giovedì 27 ottobre 2011

Irene Nemirovski ci spiega che cosa sta facendo Angela Merkel: dove sta il Senso della Cultura

di Sergio Di Cori Modigliani

Immaginiamo la seguente scena:

Luogo: una città imprecisata dell’Italia (sempre nel caso esista ancora).
Data: 2083.
Situazione: Maria Rossi alle prese con la sua tesi di laurea in “Storia delle idee dell’Italia repubblicana dal 2002 al 2012”.
Possiamo ben supporre che la giovane, intelligente e curiosa Maria abbia a disposizione (per noi oggi impossibile da immaginare) una serie di diavolerie tecnologiche tali da accelerare e facilitare il lavoro degli storici. Spulcia documenti, legge libri, segue i dibattiti ma alla fine la conclusione è sempre la stessa: “Tra il 2002 e il 2012 in Italia non è successo nulla”
Non c’è infatti un libro, un film, un documento italiano “scritto con il sangue” dal quale si riesca a comprendere il pulsare della nazione, ciò che accadeva, come lo vivevano, quali erano le reali contraddizioni, aspirazioni, sogni, utopie, ambizioni degli italiani di quel periodo. Disperata, Maria va dal suo relatore universitario e accetta il suo invito ad allargare lo spettro. Nuovo titolo: “Storia delle idee dal 2002 al 2012 nell’europa meridionale” che comprende quindi oltre all’Italia anche la Spagna, la Francia, il Portogallo, la Baviera, la Grecia, l'Albania, ecc.
Dopo qualche mese, disfatta dalla frustrazione, ritorna dal suo professore e spiega che dalle due paginette stiracchiate relative all’Italia è riuscita a stento ad arrivare a sette pagine, ma niente di più.
Nel frattempo, Maria è rosa dall’invidia nei confronti di Anna, una sua collega che sta facendo la tesi su “Storia delle idee in Europa tra il 1926 e il 1936” (ha già collezionato sedici pennette suddivise per nazioni, regioni, province, comuni, città, quartieri) e anche Carla con “Storia delle idee dell’Italia repubblicana tra il 1958 e il 1968” ha già riempito almeno dodici pennette da 1 milione di gigabyte ciascuna.
Frustrata e delusa, Maria si rivolge a un collega che lavora –sempre nella sua stessa università- presso il dipartimento scientifico di biologia mentale nella sezione “giochi sperimentali della mente” una nuova e divertente branchia del sapere che si occupa di fare viaggi nel passato, talmente vividi e realistici, da fornire a chi lo vive la sensazione di esserci stato per davvero. Come diversi film e tonnellate di libri di fantascienza ci hanno raccontato.
Accetta l’invito di Ugo per fare da cavia a un nuovo marchingegno high tech.
Si infila nella macchina, vola nel tempo, si fa un viaggetto per tutta europa dal 2002 al 2012 (il tempo reale per lei dura più o meno due ore) e quando si sveglia la sua mente ha registrato tutto ciò che andava registrato.
Risultato: le due paginette diventano tre.
Rifà il gioco, ma questa volta va a Parigi, Roma, New York, Vienna, Mosca, in un giorno scelto a caso, nel quale –in teoria- non è accaduto nulla di rilevante, diciamo il 19 gennaio del 1927.
Ritorna indietro e ha materiale sufficiente per riempire almeno quindici pennette.
Cambia tesi di laurea.
Firma il protocollo burocratico con grave delusione del suo relatore che, per la decima volta, deve accettare il triste verdetto: il suo dipartimento non riesce a cavar fuori un ragno dal buco. Perderà la sovvenzione e il relativo budget; sarà costretto a scrivere, nella sua relazione che in Europa dal 2002 al 2012 non è accaduto nulla.
Fine della storia che funge da premessa e introduzione.

E’ estremamente difficile per tutti noi, nessuno escluso, accettare l’idea che viviamo dentro a un nulla di fatto. Poiché ne facciamo parte, è quasi impossibile, rendersi conto che galleggiamo sospesi in un vuoto d’aria perenne, un po’ come i pesci rossi dentro una bolla di vetro che si guardano l’un l’altro e da autentici mitomani cercano di convincersi a vicenda che si trovano, se non proprio sguazzando in un fiume, quantomeno dentro un acquario.

Gli anni’30, cioè 80 anni fa, in tutto il pianeta, rappresentarono “il decennio” per eccellenza. Fortissime personalità politiche che si scontravano tra di loro, Roosevelt, Hitler, Mussolini, Stalin, Hiro Hito, Trotszkij (tanto per citare soltanto i più famosi) nel pieno di una depressione economica che aveva provocato un colossale disastro planetario, enormi sconvolgimenti sociali, discussioni, lotte, conflitti. Pittori,scrittori, storici, accademici, registi cinematografici, romanzieri soprattutto (fare l’elenco è davvero impossibile, riempirebbe centinaia e centinaia di pagine) da Los Angeles a Mosca, da Stoccolma a Marsala –e parlo qui soltanto del’occidente- hanno lasciato (magari inconsapevolmente) una radiografia accurata, una ineccepibile documentazione esistenziale, una gigantesca fotografia degli umori, sapori, odori, vizi e virtù delle generazioni che in quella spaventosa crisi avrebbe poi partorito la genesi del totalitarismo e una guerra mondiale che ha sterminato, complessivamente, almeno 100 milioni di persone innocenti, di cui soltanto 40 nell’europa occidentale.
Nei libri dei romanzieri di allora (e in tutta la produzione visiva) si palpava il colore del sangue che scorreva nelle vene dei testimoni di quel tempo; leggendo quei libri, osservando quei quadri, guardando quei film, vedendo quelle fotografie, oggi, 27 ottobre 2011, comodamente seduti nel salotto di casa propria, è possibile comprendere pienamente che cosa stesse allora accadendo, chi fossero i protagonisti, i portavoce, i dominanti, i sottomessi, ma soprattutto che cosa pensavano le donne e gli uomini di quell’epoca, sia i ricchi privilegiati che i poveri espoliati, dai padroni di sempre ai dannati della terra.
Erano voci. Erano facce. Erano le loro idee.
E non si tratta soltanto del privilegio storico di chi, venendo dopo, ha l’opportunità di leggere il passato proprio perché tale. Accadeva anche –e soprattutto- a loro. Quasi in contemporanea sapevano sempre ciò che accadeva e stava accadendo ai loro simili e dissimili anche a migliaia di chilometri di distanza, nonostante si trovassero (e non lo sapevano) appena appena all’alba delle comunicazioni di massa: Il telefono e il telegrafo, e soltanto per pochi fortunati; niente di più.

Oggi, invece, leggendo, guardando, osservando, ascoltando, la produzione letteraria, visiva, acustica dell’Italia (e di gran parte dell’europa) non si sente mai il sangue, non si vedono le vene, non si scorgono le arterie. Non si può, dunque, identificare il disegno.
Tantomeno, quindi, comprendere l’epoca.
Non è dato capire.
Si può soltanto azzardare, interpretare, affidarsi alla dietrologia, al soggettivismo narcisista: il trionfo di chi opera dietro le quinte e non vuole che si sappia ciò che sta accadendo, ciò che davvero E’.

Non esiste un solo romanzo italiano negli ultimi dieci anni in cui i protagonisti, tra di loro, parlano di crisi economica, crisi sociale, crisi psicologica. Non esiste un solo personaggio, sia letterario che cinematografico, (magari anche tangenzialmente) il quale incappa in una qualsivoglia disavventura legale perché inserito in un quadro di corruttela. Se lo fanno è soltanto per riderci su; hanno il terrore della tragedia, che è l'unica, per definizione, a operare l'insostituibile funzione catartica necessaria a comprendere il reale per poter crescere.
Discorrono tutti del sesso degli angeli.
Manca il sangue.

E’ il vuoto che siamo chiamati a dover riempire.
Ma non per tirare la volata a questo o quel partito, e certamente non nel nome di un qualche principio ideologico. Proprio no.

Perché è l’unica –e ultima- possibilità di poter riagguantare il Senso.
E quindi, automaticamente, poter aspirare a comprenderne anche il Significato.
La loro somma, infatti, produce il Sapere.
Rispondo qui ai tanti e diversi lettori che ogni tanto mi chiedono di suggerire scrittori che parlano della crisi attuale, fornendo e offrendo spunti esistenziali “di carne e di sangue”. Perché quella è l’unica strada per tastare il polso della situazione e capire.
Suggerisco a tutti, quindi, una scrittrice di grande attualità, dotata di grande verve, poderosa stazza, coraggiosa e generosa nel regalare la cifra tutta femminile di una lettura del reale che fotografa in pieno l’ossatura della grande crisi che stiamo vivendo. Da lei c’è soltanto da imparare. E’ anche una buona maestra.
La si vede spesso da Gad Lerner, da Vespa, e adesso sta sempre da Santoro sul suo web.
Non è vero, scherzavo. Magari fosse così. E’ morta 69 anni fa.
Ma nei suoi libri scorre sangue vero, il sangue di quell’epoca.
Che è di nuovo la nostra.
Non potendo affidarsi a intellettuali e scrittori che in Italia hanno scelto l’annacquamento delle loro arterie e la pratica costante dell’impoetenza, è bene affidarsi alla Storia e allo studio godurioso di chi aveva il sangue e l’ha donato ai posteri.
Basterebbero i titoli di alcuni dei suoi romanzi spettacolosi per capire di che cosa parla.
“Il vino della solitudine”.
“Il calore del sangue”
“Suite royale”.
Racconta la furibonda devastazione morale e umana prodotta da una società spensierata, opulenta, superficiale, dove gli imprenditori “hanno perso il senso e il gusto del fare per dissolversi all’alba di un’orgia compiacente nella suite royale di un albergo di lusso esclusivo”; racconta l’ossessione estetica dell’età e della vanità delle donne di quell’epoca “morire non mi spaventa affatto, perché dovrebbe? La morte è il nulla per tutti. Mi terrorizza la vecchiaia, le rughe, l’idea di non piacere più, perché questa è l’unica verità nella società di oggi. La pelle sempre liscia, i bei seni pieni, un sedere che non scende mai, questa è la nostra utopia, il nostro Senso. Per tutto ciò vale davvero la pena di morire”.
L’autora si chiama Irene Nemirovski.
Nata in Ucraina nel 1903 ma da piccola emigrata in Francia con la famiglia e naturalizzata francese, ci ha lasciato in eredità uno splendido spaccato dell’opulenza irresponsabile dell’elite degli anni’20 e ’30, quella che avrebbe prodotto la crisi economica e la guerra mondiale. Ma l’ha fatto raccontandoci l’esperienza sensoriale dei suoi protagonisti, i dettagli del loro vivere, la loro autentica verità di passioni e dolori. Narrata dall’interno, da uno dei partecipanti. Non fa mai cronaca, lei regala vita autentica.
Deportata dai nazisti francesi, è morta ad Auschwitz nel 1942. Ma i suoi libri sono rimasti.
Preziosa eredità.
Leggendoli, oggi, è possibile comprendere che cosa stia accadendo a Berlino tra la Merkel, Sarkozy, Draghi e Tremonti.
Dico sul serio.
Questo è il Senso vivo della Cultura.

Perché le loro chiacchiere e proclami hanno –come unico dichiarato fine- quello di mascherare la realtà. Spetta agli scrittori e agli intellettuali svelare e rivelare i personaggi, togliendo loro le maschere. Leggendo gli smascheratori di un tempo, aumentano le nostre possibilità e opportunità e di poterci fornire di adeguati strumenti di comprensione.
Non avendo la possibilità di rivolgerci ai contemporanei perché al mercato ci arrivano soltanto i corrotti, gli esangui, i delinfati, i collusi e quelli veri –per chi ha la fortuna e l’occasione- bisogna andare a stanarli nelle loro privatissime grotte clandestine, è bene affidarsi alle cure sagge di chi ha scelto di farsi autentico portavoce di un destino non soltanto individuale, ma storico.
Ci ha regalato la cifra di un’epoca.
Irene Nemirovksi ci racconta alla grande che cosa pensa Angela Merkel.
E’ la strada migliore per poter cominciare a capire qualcosa.
Perché una cosa, mi auguro, è ormai chiara a tutti.
Chi gestisce la baracca sta investendo tutte le proprie risorse (e sono davvero tante ma tante ma tante) per nascondere, occultare, confondere.
Nella nebbia e nella conseguente ressa di individui privi di bussola, pensano di poterla far franca.
Denunciare è inutile, non ha più senso.
Non esistendo voci autentiche e coraggiose, oggi, in Italia, è meglio andare ad ascoltare quelle che erano autentiche e coraggiose 80 anni fa.
L’Italia non è cambiata affatto.
Il Senso bisogna andare a cercarlo nell’autenticità del sangue versato da chi vive e ha vissuto una vita vera e autentica.
Buona lettura a tutti.

Dal 2004, l'editore Adelphi ha scelto e deciso di cominciare la pubblicazione in lingua italiana di tutte le opere di Irene Nemirovski.

mercoledì 26 ottobre 2011

Ecco la storia di una vera escort, Kate Capshwaw, la moglie di Steven Spielberg

di Sergio Di Cori Modigliani

Glie l’aveva promesso.
E lui è una di quelle persone che le promesse, sembra che le mantenga per davvero.
“Quando fai 60 anni, ti porto a cena davanti al Colosseo a Roma”.

“Staremo a vedere” ha risposto lei, conoscendo i suoi polli, data la furibonda e stakanovista super attività quotidiana di suo marito.

E invece, lui è riuscito a mantenere la parola data.
Con la scusa di partecipare al festival di cinema a Roma, in cui si presenta la sua ultima fatica, Steven Spielberg arriva la prossima settimana nella capitale insieme a sua moglie, l’attrice Kate Capshaw.
Festeggeranno sia i 22 anni di matrimonio che il suo sessantesimo genetliaco.

Kate, la sua escort.

Eh già, perché lei lo faceva per lavoro.
Erano tempi un po’ diversi da quelli di oggi.

Tanto per raccontarvi una storia vera, un aneddoto di Hollywood, gustoso per i cinefili curiosi, e rimettere al suo giusto posto l’uso di questo termine, in Italia abusato in maniera indiscriminata e riadattato ad uso e consumo dell’abitudine di Ipocritania (leggi Repubblica d’Italia) laddove, nell’impossibilità nostrana di chiamare le cose come stanno per non svelare mai la verità (concetto privo di valore, qui in Italia) si finisce per creare pasticci linguistici e gravi malintesi.

Nella cultura statunitense, infatti, la mignotta si chiama “call girl”.
La “escort”, invece, è una persona (indifferentemente maschio o femmina)  che si fa pagare per accompagnare le persone presenziando un evento pubblico. Nel contratto (di solito verbale) la prestazione sessuale non è d’obbligo, né tantomeno scontata nè prevista.

Non a caso, tra qualche mese, la moglie di Spielberg pubblicherà la sua storia il cui titolo è “Memorie di una escort”.

Kate è un personaggio davvero unico, nel suo genere.


Kathleene Sue Nail, figlia unica di un’alcoolizzata e di un padre violento e malvagio, è un’americana classica, che ha incarnato su di sé tutte le caratteristiche leggendarie della donna texana.
Nata a Fort Worth il 3 novembre del 1951 in una grande azienda agricola, era figlia di un cowboy, termine al quale noi attribuiamo un significato poetico: tradotto nel suo esatto corrispondente italiano, assume una dizione dal sapore diverso: “bovaro”.

All’età di 16 anni, stanca di una madre sempre in coma per via dell’alcool e di un padre che abusava di lei sessualmente, scappa via di casa e arriva a Dallas, con documenti falsi che la invecchiavano di due anni, sufficienti per sostenere di essere maggiorenne. Finisce subito nei guai, violentata in un buio vicolo della grande città e poi in ospedale dal quale fugge via per timore di essere rispedita a casa. Rimasta incinta decide di tenersi il bambino e comincia a lavorare come spogliarellista in un night club. Poiché non poteva permettersi molto, affitta una roulotte in un campo di zingari messicani. Dopo qualche mese è costretta a sospendere l’attività per via del pancione. Ma scopre su un quotidiano locale l’annuncio di un’azienda che cerva “donne incinte disposte a fare da escort”.
Si presenta e l’assumono subito.
Un lavoro curioso.
Si tratta di accompagnare degli uomini d’affari –il più delle volte gay- a cene di rappresentanza o a visite in famiglia, sostenendo di essere l’amorevole fidanzata incinta del suo datore di lavoro, il quale ha bisogno di mostrarla ufficialmente in pubblico, magari per tacitare le chiacchiere malevole sulla sua omosessualità silenziando dei nemici lavorativi.

Subito dopo la nascita di suo figlio si trasferisce a Los Angeles con il bambino dove trova lavoro, a diciannove anni, come modella.
Ma dopo tre mesi interrompe l’attività perché non le piace l’ambiente.
Trova lavoro in un’agenzia di escort e inizia la sua attività californiana.
Finchè nel 1975, uno dei suoi clienti, Lawrence Capshaw si innamora di lei e si sposano.
Diventa quindi Kate Capshaw.
Ma il matrimonio dura molto poco. Il tempo per fare una figlia, Jessica (oggi attrice professionista teatrale) e dopo neppure due anni divorzia.

Si trasferisce a vivere su una barca, ancorata nel porticciolo per yacht di los Angeles, a Marina del rey, insieme ai suoi due figli.
Una sera, (siamo alla fine del 1979) vede in televisione una intervista a Steven Spielberg.
“Questo è l’uomo della mia vita”.

Viene presa da una insopprimibile ossessione per lui.
Fa di tutto per poterlo incontrare senza riuscirci.
Si fa fare un servizio fotografico e riesce a entrare in un’agenzia che promuove attrici con la speranza che questa strada la porti da Spielberg.
Ma la cosa risulta molto più difficile di quanto lei non pensasse.
Kate è una donna bellissima, ma Hollywood è piena di ragazze come lei.
Finalmente, dopo diversi mesi la chiamano per una particina. Lei chiede se il regista del film sia Steven Spielberg. Le dicono di no.
“Allora, non mi interessa, io lavoro soltanto in un film di Spielberg”.
L’agente non ci fa caso e la prende per matta.
Dopo due mesi la richiama per un’altra particina.
Anche in questo caso, Kate rifiuta perché non è un film di Spielberg.
E accade altre due volte.
L’agente la chiama nel suo ufficio e le spiega che questa sua ossessione di sicuro non l’aiuterà nella sua carriera.
“A me non interessa la carriera” risponde lei “io voglio sposare Steven Spielberg, voglio essere sua moglie”.
“Ma Spielberg è già sposato” le spiega l’agente (Norman Crew).
“Quando conoscerà me, allora divorzierà”.
“Ma lui neppure sa che tu esisti”
“Lo saprà. Io aspetto, non ho fretta. Ho 28 anni, posso aspettare almeno fino a 40”.

E così, le sue fotografie cominciano a circolare per le produzioni hollywoodiane, con l’aggiunta di una specifica che spiega come l’attrice sia disponibile soltanto ed esclusivamente per ruoli in una produzione che coinvolge Spielberg.
Seguita a lavorare come escort per mantenere i suoi due bambini.

A Hollywood comincia a diffondersi la leggenda metropolitana su di lei; una splendida escort che rifiuta un’offerta dopo l’altra perché vuole comparire soltanto in un film di Spielberg.
E smette di avere rapporti con uomini, in attesa di incontrare lui.
IL che aumenta e rinvigorisce la leggenda.

Passano gli anni e l’indomita Kate non molla e non abbandona la sua ossessione.
Rifiuta 126 offerte, alcune delle quali davvero prestigiose.

Finchè nel 1984 non la chiamano per la parte della protagonista femminile in "Indiana Jones e il tempio maledetto": cercano una con i suoi requisiti.
Spielberg è al corrente dell’ossessione di Kate, ma è abituato.
E’ abbastanza normale che le fans si incaponiscano su qualche famosa celebrità.
Fa il provino e Spielberg rimane incantato.
La chiama altre due volte per una verifica e infine diventano amanti.

Ma dopo neppure due mesi (dopo che lui le comunica di essersi innamorato di lei) Kate gli dice che lei si vuole sposare con lui. Spielberg le spiega che non è una cosa facile da risolvere dato che lui è già sposato, e chiede del tempo. Lei gli concede sei mesi. Ma alla scadenza, lui si mostra reticente. Ne passano altri sei, e lui cincischia.
Kate si infuria e si offende.

“Visto che tu vuoi che io sia soltanto la tua escort, lo mettiamo per contratto” gli propone.

E così firmano un contratto privato. Spielberg promette che entro il 31 dicembre dell’anno seguente lui divorzierà. Dopodichè sposerà Kate, alla quale, nel frattempo, viene riconosciuto lo status di “escort esclusiva” (è stata lei a pretenderlo): 5.000 $ al giorno per ogni giorno fino al giorno del loro presunto matrimonio.

“Visto che tu non hai fretta, non ce l’ho neppure io”. Il contratto è anche retroattivo.
“Non mi va di fare l’amante” gli spiega la Capshaw “non voglio far la fine delle altre; preferisco essere, caso mai, licenziata, ma considerata una impiegata a tempo pieno”.

Spielberg accetta.
Ma dopo qualche mese, il fantomatico contratto (nel frattempo diventata un’ennesima leggenda hollywoodiana) finisce nelle mani di Amy Irving, l’attrice di teatro, coniuge legale di Spielberg, nonchè madre dei suoi figli.

Affrontato dalla moglie lui confessa.

Lei si arrabbia e chiede il divorzio per colpa.
Inizia una guerra legale.
Amy Irving pretende complessivamente 100 milioni di dollari, una cifra molto alta, superiore di molto a tutto ciò che Spielberg, in quel momento, possiede, sostenendo che servono per mantenere i tre figli Masha, Max e Sawyer.
Spielberg si confida con Kate la quale insiste affinchè lui dia alla moglie tutto ciò che la Irving ha chiesto, fino all’ultimo centesimo.
“Ma così finisco in mezzo alla strada” protesta lui.
“Sei bravo, pieno di talento e hai mercato” risponde la Capshaw “se con una donna come me accanto non sei in grado di rifarne almeno duecento di milioni in poco tempo, allora tanto vale che non mi sposi. Io lo voglio fare per amore non per i soldi”.

Lo convince.

E così, Spielberg si presenta in aula e dichiara al giudice di essere colpevole, e si mostra disponibile a pagare alla moglie la cifra che lei vuole e pretende.
Paga 114 milioni di dollari e ottiene il divorzio.
La Irving ottiene anche il pieno affidamento dei tre figli.

La storia diventa pubblica tra il sollazzo generale della comunità hollywoodiana.
Amy Irving diventa un’eroina femminista e viene intervistata su diverse riviste raccontando la sua epopea.

Spielberg va a vivere in un piccolo appartamento di Santa Monica insieme a Kate, ospite di Robin Williams. Dopo tre mesi si sposano.
Sei mesi dopo, Spielberg inizia le riprese di “Peter Pan” che gli frutta 280 milioni di dollari di guadagno, perché impone –dietro pressioni di Kate- una clausola per cui accetta di non essere pagato optando per una percentuale sugli incassi.

Dopo la presentazione del film a Londra, Kate, innamorata dell’Europa, strappa la promessa a Spielberg di portarla a Roma a celebrare il suo sessantesimo compleanno, di lì a vent’anni.

E così è.

Nel frattempo, in questi 22 anni trascorsi insieme, hanno avuto nove figli. Tre biologici e sei adottati in diversi continenti del mondo, due in Asia, tre in Africa uno in Sudamerica.

Una escort fortunata, non c’è che dire.
Per quanto riguarda Spielberg, un uomo intelligente che sa scegliersi le donne giuste.

Welcome in Rome.


martedì 25 ottobre 2011

"Occupy wall street" prosegue la sua inarrestabile marcia. E sperimentano nuove tecnologie mediatiche.

di Sergio Di Cori Modigliani

Nell’Europa addormentata dal duopolio Merkozy e abilmente narcotizzata –per quel che riguarda l’Italia- dalla triade Berlusconi/Bossi/Bersani, il movimento “occupy wall street” seguita a essere sottovalutato (quando va bene) in una deriva di conformismo piattamente becero che potrebbe addirittura suggerire a qualche spensierato poeta di trovarsi in presenza di un macroscopico (quanto maldestro) tentativo di censura.

Non è così.

E’ peggio. O forse, è meglio. Dipende dai punti di vista.

Semplicemente non lo capiscono.

Il che, conferma, il perdurante, costante, inequivocabile successo di un fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio a velocità sempre maggiore.

Tre i fattori salienti degli ultimi cinque giorni, di cui il terzo è quello che in questo post occupa il posto principale.

1). I leader dell’estrema destra conservatrice dei tea party, nel maldestro e obsoleto tentativo di applicare logiche stantie e burocrazia autoritaria, sono scesi in campo in maniera ufficiale, e nel corso di una conferenza stampa hanno annunciato “di aver dato precise disposizioni a tutti i militanti, affiliati e simpatizzanti del cosiddetto movimento “occupy wall street” di sospendere immediatamente ogni attività di supporto, solidarietà, partecipazione. Lo abbiamo identificato come un gruppo anti-americano, di chiara matrice anarchica, il cui fine anti-patriottico consiste nel creare uno stato di guerra civile interna”.

Questo comunicato è stato pronunciato circa 40 ore fa e non è ancora possibile sapere quanti, tra i votanti conservatori, abbiano deciso di dar retta al diktat di Frank Perry, governatore dello stato del Texas e animatore dei tea party meridionali.

Da notare la reazione dei movimentisti: nessuna.

Il tentativo (infantile quanto smaccato) di politicizzare e radicalizzare lo scontro attribuendo valenze da età pre-tecnologica, sono falliti. Una trentina di persone, scelte dai giornalisti come “portavoce parziali e momentanei” dei movimenti in 26 città americane, hanno risposto compatti (su deleghe ricevute pubblicamente) con due frasi: in 19 casi hanno detto: “no comment”, in 11 casi: “sorry, we drink coffee”.

Con la coda tra le gambe, quelli dei tea party hanno smesso di attaccarli.

2). L’intero comparto di mass media televisivi nazionali, sotto la spinta propulsiva di Rupert Murdoch e del suo network Fox entertainment news, che si trascina appresso i 756 canali del gruppo Sky world, hanno deciso di non trasmettere più notizie relative al movimento, a meno che non si verifichino “atti o azioni tali da giustificare la necessità giornalistica di un intervento per non violare il dovere di fornire notizie adeguate relative a “fatti” della realtà”.

3). E’ l’aspetto più interessante in assoluto.

Ciò che i tea party, Murdoch (e in Italia sia Berlusconi che Bersani e tutta la truppa al seguito) non hanno capito, in alcun modo, è che questo movimento (a differenza del berlusconismo e del bushismo) non sono figli della televisione, non usano –né tantomeno ne hanno bisogno- della cassa di risonanza del medium televisivo. Non sono contrari alla televisione. Neppure a favore. Per dirla con le parole di Jeremy Rutt, momentaneamente leader nella città di Seattle, “l’apparecchio televisivo è come il frullatore o il forno a micro onde: un mezzo elettronico casalingo che sta lì e uno lo usa quando serve, per il resto è inutile. Noi mica siamo persone che bevono venti frullati di banane al giorno, e per fortuna non cuciniamo soltanto cibi precotti”. A differenza dell’Italia, totalmente imbambolata, dove le differenze psico-caratteriali sono state abolite, l’individuo è stato assottigliato in una melma in cui la faziosità e il tifo da stadio compongono gli ingredienti più solidi e gustosi, nel nome di un pensiero unico omologante tale per cui i distinguo passano tra i tifosi di Bruno Vespa e quelli di Michele Santoro, tra chi segue Fabio Fazio o Emilio Fede, chi Paragone e chi Lerner, mentre in Usa il movimento non ha nessun rapporto con la tivvù né tantomeno è interessato ad averlo perché l’originalità del movimento, da cui la fortissima e preoccupante (per il potere costituito) presa sul pubblico,  consiste nel fatto di aver superato sociologicamente la fase “se è in tivvù è reale; se sei in tivvù vali di più”

Hanno volutamente scelto di stare fuori.

Ma c’è di più.

Hanno scelto anche di stare fuori da facebook e da twitter, considerate ormai “piattaforme e palestre antelucane” da prendere con il contagocce perché sotto ferreo e severo controllo da parte del potere costituito. Questi due social network, vengono usati come megofono amplificatore e basta. Le notizie e le informazioni, invece, passano attraverso l’uso di sistemi di comunicazione di massa più evoluti, quelli di ultima generazione (in Italia ancora sconosciuti, di fatto vietati) che fanno riferimento alla piattaforma VIBE su IPhone. Questa applicazione consente il totale anonimato, l’impossibilità di essere decodificati e identificati, perché l’uso è libero e non necessita di alcuna registrazione. Sono stati fatti circa un centinaio di esperimenti risultati in un successo clamoroso e quindi i manifestanti tra di loro stanno istituendo un sistema di comunicazione polivalente “altro” che sta producendo già risultati portentosi (all’americana, si intende): creano consenso e mercato. “Noi non abbiamo niente da nascondere, non violiamo la Legge e non commettiamo alcun reato” sostiene il prof. Adrian Wung, un neurofisiologo esperto nella conduzione elettrica delle sinapsi del cervello umano,  membro attivo di “occupy wall street” a Palo Alto, nella Silicon Valley, in California. “Ma le ricerche scientifiche nel campo della fisiologia dei neuroni cerebrali ci hanno dimostrato due fattori: 1) se l’individuo A è consapevole del fatto che il proprio messaggio è intercettato, controllato o in qualche modo decrittato, viene spinto a una forma inconscia di tendenza all’autocensura che finisce per obliterare alcune scariche elettriche spontanee del cervello rallentandolo, creano ansia e paura; di fatto invecchiano il pensiero; 2) abbiamo scoperto che se noi usiamo degli acronimi ai quali affidiamo e attribuiamo dei valori multipli, l’intelligenza subisce una impressionante variazione accelerativa, consentendo anche il plusvalore di gettare nel panico e nella confusione l’eventuale interlocutore spia clandestina. Da cui l’uso di nuove applicazioni. Ne stiamo già sperimentando delle nuove ancora più avanzate”.

Ho chiesto ragguagli sul punto 2.

Mi ha spiegato: “Se io mando un messaggio in cui uso IMF –e sto parlando di economia- nel cervello di chi legge e/o ascolta scatta un impulso automatico di decodificazione che legge l’acronimo che sta per International Monetary Fund, è ovvio. Ma se io a IMF attribuisco anche una valenza ulteriore nota a pochi (ad esempio International Matrix Foundation) la mente umana quando vede la sigla deve operare in termini più evoluti e veloci: il computer invece s’impalla perché ragiona in termini binari: o è zero o è 1 non è multidimensionale. Per il computer la vita è basata sul sì o no, apri o chiudi, acceso o spento, entra o esci, e il mondo finisce lì. La mente umana, invece, è più ricca perché accetta il principio di contraddizione e di coesistenza di significati plurimi addirittura contrapposti. Se invece di due ne attribuisco tre, quattro, cinque, sei, la mente del ricevente è sottoposta a molteplici scariche per cui deve interpretare la dizione giusta sulla base del contesto, ora, data, situazione, ecc.ecc. Si aumenta l’intelligenza, si aumenta l’attenzione, si aumenta la concentrazione e scarica di energia. Noi stiamo cercando un nuovo sistema di comunicazione inter-personale usando l’alta tecnologia perché il nostro fine è un “nuovo linguaggio” anche mediatico, noi puntiamo a un sistema sociale “altro” e quindi dobbiamo operare secondo categorie diverse. Per esempio, se un computer aderisce al movimento finisce per sostenere di odiare la banca. Io no. La odio e la amo, la voglio attiva e la voglio fallita, la voglio in perdita e la voglio in vincita. Questo è il binario del movimento”.

L’argomentazione non è da sottovalutare.

A Seattle, ad esempio, negli ultimi dodici giorni (dato diffuso ufficialmente) si sono verificati 4.256 episodi di compra vendita di manodopera e forza lavoro avvenute al di fuori dei canali usuali, cioè aggirando a) welfare; b) annunci a pagamento; c) annunci gratuiti; d) cacciatori di teste; e) mediatori di lavoro; f) sindacati.

“Stiamo cercando di lanciare un modello “ALTRO” di partecipazione al mercato del lavoro dove aggiriamo il cancro del sistema: la distribuzione” spiega Michelle Languildhsore, economista, docente all’università di Albuquerque e membro della sezione movimentista nel New Mexico  “è là che l’1% vince sul 99%, noi vogliamo lavorare perché ne abbiamo bisogno e fa parte delle ambizioni umane essere dentro la socialità, ma a noi non interessa manifestare, strillare o protestare e basta. Noi vogliamo creare subito mercato, e quindi, vista la stagnazione operata dai governi mondiali fallimentari, lo vogliamo fare in maniera indipendente e autonoma, senza sigle, senza identificazione. Chi sa fare una cosa, qualunque essa sia, trova sempre qualcuno che ha bisogno di avere quella cosa”.

Questo ha prodotto una interessante novità applicativa in campo lavorativo. Hanno lanciato un nuovo sito (copiando dichiaratamente la sigla) che si chiama OccupyWallSt journal nel quale vengono pubblicati video, opinioni, programmi specifici –in campo economico,. politico, pubblicitario, filosofico, tecnico, cibernetico,ecc.- con riferimenti e dati personali minimi, che stanno creando delle gigantesche reti di passaggio e costruzione di lavoro.

Qui di seguito, fornisco un esempio di “presenza multipla”.

Il titolo è: “Dove stiamo andando?”

"Where Do We Go From Here?"

Posted Oct. 23, 2011, 9:32 p.m. EST by OccupyWallSt journal
On the one month anniversary of Occupy Wall Street, Ed David went to Liberty Plaza to find out where the movement will go next.
Director ED DAVID
Producer DANA SALVATORE
Cinematography ED DAVID & ANDREW MCMULLEN
Editors LILY HENDERSON & ED DAVID
Assistant Producer JILLIAN MASON
Music: "I Drive" by Cliff Martinez

C’è un video e viene scritto chi l’ha diretto, chi l’ha prodotto, chi ha fatto le riprese,ecc. C’è la possibilità di connettersi con il sito di ciascuna di queste persone e lì trovate il prodotto del loro lavoro comprensivo addirittura del numero fisso casalingo, così se avete bisogno di un documentarista, di un regista, di un pubblicitario, di un fotografo, di un giornalista, ecc, se volete lo trovate lì a un prezzo inferiore di mercato.

Lo stanno facendo anche per ciò che riguarda le notizie sul movimento.

Vengono lanciate sul circuito Vibe IPhone e anche sul sistema di microblogging immediato Tumblr, che poi vengono immesse su twitter e su facebook “ma soltanto per dare la notizia al resto del mondo ed evitare che nascondano l’evento”.

Ecco di seguito un esempio di messaggio diffuso sul circuito Vibe IPhone, ieri pomeriggio.

Occupy Chicago Being Dispersed / Arrested By Police Presently

Posted Oct. 24, 2011, 2:31 a.m. EST by OccupyWallSt
Right now our sisters and brothers on the ground are in trouble and need your help!
  • 15 have been arrested so far
  • 120+ are in the process of being arrested tonight
Please show up and help them if possible.
They're currently occupying the Federal Reserve Bank - Chicago at 230 S Laselle.
If you can't make it in person, you can do the following:
Please follow:
Please call:
  • Chicago Police Department: 312-744-4000
  • Mayor's Office: 312-744-5000
  • Governer's Office: 312-787-0244

In seguito è rimbalzato su facebook e twitter (due ore dopo). Nel frattempo erano arrivate all’ufficio del governatore e del sindaco circa 50.000 e-mail e telefonate indignate di cittadini preoccupati e furiosi.

Tutto qui.

Non parlano di destra o di sinistra, di banche azzoppate o di banche virtuose. Stanno cercando un nuovo linguaggio “altro”. Intanto aumentano la loro forza, ed essendo un paese pragmatico, cominciano a essere davvero epidemici perché si comincia a produrre “lavoro e occupazione”. Stanno cercando di sottrarsi al controllo. E di inventarsi una nuova realtà alternativa.

Certo, loro sono diversi da noi italiani.

I dati della confindustria americana sono molto chiari: tra 14.256 manager di livello superiore nell’industria statunitense, il livello medio di età (il 69%) di chi comanda in azienda è tra i 25 e i 35 anni. Il 72% degli amministratori delegati di grosse società ha meno di 40 anni.

In Italia, il paese se la deve vedere con un 75enne che sappiamo che cosa fa, come vive e che cosa dice, appoggiato da un 71enne disabile che ha gravi e seri problemi di memoria soffrendo di continue crisi di amnesia e di perdita del senso di orientamento; la prospettiva che ci propongono è quella, forse, di un governo gestito dal 76enne Gianni Letta adorato e riverito dalla P2, e l’opposizione è rappresentata ai suoi massimi livelli da una anziana signora cattolica con i capelli bianchi, che è contraria all’aborto dato che ha marciato per far abolire la legge, è contraria a tassare le rendite economiche del Vaticano e che ha obbligato il suo partito (il PD, nel caso non l’aveste capito) ad appoggiare il finanziamento tra il 2009 e il 2011da parte della Repubblica Italiana a favore dell’istruzione privata di istituti di preti e suore.

Da noi, il dibattito attuale è noioso. Tutto qui, al di là della faziosità. Dicono e sostengono tutti la stessa cosa proponendo, i più esplosivamente azzardati, una minestrina riscaldata.

Oltreoceano spingono per entrare nel futuro. Detestano il loro presente. Hanno fretta di cambiare. Hanno una voglia pazza di arrivare al 2030 e al 2060 e al 2100.

Da noi è un piagnucolìo costante di belle ragazze e bei ragazzi di venti anni che –a seconda della collocazione politica- piagnucolano ogni sera in televisione lamentandosi che non hanno futuro come se avessero 80 anni. La cosa comica –se non fosse tragica- è che aspirano a un posto fisso, e parlano (a 20 anni) di pensionamento, chiedendo aiuto a dei vecchi, il cui unico parametro è allontanare il più velocemente possibile lo spettro della Morte che si avvicina per loro. Ineluttabilmente, come per tutti.

Per quale motivo dei 70enni dovrebbero occuparsi del futuro se la sola idea li atterrisce?

Obama ha poco più di 40 anni. Anche Frank Perry, il suo oppositore.

Tra i diversi leader di “occupy wall street” il più anziano ne ha 35. E poi ci sono i Grandi Padri come Paul Krugman, Noam Chomski, riveriti e stimati come gli anziani nelle tribù degli indiani. Ma loro stanno al calduccio dentro la tenda.  In guerra, sul mercato, ci devono andare i giovani. E’ quello che stanno cercando di fare e di proporre in Usa.

In Italia, preferiscono andare a fare la questua a casa di vecchi rimbambiti, seguitando a scrivermi che “occupy wall street” non ha nessun valore e non si capisce a che cosa serva.

Se non altro, sperimentano nuove tecnologie, si incontrano tra di loro, non vanno (né guardano) né partecipano a dibattiti televisivi, e creano mercato inventandosi soluzioni.

E scusate, se è poco, di questi tempi.

lunedì 24 ottobre 2011

Cristina Kirchner vince le elezioni in Argentina. Il suo piano economico ha funzionato e la nazione procede nello sviluppo e nell'ottimismo.

di Sergio Di Cori Modigliani

Tra i vari luoghi comuni che circolano in Italia, quello che li batte tutti consiste nel ripetere di continuo (come fa il pdl) “è un trend diffuso dovunque nel mondo  vedere la maggioranza al potere penalizzata nei voti in seguito alla crisi internazionale”. Ho sempre pensato che, al di là della banalità auto-referenziale giustificativa, si tratti di un clamoroso falso ideologico.
In Argentina, il presidente in carica Cristina Kirchner viene riconfermata stravincendo le elezioni presidenziali con il 54% di voti e il 59% di seggi alla Camera. Non solo.
La Presidenta batte il record assoluto relativo alla leader femminile più votata democraticamente in tutto il continente americano.
Centinaia di migliaia di persone si sono radunate a Plaza de Mayo, a Buenos Aires, per festeggiare la vittoria, consapevoli e orgogliosi di aver trovato, finalmente, l’erede di Evita Peròn.
In Italia, Cristina è poco nota. Ma si tratta senz’altro di una personalità molto singolare. Donna intelligente, capace e dotata di acume politico poderoso, vanta un impeccabile curriculum per poter guidare l’Argentina. In tutti i sensi.
Per due anni, ininterrottamente, i suoi avversari hanno cercato di metterla all’angolo contestandole il suo più riconosciuto –impossibile da nascondere- vizio personale: la folle spesa personale nell’acquistare scarpe, vestiti, abiti d’alta moda di gran lusso a cifre vertiginose. Dibattiti, polemiche, forum nei talk show, le hanno provate tutte. Alla fine si sono dovuti arrendere. La frase, pronunciata da lei in conferenza stampa qualche mese fa, ha avuto un indice di gradimento del 91%, decretando la sconfitta dei suoi oppositori. “Meglio avere l’ossessione per dei sandali d’alta moda o andare pazze per l’ultima creazione di Christian Dior piuttosto che essere corrotti, essere dipendenti da droghe, illecite o lecite che siano, o avere una qualche nascosta perversione erotica, o fare soldi vendendo armi clandestinamente. Da qualche parte bisogna pur scaricare lo stress. Questo è il mio vizio e il mio peccato, lo sanno tutti. E’ così. Del resto, non si è mai visto nessuno che svende l’orgoglio di una nazione per un paio di scarpe, il che mi rende paradossalmente immune da sospetti. Tanto più che spendo selvaggiamente denaro del mio patrimonio personale, peggio per me. Vorrà dire che quando sarò vecchia e povera farò una colletta tra i miei cittadini. L’importante è fare il bene della nazione, a voi che cosa ve ne importa se alle riunioni politiche internazionali io mi sento in obbligo di comparire vestita alla grande e tutta firmata? Ciò che conta è il contratto che strappo per il popolo”.
Nel corso dell’ultima settimana, i suoi due concorrenti (uno socialista e l’altro conservatore di destra) l’hanno attaccata pubblicamente per aver acquistato pochi giorni prima un paio di scarpe pagandole 8.500 euro. Cristina ha rovesciato contro di loro l’argomentazione sostenendo in televisione “che sarà per me un onore schiacciare nell’urna i miei oppositori con delle scarpe così costose…tra l’altro sono bellissime. Loro parlano così e li capisco. E’ la prima volta nella storia di questo paese dal 1910 che un presidente in carica non può essere attaccato su questioni relative a economia, diritti civili, conquiste sindacali, disoccupazione, povertà, sviluppo, promozione della donna: lì vinco io, dati alla mano”.
E infatti ha vinto.
I numeri lo confermano.
Nel 2011, sotto la sua amministrazione, per il terzo anno consecutivo, l’Argentina rivela uno sviluppo del pil +7,5% (nel 2010 era +7,5% e nel 2009 –piena recessione- +7%); il rapporto tra pil e debito pubblico si aggira intorno al 38%; il pil argentino dai 322 miliardi di euro del 2003 (anno della catastrofe) è passato oggi a 960 miliardi. La disoccupazione che nel 2009 si aggirava intorno al 16,5%, nel giugno del 2011 è stata fissata al 7%, la più bassa di tutto il continente americano. 6 milioni di persone sono state sottratte alla povertà.
Il binario della sua politica è: protezionismo e welfare.
Ha ricostruito il tessuto industriale nazionale. Ha fatto varare delle leggi che penalizzano fiscalmente in maniera gigantesca tutte le industrie che producono all’estero e ha defiscalizzato di ogni onere le industrie che danno lavoro ai giovani assumendo più di cinque persone. Ha privatizzato 24.000 ettari lanciando un piano di agricoltura producendo intensivamente soja. L’86% della produzione lo vendono alla Cina. Gli vendono anche petrolio, argento e lana.
“Siamo l’unica nazione industriale al mondo che non produce manufatti in Cina perché noi siamo contrari allo sfruttamento del lavoro minorile e al non riconoscimento delle libertà sindacali. Noi ai cinesi vendiamo e basta. Loro stanno zitti e comprano, perché a loro interessa soltanto il business. A noi, invece, interessa anche e soprattutto la libertà che tanto faticosamente siamo riusciti a conquistarci”.
E’ detestata dall’oligarchia agraria, dai latifondisti, dall’oligarchia finanziaria (ha istituito una legge che vieta alle banche argentine la finanza virtuale e la speculazione non garantita). E’ adorata e divinizzata dalle classi più povere.
E’ stimata e apprezzata dalla borghesia e dalla classe media.
E’ sostenuta e rispettata da intellettuali, accademici e artisti, che in Argentina contano molto.
Molto abile, ha vinto la sua battaglia elettorale attraverso tre mosse:
1). Ha tolto la licenza alle tivvù private per trasmettere il calcio nazionale e mondiale a pagamento. Sotto lo slogan “el futbol es del pueblo” ha offerto calcio gratis in chiaro. Quando è andata alla riunione con il responsabile di Sky, la Presidenta (così vuole essere chiamata perché “sono femminista e anche se è grammaticalmente scorretto mi piace sottolineare sempre che sono donna”)  ha chiesto all’esterrefatto inviato di Murdoch, il quale pensava che si trattasse soltanto di trovare la giusta cifra, come mai non fosse venuta “di persona la signora Mendy Weng a parlare con me”. (la potentissima consorte di Rupert Murdoch). Non sapendo che cosa rispondere, l’inviato ha chiesto almeno 24 ore di tempo per consultarsi con il capo a Londra. Dopo due giorni ha chiamato dicendo che “forse” la Weng sarebbe arrivata di lì a un mese. “Troppo tardi” ha risposto la Kirchner. Il giorno dopo ha nazionalizzato le trasmissioni televisive di calcio chiudendo un accordo bilaterale attraverso ministeri degli esteri con Brasile, Italia, Spagna, Inghilterra e Germania per trasmettere tutte le loro partite. Non si è riusciti a sapere “ufficialmente” che cosa abbia offerto in cambio, dato che l’ha ottenuto gratis. “E’ molto semplice” ha spiegato Manuel Ybarras, uno dei suoi consulenti “ha chiamato questi vecchi marpioni europei e ha detto loro che o regalavano il calcio o consegnava al tribunale internazionale de l’Aja la documentazione relativa al loro coinvolgimento con la dittatura militare”. Ci sono state proteste da parte delle mamme dei desaparecidos che invece pretendevano di vedere alla sbarra sette governi europei, quello Usa e quello australiano e lo stato del Vaticano. “Siamo realisti” ha detto la Kirchner in conferenza stampa e poi, con diabolica astuzia, ha fatto in modo di farsi seguire in corridoio da due accreditati e riconosciuti giornalisti radiofonici che le hanno “strappato” una confidenza al suo segretario “meglio ricattarli, questi bastardi del primo mondo, sanno giocare solo a questo gioco, bene; così capiranno che stiamo crescendo anche noi”. E’ andata in onda 60 mila volte. La Kirchner non ha mai ammesso né mai smentito.
2). Patrimoniale secca sui grandi latifondi e sulle rendite finanziarie corporative superiore ai 10 milioni di dollari. La cifra ottenuta è stata investita al 100% per garantire un sussidio di povertà statale ai ceti più tartassati e bisognosi (circa 6 milioni di persone indigenti) lanciando un piano di creazione di ammortizzatori sociali per abbattere le conflittualità sociali che possono generare violenza.
3). Abbattute le tasse su tutte le aziende che producono lavoro e assumono manodopera argentina e l’avvio di 26 grandi opere di infrastrutture. Tutte le opere sono state prese in appalto da società edili collegate a Vladimir Putin, il quale, attraverso delle sue consociate, ha aperto sei gigantesche società immobiliari a Buenos Aires investendo nel solo 2010 la cifra di 8 miliardi di dollari per costruire grattacieli, strade, autostrade, scuole. Di fatto –in termini nudi e crudi di mercato- Buenos Aires ha aperto la porta al riciclaggio ufficiale di danaro proveniente dalla Russia, dall’Ucraina, dal Kazakistan. Gli imprenditori russi sono gli unici che possono aprire un conto corrente in Argentina anche di centinaia di milioni di euro senza che venga loro fatta neppure una domanda. A condizione che l’intera cifra venga investita dentro il paese in attività che producono lavoro e non in transazioni finanziarie di tipo speculativo.
Una donna di potere che sa usare il potere. E lo fa anche per se stessa. Come tutti.
Ma il popolo –e perfino l’opposizione- la rispetta perché non ha mai tradito né i suoi ideali, né la sua storia personale né la sua biografia politica.
La Kirchner nasce come sindacalista, prima, e come avvocato dei diritti sindacali poi. Nel 1976, insieme al marito Nestor, entra a far parte del movimento rivoluzionario dei Montoneros e aderisce alla lotta di resistenza armata clandestina contro la giunta militare.
Una volta al potere ha istituito processi legali contro tutti i responsabili. Nel 2009 sono iniziate fortissime pressioni da parte, soprattutto, del Vaticano e dell’Italia, per ridurre al minimo le pene detentive per generali, burocrati, e imprenditori complici. Il nostro Ignazio la Russa, in qualità di ministro della difesa, è andato in Argentina ben sette volte per spingere verso una soluzione morbida. Sono stati –nel 2009 e nel 2010- venti mesi di braccio di ferro tra il primo mondo ricco e potente e la dignità storica collettiva degli argentini. Alla fine, la Kirchner non ha abdicato alla memoria di sè e degli argentini, e per questo merita il rispetto di ogni sincero democratico, argentino e non. Si è schierata “ufficialmente” contro il governo italiano e contro il vaticano, ha confermato tutte le pene detentive denunciando pubblicamente in televisione “l’ignobile pratica dell’ipocrisia buonista per assolvere dei criminali nel nome di un loro presupposto pentitismo: se sono pentiti di fronte a Dio, e se questo è vero, possono passare il resto della loro vita a pregare Gesù dietro le sbarre. Nessuna compassione per i criminali. La Legge va rispettata”. In sette casi (quelli per i quali l’Italia insisteva per assoluzione e pene lievi) la pena è stata moltiplicata per dieci. Tutto il management responsabile a livello militare, economico e politico della dittatura militare è finita sotto processo e condannata all’ergastolo e a pene detentive di carcere duro oscillante tra i 15 e i 25 anni in galere in Patagonia.
La gente, tutto ciò, soprattutto in un paese emotivo come l’Argentina, l’ha sentito come un fatto vero e un fattore nuovo.
E tutti in massa le hanno regalato un poderoso trionfo elettorale.
Anche se spende 25.000 euro per un abito da sera.
Perché ha restituito al paese la dignità del presente e l’ottimismo e la fede nel futuro.
Non è poco, di questi tempi.