martedì 27 marzo 2012

Tra una lacrima della Fornero e una risata della Camusso. Nel pieno Medioevo nazionale, c'è un finanziere che fa il suo dovere e incastra un grande evasore: un principe del mondo mediatico.

di Sergio Di Cori Modigliani

L’economia è diventata la nuova religione. E’ ormai chiaro e lampante a chicchessia.
E come ogni brava religione, si sta dotando di santini, papi, cardinali o rabbini o ayatollah che siano, di prefiche e santoni, seguaci e fedeli, con l’inevitabile risultato che le masse delegano la gestione delle proprie paure, di cui noi tutti piccoli animaletti umani siamo pervasi fin dall’infanzia, ai fieri rappresentanti dei nuovi totem di cui il Grande Sacro Moloch dei nostri tempi si nutre quotidianamente.
E così, mentre la Fornero se la piange accanto a Monti in conferenza stampa e la Camusso se la ride di fronte a Monti in una ricca tavola imbandita (due simboli che rappresentano diverse facce della stessa identica medaglia: il vecchio che regge lo status quo mascherato da novità) il paese perde sempre di più il passo del proprio laicismo abbandonando ormai anche i sogni e le ambizioni di un proprio rinnovamento.
Ricomincia la ruota, proprio com’era nel Medioevo, quando il Signore, il Principe e la Chiesa, garantivano quantomeno la protezione minima davanti all’assalto di pirati, avventurieri, mammalucchi e turchi, che razziavano per la penisola, dimenticandosi di spiegare che tali manigoldi non venivano certo a prendersela con i contadini alla fame e la gente che non aveva neppure un tetto. Venivano per rubare al Signore, al Principe e alla Chiesa i loro tesori. E le istituzioni riuscivano sempre a convincere la gente a farsi scannare per difendere terre che non erano loro, possedimenti che non avevano, ricchi castelli e palazzi bardati nei quali non avevano mai avuto accesso (né mai l’avrebbero avuto) trovando quindi masse di individui che si immolavano per garantire loro la tenuta e salvaguardia degli interessi di chi sfruttava le loro paure, i loro bisogni, le loro aspirazioni a una vita umana che fosse qualcosa di più di quella delle bestie.
Leggendo la storia del medioevo, ci veniva da sorridere, con un sospiro di sollievo all’idea che finalmente quell’epoca era scomparsa, abbattuta dal capitalismo egualitarista, dalla fondazione degli stati di diritto, dalle lotte e dalle guerre che negli ultimi trecento anni avevano infiammato l’Europa, coltivando sogni e utopie e seminando morte e distruzione.
La paura dello spread ha sostituito l’idea dell’inferno per l’eternità; i governanti (parlo dei più decorosi e progressisti) promettono riforme che cambieranno tutto in un futuro di là da venire, a condizione che –nel frattempo, qui sulla Terra-  ci si immoli “per evitare il baratro” (sarebbe la perdita di qualche tesoro da parte di qualche Signore, qualche Principe, qualche chierico). Esattamente come nel medioevo, la gente è terrorizzata all’idea del baratro e quindi si adatta, chiede protezione, vuole garanzie e segue con il cuore palpitante l’andamento dei grafici di borsa, l’abbassamento o rialzo dello spread. Ormai sono tutti convinti che se lo spread scende a 135 ci sarà da gozzovigliare, se arriva a 457 il paese affonda. La verità è che, in entrambi i casi, non accadrebbe nulla, ma assolutamente nulla di diverso da ciò che quotidianamente accade. Nel marzo del 2011 lo spread era a 157 e l’economia stagnava; esattamente allo stesso identico livello di quanto non lo facesse alla fine di settembre quando lo spread era a 420. Ma nessuno ormai lo ricorda.
L’Alzheimer sociale, in Italia, è l’arma in più dalla parte del Potere.
La BCE è diventata, nell’immaginario collettivo, qualcosa di simile al Grande Fratello orwelliano: chi non accetta finirà all’inferno.
Inevitabile, quindi, che la Politica sia scomparsa, essendo il nemico più pericoloso della Finanza. L’economia è la nuova religione non perché sia forte, ma perché è debole, proprio come nel medioevo, quando le strutture civili erano scarse e frantumate, le risorse erano poche e il potere stava nelle mani della finanza. Poi, con l’abbattimento della società medioevale, l’economia ha preso in pugno la situazione delegando alla politica la gestione dei conflitti sociali.
La Politica interpretava le esigenze umane dei cittadini e degli stati e poi l’economia si assumeva il còmpito e la responsabilità di tradurre quella progettualità in fatti concreti.
Appare sempre più chiaro che oggi, non è più così.
Ecco perché è irrilevante ciò che dice la Fornero, ciò che dice la Camusso.
La differenza tra allora e oggi consiste nel fatto che i Principi, i Signori, i Chierici, sono nascosti, ben camuffati. Invisibili. In prima linea ci vanno i loro ragionieri, ben pasciuti e pluri stipendiati, con appresso i vassalli, i valvassori, i valvassini, e i servi della gleba, esattamente com’era nel 1500.
Eppure, anche allora esistevano gli Spiriti Liberi. Esistevano gli indipendenti che erano individui e famiglie in grado di sapersi organizzare in maniera auto-sufficiente. Allora, i padroni erano visibili, perché dovevano mettere paura e mostrare la loro esistenza superiore. I liberi erano, invece, invisibili, anonimi. Se e quando venivano scoperti, finivano in carcere o bruciati al rogo o esiliati, le famiglie annientate. Ma l’individuo è sempre libero e aspira e agogna sempre alla libertà, sempre, dovunque; è la massa a non essere mai libera, se non in casi rarissimi. E’ accaduto così, quindi, che la Sapienza è stata trasmessa per via orale tra le famiglie dei Liberi, per eredità, per passaparola, o –nel caso di scritti dopo l’invenzione della stampa- attraverso l’uso di linguaggi criptici per decifrare i quali bisognava appropriarsi di uno specifico codice che si chiamava Cultura.

Oggi è il contrario.
Il Potere ha scoperto il vantaggio dell’anonimato e la possibilità di non rendere conto a nessuna giustizia agendo nell’invisibilità; i Liberi, invece, allo scoperto sul web come vogliono, quando vogliono. Il Potere è rassicurato dal fatto che seguitando ad abbassare il tasso di Cultura, per gli individui diventerà sempre meno probabile appropriarsi dei codici di interpretazione del Sapere (che consente di combattere e abbattere il potere costituito) ed è quindi garantito. Ben venga la libertà massima purchè il dibattito sia avvilito, il livello sia talmente basso da non comportare sussulti. La gente è convinta ormai che sul web trova la verità e l’informazione. Non viene in mente l’elementare concetto che in rete c’è ed esiste tutto ciò che i proprietari della rete vogliono che ci sia. E i proprietari della rete sono, oggi, la Finanza, cioè gli oligarchi planetari che controllano il pianeta e hanno stabilito, circa 40 anni fa, che per controllare questi miliardi di esserini schiavizzandoli come nel medioevo, bastava eliminare la Politica, cioè la rappresentanza sociale dei cittadini. E per fare ciò bisognava eliminare l’economia. In tal modo, la Politica sarebbe finita in un territorio di retorica e di demagogia, di frasi vuote, di formule prive di riferimento alla realtà, quindi utile soltanto per mantenere lo status quo; la Politica, infatti, se non ha il terreno dell’economia dove poter verificare in maniera pragmatica la bontà delle proprie idee, non  ha alcun Senso. Rimane una chiacchiera salottiera: un livello un po’ più alto della chiacchiera da bar. Sempre chiacchiera rimane.
Delaicizzando l’economia e trasformandola in religione, sono riusciti ad assestare l’ultimo colpo. Tra brevissimo tempo (nel caso il medioevo sussista e rimanga vivo) gli economisti finiranno per tacere, i più riottosi verranno silenziati. A quel punto lo spread scomparirà (e sarà vissuto come una liberazione) non si parlerà più di grafici, borse valori, niente di tutto ciò. Sarà inutile. Ci saranno soltanto due classi sociali: i produttori di informazione e i consumatori di informazione. I produttori saranno sempre di meno e i consumatori sempre di più. Vi saranno quelli che lottano per sopravvivere (la maggioranza quasi assoluta) che lavorerà per garantire a una sparuta classe di vivere nell’agio, nel privilegio e nel lusso. E chi detiene il Potere farà sempre in modo di poter evitare la manifestazione dell’unico elemento non prevedibile e pericoloso “il Fattore Umano”.
Esiste.
E’ potentissimo.
E’ impalpabile, imprevedibile, insondabile, invisibile.
Non esiste radiografia né analisi del sangue che riesca a decodificarlo.
Ce l’avete tutti. Proprio tutti.
Questa è la battaglia da fare, per ciascuno di noi.
Coltivare le sinapsi del cervello collegate al nostro Fattore Umano per far inceppare il meccanismo. Tanto più comincerà a diffondersi, tanto più il meccanismo del potere oligarchico comincerà ad arrugginirsi e a funzionare sempre di meno.
In teoria è il trionfo degli anarco-individualisti.
In pratica è inarrestabile.
Un tempo, mia nonna l’avrebbe definito “buon senso comune” e mia madre l’avrebbe chiamato “fare il proprio dovere”. Tutto qui. Di una squisita banalità.
Ma nel mondo paradossale della surrealtà in cui noi oggi viviamo, diventa un’arma potentissima.
C’è da stare allegri. E lo dico sul serio.
Basta pensare a ciò che è accaduto il 28 gennaio del 2012 perché una certa Fabiana (di nazionalità svizzera) e un certo Arturo (di nazionalità italiana) che non si conoscono e non sanno neppure che l’altro esista, a dieci chilometri di distanza, a trenta minuti di intervallo temporale, hanno espresso la qualità del Fattore Umano. E hanno prodotto un risultato davvero divertei nte.
Ecco  i fatti:
Fabiana è una brava ragazza che lavora in una banca svizzera. E’ attenta, premurosa, intelligente, capace. Inizia come banale impiegata allo sportello, ma in pochi anni si conquista il rispetto dei suoi superiori e fa carriera. Finisce prima al terzo piano della banca a gestire scartoffie, poi, data la sua creatività, la promuovono al quinto pano: si occupa di investimenti di grandi patrimoni: minimo 2 milioni di euro in contanti. Fa il suo lavoro e lo fa per bene. Ma tre anni fa incespica. Arrivano tre ispettori tedeschi della polizia investigativa da Berlino e piantano alla banca una controversia che alla banca costerà diverse decine di milioni di euro. Si sa, i tedeschi vanno fino in fondo, come ben sappiamo. A caccia dei loro evasori e a caccia della criminalità organizzata che lava il danaro nelle banche tedesche, hanno messo le mani su alcuni individui tedeschi che non pagano le aliquote dovute, che hanno dichiarato il falso, ecc.,ecc. Secondo i tedeschi, gli svizzeri (sarà un giudice svizzero a dirimere la controversia dando ragione ai poliziotti teutonici) non hanno applicato alla lettera la Legge favorendo un grande evasore. Finita la querelle, ci rimette Fabiana, poveretta. E’ stata colpa sua. Lei accetta  e ingoia il rospo. Ma la declassano. Si può sempre occupare al quinto piano dei grandi patrimoni ma non può fare investimenti. Lei morde il freno e tira a campare. Finchè, il 28 gennaio 2012 arriva un cliente con una valigia contenente 2,5 milioni di euro in contanti. Il signore in questione è italiano. Ma non si qualifica come imprenditore, bensì come individuo singolo. Fabiana prende il libretto –memore dell’esperienza vissuta- e controlla. Dopodichè si allontana un minuto, ritorna e comunica all’esterrefatto cliente che non può accettare il deposito a meno che lui non si dichiari disponibile ad andare con lei al primo piano dove c’è un notaio e per iscritto, con tanto di bollo, spiega come e dove ha preso quei soldi. Il cliente si infuria e se ne va. Fabiana decide di fare le cose per bene fino in fondo. Immediatamente stila un rapporto e lo invia in elettronico. Finisce nella stanza del supercapo il quale lo inoltra nel circuito bancario dei quattro cantoni con il nome del malcapitato. Non potrà più andare in una banca svizzera. Il nostro amico, intanto ritorna in Italia, piuttosto nervosetto, in automobile, così com’era venuto. Alla dogana c’è di turno un certo Arturo Iacozzi, giovane finanziere (1.250 euro al mese di stipendio) il quale sei mesi prima è stato sgridato e trattato male dal capitano perché non è impeccabile e meticoloso nei controlli. Proprio come Fabiana, mèmore della sua esperienza, invita il guidatore e il passeggero ad accostarsi e chiede di aprire la borsa. Il malcapitato si rifiuta. Lui insiste. Altro rifiuto. Alla fine il giovane finanziere comunica al cittadino italiano che se non apre la borsa, lui lo ferma ufficialmente e fa aprire la borsa da altri. Cosa che si verifica. Vedendo i 2,5 milioni di euro cash il finanziere chiede dove li ha presi, visto che viene dall’estero. Il malcapitato che è già nervosetto risponde “ma questi sono miei, altro che storie; questi sono tutti miei, non li ho potuti depositare in Svizzera e così me li riporto a casa”. Arturo fa rapporto e lo denuncia per esportazione illecita di capitali. Il suo rapporto arriva dai carabinieri.
Fine della storia.
Quantomeno di quella ufficiale.
Tutto l’incartamento arriva, dopo un mese, in copia, nelle mani di un attendibile giornalista del corriere della sera. Una vera chicca. Va da sé vengono coinvolti tutti i dirigenti, fino al più alto livello. Venti giorni di controlli e verifiche. Alla fine, in data 26 marzo viene dato il via. Esce la notizia che viene pubblicata sul più importante quotidiano italiano.
L’uomo in questione è Emilio Fede, una vecchia conoscenza italiana del mondo mediatico.
Interpellato, ha detto. “Si tratta di un falso, non è vera neppure una parola, farò causa”.
La giornalista del corriere della sera rimette nelle mani del suo direttore l’intero pezzo, il quale, attraverso Paolo Mieli, presidente del gruppo Rizzoli-corriere della sera dichiara “la giornalista è una professionista seria e attendibile; non vorrei stare nei panni di Emilio Fede”.
Fine della vicenda. Per oggi.
Escono diverse versioni in rete, ma nessuna ha il valore del pezzo di Fiorenza Sarzanini. Lei è la prima ad avere lanciato la notizia e ha dietro tutto il gruppo Rizzoli.
Ecco qui di seguito l’intero articolo ufficiale (l’unico valido).

il direttore del Tg4 si è presentato con una valigetta piena di contanti
Emilio Fede:  la Svizzera respinge 2,5 milioni di euro
No al deposito. La Finanza indaga un accompagnatoredel Tg4 Emilio Fede ospite di Lucia Annunziata 'In mezz'ora'
ROMA - Voleva depositare su un conto svizzero due milioni e mezzo in contanti. Ma i funzionari di banca avrebbero rifiutato di accettare l'operazione, non avendo garanzie sulla provenienza dei soldi. Una vicenda che appare senza precedenti e sulla quale hanno avviato verifiche l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza. Protagonista è il direttore del Tg4 Emilio Fede, già indagato per favoreggiamento della prostituzione per le feste organizzate nelle residenze dell'ex capo del governo Silvio Berlusconi e per concorso in bancarotta fraudolenta dalla magistratura milanese con l'agente dello spettacolo Lele Mora, tuttora detenuto proprio per l'inchiesta sul fallimento della sua società «Lm management» che per anni ha gestito l'immagine di numerosi personaggi dello spettacolo. E, si è scoperto poi, serviva a reclutare le ragazze da portare ad Arcore e a Villa Certosa.
La segnalazione è arrivata in Italia alla fine dello scorso gennaio. A chiedere l'intervento delle autorità di controllo è stato un dipendente della banca che evidenzia un episodio risalente alla fine di dicembre, circa tre mesi fa. Nella denuncia racconta che Emilio Fede, accompagnato in macchina da un'altra persona, si è presentato presso la filiale dell'istituto di credito di Lugano con la valigetta piena di contanti, ma che è dovuto rientrare in Italia perché i responsabili della banca non hanno ritenuto opportuno accettare la somma. Una decisione presa, presumibilmente, tenendo conto dei problemi avuti in precedenza con i magistrati italiani e della necessità di fornire spiegazioni.
Nonostante le autorità svizzere abbiano sempre assicurato la massima collaborazione in ambito giudiziario, gli istituti di credito preferiscono mantenere alto il livello di riservatezza per proteggere i propri clienti. Dunque è possibile che dopo il clamore mediatico suscitato dalle vicende che hanno coinvolto Fede nei mesi scorsi abbiano deciso di respingere le sue richieste. Pur di fronte a un investimento molto alto.
La scorsa estate, dopo una richiesta di rogatoria sollecitata dai pubblici ministeri lombardi Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci era stato infatti interrogato il funzionario della Bsi di Lugano Patrick Albisetti, l'uomo che si era occupato di gestire i depositi di Mora e le richieste di contanti dello stesso Fede.
In quell'indagine il giornalista è stato accusato di aver trattenuto per sé un milione e duecentomila euro dei 2 milioni e ottocentomila che Berlusconi avrebbe fatto avere a Mora attraverso il suo tesoriere Giuseppe Spinelli. Una «cresta» che il direttore del telegiornale di Rete4 ha sempre cercato di negare, sia pur con scarso successo di essere creduto.
Albisetti aveva rivelato che nell'aprile 2010 Fede si presentò in banca e chiese di prelevare 500 mila euro, ma gliene furono consegnati soltanto 300 mila e fu costretto ad aprire un conto dove depositare gli altri 200 mila che lui avrebbe poi provveduto a ritirare dopo qualche settimana.
Quel deposito era stato denominato «Succo d'agave» e quando i pubblici ministeri gli chiesero spiegazioni su quel deposito Fede fornì una versione poco comprensibile: «Io non avrei voluto aprirlo perché per me avere un conto all'estero era un rischio e un fastidio». Qualcuno lo aveva obbligato? Ora ci sono questi altri soldi comparsi in Svizzera. Dopo aver ricevuto la segnalazione sono stati avviati i controlli sugli spostamenti del giornalista per verificare che fosse proprio lui ad aver chiesto di effettuare l'operazione, ma soprattutto per scoprire l'origine del denaro. Da chi li ha avuti? E ne ha denunciato il possesso al fisco? Chi c'era con lui in quell'auto nel viaggio da Milano a Lugano? A questi interrogativi dovranno rispondere gli investigatori delle Fiamme Gialle che poi, in caso di mancata dichiarazione, dovranno inoltrare gli atti alla magistratura per i reati di evasione fiscale e tentata esportazione di capitali all'estero visto che la somma supera la soglia consentita per la semplice segnalazione amministrativa.
In passato Emilio Fede aveva sostenuto che ad occuparsi del suo conto era una sua amante cubana che era stata incaricata di prelevare la somma e portarla in Italia. Una versione ritenuta «non credibile» dai magistrati.
Fiorenza Sarzanini



Spontanea viene una domanda: non pensate che su questo il Fattore Umano di ciascuno di noi dovrebbe consigliarci di pretendere subito e immediatamente ragguagli, conferme, smentite, prove, contro-prove, e l’applicazione della Legge come prescrive il Diritto?
E’ possibile passare sotto silenzio questo evento mentre al paese parlano di ben altro?
La notizia la considero succosa perché è avvenuto per puro caso.
Se causalità come queste cominciano a diffondersi, ci si risparmieranno tanti cortei, chiacchiere inutili, e si possono prendere delle soddisfazioni.
A dimostrazione del fatto che il Fattore Umano davvero conta.
Era stato insabbiato. Poi, qualcuno, si è irritato e l’ha passato al corriere della sera.
Se tutti cominciassero a fare il proprio dovere, questo paese si riprenderebbe subito.
E’ banale. Ma è reale.
E’elementare. Ma funziona.
Proprio perchè funziona ci tenevo a raccontarlo.

Spetta a ciascuno di noi fornire il proprio contributo per uscire fuori dal medioevo imperante.

Basta davvero molto, molto poco.


Il Fatto Quotidiano giustifica gli stupratori: è colpa delle donne che provocano. Io non giustifico Il Fatto Quotidiano.

di Sergio Di Cori Modigliani

Il togliattismo rimane una inguaribile malattia della sinistra italiana, soprattutto in campo mediatico. E’ la vera malattia infantile del mediatico sinistro. Più d’una volta –per non dire davvero troppo spesso- si scoprono articoli firmati dalla stessa persona (in questo caso femmine e maschi alla pari) che in contesti diversi sostengono opinioni addirittura opposte, non ultimo una certa personalità politica che difende la Fornero e Monti in pubblico e alla televisione, li attacca su una rivista sindacale, si astiene nel voto in direzione. Ma non è l’unica persona.

Se a questa infantile malattia inguaribile che viaggia sui binari opposti dei principii del Libero Pensiero ci aggiungiamo quello che molti hanno definito “il berlusconismo”, ovvero quella sintesi tra clientelismo/volgarità/arroganza/corruzione/disprezzo per il diritto dei singoli e per la norma costituita, ben rappresentata dal termine odiens o consenso o applausi o come vi pare, allora si ottiene il Nuovo Mostro nato nel dopo-Berlusconi.

E’ quella che io chiamo la “cultura della melassa” un gigantesco contenitore dove tutto è consentito purchè faccia cassa, purchè attiri consenso, purchè faccia provocazione, purchè aumenti le vendite, l’attenzione, la curiosità. Non ha importanza né la qualità, né tantomeno il Senso, e meno che mai la serietà dell’argomentazione, di solito piatta e precotta.

Il Fatto Quotidiano, si adatta ai tempi e ben li interpreta. Fa scrivere diversi blogger sul quotidiano on-line, pur di attirare lettori, ma alcune cosette le fa scrivere sul quotidiano cartaceo sapendo che ormai non lo legge più nessuno. In mancanza di gossip, la consueta fomentazione all’odio e soprattutto in mancanza di buone idee creative, imbarcano chi possono. Tra questi, Massimo Fini, uno scrittore che è stato il porta-bandiera di Berlusconi (prima lo era stato di Craxi) e che oggi su Il Fatto (quello online è ovvio) presenta se stesso come uno che lo ha da sempre contestato; che attacca la casta e i privilegiati cui appartiene e proviene, che ci tiene a parlare di pace e pacifismo (è autore di un libro dal titolo “Elogio della guerra” scritto qualche decennio fa quando captò la deriva verso destra e allora si gettò a capofitto in quel settore) ma che è sempre stato comodo assertore della pratica della misoginia, del disprezzo per le donne e della continua e costante denuncia dell’eccessivo potere delle donne sul maschio.

Intendiamoci, niente di male in tutto ciò, nel senso che ciascuno è libero (altrimenti che libertà sarebbe?) di esprimere la propria opinione su ciò che vuole e come vuole. Ci mette la firma, ne risponde alla propria coscienza e ai propri lettori.

Il problema, infatti, non riguarda Massimo Fini. Bensì Il Fatto Quotidiano.

Perché nella edizione online ci fa leggere il blog femminista di Lidia Ravera accanto al blog di Massimo Fini dove il giornalista si presenta come un paladino (neofita) della sinistra libertaria anti-berlusconiana (così raccatta consensi, secondo il direttore de Il Fatto) poi, invece, nella edizione cartacea, si può scatenare e rivelare la sua idea del mondo.  Così pesca sia a destra che a sinistra. Quando Massimo Fini incontra Lidia Ravera, lei gli fa i complimenti perché lui è così “politicamente corretto”, poi, quando incontra Ignazio La Russa (suo caro amico) gli fa leggere il suo articolo sul cartaceo e si pavoneggia sul suo contenuto.

Lo ripeto: niente di male in tutto ciò: l’Italia è ciò che è.

Ciò che c’è di male, è la pretesa da parte de Il Fatto Quotidiano di presentare se stesso come un giornale antagonista, di opposizione, di denuncia, ”culturalmente” da sempre contro l’idea del mondo berlusconiana. Non è così.

Appartengono allo stesso mondo.

E’ lo stesso identico approccio.

Non contano le idee, bensì il consenso.

Non è importante sostenere argomenti evolutivi, bensi provocazioni utili pur di essere visibili; la variante sinistra della logica introdotta da Vittorio Sgarbi.

E così, sul cartaceo, Massimo Fini ci spiega in questi giorni che in Italia non esiste affatto il problema della violenza sulle donne perché se le donne finiscono stuprate è perché le donne se lo sono andate a cercare. L’articolo si chiama “L’ossessione per la donna” e chi vuole se lo può andare a leggere per intero sul suo blog personale o sul cartaceo de Il Fatto. On line non lo trovate.

E su Il Fatto non troverete più neppure articoli di denuncia sull’aumento esponenziale del femicidio, sul preoccupante dato in aumento della violenza sulle donne e sulla caduta verticale della relazionalità civile evoluta tra maschio e femmina. 55 casi di femicidio dall’inizio dell’anno.

Ma il Fatto deve vendere, e allora imbarca chi gli si serve per “fare odiens”.

Come fa Michele Santoro nella sua trasmissione per gonzi nella quale invita la Santanchè, Clemente Mastella, la Gelmini, per allargare il pubblico (visto che ogni puntata perde gradimento ed è in picchiata negativa) ma insiste nel presentare se stesso come rappresentante mediatico dell’opposizione.

Opposizione a che cosa?

E’ sul comportamento che si fanno i conti, non sulle dichiarazioni ideologiche.

Santoro e Fini ancora non l’hanno capito.

Sono liberi di comportarsi come vogliono.

Ma io sono libero di argomentare e presentare la volgarità becera del loro fare.

L’articolo di Massimo Fini, in un paese come questo, giustifica la violenza sessuale sulle donne, giustifica lo stupro, e lo trovo ignobile di per sé.

Non lo avrei neppure commentato, non ritenendolo degno di notazione.

Lo faccio per far notare il livello basso del’informazione in Italia, soprattutto di testate come Il Fatto che accolgono volgari e vili reazionari berlusconiani nella propria squadra (due secondi dopo che Berlusconi è caduto) a condizione che facciano gli eroi della sinistra antagonista on line e poi sul cartaceo che scrivano pure i loro deliri misogini.

Tanto non li legge nessuno.

Qualche donna, sì.

E si è giustamente indignata.

Il Fatto Quotidiano dovrebbe vergognarsi di veicolare idee del genere.

Così come si dovrebbero vergognare tutti i complici di Massimo Fini.

Come Sandra Amurri e Lidia Ravera, tanto per fare un esempio.

Massimo Fini sostiene che sono sue amicone e colleghe con le quali c’è una reciproca stima.

Loro presentano se stesse come interpreti della società giusta e libertaria paladine dei diritti delle donne..

Peccato che la loro testata legittimi gli stupratori.

E offenda, sapendo ciò che sta facendo, il diritto civile delle donne italiane.

Quindi, come la mettono?

Chi giustifica lo stupro sessuale delle donne è un criminale o un deficiente.

I giornalisti de Il Fatto Quotidiano possono scegliere a quale delle due categorie appartenere.

Non potranno mai dire “ma io non sapevo”.

Che scelgano da che parte stare.

E che lo dicano forte prendendo posizione.

Siamo stanchi del doppiogiochismo togliattiano, della furbizia berlusconiana, della caccia al consenso e all’applauso. Siamo davvero stufi.

C’è bisogno di decenza.

Consentendo e approvando la pubblicazione di un articolo che giustifica lo stupro, Il Fatto Quotidiano identifica se stesso come “una testata indecente”.

E chi ci scrive, se non protesta, ne diventa complice.

Valeva per tutti coloro che scrivevano su Libero e su Il Giornale come ci spiegava il direttore de Il Fatto un giorno sì e un giorno no (e aveva ragione) vale anche e soprattutto per lui e per tutti coloro che ci scrivono.

Dal 24 marzo 2012 sono tutti sottoscrittori del giustificazionismo degli stupratori.

Basta saperlo.

Ecco la conclusione dell’indecoroso pezzo del misogino Fini, scritto con il classico linguaggio appreso alla scuola di Emilio Fede. Si vede da dove viene.

“…..Infine, anche se il campo è minatissimo perchè attiene proprio alla libertà individuale, troppo spesso le ragazze di oggi si comportano da 'vispe terese'. Citerò, per tutti, il caso, di qualche anno fa, di tre donzelle che, sulle montagne di Abruzzo, passarono tutte sculettanti davanti a un pastore di pecore macedone che, non sapendo né leggere né scrivere, ma riconoscendo solo i propri istinti, le inchiappettò. Girare al largo dei 'pastori macedoni', pieni di alcol e coca, con i freni inibitori abbassati come le loro brache, che circolano nelle zone d'ombra intorno alle discoteche, non è pruderie moralistica, ma elementare prudenza. Altrimenti si finisce come quei due idioti che sono andati a provocare in Orissa....".

lunedì 26 marzo 2012

Berlino batte Parigi nel campo dell'arte erotica. E al Grand Palais c'è la consacrazione di Helmut Newton.


di Sergio Di Cori Modigliani

Finalmente il riconoscimento che si meritava.
A Parigi, la più grande retrospettiva di tutta la produzione dell’artista Helmut Newton.
Dall’aldilà sarà finalmente contento. Era il sogno della sua vita. Ma non riuscì mai a realizzarlo. Non fece in tempo. Su questo la Francia aveva sempre tenuto duro.
Perché quando si parlava e si parla di fotografia erotica, si diceva “Francia” e il discorso si chiudeva lì. Con l’unica eccezione di qualche immagine dello statunitense Man Ray, ma relativo agli anni in cui stava a Parigi. E solo quelli.
E’ la conclusione di una lunga battaglia culturale che la Germania vince alla grande.
Per diversi motivi.
Perchè è la prima volta che la Francia accetta e riconosce la consacrazione di un artista dell’immagine erotica che non sia francese, perchè questa mostra segnala il passaggio delle consegne da Parigi a Berlino che diventa nuovo centro propulsore e dinamico delle arti visive in Europa, perchè a Berlino c’è mercato, c’è movimento, c’è un frullare di idee, esperimenti, aperture e innovazioni. Mentre Parigi langue, come il resto d’Europa che culturalmente sonnecchia e si avvilisce. Ma soprattutto, a Berlino –come a New York lo era stato dal 1946 a oggi- circola danaro e le centinaia e centinaia di nuove gallerie d’arte nel quartiere centrale di Berlino pullulano di collezionisti desiderosi e ardenti di acquistare opere, quadri, disegni, fotografie. E sono tutte in attivo.

Perché a Berlino, l’arte fa mercato. Basterà aspettare ancora un po’ e poi ci aspettiamo anche il riconoscimento a Cheico Leidmann, anche lui tedesco, 75 anni d’età, ancora attivo e in buona salute, un grande genio dell’immagine erotica. Non a caso conosciuto e apprezzato soltanto dagli esperti e cultori del settore. Così anche come per Ronald Springer, 70 anni, superbo creatore dell’erotismo gotico, totalmente sconosciuto ai più.
Secondo David Wilckinson, critico d’arte del Los Angeles Times che lo aveva intervistato dieci giorni prima della sua morte, il fatto che la Francia non lo avesse mai riconosciuto (nonostante i salamelecchi vari) facendogli una grande mostra, lo aveva depresso e avvilito. L’ultimo tentativo era stato fatto nel 2003 ma era andato male. E così, lui si era ritirato a vivere in California. Ma un mattino, il 23 gennaio 2004, all’età di 84 anni, si era alzato, era uscito di casa, era salito sulla sua mercedes e a 150 km all’ora era andato a spiaccicarsi contro un muro.
Varrebbe la pena andare a fare un salto a Parigi soltanto per vedere la mostra di questo autentico maestro del suo genere.
Un curioso personaggio. Unico.

Helmut  Neustadter era nato a Berlino il 31 ottobre del 1920, in una ricca famiglia della borghesia ebraica intellettuale. Il padre faceva l’arredatore e costumista per il cinema e per stilisti. Era il “diverso” della famiglia. A dieci anni scappava di casa per andare con il fratello maggiore nel quartiere a luci rosse, affascinato dall’ambiente così variopinto, così diverso da quello formale della sua casa e dell’ambiente in cui viveva. A tredici anni, con i soldi risparmiati della sua paghetta si compra la sua prima macchina fotografica e scopre la passione per l’immagine stampata. A quindici anni, con enorme sconcerto della famiglia viene espulso dal liceo classico per insubordinazione, indisciplina e comportamento indecente. Il preside lo aveva scoperto mentre, nascosto sotto la scrivania nella sala dei professori, fotografava le gambe delle insegnanti. Così va a lavorare come assistente di Elsa Simon, celebre stilista dell’epoca, meglio nota con il nome di Yva. Ma di lì a breve iniziano le persecuzioni degli ebrei. La Simon viene arrestata e deportata in un lager dove poi morirà in una camera a gas. La famiglia capisce l’antifona e decide di fuggire dalla Germania andando in Argentina. Lui, invece, si fa dare la sua quota parte e decide di partire da solo, a diciotto anni. Per conto suo. “Alla ricerca di un destino”.
E così alla fine di ottobre del 1938, poco dopo il suo compleanno, arriva a Trieste con qualche indirizzo di amici del padre attivi nel campo dell’industria tessile. Ma in Italia gli spiegano che stanno per varare le leggi razziali e così Helmut, grazie all’aiuto di Tommaso Malcangi, un imprenditore triestino, acquista un passaporto falso. Si inventa un cognome.
Nasce così, Helmut Newton, a quei tempi, di professione profugo.
Acquista un biglietto sulla nave “Il conte rosso” che va in estremo oriente e riesce a partire due giorni prima della promulgazione ufficiale delle leggi razziali. Sbarca a Singapore dove trova lavoro nel quotidiano locale “Singapore Strait Times” come fotoreporter. Si guadagna da vivere facendo il fotografo di matrimoni, finchè una sera l’incontro che cambia il suo destino. Assunto come fotografo teatrale, lo mandano a fare degli scatti presso un teatro sperimentale nei sobborghi di Singapore dove incontra un’attrice australiana, June Browne, nome d’arte Alice Springs, figlia di un generale, fuggita di casa per fare l’attrice. June è piccolina di statura, minuta, ma dotata di “una furibonda carica erotica”. Helmut si innamora di lei. E così nel 1940 a vent'anni, la sposa. June sarà la sua musa, la sua modella, la sua compagna, la sua consigliera, la sua agente, la sua manager, la sua complice, ma soprattutto la sua fedele compagna per 64 anni della sua vita ininterrottamente. Vanno in visita alla famiglia di lei a Canberra, in Australia dove Helmut riesce attraverso le conoscenze di suo suocero a localizzare la sua famiglia, in Patagonia, dove sono riusciti ad arrivare illesi. Per compiacere la sua giovane moglie, rabbonire i parenti e conquistarne i favori (godendo quindi del loro appannaggio) Helmut va volontario nell’esercito australiano come artificiere e finisce al fronte in Birmania dove gli affidano il compito di reporter di guerra per il centro di documentazione del comando australiano. Ma non farà neanche uno scatto al fronte. In compenso fa le sue prime fotografie erotiche con le crocerossine sotto le tende mediche da campo che poi invia alla moglie che le risponderà entusiasta. Ma il generale non la pensa così. Per punizione viene inviato in un avamposto dove non ci sono donne, nella giungla, dove farà qualche centinaio di fotografie che poi distruggerà reclamando “la mia fiera opposizione a qualunque guerra, la mia idiosincrasia per la morte e la mia scelta di fotografare il desiderio erotico che provoca la donna”. Finita la guerra ritorna a casa ma viene a sapere che Elsa Simon, i suoi quattro nonni, e due cugine non sono riuscite a scappare e sono morti ad Auschwitz. E così, insieme alla moglie decide di ritirarsi a vivere nel deserto.
Vanno a Melbourne e acquistano un grande casale nel deserto, mettono su un orto, diventano autosufficienti. Lui si costruisce il suo studio fotografico. Indignati per ciò che è accaduto, non leggono mai i giornali e non hanno nessun rapporto con il mondo esterno se non qualche sparuto amico che li va a trovare. E così per dieci anni, Helmut vive isolato dal resto del mondo e fotografa soltanto la moglie, circa diecimila scatti. Poi, verso la fine degli anni’50 decidono di andare a fare un viaggio in Europa. Vanno a Londra nel ’57 ma rimane deluso dal conservatorismo degli inglesi e scappa via dopo un mese. Prende contatti con alcune riviste, pubblica le sue prime immagini su Playboy appena nato (terzo e quarto numero)  e invia per posta le immagini dal deserto australiano. Finchè non riceve una lettera da French Vogue che gli propone di fare un servizio di moda osè. Accetta. E così va a Parigi con June nel 1959 e si innamora della città. Comincia a lavorare per le riviste dell’epoca, Elle, Marie Claire, Harper’s Bazaar. Ma ben presto si scontra con i redattori che gli censurano le immagini, litiga con tutti, li manda a quel paese e se ne ritorna nel deserto dove resta isolato per altri cinque anni a fotografare sempre la moglie June che comincia a essere sempre più riluttante per via dell’età. Finchè, intorno al 1966 per venire incontro a un antico desiderio della moglie “vorrei vedere New York prima di diventare definitivamente vecchia” a 46 anni arriva a Manhattan, dove si deciderà il suo destino.
Nessuno lo conosce, né lui conosce chicchessia.
Comincia a frequentare gli artisti e fotografi nella New York brulicante di quegli anni. Ma non si trova bene e le sue immagini non trovano favore. Carattere piuttosto ostico si scontra con la maggior parte delle persone e si fa la fama di un ostinato ossessivo cultore dell’erotismo che, a quei tempi –contrariamente a quanto non si possa pensare oggi- è fortemente contrastato dalla società dell’epoca. Celebre il suo bigliettino autografo a Andy Warhol “caro Andy, la prego di non seguitare a scocciare mai più né il sottoscritto né mia moglie insistendo per invitarci alle sue squallide feste. Da lei ci si annoia da morire. Detesto i piccolo-borghesi, gli arrivisti, i carrieristi e tutta quella lunga teoria di servi compiacenti che lei adora. Devo aggiungere, inoltre, che non ne posso più di tutti questi froci di cui New York è piena, soprattutto casa sua; le loro moine da cicisbei alla moda mi irritano oltremisura. O si decide a invitare anche delle belle donne che possano essere d’ispirazione, oppure la pianti di invitarci. Tanto noi non verremo. Buona fortuna a lei e alla sua produzione di massa seriale per i consumatori di bocca buona e per i mercanti”.
Non lo invitano più.
E inizia ad andare dallo psicoanalista.
Si fa la fama del provocatore e cominciano a uscire alcune immagini nelle riviste underground, fortemente ostacolate dai guru cult dell’epoca per la sua predilezione per femmine di razza bianca, eleganti, dell’alta borghesia. Poi nel 1971 gli viene un infarto. I medici gli consigliano di riposare e sospendere la sua attività. La moglie June, invece, che nel frattempo segue a New York le nuove teorie del fondatore della bio-energetica Alexander Lowen (cardiologo) lo incita a gettarsi nel lavoro e a virare definitivamente verso un ostentato erotismo provocatorio per liberarsi e sfogarsi. Realizza e pubblica il suo primo libro di immagini “White women” nel 1975, che riceve soltanto stroncature da parte della critica.
Ma ormai la sua strada è segnata.
La società sta cambiando e le sue immagini cominciano a far presa. La sua prima mostra a Manhattan, all’età di 56 anni è un clamoroso flop. Su 28 immagini ne vende soltanto due. Ma una di quelle due le acquista Faye Dunaway, un’attrice di Hollywood allora molto famosa. E da lì inizia il passaparola. E le grandi riviste di moda cominciano a chiamarlo. E finalmente, verso i 60 anni, riesce a penetrare nel mercato e ad affermarsi. Il definitivo trampolino avviene dopo un incontro a New York con Gianni Versace che si innamora del suo lavoro e decide di prenderlo come “testimonial” della sua maison.
Il resto è cronaca nota.
Nel 1992, riceve a Berlino il premio “Grosses Bundesverdienskreutz” il più alto riconoscimento tedesco per un’artista dell’immagine.
E’ stato un grande maestro dell’erotismo. Ed è stato un grande maestro.
E’ stato anche il mio maestro. Ho avuto l’occasione e la fortuna e il privilegio di essere suo assistente, quando ero giovanissimo e stavo a New York a studiare. Nessuno era disposto a frequentarlo perché non conveniva. Stargli accanto non apriva nessuna porta, anzi. Ma si imparava. Perchè era una persona generosa, capace di controllare meticolosamente le immagini di giovani avidi di apprendere la tecnica, impiegando un lungo tempo con la lente di ingrandimento per controllare il risultato. E poi, impietosamente, si dilungava a lungo nello spiegare perché quelle immagini facevano schifo e non valevano nulla. Le stracciava e le buttava via. Ma aveva ragione. Andare a lezione da lui era un po’ come fare dello psicodramma. Era severo e autoritario.
Ma era, prima di tutto autorevole. Incitava a liberarsi e spiegava sempre che le immagini della donna ritratta non sono altro che la proiezione di un’idea che sta prima nella mente.
“Se non liberate la mente le vostre fotografie faranno sempre schifo. Dovete diventare prima liberi, poi educare l’occhio, e infine cominciare a scattare. Se la mente non è aperta e non è sgombra non verrà fuori nulla e chi guarda lo capisce”.
La moglie June ha accolto la sua richiesta e l’ha fatto seppellire nel cimitero ebraico tedesco di Friednau, a Berlino, accanto alla tomba della sua correligionaria Marlene Dietrich che lui amava molto. Sulla sua lapide c’è una fotografia erotica della moglie e sotto la scritta, in inglese, “Look and die, always with desire”.
Con questa mostra, finalmente si attribuisce un riconoscimento meritato a un grande artista che non ha mai tradito se stesso, non si è mai smentito e ha fatto scuola. Si è rifiutato di fare il professionista, non era per lui.
Ha cambiato una certa ottica del gusto ed è stato un grande innovatore. Dopo di lui, nulla. Al massimo abbiamo dei copisti e dei tentativi di imitazione. E’ riuscito a cogliere l’essenza del glamour e dell’erotismo in una sintesi anòmala, attribuendo al corpo della femmina un potere irresistibile.
Peccato che lui non possa partecipare alla sua mostra.
Certamente ne avrebbe dato un giudizio critico.
Nella sua ultima intervista, aveva evidenziato la sua consueta severità, applicandola a se stesso. I giorni dispari, ammise, si considerava ancora un dilettante in cerca di.
“Per fortuna gli altri giorni c’è la mia June che mi dice sempre che sono il migliore. Poverina, chissà che cosa penserà davvero quando non ci sarò più”.
Ha pensato di mettere in campo tutte le sue conoscenze ed è riuscita ad allestire la mostra di tutte le opere del marito, pretendendo ed ottenendo il diritto ad essere lei a montarla.
La mostra, infatti, è allestita da June Browne, in arte Alice Springs, la sua compagna per 64  lunghi anni.
Sarà al Grand Palais a Parigi fino al 17 giugno del 2012.


venerdì 23 marzo 2012

Un consuntivo sul governo di Mario Monti. Tutti i media mondiali d'accordo: è un disastro.

di Sergio Di COri Modigliani


Facciamo il punto della situazione.
Quattro mesi buttati via. Letteralmente.
E chissà quanta gente si è arricchita nel frattempo. I nomi non li sapremo mai.
In condizioni di emergenza, sia essa sanitaria, sociale o economica, il Tempo svolge un ruolo cruciale. Si può anche attendere a lungo al pronto soccorso se avete il piede fratturato e qualche ossa rotta. Fa male, ma vi fate forza e aspettate. Se avete avuto un infarto al miocardio, o interviene un cardiologo oppure siete fritti. Prima si interviene meglio è. Lo sanno anche i bambini.
L’Italia, alla fine di ottobre del 2011 era infartata. Non è una sorpresa.
Sapevano (sapevamo) tutti che il sultano di Arcore era il principale responsabile. Non per il fatto che fosse l’unico, per carità: era un mero strumento. In quanto capo del governo e leader di una poderosa maggioranza parlamentare pur di salvaguardare i propri interessi personali e di casta parentale, si era prestato a varare, o meglio, a non varare alcun provvedimento utile per la nazione dando un poderoso contributo all’affondamento della nazione.
Una volta che è stato defenestrato, abbiamo tirato un sospiro di sollievo e abbiamo sottoscritto tutti, chi più chi meno, un credito di fiducia al governo Monti.
Non ne ha azzeccata una. Il che vuol dire che soprattutto come “tecnici” non sanno fare il loro lavoro, sono incapaci oppure inetti oppure poco intelligenti. Comunque sia, non sono in grado di produrre nessun vantaggio per la nazione.
L’idea del governo “tecnico” è stata una furbata mediatica di stampo pubblicitario.
O meglio, avvalendosi di una prosopopea e di una arroganza degna di miglior causa, l’attuale governo in carica  è riuscito a interpretare pedissequamente gli interessi anti-nazionali di una ristretta oligarchia di squali parassiti con un dichiarato obiettivo politico. Squisitamente politico. Essenzialmente politico.
Mascherato da economicismo, tecnicismo, e una sedicente competenza tecnica eccellente, che fa da pendant a quella della mitologia precedente relativa a un Berlusconi grande imprenditore, ha irretito e imbrigliato la sinistra democratica e ha ottenuto –conti alla mano- in quattro mesi di esercizio, quattro risultati economici indiscutibili.
Gli unici. I risultati parlano da soli. Cioè, come piace a loro “parlano le cifre”.
Visto che adorano ragionare in termini contabili piatti, facciamo pure i conti.
1). Il disavanzo pubblico (l’abbassamento del quale era considerato il primo e immediato obiettivo richiesto e preteso dalla BCE) è aumentato secondo una progressione che non si registrava dal 1983. “L’austerità necessaria, le risposte effettive ed efficaci che il mio governo darà in termini di aggiustamento dei parametri economici, provocherà inevitabilmente un immediata contro-tendenza e il mostro della spesa pubblica, già dalle prossime due settimane inizierà la sua inizialmente lenta, ma sempre più progressiva e inequivocabile discesa, avviandosi verso il pareggio di bilancio che il sistema paese l’Italia raggiungerà entro il 2013, andando incontro alle richieste dell’Europa”. Mario Monti, intervista televisiva in data 2 dicembre 201. Un colossale fallimento. La spesa è aumentata.
2). La modernizzazione dell’Italia sul piano del mercato del lavoro che avrebbe dovuto mettere le basi a una immediata ripresa in termini di consumi interni, di occupazione e rilancio degli investimenti imprenditoriali “dando un sereno impulso all’economia che conta e che produce e che darà subito i primi frutti  –mi si consenta la metafora dal gusto meteorologico che qui ben si adatta al rinnovato spirito di ottimismo e di volontà condivisa dalle forze parlamentari che appoggiano il mio governo-  già questa primavera, dato che gli indici e le previsioni economiche registrano una forte reazione positiva dei mercati che annunciano il ritorno degli investimenti esteri in Italia con un apprezzamento per l’impressionante sforzo compiuto che da ogni parte si leva applaudendo i sacrifici coraggiosi che il paese sta compiendo”. Conferenza stampa in data 11 gennaio 2012. Bene. E’ arrivata la primavera. I dati, conti alla mano sono i seguenti: investimenti esteri arretrano del 35% rispetto alle previsioni fatte da Confindustria nel novembre del 2011. Il pil viene dato come previsione annuale in contrazione di 1,5% con un iniziale abbassamento dello 0,5% nel primo trimestre, il dato più negativo degli ultimi venti anni. Il consumo interno è crollato ai livelli del 1982, la richiesta di mutui alle banche si è abbassata del 32% prospettando una potenziale caduta del mercato immobiliare interno nazionale. Mario Monti è detestato in Usa e ormai dileggiato al punto tale da averlo soprannominato “Mario three hands Monti” (l’uomo del gioco delle tre carte). Gli americani sono pragmatici: danno fiducia ma poi fanno i conti e giudicano sulla base dei risultati. L’Italia è vista, oggi, come una nazione che Mario Monti sta affondando inesorabilmente.
3). “Siamo definitivamente fuori dalla crisi come avevamo preannunciato già in diverse occasioni, preannunciando la ancora lenta ma indubitabile ripresa del paese grazie all’applicazione del decreto salva-Italia e posso tranquillamente prevedere e dare un dato in anticipo; lo dico con rinnovato orgoglio: di sicuro non vedrete mai più il differenziale di spread tra i nostri bpt e i bund tedeschi aumentare perché la forbice si restringerà sempre di più ed è questione di settimane, per non dire giorni e financo forse, ore, il veloce allineamento intorno alla quota di 200 se non di meno. Solo questo dato comporta un risparmio per la nazione di circa 20/30 miliardi di euro”. Dichiarazione entusiastica rilasciata il 15 marzo 2012 con lo spread a 275 punti base (soltanto otto giorni fa). Da allora è aumentato del 22% raggiungendo la cifra di 330 con un aggravio di 32 miliardi di euro per la spesa pubblica soltanto per interessi passivi e una previsione pessimistica da parte di tutti gli economisti.
4). “Non appena varata la norma relativa alle liberalizzazioni che cambierà in maniera rivoluzionaria la storia di questo paese, ci occuperemo subito della questione relativa alle nomine della Rai che spetta, come è noto, al governo in carica”. Dichiarazione rilasciata in data 10 gennaio 2012. La norma sulle liberalizzazioni non ha liberato nulla, è passata in parlamento soltanto chiedendo la fiducia (voto contrario Lega Nord e Idv) comprese all’interno delle decisioni per le quali la ragionieria di stato ha già annunciato (come denunciato sia in parlamento che in conferenza stampa da da Antonio Di Pietro) che non esiste la copertura economico-finanziaria e quindi si sa già che il Consiglio di Stato la boccerà cancellandola. Sulla Rai, il governo ha fatto sapere che non se ne occupa.
Questa è la realtà dei fatti.
Perché, dunque, il PD ha scelto di essere complice di un suicidio annunciato?
Che cosa si nasconde dietro?
E’ vero come preannunciato dai giornali economico-finanziari inglesi nei primissimi giorni di gennaio, che tutte le aziende del gruppo Mediaset sono in rosso fisso, che Berlusconi rischia (come imprenditore) di fallire perché ha complessivamente debiti per circa 20 miliardi di euro (la politica in Italia costa e la truppa asservita mediatica si è fatta ben pagare) provocando un ennesimo terremoto finanziario, e il PD e l’Udc gli hanno garantito la tenuta condividendo quindi l’esito virtuoso del salvataggio?.
Per dirla in soldoni: il governo sta lavorando per salvare Berlusconi, visto che lui da solo non era in grado di farlo.
E’ vero che stanno facendo passare la legge che abolisce la concussione, confermeranno la depenalizzazione del falso in bilancio per aiutare i criminali e i mascalzoni, e non vareranno nessuna manovra anti-corruzione?
E’ vero che l’India preme per annunciare se stessa come grande potenza economica asiatica in aperta concorrenza con la Cina, desiderosa di far spostare investimenti italiani da Pechino a Nuova Delhi (bypassando l’Italia) che non vede l’ora di entrare tra i primi dieci paesi al mondo e punta addirittura entro il 2014 a soppiantare l’Italia spingendola addirittura fuori dal G10? Così viene presentata la situazione estera del nostro paese dai media internazionali più accreditati. The Nation (rivista conservatrice di area moderata, in Usa considerato uno strumento di informazione imprescindibile in campo di politica internazionale) definisce la politica estera del governo Monti “per gli interessi dell’Italia, senza alcun dubbio la peggiore che il paese abbia avuto dal 1940”.
E’ vero come sostiene Cofferati, ex grande dirigente sindacale, oggi euro-parlamentare che “è irrilevante e inutile tutto questo parlare dell’art.18 e tutto ciò di cui si sta parlando da 20 giorni a questa parte: è tutto fumo negli occhi. Che senso ha parlare di una legge che riguarda il lavoro se il lavoro non c’è? Parlano di una cosa che in Italia non esiste”.
E’ vero come sostiene il filosofo prof. Massimo Cacciari che “tutte queste discussioni, polemiche, strappi sull’art.18 e liti interminabili tra sindacati, governo e Confindustria, sono inutili e finiranno per non servire a nulla. L’unico aspetto utile per il paese consisteva nel garantire l’incremento della flessibilità in ingresso, diminuire le tasse agli imprenditori che assumono per rilanciare il lavoro e l’occupazione. Invece nulla. Il governo non ha fatto nulla. Non fa nulla. E non c’è neppure nessuno che glie lo chiede. Nulla. Zero assoluto”.
Ma allora, se queste persone (e ho citato dei moderati che conoscono bene la politica italiana e sono stimati) sono tutte concordi nel sostenere che la cosiddetta cura-Monti non funziona, che le sue manovre hanno peggiorato l’Italia, che per colpa di Mario Monti l’Italia peggiorerà, ci sarà più disoccupazione, meno libertà, ma soprattutto rende tutti scontenti, infelici, avviliti e incazzati, perché la sinistra democratica lo sostiene?
Come mai –e soprattutto su quali basi- la sinistra democratica italiana (e riguarda anche Nichi Vendola ovviamente) appoggia Mario Monti e il suo esecutivo che non riesce ad eseguire un bel niente?
Perché lo fanno?
Nel nome di quale principio, di quale interesse, di quale obiettivo?
Oggi, soltanto domande.
La sinistra, infatti, non risponde.
Non rispondono più. Hanno staccato la spina. Ma non dal governo Monti. L’hanno staccata rispetto al resto del paese. Tant’è vero che non rispondono. Seguitano a sostenere che Mario Monti ci salva dal baratro.
“Quale baratro?”.
Come è possibile che dei delegati politici non siano in grado neppure di rispondere a domande elementari?
Come mai la sinistra italiana ha accettato in totale passività complice la cancellazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (di cui vedete il simbolo in bacheca)Perché?

Appoggiare Mario Monti, oggi, è un suicidio per la nazione.

E chi dice che non c’è alternativa o non conosce la vita oppure è in mala fede.