciamo.
http://it.euronews.com/ ) e poi farsi una chiacchierata insieme aggirando gli stereotipi.
La testa d’ariete Grillo è andata a occupare il territorio vuoto lasciato dagli intellettuali italiani, quelli che nello scorso decennio si facevano pagare profumatamente per andare da Santoro ogni tanto a dire peste e corna di Berlusconi, ma il mattino dopo, firmavano i contratti “contagiosi” da Mondadori e tutte le sue associate. (Berlusconi, si sa, con chi lo serve è sempre stato molto ma molto generoso). Quella classe di intellettuali che ha pensato la scelta fosse o Mondadori appresso a Berlusconi (ma parlandone male per salvarsi l’anima e il consenso sociale, da bravi ipocriti italiani doppiogiochisti) o la Rizzoli appresso a Veltroni, accettando le consulenze in Rai e in Mediaset una dopo l’altra, a fior di bigliettoni, sempre a condizione di poter attaccare o Berlusconi o Bersani da cui dopo andavano a farsi dare i soldi. E’ la democrazia come è intesa nel cosiddetto mondo della Cultura in Italia, splendidamente sintetizzato dal duo Fazio/Littizzetto, due parrocchiani miliardari, inviati a imbonire le masse rappresentando la finzione eccellente.
Gli intellettuali italiani sono stati ammorbati dal “contagio” e criminalmente hanno lasciato un immenso vuoto.
Preferisco il guitto.
E sono d’accordo con l’intellettuale Claudio Ronco.
L’ultima volta che in Italia c’è stato un dibattito serio sulla classe degli intellettuali e sulla funzione degli intellettuali è stato nel 1998. Durò tre mesi. Un buco nell’acqua.
Nacque da un breve editoriale scritto da Umberto Eco sul settimanale L’Espresso in una rubrica che lui allora teneva e che si chiamava “La bustina di Minerva”. Il breve articolo si concludeva così: “l’unica cosa che può fare un intellettuale italiano quando la casa brucia è chiamare i pompieri”.
Un altro intellettuale si arrabbiò. Lo contestò. Era Antonio Tabucchi, che allora era in auto-esilio volontario tra Lisbona e Parigi. Salì, quindi, sul carro anche il prof. Alberto Asor Rosa, il più importante storico della letteratura italiana, il quale scrisse su rinascita un editoriale nel quale sosteneva che “tutto è nato dalla sovra-estimazione di Niccolò Macchiavelli, un pensatore debole, scarsissimo, senza idee, un piccolo-borghese asservito che non ha mai inventato nulla, anzi, veicolava avanzi dell’Europa di allora” e Asor Rosa salì sul cavallo della necessaria lotta contro l’ipocrisia italiana doppiogiochista che si nasconde dietro il velo di questa orrenda frase “il fine giustifica i mezzi” intesa dalla classe politica e intellettuale italiana come giustificazione necessaria di qualsivoglia obbrobrio.
Asor Rosa smise subito. Gli saltarono addosso. Lui si fermò, scese da cavallo e si occupò della sua brillantissima carriera. Non era un combattente. Scelse il suicidio, optò per un sereno vitalizio. Tabucchi mandò tutti al diavolo e pubblicò un pamphlet su questo argomento in francese, a Parigi, dal titolo “La gastrite di Platone” che l’editore Sellerio tradusse in italiano e pubblicò qualche anno dopo. Ma ormai c’era già il vuoto.
Da allora, non si è mai più neppure trattato l’argomento.
Quando i maestri non ci sono, perché sono addormentati o sono scappati via appresso ai soldi, è cosa nota, il più vivace della classe, tra gli alunni, approfitta, sale in cattedra e dice: ragazzi, se non altro divertiamoci.
E comincia a sbeffeggiare il preside.
Preferisco pensare a Beppe Grillo che suicidarmi.
Sono le due uniche opzioni che l’immonda classe intellettuale di venduti italioti ci ha lasciato.
E a me piace vivere.
Gli intellettuali italiani hanno lasciato che la casa bruciasse e non hanno neanche avuto il pudore civile di chiamare i pompieri.
Sono loro i veri criminali.
Beppe Grillo li sta smascherando senza neppure nominarli.
giovedì 24 maggio 2012
Chissà quali grilli ha per la testa, la sinistra cosiddetta democratica.
di Sergio Di Cori Modigliani
“Giovanni Falcone sciorina sentenze in tivù, è un comico, un guitto, che può gareggiare coi comici del sabato sera” . (quotidiano la Repubblica, 9 gennaio 1992)
Oggi sono di buon umore.
E’ come quando vado allo stadio con i miei due figli, il divertimento è comunque garantito.
Restiamo, dunque, dentro l’uso della metafora calcistica, e diamo un’occhiata al sistema di comunicazione politica, conseguente ai risultati elettorali, per cercare di capire che cosa ci stanno dicendo.
Beppe Grillo mi ricorda Alessandro Del Piero o Francesco Totti o Antonio Cassano. Potete scegliere chi vi pare a seconda del vostro tifo o gusto. Giocatori dalla forte personalità, sono sempre stati amati dai propri sostenitori, e spesso contestati e dileggiati. Tanto più vengono attaccati, criticati e protestati, tanto più, loro, come risposta, la domenica susseguente la polemica, scendono in campo, fanno goal e fanno vincere la propria squadra.
Lunedì scorso, alle ore 15, Pierluigi Bersani era chiuso nella sua stanza presso la direzione del partito, circondato dai suoi cervelloni della comunicazione. Mentre i dati affluivano, i geni mediatici si lambiccavano il cervello per cercare di metterci una toppa. A un certo punto devono avergli detto: “capo, l’importante è non usare mai la parola sconfitta; abbiamo avuto una idea geniale: devi dire che a Parma abbiamo non vinto”. Bersani, soddisfatto del consiglio dei suoi strapagati consulenti, alle ore 17.30 l’ha detto. Quando l’hanno riferito a Grillo, lì per lì il leader genovese non ci voleva credere. Deve aver pensato a una ingegnosa trappola di qualche subdolo avversario che tentava di fargli fare una gaffe. Ha preso tutto il tempo necessario per controllare, poi, dopo averlo ascoltato dieci volte, verso sera, ha risposto: “Capisco il punto di vista di Bersani. Soprattutto per il fatto che è la dichiarazione di un non morto, che è anche segretario di un non partito”.
Bum! Goal su punizione. La barriera della comunicazione era stata sistemata male. 1-0
I geni della comunicazione hanno trascorso una notte d’inferno, insonni, a studiare sui libri e sui manuali che cosa inventarsi. Verso le sette del mattino sono andati da Bersani e devono avergli detto: “Capo, qui il gioco si fa duro, è meglio far parlare i duri. Tu, non dire più nulla e fai parlare Massimo D’Alema, lui sì che sa come picchiare”. E così alle ore 10 di martedì mattina, il vice-conte vaticanense rilascia tre dichiarazioni, a raffica, una dopo l’altra. La prima è degna di essere ricordata, riproposta in una successiva intervista al giornalista Marco Damilano sul settimanale L’Espresso. Ha letteralmente detto: “Quello che più mi ha impressionato è vedere come gran parte dell’informazione abbia assegnato la vittoria a Grillo! Bisognerebbe dedicare dei pensieri sulla comunicazione politica in Italia” (è ciò che stiamo facendo grazie ai consigli geniali di D’Alema). Non soddisfatto di aver ventilato l’idea di un complotto mediatico perché la stampa ha osato riferire un dato elettorale oggettivo (chissà, nella sua mente, che cosa avrebbe dovuto fare la stampa) ha cominciato a flettere i muscoli e ha aggiunto minaccioso: “Io al posto di Grillo starei molto attento” (calcio negli stinchi e atterramento ma l’arbitro non stava guardando) “perché la politica si fa nei fatti e nelle proposte; visto che lui si picca, essendo un comico….(pausa)…..direi….(altra pausa)….prevalentemente un comico, mi farebbe piacere essere messo al corrente di una qualche proposta, sempre nel caso che ne abbiano una, relativa a….(pausa lunga)….la televisione, la comunicazione, per esempio”. Due ore dopo, sul suo blog, a distanza (D’Alema è uno che mena, quindi era meglio per Grillo non trovarsi nei paraggi) compariva una dichiarazione ufficiale del movimento, eccola:
“Il programma del MoVimento 5 Stelle per ciò che concerne l'informazione e soprattutto la televisione ha una idea molto chiara, netta e semplice:
- nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%
- le frequenze televisive vanno assegnate attraverso un’asta pubblica ogni cinque anni
- abolizione della legge del governo D’Alema che richiede un contributo dell’uno per cento sui ricavi agli assegnatari di frequenze televisive
- vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici
- un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale, indipendente dai partiti e gestito da professionisti con specifiche competenze tecniche.
- abolizione della legge Gasparri.
Bum! Atterramento in area, rigore: goal. 2-0.
Palla al centro.
Verso l’ora di pranzo, i geniacci della comunicazione, nel tentativo di recuperare, hanno spiegato a Bersani che intendevano seguire la tradizione: tutti in televisione, affidandosi alle loro menti migliori, delle facce nuove per spiegare agli elettori come e dove il nuovo avanza: Enrico Letta a Ballarò, Anna Finocchiaro a Porta a Porta, Walter Veltroni su Canale 5. Tutti e tre –esattamente alla stessa ora- hanno spiegato perché il PD a Parma aveva non vinto, perché Grillo doveva stare attento, e perché loro sono la novità.
Ecco la risposta di Beppe Grillo, comparsa il mattino dopo, mercoledì, sul suo blog.
“È sempre più estraniante guardare cicciobombi e labbra turgide, megafoni dei partiti nelle televisioni nazionali, nei telegiornali, nei talk show. Provocano un senso di piccole cose di pessimo gusto, richiamano il profumo di fiori marci, l'odore pungente dei cespugli di bosso lungo i vialetti dei cimiteri. Le sagome che si agitano dietro lo schermo con l'estrema vitalità che talvolta precede le ultime ore di vita rammentano il dodo, l'uccello estinto, o gli ultimi giapponesi che combattevano a guerra finita in qualche atollo del Pacifico dopo il 1945. Il loro lavoro di portavoci e anfitrioni, finora, lo hanno svolto egregiamente, hanno trasformato personaggi come Lupi, Formigoni, Alfano, Veltroni, Alemanno, Fini in giganti della politica. Li hanno tenuti in vita. In caso di difficoltà sono puntualmente accorsi, premurosi come crocerossine, a portargli la flebo. I partiti ora muoiono, cadono come foglie d'autunno. I conduttori sono animali domestici (pappagalli?) dimenticati dal padrone dopo un trasloco. I loro studi, dove hanno manipolato per decenni l'opinione pubblica, sono spogli, tristi. I partiti vi inviano figure di secondo piano, per fare presenza. I conduttori sono costretti a intervistarsi tra di loro, a scambiarsi opinioni di cui non frega niente a nessuno. Santoro intervista Lerner. La Annunziata intervista Santoro. La Gruber intervista Mieli. Hanno inventato l'informazione a ciclo chiuso.”
Bum! Enorme l’emozione sugli spalti per il goal realizzato in contropiede. 3-0
Fine della cronaca della partita.
Bersani ha dunque perso a sua insaputa. Come Scajola e Umberto Bossi.
Ma già questa mattina, la truppa mediatica ha iniziato a battere la grancassa sulle testate controllate, sovvenzionate e alimentate dal PD per spiegarci che il movimento cinque stelle, praticamente già non esiste più, travolto da contestazioni, spaccature, proteste e indignazioni che sono per lo più l’estremo tentativo dei super-cervelloni della comunicazione per tentare di recuperare il risultato. Peccato per loro.
Non hanno capito che la partita è finita.
Il pubblico se n’è andato casa abbandonando lo stadio. Sugli spalti ci sono soltanto delle sagome di cartapesta che la televisione ci spiega come, in verità, siano delle persone.
E’ anche finito il campionato.
In compenso, la destra ha annunciato la nuova rivoluzione delle facce nuove: Ignazio la Russa che guida l’attacco della destra sociale e la coppia Santanchè-Brambilla al centro, incitate dalla new entry dello spettacolo impietoso italiota: il rapper Giuliano Ferrara.
Per fortuna c’è la grande industria con le loro progressiste idee di novità.
“Sto pensando di scendere in campo politicamente perché ritengo che l’Italia abbia bisogno di facce nuove e di nuovi soggetti politici in grado di guidare la nazione”.
Così annuncia il prode Montezemolo, 65 anni, di cui 35 spesi a fare il cameriere di malfattori. Si è dimenticato di spiegare dove intenda guidarla, la nazione.
Sarebbe divertente se non fosse tragico.
E’ la fine di un’idea della politica costruita sul consociativismo esasperato, sulla perdurante costruzione di falsi ideologici, nell’estremo tentativo di riuscire a salvare presidenze di enti inutili, funzionari incapaci, una classe manageriale vecchia dentro e vecchia fuori, composta da ipocriti e doppiogiochisti, in preda al panico perché si rendono conto che non hanno più alcun appiglio sulla realtà circostante. Basterebbe pensare che Stefano Fassina (presentato alla massa come una specie di economista in rappresentanza dell’alternativa di sinistra) nelle due settimane di campagna elettorale a Parma, ha fatto quattro comizi-convegni nel corso dei quali ha spiegato che le ricette di Monti non andavano bene. Quando, dal pubblico (i cittadini che sarebbero andati a votare di lì a qualche giorno) gli hanno ricordato che lui ha votato in parlamento sostenendolo, il baldo rivoluzionario ha così risposto: “Si tratta di un appoggio tattico, non reale, è la dimostrazione del nostro alto senso di responsabilità; l’appoggio è relativo soltanto all’aspetto governativo e non economico”. No comment.
Pensavano che la gente se la sarebbe ancora bevuta.
Penso che a Parma (senza togliere nulla alla scelta dei votanti e alla vittoria di Grillo) i cittadini avrebbero votato anche per Snoopy, il simpatico filosofo bracchetto; dopotutto, un fumetto, proprio perché irreale, di sicuro non potrebbe provocare danni.
Queste sono le conseguenze di vent’anni di asservimento a Berlusconi, una personalità abituata a vincere sempre ogni partita, schierando squadre improbabili composte per lo più da mafiosi, malfattori, prostitute, gente che non è in grado neppure di fare tic con la palla. Eppure vincevano sempre. Perché erano abituati a scendere in campo sapendo che l’arbitro era stato pagato, che i guardialinee vivevano nel terrore perché gli avevano sequestrato i figli, e che potevano fare goal con la mano ritenuti validi, e se non ci riuscivano neppure con la mano, potevano dire che avevano fatto goal anche se non lo avevano fatto e il nulla veniva convalidato. Tanto sugli spalti c’era un pubblico ipnotizzato al quale si poteva far credere qualsivoglia evento. Il PD ci ha giocato insieme per tutti questi anni, e a Parma, alla prima partita con arbitro e guardialinee veri, ha perso per un’unica, elementare e banale ragione: non conoscono neppure le regole basilari della democrazia partecipativa, quindi non sono in grado di poterle applicare. Si sono abituati a scendere in campo sapendo già, tutti, nessuno escluso, che l’arbitro, alla fine, darà loro le punizioni e i rigori di cui hanno bisogno perché era il gioco in sé che era truccato.
E da questa mattina è iniziato (da parte di quelli che almeno riflettono, o fingono di riflettere) il consueto piagnisteo della ricetta Monti. Consapevoli di essere degli inetti, iniziano a dire in giro: sì è vero, siamo un disastro, ma non c’è alternativa.
Non è vero.
Si chiama democrazia diretta della cittadinanza.
Tant’è vero che quando può essere esercitata, come nel caso della città di Parma, boccia impietosamente gli squallidi inciuci proprio perché li riconosce. L’antagonista piddino del candidato di Beppe Grillo è anche il presidente della provincia di Parma. Ha avallato per cinque lunghi anni tutte le delibere della precedente amministrazione comunale parmense (quelle che riguardavano anche il territorio di sua competenza) che nascondevano un ammanco che ha raggiunto i 600 milioni di euro di buco: spariti nel nulla.
Solo un masochista avrebbe potuto votarlo.
Non se ne rendono conto.
Il re è ormai nudo.
E questa volta non sarà sufficiente un tenue maquillage per salvare la continua gestione della corruttela diffusa.
Rimbocchiamoci le maniche. E’ solo una questione di tempo.
Poco a poco, uno per uno, città per città, verranno rispediti tutti a casa.
Che lo vogliano o che non lo vogliano.
Perché spetta a noi decidere.
Tant’è vero che i più furbi, abili, provveduti e lungimiranti, si stanno cercando un nuovo lavoro e stanno contrattando la propria liquidazione.
Come l’intelligente Giuliano Ferrara che si propone come cantante. Perché no? Potrebbe prendersi la Finocchiaro alla batteria, Bersani al basso e Cicchitto alla fisarmonica.
Tanto la musica non cambia.
Almeno questo, tutti gli italiani, cominciano a capirlo. Anche i più riottosi, zucconi e scettici.
mercoledì 23 maggio 2012
l'Ancien Regime si sta perdendo nella nebulosa della Storia. In compenso, noi abbiamo dalla nostra, la Cultura.
di Sergio Di Cori Modigliani
Parliamo oggi di mafia. Quella vera.
C’è più di una intelligenza in giro per il mondo, che ogni giorno si spacca la testa per cercare di comprendere con “esattezza” quale sia il piano strategico della oligarchia finanziaria sovra-nazionale. Assoggettare le popolazioni? Cinesizzare il mercato del lavoro? Nazificare la politica? Stalinizzare i liberi pensanti? E la mafia dove si situa?
Si leggono diverse argomentazioni, molto spesso legittime nonché autorevoli.
Io stesso, da lungo tempo ormai, mi ero fatto una mia certa idea in proposito.
Qualche giorno fa, per caso, ho rivisto su un canale televisivo, un vecchio film fatto nel 1972 da Roberto Rossellini, per Rai uno: la vita di Luigi XVI di Borbone, re di Francia, il monarca che Robespierre fece arrestare, processare, condannare e il 21 gennaio del 1793, a Parigi, fece ghigliottinare sulla pubblica piazza della Bastiglia, dando vita a un cambiamento epocale nella storia d’Europa e del mondo. Simbolico e reale. Un film che faceva seguito al precedente "la presa del potere di Luigi XIV", il re sole.
Neanche a dirlo, il film è sublime, perché si sente e si percepisce in ogni singolo fotogramma il polso di un artista squisito.
Sono andato a spulciare (la rete web non ha memoria d’archivio storico per tutto ciò che è precedente al 1995) le reazioni dell’epoca che immaginavo collettivamente concordi nell’applauso meritato. Macchè. Tutti addosso al povero Rossellini, accusato di ogni nefandezza intellettuale. Allora, la pressione ideologica era molto forte,e nel suo film praticamente non si parlava né di politica né della rivoluzione né dei cambiamenti in atto. Affatto.
Appunto.
Lì sta la grandezza di Roberto Rossellini.
Ci ha spiegato con l’occhio clinico che soltanto gli artisti possono e sanno avere, come i protagonisti dell’ancien regime, sull’orlo del baratro e dello sfacelo, non avessero nessun piano filosofico diabolico per assoggettare le classi deboli. Semplicemente non sapevano neppure che esistessero, quindi non erano interessati. Non odiavano i contadini. Non veniva loro neppure in mente che il ciuffo di lattuga sulla loro tavola era stato seminato, innaffiato e coltivato da una qualche persona in un qualche posto in un qualche modo.
Vivevano in un mondo chiuso e impermeabile.
C’è la descrizione di un incontro tra il re assoluto e il suo ministro delle finanze, l’abile banchiere ginevrino Necker, il quale, tutto sudato gli spiega “Sire, abbiamo esattamente 44 milioni di franchi di debito pubblico, attualmente insostenibile. Aumentare l’aliquota della tassazione sullo scambio delle merci per aumentare l’appannaggio dei cortigiani, mi permetto di suggerire alla vostra illuminata attenzione, potrebbe rivelarsi una idea infausta. Peggiorerebbe i nostri conti”.
Il banchiere srotola delle carte e gli mostra delle cifre.
Il re neanche le guarda.
E’ tutto preso dalle sue faccende. Sta lì a spalmare, con vistoso amore, un unguento sulla pancia del suo cane preferito, che è malato. Dopo un po’ da’ una frettolosa occhiata alle carte e risponde: “Jacques, non mi innervosire, mi farai venire il mal di testa. Domattina mi devo svegliare alle 4 per andare a caccia di cinghiale. E domani sera ci sarà una bella festa per i cacciatori, qui a corte. Non penserai mica che voglia trascorrere il fine settimana circondato da musi lunghi e donne tristi perché arrabbiati con me. Non te la prendere. Vorrà dire che non sei invitato a cena”.
E se ne va, lasciando Jacques Necker lì impalato, con tutti i rotoli di carte, grafici, previsioni, sotto al braccio.
Per quale ragione (ci vuol spiegare Rossellini) un gruppo di persone abituate a una meravigliosa vita di privilegi garantiti da centinaia di anni, avrebbe dovuto o potuto non dico comprendere ma perfino immaginare la possibilità che tutto ciò finisse?
Dopo aver visto questo film, nella mia fantasia ho cercato di allucinare un incontro da qualche parte negli Usa o in un bel castello in Gran Bretagna, diciamo l’altro eri, dove al presidente di Goldman Sachs o J.P. Morgan o chi per loro, l’ambasciatore francese o il governatore della banca d’America gli spiega che le cose non si stanno mettendo bene e sarebbe il caso che se ne rendessero conto –e soprattutto ne prendano atto- per vedere di cercare di risolvere un problema collettivo.
Nel mio film mentale, i finanzieri non capiscono neanche di che cosa i loro interlocutori stiano parlando, anche perché –come nel film di Rossellini- sono loro impiegati subalterni. “Ma insomma, ragazzi” dice il super capo di non so che “il problema è vostro, risolvetelo come vi pare. Se quello che state chiedendo è avere carta bianca, ok: ce l’avete. Inventatevi quello che vi pare, basta che non seguitiate a scocciarci con le vostre stupide paturnie davvero fastidiose”. E poi si passa ai drinks, a una partita a bridge o a un’orgia, a seconda dei gusti e della circostanza. Per loro, la faccenda è risolta.
A questo punto, il lettore è giustificato a chiedere: ma la mafia che cosa c’entra?
C’entra.
Il punto è questo.
Leggendo, informandosi e documentandosi, ci si accorge di una metamorfosi, fino a qualche tempo fa, inconcepibile, prodotta nei rapporti internazionali ad alto livello tra la cosiddetta cupola mafiosa e il potere politico centrale di ogni singolo stato. Fino a poco tempo fa, la caratteristica della cupola mafiosa (chiunque siano i partecipanti) consisteva nell’esercizio consapevole del potere. Si muovevano con criminale disinvoltura, sia nella società civile che nella società politica, sapendo di essere in grado di esercitare una influenza determinante su partiti, governi, presidenti, magistrati, ecc., che loro foraggiavano, indifferentemente di destra o di sinistra, perché il malaffare non ha ideologia. Quando non erano soddisfatti, tagliavano i fondi e passavano a un altro interlocutore. Per loro, ciò che conta è il business e nient’altro. Ma sono finiti nei guai anche loro, perché hanno pagato il prezzo di una insperata ricchezza perdendo la loro autonomia. Anche loro, sono diventati impiegati. Hanno inondato le banche e le istituzioni finanziarie di cash really cash ottenuti da appalti, prostituzione, schiavismo, droga, gioco d’azzardo, compra-vendita di armi, e sono rimasti abbacinati dall’idea di sedersi al tavolo di quelli che contano per davvero, abboccando alla speculazione sui derivati e in gran parte hanno finito per affidare grossi e ingenti capitali a chi non chiede né l’origine né la provenienza. E i mafiosi, questo lo si intuisce a istinto, non sono persone che in presenza di debiti o ammanchi, si suicidano per la disperazione. Magari. Avremmo risolto il problema. Proprio no. Messi alle strette, vanno in giro a mettere bombe. E se la vanno a prendere personalmente con quelli che gli hanno soffiato via il patrimonio.
Roberto Calvi ne sa qualcosa. Anche Michele Sindona.
Alcuni studi specifici settoriali di impeccabile fonte (centro di rilevazione dell’ufficio internazionale di analisi della concentrazione finanziaria della criminalità organizzata europea, con sede a Vienna) ci rivelano che negli ultimi quindici mesi, almeno due grosse famiglie criminali italiane mafiose hanno perso cifre ragguardevoli, intorno ai 10 miliardi di euro. Praticamente una manovra finanziaria del governo.
Non sono molto contenti dell’andamento.
Si accorgono di essere diventati vulnerabili, cioè perdenti.
Ma non stanno diventando vulnerabili perché la Giustizia pesta e sta trionfando la Legge.
Magari fosse così. Non lo è.
Sono finiti, anche loro, vittime dell’idea liberista del mercato, che non ha ideologia.
E quando la mafia diventa vulnerabile, alza il tiro e diventa più pericolosa del solito.
E’ il momento in cui scende in campo in politica. Certo non fonda un nuovo partito né va in giro a reclamizzare se stessa: assume i suoi impiegati, selezionandoli.
Il nemico numero uno della mafia, in questo momento, sono proprio Goldman Sachs, J.P. Morgan, e compagnia bella. Fino a ieri, compagni di cordata di meravigliose avventure finanziarie, divenuti all’improvviso (ai loro occhi) degli ingegnosi truffatori che vanno puniti. Non è un caso che diversi magistrati sia italiani che statunitensi che sudamericani (esperti in problemi di mafia sia locale che internazionale) siano rimasti recentemente molto colpiti nel registrare una modificazione epocale nel linguaggio da parte di esponenti della cupola, nei rari casi (ma ci sono e si sono verificati anche di recente) in cui sono riusciti a mettergli le mani addosso, senza clamore, tantomeno senza pubblicità né curiosità mediatica. Hanno una insospettabile e profonda conoscenza di sofisticati quanto davvero molto complessi strumenti finanziari. Sanno come e dove affondare le borse se vogliono o se ne hanno bisogno, determinando gli andamenti delle oscillazioni di mercato.
Fonti piuttosto attendibili, ci spiegano come negli ultimi sei mesi, le grandi famiglie mafiose che contano nel mondo della criminalità organizzata, siano scese in campo dentro la società civile per attivarsi contro il mercatismo, contro il signoraggio, contro le banche strozzine, ecc.,ecc. Il loro fine consiste nel riuscire a guadagnare consensi politici e riguadagnare il più prezioso dei loro beni: la autonomia nella gestione del potere esecutivo della cupola. Una volta acquisita una posizione di forza contrattuale, saranno in grado di farsi restituire (questo pensano) i soldi che sono evaporati. Grosse cifre sono scomparse, infatti, non è che qualcuno più furbo li ha rubati come si vede nei film. Si sono fatti convincere a trasformare il loro cash really cash (le valigione vere piene zeppe di montagne di banconote da 500 euro) in carta straccia, come degli allocchi.
Il malumore popolare, il disagio civile, la confusione, la paura, sono tutti elementi facilmente manipolabili, sui quali poter costruire soggetti politici nuovi “apparentemente” antagonisti, di fatto gestiti inequivocabilmente da partecipanti alla finanza speculativa (variante criminalità organizzata) i quali hanno bisogno di prendere il potere politico per poter “rimettere le cose a posto” cioè cercare di ribaltare la situazione e cancellare l’idea che anche la mafia è diventata impiegata della finanza speculativa.
Ma che cosa c’entra Luigi XVI di Borbone, con la mafia?
C’entra.
Sono gangli collegati di una società complessa, di una situazione complessa, non facile da districare. Ma il nostro còmpito consiste nel cercare, quantomeno tentare, di comprenderne la tessitura per decifrarne i comportamenti, e di conseguenza sapere come ci si debba comportare per contrastare il tentativo della criminalità organizzata di conquistare il potere.
Penso che siamo nelle mani di un gruppo di irresponsabili imbecilli, come la corona francese nel 1793, che andò al patibolo senza aver capito nulla, ma davvero nulla, di ciò che stava capitando a loro e in tutto il continente europeo.
Penso che questi imbecilli, il cui unico obiettivo è guadagnare cifre sempre più massicce nel modo più veloce possibile, in preda a un delirio bulimico di natura psicotica dal quale non riescono a sottrarsi (lo ripeto: questa è la loro unica strategia) non si rendono conto di ciò che sta accadendo, né tantomeno sono interessati. Tanto più la crisi perdura, tanto meglio è per loro perché ci possono lucrare sopra. Non sono criminali perché hanno un piano criminale ben congegnato da applicare, mi dispiace per i complottisti, magari quelli che pensano che esista un piano allestito dagli ebrei, dai massoni, dagli illuminati, dagli arabi, dai cabalisti, dai cinesi, dai mussulmani, dai papisti, dai marziani, dai testimoni di Geova, da Gei Ar. Sono semplicemente degli irresponsabili malfattori, com’era il cerchio magico intorno a Hitler; aveva ragione Hanna Arendt quando genialmente definì la loro essenza “la banalità del male”.
Sono così. Impietosi ragionieri senza alcuna idea, primitivi e ossessivi, psichicamente disturbati, che ragionano come dei gorilla affamati, quindi del tutto indifferenti rispetto alla potenziale evoluzione o involuzione della società civile. Non sanno neppure che cosa sia.
Penso che grosse famiglie mafiose hanno utilizzato importanti centri finanziari per arricchirsi, ma non si sono accorti che quegli stessi centri finanziari stavano utilizzando loro usandoli.
In Italia, quindi, dove la mafia è ben radicata nel tessuto civile e politico, abbiamo un problema in più rispetto ad altri paesi.
Da una parte useranno bombe, minacce, il pizzo e i soliti mezzi tradizionali.
Dall’altra si getteranno in un insolito attivismo politico –hanno molti soldi a disposizione perché la posta in gioco è per loro molto grossa- e si presenteranno nell’agone politico (sono già presentissimi) mascherati di tutto punto, al grido di abbasso il mercatismo delle banche strozzine, abbasso l’Europa, vogliamo la nostra autonomia. Dal loro punto di vista, hanno ragione: le banche strozzine gli fanno concorrenza.
Esiste soltanto un unico modo per identificarli, smascherarli e sapere, pertanto, come poterli combattere per sottrarsi al loro giogo infernale: la Cultura. Le Idee.
Lì cascano come pere cotte. Tutti loro.
Perché se è vero che per gli attuali re di Borbone noi tutti siamo delle semplici cacche (come suggerisce il furioso Paolo Barnard) è anche vero che i mafiosi sono merda secca. Ma sono riconoscibili lontano un miglio.
Useranno l’aggiotaggio per creare confusione nei mercati. Insisteranno nel sottrarre il Senso per confondere i significati (l’inchiostro che la piovra cosparge in acqua per accecare i pesci fastidiosi e poi dileguarsi). Miriadi di liste civiche antagoniste stanno nascendo come funghi con parole d’ordine di facile presa collettiva, ma che dietro nascondono un pauroso vuoto culturale: lì è un terreno fertile per i mafiosi.
La discriminante oggi, per chiarire le differenze, sta nella complessità dell’argomentazione usata e proposta per affrontare una realtà sociale che è complessa, per definizione.
Significati “apparentemente” uguali, possono avere un “Senso diverso” e quindi, di conseguenza, anche il significato che ne consegue sarà, alla fine, diverso.
Se il prof. Stefano Rodotà, che io considero persona onorevole e degna della stima collettiva nazionale, sostiene la necessità di “sottrarsi al potere finanziario di centri propulsivi dell’economia e delle banche che agiscono senza rispettare lo Stato di Diritto, perché la società civile ed evoluta, oggi, ruota intorno al principio dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni”, questo non vuol dire che il suo Senso sia lo stesso dei fascisti di Forza Nuova quando sostengono “la necessità di combattere contro il mercatismo, contro lo strozzinaggio delle banche, per l’autonomia e l’indipendenza dei popoli sovrani”. Apparentemente identiche, o quantomeno simili, sono in verità diverse. Non è certo un caso che Forza Nuova ha inviato delle minacce di morte al giudice palermitano anti-mafia Antonio Ingroia, chiarendo l’idea sottostante alla loro interpretazione dell’autonomia.
Bene comune, diritto alla cittadinanza, no alla casta, no alle banche, ecc., sono slogan, parole vuote che non hanno alcun significato; chiunque le può usare, lo fa anche la mafia, altrimenti non si chiamerebbe “cosa nostra”. Per i mafiosi, l’Europa è cosa loro.
Per quelli di Forza Nuova, l’Europa è la Vandea, è il principio dei bianchi cristiani d’occidente che combattono contro il relativismo cutlurale, e contro gli emigrati di pelle nera, nel nome di una presupposta superiorità occidentale; mentre per il prof. Rodotà, l’Europa rimane “la superba sintesi del più alto grado di evoluzione civile raggiunta dall’essere umano, che ha combattuto nei secoli per liberarsi dall’indegnità della schiavitù, gettando le basi per promuovere l’attività di una nuova solidarietà di eguali e di una fratellanza autentica che rispetti le singole diversità di usi, costumi, credi di ogni singola specifica etnia, nel nome di un Diritto sancito uguale per tutti”.
Sono due idee diverse dell’Europa.
E’ la Cultura a stabilire lo spartiacque.
L’abbiamo visto con la Lega Nord il risultato pratico di un’idea superiore. E’ bastata una mezza paginetta firmata da un procuratore della repubblica, recapitata nella sede del partito, ed è sparita la Padania, l’ampolla del Po, gli elmi con le corna, e tutto l’ambaradàn.
Non esiste partito, movimento, associazione, che possa essere riconoscibile come interlocutore autentico di un’esigenza collettiva di rinnovamento democratico, se non nasce a monte con un forte programma culturale che lo sorregge.
Altrimenti è destinato a scomparire, come la Lega. O a essere manipolato.
L’asino, casca sempre lì.
Come ebbe a dire a suo tempo il giudice Paolo Borsellino “la mafia teme molto di più la scuola che i magistrati; perché i mafiosi hanno bisogno dell’ignoranza e della paura per potersi affermare”.
Una frase semplice ed essenziale.
Che rivela un Senso.
Quel Senso, è il suo lascito.
E’ l’eredità culturale autentica del popolo italiano.
Salvaguardarla, comprendere il significato sottostante e veicolarla nella società civile, serve molto più di un gigantesco corteo contro le banche.
Una nazione saggia e colta, infatti, non teme le banche. Mai.
Le assoggetta con specifiche leggi affinchè aiutino a creare ricchezza collettiva.
Semplice ed elementare.
Basterebbe questo per fondare l’Europa e per impedire che i mafiosi penetrino dentro le maglie del sistema per succhiarci la ricchezza prodotta da chi lavora.
Iscriviti a:
Post (Atom)



