venerdì 15 febbraio 2013

Una nuova tangentopoli? Una replica?



di Sergio Di Cori Modigliani


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Toc toc: bussano alla porta della Storia.

Non sono d’accordo con tutti coloro che già lanciano il titolo ”la nuova tangentopoli”.
Lo trovo disadatto e incongruo rispetto all’attuale situazione nel nostro paese.
Ed è fuorviante, nonché censorio, far credere che si tratti di una replica.
E’ molto peggio.
E’ molto meglio per noi.
E’ ben altra cosa.
E’ tutta un’altra storia.
E’, per l’appunto, la manifestazione del capolinea di un processo storico.

La differenza consiste nel fatto che nel 1993 (diciamo così, tanto per capirsi) i cosiddetti poteri forti, nel prendere atto del disastroso stato di corruttela generalizzato nel quale si trovava l’Italia, quando decisero di dare il semaforo verde alla magistratura perché facesse implodere la costituzione della classe politica dirigente nel nostro paese, avevano un’opzione che consentiva di salvare il Sistema: il PCI.
In teoria, se lo meritava pure.
Il celeberrimo termine coniato da Alberto Ronchey –il fattore K- che imponeva all’Italia, in quanto paese membro della Nato, di non consentire per alcun motivo l’accesso al governo da parte dei comunisti, dato che eravamo dentro la Guerra Fredda schierati con l’occidente, era caduto automaticamente l’8 novembre del 1989, con il crollo del muro di Berlino. Da quel giorno, i dirigenti comunisti italiani condussero una lunga, abile ed estenuante trattativa per garantire (mostrare e dimostrare) al resto d’occidente che la propria candidatura alla gestione del potere in Italia fosse l’unica a disposizione, e soprattutto fosse quella vincente, assolutamente necessaria per mantenere l’operatività funzionale del sistema.
Dagli incontri di Massimo D’Alema sullo yacht Britannia a quelli tra il plenipotenziario di Goldman Sachs in Italia, Romano Prodi, con i vertici delle istituzioni europee che allora contavano, ci fu una lunga trattativa con esibizione di inappuntabili credenziali che consentirono il passaggio ufficiale del potere.
Va da sé, in salsa italiana, si intende: Silvio Berlusconi fu la spezia nazionale da appaiare ai comunisti, necessaria come rappresentanza della vecchia classe dirigente sopravvissuta (già “trasformata” nel nuovo) e a tutela degli interessi consolidati delle vecchie baronìe medioevali del privilegio e dei rentiers aristocratici, legati a doppio filo agli interessi internazionali del business sostenuto dalla criminalità organizzata nostrana.
Circa dieci anni fa, l’on. Antonio Di Pietro, con il suo caratteristico stile variopinto, in una celebre puntata di Porta a Porta, aveva raccontato la vicenda a Bruno Vespa (e al popolo italiano) spiegando come un giorno avesse ricevuto, in quanto magistrato, l’ordine di recarsi a Via delle Botteghe Oscure a Roma con una richiesta ufficiale di sequestro dei libri contabili del partito e diverse comunicazioni giudiziarie da consegnare. Vespa gli chiese “e che cosa accadde?”.
E Di Pietro: “Io arrivai a Botteghe Oscure e bussai alla porta. Nessuno mi rispose. Allora telefonai a Milano e dissi a Borrelli che era il mio superiore “signor giudice, nessuno mi ha aperto la porta” e allora il giudice mi disse: “e vabbè, torna a casa e non pensiamoci più”. E’ andata così caro Vespa: io a quella porta ho bussato, ma nessuno l’ha aperta”.
L’uscita di Di Pietro cadde nel vuoto mediatico, e lì rimase.

Oggi, vent’anni dopo, anche i sassi (intendo dire perfino i più faziosi) hanno capito che la tragedia sociale che si è consumata in questo paese è stata la furibonda delusione provata dal popolo della sinistra italiana nell’accorgersi quanto fosse falso avere presentato se stessi come alternativi, oppositivi, antagonisti a quelle forze reazionarie e retrive con le quali  è stata invece condivisa la spartizione clientelare del bene comune collettivo. I comunisti italiani, divenuti poi PDS e DS e infine PD, sono diventati l’estremo baluardo di difesa del sistema corporativo medioevale italiano. I democristiani almeno avevano al loro interno  anche correnti di dissenso forte, c’era anche un vigore fortemente democratico e popolare che davvero voleva modernizzare questo paese e che fieramente si opponeva alle vecchie e stantìe truppe cammellate del regime democristo.

Nel 1993 c’era il nuovo ordine mondiale di un patto di Yalta non ufficiale ma reale.

Oggi, non c’è. Anzi.

Noi, oggi, febbraio 2013, ci troviamo nel nodo storico che ci impone il pagamento della situazione precedente: nel 1993 crollò il comunismo per inefficienza, inefficacia, corruzione, autoritarismo, libertinismo. Vent’anni dopo, il capitalismo occidentale –modello vincente nel 1993- sopravvive ammalato di cancro perché è diventato inefficiente, inefficace, inconcludente, anti-pragmatico, non più funzionale neppure a se stesso.

Stiamo entrando, quindi, in quello che io ho definito “l’era post Maya”, ovverossia la fine di un lunghissimo percorso storico: ci attende un salto nel buio.

In Italia non esiste ricambio dirigenziale per il momento. Le forze in campo investono la loro energia e le loro risorse per puntellare un sistema che è ormai smangiucchiato dalle termiti e non ha nessuna possibilità di sopravvivere a se stesso.

Può anche essere divertente per alcuni aspetti: si tratta, infatti, di una novità.

Le notizie di oggi, infatti, sono un chiaro simbolo-termometro di questa fase e pochissimi e rari soggetti politici hanno avuto il coraggio di prenderne atto. Il povero Oscar Giannino, povero perché bravo e interessante (gli dedicai anche un post su questo blog, tempo fa) ma vive dentro una nuvola irreale; il nome della sua organizzazione “Fare- Fermare il declino” è obsoleto: appartiene a una società che già non esiste più. Non è più possibile fermare il declino dell’Italia: è già declinata. E non c’è niente da fare per metterci una pezza. L’Italia non va riformata: è un trucco demagogico di chi vuol raccattare qualche briciola prima dell’annuncio ufficiale “signori, la torta è sparita, quindi neanche le briciole ci stanno”.

L’Italia va ricostruita: è tutta un’altra cosa. E’ una rivoluzione epocale  (in questo senso il nome della lista di Ingroia è più appropriato) che sta già avvenendo, si sta già manifestando, ma di cui non arrivano gli echi a tutti perché non esiste un nemico esterno, non esiste un movimento, gruppo, partito, istituzione che è al comando della rivoluzione; non c’è nessuno che sta abbattendo il sistema.

E’ l’edificio che crolla da solo per l’eccessivo peso strutturale; si tratta di una questione che va compresa non usando le inutili categorie ideologiche destra/sinistra, ecc. Basta vederlo con la logica di un bravo ingegnere o di un saggio architetto: il peso e il sovraccarico del sistema sulla massa dei cittadini è arrivato a un punto tale per cui la massa degli schiavi non è più in grado di reggere e sopportarne il peso, quindi il sistema crolla. E non avviene neppure perché la massa è diventata consapevole e si ribella. No. Avviene perché i detentori del potere hanno sbagliato i loro calcoli, non hanno capito che il mondo stava cambiando, oppure se l’hanno capito hanno cercato di fermare il cambiamento nel timore di non riuscire a conservare ciò che avevano e quindi hanno peggiorato la situazione. I sistemi socio-politici funzionano come i meccanismo biologici: ogni specie biologica quando arriva dinanzi al punto di crisi della specie stessa ha solo e soltanto due possibilità: a) si fa prendere dal panico e lotta per sopravvivere senza sapere che così facendo finisce per scomparire; b) muta, e così facendo si evolve, diventa qualcosa d’altro e di nuovo. La nuova specie si adatta alle diverse condizioni eco-mentali e trova la forza naturale per vivere bene nella nuova realtà socio-ambientale che si è andata prefigurando. Chi non accetta la mutazione, l’evoluzione e il cambiamento, soccomberà: è una legge della biologia animale.

E noi siamo, prima di ogni altra cosa, degli animaletti.

E’ un momento epocale per tutti noi.

Non si tratta, quindi, di nuova tangentopoli: questa è l’utopia dei conservatori che  venderebbero l’anima al diavolo per poter sapere che è così. Si tratta, secondo me, di qualcosa di più profondo, radicato e davvero molto complesso che non è più possibile (né tantomeno consigliabile) eludere, altrimenti non si riuscirà ad adattarsi al nuovo.

Tanto vale, quindi, accettare la inevitabile mutazione stappando lo champagne.

La società antica più belligerante e competitiva che sia mai esistita al mondo (quella romana) non si accorse di ciò che il cristianesimo avrebbe potuto provocare alla loro stessa essenza, non vollero prendere atto che erano arrivati a un punto di crisi sistemica e che avrebbero dovuto modificarsi, evolvere, mutare. E così sono stati spazzati via, lasciandoci per fortuna una grandiosa eredità e memoria storica.
Stessa cosa sta avvenendo oggi in Europa, e soprattutto in Italia, una delle più arretrate nazioni continentali dal punto di vista culturale e civile. Siamo il paese più ricco d’Europa, la seconda nazione più industrializzata con un pil intorno ai 1.600 miliardi di euro (otto volte superiore a quello della Grecia o del Portogallo) ma siamo un paese fermo, ingessato, assolutamente privo di dinamismo, di ottimismo, di apertura verso il nuovo. Il che vuol dire la nazione che avrà più problemi nel saper riconoscere, identificare e infine prendere atto delle modificazioni  epocali che determineranno l’inevitabile processo di mutazione evolutiva.

Il web è stato un fenomenale catalizzatore, il più gigantesco boomerang sociale mai inventato sul nostro pianeta. E’ stato costruito a tavolino per portare al massimo livello possibile l’espansione globale del capitalismo aggressivo, con il dichiarato obiettivo di inondarci di merci inutili da acquistare, giochi, distrazioni e conseguente annebbiamento delle capacità pensanti; ma allo stesso tempo ha consentito l’accesso al mondo della socialità (per il momento soltanto virtuale) a quelle centinaia di milioni di schiavi –che siamo tutti noi- portatori sulle spalle del gigantesco peso del costo collettivo sociale degli stati: i veri e autentici produttori di ricchezza economica, depredata da una classe di predatori prenditori, mascherati da “imprenditori”. Silenziate da sempre, isolate, marginalizzate, queste centinaia di milioni di persone hanno cominciato a esprimersi, scambiandosi idee, progetti, notizie, informazioni. Soprattutto pensieri.
E il consueto meccanismo del potere oligarchico si è inceppato.
Grazie al loro giocattolo.
Come avvenne alla fine del ‘400, quando Gutenberg inventò i caratteri a stampa, pensando che l’avrebbero comunque scampata perché la stragrande maggioranza del mondo era analfabeta e quindi nessuno avrebbe mai potuto leggere i libri incorporando la tradizione sapienziale trasmessa nei millenni.  Trecento anni dopo, grazie a una invenzione all’inizio gestita come scambio di notizie e informazioni tra pochi eletti privilegiati, il sapere acquisito provocava e determinava la rivoluzione francese, gettando i semi di una nuova evoluzione della specie umana, basata sul riconoscimento del Diritto Civile e dell’eguaglianza tra individui e popoli.
Proprio perché analfabeti, allora, i popoli impiegarono un tempo lunghissimo, dovuto anche alle enormi difficoltà economiche e logistiche nel poter scambiare informazioni.

La vita de “l’homo electronicus”, invece, è immediata.
In tutti i sensi.
Basta scegliere di essere inter-attivi e non più soltanto passivi recettori.
Nell’attuare un nuovo sistema di comunicazione si stabilisce automaticamente la fondazione di un sistema “altro”, che si auto-alimenta ed esclude quello mainstream, il quale, giocoforza, si trova nella strabiliante situazione di non avere più la possibilità usuale di manipolazione del fruitore passivo.
In un contesto velocissimo come questo , in tempo reale,  le informazioni, le notizie, le suggestioni, le opinioni, non possono più essere analizzate, decodificate e quindi filtrate dai mediatori politici e dagli agenti pubblicitari partitici. Il cittadino, quindi, comincia a sperimentare la sensazione (per il momento puramente virtuale) di una inter-comunicazione diretta con i propri simili, che elimina la funzione dei partiti storici, per costituzione i Grandi Filtri e Mediatori nella gestione e organizzazione del consenso collettivo. Il rapporto tra il Potere e i Servi (cioè noi) viene quindi capovolto. I dettami governativi non ottengono più come risultato quello di un’accettazione passiva o di una opposizione passiva -l’opposizione è passiva in quanto filtrata da “mediatori” che è lo stesso Potere a legittimarli stabilendo se siano funzionali o meno- bensì avviene il contrario: il web e i social networks diventano l’aggregazione collettiva della somma di esigenze autentiche delle persone e quindi il messaggio (se sgradito) ritorna al mittente provocando un effetto boomerang.

E’ ciò che nella Teoria dei Mass Media viene definito democrazia diretta.

Non può essere filtrata, né ammorbidita, né ammansita.
Può soltanto essere interrotta e cancellata, come fanno in Cina e in Corea del Nord, per fare due esempi.
 Una condizione che non si può prevedere, pilotare, manipolare in anticipo, perché tutto finisce sotto la lente di ingrandimento e sotto al microscopio di chiunque, dall’idiota di turno al genio incompreso, dal frustrato invidioso al geniale intellettuale, anonimo perché timido  ma vivo e fulminante nella prontezza delle sue analisi.

Bersani, Berlusconi, Monti, Casini, Maroni, sono tutti emblemi e simboli di un mondo che già non esiste più nella realtà quotidiana dello scambio sociale. Parlano tra di loro, asserragliati dentro a un castello demodè, usando un tipo di linguaggio e una modalità di relazione che non ha più alcun riferimento con la realtà degli accadimenti, si capiscono soltanto tra di loro.

Per questo il sistema sta implodendo.

Perché la classe politica dirigente è composta da vecchi  (non anagraficamente ma culturalmente) che rappresentano istanze, modelli, simboli, progetti, ambizioni, che non corrispondono più all’immaginario collettivo della nazione.
Da noi le riforme sono impossibili perché la classe dirigente autentica (ovverossia le famiglie e i poteri che davvero contano) non vuole riformare nulla: il suo obiettivo consiste semplicemente nel mantenere le rendite di posizione e i privilegi corporativi conquistati nei secoli. L’Italia è l’unico paese in occidente in cui perfino i sindacati sono conservatori, invece di occuparsi del lavoro e dell’occupazione incitando l’imprenditoria a investire, investono la propria energia nel salvaguardare  risultati già raggiunti, applicando una logica corporativa settoriale che impedisce al mercato di essere dinamico ed espandersi.

Il sistema non funziona più neppure per se stesso, per questo implode.

Nell’agonia degli ultimi momenti della loro esistenza storica, le mummie dei partiti tentano di evocare simboli di aggregazione ideologici per agguantare un consenso  che tuttavia non sono in grado di poter ottenere, se non in maniera clientelare. Ma anche questo non funziona più. Nei momenti di crisi economica i clientes  sono i primi a essere spazzati via.

Bisogna saperlo vedere il cambiamento, perché è già iniziato.

Ed ecco la mia interpretazione sui fatti di oggi, venerdì 15 febbraio 2013.

1). Antonio Baldassarri, ex direttore finanziario di MPS, un uomo davvero potente, di quelli che contano sul serio, viene arrestato. L’aspetto clamoroso è che viene fermato mentre, pare, sta scappando via di casa con il passaporto in tasca e 1 milione di euro in contanti. Lo portano via in manette. Segno dei tempi, ma soprattutto segnale che comincia a incrinarsi il supporto MM, l’omertà di appoggio della Mafia Mentale dei funzionari di partito, quelli che per 50 anni hanno garantito alla classe dirigente politica italiana l’immunità, per il solo fatto di essere in quota PD, in quota PDL, in quota Lega Nord, ecc. Baldassarri –uomo che sa come stanno le cose- non perde tempo a chiedere aiuto. Lo sa benissimo che sta saltando tutto e quindi cerca di scappare via. Deve aver commesso qualche errore banale, del tipo: andare via senza la moglie o senza aver lasciato cash sufficiente all’amante o essersi rifiutato di fare un piacere a qualcuno che si è stizzito ed è quindi rimasto vittima di una soffiata, o (ancora più credibile) gli avversari politici hanno avvertito la finanza. Fino a tre mesi fa, avrebbe avuto l’opportunità di dileguarsi in tutta tranquillità come è avvenuto ai Riva dell’Ilva di Taranto. Il messaggio è chiaro: si salvi chi può. Stanno perdendo la testa, stanno saltando gli appoggi. Lo capiamo tutti. E così, noi cittadini diventiamo testimoni di una vera e propria guerra tra bande: i faccendieri dei diversi partiti dai roboanti nomi professionali tipo presidente di, direttore generale di, manager di, ecc.

2). Orsi, presidente di Finmeccanica, fondamentale azienda strategica italiana, viene arrestato. Ma non si rende conto della situazione, non ha davvero capito come si mettono le cose. Se ne va in galera pensando forse che ne uscirà di lì a qualche ora. Ma le ore passano e nessuno lo fa uscire. Alla fine, dopo 48 ore, in galera convoca i giornalisti e in presenza del suo legale comunica che si dimette. Un evento surreale. Uno che sta in galera annuncia che ha deciso di non fare più il presidente perché si sono dimenticati di destituirlo. Che cosa ci racconta questo evento? Ci spiega che Orsi era abituato a vivere in un sistema di lavoro dove la Legge non esiste per alcune persone, le quali sono al di sopra degli altri. Quindi, invece di fare ciò che lo statuto impone –mi risulta che per Legge le 15 aziende strategiche militari italiane non possono stare senza presidente e senza amministratore delegato per più di 24 ore ed è prevista una immediata sostituzione in casi di emergenza- Orsi non si dimette, prima che se lo portino via. Ma ciò che più conta, neppure dopo. Spera ancora. Viene scaricato da tutti e quindi alla fine capisce l’antìfona e cede.
Ecco come Il Sole 24ore dà lo spettacoloso annuncio surrealista:

Finmeccanica: Orsi si e' dimesso da presidenza e da Cda (RCO)
(Il Sole 24 Ore) - Busto Arsizio, 15 feb - Giuseppe Orsi si e' dimesso da presidente e consigliere di amministrazione di Finmeccanica. Lo ha annunciato l'avvocato Ennio Amodio al termine dell'interrogatorio di garanzia del manager, accusato di corruzione internazionale.
Fine dell’articolo.
Non viene spiegato nulla, non viene detto nulla, e l’evento viene presentato come “norma”. Non viene neppure ricordato che sta in galera e che l’annuncio è stato dato a Rebibbia. Nulla.

3). In compenso, Milano Finanza, in joint venture con Dow Jones news (l’agenzia di stampa di Wall Street che opera in Italia) pubblica on line il seguente articolo:

MF Dow Jones - News Italia
    
*B.Mps: Mussari sta rispondendo a domande Pm (fonti ufficiali)
Dowjones
(END) Dow Jones Newswires
February 15, 2013 07:43 ET (12:43 GMT)Copyright (c) 2013 MF-Dow Jones News Srl.
Fine dell’articolo.

Praticamente un avvertimento mafioso. Nessuna spiegazione, nessun commento, nessuna ipotesi.

4). Questa è una vera chicca.
Qualche giorno fa avevo scritto un articolo sulla vicenda della Banca Popolare di Spoleto che era stata commissariata. Finita la prima ispezione, il risultato si è rivelato una catastrofe per l’intera economia umbra,  marchigiana e toscana. Oggi, a Wall Street, il titolo è stato squalificato e ridotto a “titolo spazzatura”. Ecco l’articolo pubblicato dall’agenzia di stampa di Wall Street attraverso Milano Finanza on line:

B.P.Spoleto: Moody's taglia rating a Caa2

MILANO (MF-DJ)--L'agenzia di rating Moody's ha tagliato il rating di B.P.Spoleto da B3 a a Caa2, valutazione che resterà sotto osservazione vista l'incertezza sul risultato dell'amministrazione della Banca.
Il downgrade, informa una nota, segue l'intervento della Banca d'Italia, che ha messo la banca in amministrazione straordinaria, ed e' dovuto al fatto che l'attuale livello di capitale e' significativamente piu' debole rispetto al Core Tier 1 al 7,2% riportato a settembre 2012. Quindi, la probabilita' che la Banca Popolare di Spoleto avra' bisogno di un aiuto esterno nei prossimi 12 mesi, e' molto alta.
Tuttavia, la revisione potrebbe risultare in un upgrade nel caso in cui la banca sia ricapitalizzata oppure acquistata da un partner forte. com/bca
(END) Dow Jones Newswires
February 15, 2013 06:09 ET (11:09 GMT)
Neanche a dirlo neppure una parola al riguardo sulla stampa. E c’è anche una sorpresa. La notizia arriva alle 11 del mattino. Vado a controllare in borsa e vedo che il titolo, in borsa, invece di crollare va su. Aspetto un po’ e alla fine della giornata, mentre tutti i bancari perdono, l’unico ad andare al rialzo è quello della banca di Spoleto. Come mai nessuno parla di ciò che sta accadendo in questa banca? In una banca  gestita da persone che politicamente fanno riferimento a persone candidate nella lista Monti.
Perché non è l’unica. La banca di Spoleto si porta appresso delle altre associate che in questi giorni pre-elettorali vendono al miglior offerente. Intendiamoci: tutta robbetta fatta in casa; banche francesi, tedesche, inglesi, olandesi. Tutto ben controllato dalla BCE che approva, nel disperato tentativo di mettere una pezza allo sconquasso di un sistema bancario espoliato dalla corruzione politica.
Anche questo è un sintomo dell’implosione del sistema.
Non vengono più diffuse  notizie relative all’andamento delle nostre banche, perchè le “bande” dei partiti-azienda hanno deciso di rimandare il tutto a dopo le elezioni, quando faranno i conti.
E se le elezioni le perdessero tutti?
Che cosa accadrebbe?
Esperti del settore mi hanno detto: “Oh beh, allora vorrebbe dire che a dirigere le banche ci andranno esperti bancari. L’Italia, se è per questo, è piena di ottimi manager indipendenti dalla politica dei partiti, tenuti in frigo proprio perché sono indipendenti”.
Così funziona questo sistema.
O meglio: così funzionava.
Che cosa fa e che cosa dice la Associazione Bancaria Italiana?
Che cosa fa e che cosa dice Bankitalia?
Come mai sui giornali mainstream non è apparsa la notizia che il titolo della Banca Popolare di Spoleto è diventato “spazzatura”?

martedì 12 febbraio 2013

Bankitalia piomba nel centro d'Italia e commissaria la più importante banca dell'Umbria: il polmone finanziario per le piccole imprese.




di Sergio Di Cori Modigliani


Sulla realtà delle nostre banche.
Quella che i candidati non raccontano alla gente.

Minipost dedicato soprattutto a tutti i nostri concittadini che vivono, lavorano e operano nella Regione Umbria.

Una regione che, al di là della sua bellezza naturale e artistica, si è da sempre contraddistinta in Italia per la capacità imprenditoriale dei suoi abitanti e per la miriade di piccole e medie imprese, dalle industrie cartarie ai calzaturifici, dalla moda all’arredamento, dall’artigianato d’arte al turismo organizzato, e che ha sempre visto nel proprio solido sistema bancario un punto di riferimento e sostegno per poter essere vivi e competitivi nel mercato.

Proprio in Umbria ha sede una delle più antiche banche italiane operanti nel territorio, la Banca Popolare di Spoleto, per tradizione, da sempre, associata e partner di MPS.

In questa banca, qualche mese fa, c’è stato un rimescolamento del management e alla fine è stato eletto ufficialmente, in data 16 gennaio 2013, il nuovo presidente, il prof. Alberto Brandani, una vecchia volpe andreottiana dell’ala più retriva della vecchia DC, attualmente braccio destro di Pierferdinando Casini, e membro eccellente dell’Udc, uomo di finanza che fino al 2010 ricopriva l’incarico di deputato nel consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena occupandosi di micro-credito alle imprese. Non appena eletto ha immesso subito all’interno del consiglio di amministrazione Donatella Tesei, esponente di punta del PDL umbro, fortemente sponsorizzata da Renato Brunetta.

Così, il 17 gennaio scorso il più importante sito on line (Spoletoonline) dava la notizia.

BANCA POPOLARE DI SPOLETO, ALBERTO BRANDANI ELETTO NUOVO PRESIDENTE

Il professore prende il posto del dimissionario D'Atanasio. Entra in consiglio anche il sindaco di Montefalco Tesei 

articolo di Daniele Ubaldi

Il professor Alberto Brandani è il nuovo presidente della Banca Popolare di Spoleto. Colpo di scena, anche se parzialmente annunciato ieri da Spoletonline, all'interno dell'istituto di credito spoletino. Pochi minuti fa, nel corso del consiglio d'amministrazione straordinario convocato per le 10, gli amministratori della banca hanno accettato le dimissioni presentate dal presidente uscente Nazzareno D'Atanasio ed hanno eletto al suo posto il professore. Già presidente di assicurazioni, banche e società quotate in borsa, Brandani è stato per anni ai vertici del Monte dei Paschi di Siena, oltre che nel cda di Ferrovie dello Stato nonché presidente di Federtrasporto, sigla di riferimento per undici associazioni di operatori e gestori di infrastrutture aderenti a Confindustria. Il cambio al vertice dell'istituto di credito, nell'aria da tempo ma scongiurato, neanche un mese fa, dall'allora presidente Nazzareno D'Atanasio, si è consumato questa mattina nel giro di poco più di due ore. Oltre al nuovo presidente, entra a far parte del consiglio della Banca Popolare di Spoleto anche il sindaco di Montefalco Donatella Tesei, che prende il posto lasciato vacante dall'ex consigliere Gabriele Chiocci, dimessosi lo scorso settembre e non ancora sostituito, almeno fino a questa mattina. Sulla scelta di Brandani si apriranno ora, inutile nasconderlo, varie correnti di pensiero. Di sicuro c'è che un personaggio di peso come il neopresidente non arriva con l'intento di fare da "traghettatore" della Banca Popolare fino alla prossima assemblea, prevista ad aprile.
Il bello è che in conseguenza dell’affaire MPS, su specifiche indicazioni degli ispettori della BCE e su richiesta della commissione banche e finanza dell’Unione Europea, Bankitalia ha inviato i suoi ispettori presso tutte le più importanti banche affiliate a MPS, di cui la Banca Popolare di Spoleto risulta essere la più importante nel centro industriale d’Italia. Questa è una banca che nasce come cooperativa popolare avvalendosi di un azionariato di base composto da 18.000 persone, nella stragrande maggioranza piccoli imprenditori, dotato di un capitale molto solido.
Il risultato dell’ispezione è stato consegnato al governatore della Banca d’Italia in data 3 febbraio 2013.
Come ci è stato confermato direttamente dall’ufficio stampa di Bankit, lo scorso venerdì 8 febbraio 2013, alle ore 16, il governatore della Banca d’Italia ha dato disposizioni per commissariare l’istituto sequestrando tutti i libri contabili immediatamente.
Oggi, martedì 12 febbraio è stata sospesa la quotazione in borsa per eccesso al ribasso e le azioni sono state messe all’asta.
Si tratta del più importante istituto di credito dell’Italia centrale.
La situazione finanziaria che gli ispettori hanno trovato è tale da averli messi nella condizione di ordinare “immediatamente lo scioglimento dell’attuale consiglio di amministrazione e l’intero consiglio direttivo della banca umbra. Da oggi pomeriggio, 12 febbraio 2013, tre commissari straordinari nominati da Via Nazionale ( Boccolini, Brancadoro e Stabile) si sono insediati a Spoleto”. I
l presidente commissariato ha dichiarato ufficialmente che  “i commissari operano sotto la supervisione della Banca d'Italia e adotteranno tutte le misure necessarie a garantire la regolarizzazione dell'attivita' aziendale nonche' la piena tutela dei diritti dei depositanti e dei creditori sociali. La clientela potra' quindi continuare a rivolgersi agli sportelli della banca, che prosegue regolarmente la propria attivita'".
Cari concittadini umbri, non è sufficiente questo?
Che cosa faranno adesso i 18.000 azionisti della banca cooperativa? Quelli a cui MPS e il neo-presidente avevano “garantito” quaranta giorni fa che avrebbero rimesso a posto la situazione sostenendo che la “banca gode di ottima salute ed è in piena liquidità operativa”? Dove sono andati a finire i soldi?
Svegliatevi imprenditori umbri e piantatela di ballare il minuetto.
Vi hanno fatto colare a picco la più importante banca locale operante nel territorio.
Che cosa aspettate per chiedere, pretendere, ed esigere –come la Legge consente e prescrive- di essere immediatamente informati su ciò che è accaduto nella vostra banca?
Tutto qui.
Ah, dimenticavo: non è stata data notizia dai media mainstream, se non la pubblicazione del laconico lancio d’agenzia, privo di alcun commento. I grandi giornalisti della cupola mediatica, i padreterni esperti di finanza, hanno scelto di comune accordo di rimandare la divulgazione delle informazioni a dopo le elezioni.
Questo blog, invece, lo fa prima. 
Per capriccio civico.
Bisogna vigilare, informarsi, e diffondere collettivamente le notizie ufficiali per  dare ai cittadini la possibilità di poter provvedere alla salvaguardia dei propri risparmi.
Bankitalia ha fatto il proprio egregio lavoro applicando i dispositivi legali.
Per quanto riguarda il resto, ci vuole una sveglia collettiva e una reazione della cittadinanza umbra che mi auguro si manifesti quanto prima, nel loro interesse.
Dopotutto si tratta dei loro soldi, delle loro imprese, dei loro risparmi!
Oppure gli italiani sono già passati dal masochismo al martirio, per cui la gente si fa talmente abbindolare da accettare “come norma” l'idea di riparlarne dopo le elezioni? Come se non sapessimo tutti che a urne aperte -e governo fatto-  ci metteranno una pietra sopra, e nessuno indagherà più sulla scomparsa di svariate decine di milioni di euro.
Di che cosa bisogna parlare?
Più di così?

lunedì 11 febbraio 2013

Non ne può più (figuriamoci noi) e se ne va. Perchè? A quale scopo? Qual è il messaggio?



di Sergio Di Cori Modigliani


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Non è certo impresa facile parlare delle dimissioni del papa.
E’ uno di quei casi in cui la dietrologia più spicciola troverà gioco facile, e la gente più strana si sentirà autorizzata a fornire le più fantasiose interpretazioni.
La mia opinione al riguardo, quindi, anche se nasce come frutto di lunghe riflessioni e confronti con diversi amici (della vita reale) che conoscono bene lo svolgimento dell’attività religiosa, politica, finanziaria e sociale all’interno della Chiesa (perché ne fanno parte integrante) vale quanto quella di chiunque altro.
Faccio questa premessa per precisare che non sto fornendo delle notizie, delle informazioni o dei links.
E’ la mia idea personale su questa vicenda, che sintetizzata al massimo, si presenta così: si tratta del primo (non l’unico, ma certamente il primo) clamoroso avvenimento di natura politica e sociale che segna e segnala la svolta planetaria nella vita post-Maya.
E’ un evento epocale.
E come tale va trattato e preso in considerazione, senza minimizzarlo.
Una breve premessa sulla simbologia papense si rende necessaria, per spiegare le importanti funzioni che il papa assolve, dato che non tutti i papi sono uguali, così come non sono tutti uguali i leader politici, i premier di Stato, ecc.
Il Vaticano è una struttura complessa e importante, nel bene e nel male, perché dentro di sé li accoglie entrambi, il bene e il male.
Rappresenta il punto di riferimento religioso più vasto sul pianeta Terra, per centinaia di milioni di esseri umani, che vanta più di duemila anni di tradizione alle spalle; gestisce la più diffusa e gigantesca rete di protezione nel campo dell’assistenza sociale e sanitaria nel territorio a livello globale; è la più potente centrale di produzione, controllo, gestione dell’istruzione nel mondo; e per ciò che riguarda la parte amministrativa rappresenta il più ricco e diffuso consorzio finanziario privato mai esistito nel nostro pianeta: ancora oggi, lo Ior, se vuole e lo decide, con una telefonata spazza via per sempre Goldman Sachs, J.P.Morgan e Merryl Lynch tutte insieme rimanendo indenne.
Proprio perché il Vaticano –come istituzione- rappresenta formalmente la sintesi di tutti questi aspetti incrociati, è inevitabile (quanto ovvio) che contempli al proprio interno delle rappresentanze molto diverse, decisamente oppositive tra di loro. Nei momenti topici della Storia, queste opposizioni vengono catalizzate e diventano apertamente antagoniste. Se il momento topico è anche il punto di incrocio di una crisi sistemica, allora questo antagonismo diventa una vera e propria guerra tra le diverse anime che compongono la struttura del Vaticano.
Noi ci troviamo in uno di quei momenti.
Tanto più essendo l’Italia il paese cattolico più importante del mondo, in quanto centro nevralgico e mediatore di tutte le diverse componenti in gioco.
Papa Ratzinger è prima di tutto un poderoso teologo, un grande intellettuale.
La sua elezione è stata accolta dai gestori della Chiesa come necessaria, per mettere una pezza allo sconvolgimento provocato dal suo predecessore Karol Woytyla, l’uomo che ha completamente scardinato il Senso della Chiesa Cattolica Romana, l’ha letteralmente strappata via dal suo humus spirituale e credente immettendola in un corridoio mondano, dal punto di vista squisitamente teologico “deturpando le fattezze della Chiesa” e abbassando e riducendo il livello di scambio e confronto a una consorteria di faccendieri diplomatici al servizio di agenti segreti. Papa Giovanni Paolo II era un uomo motivato dall’odio furioso, un odio doppio: quello per il comunismo e quello per i russi, da bravo polacco,  Woytyla è stato un grande guerriero mondano politico, il migliore generale a disposizione della Cia nel combattere la guerra fredda. E per raggiungere il proprio obiettivo ha completamente squilibrato e sbilanciato l’asse di mediazione della Chiesa.

Quando Woytyla muore, la Chiesa è in ginocchio, a un millimetro dalla sua dissoluzione.
Ormai completamente priva di una qualsivoglia funzione spirituale, è diventato il punto di incontro di consorterie internazionali di loschi affaristi dediti soltanto alla speculazione e alla corruzione. Ma all’interno della Chiesa si scatena una lotta furibonda, tra “spiritualisti” e “mondano-affaristi”, rappresentati entrambi da una parte dal cardinale Bergoglio, incline alle politiche sociali (arcivescovo di Buenos Aires e grande accusatore spirituale e politico dei crimini del generale Videla in Argentina) e dall’altra dal cardinale Bertone, vicino all’opus dei, il punto di riferimento dell’attuale classe politica dirigente italiana. Il conclave sceglie un uomo “terzo” ed eleggono Ratzinger, di cui è stata sottovalutata la vis spirituale. Inizia così il suo pontificato, con il dichiarato intento di abbandonare la strada mondana imposta dal suo predecessore e riportare la Chiesa nel suo ambito di evangelizzazione, di recupero della spiritualità di matrice teologica, a scapito di quella mondano-finanziaria.
E dentro la Chiesa, le due fazioni si scontrano.
Papa Ratzinger interpreta se stesso e il proprio ruolo come l’immagine di un traghettatore, colui che deve salvare la Chiesa prima di tutto come centro spirituale, per poi passare il bastone del comando a un giovane “guerriero spirituale” con il preciso compito di avviare un gigantesco repulisti interno, aprendosi a delle forti innovazioni rivoluzionarie per la Chiesa, anche estreme, come il matrimonio per i preti, la scomunica ufficiale per i pedofili, la denuncia –con adeguata documentazione- dei nefasti grovigli della speculazione finanziaria internazionale. Il discorso del papa il 1 gennaio 2013 segna e segnala la svolta definitiva, quando Ratzinger accusa, denuncia e sconfessa le politiche dell’austerità e del rigore volute in Europa cercando di spingere la Chiesa a un recupero della sua funzione sociale.
Le sue dimissioni, quindi, rappresentano una necessaria accelerazione di un piano preordinato all’atto della sua elezione, in conseguenza della radicalizzazione dello scontro in Europa e il peggioramento della situazione nel continente che può anche far prefigurare il rischio di pericolosi quanto sanguinosi conflitti sociali, a quel punto insanabili.

Da notare, in aggiunta, due elementi, da non sottovalutare:
1). E’ la prima volta che in Italia si svolge una elezione politica senza che il vaticano possa partecipare “ufficialmente” in maniera attiva; da oggi, infatti, nessun cardinale né vescovo sarà autorizzato a sostenere questo o quel partito, questa o quella linea, essendo loro vacanti.
2). Il riferimento al precedente, avvenuto alla fine del ‘200, con Celestino V, in un momento fondamentale della Storia d’Europa, quando era in corso una lotta furibonda tra i regnanti francesi e quelli spagnoli per il controllo del territorio e delle risorse alimentari e finanziarie dell’epoca. Il 13 dicembre del 1294, viene emessa una bolla papale che recita così:  « Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. ».
Il riferimento anche linguistico a quella bolla è fin troppo chiaro, a dimostrazione di come (ahinoi) l’attuale vita post-moderna europea non sia poi tanto diversa da quella medioevale. Quando elessero Celestino V il conclave venne sospeso perché arrivò una epidemia di peste che uccise due cardinali del concistoro. L’elezione venne rimandata di un anno e infine venne eletto nel luglio del 1294 un monaco benedettino, Pietro da Morrone, che viveva ritirato dal mondo, dedito alla meditazione e alla preghiera, un individuo al di fuori delle lotte faziose per il potere di Roma. Venne eletto proprio per questo motivo. Celestino V non riesce a soddisfare le esigenze politiche di chi seguiva, all’interno della Chiesa, le esigenze dei re europei per il controllo del territorio in Italia: erano in gioco il possesso della Sicilia, della Sardegna, del Regno di Napoli e della Calabria. E così si dimise dopo aver ammonito i cardinali sul tragico errore nell’aver abbandonato la strada della spiritualità. Così lo racconta il grande storico belga Henry Pirenne nella sua monumentale Storia d’Europa:
Undici giorni dopo le sue dimissioni infatti, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII. Caetani, che aveva aiutato Celestino V nel suo intento di dimettersi, temendo uno scisma da parte dei cardinali filo-francesi a lui contrari mediante la rimessa in trono di Celestino, diede disposizioni affinché l'anziano monaco fosse messo sotto controllo, per evitare un rapimento da parte dei suoi nemici. Celestino, venuto a conoscenza della decisione del nuovo papa grazie ad alcuni tra i suoi fedeli cardinali da lui precedentemente nominati, tentò una fuga verso oriente fuggendo da San Germano per raggiungere la sua cella sul Morrone e poi Vieste sul Gargano, per tentare l'imbarco per la Grecia, ma il 16 maggio 1295 fu catturato presso Santa Maria di Merino da Guglielmo Stendardo II, connestabile del regno di Napoli, figlio del celebre Guglielmo Stendardo, detto "Uomo di Sangue". Celestino tentò invano ancora una volta di farsi ascoltare dal Caetani chiedendo di lasciarlo partire, ma il Caetani restò fermo sulle sue decisioni al riguardo. Celestino si rese conto dell'inutilità delle sue richieste e mentre veniva portato via sussurrò una frase rivolta al Caetani che sembrò essere un presagio: «Hai ottenuto il Papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane»  Raggiunto dai soldati, questi lo rinchiusero nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione coatta e dalla successiva prigionia: la versione ufficiale sostiene che l'anziano uomo sia morto dopo aver recitato, stanchissimo, l'ultima messa. Riguardo la morte si sparsero subito voci e accuse. Anche se la teoria secondo la quale Bonifacio ne avrebbe ordinato l'assassinio fosse priva di fondamento, di fatto il Papa ordinò l'arresto che ne causò la morte. Il cranio di Celestino presenta un "foro" che, secondo alcuni, potrebbe essere la conseguenza di un ascesso di sangue. Due perizie sulla salma datate 1313 e 1888 rilevarono la presenza di un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri”.
Questa fu la fine di Celestino V, ucciso con un chiodo conficcato in testa mentre pregava. Il suo successore, Bonifacio VIII, chiude l’accordo con Carlo d’Angiò, con il re d’Aragona, che consegnerà definitivamente, in segue alla guerra dei Vespri, le regioni Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna e Corsica, ai principi e re di Spagna e Francia, sottraendole al controllo territoriale dei signori locali.

Secondo esperti vaticanensi europei, la Chiesa si prepara ad eleggere un papa più giovane, molto probabilmente sudamericano, e di sicuro schierato contro la finanza speculativa, nell’estremo tentativo di svolgere un ruolo attivo nella politica sociale in tutto l’occidente a favore dei ceti più disagiati: questa è l’opinione corrente più accreditata.

Tutto ciò conferma la visione dell’Europa (e soprattutto dell’Italia) come un luogo dal sapore medioevale, dove lo scontro avviene tra consorterie di signori appoggiate –a seconda degli interessi globali- da questo o quel papa.

Tutto ciò conferma la necessità, per tutti noi, di accelerare il processo di consapevolezza collettiva per la fondazione di uno stato e di un’Europa laica.
Con l’auspicio che ci si possa liberare di questa forma di esercizio del potere collettivo, dove a turno, nel nome di Dio, o del comunismo, o del fascismo, o del liberismo, o del libertarismo, a turno, gruppi di individui che si considerano superiori al resto della collettività usano le preoccupazioni generali nate dal disagio comune per decidere del destino delle masse.
Sono contento di questa novità epocale per i credenti, se la prospettiva auspicata dai vaticanensi ottimisti troverà la conferma dei fatti.
Per quanto riguarda noi piccoli animaletti che subiamo le decisioni del vertice senza poter opporre, per necessità storiche, una diversa visione del mondo, mi auguro davvero che questa “scelta epocale” di papa Ratzinger, squisito teologo, serva a tutti noi, per convincerci sempre di più della assoluta necessità di cambiare capitolo della Storia del mondo: mandare a casa tutta l’attuale classe dirigente italiana, corrotta, falsa, disonesta.
Lo fa il papa con i suoi, non possiamo farlo noi con i nostri politicanti?
Questo, a mio avviso, è il messaggio forte da parte sua.
Questo è ciò che mi hanno spiegato alcuni cattolici credenti, soggetti politici attivi, amici personali, che vedono in questo atto di Ratzinger, una generosa modalità di denuncia dell’attuale sistema vigente.
“E’ lo Spirito Santo che dà la sveglia alla Storia: è arrivato il momento di cambiare”, così i teologi e i cattolici più evoluti socialmente impegnati, oggi, leggono gli attuali avvenimenti.
Come dire (tradotto per noi tutti laici) “Forza ragazzi! Abbiamo perfino Iddio dalla nostra parte; possiamo mandarli tutti in pensione”.
Come dicono su un loro sito i cattolici pensanti americani che partecipano a occupy wall street: “Thank you Pope, for the great input!”.