mercoledì 14 marzo 2012

Fornero-Marcegaglia-Camusso: tre facce della felicità italiana. Ma siamo sicuri?

di Sergio Di Cori Modigliani

“Che cos’è la felicità?”
E ancora meglio:
“Vi piacerebbe essere felici?”
Alla prima domanda, siamo già nei guai, perchè, volendo proprio andare a spaccare il capello, dobbiamo ammettere che esistono –per una questione di principio- “almeno” 7 miliardi di risposte probabili. Ovvero, l’equivalente del numero di abitanti sul pianeta Terra.
Ma esistono le etnie, i popoli, le nazioni, che sono nate e si sono sviluppate nei millenni proprio perché sono state in grado di identificare prima, e accorpare poi, in una sintesi vincente, alcuni elementi di interesse comune che appartengono all’immaginario collettivo di quello specifico popolo, etnia, gruppo.
Gli Stati Uniti d’Europa non esistono ancora, perché in Europa abbiamo ancora una differenza epocale (nonché sovrana) sul concetto di felicità. Essere felici, a Lisbona ha un valore completamente diverso da quello che ha a Sofia, a Berlino, a Roma o a Stoccolma.
E’ la grandiosa forza degli Usa, dove, anche in presenza di immense diversità climatiche, etnie diverse, lingue diverse, religioni diverse, i 50 stati della federazione condividono la stessa identica base ideale relativa alla felicità. E’ per quello che vinceranno.
Le nazioni mussulmane hanno fatto irruzione da protagoniste nello scacchiere planetario a metà degli anni’70 perché un gruppo di avidi criminali bulimici, efferati dittatori, (produttori di petrolio) hanno scoperto che la loro personale felicità clanica e familiare (essere multimiliardari grazie ai vizi dell’occidente) poteva essere garantita per sempre a condizione di poter offrire l’utopia della felicità anche a intere nazioni e popoli, disposte quindi a farsi assoggettare da loro. Avevano due scelte: una, consisteva nel condividere la ricchezza materiale con i singoli popoli che loro guidavano gettando il seme di una felicità collettiva; non è stata neppure presa in considerazione perchè ha prevalso un’idea dittatoriale e primitiva del potere, basato sulla felicità di uno sparuto gruppo di persone che schiavizzano gli altri; ha prevalso la seconda: diffondere un’idea collettiva della felicità inattaccabile basata su una serie di tradizioni, usi e costumi, che ruotano intorno al totem dell’odio contro l’occidente: la felicità consiste nel vedere in ginocchio il Satana Occidentale. E’ la fotocopia –in campo religioso- di quanto aveva fatto il comunismo nei paesi dell’est europeo laddove la felicità veniva presentata come la chimera nel veder crollare il capitalismo tra le macerie senza neppure interrogarsi sul percorso. Anche in questo caso, una cricca criminale, anti-libertaria, dittatoriale, usò la bandiera rossa e la falce e martello come un simbolo religioso di identità, né più né meno di quanto non sia stato fatto nei millenni dai cristiani con i vangeli, dagli ebrei con il talmud e dai mussulmani con il corano.
Le ideologie passano, e la Storia le spazza via.
Ma rimangono gli Esseri Umani. Con le loro pulsioni, desideri, voglie, ambizioni.
E vogliono tutti essere felici. Giustamente.
“Qual è la felicità, per noi italiani?”.
La pochezza dell’attuale governo, al di là delle consuete polemiche, consiste soprattutto nella propria incapacità di essere stato in grado di affrontare il problema della felicità. Terreno dove la sinistra italiana ha perso definitivamente la propria battaglia sotto la impietosa accusa storica di “tradimento e lesa maestà” (metà anni ’90) quando e dove, invece, Silvio Berlusconi fu capace di interpretare la “felicità degli italiani” andando a cogliere delle zone che erano autentiche, erano vere, erano reali. Uno psicoanalista junghiano le avrebbe definite “le zone d’ombra dell’inconscio collettivo”, ma pur sempre reali. Zone d’ombra perché facevano appello a pulsioni primitive e sotterranee, pre-culturali (e quindi, inevitabilmente infantili e non adulte) di cui il sultano d’Arcore diventò l’emblema archetipico: avido, bugiardo, falsario, falsificatore, creativo, simpatico, affabile, grande comunicatore, pieno di soldi, pieno di donne adoranti, fondamentalmente irresponsabile e infantile, con una vita –la sua- basata su un inequivocabile principio costitutivo: il prezzo dei propri giocattoli lo paga qualcun altro (che sia lo Stato o i cittadini o i poteri forti o la criminalità organizzata è indifferente quanto irrilevante, basta che paghi e seguiti a pagare affinchè io possa giocare) un’idea, questa, della felicità tutta italiana (nella sezione zone d’ombra) tant’è vero che siamo il paese al mondo con il più alto numero di finti ciechi, falsi paralitici, farlocconi sfruttatori della libertà sindacale, assenteisti, profittatori, dilettanti della politica intesa non come fine etico bensì mezzo e strumento per avere una cassaforte perenne da cui attingere risorse materiali per pagare i propri vizi. Tant’è vero che, quando esce fuori uno scandalo diciamo così “politico” la figura del politico in questione è sempre la stessa, che sia di destra o di sinistra è uguale: ruba per acquistare ville e pagarsi (o farsi pagare) week end da nababbi nei resort alla moda. Non viene mai fuori qualcuno che ha rubato per inventare una impresa o fondare un’azienda: rubano per andare in venti in un albergo da 5000 euro a notte: questa è la felicità della classe politica italiana.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire: “è la felicità di tutti”.
Non è vero. Questa è “la zona d’ombra della felicità”. E’ la felicità dei viziosi viziati.
C’è anche la “zona di luce”. La felicità dei virtuosi capaci.
Altri popoli, altre etnie, hanno un’idea diversa della felicità e quando finiscono nella loro specifica deriva criminale rivelano attitudini, atteggiamenti, e scelte completamente diverse.
Se paragoniamo il primo articolo della costituzione delle diverse nazioni, ci accorgiamo delle differenze.
In Usa, nel primo articolo è addirittura prevista, oltre all’auto-determinazione perché liberi dalle imposizioni di un re –per statuto- “l’inalienabile diritto dell’individuo nato libero al conseguimento della propria felicità in terra”. Ma per gli americani la felicità è, prima di ogni altra cosa l’indipendenza. Politica, sociale, ma prima di ogni altra cosa individuale.
“Independence day” (ci hanno fatto anche un film campione d’incassi), ovverossia il 4 luglio, è tutt’ora la festa nazionale più sentita. Per ogni individuo americano, l’indipendenza è il fondamento basico della felicità. Se, in una famiglia americana della media borghesia, il giovane (figlio o figlia che sia; in questo caso, il genere è alla pari) quando prende il diploma di maturità, raggiunge i 18 anni e diventa maggiorenne, e non manifesta immediatamente la voglia, il desiderio, l’ambizione, il progetto di scappare via di casa per affrontare il mondo (a scelta: aprire un’impresa, andare all’università, viaggiare, trovarsi un lavoretto per diventare auto-sufficiente, raggiungere un gruppo di coetanei, ecc.) i genitori si preoccupano e lo mandano dallo psicoanalista: vuol dire che qualcosa è andato storto e il loro figlio non vuole essere felice. E’ malato. “Occupy wall street” è nato e sta avendo successo perché gli americani hanno scoperto l’acqua calda, con autentico orrore e raccapriccio: si sono accorti che non sono indipendenti perché le grandi banche e le società finanziarie li hanno schiavizzati. Sono anche disposti e disponibili a scendere in piazza con il fucile per conquistarsi la loro indipendenza nazionale. Lo hanno fatto contro il re d’Inghilterra, lo faranno contro il re di Goldman Sachs. Non molleranno. Obama lo sa.
In Francia (primo articolo della costituzione) la felicità, invece, ruota intorno al concetto di “libertà e fratellanza” che non necessariamente implica l’indipendenza (come negli Usa dove è una vera ossessione). Questo è il motivo per cui le pulsioni razziste e xenofobe, in Francia, per quanto possano essere alimentate da una destra becera e manipolatoria, alla fine risulteranno sempre perdenti in quanto “anti-francesi”. La Francia è l’unico impero al mondo in cui gli intellettuali, gli artisti, gli imprenditori, e una grossa fetta della classe politica, ha combattuto al proprio interno per rinunciare alle proprie colonie. Tutti gli altri imperi sul pianeta sono stati costretti a rinunciare alle loro colonie perché erano insorte o in conseguenza di una pressione esterna. E’ un errore marchiano, infantile (e perdente) del duo Sarkozy-Merkel: imporre alla Francia il “pareggio di bilancio” che inquina il loro “inalienabile diritto alla libertà”. Sarkozy ha imposto ai francesi una misura che ha violato il centro della grandeur gallica. Sarà dal cuore della Francia che avrà inizio la rivolta vincente contro la Bce in Europa, già cominciano a manifestarsi –non a caso- inequivocabili segnali del nuovo trend di risveglio nazionale d’oltralpe.
In Italia, invece, il primo articolo della nostra costituzione ruota intorno al tema del lavoro.
Era la felicità di un paese medioevale, analfabeta, dove il lavoro era una chimera, perché il paese è geograficamente piccolo, e il potere economico era tutto nelle mani del vaticano e di una ristretta oligarchia di signori aristocratici con qualche rara presenza di borghesia laica imprenditoriale. Nel 1946, il primo articolo della costituzione “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” era stato un grido liberatorio contro l’aristocrazia monarchica, e nessun paese al mondo ha avuto l’ossessione morbosa per il raggiungimento di un diploma di laurea come lo hanno avuto gli italiani negli anni’50, ’60, ’70: consentiva di poter acquisire un buon lavoro. La costituzione lo garantiva agli italiani, dal 1946 in poi si poteva –e si doveva- avere un lavoro.
Non c’è da stupirsi, quindi, che “il lavoro” per gli italiani sia l’equivalente della felicità. Né tantomeno c’è da meravigliarsi del fatto che il paese è bloccato sulla discussione dell’art.18, su interminabili tavole rotonde tra governo e sindacati, ecc. In Italia, infatti, il tema sentito non è quello della redistribuzione della ricchezza, né quello dell’indipendenza, né tantomeno quello della libertà, bensì quello della redistribuzione collettiva del lavoro.
Personalmente (è una idea tutta mia) ritengo che la rivoluzione democratica post medioevale italiana si realizzerà quando verrà allargato il primo articolo. Perché viviamo in una realtà complessa e “lavoro” va qualificato, argomentato, elaborato. Soltanto in una società medioevale e retriva il “lavoro” (qualunque esso sia) è ancora considerato una chimera. Ma questo, ahimè, è ancora di là da venire.
Occupiamoci dell’oggi. Dobbiamo ancora uscire dal medioevo. Americani, francesi, inglesi e tedeschi, sono più avanti di noi. Che ci piaccia o meno, questa è la realtà.
Noi siamo l’Arabia Saudita dell’Europa.
Proprio perché la felicità è il lavoro (e siamo in un paese medioevale) una battaglia evolutiva deve ruotare intorno a questo concetto.
La delusione provocata nei cuori e nelle menti dei milioni di autentici democratici italiani in buona fede che avevano creduto che la sinistra, una volta al governo, avrebbe interpretato “lo spirito della felicità della nazione” aprendo il mercato del lavoro, è oggi l’aspetto più triste del dibattito quotidiano. Ed è il motivo per cui i delegati della sinistra risultano inattendibili, inefficaci, inefficienti: non si occupano della nostra felicità.
Basterebbe un unico e solo esempio: grazie a battaglie politiche di massa, il PCI conquistò a metà degli anni’70 il “diritto” rappresentativo dato dal parlamento di avere una propria presenza dentro la Rai, con il terzo canale. Allora (lo so che oggi sembra ridicolo, ma è così) sembrò un sogno che si avverava: la felicità era alla portata del popolo. Ogni creativo, ogni cittadino che voleva rimboccarsi le maniche, ogni italiano post-medioevale in grado di voler scrivere, leggere, far l’attore, il regista, il giornalista, il cameramen, lo show man (avendone il merito e la competenza), ecc., avrebbe avuto accesso al mercato del lavoro senza dover ricorrere a un cardinale, a un notabile democristiano, o a un mafioso amico del cugino della zia Maria. E invece no. I comunisti applicarono in fotocopia la modalità democristiana: il lavoro non veniva dato né per merito né sulla base della competenza tecnica, bensì veniva elargito ai “bravi compagni” al “compagno presentato dalla federazione”, ecc., ecc. Poco a poco la sinistra italiana chiarì, con il proprio comportamento, che intendeva tenere l’Italia all’interno di un quadro lavorativo di tipo medioevale. Con i sindacalisti a far da vassalli davanti al portone del Castello.
Considero quindi ridicole (oltre che totalmente inutili) tutte le attuali discussioni tra la Fornero e la Camusso. Irrilevanti. Sono chiacchiere tra persone che appartengono a categorie medioevali: non si occupano della nostra felicità.
La felicità, per noi italiani (e spero siate tutti d’accordo) consiste nella “libertà di sapere che il proprio merito e l’acquisizione di una specifica competenza tecnica è necessaria e sufficiente per poter avere accesso al mercato”. Come si dice con linguaggio popolare: “impara l’arte e mettila da parte”, perché quell’arte appresa ti darà lavoro. Fa mercato.
Non una parola dalle centrali sindacali sulla corruzione collusiva tra aziende e partiti.
Non una parola da parte dei sindacati e del governo sulla strozzatura che le direzioni centrali dei partiti esercitano sul mondo del lavoro selezionando la richiesta e l’offerta della mano d’opera sulla base di una lottizzazione preventiva.
Non una parola da parte dei sindacati sulla necessità di consentire l’accesso al mondo della professionalità mediatica e dei servizi eliminando la gogna di dover per forza passare attraverso la mediazione delle segreterie politiche nazionali, regionali, provinciali, comunali, condominiali.
Così com’è disgustosamente deprecabile che Marchionne discrimini le assunzioni sostenendo che se vuoi lavorare non devi essere iscritto alla Fiom –se è così è giusto denunciarlo in quanto anti-libertario e lesivo della dignità personale- è altrettanto giusto denunciare il fatto che i sindacati, tuttora (e più che mai) si fanno garanti della mediazione politica necessaria per far assumere personale dirigente e amministrativo nelle aziende. Quando negli anni’80 il nonno antesignano di Marchionne (Cesare Romiti) osò l’innominabile, venne quasi linciato. Aveva bisogno di 150 ingegneri elettronici, 20 matematici e un centinaio di esperti informatici in ingegneria robotica. Ebbe l’ardire di rivolgersi al mercato aperto. Se li andò a prendere nelle università chiedendo i nomi al politecnico di Torino, alla scuola normale superiore di Pisa, nell’università di Trieste. Non ci riuscì. Fu costretto (ed era davvero potente) a cedere. Fu costretto a prendere il foglietto consegnato con i nomi giusti dalla CGIL, dalla CISL, dalla UIL e dalla federazione del PCI di Torino: prendere o lasciare. O assumeva le persone che gli proponevano oppure sciopero a oltranza. Li imbarcò tutti. Alcuni erano anche bravi e meritevoli.
Alcuni.
Pochi. Meno di quanto ne avesse bisogno per razionalizzare, modernizzare e sviluppare l’azienda per renderla altamente competitiva. (ancora oggi tutto ciò è quasi vietato dirlo). E così lanciò il doppio lavoro: in Italia assunzioni obbligate, ma il lavoro vero dato in appalto ad altri sottobanco. I costi cominciarono a lievitare.
In Italia non esiste nessuna possibilità di accesso alle professioni dell’informazione, al mondo editoriale, a tutta la gamma della professionalità mediatica, a meno che non si passi attraverso la mediazione dei partiti. Questa è la realtà.
Neppure una parola da parte dei sindacati.
Lo capisco: devono tener buoni gli assunti incapaci nei giornali, nei settimanali, e soprattutto nelle televisioni, perché parleranno di loro e gli tireranno la volata.
Alessandro Sallusti, direttore de “Il Giornale”, qualche sera fa, nel corso della trasmissione “L’infedele” ha detto una tragica verità: “Non capisco perché stupirsi sulla Rai: la politica paga e quindi vale la legge del mercato. Sono i partiti che pagano e quindi sono loro che assumono e decidono. Il mercato funziona così: chi paga decide. Che cosa c’è di strano?”.
Una frase medioevale, ma onesta e limpida e schietta, una volta tanto.
Poteva essere una buona occasione per prendere il torno per le corna e affrontare il problema della felicità degli italiani. Macchè. Scorno e raccapriccio. Gli è stata tolta la parola ed è finita lì: hanno cambiato argomento.
Lo Stato medioevale elargisce centinaia di milioni di euro all’anno attraverso i rimborsi elettorali ai partiti, i quali, li usano (oltre alle diverse ruberie di cui la cronaca ogni tanto ci ricorda le derive criminali) per finanziare una plètora di burocrati semi-analfabeti che garantiscono l’accesso al mercato di una certa quantità di persone: altrimenti le aziende finiscono sulla lista nera e chiudono. In compenso, l’azienda può far ciò che vuole e può farsi prestare i soldi dalla mafia, dalla ‘ndrangheta, da chi vuole.
Tutta questa pappa sul lavoro mi lascia indifferente e la considero fuorviante.
Non tocca la mia felicità né quella dei miei figli.
E siccome sono italiano, la mia felicità è: la libertà di avere acceso al mercato del lavoro.
La mia definizione di felicità è sapere che una volta acquisita una certa competenza tecnica posso rivolgermi al mercato e verrò giudicato sulla base di ciò che so fare, e non più sulla base di chi mi segnala, mi presenta, mi protegge, mi garantisce.
La felicità, per me, consiste nel sapere che quando mi presenterò domani dall’azienda Pinca Pallina con il mio bel curriculum vitae mi sentirò dire: “Bene, domani ha l’appuntamento con Mr. Tizio che valuterà il suo stato”. Questa qui, semplice semplice, è la felicità italiana.
La realtà (medioevale) ben rappresentata da queste tre donne Fornero-Marcegaglia-Camusso, ciascuna delle quali interpreta una diversa Signoria oligarchica, clientelare, avvizzita e offensiva per la dignità umana, è un’altra. Ed è la seguente: “Carissimo, benvenuto” così mi dice l’azienda alla quale mi rivolgo “ho letto il suo curriculum e ho visto ciò che lei sa fare…il punto è che io devo assumere questi otto squancheri, perché grazie a loro attivo delle conoscenze legate a Mr. Caio che ha un filo diretto con Mr. Sempronio che mi fa attivare una linea di credito alla Banca di Vattelapesca al tasso agevolato dell’1,5% invece che al 7%...però, siccome tre di questi neo-assunti sono dei veri deficienti analfabeti, e io ho bisogno di risultati, ti propongo di fare tu il loro lavoro (e lo faccio perché ti stimo e mi stai anche simpatico, pensa tu…ti voglio già bene) naturalmente rimane tra me e te; senza contratto, e…tu lo capisci, dati i costi maggiorati visto che a loro devo dare lo stipendio di 100 più le tasse, tu fai il lavoro e io ti do 30, pensa che bello te li do cash e non devi neanche pagare le tasse…eh…beato te che non paghi le tasse. E siamo tutti contenti”. Così funziona nella realtà, e intanto cresce il lavoro nero soprattutto di persone che non potranno mai neppure avere la pensione perché non risulta che abbiano mai pagato i contributi (infatti non li pagano) e così: ansia e umiliazione per chi lavora, Stato che incassa di meno, costi che lievitano, produttività diminuita, ma soprattutto….ed è ciò che conta oggi in questo post….l’allontanamento dall’idea di felicità italiana.
A me, invece, interessa la felicità italiana.
Fornero-Marcegaglia-Camusso rappresentano tre gradi diversi del medioevo italiano pre-capitalista. Pur diverse nella loro fisicità, nel loro linguaggio e nel loro seguito, sono tre facce dell’identica medaglia: a difesa e salvaguardia di rendite di posizione che garantiscono privilegi da custodire perché lì è deposta la cassaforte d’accesso al cuore dei partiti. Tre signore medioevali che prese singolarmente magari sono anche simpatiche.  Insieme costituiscono la "Signoria del mercato del lavoro"       
Libertà, indipendenza, sono parolone grosse: lasciamole agli americani e ai francesi che producono ricchezza. Loro, la loro rivoluzione l’hanno fatta, a suo tempo. Noi no. Mai.
La nostra felicità è il lavoro. E quello va liberato. E va independizzato dalla gogna dei partiti.
Se non si comprende questo e non si fa una battaglia su questo, non cambierà nulla.
Il resto sono chiacchiere da salotto che non toccano la nostra felicità.
Dopotutto siamo italiani.


martedì 13 marzo 2012

L'Europa si sta svegliando mentre noi dormiamo. Dalla Gran Bretagna, una lezione di equo pragmatismo sociale.

di Sergio Di Cori Modigliani

Applausi applausi per l’Europa. Oggi 14 marzo 2012.
Meno male che esiste l’Europa. E meno male che noi ci stiamo ancora dentro.
Basterebbe farsi un giro per il nostro continente, osservare la ricchezza del dibattito in corso, la maturità avanzata di alcuni confronti, incontri e scontri in diverse capitali, per accorgersi quanto sia malsana, perdente, retrograda e reazionaria la posizione di tutti coloro (destra e sinistra estrema) che incitano a formare movimenti, associazioni, partiti, cavalcando il disagio con il fine dichiarato di uscire dall’Europa.

L’Europa rimane –diciamolo una volta per tutte- un faro di civiltà e di libertà di pensiero, alla cui base (radici d’acciaio) troviamo l’immortale lascito della cultura prodotta dall’antica civiltà della Grecia classica, madre e generosa procreatrice di quel brulicare di idee che nel bacino del mediterraneo per almeno 2500 anni ha prodotto un incessante produzione di scienza, di arte, di esperimenti esistenziali, di evoluzione di pensiero.
E naturalmente –perché così è la mente umana- anche di morte, di guerre, di distruzioni.
Per ogni grande riforma c’è stata anche una contro-riforma. Per ogni Voltaire c’è stato un Hitler e per ogni Napoleone c’è stato un Metternich.


Due sono gli eventi europei da sottolineare oggi.
In entrambi i casi è poderosa la loro portata e impatto.
Uno è da ascrivere ad una narrazione poetica dell’esistenza, dal tocco dichiaratamente surrealista, con una spruzzata di sbruffoneria intellettuale che non guasta mai, il cui autore è un artista che va per gli 80 anni. E’ accaduto in Francia.
Il suo nome è oggi completamente ignoto alle giovani generazioni, ma è stato uno dei grandissimi agitatori del pensiero artistico europeo dalla metà degli anni’50 in poi.
L’altro evento, invece, è di natura prettamente politica e viene dalla Gran Bretagna, proprio dal cuore del centro del potere. Perché la fonte è proprio l’ufficio del governo a Downing Street a Londra. E per la prima volta da almeno 60 anni, un importante membro del governo di Sua Maestà, si è alzato in piedi e –tra lo stupore pallido dei conservatori- ha dichiarato che è arrivato il momento di tirar fuori la grande tradizione del pensiero di John Locke, il padre dell’illuminismo e del pensiero libertario in Europa (c’è chi dice che fu Voltaire, c’è chi dice che fu Locke; diciamo che furono fratelli in lingue e culture diverse così eliminiamo sciocche diatribe campanilistiche dal sapore nazionalistico) e mentre voi leggete questo post, ciò che hanno detto –e proposto- al parlamento inglese, sta sconvolgendo la vita politica britannica. Naturalmente in Italia neanche una parola. Anche perché si tratta della bocciatura ufficiale della politica di Mario Monti. Altro che applausi!

Gli eventi:
1). L’evento francese è una performance che appartiene alla grande tradizione culturale gallica, che mescola la boutade al calembour al burlesque, il cui risultato però è un atto squisitamente politico e pur nella sua firma surreale lancia un chiaro messaggio a tutti gli operatori culturali europei con il dichiarato scopo di spingere tutti a dedicargli dei pensieri. Tutto qui.                                                                                                                                 
E’ avvenuto nel corso di una manifestazione elettorale in una piccola città, Besancon, dove il candidato socialista Hollande teneva un comizio, mentre Sarkozy radunava 60.000 persone minacciando l’Unione Europea con il ricatto di abolire il trattato di Schengen per cercare di ramazzare voti dall’estrema destra che odia gli emigrati. Nel comizio dei socialisti, dopo un discorso politico di Hollande, è salita sul palco una coppia davvero inusuale: un artista francese, un vecchietto indigente di 80 anni (vive grazie al sussidio di povertà) che si chiama Jean Luc Godard insieme a un importante economista statunitense di famiglia francese che insegna alla Columbia University a New York, Nouriel Roubini. Il regista ha fatto sistemare degli schermi e mimando –alla lettera- il nostro baldo ragionier Mario Monti ha esposto una serie di grafici (che l’economista ha poi spiegato) e diramato un semplice annuncio surrealista. Godard ha spiegato alla platea che, a nome di 250 artisti e intellettuali francesi, stanno preparando un documento di denuncia contro l’Unione Europea e la BCE per “violazione dei diritti del copyright” pretendendo che l’intero consiglio europeo venga sottoposto a processo al tribunale internazionale dell’Aja, nel Regno d’Olanda, per “truffa e crimini contro il pensiero umanista”. Chiedono 250 miliardi di euro di danni. Lo fanno a nome di cinque persone. Chi sono? Dice il comunicato. “Denunciamo per abuso di diritto d’autore l’intero continente europeo. Perché l’Europa è nata, ha progredito, si è sviluppata e si è arricchita, grazie al drammaturgo Sofocle, al filosofo Platone, alla poetessa Saffo, all’uomo politico Pericle, e allo scultore Fidia. L’Europa ha abusato del loro lascito. Bisogna pagare il copyright, perché così vuole la legge del mercato: lo dice l’Europa”. A questo punto è entrato in gioco l’economista, il quale, con un’asticella di legno ha spiegato il senso del grafico attraverso i secoli; all’esterrefatta platea ha spiegato come sia stato calcolato il danno (da restituire in toto al governo greco)  e come siano arrivati a questo conteggio, laddove lo spread è stato descritto come “la forbice tra l’ignoranza crassa e la cultura progredita delle idee”.
Un evento teatrale di grandissimo spessore e impatto.
Questa è la Cultura.
E non è un caso che viene dalla Francia. Mentre da noi, l’avanguardia miliardaria, che si nasconde dietro i paraventi di burocrati disposti e disponibili a prestare il fianco all’attuale governo per sostenerlo acriticamente, si radunava a Milano e sotto la dizione “Libertà e Giustizia” chiedevano il ritorno alla politica ma con la pregiudiziale di riconoscere in Mario Monti il nume tutelare della cosiddetta svolta democratica, in Francia, gli intellettuali e le menti pensanti si danno al teatro surreale e producono frasi dagli echi commoventi, che hanno un impatto poderoso sulle coscienze e spingono la gente a pensare.
A elaborare. A discutere. A confrontarsi.
Non è certo un caso che all’università della Sorbonne, a Parigi, nel maggio del 1968 c’era un enorme striscione sul quale c’era scritto: “la Cultura è come la marmellata: meno la si ha e più la si spalma”. L’abbiamo capito ascoltando gli interventi boriosi e parrucconi della sedicente fronda democratica al teatro Smeraldo a Milano, ieri sera. Certo, noi, i nostri Godard non li abbiamo più (dove siete dove siete Fellini, Antonioni, Pasolini, Calvino, Morante, Quasimodo? Perché ci avete lasciati soli nelle mani di Volo, Moccia, Faletti, Verdone e Veronesi?).

2).Il secondo evento è invece una vera e propria bomba politica. E’ accaduto venerdì scorso al parlamento britannico, dove gli inglesi (che conoscono i propri polli) hanno capito subito che sarebbe stata una giornata da non dimenticare –il pensiero surrealista secondo la interpretazione british- visto che la seduta si era aperta con una dichiarazione da parte del primo ministro in carica, David Cameron (noto conservatore ultra-liberista) il quale ha criticato con forza e vigore la modificazione delle costituzioni europee per introdurre il pareggio di bilancio, ha fatto i complimenti alla Repubblica Ceka per essersi rifiutata di farlo e poi ha aggiunto, prima di sedersi: “Non consentirò mai nella mia vita, fintantoché sarò attivo politicamente, di mettere fuorilegge John Maynard Keynes”. Una frase che merita rispetto, che è denotativa, comunque, della presa d’atto da parte del potere britannico che sono in gioco i principii della democrazia. Dopo di lui, ci sono stati degli interventi veloci di ordinaria amministrazione per affrontare una serie di questioni per noi irrilevanti, dopodiché ha preso la parola il vice-primo ministro, Nick Clegg, leader del partito liberal-democratico, una formazione liberale di moderati che sta al governo insieme a Cameron. Nick Clegg ha premesso che interveniva personalmente, a nome del suo partito, ma non poteva certo nascondersi dietro un dito e ci teneva a sottolineare che “essendo il vice-primo ministro, le mie argomentazioni di carattere politico, soprattutto quando sono relative ad eventi e fattori dell’economia e della finanza, potendo contare sul fattore di allenza governativa, vanno prese in considerazione come diciamo così….suggestioni….suggerimenti…proposte per un confronto che non può essere eluso…ma il mio partito su questo tema intende sostenere fino in fondo la mia argomentazione per dare il nostro contributo all’affermazione dei principii di tollerabilità democratica in campo sociale enunciati dal nostro esimio predecessore John Locke”….a questo punto ha fatto una pausa, si è fatto portare il testo del filosofo dal suo segretario e ha letto la lunga pagina (che allora, inizi del ‘700 sconvolse l’Europa) nella quale il filosofo sosteneva che “quando il popolo e le classi sociali costituite che insieme compongono il tessuto armonico della società, prendono atto che i propri governanti e il proprio re non attua politiche conformi al raggiungimento del bene collettivo bensì privilegia delle finalità ad uso privato, allora in questo caso le classi sociali hanno il diritto di rovesciare tale governo e ribellarsi anche al monarca pretendendo la sua deposizione….”. Dopo l’amena lettura dei principia di John Locke (caposaldo del pensiero illuminista europeo) Nick Clegg è passato alla sua argomentazione che il giorno prima aveva espresso a Gateshead davanti ai propri sostenitori: “E’ arrivato il momento di introdurre The TT, the Tycoon Tax (ndr.: la tassa sui miliardari –ovverossia una patrimoniale forte- ) con lo scopo dichiarato di colpire i miliardari nel nostro paese, e soprattutto quelle aziende, quei ceti, quegli individui che possono avvalersi di grossi e costosi avvocati che usano la Legge e i suoi trucchi per aggirare il rispetto dell’equità sociale che è il vero cancro dell’economia europea. E’ arrivato il momento di parlare dell’unica argomentazione che deve essere al primo posto dovunque in Europa, pena l’abbrutimento (ndr. splendido sostantivo) della democrazia così come noi l’abbiamo sempre vista, inventata e costruita: la ridistribuzione delle ricchezze. Il Ministro del Tesoro, Danny Alexander mi ha comunicato ieri di essersi incontrato con il cancelliere alle finanze, Lord George Osborne per abbattere immediatamente le aliquote di tutti coloro che guadagnano meno di 10.000 sterline all’anno. In tal modo, i ceti più disagiati, da subito, diventano esentasse…..esistono centinaia e centinaia di persone nel nostro regno che guadagnano milioni di sterline all’anno e a stento pagano –quando siamo fortunati- il 20%. Non dico il 30 o il 40 o il 50: a stento arrivano al 20. Hanno esagerato. E’ arrivato dunque il momento in cui noi dobbiamo interrogarci sulla necessità della Tycoon Tax….cari colleghi, vi rendete conto dell’enorme rabbia che provano i cittadini del regno quando si svegliano al mattino e vanno a lavorare sodo per mantenere le loro famiglie e pagano tasse del 30, 40, addirittura il 60% di aliquote fiscali e vedono individui miliardari che a stento pagano il 20%?.....pensate che sia possibile sostenere una situazione del genere?.....ci rendiamo conto del costo psico-sociale che una situazione come questa produce?”……
Più tardi, al quotidiano The Independent Nick Cleggs ha dichiarato: “ La priorità del mio partito e, considerando il fatto che il primo ministro è un uomo intelligente e pragmatico, direi dell’attuale governo, consiste nella tassazione dei miliardari inglesi. Ne stiamo parlando. Sono ottimista a proposito dei progressi che stiamo facendo. Ritengo che riusciremo a piazzare la nuova legge entro l’attuale anno fiscale”. Il che vuol dire entro il 30 aprile 2012.
Nick Cleggs è un moderato di centro destra (lo ricordo a chi non conosce la politica inglese). Non è Chavez o Lenin.

Tutto ciò induce a una riflessione: come stiamo vedendo in giro per l’Europa, le alternative esistono eccome. C’è chi ha rifiutato il pareggio di bilancio e con un governo conservatore di destra si assume la responsabilità di lanciare una patrimoniale dura per colpire la finanza e i miliardari. Hanno calcolato che entrerebbero nelle casse del tesoro britannico 800 miliardi di euro entro la fine del 2012. Con invidiabile lungimirante visione hanno anche calcolato che questa tassa potrebbe servire per raffreddare la rabbia, la frustrazione, il furore che comincia a diffondersi nella nazione occidentale che vanta l’osceno record del numero più alto di poveri. Un’esplosione di malcontento sociale “avrebbe oggi un costo insostenibile per la corona, per non parlare del contagio che provocherebbe immediatamente in tutto il continente”.
Perché la sinistra democratica italiana non ha preteso la stessa cosa da Mario Monti? E’ possibile essere scavalcati a sinistra dai conservatori britannici? E’ normale? E’ accettabile? Come mai nessun giornale che si occupa di economia ha parlato dell’idea di Nick Cleggs?
Ci stiamo rendendo conto che in Europa, la Merkel e Sarkozy e Monti, insieme, stanno stendendo un velo di omertà censoria su ciò che accade a Praga e Londra, essendo queste le due importanti nazioni d’Europa che si sono rifiutate di introdurre la legge sul pareggio di bilancio e cercano altre soluzioni?
Le alternative, quindi ci sono.
Non è vero che tutto ciò che sta accadendo in Italia è inevitabile.
E’ inevitabile perché non esistono personalità politiche decorose che si assumono la responsabilità di portare avanti proposte decenti, fattibili, queste sì inevitabili.
Non vengano poi a concionare sulla anti-politica. Chi non prende il toro per le corna fa dell'anti-politica: perchè genera avvilimento, depressione, indifferenza.
Le chiacchiere stanno a zero.
Come dice la destra moderata britannica “la priorità assoluta deve essere la redistribuzione della ricchezza: i miliardari vanno tassati, molto e più degli altri”.
Stiamo diventando la Vandea d’Europa.
Siamo già il paese più reazionario del continente.
E' importante prenderne atto per poter comninciare a costruire una potenziale alternativa culturale e politica. E' essenziale capire chi siamo, che cosa siamo diventati, e ricordare da dove veniamo.
Come diceva Socrate "se non conosci te stesso come pensi di poter aspirare a conoscere la realtà delle cose, dato che sei tu che la osservi? Se non sai da dove vieni, come pensi di poter immaginare dove vai?"


lunedì 12 marzo 2012

Siamo al delirio: una giornalista de Il Fatto Quotidiano viene attaccata e insultata perchè sceglie di "non essere omertosa".


di Sergio Di Cori Modigliani

Visto che il governo del ragionier Mario Monti ama parlare solo e soltanto di cifre, e l’economicismo è il pane quotidiano del dibattito in atto, accontentiamoli: “Famiglie italiane in difficoltà con il carrello della spesa: sul mercato nazionale i consumi di prodotti alimentari, bevande e tabacco hanno mostrato un calo dell'1,5% a prezzi costanti. Lo segnala un rapporto Intesa Sanpaolo affermando che in termini di spesa procapite il dato 2011 riporta i livelli indietro di quasi 30 anni, l’Italia si comporta e si ritrova come nel 1982”.
Così, il quotidiano La repubblica, comunica ai propri lettori uno studio ponderato voluto dall’ex amministratore delegato di Banca Intesa, l’attuale ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera. Oggi, con tragico ritardo miope di ben quattro mesi, il quotidiano scopre che –come sostenuto da tutti gli economisti al mondo- la cosiddetta “manovra salva-Italia” di Mr. Monti-yesman grazie all’introduzione dell’Imu, dell’aumento dell’Iva e del decreto sulle pensioni, ha ottenuto come risultato quello di aver accelerato la recessione, provocato una contrazione dei consumi, determinando una minore liquidità sul mercato con conseguente crollo della circolazione del denaro, una decelerazione della produttività e del reddito delle imprese, con una diminuzione nel solo mese di gennaio 2012 della produzione industriale pari a -5,5%. Ma loro seguitano a sostenere il governo.
E’, quantomeno, clamoroso, come comportamento.
Ma non è questo il punto odierno. Fine del pilotto economicistico e parliamo di cose serie.

L’Europa fa quel che può. Da Praga a L’Aja; da Parigi a Dublino, da Copenhagen a Stoccolma, da Lisbona a Londra, ogni singolo paese sta tentando di affrontare l’attuale periodo comportandosi e manifestandosi (nel bene e nel male) secondo le proprie tradizioni, sia storiche che psicologiche.
Così, in Francia, Sarkozy, nel pieno della sua campagna elettorale,  tenta di ritrovare consensi attraverso una politica di protezionismo nel nome della grandeur (completamente fuori da ogni parametro europeo, a Sarkozy si consente di prospettare ai francesi tutto ciò che è vietato a Roma, Atene, Madrid e Lisbona); a Praga, intellettuali ed economisti spiegano al paese come intendono gestire la loro “primavera di equità sociale” perché si sono orgogliosamente rifiutati di aderire al pareggio di bilancio e intendono porre sempre più le basi di una democrazia dei doveri ma prima di tutto dei diritti: hanno lanciato le assemblee pubbliche cittadine e i nodi del problema vengono dibattuti pubblicamente da tutte le componenti delle parti sociali nazionali. Loro, gli eroici cechi, non dimenticano che la Merkel e i suoi consulenti, sono tutti –nessuno escluso- nati e cresciuti sotto la Germania dell’est ed è quel tipo di cultura che hanno incorporato dentro di sé, trasferendola poi in fotocopia sul modello economico capitalista con gli stessi identici risultati sociali: tutti uniformati al ribasso, una esistenza ingrigita, e il quotidiano ricatto davanti al Grande Moloch dell’obbedienza: invece che il Partito c’è lo Spread e la oscura minaccia di un qualche cosa di ineluttabile (loro lo chiamano “il baratro”) che non viene mai spiegato con esattezza di che cosa si tratterebbe. Nello stesso identico modo in cui nei paesi dell’est nessuno tra coloro che governavano spiegavano con esattezza che cosa sarebbe accaduto se invece dei burocrati criminali sovietici al potere ci fossero stati degli imprenditori capitalisti. Ad Atene, le stesse identiche persone che hanno truffato l’Europa alterando i propri libri contabili, stanno oggi truffando il popolo greco prospettando un teatro che non ha nessun riferimento con la realtà del paese, facendo aleggiare nell’aria lo spettro ricattatorio di un potenziale –quanto surreale- golpe militare della destra come era avvenuto alla fine degli anni’60; a Dublino, sono arrivati addirittura al punto di tentare (ma sembra che gli stia andando malissimo)  di ricattare la popolazione sostenendo che se non varano immediatamente una serie di manovre usuraie che azzererebbero l’economia nazionale c’è il rischio che Sein Feinn, l’esercito armato dei terroristi irlandesi ormai ultra-defunto, possa riprendere fiato; e così via dicendo.
In Italia, che non fa eccezione, ci si ritrova, di nuovo, per l’ennesima volta –essendo la nazione regredita ai livelli minimi pensabili- a vedersela con la propria Storia, la propria Tradizione, i propri squallidi polli..
Cioè, in parole povere: con la Mafia.
Perché una cosa è chiara come il sole: la criminalità organizzata è partita all’attacco dei brandelli di Stato avanzati, per chiarire al resto d’Europa che in Italia sono loro a gestire il mercato dei capitali. Anzi. Per far chiarire che sono loro i veri interlocutori e che sono loro gli autentici garanti della pedissequa e disciplinata applicazione ragionieristica delle sedicenti richieste europee.
Più passa il tempo, i mesi, le settimane, le ore, più diventa palese che forse Mario Monti è davvero ciò che lui sostiene di essere, così come si è autodefinito in una intervista di circa due mesi fa alla giornalista Lucia Annunziata “io massone? Guardi, io non so neppure che cosa sia la massoneria, mi appare come una nebulosa di cui ne ignoro i contenuti. Sa…io non mi occupo di queste cose, io sono una persona banale. Sono uno normale che fa il suo dovere”. Appunto.
Noi non abbiamo bisogno, in Italia, oggi, di persone normali,  e tantomeno di persone banali.
Abbiamo bisogno di persone anormali, essendo questo un paese anormale.
Anormali come era Alcide De Gasperi, il quale nel 1951, trascorse un clandestino week end con Palmiro Togliatti e Sandro Pertini, alla fine del quale, chiuso con loro un accordo di ferro (bastò una stretta di mano, allora esistevano ancora i gentiluomini) presentò il piano di riforma agraria che andava all’attacco del latifondo, delle rendite passive patrimoniali, liberando l’agricoltura italiana dal giogo secolare del controllo ecclesiastico del territorio. Venne immediatamente e furiosamente attaccato dal Vaticano, attraverso editoriali di fuoco che lo definirono “anormale”, quindi, pericoloso. Il cattolico De Gasperi non battè ciglio. Scrisse una lettera personale al papa, di cui cito qui una frase emblematica per spiegare come si comporta una persona anormale “…..lungi da me l’idea di peccare di presunzione e di arroganza citando una frase del Nostro Salvatore Gesù Cristo che si è immolato per tutti noi; ma mi permetto di ricordare a Sua Santità come e quanto sia necessaria oggi all’Italia applicare alla lettera l’insegnamento di Nostro Signore: date a Cesare ciò che è di Cesare….io sono un peccatore credente nel Nostro Redentore, e riverisco e rispetto il volere di Vostra Santità Altissima, pastore delle nostre anime. Mi permetto soltanto di ricordare qui, con l’umilissimo approccio di un modesto servitore dello Stato, che non conta nulla dinanzi alla Vostra Illuminata Grandezza, che io sono il presidente del consiglio della Repubblica Italiana e come tale non posso permettere a nessuno, a nessun livello, che intervenga per alcun motivo nelle decisioni prese per il bene del paese. La riforma agraria fa bene all’Italia. Quindi verrà fatta. Non è possibile neppure discuterla. Del resto non riguarda la salute spirituale, bensì i banali esiti materiali, quindi non è di Vostra competenza….”.
Ho volutamente citato una personalità politica italiana di tradizione moderata, un conservatore. Non era né banale, né tantomeno normale (intendiamoci, in quanto italiano).
E altri ancora, dopo di lui, da Ugo La Malfa a Pietro Nenni, da Giovanni Spadolini a Sandro Pertini –per non parlare delle decine e decine di altre personalità politiche- hanno tenuto duro interpretando il proprio ruolo come delegati della collettività e comportandosi, comunque, sempre come persone mai né “banali” nè “normali” in quanto nient’affatto furbi, sprovveduti anzichennò, e caratterialmente impermebaili alla corruttela.

Oggi abbiamo bisogno di delegati coraggiosi, creativi, visionari, quindi anormali.
L’attuale governo con il proprio silenzio complice, sta definitivamente consegnando il paese nelle mani della criminalità organizzata senza dire una parola, senza compiere un gesto, senza esercitare alcun contrasto e tantomeno opposizione. Lo stanno facendo con ammirevole normal banalità.
L’attacco contro il ministro Andrea Riccardi per aver osato avviare la proposta di intervento, a firma del senatore Li Gotti dell’Idv,  per “discutere della qualità delle concessioni delle licenze autorizzate in materia di giochi d’azzardo” è stato un campanello d’allarme molto chiaro.
Chiarissimo a chiunque. Tant’è vero che nelle successive 72 ore, in borsa, il titolo Lottomatica è salito andando su che era una meraviglia; tristissima verità. Neppure a dirlo, nessuno su nessun media italiano ha dato la benché minima esposizione all’iniziativa del senatore Li Gotti e alla scelta forte del ministro Riccardi.
Poi c’è stato l’annullamento della sentenza su Dell’Utri da parte della Cassazione.                               
Poi c’è stato –e c’è tutt’ora- l’attacco contro il “teorema Falcone” per cancellare definitivamente dalla giurisprudenza la dizione “concorso esterno in attività mafiosa”.                                                                
Poi c’è stato l’attacco contro l’inchiesta relativa alla trattativa stato-mafia che portò al barbaro assassinio di Borsellino.
La cosiddetta sinistra democratica tace. Ahimè, come al solito.
E siamo passati anche agli attacchi personali contro giornalisti per chiarire al paese il tipo di atmosfera che si intende proporre. Il deputato Calogero Mannino, indagato dalla procura di Caltanisetta, ha attaccato una giornalista de Il Fatto quotidiano, Sandra Amurri, definendola “una mitòmane pericolosa…se fossimo ancora nella germania dell’Est la giornalista sarebbe un’agente della Stasi. Ma fosse ancora in servizio?”.
Un inquietante avvertimento.
Il tutto, scatenato dal quotidiano Il Giornale, come conseguenza di un atto della Amurri, la quale, avvalendosi di una propria prerogativa da lei stessa enunciata “prima di essere una professionista, prima ancora di essere una giornalista, io sono una cittadina della Repubblica, e quindi, quando vengo a conoscenza di alcuni fatti particolari, considero mio dovere rivolgermi all’autorità competente, cioè alla magistratura”.
L’accusa contro di lei consiste, per l’appunto, nel non essere stata omertosa.
E’ un delirio socialmente psicotico, caratteristico di questo paese anormale.
Una giornalista viene al corrente di alcuni fatti “teoricamente” preoccupanti e dopo essersi consultata con il suo direttore, ritiene opportuno chiamare i magistrati e andare a deporre come “testimone al corrente di fatti relativi a un atto giudiziario in corso” e viene duramente attaccata personalmente.
E’ un atteggiamento pericoloso.
Tutta la mia solidarietà alla collega Sandra Amurri, una persona che ha compiuto un gesto e un atto doveroso e normale in un paese anormale; il che la rende, per l’appunto, anormale. Della questione, dopo l’attacco virulento contro di lei comparso su Il Giornale e fatto scrivere da un intelligente e abile editorialista, non se ne parla più.
Vogliono che la gente non sappia. Che non si pensi a tutto ciò. Che non si sappia.
Parlano di lei come “una spia”.
In realtà si tratta di uno scontro tra due diverse interpretazioni del mondo.
Quello di coloro che l’accusano fa riferimento a una frase di Tarcisio Bertone, segretario di stato del vaticano che qualche settimana fa ha detto (a proposito di come funzona la politica) “Chi sa non parla; chi parla, è perché non sa”.
E’ il fondamento della visione omertosa dell’esistenza.
Sandra Amurri, invece, è una cittadina che ha fatto propria la parola d’ordine di Paolo Borsellino “Chi sa, parli. Chi sa qualcosa, deve parlare”.
E’ così che si cambia l’Italia. O quantomeno, ci si prova.
“Chi sa deve parlare e dire ciò che sa”, perché soltanto spezzando l’anomalìa di una visione omertosa dell’esistenza si può combattere la corruzione.
Che importanza può avere nella nostra vita uno spread a 200 o a 400 se ci rimane la consapevolezza di vivere in un paese mafioso?
Qui di seguito riporto la cronaca dei fatti così come l’ha redatta di suo pugno la giornalista Sandra Amurri. L’ha scritta rendendo pubblica la sua vicenda. Ma non l’hanno pubblicizzata. Farlo, non dà vantaggi.
Lo faccio io qui, su questo blog.
Se volete interloquire con lei, la trovate a Il Fatto quotidiano o su facebook.

Ecco la sua relazione:

Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli. Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola.
Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole
Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando. E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”. Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale. Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone.

Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio. Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili. Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore
Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio. Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”. Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini. Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico.
Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili. Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita. Già so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo
Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino).
Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio. Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando,
il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo. Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Lo stesso che vede già indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita.
Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”. Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita. Il pm replica: “Perché ricordo, ricordo diversamente”. “Giudice – ribatte De Mita – se lei ha la presunzione della verità delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”. Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ‘91 al 28 giugno ‘92. Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”.
Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di
Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinché non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti. Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale. Ecco perché appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc. Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes.
Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo. Vengo convocata dai pm
Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa. Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino. Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani.

Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo. Obietto che sono una giornalista, oltreché la depositaria della notizia. Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori. Cosa che ho appena fatto.