mercoledì 6 giugno 2012

Che il popolo esulti: è arrivata la Grande Alternativa. A destra Gerry Scotti, a sinistra la de Gregorio e Saviano.



di Sergio Di COri Modigliani



Se non fosse comico, sarebbe comico.
Comunque sia, è agghiacciante.
Mi sembra di vederli –come nei cartoni animati- il management del PDL riunito intorno a un tavolo con i loro padreterni della comunicazione, circondati da grafici, punteggi, sondaggi, magari con il faccione di Beppe Grillo pieno di spilloni, perché dopo averle provate tutte sono passati alla macumba brasiliana approfittando di una consulenza passeggera di mamma Ebe, nella speranza di raggranellare qualche applauso; e a un certo punto, avviliti dallo sconcerto dicono “capo, quelli vanno forte perché hanno un comico al comando, e buca pure lo schermo alla televisione, mica è Bersani, per quello lo facciamo vedere poco”. Commenti e mugugni vari e a un certo punto il caro leader perde le staffe e sbotta. “ma insomma, noi non ce l’abbiamo un cazzo di comico da qualche parte? Con tutta sta marea di euro che devo spendere ogni anno, non si riesce a trovare nessuno?”.
E allora, lui, il genio del marketing elettorale, si fa avanti perché sente che è arrivato il momento della sua vita “Io ce l’ho”.
Silenzio generale.
Tira fuori il faccione di Gerry Scotti, una specie di salsamentaro che fa dei quiz  telesionati per cerebrolesi al pomeriggio, e sospira: “Lui è il nostro uomo”.
Applausi.
Tutti esultano: “E’ l’uomo giusto, è talmente simpatico che fa a pezzi anche Roberto Saviano, mia zia Evelina lo adora, mi ha detto che lo vota sicuro”.

Eh già.

Perché se la destra affonda nella propria melma, la sinistra sguazza nel fango della propria assoluta inettitudine suicida.
Nella miglior tradizione della avanguardia miliardaria snob hanno trovato –anche lì grazie a degli imbattibili geni della comunicazione mediatica- la trovata vincente: una coppia.
Roberto Saviano e Conchita de Gregorio.

Soldi a go go dietro le quinte (il prode De Benedetti, il miliardario buono che si oppone al miliardario cattivo come nei cartoni della Walt Disney) ma siccome loro sono intelligenti mentre quelli del PDL sono scemi (fa parte dell’essere avanguardisti miliardari pensare sempre che gli altri siano scemi e io sono il più ganzo) loro non fanno un partito, perché siccome sono intelligenti e hanno capito che il popolo ormai odia i partiti allora pensano a inventare qualcosa che non sia un partito che non assomigli a un partito che non faccia venire in mente nessun partito così possono tranquillamente portare voti al partito ma la gente non se ne accorgerà perché è rimbecillita (per fortuna, pensano loro) così non scendono direttamente in campo, bensì scendono “tangenzialmente”, facendo finta di niente; “in teoria” neppure si schierano. Proprio no. Fanno una lista civica di appoggio.
Di appoggio, a chi?
Naturalmente, di appoggio a coloro che negli anni li hanno sostenuti, foraggiati, finanziati, alimentati, cautelati, raccomandati, piazzati ai nastri di partenza (e di arrivo).

Poi, c’è magari il secchione di turno, quello che non ha capito come stanno le cose, l’idiota della situazione, il quale chiede: “compagni, anzi, ragazzi: appoggio, a che?”.

E lì avviene il dramma.
Vero. Forse anche una tragedia.
Perché non c’è un’idea, una novità, una soluzione, una prospettiva. Non c’è nulla.
L’idiota viene rispedito a casa a fare i compiti e cancellato da ogni lista. Forse lo fanno anche arrestare con l’accusa di aver rubacchiato da qualche parte.

E così, l’Italia di destra e l’Italia di sinistra si prepara al prossimo autunno elettorale pensando (e sperando) che il popolo italiano sia sempre ancora ben rincoglionito.
C’è anche il centro, quello che la truppa mediatica definisce “il polo moderato”.
“Servono facce nuove, soggetti inèditi” così proclama Luca Cordero di Montezemolo, una new entry, che ritiene di essere nuovo e inèdito. Forse ha dato troppo credito al suo chirurgo plastico che lo ha convinto.

Sono convinti che basta cambiare nome e la facciata per non far capire la faccia e l’ignominia che c’è dietro, e sotto, e a lato.
Sono convinti  (a destra) che siccome Grillo vince perché è un comico, allora basta opporre un altro comico e il gioco è fatto. Tanto, quello che dice è irrilevante. Non conta.
Sono convinti (a sinistra) che siccome il PD finirà come il PDL, cioè imploso per mancanza di ossigeno interno, allora bisogna inventarsi qualcosa per far sì che la gente voti per il PD pensando di andare a votare contro il PD, una perversione più unica che rara, e quindi, giù con le truppe cammellate dei servi mediatici a tassametro.

Nascono come funghi, le liste civiche.
Tutte uguali nella loro diversità.
Peccato che, sotto il vestito, niente.

Anche perché, gli italiani, ormai, il vestito neppure lo guardano.

Hanno capito che il re è nudo e lo vedono per ciò che è.

Beppe Grillo non vince perché è un comico. Lui, quando parla, non dice mai cose comiche. A dire il vero usa argomentazioni tragiche, dà cifre e notizie drammatiche, parla di situazioni da accapponare la pelle. Ascoltandolo, verrebbe voglia di strapparsi i capelli dalla disperazione. Eppure, uno lo ascolta e si mette a ridere.
Come mai?
A me sembra di una ovvietà elementare: Grillo punta la melma e dice: “guardate che questi sono melma, quindi, paradossalmente innocui, non dovete aver paura, sono loro che muoiono dalla paura, sono morti ma non lo sanno, basta non votarli più e ritornano a fare i bagnini e i posteggiatori abusivi, e a noi ci toccherà andare a pulire il fango, non sarà facile ma almeno ci proviamo; con noi è un tentativo, con loro il suicidio è garantito”.
Tutti ridono, perché scaricano l’ansia, e sono contenti nel vedere il re che è nudo.
Montezemolo pensa che Grillo scherzi.
Lo pensa anche il PDL che si inventa Gerry Scotti.
Lo pensa anche il PD che si inventa Roberto Saviano e Conchita de Gregorio.

Non hanno mica capito che Beppe Grillo non scherza affatto.

Personalmente non pretendo che capiscano; basta che scompaiano dalla linea dell’orizzonte della vista degli italiani.

Già questo sarebbe il primo passo verso una democrazia sostenibile. Di quelle politicamente corrette: a chilometro zero, senza doversi sempre spostare per andare a prendere ordini a Palermo, a Berlino, a Washington, a Catanzaro, a Bruxelles, a seconda dei casi. Come dicono oggi? “Senza se e senza ma?”

Proprio no.

Con tutti i se e tutti i ma del mondo.

Per la serie “MA SE sei stato indagato!”
“MA quello non era il tale che ti ha assunto due anni fa?”
“MA come! Fai i comizi contro i monopoli dell’informazione e ti fai finanziare da un monopolio dell’informazione?”

Ecc., ecc., ecc.

Non fatevi fregare, questa volta.
State accorti.

lunedì 4 giugno 2012

Volano le borse grazie al superpiano inventato da Draghi. E' l'ultimo diabolico atto della Grande Truffa.



di Sergio Di Cori Modigliani



Diciamoci la verità e come stanno davvero le cose, anche se, forse, non ci fa piacere, e duole mettere il dito sulla piaga: tutta quest’aria di rivolta, di ribellione, di improvvisa presa d’atto da parte del popolo italiano che sembra scoprire oggi che esiste la corruzione, che lo Ior non è una banca di santi, che i partiti rubano, che esiste il privilegio, che Berlusconi pensava in realtà soltanto alle sue aziende, che il territorio idro-geologico è stato massacrato, che il parlamento vota soprattutto leggi in aiuto della mafia, ecc., ecc., ha finito per promuovere e far nascere il partito degli indignati. Tutti indignati. Proprio tutti.
Che bellezza, la rivoluzione è alle porte!
Ma facciamo una ipotesi elementare, semplice quanto banale: se lasciassimo tutto com’è ma ci mettessimo –con un atto di magia da abile illusionista- una toppa sui soldi e non ci fosse più la gigantesca crisi economica (per un miracolo improvviso), la stessa gente che oggi si indigna e si dichiara disposta a farsi uccidere pur di denunciare la mafia, la corruttela, l’avidità dei partiti, il privilegio della casta, in un millesimo di secondo ruoterebbe di 180 gradi e cesserebbe di indignarsi, direbbe “oh basta con tutte queste brutte storie che fanno male alla salute, pensiamo in positivo per creare una realtà positiva” e in men che non si dica, la nazione sarebbe pronta a riempirsi di nuovo di cemento, a occuparsi delle mutandine di qualche smandrappata, a farsi dare crediti agevolati per andare alle Maldive portandosi appresso anche la suocera e il cognato ad annoiarsi, facendo gran affari con la mafia, votando i più squallidi mascalzoni mai apparsi sulla piazza sapendo chi sono, e gettandosi con avida spensieratezza nelle più lucrose e veloci speculazioni possibili, nella più totale indifferenza di tutto ciò che accade intorno. Non trovereste più un indignato neppure a pagarlo a peso d’oro.
All’uomo di Goldman Sachs in Italia (Romano Prodi)  nel 1997 bastò ventilare la prospettiva di far dei soldi spiegando alla gente le meraviglie della finanza speculativa, come sarebbe stato bello e facile acquistare una casa per 300 milioni di lire nel 1999 e poi vedersela raddoppiare come valore nel 2002 perché sarebbe costata 300 mila euro che voleva dire 600 milioni e tutti sarebbero diventati ricchi, nel frattempo speculando in borsa, cosa che facevano tutti, ma proprio tutti, compresa Sabina Guzzanti che va in giro a piagnucolare perché ha perso 500 mila euro senza rendersi conto che nella sua disgustosa lamentela da brava ipocrita italiota rivela che la speculazione finanziaria va bene denunciarla sotto l’abile e diabolico cappello dell’industria dell’indignazione (purchè strapagati perché fa odiens e avanguardia snob miliardaria) per poi gettarsi nella mischia (senza che nessuno lo sappia) e correre al tè organizzato a Via dei Monti Parioli a dare i propri soldi a chi prometteva fortune sulla pelle dei greci, dei portoghesi, degli irlandesi, tanto nessuno lo saprà mai, e poi quelli sono lontani. Siccome è andata male e il furbastro si è inguattato il mal tolto, e tutto è diventato pubblico, allora ci si indigna. Avrebbe dovuto indignarsi prima quando glie lo hanno proposto. Avrebbe potuto investire i suoi soldi per tirar su un’impresa, macchè: giù di corsa al gran ballo della finanza speculativa. Solo che, a volte, va male.
E allora si lamentano perché è colpa di Goldman Sachs.
E va da sé, che non ci dicono quando, invece, a loro, è andata  bene.
La colpa non è di Goldman Sachs. La colpa è di chi va da Goldman Sachs.
Da cui la necessità inderogabile di avviare una rivoluzione di coscienze interiori, se ci si vuole evolvere.
E’ un po’ come la triste questione delle schiave del sesso: fintantoché c’è domanda, quelle  poverette saranno obbligate a far le schiave. Se crollasse il mercato della clientela, loro sarebbero libere, nessun magnaccia le vorrebbe più. Non renderebbero.
Il potere costituito, tutto ciò lo sa benissimo. Per quanto, da millenni, generosi pensatori e filosofi e combattenti per la libertà dei popoli si siano svenati, e sgolati, per cercare di spiegare come funziona, in effetti, la baracca, alla fine si assiste sgomenti allo spettacolo masochista di chi non cerca altro che credere a delle illusioni, a dei falsi, a delle magie, inseguendo l’autoinganno e rinunciando alla facoltà del ragionamento.
Si incassa quando va bene, pur sapendo che il proprio guadagno comporta, magari, la morte e la povertà per milioni di persone (tanto sono lontane in un altro continente, chissenefrega) e se va male, ci si indigna e si scopre che il mondo è cattivo.

Tutto ciò per introdurre la più pericolosa pensata della banda Draghi & co., quella offerta alle ore 19 di domenica 3 giugno 2012, l’estrema risorsa per metterci una pezza e farci sognare. Per l’appunto: un sogno. Anche Berlusconi faceva sognare. Anche Andreotti faceva sognare, creando l’assistenzialismo clientelare, tanto il conto l’avrebbero presentato alle generazioni future, in un millennio di là da venire (che sarebbe questo). E tutti sognano, felici di sognare. La protesta e la lamentela nasce soltanto quando il sogno si rivela un incubo.
Ma il rischio dei sogni è questo. E’ cosa nota.
Nello stato di veglia, invece, l’incubo non esiste, perchè uno provvede, pondera, ragiona, argomenta, pensa, calcola, e soprattutto, in presenza di emergenza, problema o scoglio, previene e fa scattare dispositivi cauti e razionali di cui si ha prova certa che funzioneranno. Altrimenti, i treni non sarebbero dotati per Legge di freno d’emergenza.
La “Grande Truffa” ideata a Berlino, di cui in Italia il quotidiano la Repubblica ha deciso di cavalcarne il Senso presentandola come la risoluzione tanto agognata a tutti i nostri problemi, è in realtà pericolosissima. Perché è un falso, perché non funziona –e loro lo sanno benissimo- perché serve soltanto nell’immediato a due unici scopi: A) Far guadagnare le banche pilotando le borse su dati falsi per innescare un meccanismo di speculazione al rialzo e su questo bluff raggranellare sul mercato la ricapitalizzazione di aziende decotte, già fallite, tenute insieme soltanto da cerotti virtuali e da manager corrotti; obiettivo: espoliare la gente degli ultimi spiccioli rimasti. B) Fingere di aver trovato la risposta giusta, efficiente ed efficace alla più allarmante notizia politica degli ultimi 12 anni, da quando è nato l’euro: l’ultimatum del presidente Usa. E’ vero che gli americani, molto spesso, hanno dato prova di essere irrimediabilmente farlocconi, superficiali e arroganti, ma non sono nuovi ricchi alla ricerca di uno status: stanno nei guai veri. E lo sanno. E sono consapevoli di esserne i responsabili originari. E non hanno nessuna intenzione di metterci una pezza. Non la vuole Obama, la pezza, perché sa che non funziona e a novembre perderà di conseguenza le elezioni: ma non la vuole neppure Romney, perché sa che la pezza si sbrillenterà tutta a ottobre, proprio a ridosso delle elezioni e nel nome dell’emergenza nazionale assoluta –com’è nella tradizione statunitense- il popolo farà quadrato intorno al presidente in carica e gli stessi repubblicani lo appoggeranno a denti stretti. “la pezza fa perdere le elezioni a entrambi” (sembra privo di senso, ma un Senso invece ce l’ha). A questo bisogna aggiungere che gli americani non sono italiani o spagnoli, sono una etnia diversa. Quando danno un ultimatum, non concedono deroghe, non concepiscono neppure l’esistenza del termine “condono” e un secondo dopo la scadenza dell’ultimatum, se in presenza di una situazione che da loro viene definita “salvaguardia degli interessi nazionali” danno l’ordine di far partire i bombardieri e se ne fregano. Sono sempre stati così, sono ancora così e saranno sempre così. E Obama l’ha detto venerdì mattina su CNN, alla radio, affondando volontariamente la borsa di Wall Street. Il tono è stato secco e perentorio e su questo tutto il mondo mediatico statunitense è d’accordo, una specie di bollettino di guerra. Ha detto Obama: “Seguiamo con viva preoccupazione la situazione economica europea e il nodo che l’eurozona sta cercando di sciogliere dimostrando di essere miopi e incapaci. Devo aggiungere che consideriamo con vigile attenzione ciò che sta accadendo perché una conflagrazione dell’euro, adesso, avrebbe conseguenze devastanti per la nostra economia. Tant’è vero che non siamo in grado di riprenderci perché la crisi europea ci sta bloccando. Se, nei prossimi giorni (ndr. “giorni” non “settimane” tantomeno “mesi”) le nazioni dell’eurozona non dovessero attuare immediate manovre risolutive, nel nome della salvaguardia dell’interesse nazionale, noi ci troveremo nella condizione di dare una forte indicazione alle nostre multinazionali affinchè disinvestano i loro capitali dalle nazioni europee rientrando in patria per dare il proprio contributo ad avviare la risoluzione dei problemi nazionali”. Tradotto, vuol dire, che in condizione di emergenza (questa lo è) gli Usa si chiudono a riccio, per salvarsi le palle. I giapponesi (ne sanno qualcosa) e i tedeschi (anche loro) hanno preso molto sul serio l’ultimatum che si dice dovrebbe scadere il 12 giugno. Tant’è vero che le loro borse vanno male, anzi malissimo. Mentre, invece, la truppa mediatica di deficienti italioti ci racconta il sogno di una improvvisa revanche di orgoglio nazionalista sottolineando il fatto che la borsa giapponese va giù, perde anche la borsa di Francoforte, mentre Milano e  Madrid vanno su e guadagnano perché le cose si stanno mettendo bene, finalmente. Così, a vacca. E’ l’ultima Grande Truffa dei mercati. Il rialzo di borsa di Milano e Madrid, personalmente, la considero una pessima notizia: guidano il rimbalzo le banche decotte amministrate dai politici corrotti che sorreggono Monti che deve sostenere Draghi che vuole puntellare la Merkel per isolare Hollande e rispondere all’America sostenendo che noi europei siamo in grado di risolvere con geniale abilità i nostri problemi. Non mi sembra. Tanto più allarmante è l’improvviso cambiamento di tono, di linguaggio, e di forma di tutti i media statunitensi nelle ultime 48 ore a proposito dell’Europa. Ascoltando una qualunque radio o televisione mainstream statunitense, sembra di ascoltare la programmazione di notizie il cui palinsesto è stato organizzato da Paolo Barnard. Il che non induce a serene aspettative. Non credo affatto che l’Italia abbia bisogno, in questo momento, né di sognare né tantomeno di vivere un’ondata di speculazione finanziaria (che sia al rialzo per me è irrilevante). La classe politica avrebbe dovuto spiegare le ragioni alla gente, invece che cavalcarla. Ma è così. A me l’idea di trovarmi in guerra con gli Usa non piace affatto (parlo qui di guerra economica, si intende), perché con loro si può trattare, essendo noi pieni delle loro basi militari e ci converrebbe esserne alleati, soprattutto in termini economici. Purtroppo, l’attuale governo del ragionier vanesio si sta comportando come l’Italia aveva fatto nel 1973, nel 1943, nel 1940, nel 1915. Ogni popolo ha la propria tradizione storica. Si gioca su due tavoli cercando di capire chi vincerà per poi accodarsi puntando a qualche briciola generosa. Su diversi siti dell’estrema sinistra, oggi leggevo con raccapriccio la felicità di chi non ha capito che li muro di Berlino è crollato nel 1989 e non c’è più la guerra fredda, è in corso un altro tipo di guerra. A me interessa questa guerra. Avrei voluto un governo con una presa di posizione netta e dichiarata. Una classe politica che abbia il pudore di prendere posizione così si capisce su quale fronte stiamo. Basti pensare che le borse volano in Europa all’idea del “superpiano” che verrà presentato il 30 giugno. Cioè, fuori tempo massimo.
L’anti-americanismo bècero non ha mai fatto bene all’Italia e soprattutto non ha mai prodotto alcun risultato utile per la nazione.
Il rialzo delle borse europee oggi non è affatto indicativo della buona salute economica del continente, e quindi è una pessima notizia. E’ indicativo della solida presa di possesso della finanza speculativa sull’economia. Non fatevi ingannare dai numeri della retorica. Fa parte della Grande Truffa. Volano MPS, Unicredit, Intesa San Paolo, Banco Popolare di Milano, tutta roba loro. Roba di Cosa Nostra. Perdono Luxottica, Ferragamo, Tod’s, Pirelli, Campari: i produttori veri, cioè Casa Nostra.
Così si rifinanziano i partiti nel mercato azionario.
Lo fanno così, seguitando ad affondare l’economia insistendo a privilegiare la finanza decotta speculativa.
Tanto c’è la truppa mediatica che provvede poi ad alimentare il sogno.


Io ho voglia di svegliarmi.

domenica 3 giugno 2012

Gossip domenicale, con retrogusto politico. A Parigi, una principessa saudita fugge dalla finestra per non pagare il conto dell'albergo.


di Sergio Di Cori Modigliani



La notizia è piccola piccola, in apparenza puro gossip e niente di più, di quelle che assommano disgusto e rabbia ma strappano un sorriso, perché appartiene al mondo del delirio del potere, nella sua versione più bècera e davvero miserevole. Ma la notizia, per quanto esile nel suo impatto, contiene un retrogusto politico che può servirci a comprendere alcune cosette che stanno accadendo in Europa in questi giorni decisivi (entro il 20 giugno si deciderà il destino di tutti noi).

Ecco prima i fatti nudi e crudi:
La protagonista è una principessa, come si conviene alle favole.
Si chiama Maha al Sudairi (foto in bacheca) ha circa 28 anni e dieci anni fa era andata in sposa –come sesta moglie- a uno dei più potenti uomini al mondo, Nayef bin Abdul Aziz, che all’epoca di anni ne aveva 70. Costui è il ministro degli interni del Regno di Arabia Saudita, principe ereditario, primo nella lista degli aspiranti al trono. E’ proprietario immobiliare (soltanto in Europa) di 24.000 tra case, ville, appartamenti e palazzi, di cui 1.650 soltanto a Parigi (in Italia possiede soltanto 25 ville faranoiche e 800 condominii di lusso). A dicembre del 2009, per editto reale, la principessa è stata “ufficialmente ripudiata” per via del suo vizietto: spende troppo. In tre mesi a Parigi aveva accumulato debiti per 15 milioni di euro, di cui 70 mila in un negozio di biancheria intima La Perla, e 3 milioni di euro presso il negozio di scarpe di Coco Chanel. Il marito aveva detto: basta, e ha divorziato. Legalmente è rimasta con il titolo di principessa, ma senza la possibilità né di salire al trono né di essere presente alle feste a corte. L’ambasciata arabo-saudita ha comunicato l’evento, lasciando a tutte le nazioni la discrezione della scelta da compiere. In Gran Bretagna è stata espulsa e considerata “persona non grata”, nella Repubblica ceka non le hanno dato il visto d’ingresso. Sarkozy, invece, le ha addirittura riconosciuto l’immunità diplomatica, divenuta poi amica intima di Carla Bruni. Da lei, funzionari dello Stato facevano la fila per fare affari con i sauditi. Dal 23 dicembre del 2011, quindi, lei si è trasferita a vivere all’Hotel Shangrilà di Parigi.
Intendiamoci, non da sola, sennò che principessa sarebbe! I
Insieme ad altre 62 persone, tra dame di compagnia, massaggiatrici, manicures, parrucchiere, ecc. Tutta questa bella combriccola di donne, la principessa e le sue serve, era alloggiata in 41 suite e 20 camere occupando tutto il settimo e ottavo piano dell’albergo. La stanza della principessa costava 22 mila euro a notte.
Ed ecco i fatti avvenuti tra venerdì e sabato scorso:
la principessa Maha ha aspettato la notte fonda, dopodiché si è calata dalla finestra con l’intenzione di fuggire dall’uscita di sicurezza per non pagare il conto, intorno ai 7 milioni di euro, abbandonando il suo seguito al loro triste destino. Ma lì c’era una sorpresa ad attenderla. Quattro donne –agenti dei servizi segreti- l’hanno fermata subito ammanettandola. Lei ha dichiarato “godo dell’immunità diplomatica, sono una principessa mussulmana” minacciando uno scandalo internazionale. Le agenti hanno chiamato il loro capo il quale, alle 3 di notte, ha svegliato il neo-ministro degli interni, Manuel Valls, notoriamente molto sensibile (nonché esperto) nella gestione dei delicati conflitti sociali etnici delle periferie urbane francesi. Il ministro non ha avuto esitazioni. Ha fatto arrivare venti volanti della polizia a sirene spiegate perché svegliassero tutta la città, ha fatto avvertire i fotografi, e ha fatto portare via la principessa e tutto il suo staff in manette in un commissariato di un arrondissement con una densità molto alta di popolazione mussulmana, dove i funzionari di polizia sono per lo più cittadini francesi di pelle nera, la maggior parte dei quali mussulmani. La principessa non si è resa conto di come si erano messe le cose. Quando è arrivato il commissario (un mussulmano francese) ha pensato che per lei era fatta. Ma la risposta l’ha raggelata: “ringrazi il cielo che non viviamo in Iran dove le avrebbero staccato le mani perché ladra; questa è una nazione civile che rispetta i diritti, quindi, andate tutti al fresco, e pagate fino all’ultimo soldo, i suoi bagagli vengono requisiti perché abbiamo controllato che lei ha 450 abiti acquistati nelle ultime settimane ma non ha pagato la relativa tassa”. Dopo otto ore è arrivato l’ambasciatore con il libretto degli assegni. Ha pagato il conto dell’albergo, ma ha dovuto pagare anche il costo per l’amministrazione della spesa (compreso l’elenco dei litri di benzina spesi per le automobili, il costo delle telefonate sui cellulari calcolato al millesimo e gli straordinari per il personale impiegato data l’ora tarda) ha dovuto pagare la salata multa per evasione fiscale e farsi carico di sei denunce da parte di poliziotte semplici per minacce e tentativo di corruzione. Patteggiamento immediato: tutti liberi, dopo aver versato 17 milioni di euro, di cui 5 sono andati direttamente nelle casse del sindacato femminile di polizia, 7 all'albergatore e altri 5 al fondo cassa spese correnti del commissariato nella specifica sezione "emergenze sociali".

Fine della modesta storiella gossip.

Così si amministra una città.

Volevo aggiungerci un lungo sproloquio per spiegare tante cosette. Ma è inutile. 
E’ sufficiente la favoletta.

Là, i tempi sono cambiati. E questa è l’aria che tira.

Così si amministra il potere in una città e si dà un segnale alla cittadinanza.

Buona domenica a tutti.

sabato 2 giugno 2012

Viva la parata del 2 giugno. Una riflessione sulla nostra Repubblica.



Di Sergio Di Cori Modigliani



Viva la parata del 2 giugno 2012.
Evviva!
Compreso il ricco buffet, i cotillons, ogni spesa pazza, ogni sfarzo, ogni mancanza di sobrietà e modestia.
Abbasso Maroni, Di Pietro, Diliberto, il 99% dei feisbucchiani twitterandi e la massa del popolo web, la quale pensa di essere originale perché vive in rete, ma si dimentica di non esserlo affatto perché web o non web sempre massa è: senza il cane pastore, tremano.
Dove stava tutta questa gente il 18 luglio del 2011?
Dove, mi chiedo?
Ve lo dico io, dove stava: nei bar a scommettere se Ruby avesse fatto o meno i bocchini al premier, ecco dove stavano tutti. Il resto non aveva una grande importanza.

E adesso passiamo alla stesura della mia argomentazione.


L’ex ministro degli interni Roberto Maroni, il quale, da uomo intelligente ha perfettamente capito che è tutto grasso che cola se finisce a fare il bagnino a Lignano Sabbie d’oro, tenta la puntata della disperazione dichiarando che “sono soldi buttati nel cesso” pensando, in tal modo di raccattare uno 0,3% in più al prossimo sondaggio televisivo elargito da Enrico Mentana. Ormai è la sua unica vera ambizione. Gli fa eco il baldo Antonio Di Pietro, abile califfo della sinistra, il quale dichiara “non vado alla parata: è sagra dello spreco”. E abbocca anche Il Fatto Quotidiano, il più libero organo di stampa mainstream, l’unico ad aver scelto di non aggravare la spesa pubblica succhiando soldi dalle sovvenzioni statali, perché loro sono imprenditori “normali” (in questo paese un atto praticamente eroico) se non vendono nulla e nessuno li vuole, chiudono e vanno a casa. A differenza de l’Unità, Libero, e tutti gli altri (dall’estrema destra all’estrema sinistra passando per il centro)  che sanno di potersi permettere il lusso di scrivere qualunque idiozia e non vendere neppure una copia, tanto nessuno di loro paga gli errori professionali, siete voi con le vostre tasse che pagate i loro lauti stipendi. Per non parlare di Alemanno, ormai allo sbaraglio, che ha detto “non vado alla parata” dimenticandosi che nessuno avrebbe notato la sua assenza. E’ ormai un fantasma.
Si sono tutti, all’improvviso, risvegliati il 28 maggio del 2012: e la massa ha abboccato.
Ma dove stavano il 18 luglio del 2011?
Dove stavano in quell’assolato pomeriggio estivo, dodici giorni dopo che tutti i gruppi (seri) antimilitaristi italiani, convinti di farcela perché avevano addirittura trovato uno sponsor d’eccezione (il prof. Umberto Veronesi) avevano inviato una lettera firmata da 45 associazioni onlus italiane e indirizzata a Napolitano, La Russa, Berlusconi, Fini, Schifani, nella quale chiedevano di annullare la parata del 2 giugno 2012 e di destinare la cifra devolvendola all’istituto di ricerca oncologica di Milano per poter aumentare le possibilità di sopravvivenza professionale dei tanti scienziati all’opera, nobili quanto precari?
Erano tutti rinchiusi in una fresca e ben aereata stanza del senato, per la riunione che l’allora Ministero della Difesa, Ignazio La Russa, aveva convocato per dirimere una piccola controversia che in venti giorni era già diventata l’anticamera di una colossale zuffa che poteva anche degenerare in pericolosa pubblicità mediatica. C’erano tutti, non mancava nessuno. Destra, sinistra, centro, compresi i gruppi esclusi dal parlamento ma che erano riusciti a piazzare (facendoli entrare dalla finestra) un loro delegato con svariate scuse istituzionali. Tema del giorno: “gestione e attribuzione degli appalti per la festa del prossimo 2 giugno 2012”. Una vera pacchia.
La riunione era stata indetta perché quella che allora era l’accoppiata vincente degli affari (il duo Berlusconi/La Russa) avevano come al solito esagerato facendo tombola. Finita la festa, il 3 giugno 2011, gli altri avevano cominciato a protestare pretendendo almeno la cinquina e la quaterna o un modesto terno; la protesta era montata al punto tale da bloccare l’automatica conferma degli stessi identici soggetti per la parata dell’anno dopo (cioè oggi).
Con diabolica abilità, Maroni –che aveva piazzato soltanto una società e mezza- aveva gestito la riunione sostenendo anche le parti dell’opposizione riuscendo alla fine a strappare lucrosi appalti per tre società sicure leghiste del bresciano e forse una qualche partecipazione a un consorzio toscano comunista con il quale si erano accorpati per fare numero, un posticino lasciato libero da Alemanno che aveva piazzato delle società di Pomezia (quindi voti garantiti nell’Agro Pontino dove la camorra e la mafia albanese la fanno da padrone) che si conquistavano, così, il loro posto al sole. Tanto paghiamo noi.
Si sa, per loro, anche il 2 giugno è Cosa Loro.
Ufficialmente –nel senso piatto del termine- il costo è di 3 milioni di euro. In verità è di circa 75 milioni. Perché alla parata vi partecipano circa 250 aziende diverse, per un indotto complessivo di migliaia di persone coinvolte, dalle industrie del bresciano che costruiscono laminati di ferro, ghisa e tubi Dalmine (aziende del gruppo Lucefin, CMMLaser, il gruppo Mechel) e poi la Fertubi nel Friuli (così Maroni si assicura il posto come bagnino) a quelle  del gruppo Sider Pomezia, con la comunicazione gestita da diverse società di relazioni pubbliche che fanno riferimento ad amici, amichetti di Alemanno assunti apposta per stampare materiale iconografico necessario e sufficiente per la grande parata. E giù milioni. Per non parlare del catering, dove partecipa anche la serena opposizione italiota grazie all’immissione di almeno 50 medie imprese dell’industria culinaria, e la Camusso (che ieri ha sentenziato “il sindacato non partecipa alla parata, va in Emilia” a fare che? verrebbe da dire, quelli non hanno bisogno di sindacalisti, adesso, ne avevano bisogno un mese fa per salvaguardare la vita degli operai, come mai quando serviva non hanno detto nulla?) ma la nobile Camusso non ci ricorda che allora era riuscita a piazzare la confederazione edili per assumere una manovalanza spropositata, ben accolta da Casini, il quale, in cambio, si è garantito –mettendosi d’accordo con Fini e Alemanno, ancora amiconi per la pelle- per gestire l’assunzione di personale della sicurezza extra, anti-black bloc: giù altri milioni e giù assunzioni a valanga a livelli per voi tutti inconcepibili.
Tanto paghiamo noi.
Si sa, per loro è Cosa loro.
Tutti costoro, oggi, trionfalmente sostengono che la parata andava abolita.
Peccato che ci abbiano mangiato sopra.
Peccato che non l’abbiano detto il 18 luglio del 2011 quando si doveva decidere.
Peccato che non abbiano raccontato ai loro elettori (sempre nel caso sia rimasto qualcuno che li voterà) che la parata non si poteva annullare perché le società del gruppo Allianz, attraverso gestione Intesa San Paolo, avevano garantito l’esecuzione dei contratti a fronte di penali costosissime di cui i marpioni sono informati: sarebbe costato di più abolirla a 72 ore dall’esecuzione piuttosto che renderla operativa. E va da sé che grazie alla luminosa presenza di D’Alema come Presidente del Copasir, il quale con encomiabile lungimiranza veglia sui sogni innocenti della patria, hanno provveduto a far sì che fossero società del gruppo Unipol ad assicurare il tutto, compresa inter-mediazione con le società specializzate in sicurezza e quindi baci in bocca con i fascisti stragisti assunti in Regione Lazio dalla Polverini. Che bello che non c’è più la guerra fredda, così i fascisti e i comunisti, finalmente insieme, in Italia, possono vivere il loro grande sogno d’armonia: far soldi insieme sulla pelle della massa dei gonzi che li votano. Tanto, si sa, è Cosa Loro.
Come mai nessuno di questi signori ha detto neppure una parola –si poteva ancora fare in tempo- la prima metà di dicembre del 2011 a Mario Monti quando il neo-premier aveva  invitato i partiti in parlamento a suggerirgli dove tagliare e come? Come mai il 10 dicembre del 2011, né Maroni né Di Pietro né Alemanno né la Camusso né la Bindi proposero questo “taglio simbolico e sobrio”?
Come mai se lo sono ricordato soltanto alla vigilia quando ormai è troppo tardi e non è più tecnicamente, logisticamente ed economicamente fattibile?
Bei furboni.
Così si lancia il programma di comunicazione beota in rete” andiamo al raddoppio”.
Non solo incassano i soldi, ma pretendono anche di gestire l’opposizione a chi stampa gli assegni che loro incassano. Si beccano i soldi prima, si fa bella figura dopo, e così si soffiano i voti a Beppe Grillo. Loro ragionano così.
Nella loro mente squilibrata pensano che così ottengono “odiens” e voti.
La rete (quella italiana) c’è cascata in blocco: tutti contro la parata.
Bravi.
Così il potere gongola perché comprende come sia facile gestire attraverso la facile retorica, la disinformazione, il falso perdurante, la demagogia spicciola, il cosiddetto “popolo del web” che si può pilotare su qualsivoglia versante: basta non farli ragionare e alimentare l’emotività e la visceralità di tante brave persone, per bene nel profondo, quanto ignoranti e beote in superficie.
Ecco a che cosa serve la Cultura.
A porsi delle domande.
E a pretendere delle risposte.
Chi gestisce la parata del 2 giugno?
Chi stabilisce le società che devono mettere su le impalcature?
Chi stabilisce in quale capannone devono essere affastellati i barili di carburante necessari per alimentare le forze mobili carriste?
Chi attribuisce l’appalto per la confezione delle divise da parata?
Chi stabilisce quali aziende tessili devono confezionare, ad esempio, i galloni?
Chi gestisce gli appalti del catering?
Chi gestisce le polizze di assicurazione?
Chi si occupa della sicurezza?
Chi stabilisce che ci vuole un numero X o un  numero Y di agenti dell’intelligence?
Chi stabilisce il cartello degli sponsor coinvolti?
Chi stabilisce l’attribuzione dell’appalto per i manifesti, la cartellonistica, e tutto l’apparato grafico che viene inviato a tutti i corpi istituzionali?
Chi attribuisce a questa o quella tipografia la stampa e diffusione del materiale?
Ecc., ecc.
Da cui, il mio evviva alla parata del 2 giugno 2012, se detto oggi.
Andava detto a voce chiara il 18 luglio del 2011 come hanno fatto gli anti-militaristi.

Spero che la profezia dei Maya si avveri.
Così, almeno, il prossimo anno, quando i venti sopravvissuti passeranno in bicicletta in memoria dei tempi che furono, di sicuro non ci sarà né retorica né polemica.
A meno che tra i sopravvissuti non vi sia qualcuno dei beceri oggi al potere.
In quel caso, spero proprio di essere tra quelli finiti nel Grande Macello Planetario.
Conoscendo gli italiani, c’è da pensare che anche 25 ciclisti pacifici sono in grado di metter su un bel branco di pecore, magari con un cartellone colorato con su scritto “Abbasso i Maya”.
Va da sé, neanche a dirlo, accuratamente stampato dopo che la profezia si è avverata.
La prevenzione psico-culturale non è certo il pezzo forte di questa nostra gloriosa etnia.
Viva la parata del 2 giugno 2012.

venerdì 1 giugno 2012

Ecco l'elenco completo della riunione del gruppo Bilderberg attualmente in corso. Per la seconda volta, una donna italiana: Lilly Gruber



di Sergio Di Cori Modigliani

Da ieri, 31 maggio, fino al 3 giugno, a Chantilly, nello Stato della Viriginia, Usa, si svolgerà l'annuale riunione del gruppo Bilderberg.
I delegati sono 145, di cui sei donne.
In rosso il nome degli italiani presenti.
Per la seconda volta dalla sua costituzione una femmina italiana: Lilly Gruber, che siederà accanto alla Regina d'Olanda, sulla sua destra, mentre alla sua sinistra troverà la collega Peggy Noolan, editorialista finanziaria del Wall Street Journal, esperta in analisi dei prodotti finanziari derivati. L'ultima volta che una donna italiana aveva partecipato era stato nel 1999, quando Mario Monti aveva portato Emma Bonino.

Secondo il Wall Street Journal, la riunione -della durata di tre giorni- sarà quest'anno particolarmente importante perchè (stando a ciò che si sostiene negli ambienti finanziari) verranno prese alcune decisioni relative al nostro immediato futuro.

Tema della riunione: "L'impatto sociale in Europa per la conflagrazione dell'euro".

Senza aggiungere commenti e senza fare della sciocca quanto inutile dietrologia mi auguro che i partecipanti italiani all'assemblea abbiano la compiacenza di informare la pubblica opinione italiana sia sull'esito che sulle discussioni avvenute. Da notare che due dei partecipanti italiani -sul nome dei quali preferisco soprassedere- fino a quattro giorni definivano tale riunione "a metà tra la leggenda metropolitana e un evento mondano".

Ringrazio un soggetto attivo nella rete in italiano, che si firma "The Vitruvian" per aver messo a disposizione della collettività l'intero elenco, attraverso il suo sito TNEPD. com

Buona fortuna a tutti noi.


FRA Castries, Henri de Presidente e CEO, Gruppo AXA
DEU Ackermann, Josef Presidente del consiglio di amministrazione e del Group Executive Committee, Deutsche Bank AG
GBR Agius, Presidente Marcus, Barclays plc
USA Ajami, Fellow Fouad Senior, della Hoover Institution, Stanford University
USA Alexander, Keith B. Comandante, US Cyber Command, Director, National Security Agency
INT Almunia, Joaquín Vice-Presidente – Commissario per la Concorrenza, Commissione europea
USA Altman, Roger C. Presidente, Evercore Partners
PRT Amado Luís, presidente Banco Internacional do Funchal (BANIF)
NOR Andresen, Johan H. proprietario e amministratore delegato, FERD
FIN Apunen, Matti Direttore Finnish Business And Policy Forum EVA
TUR Babacan, Ali Vice Primo Ministro per gli Affari economici e finanziari
PRT Balsemão, Francisco Pinto Presidente e CEO di Impresa, ex primo ministro
FRA Baverez, Nicolas Partner, Gibson, Dunn & Crutcher LLP
FRA Béchu, Christophe senatore, e presidente, del Consiglio Generale del Maine-et-Loire
BEL H.R.H. Principe Filippo del Belgio
TUR Berberoğlu, Enis Editor-in-Chief del quotidiano Hurriyet
ITA Bernabè, Franco Presidente e Amministratore Delegato, Telecom Italia
GBR Boles, Nick membro del Parlamento
SWE Bonnier, Jonas Presidente e CEO, Bonnier AB
NOR Brandtzæg, Svein Richard Presidente e CEO di Norsk Hydro ASA
AUT Bronner, Oscar Publisher, Der Standard Medienwelt
SWE Carlsson, Gunilla Ministro della cooperazione internazionale allo sviluppo
CAN Carney, Mark J. Governatore, Bank of Canada
ESP Cebrián, Juan Luis CEO, PRISA, presidente, El País
AUT Cernko, Willibald CEO di UniCredit Bank Austria AG
FRA Chalendar, Pierre André de Presidente e Amministratore Delegato, Saint-Gobain
DNK Christiansen, Jeppe CEO, Maj Invest
RUS Chubais, Anatoly B. CEO, OJSC RUSNANO
CAN Clark, W. Edmund Presidente e CEO del Gruppo, TD Bank Group
GBR Clarke, Kenneth membro del Parlamento, Lord Cancelliere e Segretario di Giustizia
USA Collins, Timothy C. CEO e Senior Managing Director, Ripplewood Holdings, LLC
ITA Conti, Fulvio Amministratore Delegato e Direttore Generale di Enel SpA
USA Daniels, Jr., E. Mitchell Governatore dell’Indiana
USA Demuth, Christopher Distinguished Fellow, Hudson Institute
USA Donilon, Thomas E. National Security Advisor, alla casa bianca
GBR Dudley, Robert Group Chief Executive, BP plc
ITA Elkann, John Chairman, Fiat S.p.A.
DEU, Thomas Enders CEO, Airbus
USA Evans, J. Michael Vice Presidente, Global Head of Growth Markets, Goldman Sachs & Co.
AUT Faymann, Werner Cancelliere federale
DNK Federspiel, Ulrik Executive Vice President, Haldor Topsoe A / S
USA Ferguson, Niall Laurence A. Tisch Docente di Storia, Università di Harvard
GBR Flint, J. Douglas Presidente del Gruppo HSBC Holdings
CHN Fu, Ying Vice Ministro degli Affari Esteri
IRL Gallagher, Paul ex procuratore generale; senior Counsel
USA Gephardt, Richard A. Presidente e CEO, Gephardt Group
GRC Giannitsis, Anastasios ex ministro degli Interni, Professore di Economia Internazionale e Sviluppo, Università di Atene
USA Goolsbee, Austan D. Professore di Economia, Università di Chicago
USA Graham, Donald E. Presidente e CEO, The Washington Post Company
ITA Gruber, giornalista Lilli – Giornalista, La 7 TV
INT Gucht, Karel de Commissario per il commercio, Commissione europea
NLD Halberstadt, Victor Professore di Economia, Università di Leiden, ex Segretario Generale Onorario delle riunioni del Bilderberg
USA Harris, Britt CIO, Teacher Retirement System in Texas
USA Hoffman, Reid Presidente Co-fondatore, LinkedIn
CHN Huang, Yiping professore di Economia, China Center for Economic Research, Università di Pechino
USA Huntsman Jr., Jon M. Presidente, Huntsman Cancer Foundation
DEU Ischinger, Wolfgang Presidente, Munich Security Conference; Global Head Government Relations, Allianz SE
RUS Ivanov, Igor S. membro associato, Accademia Russa delle Scienze, Presidente, del consiglio per gli affari internazionali russo.
FRA Izraelewicz, Erik, CEO Le Monde
USA Jacobs, Kenneth M. Presidente e CEO di Lazard
USA Johnson, James A. Vice Chairman, Perseus, LLC
USA Jordan, Jr., Vernon E. senior Managing Director, Lazard
USA Karp, Alexander amministratore delegato, Palantir Technologies
USA Karsner, Alexander Presidente Esecutivo, Manifest Energy, Inc
FRA Karvar, Anousheh ispettore, Inter-ministeriale di verifica e di valutazione per l’Ufficio sociale, di salute, occupazione e politiche del lavoro
RUS Kasparov, Garry Presidente, United Civil Front (della Russia)
GBR Kerr, John membro indipendente, House of Lords
USA Kerry, John senatore del Massachusetts
TUR Keyman, E. Fuat Direttore, Istanbul Policy Center e professore di Relazioni Internazionali, Università Sabanci
USA Kissinger, Henry A. Chairman, Kissinger Associates, Inc.
USA Kleinfeld, Klaus Presidente e CEO di Alcoa
TUR Koç, presidente Mustafa, Koç Holding A.Ş.
DEU Koch, CEO di Roland, Bilfinger Berger SE
INT Kodmani, Bassma membro del Bureau esecutivo e responsabile degli Affari esteri, del Consiglio Nazionale siriano
USA Kravis, Henry R. Co-Presidente e Co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
USA Kravis, Marie-Josée Senior Fellow, Hudson Institute
INT Kroes, Neelie Vice Presidente della Commissione europea, Commissario per l’agenda digitale
USA Krupp, Fred Presidente, Environmental Defense Fund
INT Lamy, Pascal Direttore Generale, Organizzazione Mondiale del Commercio
ITA Letta, Enrico delegato Leader, Partito Democratico (PD)
ISR Levita, Ariel Senior Associate Carnegie Endowment for International Peace
USA Li, Cheng direttore di Ricerca e Senior Fellow, John L. Thornton Cina Center, Brookings Institution
USA Lipsky, John Distinguished Visiting Scholar, Johns Hopkins University
USA Liveris, Andrew N. Presidente e CEO, The Dow Chemical Company
DEU Löscher, Peter Presidente e CEO di Siemens AG
USA Lynn, William J. Chairman e CEO di DRS Technologies, Inc.
GBR Mandelson, Peter membro della House of Lords, presidente, Global Counsel
USA Mathews, Jessica T. Presidente, Carnegie Endowment for International Peace
DEN Mchangama,Jacob direttore degli affari giuridici, Centro di studi politici (CePOS)
CAN McKenna, Frank vicepresidente, TD Bank Group
USA Mehlman, Kenneth B. Partner, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
GBR Micklethwait, John Editor-in-Chief, The Economist
FRA Montbrial, Thierry de Presidente, Istituto Francese di Relazioni Internazionali
PRT Moreira da Silva, Jorge Primo Vice-Presidente, Partido Social Democrata (PSD)
USA Mundie, Craig J. Capo Research e Strategy Officer di Microsoft Corporation
DEU Nass, Matthias capo corrispondente internazionale, Die Zeit
NLD, H.M. la Regina dei Paesi Bassi
ESP Nin Génova, Juan María Vice Presidente e Amministratore Delegato, CaixaBank
IRL Noonan, Michael Ministro delle finanze
USA Noonan, Peggy Autore, Editorialista, The Wall Street Journal
FIN Ollila, Jorma Presidente, Royal Dutch Shell,
USA Orszag, Peter R. Vice Presidente, Citigroup
GRC,Papalexopoulos Dimitri Amministratore Delegato, Titan Cement Co.
NLD Pechtold, Alexander Leader parlamentare, Democrats ’66 (D66)
USA Perle, Richard N. Resident Fellow, American Enterprise Institute
NLD Polman, Paul, CEO Unilever
CAN Prichard, J. Robert S. presidente, Torys LLP
ISR Rabinovich, Itamar Global Distinguished Professor, New York University
GBR Rachman, Gideon Capo Commentatore Affari Esteri, Financial Times
USA Rattner, Steven Presidente, Willett Advisors LLC
CAN Redford, Alison M. Premier di Alberta
CAN Reisman, Heather M. CEO, Indigo Books & Music Inc.
DEU Reitzle, Wolfgang CEO e Presidente, Linde AG
USA Rogoff, Kenneth S. Professore di economia, Harvard University
USA Rose, Charlie Editore esecutivo,
USA Ross, Dennis B. consigliere, Washington Institute for Near East Policy
POL Rostowski, Jacek ministro delle Finanze
USA Rubin, Robert E. Co-Chair, Council on Foreign Relations, ex Segretario del Tesoro
NLD Rutte, Mark Primo Ministro
ESP Sáenz de Santamaría Antón, Soraya Vice Presidente e Ministro per la presidenza
NLD Scheffer, Paul Professore di Studi Europei, Tilburg University
USA Schmidt, Eric E. Presidente Esecutivo, Google Inc.
AUT Scholten, Rudolf Membro del Consiglio di amministrazione, Oesterreichische Kontrollbank AG
FRA Senard, Jean-Dominique CEO, Gruppo Michelin
USA Shambaugh, David Director, Policy Program della Cina, George Washington University
INT Sheeran, Josette Vice Presidente, World Economic Forum
FIN Siilasmaa, Risto Presidente del Consiglio di Amministrazione, Nokia Corporation
USA Speyer, Jerry I. Presidente e Co-CEO di Tishman Speyer
CHE Supino, Pietro Presidente e Publisher, Tamedia AG
IRL Sutherland, Peter D. Presidente, Goldman Sachs International
USA Thiel, Peter A. Presidente, Clarium Capital / Thiel Capital
TUR Timuray, Serpil CEO, Vodafone Turchia
DEU Trittin, Jürgen Leader parlamentare, Alliance 90/Verdi
GRC Tsoukalis, Loukas Presidente, Fondazione ellenica per la politica europea ed estera
FIN Urpilainen, Jutta Ministro delle Finanze
CHE Vasella, Daniel L. presidente, Novartis AG
INT Vimont, Pierre Segretario Esecutivo Generale, Servizio europeo di azione esterna
GBR Voser, Peter CEO, Royal Dutch Shell plc
SWE Wallenberg, Jacob Presidente, Investor AB
USA Warsh, Kevin Distinguished Visiting Fellow, Hoover Institution, Stanford University
GBR Wolf, Martin H. Capo Commentatore Economia, Financial Times
USA Wolfensohn, James D. Chairman e CEO, Wolfensohn & Company
CAN Wright, Nigel Capo di Stato Maggiore, del Primo Ministro
USA Yergin, Daniel Presidente, IHS Cambridge Energy Research Associates
INT Zoellick, Robert B. Presidente, World Bank Group