di Sergio Di Cori Modigliani
Il brutale assassinio di quelle tre poverette nello stato africano del Burundi, non è una casualità.
Non è neppure un episodio isolato.
E' soltanto il primo.
Lo capiremo a breve (se ci daranno le notizie).
E non si tratta, secondo me, di un crimine delirante compiuto da un pazzo o da un rapinatore solitario.
E' un segnale.
E' molto probabilmente l'inizio di una guerra civile che produrrà -a breve- centinaia di migliaia di morti, forse addirittura milioni.
E sarà colpa vostra, nostra, di tutti noi.
Basta saperlo.
Nel silenzio colpevole della comunità internazionale che se ne frega, "tanto quelli sono africani". O ancora peggio: che te frega, tanto so' "negher".
Le abbiamo uccise noi, quelle tre vittime innocenti.
Un branco di ipocriti doppiogiochisti, ecco che cosa siamo.
Una volta tanto, non è riferito a noi italiani. Comunque sia, non soltanto.
Se è per questo, siamo in ottima compagnia.
Sono -insieme a noi- statunitensi, inglesi, russi, cinesi, francesi, inglesi, tedeschi, indiani, pakistani, svedesi, finlandesi. E altre 24 nazioni, al seguito di quelle citate.
Big business, ma per davvero.
Si parla di potenziali guadagni nell'ordine di cifre tra i 70 e i 200 miliardi di euro soltanto nel biennio 2014/2015, sufficienti a promuovere loschi appetiti internazionali: questa è la verità economica che si cela dietro la terribile morte delle tre suore.
Perché il Burundi, in questo momento, è il teatro in cui cinesi, russi, europei (tutti in concorrenza spietata gli uni contro gli altri) stanno lottando per la conquista del bene più prezioso per tutti noi, il nostro massimo Valore Assoluto (non neghiamolo).
E poiché la torta è quella che è, il modo migliore per andare a occupare il territorio consiste nel pianificare, orchestrare, armare, gestire e lanciare una bella guerra civile, sanguinosa, efferata e micidiale, per potersi poi presentare come i garanti della pace.
Di che cosa stiamo parlando?
Del coltan.
Che cosa è?
E' il minerale più richiesto nel mercato mondiale, molto più dell'oro.
Serve per produrre sistemi di comunicazione elettronica, semiconduttori e microchips.
Per dirla in breve: senza il "coltan" niente cellulari, niente selfie, niente tablet.
Quindi, diventa fondamentale accaparrarsi delle risorse necessarie per far business.
I componenti di questo minerale naturale sono due, il columbium e il tantalum.
Senza di loro, niente cellulari.
E oggi -è inutile fare gli ipocriti- la stragrande maggioranza (per non dire la quasi totalità) della popolazione occidentale, insieme alla parte più ricca di quella orientale, non è disposta a rinunciare all'ultimo modello dell'I-pod o dello smart-phone. E se il prezzo è che schiattino qualche milione di africani innocenti, embè...chissenefrega. Si farà qualche bel post, un paio di striscette buoniste su facebook e poi che li ammazzino tutti: ma non toccateci i microchip!!!
Questa è la posta in gioco.
Le miniere di coltan si trovano dovunque sul pianeta Terra (volendole andare a cercare).
I satelliti lo hanno già identificato.
Ma costa molto meno andarselo a prendere in Messico e in Africa dove i minatori che lo estraggono vengono pagati la media di 0.20 centesimi di euro al giorno e se qualcuno protesta lo uccidono e la cosa finisce lì.
Loro sono i dannati della Terra, di cui nessuno parla mai.
Il loro sacrificio quotidiano è necessario per consentire a una cretina o a un imbecille di Voghera, Innsbruck, San Pietroburgo o San Francisco, di farsi un selfie da inviare a tutti gli amici, magari sostenendo la causa della pace mondiale e dandosi appuntamento a un raduno di antagonisti.
Questi africani sono il sacrificio umano che noi ricchi consumatori produciamo per omaggiare il Grande Moloch, imbattibile e indistruttibile totem dei nostri tempi marci.
Tra il 2001 e il 2007, l'Africa produceva il 19,4% di coltan.
Il resto veniva dal Canada, Finlandia, e soprattutto Messico che in quegli anni produceva circa il 65% dell'intero prodotto planetario. E' diventato il grande business dei cartelli dei narcos colombiani: arrivavano nei piccoli paesini, uccidevano 50, 100 persone in piazza, scelte a caso, poi prelevavano giovani di età tra i 12 e i 20 anni e li portavano a lavorare nelle miniere di coltan. Si intende, gratis. Da quelle miniere, delle multinazionali del trasporto sistemavano il coltan su grossi camion e guidavano fino ai porti sull'Oceano Pacifico dove veniva sistemato dentro container che partivano verso l'estremo oriente, direttamente nelle fabbriche che producono microchip a prezzi stracciati. Prezzo del minerale all'origine: zero.
Prezzo di vendita alla consegna nel porto: 100 euro a chilo.
Ma nel 2006, la consapevolezza sociale nell'intero continente americano di lingua spagnola, si diffonde e Pacheco (uno dei capi carismatici dell'etnia india locale Puinamay) viene intervistato da una troupe di giornalisti brasiliani e racconta e denuncia i fatti. La trasmissione viene diffusa anche in California e da lì in Canda e Gran Bretagna. Interviene l'Onu.
Arrivano gli elicotteri dei caschi blu e riescono a fermare questo scempio, convincendo poi i narcos a ritornare a produrre cocaina per il mercato occidentale. Il Messico esce dal mercato.
Dal 19,4% in sette anni, l'Africa fa un balzo in avanti e passa -nel solo 2010- a produrre il 40% dell'intera produzione mondiale. Nel 2013 arriva al 60%. Soltanto nel 2010, il Mozambico e il Rwanda che nel nel 2007 producevano lo 0,3% della produzione planetaria) arrivano al 29,5%.
Questo grazie alle precedenti guerre locali e a massacri di centinaia di migliaia di civili inermi, prodotte da noi. "Tanto quelli so'negri chettefrega!"
Il Burundi, tra il 2001 e il 2007, in sette anni ha prodotto lo 0,02% della produzione mondiale e il 2,3% di quella africana. Nel 2013 è passato all'11,8% della produzione mondiale di coltan, con un fatturato complessivo di circa 15 miliardi di euro, sufficienti per risolvere la piaga della povertà e delle malattie per l'intero paese. E invece la povertà nel Burundi è aumentata del 22% passando dal 58% al 70% della popolazione. E per povertà si intende la fame vera.
Quei 15 miliardi di euro sono finiti dentro le casseforti dei colossi finanziari e delle banche europee, comprese quelle italiane. Quando voi acquistate dei fondi consigliati dal cassiere della vostra banca di fiducia, voi non sapete che verosimilmente state dando un serio contributo alla diffusione della criminalità, della sofferenza e della povertà nel Burundi. Ma anche se lo sapeste, è molto probabile non fareste nulla.
Il Burundi è la nuova frontiera dei grossi appetiti bulimici di noi tutti.
A denunciare e raccontare tutto ciò è l'unica organizzazione del mondo attendibile in materia.
Si chiama OXFAM. (http://www.oxfam.org/en/about/) e nel suo sito c'è scritto che le uniche ong attendibili cui far riferimento sono le seguenti, che sono membri esclusivi della confederazione internazionale Oxfam. Questa sigla è un acronimo che sta per OxfordFaminaCommitteeRelief:
- Oxfam-in-Belgium
- Oxfam Germania
- Oxfam Giappone
- Oxfam GB (Gran Bretagna)
- Oxfam Hong Kong
- Oxfam India
- Intermón Oxfam (Spagna)
- Oxfam Irlanda
- Oxfam Messico
- Oxfam Nuova Zelanda
- Oxfam Novib (Olanda)
- Oxfam Québec
Come vedete c'è anche l'Italia, per fortuna. E nei loro siti, newsletter e programmi, sono a disposizione per fornire ogni informazione relativa ai fatti.
Per evitare il massacro annunciato di persone innocenti nel Burundi e quindi dare anche un Senso alla morte di quelle tre poverette, è necessario alzare il livello di divulgazione e diffusione della consapevolezza sociale collettiva. Se non altro, il loro sacrificio sarà servito a qualcosa.
Il Papa ieri ha detto: "Spero che il loro sangue serva come seme per alimentare l'amore, la solidarietà, la diffusione del bene".
Se non si divulgano le informazioni e non si spiega alla gente come stanno davvero le cose, l'Amore e il Bene non arriverà mai. Il Papa fa bene a sostenere ciò che dice.
Tutti noi, siccome non siamo il Papa, dobbiamo invece allertare le nostre coscienze e cominciare a chiederci, riflettendoci su:
"ma tu lo sai il prezzo esistenziale che l'umanità paga per costruire il tuo smartphone?"
Già porsi questa domanda vuol dire aver fatto un passo avanti.







