giovedì 28 luglio 2011

“Milo Manara dai negozi specializzati in fumetti è passato ai negozi specializzati in scarpe!” così viene presentato il nuovo Made in Italy in tutto il Sudamerica.

di Sergio Di Cori Modigliani


Milo Manara dai negozi specializzati in fumetti è passato ai negozi specializzati in scarpe!” così viene presentato il nuovo Made in Italy in tutto il Sudamerica.

La notizia è questa, e con mestizia così viene presentata nel gigantesco mercato Argentina/Uruguay/Brasile/Chile, dove sbarca il cosiddetto “Made in Italy” presentando il matrimonio arte/mercato tra il nostro squisito artista e il brand Sisley acquisito della Benetton.
Eppure, Milo Manara –lo dico a scanso di equivoci: splendido artista che mi ha sempre avuto tra i suoi fans e sostenitori- aveva iniziato la sua carriera in quel di Verona, a metà degli anni ’60 (lui è nato nel 1945) abbandonando la carriera artistica di pittore in aperta polemica contro la mercificazione dell’arte. Non solo: ha da sempre denunciato “la micidiale perdente e nefasta collusione e connivenza tra arte come libera espressione dell’anima senza censura e il mercato che deve produrre solo e soltanto merci, merci, merci. Per loro ciò che conta è il mero profitto non la qualità del lavoro dell’artista” (Linus, febbraio1970).
Per protesta trasgressiva passò ai fumetti, arte allora (stiamo parlando della fine degli anni’60) che in tutto il mondo era ancora considerata semplice artigianato di serie B, considerato, dagli snob salottieri cultori dell’impero visivo che controllava l’immaginario collettivo mercificato, una specie di sottoclasse di poveretti che non meritavano la stima dei critici d’arte, dei galleristi, perché non erano “cultura”. Ma negli anni’70 i giovani di tutto il mondo occidentale si innamorarono dell’argentina Mafalda, del mondo bambino di Charlie Brown, delle avventure del gallico Asterix, del capitano di ventura Corto Maltese, dell’ammiccante Valentina di Guido Crepax, delle squisitezze intellettualistiche del canadese Feiffer, dei Flintstones, del beone londinese Andy Capp, del poliziotto futuribile Dick Tracy, e tantissimi altri ancora; Hollywood –sempre bravissima a fiutare i trend che svolazzano nell’aria con grande anticipo- aprì e lanciò un intero settore dell’industria cinematografica nelle trasposizioni sullo schermo delle avventure degli eroi dei fumetti.
Superman, Dick Tracy, Flash Gordon e Batman furono i primi a spianare la strada.
E così, gli artisti autori di fumetti, all’improvviso, si videro promossi in serie A.
Accolti come trionfatori nella palestra di massa dell’arte che conta.
Oggi, 2011, è esattamente il contrario.
Chi produce arte è relegato in un limbo sotterraneo semi-clandestino, perché a livello di massa vengono accolti i cosiddetti “artisti culto”, ovverossia chi produce al servizio delle multinazionali che devono vendere magliette, scarpe, cinture, borsette; perché i loro fumetti e prodotti visivi, sono ben rappresentativi, nella mente delle masse, di una immediata immagine che riconoscono e quindi vogliono acquistare quel determinato prodotto.
Gli autori di fumetti, quindi, sono diventati degli inconsapevoli (quando sono stupidi) veicoli pubblicitari, semplici strumenti di gigantesche catene planetarie di merci global da vendere nel mondo. Sono consapevoli (quando sono intelligenti) e acquiescenti. Hanno dimenticato da dove venivano. Hanno dimenticato le battaglie per le quali avevano combattuto e hanno scelto –dato che ne hanno avuto la possibilità- di optare per il denaro invece che proseguire nella sperimentazione delle loro idee e creatività.
E’ triste, ma comprensibile.
Come ha detto, e scritto, il professor Vittorino Andreoli, eccelso psichiatra italiano, autore di un meraviglioso libro uscito da pochi mesi per i tipi della Rizzoli (“Il denaro in testa”) e purtroppo –certo non a caso- poco reclamizzato e nient’affatto consigliato alle masse per paura di un loro risveglio di coscienza, “nell’inconscio collettivo dell’etnia italiana si è verificata una sostituzione del simbolo-feticcio del denaro che è assurto a una dimensione eroica, epica e divina, sostituendo quelle fantasie erotico/gastronomiche che appartenevano invece un tempo agli italiani; da cui il crollo verticale della libido creativa degli italiani. In testa non hanno più il desiderio dell’incontro amoroso, bensì quello della più veloce forma possibile per acquisire una enorme montagna di denaro. Ormai è diventata una modalità automatica di sinapsi nel cervello”.
Grave delusione da tifoso e seguace, la mia.
Densa di raccapriccio e crollo della stima e del rispetto.
Prsentando in tutto il Sudamerica il lancio delle “scarpe disegnate da Milo Manara” i responsabili della Sisley Benetton hanno applaudito e veicolato un’idea dell’arte che altro non è che una trasposizione forzata della “idea pubblicitaria dell’esistenza”, quella voluta, strategizzata, organizzata, pianificata, lanciata e applicata da Silvio Berlusconi e dai suoi consulenti.
Milo Manara è diventato così un venditore di scarpette global.
Tutto qui.
Anche indecente.
Lo è.
Milo Manara è indecente.
Certamente non per le sue immagini che rimangono adorabili, stuzzicanti, evocative.
Per la sua mancanza di coraggio intellettuale e per la sua spudorata arroganza senza limiti. Lui che altro non è se non un servo di una catena global che vende merci inutili (ed è stata una sua scelta non motivata né dalla necessità né dal bisogno né da un guizzo sperimentalistico da artista) potrebbe anche risparmiarci l’angosciante litania di questa immonda categoria di pesudo-intellettuali che il gorno prendono i soldi dalle multinazionali e poi la notte –come nel suo caso- vanno a Cortina d’Ampezzo presentando se stessi come eroi di un’avanguardia intellettuale che combatte l’industrializzazione del mondo, la globalizzazione dei mercati, la mercificazione dell’arte, e poi, una volta spenti i riflettori, approfittando dell’imbecillità sonnolente della massa, passano per la cassa a incassare le percentuali sulle scarpette vendute.
“Ma perché un artista sceglie di vendere scarpe?”
Con questo bel titolo l’autorevole rivista sudamericana “Arte en el mundo” si interrogava sulla decadenza europea e sul nuovo fronte del neo-colonalismo d’accatto.
Milo Manara, sei una buccia.
Meriti rispetto come venditore di scarpe.
E’ ciò che hai scelto di essere. Nothing more than this.
Nonostante tu avessi la possibilità, l’opportunità e l’occasione di fare altrimenti.
Libera è l’Arte quando libero è il Pensiero perché l’Anima non viene mercificata.
No agli artisti servi della pubblicità di massa.

mercoledì 27 luglio 2011

"Libera" va in Argentina e denuncia l'esistenza di 500 mila bambini schiavi; nasce una rete internazionale contro le mafie globali del pianeta: ALAS

di Sergio Di Cori Modigliani

L’associazione contro tutte le mafie “Libera” è arrivata in Argentina dove si è incontrata con l’associazione locale denominata “Alameda”  e “las Madres del paco” dando vita a una rete anti-mafia sudamericana che si chiama Alas.

Lo scorso 14 luglio si sono incontrati a Buenos Aires con Alicia Pierini, funzionario del governo e Dario Caputo, vice-direttore della Agencia Nacional Argentina de Bienes Confiscados al Crimen Organizado. La presenza della delegazione di Libera – associazioni nomi e numeri contro le mafie--  in Argentina dall’11 al 22 luglio ha avuto lo scopo principale di censire o rafforzare collegamenti, contatti e collaborazioni con organizzazioni sociali che intendano offrire il proprio contributo nella lotta alla criminalità globalizzata fortemente presente e radicata anche nel continente latinoamericano (narcotraffico, corruzione, tratta di esseri umani…).

Il 13 luglio si è svolto  un importante convegno al quale hanno partecipato membri del governo, sindacati, rappresentanti di associazioni attive contro le mafie sul tema “Prospettive della società civile argentina nella lotta contro l’illegalità globale.”

La visita di “Libera” in Argentina rientra all’interno di un vasto programa lanciato in Sudamerica per costruire una inmensa rete contro le mafie.
Questa rete si chiama ALAS (sta per America Latina Alternativa Social) e ha come fine quello di promuovere la legalità come cultura e combattere le nuiove mafie, sia locali che globali.

Enorme è l’interesse da parte di Alas per la partecipazione dell’Italia in quanto paese dove ha sede il quartiere generale della ‘ndrangheta, il principale socio dell’intero continente sudamericano criminale, da quando le nuove rotte del traffico di droga sono state modificate ed è diventato preminente il canale Lima-Buenos Aires-Napoli-Catanzaro: attualmente considerato il più grande binario di passaggio e trasporto di droga mai esistito.

Gustavo Vera presidente della Fondazione Alameda –quella che ha invitato “Libera”-  ci ha tenuto a precisare che “ il crimine organizzato in Argentina è trasversale ed è presente in ogni comparto della vita política del paese, sia al governo che all’opposizione. Bisogna denunciare la realtà di una situazione esplosiva: in Argentina esistono 500 mila ragazzini di età tra i 9 e i 16 anni che vivono in condizioni di schiavitù perchè lavorano nell’industria tessile senza nessuna garanzia nè sanitaria nè sindacale nè umana. Esistono altre centinaia di migliaia di bambine, dai 10 ai 17 anni, obbligate dal bisogno e dalla violenza a prostituirsi alimentando il turismo sessuale, coloniale e cirminale che vede nel popolo italiano maschile uno dei clienti più assidui e frrequenti nel nostro paese. Noi, come Alameda, siamo una piccola realtà locale che combatte per denunciare al mondo la trágica realtà della situazione in tutto il Sudamerica, aggravata dal neo-colonialismo europeo. Siamo orgogliosi e felici di esserci uniti a “Libera” per lanciare una rete che si inserisce nella Alas e combattere contro questo massacro sociale”.

Ecco qui di seguito il nome delle aziende che praticano la schiavitù infantile nel territorio della Repubblica Argentina.
Estas son marcas que usan trabajo esclavo y que han sido denunciadas por la UTC y La Alameda :
1. Kosiuko- 2. Montagne- 3. Lacar- 4. Rusty- 5.Graciela Naum- 6. PortSaid- 7. Coco Rayado- 8. Awada- 9. Akiabara- 10. Normandie- 11. Claudia Larreta- 12. Mimo- 13. Adidas- 14. Puma- 15. Topper- 16. Cueros Crayon- 17. Gabucci- 18. MUUA- 19. Kill -20. Martina Di Trento- 21. Yagmour- 22. Ona Saez- 23. Duffour- 24. Chocolate- 25. Marcela Koury- 26. Rash Surf - 27. 47 Street- 28. Cheeky- 29. 45 Minutos- 30. Cueros Chiarini.31 - Cueros Crayon - 32 DM 3 - 33. Chorus Line - 34. Casa Andy - 35. Capitu - 36. Vago's - 37. Seis by Seis - 38. Pamplinas - 39. By me - 40. Batalgia - 41. Lidase - 42. By Simons - 43. Bensimon - 44. Tavernitti - 45. Escasso - 46. Belen - 47. Batalgia - 48. Rush Serf - 49. Yakko - MC Básica - 50. Yessi - 51. Zanova - 52. Zaf - 53. ND - 54. Denitro - 55. Perdomo - 56. Manía - 57. Viñuela- 58. Ciclo - 59. Leed's - 60. Mela - 61. Fiers - 62. Maibe - 63. Jomagui -64. Cossas - 65. Eagle - 66. Aleluya - 67. Dany - 68. Casazu - 69. Zizi - 70. Bill Bell . 72. Eagle; 73. Cleo - 74. Keoma - 75. Tobaba - 76. DOS - 77. Criguer.- 78. Bombes.- 79. Fila.- 80. Le Coq Sportif.- 81. Lecop-Arena. 82. Benetton


Don Luigi Ciotti, presidente di “Libera” dando il benvenuto in Italia alla delegazione che è appena ritornata dall’Argentina ha detto:- "La mafia costa ogni anno ai cittadini 560 miliardi di euro. E poi ci dicono che non ci sono i soldi per le politiche sociali, per i servizi, per le fasce deboli. E' qui che bisogna andare a sottrarre tutto quello che e' frutto di violenze ed illegalita' e soprattutto di sopraffazione verso la vita e i diritti di tutte le persone. Ma la lotta alla mafia la si fa a Roma, dove si fanno le leggi per contrastare questi crimini, e dove si possono fare anche leggi per avviare vere politiche sociali e sostenere la cultura perche' e' la cultura che da' la sveglia alle coscienze". Parlando della disoccupazione giovanile, Don Ciotti ha spiegato che ci sono "due milioni e 200mila ragazzi che cercano un impiego senza riuscirci. E' un momento di grande fatica, grande impoverimento, nel quale le mafie possono raccogliere nuove leve. Anche questo e' un fronte sul quale bisogna agire".

Il Vaticano annuncia di aver trovato documenti che provano come Papa Pio XII abbia salvato la vita di 11.000 ebrei. Ma nascondono la vera natura dei rapporti amichevoli tra Pacelli e Adolf Hitler

di Sergio Di Cori Modigliani



L’argomento è spinoso.
In teoria, dovrebbe essere addirittura “controverso”.
Ma non esiste alcuna controversia. Anzi. Il solo fatto di usare il sostantivo “controversia” è fuorviante e provocatorio, perché si suggerisce e si incita a una manipolazione della Storia e alla negazione di fatti, di natura opposta, ampiamente dimostrati da tutti gli storici del pianeta.
Ci riferiamo qui alla scelta politica (presentata come “scelta religiosa”) dello Stato del Vaticano di fare santo Papa Pio XII, ovverossia colui che sedeva sul trono di S. Pietro il 16 ottobre del 1943 quando iniziò ufficialmente la deportazione degli ebrei italiani nei campi di sterminio nazisti, con l’irruzione nel ghetto della città di Roma. 
Ne parlo oggi perché c’è una notizia. Eccola:
Lo storico e ricercatore Michael Hesemann, rappresentante per conto della Repubblica di Germania dell’organizzazione “Pave the Way foundation” insieme all’ebreo Gary Krupp hanno scoperto dei documenti che proverebbero come “l’azione diretta di Pio XII abbia salvato la vita ad almeno 11.000 ebrei nel corso della seconda guerra mondiale. Tali documenti sono stati scoperti soltanto qualche mese fa nei sotterranei della Chiesa di Santa Maria dell’Anima, la chiesa nazionale della Germania nella città di Roma”.
Fine della notizia.
Il Vaticano ha diffuso oggi, 27 luglio 2011, con enorme grancassa mediatica, questa notizia, considerandola “definitiva e fondamentale al fine di dimostrare la liceità della canonizzaione e santificazione di Papa Pio XII”.
Non ho alcun elemento né prova per poter emettere un qualsivoglia giudizio su tale documentazione, perché non l’ho vista, non l’ho letta, non l’ho controllata.
La prendiamo per buona.
Sono contento per tutti noi.
Qui di seguito (visto che si parla di STORIA) ricordo al lettore interessato alle vicende europee e alle questioni inerenti alle libertà civili nei rapporti tra lo Stato del Vaticano e le istituzioni laiche statuali, alcuni frammenti di fatti relativi alla vita di Pio XII, noti a tutti, comprovati, verificati, documentati, diffusi a livello mondiale.
Per non dimenticare.
Per non falsificare.
In data 1933, Adolf Hitler assume, grazie alla vittoria elettorale, il comando del potere politico in Germania. Immediatamente Monsignor Pacelli, il nunzio apostolico vaticano a Berlino –che sarebbe poi diventato Papa con il nome di Pio XII- si incontra con il barone Franz Von Papen per definire e siglare gli accordi inter-statali del “concordato politico tra Stato della Germania e Stato del Vaticano” che vengono firmati e ratificati a Roma con grande pompa in data 20 Luglio 1933. Con tale documento, il Vaticano garantiva al nazionalsocialismo il pieno appoggio della Chiesa Cattolica di Roma.
Nel 1935, in data 24 aprile, quando il fascismo si poneva come leader incontrastato della rivoluzione conservatrice europea, il conte Ciano, allora Ministro degli Affari Esteri, di ritorno da Berlino, scrive a suo cognato, il Cavaliere Benito Mussolini, capo del governo del Regno d’Italia, riferendosi proprio a questo “dovremmo affrontare, prima o poi, e a viso duro, le nostre relazioni con l’imbecille di Berlino, soprattutto adesso che conta sul totale appoggio del Vaticano visti gli stretti, fortissimi, rapporti personali istituiti tra Pacelli e Von Ribbentrop. E’ assolutamente necessario prendere le distanze da questi autentici beceri tedeschi prima che finiscano per coinvolgerci in una alleanza che finirebbe per erodere nelle fondamenta il senso stesso della rivoluzione fascista. Non vi è dubbio che l’imbecille di Berlino è un nemico dichiarato del fascismo, così come lo è il Vaticano. La nostra grandezza consiste nell’approfittare di questa loro alleanza per porci come solitaria avanguardia di una rivoluzione totale che escluda entrambi. E’ una opportunità storica da non perdere e salvaguardare con impeto e gelosia di patria. Sarò a Roma dopodomani, da te, per consegnarti un rapporto esaustivo e completo sui colloqui avuti in Germania…..”
Nel febbraio del 1938, in seguito alla morte di Pio XI, a Roma si apre il conclave per eleggere il nuovo Papa. Dalla stazione ferroviaria di Francoforte sul Meno parte un treno “speciale” carico di lingotti d’oro, per un controvalore di circa 3 milioni d marchi –corrispondente oggi a circa 100 milioni di euro- con una lettera personale per Pacelli, firmata da Adolf Hitler al “mio amico personale” e consegnata a mano dal Maggiore Rupert Hauptmann “per dare il contributo alla nostra causa comune e aiutare gli altri cardinali nel corso della elezione”. Dai documenti storici acquisiti –si trovano a disposizione di chiunque nella Harvard Library del dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea dell’università di Harvard, sezione archivi, sesto scaffale del terzo piano, quarto corridoio, identificati con il numero 345/ATR- si ricava anche il nome dell’operazione “Eitles Gold” stabilita in seguito a una riunione tra Adolf Eichman, Von Ribentropp e Martin Bormann, sotto la supervisione di Heinrich Himmler, il quale diede ordine di far arrivare il treno direttamente dentro la stazione ferroviaria interna al Vaticano. Il conte Ciano protestò allora con enorme vigoria con Mussolini –una feroce lite che provocò l’inizio della rottura tra i due- sostenendo che il treno andava fermato alla stazione Ostiense e sottoposto a regolare verifica da parte delle guardie doganali fasciste. “Non lo posso fare. Quel treno deve arrivare in Vaticano. Basta così” rispose Mussolini a Ciano in una lettera nota a tutti gli storici.
Sei mesi dopo, l’8 novembre 1938, il governo fascista istituiva le “Leggi di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei a difesa e salvaguardia della razza ariana”.
Un anno dopo, Pio XII riceve con tutti gli onori in Vaticano, Pavel Pavelic, (fervente cattolico nonché ideatore e fondatore del movimento nazional-fascista degli ustascia croati) accompagnato dall’arcivescovo di Zagabria Alojzije Steipnac, approvando i massacri compiuti nel corso dei primi mesi del 1939 nel campo di concentramento di Jasenovac, dove migliaia e migliaia di macedoni e bosniaci di etnia mussulmana vengono trucidati, da milizie armate guidate da Padre Simic, parroco della diocesi di Knin, già responsabile dell’assassinio di 15000 mussulmani nei pressi di Banja Luka. Pavel Pavelic, il 24 novembre del 1948, viene scortato da ufficiali della nuova polizia di stato della neo-nata Repubblica Italiana,  e imbarcato a Genova, sulla nave “Sestriere” dove raggiunge New York con un passaporto vaticano sotto il nome di Anton Pocelic. In cambio di questo “favore” il Vaticano trattiene la cifra di 200 milioni di franchi svizzeri in oro e diamanti dal conto personale di Pavelic presso la agenzia 23 del Credit Suisse a Ginevra dove aveva accatastato una fortuna personale in seguito alle razzie ai danni della popolazione di etnia mussulmana nel Kosovo e in Bosnia Herzegovina.
Ultimo dato -acquisito da circa quindici anni in tutti gli archivi storici del pianeta- ci segnala che in data 20 Gennaio 1942, nella Villa dei conti Bonsvieder sul Lago Wansee, il plenipotenziario Reinhard Heydrich insieme a quindici alti gerarchi nazisti approvano all’unanimità “l’attuazione del piano per l’esecuzione tecnica della soluzione finale degli ebrei d’Europa”. Sulla base della confessione testimonianza resa da Adolf Eichmann, nel 1954, nel corso del suo legittimo processo (lui era uno dei partecipanti a quella riunione) “avrebbero dovuto essere eliminati 11 milioni di ebrei in Europa, corrispondente all’82% della popolazione ebrea europea. Il 9 febbraio del 1942, su ordine personale di Adolf Hitler, io stesso comunicai al papa Pio XII l’esito di quella riunione ricevendo una confortante risposta e la garanzia che intendevamo ottenere”.

Il fatto che questo papa venga dichiarato “santo” impone, dunque, quantomeno, alcune perplessità.
Soprattutto ritengo non casuale, e davvero molto pericoloso, dare oggi 27 luglio 2011, l’annuncio di un evento storico che lo identifica come un benefattore.
Non mi piace, questa storia, tutto qui.

Ho scelto e scelgo di non esprimere la mia opinione in maniera esaustiva.
Ho scelto, invece, semplicemente, di riportare alcuni fatti storici già da molti anni archiviati negli istituti storici di tutto il pianeta.

martedì 26 luglio 2011

Rocco Siffredi è l´ultimo samurai: parola della moglie che ci racconta la sua vita insieme a lui.

di Sergio Di Cori Modigliani



Notizie dal mondo, ormai, alla rovescia.
Invidia invidia, non c’è che dire.

Lui si chiama Rocco Siffredi: lo invidiano i maschi che hanno problemi di erezione e il sesso lo vivono soltanto nelle fantasie. Soprattutto i collezionisti di femmine, gli amanti della quantità.. Rocco Siffredi è accreditato di una cifra intorno alle diecimila donne. E lo può certo dimostrare, lo fa da anni adavanti a una cinepresa e in pubblico.

Lei si chiama Rosa Tassi, sua moglie, e –udite udite- la signora Rosa Tassi, felice mamma di due bimbetti, risulta tra le cinque donne più invidiate in Italia.

Sul numero in edicola di Panorama appare una intervista con la signora Siffredi che ha deciso di raccontare alcuni aspetti della loro vita intima. Essendo lei una ex attrice porno e lui il più longevo –come tenuta negli anni- attore porno italiano, dato che di loro si sa tutto, quando decidono “di mettersi a nudo” vuol dire che si vestono e parlano della loro emotività, della loro sensibilità, della loro sentimentalità.
Esattamente il contrario opposto di ciò che accade per la maggior parte delle persone.

Una bella coppia. Se non altro sono onesti, sinceri e aperti. Il che, in Italia in tempi come questi, merita davvero un’Oscar.

La signora Rosa Tassi ha rilasciato una interessante intervista anche sui quotidiani sudamericani dove lei vantava un certo seguito, dove ha raccontato come ha conosciuto suo marito. «Lavoravo come modella a Budapest  e un giorno mi propongono di andare a Cannes per lavorare come hostess durante il festival del cinema porno. Arrivo in Francia dopo 16 ore di pullman, e alla stazione mi ritrovo Rocco. Spiritato, che con un' orribile tuta bordeaux, mi dice: tu dormi nella mia villa perchè in albergo non c’è posto».
Finiscono per lavorare insieme.
Lui le propone di fare del porno e lei accetta.
La loro prima volta insieme è stata sul set.
«La protagonista diede forfait e lui, a bruciapelo, mi propose di sostituirla. Non ci eravamo neppure baciati, accettai a una sola condizione: che le mie scene di sesso fossero girate soltanto con lui. Così dovettero cambiare la sceneggiatura e il film si trasformò in una versione hard di The Bodyguard. Lui faceva Kevin Costner e io Whitney Houston».
In seguito i due girano insieme altri due film: Tarzan e Jane e Il Marchese de Sade.

Nasce tra i due un vero amore, basato sulla comprensione reciproca e sulla condivisione.
Si sposano e arrivano due bei pargoli. Lei, dopo aver partecipato a cinque film, decide subito di abbandonare l’ambiente “perché ero e sono tuttora innamorata di lui”. Rocco decide di lasciare definitivamente il porno per occuparsi della sua nuova famiglia.
Poi arrivano i due figli e Rocco decide di allontanarsi dalle scene per stare vicino alla famiglia. «L'aveva fatto per i figli “ spiega la signora Rosa “senza il set però non stava bene e per sfogarsi era costretto ad andare a letto con delle prostitute. Allora un giorno gli ho detto: visto che io ai tuoi ritmi non ci sto, meglio che ricominci a girare. Così è stato».
Rocco Siffredi, infatti, per amore della moglie aveva deciso di non partecipare più alla produzione dei film porno ma non riusciva a resistere senza fare sesso continuamente con altre donne. E così, clandestinamente, di nascosto dalla moglie, ogni giorno andava con una prostituta diversa. Finchè, dopo un anno di questa vita, è tornato a casa e in preda ad una crisi di sconforto ha onfessato alla moglie il suo davvero tragico problema.

«Ho mentito per un anno a mia moglie sulle prostitute" ha dichiarato il pornodivo con tono disperato"- cominciavo a pensare al divorzio. Ero in un vicolo cieco e non sapevo che cosa fare. Non si può vivere così. E allora, siccome amo mia moglie, ho deciso di affrontare la cosa con lei. Le ho sbattuto sul tavolo le forse mille prostitute che aveva incontrato in almeno un anno. Lei è stata fantastica e mi è stata ancora una volta al fianco».

L’aspetto davvero tenero di questa coppia consiste nella capacità che denunciano di essere in grado di condividere una profonda complicità, una totale mancanza di ipocrisia purtroppo molto rara tra le coppie, diciamo così “normali” (tanto per trovare un termine).

La signora Rosa, con l’aria tranquilla e serafica spiega –in una divertentissima intervista rilasciata a una rete televisiva uruguayana- che “Rocco è un uomo meraviglioso, sempre presente, che mi ama, mi accudisce, che adora occuparsi dei bambini e della famiglia. E’ dotato di un appetito sessuale fuori del comune, è una specie di handicap e bisogna amarlo per comprenderlo. E' come essere la moglie di qualcuno che non ha le gambe o le braccia; per amore si impara a viverci insieme stando bene. Sapete, certe volte io muoio dall’invidia per le donne cosiddetet normali.  Quando delle amiche mi raccontano dei mariti che cominciano a perdere colpi, lo devo ammettere: forse un pò di invidia c'è da parte mia, non posso negarlo. Mi piacerebbe sapere di poter contare su un maschio un po’ più tranquillo, ma nessuno è perfetto. Sapete come lo chiamo nell'intimità? L'ultimo samurai».
Apparsi alla televisione uruguayana la settimana scorsa, lui –che ha diversi fan club in Sudamerica- ha dichiarato che “in verità non sono più quello di una volta, sono contento che il tempo sia passato e l’idea di invecchiare mi piace. Sento che ho meno urgenza di un tempo e la cosa mi dà tanta serenità. Oggi, per esempio, sono in grado anche di fare sesso soltanto dieci volte alla settimana. Fino a due anni fa se non facevo sesso tre volte al giorno con donne diverse, poi la sera quando andavo a dormire mi sentivo male”.

Mentre lui parlava lei lo osservava con tanto amore. “E’ vero, più passa il tempo e più lui diventa sereno. Non è facile essere la moglie di un portatore di handicap. Ma, dopotutto, ciò che conta nella vita è l’amore. Io ci credo al fatto che, alla fine, l’Amore può davvero tutto”.

La trovo una coppia davvero deliziosa.

Una volta tanto un maschio e una femmina che non fanno i furbetti, si assumono la responsabilità delle proprie scelte di vita, e non hanno alcuna voglia di vendere la madre al mercato per cinque secondi di visibilità. Anzi. Tutt’altro. Il loro obiettivo dichiarato consiste nel riuscire a invecchiare quanto prima possibile, scomparire nell’anonimato e nella armoniosa quiete rassicurante che soltanto la senescenza può garantire.

Due grandi saggi.
Non c’è che dire..

Ritratto della più potente donna sul pianeta terra: La Grande Tigre Asiatica

di Sergio Di Cori Modigliani

Ufficialmente si chiama Wendi Deng. Ma non è il suo vero nome.
E’ la donna più potente del pianeta. Può –e tiene- in scacco l’intero continente europeo. Ha messo all’angolo il gigante americano e intende metterlo in ginocchio. Con una telefonata è in grado di mandare in bancarotta la banca centrale europea, nel caso lo volesse.
E stiamo arrivando alla stretta finale.
Perché circa quattro mesi fa, Barack Obama si è stufato, ha mandato Hillary a parlare con la Regina Elisabetta e con il responsabile dell’intelligence britannico e hanno deciso di andarle addosso.
sperando che non sia troppo tardi come ha detto il responsabile del settore comunicazione del MI5 –il servizio segreto di controspionaggio di Sua Maestà britannica- in una intervista comparsa sul blog di Brian Cason, membro attivo di “giornalisti senza frontiere” .
Ma forse è meglio raccontare la storia fin dall’inizio.
Wendi Deng, attualmente coniugata Murdoch, di professione ufficiale “moglie” e basta, è nata l’8 dicembre del 1968 in un piccolo borgo, Shandong, nella regione di Xuzhou, nella  pittoresca valle della regione dello Jiangsu, nella Cina meridionale.
Nasce in una famiglia di alti dirigenti del locale Partito Comunista fedeli a Lin Piao.
Il padre, ingegnere minerario, è direttore regionale dell’apposito “ufficio controllo per la riabilitazione morale dei reietti e responsabile dell’applicazione delle normative della rivoluzione culturale”.  La neonata è la terza figlia.
Seguendo l’applicazione della legge, avrebbe dovuto essere eliminata e uccisa subito perché non era (e tuttora non è) consentito dalla legge avere più di due figli di sesso femminile. Il padre si mette in contatto con le alte gerarchie del partito e ottiene il permesso di non uccidere la figlia offrendola al partito. Gli viene concesso questo privilegio.
E così all’età di sei giorni viene anagrafizzata con il nome di Wen Di (in cinese mandarino vuol dire “illuminazione culturale”). Questo è il suo vero nome.
All’età di sei anni, nel 1972, in seguito a una sua spiccata intelligenza provata in più di una occasione, viene prescelta e inviata a far parte del programma varato nella regione del Szechuan per “l’educazione di pionieri della rivoluzione comunista al fine della esecuzione del piano della guerra finale contro l’imperialismo e l’abbattimento della tigre di carta dai piedi d’argilla” (questa era la dicitura del camping). Wen manifesta una accesa propensione per il comando e viene promossa. A 12 anni la ritroviamo a Pechino dove studia alla Scuola di guerra dimostrando una notevole propensione per la trigonometria e la pianificazione razionale di scenari bellici. Il padre, nel frattempo, confortato dalla nascita di un maschio, ha fatto altri quattro figli, altre tre femmine. Ma avendo fatto nel frattempo carriera nelle fila della burocrazia, non è obbligato a ucciderle.
Nel 1984, all’età di sedici anni, appena diplomata alla scuola di guerra in “strategia applicative di penetrazione nel territorio nemico”, dopo aver superato con il massimo dei voti gli esami di ideologia marxista, di inglese, e di economia, le viene affidata la sua prima missione. Viene inviata nel Guangzhou, come hostess di terra. Il suo lavoro consiste –poiché è a conoscenza dell’inglese- nell’aiutare un ingegnere minerario statunitense, proveniente dal Wisconsin, Jack Cherry, che si è trasferito in Cina insieme alla figlia Joyce e alla loro figlia Caroline per gestire la produzione di alcune cave di marmo in base al primo protocollo d’intesa di cooperazione economica tra Cina e Usa. In realtà è un agente della Cia, stupido quanto inutile.
Tant’è vero che due ore dopo il suo arrivo, l’intelligence cinese lo ha già identificato.
Wen Di diventa la sua segretaria e si confida con la moglie; sostiene di avere un solo grande sogno nell’esistenza: andare a vivere negli Usa dove si respira la vera libertà. Ma essendo una comunista cinese non le è possibile. La coppia di americani, quindi, si ingegna e muove tutte le fila della burocrazia in entrambi i paesi per aiutare la ragazza. Dopo un anno, Jack Cherry viene richiamato in patria. Il governo cinese accorda il permesso di fuoriuscita per Wen Di (sarà suo padre a firmarlo, dato che nel frattempo è diventato responsabile del controspionaggio nella zona del Kuang Tong) e il 24 marzo del 1987 atterra a Los Angeles, a 19 anni con un passaporto che la identifica con il nome di Wendi Deng, di professione “ragazza alla pari” presso la famiglia Cherry che si è commossa dinanzi al dramma patriottico della giovane.
Si iscrive a una università locale, ma sei mesi dopo viene cacciata via di casa perché la signora Cherry la trova dentro al bugigattolo delle scope mentre fa del sesso con suo marito.
Dal 1988 al 1989 Wen Di, ormai divenuta Wendi Deng, lavora come escort in una società che gestisce il servizio limousine a Hollywood, la "driving 4 the stars": fa l’autista di vip locali.
Sei mesi dopo viene scovata da Jack Cherry che le comunica di aver divorziato.
Si sposano dopo tre giorni e vanno a vivere a Washington dove Jack Cherry finisce dietro una scrivania nel quartiere generale della Cia, a Langley, in Virginia e Wendi Deng diventa una splendida anfitriona, apprezzata dalla comunità residente, per le feste e le sontuose cene organizzate per la comunità di funzionari che lavorano al Pentagono. Nel 1991 diventa l’amante di Cliff Ruperts, addetto militare del Pentagono, dislocato all’ufficio cifra e divorzia da Jack Cherry. Grazie alla presentazione di Ruperts entra dopo tre mesi all’università di Yale, facoltà di Legge, il Gotha dell’America che conta.
Ruperts la raggiunge ma muore in un incidente stradale.
Dopo sei mesi abbandona l’università, si iscrive a una organizzazione cristiano-fondamentalista ultraconservatrice anti-abortista a Springfield, Massachussets –Christians for Universal Peace- ed entra come collaboratrice esterna nella rivista Star, un quotidiano di gossip politico il cui dichiarato obiettivo politico consiste nell’attaccare i democratici liberali. Nel 1995 arriva a visitarla Li Hong, sua compagna per dieci anni nel corso di pioniere della rivoluzione comunista. Le comunica che suo padre è molto malato. Riesce a ottenere il permesso di andare a visitare suo padre a Hong Kong e per l’occasione accelerano la sua pratica. Diventa cittadina americana con regolare passaporto e nel 1996 vola in Cina dove rimane per nove mesi ed entra come redattrice locale dell’edizione cinese di Star: il trampolino di lancio di Murdoch in Asia. Suo padre, intanto, è diventato responsabile del settore pianificazione economica con la specifica della sezione “investimenti strategici in Europa”. Nell’ottobre di quell’anno, conosce a una cena Rupert Murdoch che aveva allora 61 anni. I due si innamorano. Si conoscono, si piacciono, ma lui è sposato. Poco dopo Murdoch lascia Ann, la seconda moglie.
Wendi viene promossa a responsabile della catena di giornali Star nel New England e ritorna negli Usa.
Nel frattempo, Rupert Murdoch finisce nel più grande guaio della sua esistenza in Cina.
Dopo aver investito una cifra colossale per immettere in orbita due satelliti privati delle telecomunicazioni al fine di lanciare nel pianeta la prima grande rete globale planetaria mediatica completamente privata e autonoma, si ritrova con i suoi due satelliti esplosi: sono stati abbattuti da missili balistici cinesi. I cinesi, infatti, dichiarano che quei due satelliti servivano per operazioni di spionaggio e sorvolavano il territorio cinese senza alcuna autorizzazione. Allora, ci fu chi diede Murdoch per spacciato. E invece, “quell’incidente” diventa il suo gigantesco trampolino di lancio: ritorna negli Usa e annuncia di sposare Wendi Deng con la quale va a vivere a New York.
Lui ha 63 anni, lei 24.
Wendi diventa la signora Murdoch.
E sparisce dalla vita sociale. Dichiara di disprezzare la vita mondana e di volersi dedicare “soltanto ed esclusivamente alle gioie del matrimonio e ad assistere mio marito nelle sue attività lavorative”. Nel 2000 e 2002 nascono due figlie, Grace e Chloe, alle quali, come regalo di nascita, il generoso padre versa la cifra di 100 milioni di euro in azioni dello Star e affida a loro il 34% delle azioni di tutte le sue attività editoriali, immobiliari e finanziarie attraverso un contratto che viene redatto all’interno dell’ambasciata cinese a Washington. 
Nel 2008 Wendi Murdoch ha fondato la Big Feet Productions, casa cinematografica di cui è amministratore delegato, ed è anche cofondatrice e investitrice nell’Artsy, start-up digitale per il mercato dell’arte.
Ha prodotto il primo film Il ventaglio segreto, in uscita la prossima settimana in Italia, con le star cinesi Gianna Jun e Bing Bing Li e l’hollywoodiano Hugh Jackman.  Ha rilasciato soltanto una intervista in Europa, comparsa sul settimanale Panorama dieci anni fa, nel corso della quale dichiarò di “essere sempre stata e di essere ancora una maoista convinta con il fine dichiarato di far trionfare la rivoluzione culturale cinese nel mondo occidentale decadente”. Nel marzo del 2010, suo padre annuncia a Stoccolma di aver acquistato la celebre industria automobilistica Volvo assumendone il controllo come amministratore delegato. Entra in possesso di una quota del 59% dell’intero capitale che due mesi dopo passa alle due adorate nipotine, con delega al controllo nelle mani della loro madre, Wendi Deng.
La signora Murdoch, insieme al marito, alle due figlie, al padre, allo zio, a due sorelle, a tre cugini e a due cognate possiede il 62% delle quote dell’impero Murdoch pari a un valore di 58 miliardi di euro, è proprietaria della Volvo, ha una quota del 12% in Christian Dior, il 12% della Chase Manhattan Bank, il 13% della Mitsubishi Bank of Japan ai quali va aggiunta la quota di bot europei per un valore di 80 miliardi di euro e bot del tesoro americano pari a 120 miliardi di dollari; complessivamente è accreditata dagli analisti finanziari in una fortuna personale valutata intorno alla cifra di 600 miliardi di euro.
Nel solo 2010, l’impero editoriale Murdoch ha investito nel territorio statunitense mediatico la cifra di 750 milioni di dollari per combattere Obama e spingere gli Usa ad abbattere le tasse delle multinazionali e a cancellare la riforma sanitaria. 1.670 organizzazioni di estrema destra americana vengono finanziate dal gruppo londinese Star per cercare di far destituire Obama.
Il presidente Usa, sei mesi fa, le ha dichiarato guerra. Così ha fatto il governo inglese.
Questa è l’origine dello scandalo delle intercettazioni in Gran Bretagna che ha portato alla chiusura del più antico e prestigioso quotidiano inglese, News of the World.
E’ una guerra frontale sul campo finanziario mediatico planetario tra la Cina e gli Usa.
Non è certo casuale che, proprio nel mezzo della sua angosciosa e angosciante trattativa con la destra repubblicana per non andare in bancarotta, Obama ha trovato il tempo per trascorrere un intero pomeriggio con il Dalai Lama facendosi fotografare insieme da tutti. “Riteniamo quel colloquio uno schiaffo sgradito al popolo della Cina” ha dichiarato il primo ministro cinese.
“Riteniamo una tragedia per tutto il pianeta se nel mese di agosto 2011 finiamo dentro una crisi finanziaria mondiale dalla quale l’occidente non si riprenderà, forse, mai più” gli ha risposto il segretario di stato Hillary Clinton.

Noi non possiamo che guardare, da testimoni esterni, sperando che sopra le nostre teste, da qualche parte del pianeta, non prendano decisioni tali per cui finiremo in un gigantesco disastro collettivo. Nel frattempo, ho pensato che potesse essere interessante, nonché utile, avere delle notizie e delle informazioni su quella che in Gran Bretagna, Usa e Sudamerica viene definita “La Grande Tigre Asiatica”.
Perchè bisogna allargare lo spettro delle informazioni e ragionare in termini macro-economici, se si vuol sapere, e quindi comprendere, che cosa sta accadendo dietro le quinte, e come -e soprattutto chi e perchè- spinge a manetta verso un "caos organizzato mondiale" perchè ha già pronta la ricetta per "un nuovo ordine mondiale".
E' il caso di svegliarsi e cominciare a dare un'occhiata per cercare di vedere -fintantochè ci sarà concesso e sarà possibile- dove sia dislocato il quartiere generale del nuovo ordine mondiale e quale sia la sua strategia, la sua finalità, la sua tattica.
Così va il mondo, oggi.

lunedì 25 luglio 2011

Il PD emiliano lancia il modello alternativo alla Minetti: si chiama Jessica

di Sergio Di Cori Modigliani


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Ad essere sinceri la notizia è più squallida che informativa. Ma la usiamo come nutrimento per alcune riflessioni. A questo bisogna aggiungere anche il fatto che avrebbe potuto avere risvolti comico carnascialeschi se, in verità, l’esito non fosse che tragico.
I fatti: a Ravenna, nel corso della festa del PD (denominato “cambia il vento”) c’era una manifestazione presentata dal locale consorzio di imprenditori, dal titolo “Mutor e caplèt” (motori e cappelletti), motoraduno ospitato dal Pd di Campiano, piccolo paese a sud di Ravenna.  Si era appena conclusa una manifestazione di dibattito culturale, nel corso della quale il comitato femminile del PD, attraverso il suo portavoce, Emanuela Giangrandi, già assessore alla sanità della provincia di Ravenna, aveva dichiarato “Abbiamo l’ambizione di promuovere un’azione tesa al miglioramento della vita quotidiana delle donne, particolarmente delle giovani, colpite per un verso dalla crisi e per l’altro dalla diffusione di una sottocultura che le vuole fuori dal lavoro, prive di dignità e valore, proponendo come fatto normale la mercificazione del corpo femminile”.
Finita la parte culturale, alla Giangrandi hanno spiegato che era arrivato il turno di Jessica & il Vikingo, Una coppia, quantomeno curiosa: lui si chiama Davide Fabbri e come curriculum vitae offre le credenziali –davvero invidiabili- di aver partecipato all’isola dei famosi; professione dichiarata: esperto in seduzione (non viene specificata dove e come abbia ottenuto questa qualifica). Lei è una signora amica del locale segretario del PD. I due avrebbero presentato la “parte pepata della serata”: il Vikingo avrebbe spiegato al microfono come si fa a sedurre le donne e Jessica –mentre lui parlava- avrebbe fatto delle moine e si sarebbe spogliata, dimostrando ci essere rimasta sedotta al punto tale da averle fatto venire voglia di fare lo spogliarello. La povera Giangrandi è rimasta allibita. Ha protestato subito con gli organizzatori chiedendo di sostituire lo spettacolo con la proiezione de “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, ma non è stata accontentata.
Naturalmente le aderenti al gruppo di “se non ora quando” presenti alla festa, hanno protestato con vigore, dichiarandosi “offese e disgustate”. A questo punto, è intervenuto anche Alberto Ancarani, vice coordinatore comunale del Pdl, presente alla festa, il quale dopo aver detto di pensare “tutto il male possibile” delle donne di “Se non ora quando”, se l’è presa con “l’ipocrisia degli uomini della sinistra che assecondano pubblicamente queste manifestazioni di censura, salvo a mezza bocca dirne poi peste e corna. Fanno il doppio gioco: vogliono lo spogliarello ma si vergognano di dirlo apertamente perché lo praticano soltanto in clandestinità”..
L’aspetto tragicomico della vicenda consiste nel fatto che è probabile il signor Ancarani abbia ragione.
Bruno Brunelli, esponente del PD, e responsabile del motor club lcoale, ideatore-creativo di questa meraviglia di spettacolo ha cercato di smorzare le proteste: si è trattato di uno "spettacolo soft", ha dichiarato con enfasi "non volevamo certo ledere i diritti delle donne, ma solo quella di ricordare un motociclista scomparso che amava questo tipo di spettacoli".
La notizia poteva esaurirsi qui: per la serie gossip estivi da ombrelloni.
E invece no. Pubblicata sul quotidiano di Ravenna ha attirato una enorme folla di persone attratte all’idea che ogni sera Jessica si spoglia. “E’ stato un vero successo, abbiamo tirato su una grande odiens e abbiamo fatto tanta pubblicità” ha commentato il responsabile PD della manifestazione.
Sono tutti davvero contenti. La malattia dell’odiens li ha colpiti con forza.
La smania della ricerca della pubblicità anche.
Fermo restando il piacere di assistere a uno spogliarello (nei locali dove lo fanno e uno ci va apposta per vederlo) non riusciamo a comprendere su quali basi la segreteria che coordina le attività del PD in quella zona ritenga che una coppia composta da una casalinga inquieta con fregole da spogliarelliste e un poveretto che è stato una volta all’isola dei famosi possano rappresentare una “risposta sul campo” al modello offerto e proposto da Silvio Berlusconi. Quale sarebbe la differenza?
Poiché Jessica è più scarsa della Minetti, se “il vento cambia” vuol dire che il modello femminile rimane lo stesso ma cambiano soltanto le protagoniste, allora è comprensibile che la gente finisca per pensare che è meglio la Minetti.
L’aspetto ributtevole della vicenda consiste nel fatto che si trovava dentro alla dizione “cambia il vento” veniva dopo un dibattito sulla condizione femminile e si trovava sotto l’egida della “cultura”.
E’ vero che sono cialtroni.
Il guaio –e qui il coordinatore del PDL ha perfettamente ragione- è che se non altro a destra non sono ipocriti. Lo è il PD, a Ravenna e in tutta la provincia, perchè ha sostenuto e sostiene questo spettacolo degradante, e per il fatto che lo presenta come “un cambiamento di rotta dell’Italia”.
Hanno confermato che lo replicheranno per tutta l’estate.
Hanno confermato la loro tossicomania: hanno detto, infatti: “fa odiens e tanta pubblicità”.
L'odiens è diventata una vera ossessionje morbosa.
Vengono spontanee alcune domande da rivolgere ai responsabili della comunicazione del PD:
”Pubblicità a che cosa? "
"Quale sarebbe il prodotto da vendere?"
E soprattutto "A chi?"

Com'è nata "la dolce vita"? Come si facevano i film in Italia, un tempo?

di Sergio Di Cori Modigliani

C'era un tempo in cui la Repubblica Italiana era in grado di attingere alla migliore linfa del proprio dna etnico storico/culturale, coniugando creatività, genialità, competenza tecnica, merito (da una parte) e dall'altra abilità marketing, efficienza operativa, ampia visione economica di penetrazione del mercato, con il dichiarato obiettivo di vendere "il prodotto Italia".
Erano gli anni '60, quando la Repubblica Italiana era vista come modello di riferimento in tutto il mondo. Tant'è vero che nel giugno del 1961 la prestigiosa università di Harvard aveva istituito nel corso di economia per il dottorato di ricerca la materia "il miracolo economico italiano" così definito perchè in dieci anni la Repubblica Italiana era passata da 42esima potenza al mondo al settimo posto, insidiando addirittura la Gran Bretagna (che sorpassò per dieci mesi nel 1986).
Oggi siamo ottavi e dal prossimo ottobre, ufficialmente noni, sostituiti dal Brasile.
Ma ciò che è più triste, e ben più grave, è che si è spezzata quella catena virtuosa di matrimoni tra imprenditori abili e creativi geniali.
Tra i vari matrimoni, quello -per chi ama il cinema, se n'è occupato e ne segue la sua storia- che ha prodotto i frutti più sostanziosi è stato quello dell'incontro tra tre geni: Federico Fellini, Ennio Flaiano e Dino de Laurentis.

Animali molto diversi, con ambizioni distinte, modalità soggettivamente incompatibili, e un percorso esistenziale che non avrebbe potuto essere più diverso di quanto non lo fose in realtà, si incontrarono, si usarono a vicenda, si coniugarono, dando un enorme contributo a realizzare un obiettivo culturale/economico davvero prestigioso: nel 1971 l'industria cinematografica italiana era situata al 2° posto nel mondo, subito dopo Hollywood. Il cinema francese, inglese, tedesco, svedese, giapponese venivano molto ma molto dopo. Soltanto a Roma c'era lavoro per circa 250.000 persone.
Nel 2010 l'industria cinematografica italiana è situata intorno al 31esimo posto.
Hollywood è sempre in testa e in Usa il pubblico cinematografico è in costante aumento.
In Italia non esiste più.

Ma come facevano? Che cosa facevano? Come fu l'incontro tra i due geni che decisero di fare il film che lanciò l'Italia come avanguardia dell'immaginario collettivo planetario?

Me lo feci raccontare molto tempo fa, quasi venti anni ormai, da uno dei due protagonisti, Dino de Laurentiis, il padre de "La dolce vita" che incontrai a Los Angeles nel 1994 per una intervista da pubblicare sul quotidiano l'Unità per il quale allora corrispondevo da Hollywood.

La telefonata mi era arrivata alle due del mattino, svegliandomi.
Il capo-redattore del quotidiano, Antonio Zollo, era stato pressochè perentorio: "abbiamo saputo che Hollywood ha deciso di dare il premio alla carriera a Federico Fellini e addirittura un premio supplementare extra, mai dato prima, ai prossimi oscar a marzo. Cerca De Laurentis e intervistalo, in esclusiva, subito".
Protestai spiegando che era notte fonda e che non potevo certo chiamarlo a casa a quell'ora.
Tra l'altro non avevo neppure il suo numero privato.
"Procurati il suo numero e chiamalo prima che lo chiami il corriere della sera o repubblica, clic".
Trascorsi delle ore orribili.
Fui costretto a telefonare alla gente più mprobabile ma alla fine riuscii a ottenere il suo numero di casa, a Hollywood, dove abitava da circa 15 anni.
Alle sei avevo il numero ma aspettai fino alle 7.15 prima di chiamarlo, sperando che fosse sveglio e attivo.
Sapevo da fonte certa che era abituato ad alazarsi molto presto al mattino.
De Laurentiss rimase piuttosto sconcertato -per non dire visiblmente scocciato- dal fatto che lo chiamassi a casa sua a quell'ora. Mentre parlavo al telefono, mi rendevo conto che si stava facendo i suoi conti e a un certo punto deve aver calcolato che -con i comunisti al governo da poco insediato- gli conveniva dare una intervista a l'unità piuttosto che agli altri quotidiani nazionali più prestigiosi.
"Va bene. La invito a pranzo. Ci vediamo da Madeo su Beverly alle 13. Dica pure al suo giornale che mi sta bene".
E così lo incontrai nel ristorante italiano più squisito di Hollywood, frequentato soprattutto da italiani veri che vivono a Los Angeles e vogliono cibo italiano vero. Lo chef era allora Vittorio, che aveva lavorato per dieci anni alla Capannina di Viareggio e per cinque anni al ristorante cinque stelle Sans Soucis di Roma.

Non appena accomodato al tavolo, una volta esauriti i convenevoli di rito, mentre tiravo fuori il registratore tascabile per l'intervista, De Laurentiis mi diede subito la notizia mentre ci servivano il vino.
"Federico sta morendo. Ha poco da vivere. Uno dei medici sostiene addirittura che non sia possibile per lui affrontare le 13 ore di aereo. Non sappiamo neppure se ci arriva, al prossimo febbraio".

La notizia mi colpì e mi commosse subito. Fellini, per ogni italiano sensibile, non fazioso, e di gusto, era senza alcun dubbio uno dei colori della nostra bandiera nazionale. La sua scomparsa significava la perdita di un Grande Artista, in un momento della vita pubblica italiana dove si cominciava a comprendere che la nostra nazione avrebbe imboccato una pericolosa discesa di decadenza e di abbrutimento culturale.
Quando un artista simbolo se ne va, muore un pezzo di quella nazione.
Con lui se ne vanno gli archetipi, i feticci, i totem, le immagini che una etnia ha deciso di identificare come rappresentativi di una visione collettiva che riguarda tutto il popolo.
Perchè un Grande Artista non è mai elite.
Un Grande Artista è una persona in grado di rappresentare con parole, immagini, suoni, tecniche, oggetti, qualcosa che tutti sentono e percepiscono come autentico, vero, che regala ai fruitori un senso di appartenenza collettiva. E' come una storia d'amore, tra il creatore e il pubblico. E' un matrimonio-
Quando un Grande Artista muore, il suo popolo si sente vedovo.
Fellini non aveva un'odiens.
Fellini aveva l'amore vero, degli italiani che avevano capito la sua sensibilità e lo ringraziavano per essere riuscito a rappresentare la poesia della nostra nazione attraverso immagini moderne, evocative.
Per l'appunto, le sue. Che sono diventate, le nostre.
"Lo sapevo da tempo che è malato. Tra qualche giorno, immagino, lo diranno tutti" mi spiegava De Laurentis "è stata Giulietta a volerlo. Mi ha chiamato qualche mese fa svegliandomi con la sua solita aria da dittatrice....Dino, ascoltami bene...mi ha detto.....Federico sta morendo, hai capito? Devi fare qualcosa. Sarebbe il caso che tu facessi la tua parte...le spiegai che non capivo che cosa potessi fare per lui, dato che non ero un oncologo. Mi proposi per cercare dei medici qui in America e lei si infuriò ancora di più. Una vera tigre. Povera Giulietta, non so mica se riuscirà a sopravvivergli. A un certo punto mi disse se vuoi davvero fare qualcosa, inventati un premio, chiama subito tutti i tuoi amici e inventatevi un premio per lui, anzi, il più grande premio che sia mai stato inventato nella storia del cinema, un premio che nessuno ha mai avuto prima, perchè questo gli allunga la vita, questo, per lui, ha un senso io lo conosco se sa che c'è il premio lui rimanda la sua morte lo so com'è fatto lo sai anche tu e poi si era messa a piangere al telefono disperata, lei sempre così orgogliosa, dura, distaccata, soprattutto con me, visto che mi detestava, mi chiamava "il commerciante", io l'accettavo perchè è la moglie di Federico s'intende. Non ho mai sentito in tutta la mia vita una donna così disperata come Giulietta in quella telefonata. Che ha funzionato. Ho addirittura rimandato di otto mesi la chiusura di un film. Perchè sono stato settimane intere a spiegare a tutta l'Academy a Hollywood quello che stava succedendo. E così li ho convinti. Del resto, che cosa avrei potuto fare? Come fare a dimenticarsi che più di trent'anni fa, insieme, avevamo "inventato" La Dolce Vita?".

Eh già! Ecco il punto.
De Laurentiis aveva usato il verbo "inventato".
Perchè così era stato.
Perchè così è il cinema. Così è un romanzo, una serie televisiva, un quadro, una sinfnia, una scultura.
Ci vuole una invenzione, prima.
E poi, viene fuori il resto.

E, nel resto, ci devono essere delle coincidenze molto particolari e fortunate.
Come in quel caso.
Perchè era la fine degli anni '50. Un momento di passaggio nella vita dell'Italia.
Fellini aveva esaurito la sua vena. Lo sapeva. Lo spaventava. Ne era terrorizzato. Pensava di essere finito.
Era un uomo di grande successo che aveva vinto un Oscar. Riconosciuto e riverito.
Se fosse stato un professionista si sarebbe seduto sui suoi allori, traendone un enorme vantaggio.
E nvece, si interrogava.
Quell'Italia un po' becera, pigra, malinconica che lui aveva ben rappresentato da "Il bidone" ai "Vitelloni" non esisteva più. Era scomparsa con l'industrializzazione.
Era scomparsa anche la poesia esistenziale che sottintendeva quell'Italia che lui aveva genialmente espresso in "Le notti di Cabiria" e in "La strada".
Fellini si interrogava. Si martoriava. Come fanno gli artisti.
Sapeva che il paese stava cambiando e si chiedeva dove andasse.
Non essendo un ideologo e fregandosene della politica, cercava di leggere la nuova tessitura genetica del dna nazionale per afferrare il senso del nostro percorso: che cosa era l'Italia che cosa era diventata e che cosa sarebbe accaduto nel mondo post-agricolo industrializzato.
Si interrogava. E disegnava: la sua grande passione.
Nel frattempo c'erano altri due soggetti in grave crisi, per motivi diversi.
Uno era un attore.
Che si trovava davanti a un bivio.
Era Marcello Mastroianni.
Come professionista avrebbe potuto essere soddisfatto. Le cose gli andavano bene, era ormai una solida maschera della commedia all'italiana e il successo di massa era per lui garantito.
Ma lui si tormentava.
Sapeva di avere dentro qualcos'altro ma non sapeva come tirarlo fuori.
Era un classico personaggio in cerca d'autore.
Seguitava a bocciare e rifiutare i copioni certi che la sua agenzia gli proponeva e nell'ambiente (ci si conosceva tutti) cominciavaa circolare la voce che lui era in crisi. Diceva sempre no. Non sapeva neppure lui che cosa stesse cercando.
Infine, c'era De Laurentiis.
Con la sua geniale abilità marketing italiana era riuscito a mettere le mani sull'accesso alla Cassa per il Mezzogiorno da cui traeva costante linfa finanziaria per finanziare decine decine di filmetti che gli portavano però parecchi miliardi. Ma non era soddisfatto. Si tormentava. Perchè voleva produrre qualcosa di grande. Voleva fare un salto di qualità, spinto -per non dire ossessionato- dalla sua consorte (Silvana Mangano) che invidiava -Silvana Mangano era di una assoluta competitività- la Monica Vitti di Michelangelo Antonioni, la Sophia Loren di Carlo Ponti, la Claudia Cardinale di Franco Cristaldi, la Anna Magnani di Roberto Rossellini.
Un mattino di primavera, Fellini chiama Ennio Flaiano, il suo sceneggiatore di fiducia e lo incontra al caffè Greco a Roma.
Gli consegna un disegno.
"Che ne dici?" gli chiede
"Nulla"
"Che ti fa venire in mente?"
"Non si capisce niente, che cos'è?"
"E' un intellettuale che si è sparato un colpo di rivoltella. Potremmo anche finire tutti così".
"Federico, vuoi fare un giallo?"
E per quel giorno non ne avevano parlato più.
Flaiano aveva capito che Fellini era partito per una sua qualche tangente, forse nuova e diversa dalle solite.
Tant'è vero che i disegni che Fellini gli sottopone cominciano ad aumentare di ritmo.
Una corsa su un automobile decappottabile. Una ragazza nuda che si bagna il prosperoso seno dentro una fontana. Delle statue di Roma antica. Venti disegni diversi su una mano maschile dentro la bocca della verità (tutti visibili al Museo Fellini di Rimini).
Flaiano capisce e si adatta. E' il loro modo di cominciare a lavorare a un film.
Passano diverse settimane, Flaiano prende appunti mentre parlano. I disegni sono scuri, tenebrosi.
Annunciano tutti la morte. Sono disegni sulla morte di un'Italia e sulla morte di un'idea della vita.
Si inceppano. Non vanno avanti. Flaiano gli boccia l'idea
Un giorno Fellini gli fa vedere due disegni di una spogliarellista e lo porta all'Ambra Jovinelli a vedere il cabaret sporcaccione.
"Abbi pazienza Ennio" gli spiega Fellini "ci mettiamo un po' di leggereza per dargli un senso, forse avevi ragione tu: non siamo francesi. Siamo italiani: vogliamo soltanto fare la bella vita. A spese d'altri, s'intende".
Cominciano a lavorare sull'idea della bella vita, una variante dei vitelloni.
Ma non s'incastra con l'idea della morte degli intellettuali per suicidio di disperazione che Fellini voleva come parte centrale del film.
Poco a poco si comincia a delineare la storia.
Manca una faccia. Fellini si inceppa ancora.
"Ennio, abbi pazienza. Se non vedo la faccia, io non vedo nulla".
Pensano a tutti, perfino Paul Newman e Alain Delon e Jean Louis Trintignant, un giovane promettente.
Lo chiamano, lo convocano, ci parlano. Niente da fare.
Finchè pensano a Mastroianni, che incontrano a pranzo, per caso, da Nino a Via della Croce, dietro Via Condotti.
Condividono una loro comune crisi. La loro noia, il fatto di avere la consapevolezza di star diventando testimoni di questa ubriacatura che è e sarà la congiuntura dell'esplosione economica italiana, in una etnia incapace di saperla gestire. Ne parlano a lungo per diversi giorni. Mastroianni neppure sa che Fellini sta mettendo su un film. Non lo sa nessuno.
Cominciano i disegni su Mastroianni.
E due mesi dopo lo convocano a Fregene.
Mastroianni accetta l'invito a pranzo, ma non ha la macchina per arrivarci.
Riesce a farsi accompagnare da Alberto Sordi, felicissimo di andare a salutare il suo vecchio amico Federico, al quale è rimasto affezionato e riconoscente.
Arrivano a Fregene. Dopo qualche ora Sordi riparte per Roma. Mastroianni rimane.
Verso il pomeriggio vanno in spiaggia, sotto l'ombrellone.
E Fellini mostra a Mastroianni tre disegni.
"Belli? Davvero, non sapevo tu disegnassi?"
"Ti piacciono?"
"Sì sì".
Arriva Flaiano con il termos di caffè.
"Ennio, Marcellino ha detto che l'idea del film gli piace da matti, è già arrapato".
Gli fanno vedere altri dieci disegni e una pagina sulla quale ci sono quattro righe di dialogo.
Mastroianni chiede "E allora?"
"Questo è il film? Che ne dici?"
Rimane sconcertato. Lo convincono a stare anche a cena. E anche il giorno dopo.
Rimane lì a Fregene una settimana.
Finchè non si convince e accetta.
Quando riparte per Roma approfittando di un passaggio, Flaiano ha già scritto quaranta scene, confezionate su misura per lui.
"E quando giriamo?" chiede Mastroianni salutando.
"Non ne ho la minima idea" gli risponde Fellini "non abbiamo una lira, non c'è il produttore, non c'è il distributore, non c'è nulla".
Ma il tam tam comincia a diffondersi.
E tre settimane dopo Fellini è seduto davanti a De Laurentis.
"Potrebbe essere interessante" dice il produttore "ci sarebbe una parte per Silvana?"
"Abbi pazienza Dino, lo sai benissimo che a me, la tua Silvana , sta davvero antipatica e io non la sopporto. Perchè vuoi litigare? Io ti rispetto e rispetto quindi tua moglie. Lo so che tu tu non sopporti Giulietta, lo capisco anche. A me la mia Giulietta va benissimo. Come vedi non te la imporrei mai. Lei qui non c'è".
"Sì sì capisco. E il copione?"
Fellini apre la cartella e gli fa vedere dei disegni e qualche pagina scritta a mano da Flaiano.
"Questo è tutto?"
"Sì, è tutto qui".
Fellini gli spiega il progetto, l'idea, la costruzione. Gli chiede (il corrispondente di oggi) di circa 30 milioni di euro per produrlo: una marea di comparse e figuranti.
De Laurentis lo ascolta, perplesso. Terrorizzato. Ma è tentato.
"Federico, dimmi una cosa: ma secondo te, io, perchè dovrei rovinarmi la vita per produrre questo film?"
"Non ne ho la minima idea. Sei tu l'abile commerciante, non io".
De Laurentis gli chiede una settimana di tempo.
Lo richiama dopo tre giorni.
"Ho trovato i soldi in Francia. Ci sto. Ma ho bisogno del copione intero"
"Impossibile. Non esiste, ci vuole tempo".
"Bene, grazie lo stesso".
De Laurentis prende una sceneggiatura di un film bocciato, ci mette sopra la scritta "la bella vita" e lo invia ai suoi finanziatori, consapevole che nessuno lo leggerà mai. E così, infatti, accade.
Quando due mesi dopo, a contratti già firmati, la sceneggiatura è completata, l'idea della "bella vita" non serve più. Si è esaurita.
"Era servita per alleggerire la tensione della morte dentro al film" spiega De Laurentis "una volta scritta la storia, fu lo stesso Flaiano a insistere con Fellini per chiamarla dolce e non bella. Nell'ultimo disegno fatto da Federico c'è una frase drammaticamente vera di Flaiano, in cui si vede una biondona mezza nuda che fa il bagno in una fontana, c'era scritto: questa dolce vita che noi italiani sappiamo sempre come rendere amara. E da lì è nato anche il nuovo nome del film. Quando ho firmato tutti i contratti ero convinto che sarei andato in paradiso come eroe e sulla terra in galera per debiti. Devo essere onesto, nessuno pensava che avrebbe incassato più di tanto. Io speravo soltanto che servisse a coprire certe cambiali. Non ci dormivo la notte. Io fui il primo a stupirmi. Ma non Federico e neppure Flaiano. Quando condivisi con loro il mio stupore, Federico mi disse: la gente mica è stupida, hanno già capito come andremo a finire e dove andremo a parare. Non ho mai capito che cosa Fellini intendesse dire con questa misteriosa frase".

Si faceva così, un tempo, il cinema a Roma.
Eravamo nel 1960