giovedì 24 ottobre 2013

Tutti uguali quelli del PD? Su 107 ce n'è stato uno che ha scelto di essere diverso. E' accaduto ieri al Senato.

di Sergio Di Cori Modigliani

Il PD è il padre bonario del Gran Regno d'Ipocritania.
La sua caratteristica principale consiste, infatti, nel doppiogiochismo, nella mancanza di coerenza e di rispetto del proprio elettorato, e di un esercizio della ipocrisia elevata a sistema strutturale di vita. 
Ieri, in Senato, si votava il ddl sulla Costituzione per dare il via alla commissione dei 42 saggi scelti da Napolitano per iniziare le manovre necessarie per le modifiche della Carta.
I senatori del PD erano 107, ma Grasso non vota perchè Presidente.
101 senatori del PD hanno votato a favore. (deve essere un numero magico).
In teoria non ci sarebbe niente di male nè alcuna sorpresa. Il fatto è che gran parte di questi senatori hanno -in diverse e svariate occasioni- partecipato a manifestazioni, convegni, seminari, interviste, comizi, nel corso dei quali si schieravano apertamente contro ogni tentativo di revisione della Costituzione ed è stata la loro piattaforma di base elettorale.  
Alcuni, approfittando della narcolessia degli italiani, dopo aver votato a favore in aula, hanno rilasciato interviste in radio e siti locali nei loro rispettivi territori, spiegando perchè sono contrari alla scelta imposta da Napolitano, facendo credere ai propri lettori e ascoltatori di aver votato a favore. Qui di seguito c'è l'elenco dei 101 senatori del PD che hanno votato a favore, in modo tale da consentire a chiunque, la possibilità di sbugiardarli quando si verificherà un'occasione.

Donatella Albano; Ignazio Angioni; Bruno Astorre; Maria Teresa Bertuzzi; Amedeo Bianco; Daniele Gaetano Borioli; Claudio Broglia; Filippo Bubbico; Massimo Caleo; Laura Cantini; Rosaria Capacchione; Valeria Cardinali; Vannino Chiti; Monica Cirinnà; Roberto G. G. Cociancich; Stefano Collina; Paolo Corsini; Giuseppe Cucca; Vincenzo Cuomo; Erica D’Adda; Emilia Grazia De Biasi; Mauro Del Barba; Isabella De Monte; Rosa Maria Di Giorgi; Nerina Dirindin; Stefano Esposito; Camilla Fabbri; Emma Fattorini; Nicoletta Favero; Valeria Fedeli; Elena Ferrara; Rosanna Filippin; Anna Finocchiaro; Elena Fissore; Federico Fornaro; Maria Grazia Gatti; Rita Ghedini ; Francesco Giacobbe; Nadia Ginetti; Miguel Gotor; Manuela Granaiola; Maria Cecilia Guerra; Paolo Guerrieri Paleotti; Josefa Idem; Nicola Latorre; Stefano Lepri; ; Bachisio Lai; Sergio Lo Giudice; Doris Lo Moro; Carlo Lucherini; Giuseppe Lumia; Patrizia Manassero; Luigi Manconi; Andrea Marcucci; Salvatore Margiotta; Mauro Maria Marino; Claudio Martini; Donella Mattesini; Giuseppina Maturani; Claudio Micheloni; Maurizio Migliavacca; Marco Minniti; Franco Mirabelli; Mario Morgoni; Claudio Moscardelli; Massimo Mucchetti; Pamela Orrù; Venera Padua; Giorgio Pagliari; Annamaria Parente; Carlo Pegorer; Stefania Pezzopane; Leana Pignedoli; Roberta Pinotti; Luciano Pizzetti; Francesca Puglisi; Laura Puppato; Raffaele Ranucci; Lucrezia Ricchiuti: Gianluca Rossi; Francesco Russo; Roberto Ruta; Angelica Saggese; Gian Carlo Sangalli; Giorgio Santini; Francesco Scalia; Annalisa Silvestro; Pasquale Sollo; Lodovico Sonego; Maria Spilabotte; Ugo Sposetti; Salvatore Tomaselli; Giorgio Tonini ; Mario Tronti; Stefano Vaccari; Daniela Valentini; Vito Vattuone; Francesco Verducci; Luigi Zanda; Magda Zanoni; Sergio Zavoli.

A votare contro sono stati soltanto in 5, astenendosi, che in Senato equivale a un voto no.
Essi sono: Felice Casson, Silvana Amati, Walter Tocci, Renato Turrino.
Il quinto è stato il senatore Corradino Mineo, una persona che ha lavorato per 40 anni come giornalista svolgendo con etica, competenza e serietà, la propria professione. Ha diretto per molti anni RaiNews24, fino al 12 dicembre del 2012, quando si è dimesso per candidarsi alle elezioni. Non è un caso che, dopo di lui, l'emittente è crollata negli indici di ascolti, ma soprattutto -è ciò che più conta- ha azzerato la qualità dell'informazione, diventando l'ombra di ciò che era stata negli anni precedenti. La nuova direzione è chiaramente in bilico tra il dilettantismo e il narcisismo berlusconiano.
Non credo che sia un caso il fatto che il senatore Mineo è l'unico che si comporta sempre, nei riguardi dei suoi colleghi eletti nelle fila del M5s, con educazione -diciamo "normale"-trattandoli come soggetti politici alla pari che appartengono a uno schieramento elettorale diverso dal suo. Sul suo blog personale, quotidianamente, frusta il suo partito e ne denuncia le sconcezze di cui ben sappiamo.
E' stato l'unico che ha inteso manifestare in maniera attiva e visibile la propria posizione facendo un discorso in aula per motivare la sua scelta. 
Nonostante sia stranoto a tutti i professionisti che lavorano in Rai, nessuna delle reti pubbliche ha neppure dato l'informazione relativa al suo voto, e questa era una notizia politica che è stata censurata.

Qui di seguito trovate per intero il suo intervento.
Nonostante il senatore Mineo appartenga a una formazione politica contraria alla mia personale scelta, penso che meriti -perchè se lo è guadagnato negli anni- il diritto di cronaca nel nome del rispetto dell'informazione. Il suo è stato un intervento contro l'ipocrisia. E' diventato un pentastellato a sua insaputa. 
In un paese normale, sarebbe stato ovvio avere notizie in merito da parte di Rainews24, Raiuno, Raidue, Raitre per dare vita a un succoso e nutriente dibattito.

Dichiarazione di voto in Senato di Corradino Mineo sulle riforme costituzionali
           Dichiarazione di voto in dissenso pronunciata dal sen. Corradino Mineo
"Non considero la Costituzione un feticcio intoccabile, anzi credo che la nostra Carta fondamentale abbia bisogno di un buon lavoro di manutenzione. Superamento del bicameralismo paritario, riduzione del numero di parlamentari, ma anche ripensamento della forma del governo e dello stato.
Anche perché da venti anni il nostro assetto costituzionale subisce l’insulto di leggi elettorali incoerenti e di un progressivo svuotamento dei poteri del Parlamento per l’abuso dei decreti e dei voti di fiducia. Sarebbe, dunque, auspicabile un lavoro paziente di ripensamento e revisione delle regole.
Ma per cambiare la Costituzione, modificare l’articolo 138, istituire un comitato di 21 senatori e 21 deputati che lavori a un progetto organico, sarebbero necessari un’ispirazione comune in Parlamento e un vasto consenso nel paese. Purtroppo mi sembra che oggi manchi sia l’uno (il consenso), che l’altra (la comune ispirazione).
Al no alla riforma da parte del Movimento 5 Stelle, cioè della forza politica che ha fatto registrare il successo più rilevante nelle elezioni di febbraio, si è aggiunta, in questi mesi, l’opposizione radicale da parte di un vasto movimento di opinione, formato da costituzionalisti, sindacalisti e associazioni del volontariato. Un movimento che vede nel processo riformatore un pericolo per la libertà e la democrazia e chiama i cittadini a mobilitarsi in difesa della Costituzione. Nè va ignorata l’esistenza di un dissenso anche di destra, sia pure motivato da scelte opposte e che investono le questioni, delicatissime, della divisione dei poteri e dell’autonomia della magistratura.  
Manca dunque il consenso, ma ancora di più manca l’ispirazione comune. Dal primo agosto -tutti lo possiamo constatare- la condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale ha innescato una polemica politica molto aspra. Ha mosso la richiesta, irricevibile ma tenacemente riproposta, di annullare con atto politico una sentenza definitiva della magistratura. Si è proposta l’obiettivo, ancora più destabilizzante, di sancire una sorta di immunità giuridica per l’eletto del popolo, o per chi possa contare su di un vasto consenso popolare. Si tratta di un attacco allo stato di diritto e allo stesso carattere liberale della nostra democrazia. Non può, infatti, dirsi liberale il regime che vieti al magistrato di esercitare, con autonomia, il fondamentale controllo di legalità anzitutto su chi rappresenta il potere politico.
Viviamo - inutile negarlo-  uno stato di tensione permanente che ha portato il Governo fin sull’orlo della crisi. Né la tensione è scemata dopo il secondo voto di fiducia al Governo. Tant’è che lo stesso Letta ha auspicato una diversa “maggioranza politica” e il Presidente della Repubblica ha chiesto che finissero “i giochi al massacro”. Giochi che non sono finiti, se appena ieri il PDL ha scelto l’Aventino, disertando la Commissione Antimafia che aveva osato eleggere presidente una donna politica coraggiosa e integerrima come  Rosy Bindi. Persino il messaggio del Presidente Napolitano sul sovraffollamento delle carceri e sulle condizioni vergognose in cui versano i detenuti, è stato piegato a convenienze di parte, invocando l’amnistia e l’indulto come soluzione ai problemi di uno solo, sempre lo stesso, di Silvio Berlusconi.
Mi chiedo con quale serenità, e con quale spirito costituente, si possa lavorare alla riforma della Costituzione insieme a forze che contestano la separazione dei poteri, rivendicano l’immunità giudiziaria per l’eletto, addebitano all’impianto costituzionale responsabilità, errori e incapacità di governo che sono sono invece propri della politica e dei partiti. Oltretutto sulla questione della forma del governo, la sola modifica tra quelle proposte che giustificherebbe la procedura d’eccezione, i saggi incaricati dall’esecutivo non hanno trovato alcuna intesa e si sono limitati a elencare 3 ipotesi di lavoro molto diverse: forma parlamentare, semi presidenziale, governo del Premier.  Una maggioranza parlamentare,non proprio unita, saprebbe fare meglio?
È, dunque, fortissimo il rischio che l’iter riformatore si concluda con un insuccesso. Ma ancora più forte è la probabilità che l’approvazione della legge, l’istituzione della Commissione dei 42,  diventino un alibi, vengano usati per giustificare una navigazione governativa e parlamentare incerta, basata sul non detto, sulle riserve mentali, sulla continua e travagliata mediazione in camere di compensazione ristrette. Da 6 mesi il Senato non fa che trasformare in legge i decreti presentati dal governo. Possiamo continuare così?
Possiamo lasciare che il Parlamento rinunci al suo ruolo?
Possiamo tirare a campare nell’attesa che lo Spirito Santo scenda su noi renitenti per ispirarci un grande e salvifico progetto di Grande Riforma?
Meglio affrontare le questioni politiche, cambiare la legge elettorale, definire il ruolo dell’Italia nella crisi dell’Europa, cercare un’intesa di governo per adottare qualche misura anti recessiva, che nasconderci dietro l’alibi della Costituzione, delle sue (presunte) colpe e della nostra (velleitaria) intenzione di riformarla.
Sono ragioni squisitamente politiche quelle che mi inducono a non confermare il voto favorevole al disegno di riforma costituzionale. Per rispetto delle scelte del mio gruppo e del buon lavoro fatto dal ministro Quagliarello e dalla Commissione Affari Costituzionali, il mio dissenso non si esprimerà con un voto contrario, ma con la non partecipazione al voto che in Senato equivale a un no". 

mercoledì 23 ottobre 2013

Iniziano le confessioni ufficiali dei corrotti di Stato. Così crollano gli ancien regime.



di Sergio Di Cori Modigliani

Countdown verso l'implosione di un sistema fatiscente.

L'ho sempre sostenuto e auspicato: "a quando le prime confessioni?"

Un sistema marcio e vecchio inizia a sbriciolarsi per consentire al nuovo di emergere soltanto in due modi: A). In maniera violenta e traumatica, repentina e sanguinaria.
B). Quando il vecchio sistema consociativo dell'ancien regime scricchiola dinanzi al fatto che uno dei suoi esponenti riconosce -per se stesso- la qualifica di complice ammettendo di appartnere a un sistema in cui "la corruzione e il crimine sono norma consuetudinaria"; dopodichè confessa i propri misfatti non per ottenere un favore o soldi o regalìe, ma per un elementare meccanismo della mente umana: il desiderio di scaricarsi la coscienza e chiedere alla comunità una nuova forma di considerazione.

Da questo punto di vista, De Gregorio merita il nostro rispetto.
Se qualche gerarca fascista lo avesse fatto nel 1945 l'Italia sarebbe stata più democratica.
Se qualche democristiano lo avesse fatto nel 1992, questa nazione si sarebbe evoluta.
Se qualche socialista craxiano lo avesse fatto nel 1993, il paese sarebbe maturato.
Se qualche comunista italiano lo avesse fatto nel 1990, l'Italia sarebbe migliore.

E ci sarebbe stata la possibilità di avviare una discussione, un dibattito, un confronto.

Personalmente plaudo e applaudo a ciò che sta facendo De Gregorio. Sarebbe stato più facile, per lui, farsi un annetto di galera e poi godersi il malloppo che qualcuno gli avrebbe depositato (estero su estero) da qualche parte del mondo, in un paradiso fiscale.

Ecco le sue ultime dichiarazioni di oggi. Hanno provocato un gigantesco scossone alla borsa valori di Milano, un luogo macabro che non conta nulla nel mondo finanziario planetario, ma è sempre un termometro della vita politica dei partiti-azienda. Per la prima volta dallo scorso giugno, Mediaset crolla in borsa, lasciando sul terreno una bella fetta di quella percentuale di profitti che verosimilmente il PD gli ha elargito in maniera così  miope, ma soprattutto ipocrita, in questo periodo, facendo acquistare alle proprie fondazioni controllate pacchetti di azioni delle aziende del gruppo berlusconiano per sostenerlo economicamente evitando il suo affondamento.

Le confessioni, è cosa nota, provocano un meccanismo di emulazione instantaneo: così funziona la mente umana.
Anche il vizio e il crimine producono lo stesso effetto.

Ecco che cosa ha detto:

"Io devo solo riflettere sul disvalore delle mie azioni, non ho da essere soddisfatto. Tuttavia mia fa piacere che per il gup le mie parole corrispondano al vero. Sul piano politico, questa vicenda accelera il tramonto politico di un uomo che farebbe bene a ritirarsi.
Io non ho mai detto nulla di cui non fossi a conoscenza nei dettagli personalmente. La testimonianza oggi in aula di Lavitola è stata inquietante. Mi auguro che si faccia luce: ci sono stati mille messaggi da Lavitola in questo processo. Io ora ho ripulito me stesso e la mia coscienza, mi sono tolto un peso dallo stomaco. Ci tengo a chiedere ufficialmente un incontro a Romano Prodi, per rinnovargli le mie scuse. Gli avevo scritto una lettera e lui mi ha risposto, garantendo l' assenza di rancore nei miei confronti. Ho anche scritto a Papa Francesco  per chiedere scusa a monsignor Parolin, segretario di Stato Vaticano. Quando io cercai di bloccare la rogatoria ad Hong Kong per Berlusconi mi recai dall'allora sottosegretario agli esteri del Vaticano Parolin per chiedere di accogliere il premier di Hong Kong. Non gli dissi che così volevo favorire il leader del mio partito. Fu una condotta ignobile. Il mio obiettivo, in questo momento, consiste nel tentare di recuperare un rapporto con la mia coscienza sperando di non essere più disprezzato. Chiedo scusa alla'intera cittadinanza".

Finalmente qualcuno comincia a chiederci scusa.
Speriamo che sia il primo e non l'unico.

Una bella storia sul funzionamento della vita post maya nel cuore dell'Europa.




di Sergio Di Cori Modigliani

Questa è una storia classica della vita nell'era del post-Maya.
E' una storia vera, autentica.
Ed è tuttora in corso, più viva che mai.
I protagonisti sono persone anonime, è una caratteristica della vita nel post-Maya: non si va a caccia di pubblicità, non si cerca la visibilità, poichè la qualità della vita è stata sostituita -come fattore formativo e strutturale- all'aspetto quantitativo dell'esistenza. Da cui ne discende la mancanza di protagonismo, di gossip, di esibizionismo insulso.
Chi ci guadagna è la comunità e la diffusione capillare della consapevolezza collettiva,.
E' avvenuto in parte in Europa, in quel di Germania, la nazione più ricca e stabile del continente.
Con un valore aggiunto asiatico, proveniente dal Giappone, prima nazione di quel continente e seconda potenza economica del pianeta, subito dopo gli Usa.
A renderla pubblica è stata una portentosa professionista teutonica, Renuka Rayasam, di origine pakistana, che lavora come free lance in Germania. Ha collaborato per il Wall Street Journal, per il Washington Post e per le più importanti testate europee. E già questo la dice tutta sulla distanza europea tra la Germania e l'Italia. Non soltanto in Italia i free lance non valgono nulla. Non soltanto in Italia i free lance di genere femminile valgono ancora meno. Se poi, oltre a essere libere e indipendenti, hanno l'aggravante di essere anche donne, e infine il colore della loro pelle è scuro e la famiglia di origine è extra-comunitaria, in Italia non possono che essere destinate alla disoccupazione perenne.
Il suo reportage apparso su Der Spiegel (il più autorevole settimanale tedesco) ha fatto il giro del mondo.
Ma non è stato pubblicato ieri.
E' datato 9 marzo 2012.
Ne ho avuta notizia qualche settimana fa, via Giappone, Sudamerica e California.
Da noi, la storia di cui lei aveva informato gli europei, 18 mesi fa, non è mai arrivata.
Ma forse è meglio raccontarla fin dall'inizio.

I protagonisti sono due: Eri Otsu e Michael Knape.

Eri Otsu sembra un personaggio di un romanzo di Murakami in carne e ossa.
Professionista trentenne, laureato in lingue e letteratura comparata, vince una borsa di studio per andare all'Istituto di Cultura giapponese in quel di Amburgo, dove prende un master come interprete specializzato in traduzioni simultanee tedesco-giapponese. La concorrenza è minima, il lavoro è tanto. Va a lavorare a Bruxelles, dove molti lobbisti giapponesi se la vedono con industriali tedeschi.
Dopo qualche anno si stufa e si licenzia.
Ritorna in Giappone, rattristato all'idea della prematura scomparsa di sua madre, che lo aveva allevato insieme a sua sorella. E così, il nostro Eri Otsu va a stare per un po' con la vecchia zia affettuosa che vive in una bella casetta in quel di Fukushima. L'8 marzo del 2011 incontra sul web una bella ragazza di Tokyo e va per qualche giorno nella capitale, con l'idea di trascorrere del tempo con lei. Ma l'11 arriva lo tsunami che devasta la zona, portandosi via la zia, la casa, ogni suo avere, materiale e spirituale. Eri Otsu rimane molto colpito dall'evento, diciamo traumatizzato, e comincia a nascere in lui la consapevolezza della follia del nucleare. Dopo qualche mese accetta un lavoro di tre mesi per la Toyota e va a fare l'interprete a Berlino. Lì, una sera, una collega tedesca lo porta a cena in una piccola trattoria di campagna nel Brandeburgo, sessanta chilometri a sud di Berlino. Decidono di rimanere per il week end in un bed & breakfast. E lì, incontra Michael Knape, i loro destini si incrociano.
Il tedesco è un attivista politico, già membro del Free Democrat Party, un movimento iper-liberista, che in quel momento lavora come sindaco della cittadina di Feldheim, un piccolo borgo di appena 176 anime. Gli racconta che cosa ha fatto e come lo sta vivendo. Per Eri Otsu è un'illuminazione. Si licenzia dal suo lavoro, ritorna in Giappone e si getta nell'attivismo anti-nucleare a favore delle energie rinnovabili pulite. Mette su una modesta e artigianale agenzia di viaggio e comincia a portare turisti giapponesi in quel di Feldheim, un paesetto che non ha nessuna attrattiva.
Dieci mesi dopo, i giapponesi che fanno su e giù, raggiungono la cifra di circa 5.000. In un anno e mezzo sono 10.000. Si sviluppa una piccola economia locale, di industria turistico-rurale, e si diffondono alberghetti, ristoranti, centri convegni, creando lavoro e occupazione.
Perchè Eri Otsu ha capito che l'esperienza di Michael Knape e dei 176 residenti a Feldheim non è un semplice esperimento banale, bensì una alternativa reale, efficiente, efficace, che lancia un nuovo modello di intendere la vita.
Il borgo di Feldheim, infatti, è il primo paesetto d'Europa che vanta un record invidiabile: è totalmente auto-sufficiente e autonomo nel campo energetico, alimentare, sociale, e si sono "ufficialmente" staccati dalla rete nazionale dell'energia del governo centrale tedesco. Gli abitanti del borgo, infatti, hanno stilato un progetto, l'hanno presentato a Bruxelles, hanno ottenuto il finanziamento di 500.000 euro a fronte di un costo di 1 milione, si sono tassati per la cifra di 3.000 euro ciascuno e hanno realizzato la prima comunità europea a "esistenza zero". Il costo pro-capite per il consumo di energia è diminuito del 75%, così come il costo dell'alimentazione. Hanno impiantato delle piccole centraline eoliche, fotovoltaiche, a idrogeno. Consumano ciò che producono e ciò che avanza lo mettono a disposizione per la rete nazionale (se la vuole) sia in campo energetico che alimentare, realizzando un notevole profitto. Una volta lanciato il piano, il sindaco del paesetto viene immediatamente attaccato dai colossi dell'energia tedesca, sia quelli a gestione elettrica, che quelli a gestione nucleare. Ma lui tiene duro. Si scontra all'interno del suo partito, da cui viene espulso. Diventa indipendente e viene rieletto con il 93% dei voti. Applicando una visione del mondo basata sui principii della "esistenza zero sostenibile umanamente" sono riusciti a ricavare energia elettrica per tutte le famiglie di questo innovativo paese che la gestiscono e la bilanciano: in caso di sovra-sfruttamento vengono applicate sanzioni. Ma Feldheim è green non solo per l’energia elettrica: esistono cabine sparse qua e là per ricaricare le auto elettriche ed il riscaldamento di ogni edificio avviene grazie ad un impianto di biogas che brucia gli scarti agricoli. Cominciano a diffondersi anche le automobili a idrogeno. Migliaia e migliaia di giapponesi, in seguito al disastro nucleare di Fukushima, visitano il paesino per studiare questo metodo di indipendenza energetica e sembra che in Giappone siano già circa dieci i piccoli paesetti dove stanno effettuando la stessa scelta.."Mi aspettavo che dopo Fukushima sia il governo tedesco che la comunità europea sarebbe diventata sensibile ai temi dell'energia e dell'ambiente" racconta il sindaco "invece non è stato così, sono vittime degli interessi spropositati di chi vuol far credere che sia necessario consumare gas, petrolio, carbone, per riscaldarsi, illuminare le case, far muovere le automobili, far funzionare una intera comunità dove abitano circa 400 persone. Non è vero. E' possibile essere completamente autonomi e indipendenti: l'alternativa esiste".
Adesso Michael Knepe è imbarazzato e non lo nasconde. In quel piccolo borgo c'è la ressa di turisti (soprattutto giapponesi, coreani e canadesi) con migliaia di persone che arrivano a getto continuo. Ma la realtà che sono riusciti a inventarsi sta facendo proseliti e in due mini-cittadine limitrofe (una di 230 abitanti e l'altra di 420) stanno attuando gli stessi identici procedimenti rivoluzionari.
E' possibile, quindi.
E' fattibile.
E' realistico.
E' vero.

Così funziona la vita nel post-Maya.

Se lo hanno fatto Michael Knape e la sua comunità, significa che lo possiamo fare anche noi, in Italia, magari iniziando -come loro- da un piccolo borgo a Vattelapesca. Se lo stanno facendo in Giappone, vuol dire che lo possiamo fare anche noi.

Invece di stilare ogni giorno la consueta sfilza di denunce sullo schifo dell'Europa, è bene ricordare anche il bello che viene dall'Europa, quando c'è.
Ricordare che esistono persone che combattono per cambiare la vita di tutti.
Cambiandola.
E che esistono giornalisti curiosi e attenti, vogliosi di diffondere e divulgare le notizie che possono fare la differenza e modificare l'esistenza di tutti in meglio.

Così va la vita nell'età del post-Maya.

Ecco il link, per chi è interessato, con l'edizione internazionale in lingua inglese di Spiegel dove potete leggere l'intera storia raccontata dalla bravissima Renuka Rayasam.
Il merito della diffusione è tutto suo: lei è stata la prima.

http://www.spiegel.de/international/germany/a-power-grid-of-their-own-german-village-becomes-model-for-renewable-energy-a-820369
Noi italiani siamo troppo distratti per accorgerci che il mondo sta cambiando, siamo innamorati del piccolo acquario nel quale ci hanno immersi, dopo averci trasformato in un paese di mitomani, convinti -come siamo- di nuotare allegramente in bella compagnia nei tiepidi e rassicuranti mari del Sud, mentre invece giriamo in tondo osservando sempre lo stesso panorama senza comprenderlo, pensando che sia una novità.

La distrazione superficiale è pericolosa: è l'anticamera dell'ignoranza e dell'auto-distruzione.
Ma non siamo gli unici in Europa.
Dieci giorni fa è accaduto un fatto davvero sconcertante a 400 tifosi bosniaci, nostri dirimpettai al di là del Mare Adriatico. Avevano affittato tre aerei charter per andare in Lituania, a Kaunas, muniti di bandiere, trombette e sciarpe, per sostenere la propria nazionale di calcio, la Bosnia, che si giocava la partecipazione al mondiale incontrando la Lituania. Sono scesi all'aereoporto, sono usciti fuori strombazzando, e hanno impiegato un certo tempo prima di accorgersi che erano finiti, invece, in Lettonia, cioè a Riga, distante 350 chilometri. In compenso, la Bosnia ha vinto e sarà al mondiale.
Loro -ce lo racconta The Guardian- hanno vinto un posto nel record guinness dei primati.

Anche questa notiziola è parte della vita del post-Maya.
Tiriamoci su.
C'è qualcuno, in Europa, più stupido e auto-distruttivo di noi.

lunedì 21 ottobre 2013

Quando il Senso civico finisce nelle mani dei pagliacci.



di Sergio Di Cori Modigliani

Sono un grande tifoso di calcio, ma prima ancora amo lo sport. 
Appartengo a quella categoria di tifosi che rimangono indignati quando la propria squadra del cuore perde perchè gioca male e dice "ben ci sta". 
Come ogni bravo tifoso di calcio ho sempre avuto una enorme stima per il calciatore argentino Diego Armando Maradona che negli anni'80 meravigliò tutti con superbe giocate, regalando ben due scudetti alla squadra del Napoli. E' stato autore di indimenticabili colpi di genio calcistico, motivo per cui l'ho amato, stimato e rispettato.
Non così l'uomo.
I due aspetti vanno tenuti ben distinti.
Dopo aver giocato nel Napoli, Maradona è praticamente scappato via per fuggire alla giustizia italiana. Risulta debitore di 40 milioni di euro all'erario. "Soltanto gli stupidi pagano le tasse, e noi non lo siamo" disse allora. Parlava (di sè) al plurale -come il Papa- e quando commentava le proprie gesta usava sempre la terza persona.
Qualche anno fa sono tornato a vivere per un certo periodo a Buenos Aires, forse la città al mondo dove il calcio è più radicato, in assoluto, nella cultura collettiva, popolare e non. Oltre ad amare il calcio, gli argentini lo praticano quasi tutti come sport anche a 70 anni. A Buenos Aires mi sono divertito, infatti, a partecipare al campionato nazionale "over 55", un'idea geniale sponsorizzata e finanziata dalla Associazione Nazionale di Cardiologia. I giocatori che compongono le squadre devono essere tutti oltre i 55 anni, con un fuoriquota "under 18". Nella mia squadra, il cannoniere si chiamava Alfonso e aveva 68 anni. 
Frequentando la città, la prima cosa che mi colpì fu l'opinione che gli argentini avevano di Maradona. Molti di quelli che conoscevo lo chiamavano, infatti, "El Payaso" (trad.: il pagliaccio) un'espressione che nessun cultore del calcio italiano oserebbe mai neppure pensare nei confronti di grandi calciatori italiani in pensione come Roberto Baggio, Gigi Riva o Paolo Maldini, le cui gesta hanno riempito i rotocalchi e i commenti gossip per decenni. 
Il cambiamento nell'immaginario collettivo della coscienza degli argentini passa anche attraverso la fortissima contestazione nei confronti di Maradona, al quale -al di là del problema delle tasse che è una questione tutta e soltanto italiana- nessuno ha perdonato mai la totale e cinica indifferenza riguardo la dittatura militare, nonchè la sua spettacolarità caciarona e volgare -per l'appunto pagliaccesca- che ha finito, negli anni, per appannare la sua immagine. Nel 2008 la federazione di calcio argentina lo scelse come allenatore della squadra nazionale per portarla ai mondiali. Il pubblico si spaccò in due fazioni e nonostante la maggioranza (ci fu una specie di referendum televisivo) avesse votato contro, lui riuscì a imporsi. Litigò con tutti, non combinò un bel nulla, fece fare una figura meschina e pessima alla squadra argentina nel 2010 e venne licenziato in tronco. Tra l'altro, venne accusato anche di truffa e il dileggio l'ha sommerso a un punto tale che è stato costretto a scappare via dal paese, inseguito dal disprezzo della comunità che lo aveva tanto amato e sostenuto. E' finito ad allenare una squadra locale negli Emirati Arabi, dopo un'apparizione fugace in quel della Cina, finita malissimo: imprigionato per furto nei confronti di un albergo a cinque stelle a Shangai dove pretendeva di non pagare un conto astronomico. Il direttore dell'albergo chiamò la polizia e lo fece portare via in manette, con furibonde polemiche in Argentina perchè pare che fu il consolato a dover pagare le sue spese pazze, con i soldi della cittadinanza.
Evidentemente Diego Armando Maradona considera se stesso una persona al di sopra della Legge.
Come Silvio Berlusconi, tanto per capirci.
E' venuto adesso in Italia con l'idea (così almeno la stampa sportiva ci ha voluto far sapere) di candidare se stesso alla guida del Napoli come allenatore, lavoro che, secondo me, uno con un curriculum vitae come il suo non è adatto a fare.
Si tratta di un grande evasore fiscale e di una persona che disprezza (non ne ha mai fatto mistero) la collettività, il lavoro, l'operosità, la gente. A meno che non lo applaudano e non lo amino senza condizioni.
Si è presentato alla trasmissione "Che tempo che fa" intervistato da Fabio Fazio insieme a Gianni Minà; entrambi lo hanno presentato al pubblico come una grande persona, un grande personaggio e il servizio pubblico, pagato con le nostre tasse, ci ha regalato una standing ovation nei confronti di un grande evasore fiscale.
Nell'espletamento delle loro funzioni, alcuni impiegati di Equitalia gli hanno presentato subito la contestazione (negli anni passata in giudicato come "mora" con l'aggravante della "latitanza"). Maradona ha risposto con un gestaccio nei confronti dei funzionari di Equitalia.
Interrogato sulla vicenda, il vice ministro dell'economia Stefano Fassina ha dichiarato questa mattina: "E' un gesto da miserabile e credo che vada perseguito con grande determinazione. Maradona è un evasore totale e la Legge va rispettata e applicata. Stiamo parlando di 40 milioni di euro e Maradona farebbe bene a imparare a rispettare le leggi della Repubblica Italiana". 
Poche ore dopo, il capogruppo del PDL Renato Brunetta ha dichiarato: "Ho depositato un'interrogazione alla Commissione di Vigilanza Rai, nelle mani del Presidente Fico, sull' episodio indecente accaduto ieri sera a Che tempo che fà, con Maradona impegnato nel gesto dell'ombrello, ed elevato così a testimonial dell'evasione fiscale. Più grave ancora è il comportamento di Fabio Fazio che si è schierato dalla parte di un grande evasore con i soldi dei contribuenti".

Hanno entrambi ragione, sia Fassina che Brunetta.
Il punto principale, infatti, consiste nel fatto che il servizio pubblico si presti per consentire a un privato (peraltro anche straniero) di perorare la propria causa individuale contro lo Stato Italiano. Se è così, allora, da domani a "Che tempo che fa" devono essere ospitati tutti coloro che hanno un contenzioso aperto con Equitalia in Italia.
Tutti: nessuno escluso.
Chi evade il fisco deve essere perseguito e sanzionato.
Se poi a chiedere l'applicazione della Legge sono Renato Brunetta e Stefano Fassina, ben vengano: il tifo è sempre e comunque segno e segnale di miopia e ottusità, va bene soltanto allo stadio quando si incita la propria squadra del cuore.
La nuova cittadinanza che tutti noi auspichiamo passa attraverso il rispetto delle norme per tutti.
Nessuno è al di sopra della Legge.
Il Diritto, la Legge e il rispetto per la cittadinanza appartengono alla sfera della oggettività.
Il Servizio Pubblico -lo dice la parola stessa- deve essere una piattaforma di comunicazione messa al servizio della collettività.
Ritengo che la Commissione Parlamentare di Vigilanza sulla Rai dovrebbe dar seguito alla mozione di Brunetta e intervenire facendoci sapere -a noi cittadini comuni- il suo illuminante parere.




domenica 20 ottobre 2013

A proposito della Legge sul negazionismo. A quando una Legge sull'Ipocrisia?



di Sergio Di Cori Modigliani


Parliamo della Legge sul negazionismo in Italia.

Non essendo un paese normale, questo, ci si trova costretti a dover affrontare ogni singolo tema, dal più modesto e irrilevante al più spinoso e complesso, affrontando degli inutili dibattiti con autentici dementi, analfabeti, faziosi inviperiti, che spingono la discussione e il dibattito che ne consegue (magari anche interessante e costruttivo) verso un livello basso e regredito.
Con l'inevitabile vittoria degli spiriti più grevi e infantili, in genere più tenaci e più capaci di fare rumore.

La Legge in discussione al Senato sul negazionismo avrebbe potuto (e a mio avviso, dovuto) essere un'occasione d'oro per discutere in aula -tra gli eletti di ogni gruppo- sui singoli specifici punti del dispositivo, uno per uno, in diretta televisiva, ampliando quindi l'elaborazione di questa tematica, facendola ascoltare all'intero spettro della cittadinanza. Magari aiutati dalla cupola mediatica che, per l'occasione, sarebbe stata costretta a dirottare l'attenzione del pubblico italiano dalla famelica curiosità relativa alle mutandine della signorina Pascale, a quello ben più importante per la nazione: il crollo e la scomparsa del concetto di Cultura, qui intesa come formazione delle coscienze, elaborazione dello spirito civico, e -ciò che più conta- passionalità pedagogica, senza la quale non può esistere consapevolezza collettiva.

E' stata questa la ovvia ed elementare richiesta di una senatrice del M5s, la quale, allarmata dalla improvvisa velocità che il Presidente del Senato Piero Grasso aveva impresso alla votazione, ha proposto di attendere un attimo per coinvolgere, invece, l'intero Parlamento in una discussione pubblica. Tutto qui.

In poche ore, questa richiesta formale si è trasformata in "Beppe Grillo è un nazista e si è spostato a destra per arraffare voti in libera uscita".

Il dibattito è evaporato e ci ritroviamo, oggi, nella penosa situazione di dover spiegare di che cosa stiamo parlando, perchè lo stiamo facendo e (ciò che più conta) quali scenari questa Legge possa allestire in questo paese povero di idee, con una democrazia stracciata, incapace di comportarsi in maniera civile.

Il "negazionismo" è una pratica mentale con la quale si identificano gruppi di persone che sostengono l'inesistenza della soluzione finale attuata da Adolf Hitler tra il 1938 e il 1945 in Europa. Chi frequenta e pratica questa idea del mondo sostiene che non è vero esistessero dei campi di sterminio, non è vero che più di 6 milioni di ebrei siano stati assassinati (per il solo fatto di essere ebrei) nelle camere a gas, e quindi trasforma la seconda guerra mondiale in un teatro completamente diverso da quello delineato dagli storici, partecipanti, testimoni, documenti, reperti, filmati, registrazioni. Si chiama così perchè queste persone "negano" che tali eventi si siano mai verificati. Il tutto -questa è la tesi negazionista- sarebbe il prodotto di una fantasia macabra di potere costruita a tavolino da un gruppo di finanzieri ebrei, nel 1946, per poter impossessarsi delle menti degli individui. Avrebbero pagato tutta la stampa mondiale, tutti gli storici mondiali e i sopravvissuti sarebbero attori molto ben pagati per interpretare questo ruolo.

L'argomentazione è delirante e non meriterebbe neppure commenti o reazioni, se non l'unica possibile per una società evoluta: "su su piantiamola di dire idiozie". E la cosa finisce lì.

Ma nei decenni passati, dal 1946 a oggi, diversi gruppi politici dell'estrema destra hanno cavalcato questa fantasia per costruire un teatro complottista a suggello di loro specifici interessi partitici di conventicola. Queste tesi sono state usate come strumento di contrattazione, a seconda dei bisogni, dei momenti, degli interlocutori. Mescolando ignoranza all' antisemitismo, volgarità intellettuale a modesti interessi di bottega. In Italia, i negazionisti hanno sempre vivacchiato con allegria, sostenuti dai loro caporioni, nella più totale indifferenza da parte delle istituzioni, della stampa, dell'accademia, degli intellettuali. E così, il negazionismo, in Italia, ha figliato senza che nessuno intervenisse sul piano culturale, in maniera forte a livello istituzionale. Complice la sinistra, si intende. 
Perchè si fa, adesso, con tanta fretta, una Legge sul negazionismo, scoprendo all'improvviso che possono essere pericolose tesi artificiose, false e manipolatorie?

Il dibattito su questo punto non decolla.

Personalmente la ritengo una Legge pericolosissima, per un paese come l'Italia.
Questo è il Regno d'Ipocritania, una nazione che vive di ipocrisia e doppio gioco.
Il negazionismo non lo si combatte con una Legge, bensì con la Cultura.
E' molto simile all'imbecillità: non la si combatte con la violenza fisica, bensì con l'isolamento.
Vogliamo fare una Legge contro l'imbecillità?
Si fa una Legge autoassolutoria per la classe intellettuale e la classe politica, frutto della retorica democratico-buonista, per tenere a bada il Consiglio d'Europa, legge che rischia di introdurre il reato d'opinione.
In una nazione civile, l'opinione non è mai reato, la si contrasta con l'educazione culturale. 
Una società veramente democratica, libera e libertaria, si può permettere il lusso di accogliere ogni opinione. Se uno vuole sostenere che le camere a gas non sono mai esistite, è libero di sostenerlo. Ma se cerca di insegnare questo (nel caso sia un accademico) come se fosse una verità  storica, va giudicato come falsificatore. E' identico al fatto di sostenere che Annibale non era cartaginese oppure che non è mai esistito e le guerre puniche sono state inventate da Tacito. Chi nega eventi storici pluridocumentati va sanzionato come falsario e falsificatore, a meno che non sia, a sua volta, in grado di documentare il contrario. Non c'è quindi bisogno di una Legge. C'è bisogno di una educazione civica della collettività e di strumenti culturali diffusi per potersi elevare ed evolvere. 
Dovremo, quindi, in futuro, fare anche una Legge contro chi sostiene che la Padania esiste?
Una Legge contro la cattiveria umana?
Una Legge contro l'ignoranza dei giornalisti?

Perchè, invece, lo Stato, e in prima persona il Presidente del Senato Piero Grasso, non interviene pubblicamente nei confronti di un certo Don Floriano Abrahamowicz, parroco di Treviso, il quale questa mattina ha scelto di fare un'omelia a favore di quello che lui ha definito "un mio caro amico di sempre"? Questo Don Floriano, oltre a essere prete, è soggetto politico attivo nella zona, è un forte sostenitore di alcune personalità politiche oggi al governo. Costui ha definito Priebke "un peccatore sì, un criminale di guerra no". Ha anche sostenuto che "dobbiamo difendere come comunità il massimo dono che tutti noi abbiamo: l'onore. E qui, oggi, dobbiamo difendere l'onore di questo soldato". Chi vuole guardare il video della durata di 10 minuti di questa omelia lo può fare qui:
http://treviso24.tv/news/lomelia-don-floriano-difesa-dellamico-priebke/
Non è la prima volta che si esibisce. Non è l'unico. L'Italia è piena di fascisti, di nazisti, di falsificatori, di bugiardi, di mitomani. Sostiene che il più grande valore dell'esistenza sia "l'onore", e che un criminale di guerra è un uomo d'onore, è una sua opinione.  C'è bisogno di una Legge per punirlo e/o farlo arrestare? Direi proprio di no. 
C'è bisogno di una rivolta delle forze democratiche della cittadinanza attiva in quel di Treviso per attivare una discussione, indire un'assemblea, interrogarsi, chiedersi l'un l'altro se sia vero o meno che "l'onore" è il massimo dono della vita. Costui ha un notevole seguito in città. Che si fa, si fanno arrestare tutti i trevigiani? Direi proprio di no. Le persone più sensibili e colte di Treviso prendono atto della loro realtà, si svegliano, si rimboccano le maniche e diventano divulgatori attivi di informazione e cultura nel loro territorio.
Sono contro una Legge sul negazionismo.
Sono contro la retorica buonista.
Sono contrario all'usura delle parole e alla perdita di Senso.
Sono fortemente contrario a imbavagliare qualunque tipo di opinione che, come tale, deve essere sempre libera e lecita.
Dietro questa Legge grava il sospetto dell'ombra della polizia fascista che ritorna a far sentire i propri echi in questa Repubblica disastrata, distratta, distrutta. Annoiata dalla propria stupidità.

Qui di seguito vi allego due documentazioni che giudico molto importanti a sostegno della mia fiera opposizione a questa Legge. La prima è stata redatta (e consegnata formalmente sia a Napolitano che a Grasso) dall'Unione della Camera dei Penalisti.


L'Unione critica aspramente l'introduzione in Italia del reato di "negazionismo", ennesimo, pessimo esempio di legislazione reattiva e simbolica.
Al negazionismo si risponde con le armi della cultura non con quelle del diritto penale.

Dopo il femminicidio la Shoah, continua la deriva simbolica del diritto penale che fa del male, prima di tutto, proprio ai simboli che usa.
L'introduzione anche in Italia del reato di "negazionismo" era stata annunciata da più di un Ministro negli ultimi anni ma si era sempre arenata anche a seguito del diffuso dissenso da parte di storici e giuristi.
Ora l'ipotesi viene frettolosamente e pressoché unanimemente riesumata dalla Commissione Giustizia del Senato, con un emendamento che, oltre ad ampliare ed aggravare le ipotesi di apologia di reato, porterebbe ad introdurre nell'art. 414 del codice penale una sanzione per chi "nega crimini di genocidio o contro l'umanità".
Già vivificare una categoria di reati come quelli di apologia, che in una legislazione avanzata dovrebbero essere espunti, è operazione di retroguardia, ma inserire un reato di opinione, come quello che è la risultante della indicata modifica, è ancora più sbagliato.
La tragedia della Shoah è così fortemente scolpita nella storia e nella coscienza collettiva del nostro Paese, da non temere alcuno svilimento se una sparuta minoranza di persone la pone in dubbio o ne ridimensiona la portata. Anzi, proprio il rispetto che si deve al dramma della Shoah, e alle milioni di vittime innocenti che ha travolto, dovrebbe consigliare ai legislatori di evitare di trasformare il codice penale senza tener conto dei principi fondamentali del diritto moderno, abbandonando la via della risposta reattiva rispetto ai fatti di cronaca ed imboccando quella di un diritto penale minimo e costituzionalmente orientato.
Per contro, l'idea di arginare un'opinione - anche la più inaccettabile o infondata - con la sanzione penale è in contrasto con uno dei capisaldi della nostra Carta Costituzionale, la quale all'art. 21 comma 1 non pone limiti di sorta alla libertà di manifestazione del pensiero.
Ed il giudizio su un accadimento storico - per quanto contrastante con ogni generale e documentata evidenza o moralmente inaccettabile - in altro modo non può definirsi se non come un'opinione, che dunque non può mai essere impedita e repressa dalla giustizia penale: spetterà alla comunità scientifica rintuzzarla, ove sia il caso, e alla maturità dell'opinione pubblica democratica lasci
are nell'isolamento chi la formula. A coloro che negano la Shoah bisogna rispondere con le armi della cultura, e, se si vuole, con la censura morale, ma non con il codice penale.
Del resto, anche un solo argine - benché eticamente condivisibile - all'esercizio delle libertà politiche (e tale è, prima fra tutte, la libertà di espressione) introduce un vulnus al principio che l'elenco di esse deve restare assolutamente incomprimibile: quell'elenco infatti, come diceva Calamandrei "non si può scorciare senza regredire verso la tirannide".
Roma, 16 ottobre 2013
La Giunta dell'Unione Camere Penali

L'altra, invece, è una petizione formulata nel  2007 da un nutrito e folto gruppo di storici italiani, tra i quali è molto alto il numero di studiosi con profonde radici intellettuali e familiari nell'ebraismo italiano, quando si opposero fermamente all'allora ministro della giustizia Clemente Mastella, che voleva introdurre nel nostro ordinamento tale Legge. L'appello degli storici italiani è un documento di straordinaria attualità. Sei anni dopo, il suo valore rimane intatto. 
Da notare come la stessa comunità ebraica presenta al suo interno autorevoli esponenti che già in passato si espressero contro i reati d’opinione. 
L’ex senatore del Partito Democratico Roberto Della Seta, per esempio, ebbe a dire: 
"Il negazionismo è una vergogna e un orrore da combattere ogni minuto facendo tutti gli sforzi possibili per far vivere e per trasmettere la memoria della Shoah. Da combattere con tutti i mezzi tranne uno: vietare per legge la negazione di questa terribile verità storica". 
Ecco l'opinione di David Bidussa: 
"Una legge contro il negazionismo secondo me non sarebbe né una scelta intelligente, né una scelta lungimirante. Non aiuta né a farsi un’opinione, né a far maturare una coscienza civile". 
Infine l'opinione di Sergio Luzzatto. 
"Faccio notare che penalizzare il negazionismo non può essere una soluzione del problema. Non foss’altro, perché il negazionismo è male culturale e sociale. Va dunque affrontato con anticorpi culturali e sociali, non attraverso la repressione giudiziaria".

Marzo 2007
Contro il negazionismo per la libertà di ricerca

Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l'esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.
Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e socialecertamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e laminaccia di reclusione e condanna.
Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell'attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l'eco. Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:

1) si offre ai negazionisti, com'è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d'espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.
2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall'autorità statale (l'«antifascismo» nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l'inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
3) si accentua l'idea, assai discussa anche tra gli storici, della "unicità della Shoah", non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altri evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.

L'Italia, che ha ancora tanti silenzi e tante omissioni sul proprio passato coloniale, dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva, attraverso le più diverse iniziative e campagne educative.

La strada della verità storica di Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, molto spesso collegati a dichiarazioni negazioniste (e certamente pericolosi e gravi), di incitazione alla violenza, all'odio razziale, all'apologia di reati ripugnanti e offensivi per l'umanità; per i quali esistono già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a perseguire i comportamenti criminali che si dovessero manifestare su questo terreno.
È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste. Che lo Stato aiuti la società civile, senza sostituirsi ad essa con una legge che rischia di essere inutile o, peggio, controproducente.

Marcello Flores, Università di Siena
Simon Levis Sullam, Università di California, Berkeley
Enzo Traverso, Università de Picardie Jules Verne
David Bidussa, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Bruno Bongiovanni, Università di Torino
Simona Colarizi, Università di Roma La Sapienza
Gustavo Corni, Università di Trento
Alberto De Bernardi, Università di Bologna
Tommaso Detti, Università di Siena
Anna Rossi Doria, Università di Roma Tor Vergata
Maria Ferretti, Università della Tuscia
Umberto Gentiloni, Università di Teramo
Paul Ginsborg, Università di Firenze
Carlo Ginzburg, Scuola Normale Superiore, Pisa
Giovanni Gozzini, Università di Siena
Andrea Graziosi, Università di Napoli Federico II
Mario Isnenghi, Università di Venezia
Fabio Levi, Università di Torino
Giovanni Levi, Università di Venezia
Sergio Luzzatto, Università di Torino
Paolo Macry, Università di Napoli Federico II
Giovanni Miccoli, Università di Trieste
Claudio Pavone, storico
Paolo Pezzino, Università di Pisa
Alessandro Portelli, Università di Roma La Sapienza
Gabriele Ranzato, Università di Pisa
Raffaele Romanelli, Università di Roma La Sapienza
Mariuccia Salvati, Università di Bologna
Stuart Woolf, Istituto Universitario Europeo, Firenze

Aderiscono anche:
Cristina Accornero, Università di Torino
Ersilia Alessandrone Perona
Franco Andreucci, Università di Pisa
Franco Angiolini, Università di Pisa
Barbara Armani, Università di Pisa
Angiolina Arru, Università di Napoli L'Orientale
Marino Badiale, Universita' di Torino
Elena Baldassari, Università di Roma La Sapienza
Luca Baldissara, Università di Pisa
Roberto Balzani, Università di Bologna
Giovanni Belardelli, Università di Perugia
Elissa Bemporad, Center for Jewish History, New York
Emmanuel Betta, Università di Roma La Sapienza
Fabio Bettanin, Università di Napoli L'Orientale
Roberto Bianchi, Università di Firenze
Alfonso Botti, Università di Urbino
Anna Bravo, Università di Torino
Camillo Brezzi, Università di Siena
Antonio Brusa, Università di Bari
Marco Buttino, Università di Torino
Davide Cadeddu, Università di Milano
Gia Caglioti, Università di Napoli Federico II
Luigi Cajani, Università di Roma La Sapienza
Giampaolo Calchi Novati, Università di Pavia
Marina Calloni, Università di Milano Bicocca
Fulvio Cammarano, Università di Bologna
Alfredo Canavero, Università degli Studi di Milano
Leonardo Capezzone, Università di Roma La Sapienza
Riccardo Caporale
Vittorio Cappelli, Università della Calabria
Paolo Capuzzo
Franco Cardini, Università di Firenze
Maddalena Carli, Università di Teramo
Paola Carlucci, Scuola Normale Superiore Pisa
Gennaro Carotenuto, Università di Macerata
Paola Carucci
Carolina Castellano, Università di Napoli Federico II
Mirella Castracane Mombelli, SSAB
Sonia Castro, Università di Pavia
Tulla Catalan, Università di Trieste
Alberto Cavaglion, Università di Milano
Franco Cazzola, Università di Firenze
Roberto Chiarini, Università di Milano
Giovanna Cigliano, Università di Napoli Federico II
Fulvio Conti, Università di Firenze
Giovanni Contini, Università di Roma La Sapienza
Daniele Conversi, University of Lincoln
Pietro Costa, Università di Firenze
Augusto D'Angelo, Università di Roma La Sapienza
Leandra D'Antone, Università di Roma La Sapienza
Angelo D'Orsi, Università di Torino
Vanni D'Alessio, Università di Napoli Federico II
Fulvio De Giorgi
Giovanni De Luna, Università di Torino
Andreina De Clementi, Università di Napoli L'Orientale
Fabio Dei, Università di Pisa
Mario Del Pero, Università di Bologna
Nunzio Dell'Erba, Università di Torino
Giorgio Delle Donne, Bolzano
Lucia Denitto, Università di Lecce
Giulia Devani,
Paola Di Cori, Università di Urbino
Patrizia Dogliani, Università di Bologna
Benito Donato, Cosenza
Elena Fasano Guarini, Università di Pisa
Paolo Favilli, Università di Genova
Giovanni Federico, Università di Pisa
Carlotta Ferrara degli Uberti
Cristiana Fiamingo, Università di Milano
Enzo Fimiani, Biblioteca provinciale Pescara
Vinzia Fiorino, Università di Pisa
Guido Formigoni, Università di Milano IULM
Vittorio Frajese, Università di Roma Tor Vergata
Giulia Fresca, Cosenza
Carlo Fumian, Università di Padova
Valeria Galimi, Università di Siena
Ernesto Galli della Loggia, Università di Milano San Raffaele
Luigi Ganapini, Università di Bologna
Antonella Gedda
Giuliana Gemelli, Università di Bologna
Aldo Giannuli, Università di Bari
Antonio Gibelli, Università di Genova
Maria Grazia Meriggi, Università di Bergamo
Gabriella Gribaudi, Università di Napoli Federico II
Yuri Guaiana, Università di Milano Bicocca
Giancarlo Jocteau, Università di Torino
Stefano Levi della Torre
Sara Lorenzini, Università di Trento
Domenico Losurdo, Università di Urbino
Paola Magnarelli, Università di Macerata
Maria Marcella Rizzo, Università di Lecce
Filippo Maria Giordano, Pavia
Gian Maria Varanini, Università di Verona
Rosaria Marina Arena, Università di Siena
Marcella Marmo, Università di Napoli Federico II
Dora Marucco, Università di Torino
Massimo Mastrogregori, Università di Roma La Sapienza
Marco Mayer, Università di Firenze
Claudio Mellana, Torino
Annalucia Messina
Marica Milanesi, Università di Pavia
Claudio Moffa
Marco Mondini, Università di Padova
Davide Montino, Università di Genova
Daniele Montino, Università di Genova
Giovanni Montroni, Università di Napoli Federico II
Massimo Morigi
Antonio Moscato
Stefania Nanni, Università di Roma La Sapienza
Gloria Nemec, Università di Trieste
Giacomina Nenci, Università di Perugia
Serge Noiret
Ivar Oddone, Torino
Chiara Ottaviano, Cliomedia Officina
Maura Palazzi, Università di Ferrara
Gianni Perona, INSMLI, Milano
Francesco Petrini
Stefano Petrungaro, Università di Venezia
Vincenzo Pinto, Università di Torino-Gerusalemme
Francesco Piva, Università di Roma Tor Vergata
Stefano Pivato, Università di Urbino
Alessandro Pizzorno, Istituto Universitario Europeo Firenze
Regina Pozzi, Università di Pisa
Adriano Prosperi, Scuola Normale Superiore di Pisa
Leonardo Rapone, Università della Tuscia
Maurizio Ridolfi, Università della Tuscia
Gabriele Rigano, Università per Stranieri di Perugia
Domenico Rizzo, Università di Napoli L'Orientale
Giorgio Rochat, Università di Torino
Giovanni Romeo, Università di Napoli Federico II
Maria Rosaria Stabili, Università di Roma III
Andrea Rossi, Istituto di storia contemporamea, Ferrara
Rodolfo Rossi, Università cattolica del Sacro Cuore, Brescia
Lucia Rostagno, Università di Roma La Sapienza
Piero S. Graglia
Silvia Salvatici, Università di Teramo
Enrica Salvatori, Università di Pisa
Sara Sappino, Università di Pavia
Ayse Saracgil, Università di Firenze
Laura Savelli, Università di Pisa
Biancamaria Scarcia Amoretti, Università di Roma La Sapienza
Guri Schwarz, Università di Pisa
Giovanni Scirocco, Università di Bergamo
Francesco Scomazzon, Università di Milano
Maria Serena Piretti, Università di Bologna
Alfio Signorelli, Università di Roma La Sapienza
Francesca Socrate, Università di Roma La Sapienza
Simonetta Soldani, Università di Firenze
Carlotta Sorba, Università di Padova
Carlo Spagnolo, Università di Bari
Lorenzo Strik Lievers, Università di Milano Bicocca
Maria Susanna Garroni, Università di Napoli "L'Orientale"
Arnaldo Testi, Università di Pisa
Rita Tolomeo, Università di Roma La Sapienza
Cristiana Torti
Francesco Traniello, Università di Torino
Anna Treves, Università di Milano
Alessandro Triulzi, Università di Napoli L'Orientale
Simona Troilo, Istituto Universitario Europeo
Gabriele Turi, Università di Firenze
Angelo Ventrone
Angelo Ventura, Università di Padova
Claudio Venza, Università di Trieste
Alessandra Veronese, Università di Pisa
Elisabetta Vezzosi, Università di Trieste
Vittorio Vidotto, Università di Roma La Sapienza
Loris Zanatta, Università di Bologna
Bruno Ziglioli, Università di Pavia




venerdì 18 ottobre 2013

Un documento No-Tav che vale la pena di leggere con attenzione.


di Sergio Di Cori Modigliani

Domani, a Roma, c'è la manifestazione nazionale dei No-tav.
Tutti sanno che cosa sia la No-tav.
E' uno dei trend di moda.
Pochi, in realtà, conoscono -nel dettaglio- le autentiche posizioni.
Così come pochi sono al corrente del fatto che il governo francese, presieduto da Hollande, ha rubricato il progetto nella sezione "non priorità del governo" e lo accetta passivamente soltanto per questioni di carattere diplomatico che gli impongono di non scontrarsi con il governo italiano, il quale -in cambio- asfalta l'autostrada privilegiata per l'industria francese per venire ad accaparrarsi a prezzi di saldo le aziende italiane che interessano strategicamente ai nostri cugini d'oltralpe. E' comunque un grandioso affare per la Repubblica francese.
Fino a due anni fa, se ne parlava molto meno.
Fino a quattro anni fa, ancora di meno.
Fino a sei anni fa, non se ne parlava affatto.
Irruppe sullo scenario mediatico nazionale, in gran cassa, in seguito alla manifestazione del vaffaday indetta da Beppe Grillo nel 2007.
Nel 2006 se ne occupavano soltanto i soggetti politici attivi, e (si intende) i valligiani e la cittadinanza valdostana coinvolta nella vicenda. 
Ho ritenuto quindi utile, per la comprensione di tutti,  leggere un documento pubblicato nel 2006, in un'epoca, quindi, in cui la No-tav non era al centro dell'interesse mediatico.
L'aspetto interessante di questo importante documento consiste nel fatto che è stato redatto da un'impeccabile associazione accademica italiana. Tale studio venne consegnato ufficialmente all'allora governo italiano (era in carica Berlusconi) subito dopo al nuovo governo Prodi e in seguito riproposto al nuovo governo Berlusconi.
Il documento è il prodotto del lavoro di uno dei più antichi centri di produzione culturale della nostra Bella Italia, il CISP (Centro Interdisciplinare di Scienza & Pace) dell'Università di Pisa, attivo da centinaia di anni come laboratorio di intelligenze al servizio della cittadinanza, frequentato nel '600 da Galileo Galilei, anche se allora aveva un nome diverso.
Il documento reca la firma del prof. Loris Tappa.
Vale la pena di leggerlo e diffonderlo.
Mi è parso completamente privo di ideologia, complottismo, chiacchiere.
E' uno strumento culturale per riflettere, meditare, dibattere.
Buona lettura a tutti.









 Democrazia diretta o indiretta? O meglio e in modo più preciso: quale spazio di azione possono conquistare i movimenti richiedenti una maggiore rappresentanza dal basso? Molti gruppi sono nati negli ultimi anni per chiedere un maggior coinvolgimento delle comunità locali nelle decisioni di carattere economico e ambientale (si pensi ad esempio alle proteste contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina o alla rivolta della cittadina di Scanzano Ionico contro un centro nazionale per i rifiuti nucleari). Per molti osservatori questi ultimi sono casi fortemente criticabili e sono classici esempi della sindrome Nimby (not in my back yard – non nel mio cortile). In maniera molto semplice la sindrome Nimby si può spiegare così: tutti vogliono mantenere il proprio benessere e i propri privilegi, ma nessuno vuole accettare vicino alla propria città o regione una parte delle cause del loro benessere e dei loro privilegi. Con la parola “cause” si deve intendere: inceneritori, autostrade, scorie nucleari, ecc. Il problema della sindrome Nimby potrebbe quindi essere interpretato come frutto dell 'egoismo di una comunità locale nei confronti dello sviluppo economico di una intera Nazione (e quindi di tutti i suoi cittadini). In quest 'ottica potrebbe apparire che il concetto stesso di rappresentanza dal basso sia figlio di quello che potremmo chiamare, con una sorta di ossimoro, “l 'individualismo comunitario”. 
Le cose, forse, non stanno sempre così. Un caso molto interessante da analizzare da questo punto di vista è da alcuni mesi al centro dell 'attenzione di tutti i notiziari.

Solo dall 'autunno 2005 si parla diffusamente nei mass–media del Corridoio V e della TAV (treni ad alta velocità) Torino–Lione, ma sia questo progetto infrastrutturale, sia le proteste dei cittadini hanno una storia ben più lunga.
All 'inizio degli anni '90 il trattato di Maastricht diede alla Comunità europea l 'impegno di sostenere e realizzare delle reti transeuropee di trasporto (TEN-T TransEuropean Network-Transport). L 'obiettivo di questo progetto di infrastrutture fu un tentativo di rendere più efficiente il sistema dei trasporti europeo e di collegare le zone più periferiche dell 'Unione europea con le regioni centrali della Comunità.
Nel dicembre del 1993 venne presentato al Consiglio europeo il Libro bianco sulla crescita, la competitività e l 'occupazione, nel quale vi erano le idee di base e le linee guida del TEN-T; sempre nel dicembre 1993 questo Libro Bianco venne approvato e, contemporaneamente, vennero istituiti gruppi di lavoro per studiare la fattibilità dei differenti progetti. I gruppi presentarono suggerimenti e raccomandazioni, i cui punti principali vennero accolti dai Consigli europei di Corfù nel giugno del 1994 ed Essen del dicembre 1994, compresi 14 progetti prioritari nel settore dei trasporti. Il lungo iter burocratico, però, non era ancora concluso. La Commissione europea, infatti, pubblicò, nell 'aprile del 1994, la proposta ufficiale per la rete transeuropea dei trasporti che fu poi discussa durante gli anni 1994, 1995 e 1996 in seno al Consiglio europeo e al Parlamento: il 23 luglio 1996 conclusero il processo di conciliazione e arrivarono finalmente ad un accordo sulle linee guida comunitarie per lo sviluppo delle reti transeuropee di trasporti.
Nei 14 progetti suddetti era già presente la Torino–Lione, che fa parte del Corridoio V, cioè una linea ferroviaria che dovrebbe collegare Kiev con Lisbona passando attraverso altre importanti città europee.

Concentriamoci, ora, su alcuni utili dati tecnici riguardanti il tratto ferroviario contestato. Le polemiche riguardano la cosiddetta tratta di valico o parte comune italo–francese lunga 79,5 Km, la maggior parte dei quali (circa 64 Km) sono in galleria: questo percorso collegherebbe Bussoleno in Piemonte con Jean de Maurienne in Francia. I tempi della realizzazione sono molto lunghi: i dati ufficiali prevedono che la tratta di valico sarà conclusa tra il 2018 e il 2020. Anche i dati economici, come quelli temporali, tendono a lievitare: “Il costo della sola tratta di valico stimato dalla società LTF - Lyon–Turin Ferroviarie, aggiornato al 2003, è di 6,7 miliardi di euro, con una crescita dal 2000 del 17 per cento (stime del Gli [Gruppo di lavoro intergovernativo italo-francese]). Applicando lo stesso tasso di crescita medio annuo, oggi le previsioni dovrebbero arrivare a 7,46 miliardi di euro. In base al Memorandum di intesa del 5 maggio 2004, l 'Italia si farà carico del 63 per cento dei costi non coperti dall 'Unione europea e la Francia del 37 per cento. Per la tratta esclusivamente italiana (Bussoleno–Torino), dovrebbe aggirarsi sui 4,6 miliardi di euro, cui vanno aggiunte le spese per adeguare il nodo di Torino e quelle per il potenziamento della linea storica, necessaria a far fronte ai previsti incrementi di domanda da adesso al 2020.
Le previsioni più accreditate ritengono che il costo per il bilancio pubblico italiano dovrebbe aggirarsi attorno ai 13 miliardi di euro. Ma l 'esperienza internazionale insegna che, in media, i costi delle opere ferroviarie sono più alti di un buon 30 per cento rispetto alle previsioni. In questo caso, il costo per il bilancio italiano salirebbe a circa 17 miliardi di euro.” Naturalmente i costi vanno analizzati insieme ai benefici; quale è, quindi, e quali sono le prospettive future circa la domanda di traffico? La domanda di traffico sulla tratta ferroviaria Torino–Lione nel 1997, secondo gli studi del Gruppo di lavoro intergovernativo italo–francese era la seguente: 10,1 milioni di tonnellate di merci e 1,3 milioni di passeggeri per anno. Dopo 7 anni, nel 2004, il traffico delle merci era sceso a 8,5 milioni di tonnellate in un anno e il numero dei passeggeri era rimasto estremamente basso. 
Se si potenziasse l 'attuale tratto ferroviario e si tassasse ogni camion in transito sulle rete autostradale di 100 euro la domanda potrebbe giungere a 16,9 Mtonn/anno nel 2015; con la realizzazione dell 'AV la domanda, sempre secondo gli studi del Gruppo di lavoro intergovernativo italo-francese e sempre mantenendo la tassa sui camion, salirebbe fino a 21,1 Mtonn/anno. La capacità della nuova linea sarebbe però di ben 40 Mtonn/anno: per il 50% delle sue potenzialità non verrebbe quindi sfruttata.
Questi sono, in estrema sintesi, i dati fondamentali dell 'opera. 
Vediamo ora quali siano le motivazioni principali dei contrari e dei fautori della Tav. Le ragioni contrarie sono riducibili a due categorie: una riguardante i problemi tecnici della realizzazione della linea ferroviaria (le cosiddette sette criticità), l 'altra esprimente problemi concernenti il nostro modello di sviluppo economico.
Ecco il primo gruppo di critiche:
1.  Mancanza di coerenza globale: il nuovo modello ferroviario è errato, bisogna tener conto della possibilità di potenziare la vecchia linea ferroviaria;
2.  Rischi di inondazione: i lavori producono pericoli di inondazione per la valle;
3.  Linee ad alta tensione: impatti sul paesaggio e rischi per la salute dei cittadini;
4.  Inquinamento sonoro: inadeguatamente studiato sia per il periodo del lavoro sia durante il funzionamento della linea;
5.  Problema cantieri: esistono problemi circa il trattamento e il trasporto dei materiali di sterro, circa il rischio di un raddoppiamento dei tempi del lavoro, circa la presenza di amianto nelle formazioni geologiche coinvolte negli scavi del tunnel;
6.   Risorse idriche: rischio perforazione degli acquiferi ed esaurimento delle fonti dell 'acqua potabili;
7.  Zone di protezione: il progetto deve seguire due quadri giuridici nazionali differenti. Tutto questo comporta una differente valutazione delle zone di incidenza da considerare e delle misure di compensazione associate.
Recentemente, per cercare di rispondere a queste critiche, la Signora Loyola de Palacio (attuale coordinatrice europeo responsabile del progetto n° 6 Lione–Torino–Budapest) ha deciso, insieme alla Commissione europea, di utilizzare una consulenza indipendente per valutare la fondatezza degli studi condotti da LTF. Ne è nato un documento di 158 pagine dal titolo Analisi degli studi condotti da LTF in merito al progetto Lione – Torino (sezione internazionale). Rapporto finale.
In questo studio si afferma che le analisi condotte dalla LTF circa i rischi posti in evidenza dai No Tav sono sufficienti e assolutamente adeguate: secondo tale rapporto ognuna delle “sette criticità” perde ogni reale consistenza. Naturalmente i contrari al progetto Torino-Lione contestano questi risultati: a loro dire la commissione di studi ha mostrato chiari segni di non-imparzialità.
Lasciamo da parte le discussioni sui dati più propriamente tecnici dell 'opera e occupiamoci di un aspetto che ci pare più interessante utilizzare come spunto per poter riflettere sulla Nimby e sulla rappresentanza dal basso, e cioè le critiche dei No Tav al modello di sviluppo economico dominante:
1.  “L 'attuale sistema globalizzato di produzione distribuita comporta un 'esasperata e continua movimentazione di materie prime, semilavorati e prodotti finiti; il maggior sfruttamento di lavoratori e materie prime, l 'alta velocità di spostamento di denaro, merci e forza lavoro sono considerati i cardini della competizione. Sono fattori che rendono questo sistema non sostenibile per il futuro del pianeta. Un obiettivo da porre è perciò la diminuzione della quantità di merci circolanti;
2.   non si può accettare che per un misero 1% di riequilibrio si trasformino vallate in corridoi di transito industriale devastando l 'ambiente, minando la salute, svalutando l 'abilità del territorio, negando prospettive alle produzioni locali in direzione di una marginalizzazione sociale delle popolazioni. Sì a passare quote significative di trasporto merci da gomma a rotaia, ma utilizzando al meglio le numerose ferrovie esistenti: è l 'obiettivo giusto, già rivendicato da molti anni (la capacità merci è utilizzata al 50% circa);
3.   la città [Torino] non deve essere ridotta a nodo di flussi di merci e persone, a mero luogo di scambio mercantile: qualità della vita, cultura dell 'accoglienza, sostenibilità ambientale e sociale sono i presupposti di aggregazione di una comunità di abitanti.”
Le ragioni favorevoli al progetto Tav, invece, sono sintetizzabili in questi quattro punti:
1.       benefici ambientali dovuti ad un minor traffico merci e passeggeri su gomma;
2.       diminuzione dei tempi di percorrenza;
3.       aumento della competitività per le aziende italiane;
4.       volano per lo sviluppo economico del paese.
Dopo aver analizzato tutti questi dati possiamo ora porci il quesito centrale: la “questione Tav” si può definire un caso di Nimby? Secondo Alberto Ronchey certamente sì: “Gli ostacoli contro l 'avvio a soluzione di problemi fondamentali per l 'economia italiana, oramai, risultano sempre più clamorosi e visibili. Al di là delle mancate privatizzazioni competitive, due questioni primeggiano fra le altre. Si tratta di vincoli gravosi, come l 'arretratezza delle infrastrutture civili e la precarietà delle forniture d 'energia elettrica oltre tutto dipendenti dalle costose importazioni petrolifere.”?Chi o che cosa sono gli ostacoli? Ronchey continua così: ?”Fra le cause di numerose conflittualità prevalgono interessi particolari, pregiudizi municipali, estremismi ecologici, diffuse permissività verso proteste che bloccano strade o ferrovie, indulgenze clientelari e così avanti.[...] Certo, anche se nessuno tollera niente nel cortile di casa è sempre necessario ascoltare tutti. Ma su innumerevoli problemi, dopo aver tentato la persuasione o cercato la comprensione, si dovrà decidere. Finora, ha vinto quasi sempre l 'opportunismo e il lassismo. Così stanno le cose. Ma senza prenderne atto, e senza pervenire alle razionali conseguenze sia nella mentalità collettiva sia nella condotta governativa, questa sarà presto una società in via di sottosviluppo.”
E ' interessante, però, notare come il dialogo tra i favorevoli e i contrari avvenga su due piani differenti. I cosiddetti “No Tav” insistono sulla necessità di cambiare il modello di sviluppo: nella prima obiezione fra quelle che ho denominato “critiche al modello di sviluppo” (“l 'attuale globalizzazione comporta una esasperata movimentazione di prodotti”) si pone apertamente il problema della globalizzazione e della sua gestione. Arrivano a sostenere che l 'obiettivo economico debba essere quello di diminuire il flusso delle merci e cioè si propongono l 'esatto contrario dei fautori della Tav. Se, come sosteneva Aby Warburg, il buon Dio è nel dettaglio, è estremamente educativo osservare la bibliografia proposta dal sito internet dei No Tav di Torino. Gli unici tre libri di economia in senso stretto sono tutti dedicati al concetto di decrescita: ancora una volta, ciò che si contesta è il modello di sviluppo economico attuale e, con esso, si criticano le forme di organizzazione politica che ne derivano. Le richieste di fondo sembrano essere dunque due: no ad un modello di sviluppo considerato insostenibile e sì ad una maggior partecipazione delle comunità locali nei processi decisionali. E ' facile notare come le quattro ragioni a favore della Tav non tocchino realmente i problemi posti dai contestatori: in questa disputa le parti in causa sembrano parlare due lingue differenti. 
Su questo doppio livello diventa molto difficile il dialogo e diventa quasi impossibile trovare una soluzione che metta d 'accordo tutte le parti coinvolte.
Come si può notare il problema della linea Torino-Lione (e si potrebbero fare anche molti altri esempi) non pare allora essere un caso di Nimby perchè, in realtà, le comunità della Val di Susa richiedono un cambio di prospettiva circa il concetto di sviluppo economico e circa il processo decisionale. Su questo piano ha probabilmente ragione padre Alex Zanotelli quando scrive: ”Noi, io per primo, vediamo i cittadini della Val di Susa dal di fuori, li percepiamo come coloro che hanno resistito. Ma qui c 'è molto di più. Qui c 'è una valle dove si stanno sperimentando nuovi processi di democrazia partecipata.
Il concetto di Nimby, quindi, venendo adoperato con estrema disinvoltura dalla maggior parte dei mass-media, può rischiare di essere utilizzato come elemento di copertura rispetto alle richieste innovatrici di moltissimi movimenti. Questi ultimi, in realtà, chiedono un differente approccio rispetto ai problemi che dovrà affrontare la politica (sia a livello locale, sia nazionale, sia internazionale) nei prossimi decenni: questi movimenti non sono dunque espressione di quello che precedentemente ho definito “individualismo comunitario”, ma manifestano la necessità di ripensare globalmente i nostri rapporti con gli uomini e con le cose. E ' significativo, a questo riguardo, il Documento Finale della IV Assemblea Nazionale della Rete Lilliput: “Perseguiamo il cambiamento delle regole che governano le istituzioni finanziarie e il commercio internazionale. Proponiamo il cambiamento dei comportamenti e degli stili di vita, un modello diverso di gestione integrata del territorio, delle risorse naturali (acqua, energia e materia) e dei beni comuni basato sulla partecipazione, sulla consapevolezza dei limiti delle risorse e sulla riduzione dell 'impronta ecologica. Riconfermiamo la nostra prospettiva e il nostro impegno per una economia di giustizia e solidarietà, in netta opposizione al modello economico e di sviluppo dominante.”




In conclusione si può affermare che il caso Tav, comunque andrà a finire, dovrebbe lasciare nell 'opinione pubblica alcuni importanti spunti su cui riflettere. Innanzitutto sarebbe necessario aprire su tutti i mass-media una pacata discussione, priva di ideologismi, sui possibili modelli alternativi di sviluppo economico. Inoltre bisognerebbe tutti insieme ricominciare a riflettere, sulla scia di Karl Popper e, soprattutto, di Paul Feyerabend, sulla strada da percorrere per giungere ad una società maggiormente aperta alle istanze dei cittadini.