venerdì 26 agosto 2011

Ecco i nomi e i dati sulla guerra di Lybia che a noi non fanno vedere. E di cui non ci parlano.



di Sergio Di Cori Modigliani

Non è facile, oggi, parlare della questione libica ai connazionali italiani.

Per non dire, quasi impossibile.

Non è facile perché l’intero sistema mediatico italiano –nessuno escluso- da apriel a oggi (e soprattutto nell’ultima settimana) ha diffuso e diramato notizie false. Semplicemente false. Di conseguenza, la maggioranza della popolazione italiana (intendo dire: tutte le persone bene e in buona fede che seguono con passione civile gli avvenimenti e si affidano alle tivvù, alle agenzie di stampa e ai quotidiani per essere informati) è convinta che

a) l’Italia ha partecipato finora soltanto con qualche bomba intelligente;

b) che l’Italia partecipa, insieme alla Nato, a una missione umanitaria bellica per imepdire che Gheddafi uccida i propri connazionali;

c) che non esistono truppe di terra della Nato;

d) che i cosidetti ribelli sono delle persone animate a spirito rivoluzionario che odiano Gheddafi perché amano la democrazia;

e) che la Lybia nel dopo Gheddafi aiuterà molto la pace nel mondo e farà gli interessi italiani;

f) e –dal 22 agosto 2011- in seguito all’intervista esclusiva rilasciata a Lucia Annunziata sulla Rai, Abdel Salem Jallud, ex numero due fuggito dalla Lybia e arrivato a Roma dove ha ottenuto asilo politico, sarebbe la personalità più indicata, per il momento, a guidare un ipotetico governo post Gheddafi di tipo democratico; confermato “ufficialmente” anche da Frattini,

g) negli ultimi tre giorni, in seguito a cruenti combattimenti a Tripoli ci sarebbero “addirittura” circa 400 morti (dati diffusi da Ansa, Agi, Rainews24, tre telegiornali rai, sky 24, tre telegiornali mediaset, televisione vaticana, il 100% dei media cartacei italiani).

Tutto ciò è falso.

Nel senso che non ha nessuna corrispondenza con la realtà oggettiva dei fatti.

Sia quelli avvenuti negli ultimi anni e negli ultimi mesi, sia quelli che stanno avvenendo in questi giorni.

Il popolo italiano è, perciò, in questo momento, paradossalmente “innocente”. E quindi giustamente assolto. Non sa nulla di ciò che accade nella realtà per il semplice motivo che non viene detto nulla di reale. Così come nel 1941, a Roma o Torino, non si sapeva che cosa fosse Auschwitz e che cosa “esattamente” stesse combinando Hitler in giro per l’Europa.

“Si sa è così, oggi, nel mondo dell’informazione globale” potrebbero sotenere alcuni.

Falso. Non è così.

E’ così soltanto in Italia.

Perché in Gran Bretagna, in Usa, in tutto il Sud America, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, in Cina, in India, nelle Filippine, in Slovenia, Finlandia, Svezia, fanno vedere altre immagini, danno altre informazioni, raccontano un’altra storia.

Soprattutto questo: tutta un’altra storia!

Tra le due versioni c’è la stessa differenza che c’è tra Shrek e Shining; al cittadino italiano fanno vedere un simpatico e amorevole asinello mentre c’è in giro uno schizofrenico con la bava alla bocca che vuole prendere a coltellate la moglie e la figlia.

Cominciamo con ordine.

1). Il punto F è il più allarmante e tragico. Una vera tragedia nazionale e la punta più bassa in assoluto mai raggiunta dal giornalismo italiano nella storia della Repubblica. L’ex presidente della Rai, Lucia Annunziata, una professionista che si picca di essere una paladina all’avanguardia nella libera informazione, ha intervistato un signore –totalmente sconosciuto per noi poveri mortali- che si chiama Abdel Salem Jallud, ufficialmente numero due del governo Gheddafi, arrivato in Italia il 19 agosto dove ha chiesto e ottenuto asilo politico. La Annunziata lo ha amorevolmente intervistato facendoci ascoltare la voce della Libia rivoluzionaria e candidandolo astutamente come il potenziale interlocutore della Lybia post-Gheddafi. Tre ore dopo l’intervista, il ministro degli esteri Franco Frattini dichiara ” che Jallud è senz’altro la personalità libica potenzialmente più idonea a essere identificato come l’interlocutore più valido a rappresentare le esigenze e i bisogni della nuova Lybia democratica”. Voglio essere chiaro e preciso. La Annunziata, la consideriamo, oggi, come una persona onesta e in buona fede. Quindi diciamo: Lucia Annunziata è una persona per bene. Da questo punto, però –è inevitabile- ne discende automaticamente un’altra definizione che fa da pendant a quella della sua dichiarata onestà. Lucia Annunziata dovrebbe essere licenziata in tronco, per giusta causa, avendo dimostrato di essere un’analfabeta dell’informazione, professionalmente situata ad un livello talmente basso da non avere avuto neppure l’esigenza minima di fare i compiti in casa, come ogni serio professionista dovrebbe fare. E’ la peggiore giornalista mai registrata nella storia della Rai. Perché, Abdel Salem Jallud, è un criminale assassino. Un orrendo essere umano che “personalmente” (nel senso con le sue grosse manone) ha ucciso centinaia di persone da quando nel lontano 1969 Gheddafi lo scelse come suo braccio destro “per la fedeltà, lealtà, ed eccezionale senso della disciplina e dell’amor di patria che sta dimostrando in questo momento” (dichiarazione resa alla stampa da Gheddafi nel 1970 nel commentare questa carica in seguito al fatto che Jallud aveva risolto una questione aperta con la famiglia del Re libico da poco deposto, strozzando tre membri della famiglia reale).. Abdul Salem Jallud sta a Gheddafi né più né meno di quanto il maresciallo Hermann Goering non stesse ad Adolf Hitler. Sconcerto, raccapriccio e malumore per Sabine Van Leuwee, sociologa, uno dei responsabili del comitato per la verifica dei crimini contro l’umanità che lavora al Tribunale Internazionale dell’Aia, la quale –lei è una esperta sulla Lybia- nel suo bel librone nero aveva già tutto il dossier su Jallud, identificato come “il numero due del regime libico” e definito “uno dei più efferati criminali mai esistiti in Africa”. Il primo ministro olandese le ha spiegato che, per il momento, non è possibile correre il rischio di un incidente diplomatico con l’Italia. Direi, un giudizio inequivocabile. La Annunziata e Frattini l’hanno presentato agli italiani gonzi come un pacioccone amante della libertà in viaggio premio in Italia. Stupratore seriale, noto per la sua caratteristica di violare “personalmente” le donne giovani nei villaggi nei quali Gheddafi aveva dato ordine di sterminare le tribù rivali quando prese il potere, ha gestito per 28 anni il comando centrale della polizia segreta libica insieme a Al Khuwaylid al Humaydi –attualmente ricercato dall’interpol- ex capo della polizia di Tripoli. Gli analisti arabi democratici lo accreditano di circa 10.000 omicidi personali. La sua figura è nota in tutto il mondo arabo e presso tutte le diplomazie del pianeta terra. E’ inoltre stato per diversi anni l’interlocutore principale di due clan della camorra nel casalese nella gestione e organizzazione del traffico di hashih di provenienza dal Marocco e nella gestione del sequestro e gestione del traffico di donne nigeriane strappate alle loro famiglie per poi mandarle a battere nelle strade delle città italiane. Uomo di “rara malvagità” è stato presentato dalla Annunziata e da Frattini come il nuovo coccolone della cosiddetta nuova Lybia. Ultima notazione: è un millantatore. In una intervista rilasciata al network arabo on line (redatto in inglese e spagnolo) Asharq Alawset, e pubblicato in data 2 giugno 2011, a firma Khaled Mahmoud, il maggiore Omar al Hariri (l’unico mlitare professionista in forze ai ribelli) ha dichiarato “ è bene che in Europa si rendano conto come stanno le cose, perché in questo momento banditi, pirati, criminali, mestatori, si presenteranno a battere cassa. C’è soltanto un interlocutore che è stato “ufficialmente” riconosciuto dalla Lege Araba e che noi riconosciamo come legittimo rappresentante delle forze di ribellione e opposizione a Gheddafi. Costui è Abdul Munim al Huni. Lui è l’unico che ha ricevuto la delega ufficiale di rappresentarci politicamente, perché è stato scelto dal comando militare delle forze ribelli. Lui e soltanto lui. Chiunque altro è un millantatore”.

In Italia non sanno neppue chi sia. Come mai? Lo si capisce occupandosi del

2). Punto C: forze terrestri della Nato in Lybia. Abdul Munim al Huni non è piaciuto ai soldati britannici e italiani che operano in Libia. Poco malleabile, non gli piace seguire ordini da stranieri. In Italia è stato sostituito da un certo Jibril, ilo quale nel pomeriggio di giovedì 25 agosto 2011 ha incontrato Silvio Berlusconi presentandosi come “presidente del consiglio del governo di transizione” ottenendo in cambio 350 milioni di euro. Nessun giornalista italiano ha spiegato ai cittadini italiani che pagano le tasse per coprire le spese di questa guerra che Jibril si è auto-eletto. Si dà il caso che il comando militare operativo delle forze ribelli non sappia neppure chi sia. E comunque non lo riconosce come un proprio rappresentante. In compenso, Jibril piace alla famiglia Bush e al Re dell’Arabia saudita e vanta ottimi rapporti personali con Cameron e Berlusconi. Come –in un pezzo di elegante, ponderato, e pertinente giornalismo eccellente (la Annunziata potrebbe chiedergli se le dà lezioni di ripetizione nel suo tempo libero)-  ha scritto –e quindi ci ha dato l’informazione- il britannico Simon Jenkins (lo trovate per chi legge inglese su guardian.com.uk) “è da aprile che sono sbarcate le truppe inglesi di terra che hanno ricevuto l’ordine di organizzare e gestire l’impianto militare delel operazioni di terra”, addirittura prima dell’inizio dei bombardamenti Nato. Insieme alla 4° brigata aereotrasportata della Royal Scottish Army, ci sono anche gli italiani,  i lagunari veneti del 16° reggimento dislocato ad Aviano e quattro brigate di paracadutisti del reparto Folgore che provengono da Pisa e da Cagliari. IN data 26 agosto 2011, alle ore 11.34 Franco Frattini ha dichiarato a una giornalista di rainews24 “non ci saranno invii di truppe di terra in Lybia; noi siamo già da lungo tempo presenti sul territorio con una presenza fisica dei nostri soldati che hanno però la funzione di istruttori, lì abbiamo istruttori”. Poiché la giornalista è cresciuta alla scuola dell’Annunziata si è ben guardata dal chiedere ragguagli in merito, della serie “scusi signor ministro: istruzioni a chi? Come? Quando? E quanti sono? Che cosa fanno “gli istruttori”? Hanno ordini di partecipare ai combattimenti oppure no? Ci risulta che vi sia uno specifico emendamento fortemente voluto dalla Lega Nord e da IDV, in data 12 maggio 2011 nel quale si specificava che mai e per nessun nmotivo l’Italia avrebbe inviato truppe di terra. Che cosa ci fanno la Folgore e i Lagunari in Lybia?”

Da cui si arriva a

3) che fa riferimento ai punti a, b, g. quelli relativi ai dati numerici della guerra in corso.

In data 25 giugno 2011 tutti sistemi di comunicazione giornalistica –nessuno escluso- operanti in Italia davano la seguente notizia: “furiosi combattimenti si starebbero svolgendo a Tripoli dove sembra che si calcolino addirittura centinaia di morti, forse 400 nelle ultime 24 ore”. Circa 1550 testate giornalistiche in Australia, Canada e Sud America (nonché cvirca 1500 telegiornali) sostengono, invece, che “nelle ultime 24 ci sarebbero circa 5.000 morti soprattutto tra i civili che porterebbero la cifra complessiva dei morti da maggio a oggi a circa 25.000/30.000 morti, di cui il 90% civili inermi”. Questo sarebbe il risultato delle cosiddette bombe intelligenti”. Manuel Freytas, nel suo blog, nel suo sito e nei suoi reportage televisivi in tutto il continente americano ci spiega che “non si tratta neppure di una guerra, si tratta di una carneficina tra civili che hanno il semaforo verde per compiere razzie, stupri, ruberie e omicidi, insieme a soldati italiani e inglesi che controllano semplicemente che i banditi non arrivino ai pozzi di petrolio”. Inoltre, Freytas ci spiega che stiamo in presenza di una totale emergenza alimentare e molto presto –nel senso di due o tre giorni- non vi sarà cibo per nessuno.
Ecco qui tra parentesi che cosa racconta
(La capital de Libia está inmersa en una verdadera carnicería humana, con caos, anarquía, incertidumbre, y sin puntos precisos de las posiciones enemigas.
Se habla de una guerra urbana sangrienta y sin parámetros, con ejecuciones, torturas y "cacerías" nocturnas de aliados civiles, tanto del gobierno como de los mercenarios. Los hospitales están colapsados por los heridos y mutilados que no alcanzan a ser atendidos.
Los muertos (como ya sucedió en Irak) permanecen horas en las calles sin ser recogidos. Ya casi no hay energía, no hay servicios esenciales, la actividad económica está paralizada, y se vaticina una catástrofe alimentaria. Las cifras de muertos y heridos en las últimas 72 horas se suman por miles, algunas hablan de 3.000 muertos y otros duplican esa cantidad.). 

Potete andare a leggervi tutto il reportage in rete, il giornalista è molto noto e famoso.
Nessun membro della Nato è intenzionato a fare arrivare i C-130 con cibo per tutti perché questo violerebbe la clausola dell’Onu e poi anche perché –questa è la tragica verità- non vi è nessuna garanzia che il cibo finisca alla popolazione, poiché non esistono comandi militari operativi, non esistono soldati. Ci sono individui che con una mitragliatrice in mano entrano nelle case della gente, uccidono i maschi, stuprano le donne e portano via tutto ciò che trovano, da vecchie suppellettili a materassi. Ciascuno risponde al proprio clan e alla propria tribù e –così raccontano i media australiani e neo-zelandesi- ci sarebbe uno scontro furioso tra il comando militare delel forze ribelli che si rifaceva al Maggiore Omar al Hariri e le truppe britanniche e italiane che hanno ricevuto ordini tassativi “di non partecipare agli scontri e far finta di niente, non essendo ufficiale né tantomeno dichiarata la presenza di soldati italo-britannici in Lybia” con l’ordine mediatico in patria di presentare la situazione come risolta per firmare contratti economici con individui che non hanno nessuna delega e hanno scelto di non intervenire in alcun modo nelle operazioni militari dentro la città di Tripoli.
Per dirla ancora più in sintesi, la nostra missione di pace, umanitaria, in verità, si è trasformata –nella REALTA’ CHE NON CI RACCONTANO- nel suo opposto.
Abbiamo scatenato l'inferno.
L’esercito britannico e italiano si fa garante di banditi, camorristi, assassini, gente disperata allo sbaraglio, che sta mettendo a ferro e fuoco una vastissima regione e invece della pacificazione ha determinato una deriva senza controllo.
Si sono piazzati intorno ai pozzi di petrolio e per il resto se ne fregano.
Cerchiamo, per un attimo, di essere pragmatici, a costo di apparire cinici, e non falsamente buonisti.
Solo un paese di imbecilli rincretiniti come il nostro poteva pensare che una guerra non fosse una guerra. Soltanto una nazione di gente narcotizzata poteva credere alle parole di Ignazio La Russa che a maggio e a giugno sosteneva in televisione “noi neppure bombardiamo, operiamo soltanto con Tornado da ricognizione usando bombe intelligenti”.
Il fatto è che finora, lo Stato ha speso circa 4 miliardi di euro e non vi è nessuna garanzia REALE che da lì si trarrà un ragno dal buco, nel senso di petrolio, gas, lavori di infrastrutture per le imprese italiane. O si manda un esercito di almeno 300 mila professionisti armati di tutto punto, con implicazioni internazionali che potrebbero essere sconvolgenti, oppure non se ne esce. Bisogna prepararsi a un salasso economico continuo.
 Il governo ci chiede sacrifici ma non c’è nessuna personalità politica che “osa” fare una interpellanza parlamentare chiedendo ragguagli su quella che potrebbe diventare la più spaventosa uscita di danaro pubblico nella nostra storia.
La verità è che, finora, stando a ciò che si apprende dai giornalisti inglesi, spagnoli, argentini, australiani, olandesi e neo zelandesi, oltre che da bloggers statunitensi, cileni e uruguayani molto ben informati, la guerra l’abbiamo persa tutti. E la stiamo perdendo tutti.
Questa è la realtà.
Bisogna abituarsi a nuovi scenari paradossali dal sapore surreale.
Bisogna apprendere a ragionare con nuove categorie.
Una di queste è la seguente “possono esserci delle guerre in cui perdono tutti e non vince nessuno”.
Così, comunque, stanno le cose.
Voi tutti, naturalmente, potete seguitare a credere a Shrek/rai o a Topolino/mediaset.
Per quello li pagano così bene i giornalisti assunti in pianta stabile. Perché dicano ciò che viene detto loro di dire e per il resto che stiano zitti.
Quantomeno per i giornalisti italiani.
Ci pensa il resto della stampa planetaria a sbugiardarli. Ogni settimana. Ogni giorno. Ogni ora.
Buon week end a tutti.
Se tra i lettori c’è qualcuno che ha meno di 10 anni o più di 65, ricordarsi di bere almeno due litri d’acqua al giorno.
Per tutti quelli che vanno dagli 11 ai 64 auguro sinceramente uno splendido week end di sbronze d’allegria.
E’ quello di cui abbiamo bisogno tutti, in Italia, oggi.
Per prepararci a un autunno che non si preannuncia né facile né tantomeno leggero.


giovedì 25 agosto 2011

Si chiama Jyrki Katainen, ha 39 anni, è democristiano. Ha detto NO alla Merkel e Sarkozy. Rischia di provocare un terremoto finanziario in tutto il mondo, domani.

di Sergio Di Cori Modigliani

Una giornataccia davvero inattesa, per Angela Merkel. E per un esterrefatto Sarkozy.

Un giovanotto di 39 anni, ex maestro di scuole elementari, questa mattina, 25 agosto 2011, ha fatto sapere alla cancelleria tedesca che “non ho nessuna intenzione di eseguire pedissequamente gli ordini della Germania e della Francia”.
Ha sbattuto giù il telefono e si è reso irreperibile perché aveva una battuta di caccia in programma, il suo sport preferito da sempre.
Ma chi è, costui? Come osa? Che cosa vuole? Come si permette?

Per impedire che si verifichi un inatteso crollo in borsa, la notizia è stata nascosta in attesa che il giovanotto torni dalla caccia. Ma nel frattempo ha già provocato quello che potrebbe essere un inatteso, sconvolgente e davvero imprevisto terremoto nel cuore dell’Europa.

Nato il 3 ottobre del 1971° a Siilinjarvi, un villaggio di cacciatori al confine con la Russia, Jyrki Katainen è il primo ministro della Finlandia. E’ stato eletto primo ministro il 22 giugno del 2011, alla guida di una coalizione mista di centro. Il suo partito è iscritto in Europa nel PPE, il Partito Popolare Europeo. A soli 33 anni è diventato leader del suo partito e poi a 34 anni Ministro delle Finanze. Nel 2009 e nel 2010 per due anni di seguito è stato eletto “miglior ministro dell’economia d’Europa”. Ha risolto tutti i problemi in patria e l’economia del suo paese va benissimo. La Finlandia, il paese che lui guida, è il più sano di tutta la zona euro.

Questa mattina, 25 agosto, dato che nessuno poteva credere che stesse accadendo ciò che invece stava accadendo, Angela Merkel in persona -essendo della stessa coalizione- lo ha chiamato a Helsinki per convincerlo. Lui ha semplicemente detto “no, non mi tiro indietro, è ora che qualcuno dia un esempio per salvare l’Europa”. La Merkel ha cercato di rabbonirlo e poi gli ha detto che lo avrebbe richiamato di lì a un’ora. “Non è possibile, ha detto lui, “sto andando a caccia: gli orsi selvaggi hanno i loro orari; richiamerò io quando sarò di ritorno”.

Il punto è il seguente: questa mattina doveva essere varato la seconda tranche del prestito alla Grecia voluta dai franco-tedeschi. La Finlandia, il 17 agosto, era stata esplicita: “noi non diamo un euro se la Grecia non dà dei beni in garanzia, visto che i greci hanno dimostrato di non essere né attendibili né affidabili. Parliamo di banche o no? Quando mai si è visto dare dei prestiti senza garanzie? Se mi danno in garanzia l'Acropoli, accetto”.
Nessuno gli aveva dato retta.
Quindi, per il momento, niente salvataggio.
E lo spread tra i bpt della Grecia e quelli tedeschi è schizzato in alto raggiungendo una cifra colossale.

Non solo.
Due ore dopo, un comunicato stampa dei loro governi ha fatto sapere che Slovenia, Slovacchia, Estonia, Olanda e Austria  (le più piccole economie della zona euro) tutte in ottima salute, hanno appoggiato il giovane finlandese, sostenendo che anche loro non tirano fuori un euro se non arrivano delle garanzie tangibili. In aggiunta, un consueto siparietto comico del nostro ghepensimì “è un mio amico, stiamo nello stesso gruppo in Europa” e si è proposto subito come salvatore. Raggiunto al cellulare d’emergenza mentre era a caccia “c’è un suo amico che deve parlarle” Jyrki Katainen ha risposto “non lo conosco, non è un mio amico, non l’ho mai visto” e non ha risposto al telefono.

L’intera operazione, quindi, è stata rimandata.
Katainen è noto per le sue enormi capacità di mediazione, non è né uno sbruffone né una testa calda. “Sono semplicemente un indipendente che tiene a bada i conti dello stato e la salute del mio popolo” ha detto.
In due ore già si è trascinato dietro cinque nazioni, accerchiando “fisicamente di fatto”  Francia e Germania, le quali, allibite, si trovano davanti alla inattesa contestazione di nazioni e governi che davano per scontato fossero soltanto servi passivi che eseguono ordini senza essere neppure consultati.
Sembra un film di Frank Capra.

Va da sè che la notizia non viene diffusa da nesuna agenzia, nonostante sia stata confermata £"ufficialmente" dal governo finlandese e dagli altri cinque governi. la trovate anche in rete.
Ma non sui giornali e neppure nei telegiornali.

Il che dimostra, notizie alla mano, quanto sia sempre possibile tenere alta la propria dignità. Basta dire no quando si ricevono ordini.

Soprattutto quando non si hanno cadaveri nell’armadio come è il caso della Finlandia, e della Slovenia, della Slovacchia, dell’Olanda e dell’Austria.

Stiamo a vedere che cosa succede.


mercoledì 24 agosto 2011

Si chiama Christina Romer, è una economista importante. E' la punta di diamante della pattuglia di post keynesiani che sta al fronte per fermare i tecnocrati e i bancari del neo-liberismo selvaggio e criminale.

di Sergio Di Cori Modigliani

“L’uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di “che cosa” ha realmente vissuto e ne capisce il senso”
                                                                           Milan Kundera da “Amori ridicoli”. Praga. 1968.


Questa citazione  tratta da un romanzo, si riferisce all’approccio individualista esistenziale, e fa riferimento al rapporto che ciascuno di noi ha con l’assoluto nel tentativo di trovare un Senso Ultimo alla vita.
La Storia, che si occupa, invece, dei grandi disegni collettivi e non soltanto di quelli individuali, funziona però nello stesso identico modo. Tant’è che per comprendere una società, un popolo, un evento, è necessario leggere e studiare entrambi: i romanzieri dai quali apprendiamo gli umori, le sensazioni, le fantasie, le aspirazioni, i desideri dei singoli esseri umani; e gli storici, i quali, grazie al lungo studio dei documenti d’epoca, dell’analisi degli archivi e dei risultati ottenuti segnati dall’implacabile peso del Tempo trascorso, ci spiegano le ragioni e i motivi per cui c’è stata la rivoluzione francese, perché è crollato l’impero romano, perché è nato il protestantesimo, ecc.
Fintantochè si è immersi in quello che Joyce chiamava “il teatro quotidiano dell’incubo assurdo” è piuttosto arduo comprendere con esattezza i meccanismi che determinano la realtà e ciò che stiamo vivendo. Proprio perchè lo stiamo vivendo, ed essendo parte in causa, non abbiamo quell necessario distacco (che ha ogni storico di professione che si rispetti) per comprendere la realtà.
Esiste però una modalità di approccio, che io definisco l’approccio etico-eroico, che contraddistingue la becera passività dell’individuo-massa (condannato per definizione a bersi tutto ciò che viene comminato) e quella invece opposta, perché soggettiva e   individualista, manifestata in un’aperta dichiarazione di schieramento. A questa appartengono gli artisti nella loro modalità apocalittico-visionaria-immaginifica (vedono come stanno le cose non si sa come) e i cosiddetti spiriti illuminati: individui che si assumono la responsabilità di “guidare la Storia” per far prevalere il bene comune, il progresso, il miglioramento della condizione esistenziale collettiva, contro coloro –invece- che vogliono far prevalere un egoismo personale, di casta, di censo, di ghetto, di clan, di tribù, imponendo con la violenza e la sopraffazione la propria volontà di parte sull’esercizio della volontà collettiva. Una scelta, quella di chi si schiera apertamente, rischiosa. Anzi. Rischiosissima. Perchè non esiste la rassicurante coperta della Storia (il senno del poi, dato che gli storici cominciano a rmboccarsi le maniche e mettersi al lavoro soltanto quando gli eventi si sono già verificati), non c’è nessuna garanzia sul fatto di aver ragione e tantomeno sul fatto che la propria Ragione, per quanto nobile possa essere riesca ad avere successo con beneficio di tutti.
Sarà soltanto la Storia a deciderlo.
Perchè lo si può sapere soltanto dopo.
E’ necessario, pertanto, nei momenti in cui la Storia ci chiama, crederci. Credere, con forza, vigore, argomentazioni. Senza una grande convinzione autentica non vi sarà mai espressione e manifestazione di una volontà di azione.
Questa era una premessa.
Grazie per l’attenzione (nel caso non vi siate già stancati e seguitiate a leggere).
Veniamo adesso al punto.
E il punto è molto semplice: siamo in guerra.
Esattamente come era in Spagna nel 1936 e lo slogan no pasaràn (non ce le faranno) era allo stesso tempo un monito per tutta l’Europa che tradotto suonava pressappoco così: “se il generale Franco vince in Spagna, l’Europa finirà in vacca e in una mostruosa guerra che la distruggerà” (evento puntualmente verificatosi di lì a quattro anni).
Esattamente com’era nel 1789 in Francia dove lo slogan libertè egalitè fraternità equivaleva a dire “se l’aristocrazia riprende e impone la propria logica di privilegi di casta contro l’idea di democrazia popolare, l’Europa si fermerà, si spegnerà e non progredirà”.
Oggi, 24 agosto 2011, non c’è nessuna possibilità matematica di sapere se siamo alla vigilia di una gigantesca rivoluzione planetaria, progressista e progressiva, come fu senz’alcun dubbio quella francese, oppure siamo alla vigilia di una immane catastrofe che produrrà soltanto fame, distruzione, e una estensione di povertà in Occidente quale non si verificava da almeno 500 anni. Lo sapremo soltanto dopo.
Nel frattempo, però, è bene schierarsi con convinzione e fare la propria puntata.
E’ ciò che stanno facendo, con dichiarata e aperta consapevolezza, diversi (per nostra fortuna sempre di più) economisti statunitensi, francesi, sudamericani, di grande livello, dotati di enorme competenza tecnica, di svariati successi alle spalle, ma soprattutto consapevoli che si è in guerra.
Questa signora la cui immagine vedete in bacheca e che potrebbe far pensare a una simpatica massaia delle pianure dell’Arkansas, Christina Romer, nata il 25 dicembre del 1957, è una eccellente economista, con tre  successi eccezionali (e un tragico fallimento) alle spalle, la quale, durante un talk show televisivo americano sul network ABC, circa una settimana fa, sapendo di avere una platea di telespettatori di circa 50 milioni di persone (ha battuto infatti ogni record di odiens televisivo) ha dichiarato “Siamo in guerra. E’ una guerra aperta, dichiarata, frontale. E’ la guerra dei neo-liberisti selvaggi planetari, sostenuti dalla destra più retriva in rappresentanza del capitale bancario privato che sta affondando i loro micidiali colpi nel tentativo di espoliare definitivamente la classe media, vera spina dorsale dell’economia statunitense, e baluardo storico nella produzione di ricchezza collettiva, per costruire un medioevo dittatoriale che ci fa dire con tranquillità che il comunismo sovietico di Breznev era, in paragone, un simpatico esperimento sociale divertente. Lo scenario della battaglia in corso era, per lo più, l’Europa: adesso si è esteso anche qui da noi. O la gente lo capisce e si rimbocca le maniche, o non lo capisce. Se non lo capisce vuol dire che è in malafede oppure è masochista. Oppure nessuno li informa. E’ il vantaggio –magari ancora per poco- di una grande democrazia liberale come quella che abbiamo fondato e difeso e salvaguardato in Usa nei secoli: c’è ancora spazio per dire, spiegare, informare. E’ ciò che noi economisti stiamo tentando di fare, disperatamente, prima che la guerra si concluda con una sconfitta planetaria delle persone per bene che lavorano”.
In seguito a questa presentazione così chiara e precisa, l’indice di ascolto è schizzato verso l’alto e si è aperto un furioso dibattito, com’era prevedibile è stata immediatamente attaccata dai neo-liberisti del tea party che l’hanno accusata di parlare come una comunista assoldata (non si sa da chi). Essendo Christina Romer, ordinario di Economia Politica e Pianificazione Economica delle Nazioni all’Università di Berkeley, essendo stata, inoltre, consulente personale del presidente Obama dal 2007 al 2009 gestendo e risolvendo la crisi economica di allora, (nonché autrice di un programma politico, datato gennaio 2009, dove si prevedeva al millesimo l’attuale crisi finanziaria e del lavoro, in cui presentava analisi e medicine) ha immediatamente avuto anche il supporto di un numero molto alto di sofisticate menti pensanti, di quelle che contano, perché si tratta di famosi multi-miliardari mega ricchi statunitensi, vissuti e cresciuti nell’anti-comunismo militante..
“Oggi” ha risposto la Romer “sostenere, come io faccio, di essere l’orgogliosa interprete e modesta, modestissima, erede del pensiero di Keynes, rivisitato e applicato alle necessità del capitalismo globale, viene identificato dai pirati criminali al comando delle grandi banche private, veri e propri bastardi, che sono accecati dall’avidità di casta e dall’accidia faziosa anti-democratica, come una dichiarazione di appartenenza a una guerriglia  comunista. E’ esattamente l’opposto: sto cercando di dare un contributo al salvataggio del capitalismo, e ritengo di avere il diritto/dovere di spiegare agli americani con molta chiarezza come stanno le cose, denunciando le falsificazioni operate dai media costantemente, perché siamo in guerra e guerra sia. Questa non è una crisi economica. I termini recessione, contrazione, addirittura “depressione economica” la cui sola evocazione ci riempie di sgomento, non sono utili né bastevoli per spiegare come stanno le cose. Se si afferma e vince il disegno del gruppo di tecnocrati sorretti politicamente dall’estrema destra planetaria in funzione anti-democratica non ci sarà più sviluppo. In realtà, la destra ha volutamente radicalizzato lo scontro perché intende prendere il potere politico a livello planetario. Siamo in una guerra tra capitale e lavoro. Il che è una follia. Perderanno entrambi. Il capitalismo funziona solo e soltanto quando produce lavoro e quindi ricchezza collettiva e consumo di massa e investimenti strategici”.
L’intervista, che in teoria doveva essere un normale e sonnolento dibattito sulla crisi economica attuale, si è trasformata ben presto –in seguito al tam tam di centinaia di migliaia di bloggers- in un gigantesco forum al quale hanno partecipato decine di milioni di persone, con la novità del fatto che vengono usate categorie inedite e valenti economisti –sorretti da pluridecorati capitalisti multi-miliardari- sono scesi in campo ad appoggiare le ipotesi di questo gruppo di economisti democratici (ma da noi non esistono?) che sostengono ESATTAMENTE LA TESI OPPOSTA portata avanti dalla BCE, dall’intera truppa mediatica italiana e dai governi di Francia, Germania e GB, le uniche tre nazioni che contano nel vecchio continente.
“Spingere le nazioni europee a immettere il concetto di pareggio di bilancio all’interno del propria costituzione come vogliono fare –così almeno sembra- in Spagna, Italia e Irlanda è un vero golpe e i cittadini devono essere informati. E’ un loro diritto. Così come è bene spiegare che la contrazione del debito pubblico provocherà stagnazione, mentre l’estensione del debito sovrano per stimolare l’economia farebbe di nuovo circolare moneta che dovrebbe servire a produrre le due uniche realtà di cui l’economia reale ha bisogno oggi: lavoro e merci.-Le banche private tengono in pugno i governi ricattandoli perché hanno come obiettivo quello di de-industrrializzare il pianeta spostando gli indici economici dai settori manifatturieri a quelli finanziari, il che vuol dire sostituire le merci con la carta straccia, il che vuol dire sostituire il lavoro con la rendita: una castatrofe per l’economia. Ma lo è anche per la psicologia. In tal modo si spingono individui e popoli a diffondere l’idea che la ricchezza non la si costruisce attraverso l’uso, l’applicazione e l’esercizio del lavoro, bensi’ attraverso l’uso furbo e abile di quotidiane transazioni finanziarie legate a oscillazioni. E’ un abbassamento anche di prospettiva intellettuale. Si spingono individui e nazioni a rinunciare alle strategie di mercato per cercare, invece, come vere e proprie cavallette i campi dove lanciarsi per capitalizzare subito finanza immediata da re-investire subito in qualche altra piazza finanziaria mondiale. Per non parlare del fatto che, quando passano le cavallette dei finanzieri neo-liberisti selvaggi, molto spesso –per non dire quasi sempre- lasciano intere nazioni a secco”.
I due grandi successi e veri e propri fiori all’occhiello di Christina Romer sono quelli ottenuti nel 2004 e nel 2007. Parlano le cifre. Nel 2004, infatti,  venne chiamata –come consulente- da una sindacalista argentina, allora all’opposizione, Christina Kirchner (attualmente presidente) per affrontare il problema economico dell’Argentina, crollata sotto il peso dell’attacco dei pirati finanziari e con un debito internazionale impossibile da pagare. La Romer studiò la situazione e fornì le proprie medicine. Le cedettero. Le applicarono. I Kirchner vinsero le elezioni e andarono al potere, applicando una mistura –tinta di colore sudamericano per essere adeguata al territorio locale- di socialismo marxiano nella dimensione politica e di post-keynesismo nella dimensione economica. I punti erano quattro: 1). Rinegoziazione del proprio debito (era il 2004) con il FMI, valutato allora in una cifra di circa 27 miliardi di euro, dalla quale vennero depennati tutti gli interessi composti delle banche creditrici che –negli ultimi dieci anni- avevano investito nel mercato finanziario argentino “inventando” una bolla speculativa fatta di carta straccia, tra cui l’Italia in prima fila. La restituzione di tale debito, ridotto a 14 miliardi di euro, sarebbe avvenuto in cinque anni. A ogni scadenza rispettata, sarebbe stato consentito un aumento del debito pubblico a condizione che la cifra fosse stata investita in infrastrutture interne, opere pubbliche, grandi opere, il cui fine dichiarato fosse quello di produrre lavoro e occupazione. 2). Sgravi fiscali per chiunque assumesse più di dieci lavoratori disoccupati. Le nuove aliquote incassate dallo stato dovevano finire nel 50% conto cassa per pagare il debito, il restante 25% per pagare i servizi pubblici e il 25% in un investimento finanziario in bpt di nazioni come Usa, Giappone e Europa –garantiti dalla Banca Mondale- il cui reddito sarebbe finito come fondo riserva nazionale. 3). Tassa sui grandi patrimoni finanziari e tassa sulle rendite finanziare con l’optional di scelta: chi non voleva produrre merci e/o lavoro pagava un’aliquota superiore dell’80%. Chi, invece, “inventava” imprese che producevano “merci reali” (di qualunque genere, compresi i servizi e il terziario, purchè venissero esclusi tutti gli strumenti cartacei di matrice finanziaria): 4). Abolizione della moneta “austral” (legata al dollaro) –manovra imposta dal ministro del tesoro di Bush- e ritorno all’originario “peso” al cambio di 2 a 1; tragico all’inizio perché comportava la presa d’atto del decurtamento al 50% del potere d’acquisto della moneta, ma che avrebbe funzionato a lungo termine.
Risultato: in cinque anni l’Argentina è passata da una disoccupazione del 56% al 12%.
Il debito con la Banca Mondiale da 27 miliardi di euro a zero.
Per sei anni di seguito il pil annuo è aumentato al ritmo del 12% e negli ultimi due anni è sceso al 9.
Il debito pubblico è aumentato del 63% ma la ricchezza interna produttiva è aumentata del 72%.
Risultato suppletivo: nel 2008 non c’è stato nessun impatto per la crisi finanziaria. Non avevano neppure un dollaro investiti in derivati, hedge funds e altri strumenti finanziari. Avevano investito i soldi dello stato nella produzione di merci.
Secondo risultato della Romer nel 2007 quando era consulente strategico della campagna elettorale di Obama. In Ecuador, nazione allo stremo, con un debito di 3,2 miliardi di dollari, il 70% della popolazione alla fame, una disoccupazione all’ 88%. Si fa assumere dal neo-presidente Rafael Correa e propone l’applicazione dello stesso modulo argentino con una variante in più, data la situazione locale. La Repubblica del Ecuador è il più grande produttore naturale al mondo di banane –le celeberrime chiquitas-  solo che il 94% della produzione era nelle mani di quattro aziende, due statunitensi e due europee: la Del Monte e la United Fruit Company (Usa) la Nestlè e la Danone (europee).
Assunta come consulente del governo per la pianificazione economica, fa convocare una riunione con le quattro aziende ma all’incontro ci va lei, con delega. Carta bianca. Li ricatta: o si fanno latori presso la banca mondiale per far decurtare il debito, dopodiché si fanno garanti presso la banca mondiale depositando cash la cifra dovuta, sulla base del calcolo al millesimo dei profitti in percentuale che avranno sulle banane raccolte fino al 2015, oppure le quattro aziende vengono nazionalizzate e perdono tutto. Sei giorni di trattativa. Le aziende hanno accettato pagando con quote e hanno “accorpato” nel cartello una quinta azienda, per la prima volta nella storia dell’Ecuador, la ABN (Asociacion Bananeros Nacionales) un gruppo di 456 nuove aziende produttrici di banane che vantano un 20% delle quote di cartello, le cui azioni sono possedute al 50% dal ministero dell’economia e il 50% dai produttori locali (per lo più giovani strappati alla delinquenza e allo spaccio di cocaina e trasformati in contadini produttori).
Risultato: in quattro anni, la popolazione sulla soglia della povertà è stata ridotta dell’ 82%.
La disoccupazione è stata abbattuta dall’88% all’11%.
Hanno pagato tutti i loro debiti.
Per costruire infrastrutture inesistenti, cioè ospedali, scuole e strade, lo stato ha aumentato il proprio debito pubblico del 136%. In compenso la ricchezza del paese è decuplicata.
Ha inoltre risolto anche un problema alla California, non più in grado di assorbire emigrazione per via della crisi.
L’emigrazione da parte degli ecuadoriani in Usa dal 52% del 2006 è scesa allo 0% del 2010. Trovano lavoro, salario e casa nella loro terra.
Christina Romer ha spiegato e raccontato tutto ciò alla televisione americana.
“Risolvere il problema dell’America Latina è facile, sono economie piccole. Ma con gli Usa e l’Europa?” hanno contestato in molti.
Tre giorni dopo l’associazione “figli di Cristoforo Colombo”, un gruppo di imprenditori emigrati in California, tutti di origine italiana, l’hanno sollecitata a dire la sua sull’Italia, nel corso di un dibattito svoltosi nel campus della facoltà di economia dell’università di Berkeley.
Ecco le sue medicine. Anzi: la medicina. Ne ha proposta, in pratica, fondamentalmente una e soltanto una.
“Lo stato italiano, invece di piagnucolare abbindolando i propri cittadini sul debito pubblico, presentandolo come un cancro, lo aumenta e va controcorrente.. L’Italia ha un debito pubblico che si aggira intorno ai 1.950 miliardi di euro. Portarlo a 2.050 non comporta nessun aggravio SOLO E SOLTANTO SE consente il rilancio alla grande dell’economia in termini di sviluppo. L’Italia può permetterselo. Lo stato lancia un gigantesco piano di rilancio a favore delle istituzioni bancarie, le quali si faranno latori –essendo tutti inter-connessi- presso la bce. I soldi vengono dati a due condizioni: a) le banche disinvestono dalla finanza e danno mutui agevolati alle imprese che producono merci a firma made in Italy. b) possono avere accesso ai mutui agevolati soltanto le aziende che assumono almeno 10 disoccupati in età tra i 18 e i 35 anni. Quelle aziende si vedono decurtati gli oneri fiscali del 50% se assumono e per il solo fatto di assumere. C) le banche e le aziende che non intendono investire nella creazione di lavoro e nella produzione delle merci perché preferiscono investire nella finanza internazionale –sempre a rischio di attacco speculativo- vengono tassate del 50%. Così, si alzano le tasse e si abbassano le tasse allo stesso tempo. Tutte le banche italiane che hanno usufruito dell’aiuto dello stato nel 2008 (circa 45 miliardi di euro per salvarsi dalla crisi) poiché hanno investito quei soldi in finanza di carta e non in produzioni di merci, devono essere tassate subito nella serie “profitti legati a transizioni finanziarie”. Nel solo 2011 le banche italiane hanno perso in borsa la media del 40% del loro valore. Ma nessuno ricorda che nel 2009 hanno avuto profitti, in alcuni casi, del 150%, e nel 2010 del 60%. Che cosa facciamo? Contiamo i soldi quando le cose vanno male e non li contiamo quando vanno bene? Invece di pensare al pareggio di bilancio pensate a dare dei soldi a Sergio Marchionne, se il suo piano comporta assunzione di personale, allargamento di mercati internazionali e creazione di ricchezza collettiva per la nazione, allora vuol dire che va bene. Come mai qui tutti lo stimano, lo rispettano e lo amano e da voi tutti lo odiano?
La medicina è una e una sola: l’unica che può salvare l’economia di una nazione come l’Italia, troppo debole dinanzi al ricatto delle banche private francesi e tedesche: disinvestire dalla finanza per produrre merci: così facendo ci si sottrae alla speculazione, si crea lavoro, si produce ricchezza. Le banche vanno sotto il controllo di un mega ufficio del lavoro supra partes che controlla l’efficacia del sistema e lo fa applicare.”.
E’ l’esperienza dell’errore, tragico, compiuto nel gennaio del 2009, consulente economica del neo-presidente Obama, che la fa parlare così. “Allora, Obama, diede –dietro mio consiglio- ben 1400 miliardi di dollari in aiuto delle banche. Pensavamo che umiliati dall’esplosione della bolla finanziaria corressero ad assumere persone e creare merci. E invece si sono presi i soldi e li hanno reinvestiti in un’altra bolla finanziaria. Una vera tragedia. Per questo mi dimisi, allora. Oggi, 20 agosto 2011, lo posso dire. Siamo stati truffati. Cedemmo al ricatto delle banche private: o ci date i soldi o mandiamo a picco le borse mondiali. Abbiamo dato loro i soldi. Stanno mandando a picco le borse mondiali perché hanno reinvestito i soldi su se stessi e non nella società. Una vera tragedia. Questo è l’attuale scenario di guerra”
Questo è ciò che si dice e ciò su cui si dibatte al di là dell’Oceano Atlantico.
Anche quando si parla di noi e della nostra economia.
Mi sembrava utile ascoltare e divulgare la voce e il pensiero di una bella mente pensante, dotata di competenza tecnica specifica.
Spero lo abbiate gradito.
Auguro a tutti una bella zaffata di aria fresca.
Non dimenticate di bere sempre tanta acqua fresca.


martedì 23 agosto 2011

"Chi fa del nudo al cinema, si dia una regolata" diceva la Bellucci nell'ottobre del 2010. Da oggi, 23 agosto 2011 inizia il martellamento pubblicitario sulle sue scene hard nel film a Venezia

di Sergio Di Cori Modigliani


Monica Bellucci -nuda su Vanity Fair nel numero in edicola il 27 ottobre 2010- dichiarava allora alla stampa: « non mi spoglierò mai più, mi dispiace per i miei fans: sono una donna matura alla ricerca di ruoli di grande impegno. Anzi: considero indegno e improprio insistere su questo punto».



Si era presentata così, la Bellucci, alla fine dell’anno scorso. E non si tratta di un ripensamento, bensì di idiozia o di malafede. Aveva infatti firmato –dieci giorni primadi aver fatto quesat dichiarazione- -il contratto come protagonista del film Un Été Brûlant (Un'estate bolllente) di Philippe Garrel nel quale recita davvero poco (per nostra fortuna)  perchè la sua partecipazione al film consiste per lo più in una (giustamente) orgogliosa esibizione delle sua avvenenza fisica. E niente di più.
Questa è la tradizione del cinema italiano.
Un tempo si chiamavano “film scollacciati”, di cui l’industria cinematografica italiana era campione d’incassi nella produzione ann’70, da “Giovannona coscia lunga” a “Quel gran bel pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda” da “La preside in calore” a “La zia vogliosa”, film di serie inferiore che allora furoreggiavano per il pubblico voyeur privo di esigenze, totalmente a digiuno di cultura cinematografica.  
Questa tradizione è rimasta.
Ma c’era anche un’altra tradizione italiana. Mentre, infatti, negli anni’70 si proiettavano nei cinema questi film scollacciati, nella sala del marciapiede opposto si proiettavano i film di Luchino Visconti, Federico Fellini, Valerio Zurlini, Mario Monicelli, Pier Palo Pasolini, Vittorio de Sica, ecc.,ecc. C’era l’imbarazzo della scelta. Ed era giusto che fosse così. In realtà era una buona rappresentazione della nuova democrazia culturale:  una industria cinematografica sana e vincente –com’era allora quella italiana- produceva film di ogni genere: a ciascuno il suo pubblico. Decideva, poi, il mercato e la critica cinematografica, per lo più a firma di autentici conoscitori del cinema.
Purtroppo, questa nobile tradizione è andata persa.

Oggi, invece, il cinema europeo (con, forse, l’eccezione della GB) non è più in grado di produrre nulla di decoroso. I film più interessanti visti negli ultimi anni (per chi conosce e ama il cinema) vengono dagli Usa, dal Canada, dalla Cina, dalla Corea, dall’Argentina, da Taiwan, dal Messico, dall’Iran, dal Pakistan, dal Brasile, da Israele. Non è certo un caso che nel 1972 l’industria cinematografica italiana era al 2° posto nel mondo (eravamo imbattibili) mentre i dati del dicembre del 2010 ci vedono relegati al 47°, dopo il Belgio e prima della Finlandia.
Non esiste nessuna serie televisiva prodotta in Italia da Rai o da Mediaset negli ultimi dieci anni che abbia varcato le Alpi.
Finiamo sulle prime pagine dei giornali soltanto grazie all’abilità del chirurgo estetico della Bellucci (come ha fatto notare James Ripkey sul New York Times) la quale è finita per diventare la bandiera di una industria che non esiste più e il simbolo di ciò che oggi l’Italia, come paese fornitore di modelli culturali e simbolici, è diventato:
Di questo film se ne sta parlando molto. Ma non per i suoi contenuti.
Neppure per la bellezza delle sue scene. Neppure per l’originalità della sceneggiatura che è peraltro di una banalità avvilente.
Se ne parla perché, a Londra, le agenzie di scommesse danno vincente alla 68esima Mostra del cinema di Venezia “i film con il numero più alto di scene sessuali hot” e il film della Bellucci è al primo posto perché i bookmakers lo danno 3 a 1.
Questa è la notizia. Tutto qui.
James Mackenzie, titolare di un’agenzia ufficiale a Brighton di scommesse, da ben 38 anni, ne ha viste di tutti i colori. Lui è specializzato in cinema e festival. “Venezia non conta più nulla per ciò che riguarda il cinema” racconta “è solo pubblicità, lavoro di agenti, amanti di politici, e quindi il pubblico degli scommettitori sa che finiranno per spingere soprattutto i film piccanti. E’ già stato tutto organizzato, compresi scandali e scaldaletti del solito George Clooney che deve chiudere il 10 settembre nuovi contratti per la pubblicità in Italia e quindi va già in giro a pagare tutti perché parlino di lui, così il 5 settembre il suo cachet è più alto.. Tutto qui. Ciò che conta, oggi, è chi ha il culo più bello e chi lo fa vedere di più e come e quanto lo fa vedere. La Mostra del cinema di Venezia, per noi è questo. Ho già raccolto 240 mila euro di scommesse”.
E così, la Bellucci, che aveva invaso i telegiornali l’autunno scorso, che era comparsa per ben quattordici volte (ripeto: 14) nei talk show a dicembre, gennaio e febbraio del 2011 –quando si parlava di bunga bunga e tutti erano più o meno scandalizzati- e spiegava alle donne italiane perché “non mi spoglierò mai più davanti alla macchina da presa, perché è arrivato il momento di veicolare un altro modello di donna” oggi rappresenta l’Italia come un corpo appetibile e niente di più. Era Porta a Porta, da Bruno Vespa, il 24 febbraio 2011, dopo essere arrivata in aereo da Parigi, appena finito di girare la scena più hard del suo film che spiegava ai telespettatori perché mai più si sarebbe spogliata davanti alla macchina da presa.
Contava sul fatto che l’Italia non ha memoria.
Gli italiani non ricordano nulla.
Strano mese, quello. Due giorni dopo, il nostro ministro degli esteri, Frattini, -tutt’un’altra dimensione- ci teneva a informarci sulle potenzialità democratiche di Gheddafi. Diceva, infatti (questa volta da Gad Lerner): “Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi. E’ un nuovo modello di democrazia, da non sottovalutare. Gheddafi sta lavorando per il suo paese applicando delle novità davvero interessanti. Tutto sa seguire. Siamo in presenza di un grande leader visionario“.

Se avessimo dato retta al nostro ministro degli esteri, a quest’ora i 60 milioni di italiani sarebbero chiusi dentro un bunker nel deserto bombardati dagli aerei della Nato.
Evidentemente, anche lui, come la Bellucci, conta sul fatto che in Italia, la memoria è diventata un optional.
Come si leggeva nei romanzi della serie Urania, quarant’anni fa, descrivendo un futuro con individui beceri,malati di narcolessia, senza alcun ricordo sociale individuale o collettivo.
Viva Frattini e viva la Bellucci, quindi.
Perché questa è l’Italia che noi esportiamo.
E questo è ciò che siamo diventati.
Si dice, si confessa e si sostiene ciò che rende e fa guadagnare. Quando non rende più si sostiene il contrario sapendo che nessuno ricorda ciò che si è detto, sostenuto e confessato, qualche mese prima, qualche settimana prima, addirittura qualche giorno prima.
Non possiamo lamentarci che i mercati mondiali si siano disinnamorati del Made in Italy.
Anche Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Silvana Mangano, Mariangela Melato, Anna Magnani, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Lea Massari, Virna Lisi (e tantissime altre ancora) erano attraenti e avevano un bel corpo.
Sapevano anche recitare, però.
Un requisito, questo, che oggi, l’industria cinematografica italiana, sembra non pretendere più.
Non è un caso che i mercati mondiali, per noi, si stanno assottigliando sempre di più..
Non è colpa della speculazione. Non è colpa dei cinesi né dei tedeschi né degli ebrei né dei mussulmani né della massoneria.
E’ semplicemente colpa del fatto che non produciamo più merce di qualità.
Banale, banalissima verità.
E quindi, i mercati ci bocciano.


lunedì 22 agosto 2011

Si chiama Thylane Loubry Blondeau. Vogue la considera la nuova icona erotica e la lancia. Ha nove anni.

di Sergio Di Cori Modigliani

Quando in alcuni paesi del sud est asiatico, soprattutto in Cambogia, nelle famiglie già con prole numerosa, nascono delle femmine, la famiglia considera normale preventivare il fatto che di lì a sei o sette anni le venderanno a qualche mediatore avviandole alla prostituzione. E’ cosa nota che in quel tipo di società, questa sia una pratica diffusa e consolidata. Gli antropologi e i sociologi attribuiscono questa modalità di vita ad un fattore essenzialmente economico, determinato dalle scarse possibilità, per una femmina, di poter diventare un soggetto economicamente produttivo in sfere dell’esistenza che non contemplino l’esercizio e vendita della loro intimità sessuale. Tant’è vero che ha provocato l’enorme diffusione del cosidetto turismo sessuale, soprattutto da parte occidentale.
In Occidente non è così.

Abbiamo usi e costume diversi, e per molti di essi, intere generazioni di scienziati, intellettuali, artisti, militanti, politici, legiferatori, giuristi, sia maschi che femmine, hanno combattuto per far varare delle leggi e diffondere a livello di società di massa dei principii e dei valori che noi tutti –quantomeno da Mosca a Los Angeles, e da Oslo a Palermo- consideriamo parte integrante di quella che noi definiamo civiltà.
L’innocenza, la spensieratezza, e la salvaguardia dei diritti dei minori nel campo della sessualità è uno dei pilastri del nostro modello sociale da tutti condiviso. Per nostra fortuna, anche in presenza di crisi economiche, non esiste una pratica diffusa come in Tailandia.
Così era fino all'altro ieri. Anzi, così –in teoria- sarebbe fino al prossimo novembre.

A modificare questo trend, quest’abitudine, questo valore, questo principio, non è un gruppo di criminali albanesi, non è la mafia siciliana e non è neppure un clan della camorra. No.

E’ l’avanguardia della nostra società, è la cosiddetta “crème de la creme”, il jet set patinato che vive nel lusso, la cui esistenza viene pubblicizzata e presentata a noi lettori di gossip, acquirenti di pubblicità e telespettatori passivi, come la massima espressione di una vita ricca, spensierata, invidiabile, evoluta, caratterizzata soprattutto dalla totale mancanza di bisogno, se non quello di divertirsi.

A modificare questo trend, infatti, è il comitato di redazione di Vogue, la più esclusiva rivista d’occidente nel campo delle mode da diffondere. Complice tutte le più importanti accademie e associazioni della moda, sia alta moda che pret a porter, la cui massima responsabilità spetta a quattro nazioni (nell’ordine di importanza sulla base del loro fatturato industriale) Francia, Italia, Usa, Gran Bretagna.
Ci riferiamo qui alla “nuova moda” lanciata da Vogue che ha annunciato la nuova campagna immagine sui “trend femminili” per la stagione 2011/2012 e che riguarda anche –e soprattutto- il mercato italiano, dato che hanno già aderito importanti firme di prestigio del nostro paese.

La notizia sarebbe passata sotto silenzio –complice la totale omertà della società civile industriale sia francese che italiana- se non fosse stato per il fatto che gli statunitensi e i britannici, invece, si sono ribellati, hanno protestato, stanno dando battaglia e su questo punto hanno chiaramente detto “siamo disposti ad andare fino in fondo e combattere una vera e propria guerra costi quel che costi contro Vogue, contro la Francia e contro l’Italia, se non fanno immediatamente un passo indietro”.

Tutto ciò nasce dal fatto che Vogue Europe, ha già presentato con grande clamore la nuova “star della moda 2012”, Thylane Loubry Blondeau, considerata “una assoluta icona erotica” (così l’hanno presentata ieri l’altro a New York) la vera erede di Claudia Schiffer e di Naomi Campbell. Ma c’è un problema.

Il problema non riguarda la sua etnia, il suo credo religioso, le sue idee politiche o i suoi gusti sessuali, bensì l’anagrafe.
 Perchè la Blondeau è nata il 23 settembre del 2001, non ha neppure dieci anni.
E il servizio fotografico su Vogue la mostra che indossa un abito aderente panterato, scollatissimo, tacchi a spillo, a gambe aperte, distesa su un elegante quanto lussuosa chaise longue barocca del ‘600, in una posa volutamente molto provocante, con il chiaro intento di “offrirla alla visione dei gourmet” (l’espressione è di Vogue) come la “nuova Brigitte Bardot della società post-moderna”. Hanno anche annunciato che quattro grandi firme (di cui due italiane) faranno sfilare a novembre, a Parigi,  modelle la cui età va dai 7 ai 12 anni, sottolineando il fatto che “abbiamo deciso di metterci anche delle vecchiette nate prima del 2000” (fanno anche gli spiritosi) spiegando questa bella pensata con la motivazione che “l’economia occidentale regge e si regge, quantomeno dal 2006 a oggi, grazie ai comparti del lusso che è l’unico segmento di mercato che non ha conosciuto recessione, non ha avuto crisi e seguita ad avere enormi profitti creando ricchezza generale per tutti (????? i punti interrogativi sono del sottoscritto, ndr). Conosciamo i trend, perchè questo è il nostro lavoro, per non dire la nostra missione. Sappiamo come vivono I nostri consumatori, che cosa amano e che cosa vogliono”.
Evidentemente, Vogue contava sulla totale complicità di francesi e italiani –ai quali si sono subito aggiunti con entusiasmo sia spagnoli che greci- ormai addormentati e rincretiniti, e quindi pensavano di poter presentare questa novità anagrafica come un vezzo del jet set, buono –casomai- per acquistare ancora più pubblicità.
E invece si sono trovati davanti una reazione immediata, furiosa e furibonda, di due culture diverse da quelle ipocrite latine: britannici e statunitensi.
Ai quali si sono subito aggiunti svedesi, tedeschi, danesi, norvegesi, finlandesi (tutte etnie non cattoliche) che (così hanno dichiarato) “impediremo la diffusione di immagini come queste, bandiremo dai nostri centri commerciali la pubblicità che mostra minorenni in pose sessualmente provocanti e denunceremo all’Unesco le iniziative di Vogue, delle aziende italo-francesi, a costo di finire all’Onu”. (dichiarazione rilasciata alle ore 12 del 22 agosto a Helsinki dai responsabili della camera di commercio della moda dei paesi scandinavi in appoggio alle iniziative britannico-statunitensi).

Miss Blondeau è la figlia di Veronika Loubry, una presentatrice televisiva, e del calciatore Patrick Blondeau, astro dello Sheffield Watford. I genitori, orgogliosi, hanno dichiarato a New York di aver fatto esordire la figlia a 4 anni, “tanto tempo fa, nel 2006” nel corso della sfilata di Jean Paul Gaultier.
La reazione dei dirigenti della moda Usa e britannica è stata unanime e hanno diramato il seguente comunicato
“La sessualizzazione e l’erotizzazione dei minori è uno dei più perniciosi e pericolosi cancri della nostra società attuale. Vogue non avrebbe mai dovuto compiere un atto criminoso come questo”.
La dottoressa Emma Gray a nome del Centro di Assistenza Sociale per minori del governo britannico (British CBT &Counselling Service –www.thebritishcbtcounsellingservice.co.uk) ha dichiarato ufficialmente oggi:
Queste 15 pagine di immagini rappresentano l’antitesi opposta di ciò che l’infanzia dovrebbe essere oggi; una bambina che viene esposta in questa maniera nel mondo non è fornita di adeguati strumenti interiori per potersi salvaguardare in un ambiente dove deve servire gli interessi degli adulti intorno a lei”.
DR SOUMITRA DATTA (Consultant Child & Adolescent Psychiatrist, London Medical School) ha dichiarato “che si tratta di un gravissimo errore per non dire un vero e proprio atto di irresponsabilità sociale gravissimo proporre come modelli, ai giovani di oggi, una realtà che fa riferimento soprattutto a una vita lussuosa nella quale si incitano la bambine a rinunciare alla propria infanzia per mettersi a disposizione non come esseri umani pensanti ma come semplici bambole in carne e ossa per gli adulti che le vogliono acquistare. E’ un grave errore. Per non dire che è semplicemente disgustoso”.
Per quanto riguarda gli statunitensi, la reazione è stata di tipo diverso, molto più pragmatica e definita: Penny Nance, presidente del CWA (Concerned Women for America, una associazione femminile di donne democratiche) ha dichiarato questa mattina in una intervista radiofonica a BBC “i genitori della Blondeau dovrebbero essere denunciati e puniti per aver permesso, consentito e incitato la propria figlia di dieci anni a partecipare a un servizio fotografico così disgustoso come questo. Vanno puniti subito I genitori, che sono per lo più ricchi provenienti dale classi agiate, evidentemente ormai privi di testa e di raziocinio. Persone che non si rendono conto di ciò che fanno. Loro sono i responsabikli e vanno perseguiti. Per quanto riguarda Vogue, mi dispiace dirlo – e lo faccio con la morte nel cuore- stanno svolgendo nè più nè meno che l’ingrato compito di magnaccia al servizio dei miliardari perversi e pedofili che in tante nazioni del mondo vivono e si divertono sulle spalle della brava gente che lavora e che, stando a ciò che Vogue sostiene, aiutano la nostra economia. Meglio la fame”.

La mazzata a Vogue è venuta da Shari Miles-Cohen, direttore responsabile del programma femminile per conto della prestigiosa APA (American Psychological Association) “è un atto di violenza inconsulto spingere una bambina di dieci anni a voler diventare adulta prima del suo tempo; si tratta di una variante dello stupro, ma sempre stupro è: si ledono i diritti delle bambine alla propria innocenza. I genitori dovrebbero essere trattati come gli aguzzini nazisti a Norimberga: si tratta chiaramente di un crimine contro l’umanità. A dieci anni non si posa nude a cosce aperte sul più prestigioso giornale del pianeta, a quell’età si deve avere il diritto di giocare a casa ancora con le bambole di pezza. E se a Vogue, questo non lo capiscono, beh, il problema è loro”.

I responsabili di Vogue sostengono che gli americani e gli inglesi sono dei moralisti bacchettoni, retrogradi e parrucconi, esaltando invece italiani e spagnoli che invece hanno aderito con entusiasmo a questo programma che –secondo le loro analisi di mercato- dovrebbe aprire “enormi dimensioni di mercato ancora tutte da esplorare con la possibilità di creare ricchezza e consenso e tanti nuovi posti di lavoro”.

Vogue ha dichiarato che andrà avanti nel suo programma.

Personalmente rimango un forte sostenitore dei diritti dell’infanzia.
A mio avviso (non è il caso neppure di investire energia in sofisticate argomentazioni) quelli di Vogue si sono bevuti il cervello.

Sono pienamente d’accordo con lo sbarramento anglo-britannico.
Se le cose stanno così, sono orgoglioso di essere un “parruccone retrogrado” come sostiene Vogue.
Lasciate in pace le bambine a viversi la loro infanzia innocente.

Mamme! Non cadete in questa trappola.
Stanno per lanciare questa moda.