martedì 5 febbraio 2013

Dedicato ai candidi onesti d'Italia.




di Sergio Di Cori Modigliani



Credo che oggi, in Italia, non ci sia nessun essere pensante che non auspichi e pretenda un cambiamento di rotta, di classe politica, di comportamenti collettivi.
Penso davvero tutti, nessuno escluso.
Eppure non accade nulla.
Si è costretti a fingere di occuparsi di ciò che accade –giocoforza è inevitabile- ma quando si ha voglia di scambiare, con degli intimi fidati, la sintesi veritiera dell’attuale situazione italiana, subentra uno scoramento collettivo nel prendere atto che il paese è completamente paralizzato. Chi non lo capisce e non lo vede, o è stupido o è in malafede.
Ma un paese (una nazione, una etnia, un popolo) non è una astrazione, tantomeno una nozione virtuale. E’ la somma dei soggetti che lo compongono. La peste bubbonica della Mafia Mentale si è ormai impossessata delle esistenze degli individui e non si registra in nessuna formazione politica, presso nessuna categoria di lavoratori e tantomeno in alcun partito politico rappresentato, un conato, un vagito, una pallida sembianza di pudore civile che spinga qualcuno all’assunzione in proprio di una consapevolezza individuale, ammettendo le proprie responsabilità, se non altro nel proprio ambito. Macchè.
L’affaire Monte dei Paschi di Siena ne è un tragico termometro.
L’ex presidente di quella banca, dopo essere stato protagonista (oltre che autore e responsabile) del grave dissesto finanziario ai danni della collettività, viene promosso e nominato presidente della Associazione Bancaria Italiana con gli applausi di coloro che avrebbero dovuto controllarlo, denunciarlo e buttarlo in galera. Ancora oggi, nonostante siamo finiti nell’occhio del ciclone, non esiste neanche un giornalista italiano, un esponente politico, un importante magistrato, che si sia interrogato sulla vicenda e che abbia rivolto una domanda elementare ai diversi responsabili del Tesoro, di Bankitalia, ai diversi ministri dell’economia che negli ultimi dieci anni hanno gestito il management delle banche italiane. “Come è possibile che sia accaduto un fatto del genere?”.
Tutti quanti, a destra e a sinistra, sono sorpresi. E naturalmente non accade nulla.
Non così nel resto dell’Europa.
Nonostante in Italia sia stato censurato in maniera schiacciante, nel nostro continente il dibattito sul marciume corrotto dell’intero sistema bancario europeo (con l’Italia come leader) prosegue e si manifesta attraverso incontri, scontri, dibattiti, perché è ormai chiaro a tutti –anche ai più riottosi- che ci troviamo alla vigilia della fine di un percorso storico e il cambiamento immediato è ineluttabile. Pena l’implosione dell’intero sistema finanziario occidentale, con disastrose conseguenze epocali per l’intera collettività.
Da noi, invece, poiché gli italiani hanno scelto la rassegnazione tingendola dei consueti colori di un cinismo opportunista di parte, -fazioso quanto irresponsabile-  si finge una sorpresa e si cerca di guadagnarci sopra quanto si può, usando e sfruttando le notizie e le informazioni per lucrare un punto in percentuale per il proprio partito, la propria associazione, movimento, istituzione, sostenendo che la responsabilità è da addebitare alla fazione opposta.
Tutti i più importanti esponenti politici che oggi sono in prima fila nella battaglia elettorale (compreso Mario Monti che “finge” di essere un novizio) hanno gestito negli ultimi 25 anni tutto ciò che c’era da gestire. Eppure non c’è nessuno che sostenga di essere stato, nella sua quota parte, responsabile di simile obbrobrio civico.
Non solo. Si arriva addirittura al punto di ascoltare gente come Giulio Tremonti (l’amorevole papà buono delle banche italiane corrotte) il quale si è presentato come il leader dell’opposizione contro le banche, denunciando il comportamento di persone che lui stesso ha fatto assumere imponendole di rigore. E’ un po’ come se Benito Mussolini, nel 1944, avesse deciso di diventare il leader riconosciuto delle brigate garibaldine della resistenza anti-fascista.
Nel resto dell’occidente non è così.
Non esiste nessun paese, da Varsavia a Lima, da Montreal a Stoccolma, in cui la classe dirigente sia la stessa di 25 anni fa. Noi siamo l’unico. Siamo unici.
I giovani anglo-americani non sanno neppure chi siano Margaret Thatcher o Henry Kissinger e in Francia e Germania gente come Jacques Chirac o Helmut Kohl vengono considerati alla stregua di vecchi nonni ritirati dal servizio pubblico, i quali ogni tanto si fanno vedere a qualche festival locale che conta poco o niente.
In Italia c’è ancora gente che attribuisce un qualunque valore a persone come Berlusconi, Bossi, Bersani, Monti, Casini. Nel Lazio, Francesco Storace si è candidato presentandosi come la novità politica del momento e i sondaggi lo accreditano di una vigorosa percentuale. Idem per ciò che riguarda la Lombardia dove è candidato Roberto Maroni, l’uomo che nella sua qualità di ministro degli interni non è riuscito ad impedire la totale presa del territorio lombardo da parte della ‘ndrangheta, fornendo un enorme contributo alla distruzione del tessuto industriale di quella regione.
Se tutto ciò è accaduto, se tutto ciò sta accadendo, se tutto ciò seguiterà ad accadere, non è colpa dei comunisti (se si è di destra) o dei fascisti (se si è di sinistra) ecc., è colpa dei singoli individui italiani che compongono la collettività. Cioè di tutti.
L’Italia è diventata una nazione di malati mentali, votati a un masochistico suicidio consapevole. Fa testo il nuovo preoccupante record nazionale di cui poco si parla: siamo diventati il primo paese d’occidente nel consumo di psico-farmaci, anti-depressivi e ansiolitici, nonché record mondiale come quantità di persone che nel 2012 si sono presentate al pronto soccorso ospedaliero in preda ad un attacco di panico. Anche a me, se fossi un lombardo, l’idea di vedere Berlusconi, Formigoni o Maroni candidati alle elezioni farebbe venire un attacco di panico. Idem per tutti gli altri in tutte le altre ragioni. Basterebbe non votarli più.
Tutto qui.
Si tratta di una tossicomania. Questa è la verità.
Forse un giorno si scoprirà che avevano immesso negli acquedotti nazionali delle sostanze incolori, inodori, insapori, che provocavano dipendenza dai ladri banditi. E’ difficile trovare, per il momento, altre spiegazioni.
La Cultura è sempre stata il miglior toccasana contro le intossicazioni dello spirito, contro la deriva morale dell’anima. Non a caso l’attuale classe politica dirigente ha investito nei decenni scorsi ingenti risorse per eliminarla (o accorpandola al proprio servizio per osmosi da corruttela) impedendo alla collettività di poter produrre il necessario sistema immunitario per combattere il morbo e sottrarsi alla tossicomania.
Fino ai primissimi anni’80 esisteva ancora una rigorosa classe intellettuale che esercitava una propria funzione di sostegno degli onesti, di stimolo e pungolo, di furiosa e furibonda protesta contro la corruzione, accompagnata da forti e coraggiose prese di posizione. Nei decenni è stata decimata, consapevolmente. Volontariamente.
Oggi, privi di bussole e punti di riferimento, gli onesti vivono se stessi come clandestini della società, veri partigiani esistenziali in una lotta di resistenza all’idiozia, alla falsità e alla menzogna continua, ufficiale e non, alla disperata ricerca di quel Senso che ci hanno sottratto.
Quello va recuperato.
Per chi è troppo giovane per ricordarlo, o per coloro che non lo hanno mai letto, propongo qui di seguito un testo esemplare di un grande intellettuale italiano. Si tratta di uno scritto storico perché ha segnato il confine tra un’Italia bella, sveglia, intelligente e combattiva e questa italietta melensa di oggi. Venne pubblicato il 15 marzo del 1980 sul quotidiano La Repubblica sotto forma di ampio editoriale, provocando allora un furibondo dibattito. In seguito a questo articolo si scatenò, allora, una gigantesca polemica, perché l’autore –l’italiano Italo Calvino- che era stato anti-fascista nel 1930, diventato poi comunista ed espulso dal partito nel 1956 per aver osato contestare con vigoria la sanguinosa invasione sovietica dell’Ungheria, chiamava a rapporto i vertici della sinistra italiana, denunciandone la natura conservatrice, ipocrita, doppiogiochista, liberticida, avvertendo la cittadinanza che ci si trovava all’alba di una svolta pericolosa,  l’inizio di “un sistema di corruzione mentale che è foriero di una spaventosa dittatura potenziale che potrebbe avvinghiare le prossime generazioni soffocandone lo spirito, l’entusiasmo vitale, finendo per disossarle di ogni speranza ed entusiasmo per il loro futuro”.  Era già tardi. Venne massacrato. Di lì a tre mesi se ne andò dall’Italia trasferendosi a vivere a Parigi. L’articolo era dedicato “agli italiani onesti”.
Mi sembra un ottimo toccasana per cercare di riallacciarci a un filo (e a un filone) nazionale, non importato, che appartiene alla autentica tradizione intellettuale di un grande spirito libertario. Tutto italiano. Doc.
Bisogna prendere atto della realtà per ciò che essa è.
Le mummie si sono impossessate del paese e delle menti delle persone, come nei film di fantascienza o in quelli horror hollywoodiani.
Dobbiamo ripartire da questo editoriale della primavera del 1980.
Viene dall’aldilà, essendo l’autore morto qualche anno dopo.
Ma è come se fosse stato scritto ieri. Anzi, proprio oggi.
Noi veniamo da lì. Anche.
E da lì bisogna ripartire.
Buona lettura.  

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è. 

Editoriale pubblicato su la Repubblica, in data 15 marzo 1980; lo si trova anche nel tomo  “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, nella collana Meridiani edita da Mondadori.

lunedì 4 febbraio 2013

Berlusconi e la Spagna affondano l'Europa: tiene banco il nuovo capitolo della guerra tra le due Cristine



di Sergio Di Cori Modigliani



Dalla prima linea del fronte della “guerra delle due Cristine”.
Che succede in giro per il mondo? Leggendo e ascoltando i nostri media sembra che non stia accadendo nulla di particolarmente nuovo, né interessante per noi, con l’aggiunta della doverosa tara di cinismo italiano. In Siria si massacrano senza esclusione di colpi, in Iraq muoiono come mosche, in Mali i bombardieri francesi fanno il loro lavoro, preannunciando l’inevitabile avanzata di terra che –da qui a due mesi- imporrà l’intervento della cosiddetta “forza di pace” europea (tra cui i nostri soldati), in India la popolazione si indigna per gli stupri quotidiani di gruppo, e in Usa dei dementi uccidono innocenti, sequestrano bambini, e così via dicendo.  Così va il mondo.
Le vicende internazionali del nostro pianeta ci vengono presentate nella sua veste ottimale, da cui ne viene fuori -come inevitabile reazione- l’orgoglio di sentirsi europei. Da noi va tutto bene, con la chicca del nostro circo italiota in piena campagna elettorale, tanto per aggiungere delle spezie divertenti.
Le persone, quindi, sono più che autorizzate a pensare che da noi (in Europa) non sta accadendo nulla se non le consuete mestizie propagandistiche nostrane e speriamo che vinca il migliore (cioè il partito per cui uno ha deciso di votare).
Poi, all’improvviso, compare su qualche giornale un annuncio direi quasi comico. Viene data la notizia che la presidenta argentina Cristina Kirchner, due giorni fa, ha inviato 28 tweet in 26 minuti al segretario del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, come se avesse avuto una specie di attacco isterico o come se stesse protestando per qualche ragione che non viene spiegata, una specie di sfogo pubblico, come se fosse Belen Rodriguez che parla di Fabrizio Corona. I giornali europei ne parlano molto poco (quelli italiani quasi per nulla) e compaiono due articoletti su La Stampa e Il sole 24 ore.
Ma che cosa sta accadendo, in realtà?
E che cosa ha a che vedere con noi?
Direi molto di più di troppo: praticamente tutto.
Perché quei 28 tweet sono la traduzione mediatica immediata, da applicare sui social networks, di furibonde battaglie al fronte di una guerra che non è una querelle isterica tra due donne potenti, non è una questione periferica in quel di Sudamerica, ma che ci riguarda in prima persona tutti. Intendo dire tutti gli italiani. E non solo.
Perché si avvicina la resa dei conti.
Perché l’Argentina, per ovvi motivi storico-politico-culturali, è legata a doppio filo con la Spagna, dove sta esplodendo la loro prima tangentopoli che riguarda Banco Popular, Caxia Bank, Banco Libertador e (surprise!) il Banco Santander con i loro legami con lo Ior e l’opus dei e con le banche italiane (vera motivazione del fatto per cui oggi, 4 febbraio 2013, l’intero comparto bancario europeo va a picco in borsa).
Perché i sindacalisti spagnoli sono andati a spiegare che cosa sta accadendo da loro alla televisione argentina, brasiliana, cilena, uruguaiana. I responsabili del partito socialista spagnolo, intervistati dalla televisione argentina, hanno cominciato a dare specifiche e precise informazioni, con nomi, date, dati, cifre, su “un vasto sistema di corruttela diffusa in tutte le nazioni dell’euro dove una ristretta pattuglia di oligarchi aristocratici si è messa al servizio dei colossi finanziari e prende ordini direttamente dal Fondo Monetario Internazionale devastando e distruggendo l’intera struttura industriale europea, provocando disoccupazione, crollo dei consumi, abbattimento del mercato del lavoro, impoverendo il tessuto sociale, anche e soprattutto dal punto di vista psicologico-esistenziale” (suona, per caso, familiare?).
Il tutto (ovverossia la reazione kirchneriana tweettata) nasce come risposta a un attacco condotto da Christine Lagarde che ha fatto sapere di aver già denunciato l’Argentina presso le organizzazioni internazionali del commercio, prefigurando una possibile espulsione del paese da organismi globali. Perché? Di che cosa è imputata l’Argentina? E perché adesso? Chi è sul banco degli imputati?
Sul banco degli imputati ci sono tre leggi fatte approvare di recente dal parlamento argentino: 1) il divieto per le banche nazionali di operare finanziariamente sui derivati e l’esclusione di investimento da qualsivoglia forma di speculazione sui derivati, con la specifica che il profitto le banche lo devono realizzare facendo affari con le imprese per le imprese. 2)  l’applicazione di un piano (lanciato un anno fa) di protezionismo nazionale applicato a tutte le multinazionali (soprattutto europee) che investono in Argentina nel segmento di mercato “alto” che ha imposto loro il seguente dispositivo subito applicato: “volete vendere le vostre auto di lusso qui a Buenos Aires visto che c’è un grosso mercato? Bene, lo potete fare alle seguenti condizioni: o pagate una aliquota del 50% allo stato per entrare nel mercato, dato che i vostri prodotti non sono essenziali per la felicità della nazione se non per i ricchi che possono permettersi l’acquisto di una vettura che costa 35.000 euro, oppure vi diamo un’altra opzione: il profitto che realizzate lo depositate nelle banche nazionali in modo tale da garantirci che non finiranno nel calderone dei derivati, dopodiché lo investite in loco creando lavoro e occupazione oppure acquistando merci prodotte dall’agricoltura argentina –versione green economy biologico eco-sostenibile- che poi rivendete in Europa e che statisticamente finisce sotto la dizione “esportazioni argentine” e il profitto ricavato lo reinvestite nel paese d’origine. 3) diritto di salario minimo garantito di cittadinanza che rialza di un 4% l’inflazione.
Veniamo al punto 2. Le imprese europee all’inizio hanno protestato con la Lagarde, la quale alla fine è stata costretta a cedere. E che cosa è accaduto? La BMW, la Mercedes Benz, la Audi, la Maserati, Prada, Bulgari, Christian Dior, Ferragamo, La Perla, ecc., hanno scelto di accettare pur di non perdere il mercato. Vendono da matti perché lì i ricconi sono tanti, hanno aperto società che acquistano riso, vino, formaggio, prodotti ortofrutticoli, pelli conciate e semiconduttori elettronici, e li rivendono in Europa e Usa con notevole profitto. Quindi funziona.
Ed è iniziata la guerra. Perché se passa questo modello e la gente lo viene a sapere poi lo vuole imporre dovunque e finisce che si viene a conoscere (nel senso di capire, comprendere) che esiste un’alternativa, che si chiama “glocal” e che ruota intorno a un perno centrale dell’economia che va nella direzione opposta a quella di Bersani/Berlusconi/Monti/Draghi e che consiste nel creare ricchezza nei singoli territori obbligando le imprese e le aziende a reinvestire il profitto per rilanciare l’occupazione creando ricchezza.
In Confindustria hanno perso davvero la testa, perché se passa questo concetto saltano le mafie dell’allaccio diabolico italiano tra aziende/partiti/finanza.
Qui di seguito vi propongo, in copia e incolla, l’opinione della nostra crema industriale, laddove “Il Sole 24 ore” ieri presentava la situazione argentina. Vi riporto l’articolo per intero.

L'assurda politica di Cristina Kirchner.

Un'idea bizzarra, a dir poco. Apparentemente senza senso. Che se funziona non può essere definita in altro modo che geniale, quasi rivoluzionaria, nel suo piccolo. Ma i risultati dicono che le cose vanno diversamente. L'idea è sbagliata, non solo bizzarra.
Anzi peggio, dannosa. Il genio mancato è quello di Cristina Fernández Kirchner, il presidente argentino che assieme ai suoi ministri sembra aver perso oltre al consenso di inizio mandato, anche il senso della realtà. Per sostenere la bilancia commerciale, ha imposto alle imprese multinazionali che producono sul territorio nazionale di diventare esportatori di prodotti argentini: importi materie prime e semilavorati per cento? Devi esportare specialità tipiche per cento. È così che Bmw è stata costretta ad esportare riso dall'Argentina, Porsche vino e Pirelli miele. Senza arrivare a nulla. Mentre altre società, come l'italiana Indesit o la cinese Huawei, scoraggiate dai vincoli governativi all'import-export hanno rinunciato in partenza a produrre in Argentina. Che idea, signora Kirchner!
La redazione economica

Fine dell’articolo.
Secondo Confindustria, questo è giornalismo finanziario-economico.
Secondo loro, con questo articolo, hanno spiegato agli imprenditori italiani che cosa sta accadendo in Argentina. In un altro articoletto presentavano lo “sfogo tweetterato” come il prodotto di una isteria femminile ormai allo sbando.
La verità è che nel 2012 il 95% dei professionisti, imprenditori, giovani laureati argentini che nel 2003 erano emigrati in Spagna per via della disoccupazione e della miseria, sono rientrati tutti in patria. Non solo. Considerando che nel Regno di Spagna la disoccupazione ha raggiunto il livello del 27%  e tra i giovani (18-35 anni) tocca ormai la punta del 75%, si sono portati appresso in Sudamerica decine di migliaia di spagnoli diplomati e laureati in cerca di lavoro, i quali riferiscono ai loro compatrioti che sono rimasti a Madrid che “è possibile una alternativa alle attuali politiche europee”. Facilitati dal fatto di parlare la stessa lingua e grazie alla velocità immediata garantita dai social network e dalla rete, gli spagnoli (anche i più conservatori) hanno cominciato a fare domande, a informarsi. Inoltre, per rintuzzare gli attacchi del Fondo Monetario Internazionale, la presidenta Cristina Kirchner ci ha tenuto a rispondere per le rime alla presidente del FMI Christine Lagarde ricordandole “che non accetto nessuna lezione da un paese aberrante e immorale come la Spagna, nazione in cui il Fondo Monetario Internazionale in pieno accordo con la BCE ha seguitato a dare soldi del popolo alle banche i cui dirigenti sono corrotti e ladri” e per non essere accusata di populismo o demagogia ha fatto anche i nomi e i cognomi chiamando in causa i principali dirigenti di Banco Santander e Caxia Bank i quali  sono proprio i soci amiconi del Monte dei Paschi di Siena (e non solo) legati a doppio filo con la Confindustra italiana, essendo Santander sponsor principale della Ferrari auto, e Caxia Bank il legame istituzionale tra la cattolicissima Catalogna e le università e ospedali religiosi italiani finanziati dallo Ior.
Il fronte della guerra tra le due Cristine, quindi, si è allargato, perché ha aperto il fronte europeo (sperando che sia qualcosa di simile allo sbarco in Normandia nel 1944) esplodendo in quel di Spagna. E bisogna impedire a tutti i costi che il modello sudamericano venga preso in considerazione come “potenzialmente interessante perché realistico e sostenibile”.
I cosiddetti “ 28 tweet” sono una sintesi realizzata dai consulenti della comunicazione della presidenta, i quali hanno fatto un editing di un discorso pubblico durato ben 2 ore e mezza, di una lettera esplosiva inviata a Sua Maestà il re di Spagna, nella quale gli si spiega che passerà alla Storia come il responsabile della distruzione e rovina della nazione iberica, e di una lettera a Chrisitne Lagarde nella quale la Kirchner spiega che non accettano né ordini, né imposizioni e neppure suggerimenti da quegli “organismi internazionali che hanno prodotto negli ultimi dieci anni soltanto aumento della miseria, crollo dell’economia in Europa, disoccupazione spaventosa”.
A onor di cronaca va segnalato il quotidiano La Stampa, dove, se non altro, si è costruito un virgolettato di sintesi che riproduce in maniera veritiera lo scontro tra le due Cristine. Giustamente è stato firmato. E’ già qualcosa.
E’ apparso ieri.
Eccolo qui, in copia e incolla.

 Kirchner furiosa “distrugge” il Fmi
con 28 tweet in meno di mezz’ora

L’attacco della “Presidenta” 
dopo che il Fondo Monetario Internazionale aveva condannato 
le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat argentino
PAOLO MANZO. La Stampa. 3 Febbraio 2013
28 tweet in mezz’ora, alla media record di 140 caratteri al minuto. La presidenta argentina Cristina Kirchner ha sfogato così via Twitter tutto il suo disprezzo nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, che 24 ore prima aveva condannato ufficialmente le statistiche “inesatte” su inflazione e Pil dell’Indec, l’Istat del paese del tango. Ecco in sintesi il “Cristina pensiero” contenuto nei 
28 tweet postati a velocità record da una presidenta mai così furiosa e presente su Internet. 

“Chi poteva immaginare allora un mondo trascinato a terra dai mercati finanziari? Néstor il mio compagno aveva previsto tutto. Dove stava il FMI che non ha potuto accorgersi di nessuna crisi? Dove stava quando si formavano non bollicine bensì mongolfiere speculative? Dove stava uno dei suoi ex direttori (il riferimento è allo spagnolo Rodrigo Rato, ndr) quando Bankia, la banca che lui dirigeva, ha dovuto essere aiutata con miliardi di euro? Oggi la Spagna ha il 26% di disoccupati, in gran maggioranza giovani e sfrattati. In quali statistiche sono raffigurate queste tragedie? Quali sono i parametri o le “procedure” con cui il FMI analizza i paesi falliti che continuano ad indebitarsi, con popolazioni che hanno perso la speranza? Che succede con i paesi emergenti come noi che hanno sostenuto l’economia mondiale nell’ultimo decennio e a cui oggi vogliono mettere in conto i piatti rotti da altri? Conoscete qualche sanzione del FMI, qualche decisione contro questi altri che si sono arricchiti e che hanno fatto fallire il mondo? No, la prima misura che prende il FMI è contro l’Argentina. 

L’Argentina alunna esemplare del Fondo Monetario Internazionale negli anni Novanta, che seguì tutte le ricette del FMI e che, quando esplose nel 2001, è stata lasciata sola. Argentina 2003. Da sola, senza accesso al mercato finanziario internazionale l’Argentina ha visto crescere in 10 anni il suo PIL del 90%, la crescita maggiore di tutta la sua storia. L’Argentina che ha costruito un mercato interno con l’inclusione sociale e le politiche anticicliche. Ha pagato tutti i suoi debiti al FMI, ha ristrutturato due volte, nel 2005 e nel 2010, il suo debito andato in default con il 93% di accordi con i suoi creditori senza chiedere più nulla in prestito al mercato finanziario internazionale, per farla finita con la logica dell’indebitamento eterno. E con il business perenne di banche, intermediari, commissioni, ecc, che avevano finito con il portarci al default del 2001. Questa sembra essere la vera causa della rabbia del FMI. 

L’Argentina è una parolaccia per il sistema finanziario globale di rapina e per i suoi derivati. L’Argentina ha ristrutturato il suo debito e ha pagato tutto, senza più chiedere nulla in prestito. 6.9% di disoccupati, il migliore salario nominale dell’America latina e il migliore potere d’acquisto misurato in Dollari statunitensi. Nel 2003 avevamo il 166% di debito su un Pil rachitico, il 90% del quale in valuta straniera. Oggi abbiamo il 14% di debito su un Pil robusto e solo il 10% è in valuta straniera. Perciò mai fu migliore il titolo del comunicato del ministero dell’Economia argentino di oggi: “Ancora una volta il FMI contro l’Argentina”. FMI + FBI contro l’Argentina. Non spaventatevi, il FBI sono i Fondi Buitres (avvolto, ndr) Internazionali. Noi continueremo a lavorare e a governare come sempre per i 40 milioni di argentini”. 

Se qualcuno  tra i lettori è interessato ad avere delle informazioni complete e complesse, esaustive ed esplicative, può scrivere al seguente indirizzo
Centro de Estudios para el Cambio Social. Correo electrónico:cecso.argentina.2011@gmail.com
È un’ottima e attendibile fonte di informazione e in questo momento sono quelli che stanno fornendo ogni tipo di notizia sulla autentica realtà sociale argentina. Provengono dalla spaccatura della CGT (Confederacion General del Trabajo) il corrispondente argentino della nostra CGIL, di cui la Kirchner era stata una importante membro (è nata come sindacalista agguerrita) ma nel 2010 dopo una furibonda battaglia interna si è spaccata perché il sindacato è stato accusato dalla stessa Kirchner di “essere diventati conservatori, legati a un’idea del mondo che presuppone ancora l’accumulazione capitalista e finisce per mettersi al servizio inconsapevole dei colossi della finanza strozzina; il sindacato, oggi, deve essere dinamico, flessibile e non si deve occupare di condurre battaglie per sostenere privilegi acquisiti, bensì scendere in campo e inventare, produrre e diffondere piena occupazione e lavoro garantito a tutti, soprattutto pagato bene, perché ciò che ci distingue dalle bestie è la dignità di chi nel lavoro trova il ruolo della propria espressione esistenziale e non soltanto veicolo di sopravvivenza”.
Oggi il CECS svolge lavoro di formazione e di consulenza mediatica.
Ecco che cosa sta accadendo in quel di Sudamerica.
Benvenuti nel mese 2 dell’era post-Maya.

P.S. Precisazione: ho chiamato la Kirchner  “presidenta”, a differenza di Christine Lagarde che viene chiamata “presidente”. C’è una ragione specifica, di natura antropologico-politico-culturale. Cinque anni fa, a Buenos Aires esplose un divertente “scandalo” che coinvolse gli accademici della lingua spagnola. In tutta l’Argentina e in gran parte del Sud America si svolsero diverse conferenze davvero gustose relative all’uso del termine “presidenta”, considerato un gravissimo errore grammaticale dato che il termine è un participio presente del verbo presiedere e non ha genere: colui che presiede è alla pari di colei che presiede. La Kirchner insistette sostenendo che la sua elezione dava inizio “all’irruzione sullo scenario pubblico di una modalità dell’interpretazione politica che è tutta femminile, perché  basata sulla cura delle persone, sull’accudimento sociale, sulla ricerca dell’armonia, su una nuova estetica” e quindi impose il neologismo. Finì in un furibondo scontro. Alla fine, gli accademici spagnoli se ne ritornarono in patria con la coda tra le gambe e nei testi ufficiali viene spiegato che in Sudamerica “il dialetto castigliano locale rispetta l’uso della desinenza femminile di genere per convenzione sociale riconosciuta dal 2007, da cui il termine “presidenta” che indica, nello specifico, l’esercizio del potere esecutivo da parte di una femmina”. 

venerdì 1 febbraio 2013

Trovato finalmente il batterio del morbo di MPS: si chiama MM




di Sergio Di Cori Modigliani


Il Monte dei Paschi di Siena ha un logo.

Si chiama “groviglio armonico”.

Sembra una barzelletta, invece è la realtà.

E’ la nostra situazione attuale, basata sul paradosso della surrealtà: ci dicono addirittura la verità già nel loro nome. Un logo che è una autentica minaccia all’intelligenza civica della nazione. Come a dire: “cari magistrati, cara Europa, provateci –se vi riesce- a districarvi in questo perfetto groviglio di interessi che noi abbiamo costruito in 541 anni di Storia al servizio delle oligarchie del privilegio”.

Inevitabile, quindi, spendere ancora due parole su MPS.

E’ una grande occasione da non perdere per tutti, e per diversi motivi.

Procediamo punto per punto.

Qualunque cittadino italiano sarebbe autorizzato a porsi, oggi, una elementare domanda: “come mai il caso MPS esplode proprio al centro della campagna elettorale?”.
Se, a essere coinvolti, fossero soltanto quelli del PD, la risposta sarebbe semplice: “sono quelli del PDL che tirano fuori gli scheletri dall’armadio degli oppositori”. Se invece fossero coinvolti soltanto quelli del PDL si potrebbe dire l’opposto e così via dicendo. In entrambi i casi si tratterebbe di una logica miope e banale, ma –in teoria- avrebbe anche potuto avere una sua piatta coerenza.

Poiché, mano a mano che trascorrono i giorni e si leggono le carte e i documenti e si viene a sapere di tutto (soprattutto dalla stampa estera europea) ed è ormai ufficiale che, a essere coinvolti siano stati il PDL, il PD, l’Udc, la Lega Nord, la lista Monti, le più forti logge massoniche toscane, l’Opus Dei, ne consegue che la domanda elementare ed essenziale merita ben altra risposta.

Ed ecco la grande occasione per tutti noi.

1). “Ce lo chiede l’Europa”. Anzi: “L’Europa l’ha preteso”.
Va da sé che non lo dicono, ma questa è la realtà. Ed è il grandioso vantaggio di essere membri importanti dell’Europa, e a questo serve l’Europa. Ecco perché è necessario combattere i demagoghi e il populismo analfabeta anti-europeista, per affermare il principio di “un’Europa dei diritti, della civiltà, del lavoro, dell’evoluzione culturale”, approfittando di questa ghiotta occasione. Poiché il nostro paese, purtroppo, come ormai sanno anche i bambini, è diventato un luogo di pirateria legalizzata, una nazione a-etica, priva di legalità applicata, travolta dalla corruttela e, se lasciata al proprio destino (senza controlli esterni), troverebbe il modo di eleggere come Ministro del Tesoro Bernardo Provenzano, di conseguenza diventa essenziale approfondire i legami con il resto dell’Europa. Non è certo un caso che oggi, giovedì 31 gennaio 2013, l’intera stampa tedesca è andata all’attacco frontale di Mario Draghi –il padre dell’austerità e del passaggio dall’economia delle merci a quella finanziaria- ritenendolo il principale responsabile di questo dissesto annunciato. Ai tedeschi hanno fatto da contraltare i giornalisti britannici e francesi che descrivono “il caso MPS” come la punta dell’iceberg di un sistema politico decotto, di una classe politica impresentabile, lanciando il severo allarme Italia: avendo promosso la criminalità organizzata, avendo spazzato via ogni limite di decenza e di decoro, l’intero sistema economico mondiale rischia di essere infettato e mandato a picco dalla nostra piccola Italietta, ancora una volta –che strano curioso destino che abbiamo- protagonista assoluta al gran tavolo del gioco dei potenti, laddove, da bravi piccolo-borghesi mitomani, una volta seduti a tavola, invece di rispettare le regole, abbiamo voluto fare a modo nostro. Perché gli italiani sono rimasti vittime (peraltro compiaciute) del morbo pestilenziale della corruttela condivisa consociativa in quanto colpiti dal batterio che io definisco M.M. Siamo malati. Abbiamo bisogno di essere curati.
M.M. sta per Mafia Mentale. E’ la chiave di comprensione della natura italiota, senza la quale non è possibile capire, né comprendere, ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo. Il che ci consente di poter tranquillamente dichiarare che attualmente “la splendida città di Siena e la sua provincia, unica al mondo, sono state colpite dalla Mafia Mentale”.
“I senesi sono dei mafiosi”.
Mi sento autorizzato a dirlo.
Sono persone gravemente malate di MM.
Siena è ormai come era Palermo nei primissimi anni ’90, quando la vecchia DC e i nuovi craxiani, legati a doppio filo ai potenti boss mafiosi siciliani, facevano il bello e il cattivo tempo, grazie a una totale copertura politica parlamentare, a un capillare controllo del territorio nel quale lasciavano delle briciole clientelari a disposizione della gente, che le raccoglieva come necessarie elemosine, perché avevano bisogno di sopravvivere e avevano bisogno di uno straccio di lavoro per mantenere la famiglia. Lo sapevano tutti, a Palermo. Lo sapevamo tutti, in Italia. Dall’alto della nostra diversità e distanza, dal resto del continente osavamo anche disprezzarli, identificandoli come una etnia condannata da se stessa, un popolo di cui vergognarsi, un handicap sociale che l’Italia era costretta a portarsi appresso, e li maledicevamo pure, alimentando il consueto razzismo anti-meridionalista sul quale la Lega Nord costruì –proprio in quegli anni- la base portante del suo successo elettorale.
22 anni dopo, invece, Palermo e la Sicilia vivono una realtà psico-sociale che a Siena se la sognano la notte quando c’è la luna piena.
Rimangono gli effetti di un antico processo di stratificazione dell’elemento mafioso criminale ma le giovani generazioni (soprattutto) si sono armate di coraggio e di fantasia, si sono assunte le responsabilità collettive e individuali in proprio, hanno spedito a casa tutti quanti (o gran parte) alle ultime elezioni regionali e lentamente –ma già proficuamente- cominciano a tentare di organizzare la propria vita secondo un meccanismo liberatorio di evoluzione sociale, perché stanno applicando il concetto basilare del servizio pubblico a disposizione della cittadinanza nel nome di un bene comune: il passaggio epico e davvero rivoluzionario da Cosa Nostra a Casa Nostra.

Non così a Siena dove si è verificato esattamente il processo opposto, senza neppure avere la scusante sociale di essere un luogo degradato dalla Storia. Con l’arroganza derivata dall’eredità culturale delle grandi signorie medioevali, hanno costruito una rete locale di potere mafioso criminale dove i boss non portano la scoppola, non usano la lupara, non si chiamano tra di loro picciotti, ma frequentano ogni sera le case giuste, le persone giuste, appartengono a un censo sociale alto, violando la Legge senza opposizione alcuna e soprattutto senza nessuno scrupolo, perché l’intera città e tutta la provincia ha aderito a un sistema mentale “mafioso” in cambio di una vita lussuosa, di soldi, di privilegi, pur sapendo  che il danaro proveniva da operazioni illecite, che stavano succhiando linfa allo Stato, alla collettività, al resto della nazione.
Nessuno ha scusanti.
E’ la realtà di cui non si vuol parlare.
Nella nuova capitale della mafia italiana del terzo millennio si vive sotto il cappello di una banca/mamma legata all’opus dei e alle logge massoniche locali, benedetti da tutti i partiti, rappresentati dalle potenti lobby delle corporazioni dei notai, dei farmacisti, dei fantini, dei proprietari di aziende agricole, dei gestori di agriturismo, delle confederazioni legate all’artigianato, individui, sigle e aziende che hanno usufruito negli ultimi anni di centinaia e centinaia di milioni di euro di sovvenzioni da parte di MPS (senza fornire mai garanzia alcuna) perché ciò che conta davvero, a Siena, è a quale loggia massonica sei iscritto, quale è il tuo cardinale di riferimento, e se sei in quota PD/Margherita oppure PDL/immobiliaristi. Tra il 2009 e il 2011 MPS ha elargito 356 milioni di euro di sovvenzioni alle piccole e medie imprese ma tutto è finito sotto la voce “elargizioni territoriali nel nome della beneficenza”, è scritto proprio così. Ogni senese sa che cosa è avvenuto e sta avvenendo nel proprio territorio e ha scelto di praticare l’omertà, per mancanza di etica, di coraggio, di passione civile. Non è possibile controllare una intera provincia se non esiste la complicità territoriale della cittadinanza che, con agghiacciante cinismo, ha accettato di diffondere il morbo MM pensando di farla franca.
Il fatto è però,che siamo in Europa.
E siccome in questo giochetto ci sono finiti gli spagnoli, gli inglesi, i tedeschi e, in conseguenza della nuova politica bancaria di Bruxelles, sono scattati alcuni parametri specifici di controllo, è scattato il meccanismo di “ce lo chiede l’Europa” e lì è avvenuto il tonfo. E’ venuto fuori che MPS, in verità, è una organizzazione finanziaria per la quale la nazione Italia, il Tesoro, Bankitalia, lo spread, le tasse, le esigenze della collettività, sono cose inutili. A loro basta una telefonata.
All’Europa no.
E noi dobbiamo aiutare l’Europa che in questo momento sta cercando di aiutare l’Italia a liberarsi dai malfattori nostrani.
E quindi è necessario fare un salto e denunciare l’esistenza della malattia endemica italiana che ha colpito l’intera provincia di Siena e l’intera cittadinanza: il morbo MM.
E’ troppo facile dire –come fanno regolarmente- quando i giornalisti televisivi li inseguono per le strade di Siena “non mi faccia dire, la prego, suvvia, sia bono”, è la risposta consueta.
Tacciono tutti.
Perché Siena è ora la capitale della mafia mentale d’Italia e va denunciata con coraggio.

2). Ecco alcune notiziole ormai pubbliche e diffuse dovunque su MPS che qui sintetizzo: nell’autunno del 2007 MPS emette una delibera ufficiale firmata Gabriello Mancini (deputato ente fondazione mps) con la quale vengono “ingaggiati gli advisor che dovranno gestire, controllare e riferire l’andamento degli investimenti finanziari e l’intera procedura relativa all’acquisizione di Antonveneta”. Firmano l’accordo con tre società: J.P.Morgan, Credit Suisse a Banca Leonardo. Costo delle competenze 4.980.000.000 di euro (poco meno di 5 miliardi). Scelgono anche il delegato dell’intera operazione, Mr. Monti jr., il figlio dell’attuale premier dimissionario Mario Monti, in quanto direttore responsabile del marketing operativo europeo di J.P.Morgan, colosso finanziario statunitense. Il tutto con beneplacito della direzione di PD, PDL, Udc e logge massoniche locali. Due mesi dopo, una ulteriore delibera accredita a J.P.Morgan un successivo milione di euro secco extra, di cui non esiste fattura alcuna di riscossione essendo avvenuto su conto estero/estero. Il presidente di MPS è Muccari e vice presidente che deve mettere la firma è Francesco Caltagirone, suocero di Casini. Ma è necessaria l’autorizzazione definitiva sia del sindaco di Siena che del presidente della provincia, i quali autorizzano e firmano la delibera che dà pieni poteri a questi colossi di gestire i loro soldi. Non c’era nessun senese che non lo sapesse, anche perché non appena parte l’operazione arrivano soldi per tutti a Siena, dai grossi imprenditori al modesto barista che voleva ristrutturare il suo locale: MM.
Nel 2008 MPS eroga 222.000.400 di euro (duecentoventidue milioni di euro) come “cifra da devolvere come investimento di beneficenza nel territorio” e partono altri soldi che ricadono a pioggia sull’intera città e provincia. A novembre di quell’anno, lo Stato provvede a fare un prestito voluto da Giulio Tremonti di 2 miliardi di euro al fine (così è scritto) “di consentire all’istituto di rispettare i parametri e i dispositivi previsti dagli accordi europei”. Tale cifra viene investita nel seguente modo: 1 miliardo per acquistare bpt italiani, 600 milioni in derivati scelti da J.P.Morgan (cioè Mr. Monti jr.) e 400 milioni in “beneficenza” di cui si occupa la Banca Leonardo che chiude una joint venture per “gestire il patrimonio nel territorio” con la Banca Mediolanum. Non è dato sapere dove siano andati a finire questi soldi perché essendo una “fondazione benemerita” che non paga tasse, si avvale (nel rispetto della privacy!!) del diritto di non rendere pubblico il nominativo di chi gode della beneficenza dell’ente che deve risultare anonimo. Nel 2010, Tremonti fa avere alla banca circa 25 miliardi di euro, con i quali MPS fa lo stesso giochetto: acquista circa 15 miliardi di bpt così abbassa lo spread, ne investe 9 in speculazioni azzardatissime e un altro miliardo così, a pioggia, nel territorio, di cui si sa poco o nulla. Per celebrare la bontà dell’operazione viene chiamato come “consulente e advisor d’aggiunta” l’on. Gianni Letta, a nome di Goldman Sachs, il quale provvede a fare in modo che venga varata una delibera nei primi mesi del 2011 nella quale si sostiene che “la fondazione per fare cassa e poter dunque sostenere l’ònere dell’operazione di acquisizione di banche terze, delibera di cedere il pacchetto delle proprie azioni privilegiate nell’ordine di 370 milioni di euro al nuovo advisor aggiunto Goldman Sachs, nella persona del suo consulente delegato rappresentante on. Gianni Letta”. E così, si trovano insieme, nel 2011, la famiglia Monti, la famiglia Letta, la federazione del PD sia di Siena città che di Siena provincia, i Caltagirone, con il management direttivo che è composto da massoni indicati dalla federazione del PD. Nel solo 2010, Giulio Tremonti fa avere alla banca circa 40 miliardi di euro che seguono il solito giro di sempre, creando un vorticoso anello virtuale di grande salute finanziaria delle banche italiane e di tenuta della nostra economia, perché si tratta, in pratica, dello stato che si compra i titoli da solo fingendo che li stia comprando il mercato. Ma l’economia, prima o poi vuol sapere i conti reali. E nel giugno del 2011 cominciano i guai. J.P.Morgan, Goldman Sachs e Credit Suisse si ritirano, “grazie e arrivederci abbiamo fatto il nostro lavoro”, e a MPS si accorgono che dei 32 miliardi complessivi investiti in derivati non soltanto non hanno guadagnato un bel niente, ma è tutto grasso che cola se riescono a recuperare sul mercato qualche miliarduccio. Devono quindi coprire il buco. Perché? Semplice: hanno messo in bilancio negli ultimi due anni le cifre dei guadagni sui derivati presentando il tutto come soldi acquisiti mentre, invece, erano virtuali. Quindi i bilanci erano truccati. Non si sa a quanto ammontino le perdite. Lo sanno soltanto, presumibilmente, Gianni Letta e Monti jr. Lo stato, però, in quel giugno del 2011 non ha davvero più soldi da dare a MPS, perché solo nel 2010 Giulio Tremonti ha fatto avere complessivamente al sistema bancario italiano 89 miliardi di euro, di cui circa 20 miliardi passati alle fondazioni (Lega Nord) di Banca Carige, Banco di Desio e Brianza, Banco di Brescia, Banco Popolare di Valtellina, Banca di Sondrio (per questo l’hanno voluto nella loro lista) che si comportano come MPS, lo stesso tipo di giochetto.
Ma a giugno del 2011 sono finiti i soldi. Il management di MPS è disperato: non c’è più lo Stato a tirar fuori il grano, come si fa? Ghe pensi mì, dice Mario Draghi, conosco gente in Europa. E così il 10 giugno del 2011 fa avere subito 350 milioni da 12 banche europee, altri 400 milioni dallo stesso consorzio e successivi 2 miliardi da un pool di altre 19 banche europee ma MPS è ormai un colabrodo, perché i soldi servono soltanto a pagare gli interessi composti sui derivati. Il management, infatti, ha venduto carta straccia a 10 a gente che si è assicurata: quella carta, a giugno del 2011 vale 2 quindi adesso MPS deve pagare anche l’assicurazione. E così, entra in campo lo spread.
Benvenuto!
Una parola ignorata dagli italiani fino al giugno del 2011. PD PDL Udc Lega Nord Massoni senesi e Vaticanensi pensavano che il giochetto fosse eterno. E invece non era così. MPS si rivolge quindi al mercato che gli sbatte la porta in faccia e si trova davanti a tre alternative: a) fallisce; b) vende titoli tossici che nessuno vuole; c) vende i bpt italiani di cui ne ha almeno 80 miliardi scadenza a 2 5 e 10 anni.
Sceglie l’opzione C.
Gli viene imposta da tutta la classe politica.
E così, l’intera classe politica italiana (con l’aggiunta della famiglia Monti) dà il via.
Ma il mercato è implacabile.
E quelli di Goldman Sachs e di J.P.Morgan sanno i conti veri di MPS (li hanno gestiti loro) e così spargono la voce che la banca è disperata perché “tecnicamente” è già fallita e consiglia ai clienti di acquistare a peso morto bpt italiani scommettendo sull’innalzamento alle stelle dello spread italiano puntando all’implosione del sistema economico italiano. Il bello è che, in questo giro perverso, partecipa addirittura MPS, perché i malati si comportano così: la terza banca italiana si lancia nel luglio del 2011 in una gigantesca operazione finanziaria puntando tutto sui debiti delle banche italiane, e le altre banche italiane la seguono.
Da cui, finalmente si è riuscita a sapere la vera verità.
La truffa dello spread iniziata nel giugno del 2011 non era una truffa: era reale.
E non fu un attacco della speculazione internazionale, bensì un attacco suicida delle banche italiane, guidato da MPS che, per coprire le proprie perdite, vendeva sul mercato secondario miliardi e miliardi di bpt italiani come se fossero carta straccia, diminuendo il nostro potere d’acquisto, aumentando il disavanzo pubblico e rendendosi responsabili, nonché protagonisti, dell’ultima mazzata inferta alla Repubblica Italiana.
Merita rispetto gente così?

La magistratura ha già pronto un mandato d’arresto sotto l’infamante accusa di “associazione a delinquere finalizzata alla truffa nei confronti dello Stato, falso in bilancio, dichiarazioni mendaci agli ispettori di Bankitalia, aggiotaggio, e alterazione degli equilibri di mercato” contro l’ex presidente Mussari, e contro Baldassari, Toccafondi e Vigni. Il problema consiste che il procuratore della repubblica di Siena, dott. Salerno, che ha in mano l’inchiesta, sostiene “di avere ormai accertata la piena consapevolezza del management e dell’intera dirigenza della banca, la quale, però, nel frattempo è stata sostituita, e quindi si tratta di colpevolezze pregresse”. Un finale tutto italiano, quindi.

Nessuno sapeva nulla. Questi quattro signori sarebbero dunque quattro individui che, da soli, si svegliano un mattino e decidono di rubare dei soldi allo stato, ai correntisti e all’intera collettività senza che nessuno sapesse nulla al riguardo. Come scriveva Die Welt in Germania “soltanto gli italiani possono credere a simili fandonie”.

Nessuno, quindi, sapeva nulla?
Nessuno ne ha parlato, neppure in rete?

Sì, uno c’è.

E lo ha anche fatto a nome della sua compagine politica, un importante esponente politico della destra moderata, che si chiama Agostino Milani, il quale, a nome del suo gruppo (Futuro e Libertà) nel febbraio del 2011 denunciò il tutto mandando anche una lettera ufficiale a Mario Draghi. Si diede da fare per cercare di ottenere una interrogazione parlamentare. Era il momento dello scontro frontale tra Berlusconi e Fini, con il PD che guardava a distanza come se la faccenda non lo riguardasse. Non accadde nulla e si mise a tacere quello che –allora, nella primavera del 2011- era stato definito negli ambienti politici nazionali “il più grande e grave scandalo della storia della repubblica”. I soggetti politici di FLI che si impuntarono per portare avanti la loro lotta, sono stati prima isolati e poi censurati e, finalmente, allontanati dalla vita politica attiva.
Martedì scorso, a Ballarò, il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, ha dichiarato come se nulla fosse: “si sa che una banca non può fallire mai”.

Lo considero un avvertimento minaccioso, frutto del morbo MM.

Chi l’ha detto che una banca non può fallire?

Chi l’ha detto che un imprenditore mafioso non può fallire?

Chi l’ha detto che la Guardia di Finanza non può piombare con la mannaia sui capitali riciclati delle grosse famiglie mafiose?

Chi l’ha detto che c’è qualcuno al di sopra della legge di mercato che vale per tutti?

Ma dove vive questa gente.

Per nostra fortuna esiste la rete, che non perdona.

Perché quando si finisce in rete, lì si rimane.

Ragnatele impolverate, silenziose, assopite, che possono ritornare in vita soltanto in un unico caso: se qualcuno va a rispolverarle.

Ho saputo di questo articolo, a suo tempo pubblicato in un sito che non esiste più (il cittadino.it) per un caso davvero strano, attraverso un blogger olandese che segue le questioni italiane e poi fa un rapporto alle commissioni europee. In giro per l’Europa si sa anche della lettera consegnata a Mario Draghi e di successive pressioni da parte di deputati indignati, sia di destra che di sinistra che di centro.
In Italia non è accaduto nulla.

Questo articolo, oggi, 20 mesi dopo, acquista un sapore completamente diverso.

Lo metto qui, in copia e incolla, come stimolo a riflettere. Per pensarci su.

Soprattutto per pensare e ripensare alla MM, il morbo pestilenziale che ha colpito l’intera provincia di Siena e di cui tutti fanno finta non sapere che esiste, che ha colpito un’intera provincia, e che in qualunque momento può ammalare l’intera popolazione italiana.

Auspico che il popolo senese riesca a trovare dentro di sé un guizzo di decenza e di decoro per insorgere.

Il mondo si è globalizzato, e lo hanno fatto anche i boss della criminalità organizzata, i rentier, le baronie, i capitalisti coloniali, autentiche cavallette del mondo post-moderno.
Esiste una “questione nazionale” che dovrebbe essere seguita dal Ministero della Sanità Pubblica, perché si tratta di una gravissima malattia sociale: è la MM.

L’omertosa Mafia Mentale del popolo italiano  ha devastato questa splendida etnia, composta da tutti noi, dalle Alpi al canale di Sicilia e ha condotto ad una deriva morale dalla quale nessuno dei partiti presenti in parlamento è immune.

Ecco l’articolo, pubblicato il 18 aprile 2011, che ha prodotto effetto zero.

Ringraziamo il web.

E facciamo in modo di aggrovigliare noi, grazie alla rete, i responsabili di questo sfacelo annunciato.

Per farli finire tutti come mosche fastidiose, arroganti e presuntuose, vittime della loro stessa natura.


18/04/2011 17:14

MILANI (FLI) COMMENTA LA "DITTATURA A SIENA"

Un "armonico groviglio" scollegato dalla realtà


SIENA. Ci sconcerta lo sconcerto con il quale la stampa locale commenta le dichiarazioni di Claudio Martelli a proposito del fatto che a Siena ci sia una dittatura esercitata da sempre da un partito unico che da sempre controlla, quasi manu militare, il sistema senese influenzando financo la stampa che si riduce ad esaltare tutto quel che fa l’amministrazione.
Ci sconcerta, dicevamo, che qualcuno si sconcerti per cose che sanno tutti e alle quali in qualche modo ci siamo abituati, anche se non rassegnati.
Certamente noi, abituati al clima ovattato senese, non avremmo usato il termine dittatura, anche se contestuale ad un ragionamento più articolato, ed avremmo optato per un più corretto politicamente “groviglio armonico di interessi”, che poi è la stessa cosa, però fa meno effetto.
Certo l’anomalia senese non ha uguali, perché non esiste paese al mondo dove il candidato dell’opposizione (a parole) viene scelto di concerto con la maggioranza.
Qualcuno si scorda per caso come il candidato Nannini, che per sua stessa ammissione ha sempre votato a sinistra, sia stato prescelto da un certo Rocco Girlanda che lo ha portato a Verdini il quale a sua volta l’ha portato da Berlusconi per l’imprimatur definitivo.
E non è lo stesso Girlanda amministratore delegato della società editrice di un quotidiano locale notoriamente schierato a sinistra e, al contempo, deputato umbro del PDL, coinvolto in alcuni scandali con Denis Verdini?
E lo stesso Verdini, sin dalle amministrative del 2006, non è forse in rapporti con quel Franco Ceccuzzi che oggi si candida a sindaco di Siena?
Ci spieghi allora Ceccuzzi quali sono stati e quali sono i suoi rapporti con Denis Verdini e ci spieghi anche se parlavano di donne, di sport o di qualcosa di altro.
Nella nostra concezione politica (dove non esiste l’ abitudine di insultare o di tentare di comprare il nemico) non c’è niente di illecito ad avere rapporti e confrontarsi con l’avversario, purché ciò avvenga alla luce del sole e che tutti ne siano informati.
Nella nostra concezione politica non esiste neppure che un sindaco uscente (il Cenni) sia costretto l’ultimo giorno a votare contro la propria maggioranza, che è già passata al nuovo padrone e per ingraziarselo, dopo avere approvato Piano Strutturale e Regolamento Urbanistico, si rifiuta di approvare il Regolamento Edilizio, che dei primi due costituisce il libretto delle istruzioni, solo per poter dare al povero Cenni la responsabilità di quanto accaduto negli ultimi dieci anni.
Il sistema Siena è certamente un “groviglio armonico e virtuoso”, dove però i gestori stanno chiusi nel palazzo e non si rendono conto di quel che avviene nel mondo reale e nulla fanno per sottrarre la città a quella decadenza verso la quale sembrano invece spingerla.
Perché per governare una comunità, anche se ricca di grandi risorse come è stata Siena fino a poco tempo fa, bisogna ascoltare le istanze dei cittadini che danno il polso della situazione, farsi carico dei loro bisogni e delle loro speranze per trasformarli in progetti reali, trovare le necessarie risorse e poi realizzarli.
E’, in altre parole, necessario guardare la realtà, coglierne i problemi e sapere immaginare il futuro.
Non ci sembra che questa capacità sia il tratto distintivo dell’armonico groviglio.

Agostino Milani Futuro e Libertà, 18 aprile 2011