venerdì 9 marzo 2012

Questo ministro è sceso in campo, apertamente, contro la criminalità organizzata. Va sostenuto e appoggiato.


di Sergio Di Cori Modigliani

Solidarietà al ministro Andrea Riccardi. Massima solidarietà.                           Massimo appoggio con il cuore da parte di chi ancora crede nella salvaguardia della democrazia.
Sottrarre la gestione della protesta civile e del disagio collettivo alle argomentazioni populiste, demagogiche, e prive di sostanza, usate in maniera strumentale dalla destra italiana, vuol dire prima di ogni altra cosa ritornare alla Politica.
Il che non è un assunto teorico.
Vuol dire rimboccarsi le maniche, dedicarsi all’applicazione del raziocinio, argomentare, elaborare, e “far politica” nel senso più classico del termine, ovverossia: “esercitare la propria attività sociale di relazione al fine dichiarato di dare il proprio contributo in quota parte al miglioramento del bene collettivo condiviso”.
Far politica, oggi, vuol dire schierarsi apertamente, dichiaratamente, a favore e in solidarietà del ministro Andrea Riccardi, denunciando le ragioni di chi lo vuole eliminare dallo scenario politico attuale.
Triste notazione accorgersi che su facebook, twitter e nelle consuete palestre della sinistra opinionista non si siano organizzate le solite fiaccolate con pagine di sostegno, club feisbucchiani, raccolta di firme, lettere d’amore a Riccardi, ecc.,ecc.
Triste notazione accorgersi che nessuno ha dato notizia di ciò che lui aveva fatto in data 2 marzo 2012, sorretto, aiutato e sostenuto da un unico deputato, l’on. Luigi Li Gotti (dell’Idv) –tra l’altro esponente dell’unica compagine della sinistra democratica all’opposizione- nel luogo dove la battaglia andava condotta: la commissione antimafia della Camera.
Il silenzio generale mi aveva fatto ben sperare. Mi sono sbagliato.
Mi aveva fatto ben sperare perché mi era venuto da pensare che il silenzio fosse stato, in realtà, una strategia per mantenere il più basso profilo possibile e pensabile, in modo tale da consentire a Riccardi di portare avanti una battaglia vincente per il popolo italiano: in ballo il recupero di circa 80 miliardi di euro, che lui stesso ci aveva tenuto a specificare “potrebbero essere usati per controbilanciare le misure d’austerità del governo e quindi poter contare su risorse finanziarie atte e adatte da investire nel welfare e nella protezione dei ceti più deboli e disagiati”.
MI ero sbagliato.
La strategia è stata quella di lasciarlo da solo.
Di mandargli un chiaro segnale politico.
Di fargli capire che basta un minimo cenno e accenno di decenza umana civile per trovarsi immediatamente uno sbarramento “ufficiale” (49 senatori che firmano una richiesta per sue immediati dimissioni) e quindi mandare un inequivocabile segnale a Mario Monti.
Nessuno ha sottolineato che cosa avesse fatto il 2 marzo, quale sia, in realtà, la sua vera battaglia, e il perché sia stato così ferocemente attaccato per una frasetta esclamata in camera caritatis a una sua collega (il tutto 48 ore dopo che a Varese il senatore Umberto Bossi si era permesso di sostenere che “al Nord Mario Monti rischia di essere fatto fuori” espressione ben più forte, sulla quale nessuno ha avuto niente da ridire).
Dobbiamo, invece, sostenere la sua battaglia. Informarsi su ciò che sta facendo e sostenerlo, per fargli arrivare un messaggio forte dalla società civile. Per non farlo sentire solo né tantomeno isolato. Perché deve essere molto chiara la posta in gioco: se Riccardi vince la sua battaglia, l’Italia cambia. Subito. E in meglio. A beneficio di tutti noi. Se Riccardi perde, l’Italia precipita ancora di più nel fango. A scàpito di tutti noi. Se Riccardi vince, vinciamo tutti. Se Riccardi perde, perdiamo tutti.
Si tratta di lotta politica. Così va fatta.
Chi segue il mio blog sa che non sono certo un sostenitore dei tecnocrati né tantomeno mi piace né sono d’accordo con la modalità esecutiva di Mario Monti. Ma essere faziosi per principio, generalizzare e rinunciare alle alleanze strategiche con persone individualmente per bene, è un errore di miopia politica.
Il ministro Andrea Riccardi è una persona per bene. Ho avuto occasione di conoscerlo in  diverse occasioni negli ultimi dieci anni. Se lo paragoniamo a una persona come l’on. Cosentino (l’ideatore della richiesta di sue dimissioni) il ministro Andrea Riccardi diventa Immanuel Kant o George Washington o John Locke o Sandro Pertini, scegliete chi vi pare.
Sant’Iddio!! Una volta tanto che abbiamo una persona per bene che sta facendo una cosa enorme, non abbiamo neppure il coraggio di sostenerlo pubblicamente, di diffondere la qualità della sua battaglia?
E’ un dovere civico per tutti noi.
Qui non c’entra la Rai, non c’entrano neppure le frequenze televisive in vendita; non c’entra il decreto sulla giustizia e non c’entrano gli emendamenti sulle banche. E’ tutto specchietto per le allodole.
La posta in gioco è un’altra.
Si parla tanto di destra e di sinistra che non esistono più: falso.                      
Far politica, a sinistra, oggi in Italia –a differenza delle tematiche della destra sociale reazionaria e demagogica- vuol dire individuare dei percorsi di crescita e sviluppo economico, sociale, legale, esistenziale, e allearsi con tutte quelle forze politiche, sociali, che lo sostengono; nonché con ogni individuo che abbia un potere decisionale disposto e disponibile a farsi latore delle istanze popolari più giuste, più eque, nel nome del bene collettivo.
Andrea Riccardi ha cominciato a muoversi alla fine di febbraio quando ha ricevuto il via definitivo da parte di una forza che in Italia davvero conta e ha un peso: il Vaticano.
La battaglia di Riccardi è la Mamma di tutte le Battaglie in Italia.
E il fatto che abbia il forte e “ufficiale” sostegno del Vaticano, non può che rallegrarci tutti, meno male che una volta tanto abbiamo anche dei santi in paradiso. Era ora!
Lo vogliono isolare come fecero con Paolo Borsellino, alla fine degli anni’80, quando dei beceroni della sinistra facevano di tutto per squalificarlo sostenendo che fosse un uomo di destra. Il che era vero.
Affrontare politicamente nel 2012 la situazione reale vuol dire abolire questa distinzione e comprendere che l’Italia la si cambia solo e soltanto quando delle persone per bene (indifferentemente di destra o di sinistra, laici o credenti, maschi o femmine, settentrionali o meridionali) si assumono –grazie alla delega concessa- la responsabilità sociale collettiva a nome del popolo italiano e portano avanti una battaglia ideale, sensata, forte.
La posta in gioco è l’attacco dello Stato alla mafia.
La battaglia che Andrea Riccardi ha stabilito di intraprendere “ufficialmente” dal 2 marzo 2012 ruota tutta intorno alle concessioni del gioco d’azzardo in Italia, alla diffusione capillare del gioco d’azzardo, all’aumento esponenziale della pubblicità televisiva rivolta ai giovani nella quale si incita a giocare soldi in rete, ma soprattutto la lotta contro la gestione dell’usura.
Una battaglia epocale.
Perché in Italia, il gioco d’azzardo è diventato la Terza industria del paese: ha sostituito il tessile; è più forte dell’industria turistica, di quella metalmeccanica. Dà molti soldi a molta gente, anche allo Stato. Ma sta rovinando tante persone e affondando il paese.
Il primo avanti tutta, a questo angosciante obbrobrio, lo aveva dato Massimo D’Alema nel 1998; la seconda grande accelerazione l’ha fornita Silvio Berlusconi con il decreto del 2002; la terza enorme spinta propulsiva reca la firma di Romano Prodi nel 2006 e la definitiva consacrazione avviene nel febbraio del 2011 a firma Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Con Pierferdinando Casini che l’ha appoggiata sempre.
Quindi destra e sinistra insieme.
 Sostiene il ministro per la Cooperazione e l’Integrazione, Andrea Riccardi “La responsabilità è dello Stato. Perché lo Stato, che pure incassa molte risorse da questo settore, non può non occuparsi delle categorie più a rischio e dei problemi non marginali, spesso veri e propri drammi sociali, che il gioco d’azzardo produce nel nostro paese: questa deriva va fermata prima che sia troppo tardi”.
E così, che cosa ha fatto Andrea Riccardi? E’ andato a parlarne da Vespa? Da Santoro? A Ballarò? Nei teatri a farsi bello?
No: ha fatto il suo dovere.
Ha istituito una commissione d’inchiesta avvalendosi di consulenti competenti, dopodiché –applicando la Legge al millimetro- ha consegnato il materiale a tutte le forze politiche in parlamento (nessuno se l’è filato) finchè un deputato, il capogruppo dell’Idv all’interno della commissione antimafia, on. Luigi Li Gotti, ha presentato la proposta di un decreto legge che tutte le forze politiche erano d’accordo nel farla cestinare e invece, Andrea Riccardi, l’ha portata “ufficialmente” in data 2 marzo 2012 presso la II e la IV commissione parlamentare della Camera dei Deputati (come gli è consentito dalla sua carica) “per modificare la disciplina delle concessioni e delle licenze in materia di giochi e scommesse sul territorio della Repubblica Italiana”.
Nessuno ne ha parlato. Nessuno l’ha pubblicizzato. Non è stata data notizia neppure nelle consuete rubriche di cronaca parlamentare. E guarda caso, neanche una settimana dopo, per pura coincidenza fortuita, 47 senatori chiedono le sue dimissioni per una sua frasetta condivisa con la collega ministra nel corso di un colloquio privato a una manifestazione istituzionale.
Su su sveglia, popolo………………….
Dice Andrea Riccardi:
"La gente col gioco d’azzardo arriva a massacrarsi: come facciamo a farla uscire da questi circuiti? Si può tentare un colpo di spugna, applicando alla pubblicità dei giochi a soldi i criteri di quella per le sigarette, cioè vietarla. Oppure, almeno, regolamentarla in modo ferreo. Mi impegno formalmente e mi faccio carico di essere latore presso Mario Monti affinchè vengano prese adeguate misure a livello istituzionale”.
E’ la prima volta che un ministro in carica della Repubblica si assume tale impegno civico.       E noi vogliamo perdere l’occasione di appoggiare tale persona?
Sostiene il ministro Riccardi:
“Constato che in alcuni casi il gioco d’azzardo è diventato una vera piaga sociale e allora mi chiedo come sia possibile ammettere la pubblicità di questo tipo di "dipendenza", che ormai quando è compulsivo è riconosciuto come patologia”.
E poi, nella presentazione della proposta dell’on. Li Gotti che ha fatto sua, spiega:
“Intanto direi che, età a parte, certe situazioni quanto meno non vadano incrementate. E poi nel nostro Paese ci sono due milioni di giovani senza lavoro e senza studiare: ecco, il gioco appare proprio la migliore promessa rapida e "miracolosa" di uscire da un quadro di vita che appare frustrante. Invece è un’illusione. Le pubblicità sono assai seducenti, molto. Troppo.Trasmettendo effettivamente messaggi seducenti che promettono qualcosa che in realtà non esiste, ma che stimola questo senso della vita come azzardo. Quindi è una vita illusoria. E quando magari davanti a sé non si scorgono prospettive concrete, quelle "promesse" possono far presa senza grandi difficoltà. Intanto direi che, età a parte, certe situazioni quanto meno non vadano incrementate. E poi nel nostro Paese ci sono milioni di giovani disoccupati: ecco, il gioco appare proprio la migliore promessa rapida e "miracolosa" di uscire da un quadro di vita che appare frustrante. Invece è un’illusione. E’ un falso pericoloso”.
Come è possibile che la sinistra democratica e i feisbucchiani e le sirene strapagate che cantano come editorialisti sui celebri quotidiani democratici, sempre pronti a dir la loro in maniera roboante per molto ma molto meno di questo, non abbiano speso neppure un rigo, un cenno, una nota, un commento?
Con un’unica eccezione, quella de l’Avvenire. Il che è comprensibile. Perché dieci giorni fa a Genova e poi di nuovo sette giorni fa, il cardinale Bagnasco aveva denunciato lo sfascio etico-morale che questa situazione sta determinando, “e la immediata necessità di intervenire per porre un freno a questa tragedia collettiva” per non parlare dell’alimento consociativo tra Stato e mafia, proprio nel momento in cui la magistratura di Caltanisetta riapre il dossier che riguarda ll’assassinio di Paolo Borsellino in relazione alla ferma opposizione da parte del giudice, così barbaramente assassinato, contro la trattativa tra le cosche mafiose e la società politica istituzionale.
Nell’unica nota di commento alla sua iniziativa comparsa sui media italiani, in data 3 marzo sul quotidiano cattolico l’Avvenire, il ministro Andrea Riccardi sosteneva:
Anche grazie alla crisi, va diffondendosi un’affermazione addirittura quasi "culturale" dell’azzardo negli stili di vita.
Ho sentito l’altro giorno di quell’anziano che ha giocato sessantamila euro in una mattinata: certo è che la gente col gioco d’azzardo arriva a massacrarsi, come facciamo allora a farla uscire da questi circuiti? A me pare ci sia una crescita esponenziale del rapporto fra crisi, difficoltà e sviluppo del gioco d’azzardo. Credo che su questo si debba riflettere, non si possa evitare di farlo.
E comprendere che c’è chi oggi soffre nella crisi e non sa come reagire. Perché la crisi c’è ed esiste. Economica, sociale, culturale. Ma di fronte alla crisi si reagisce in modo "magico", cioé con la ricerca della "magia" di un momento, di una vittoria, di un gioco, ma che è sempre, devo ripeterlo, un’illusione.
Infatti il gioco fa crescere anche il circuito perverso tra debiti e usura.
Dobbiamo stare bene attenti a che, proprio in questi momenti di accresciuta miseria, il debito da usura non sia un altro gioco di azzardo che s’innesti sul gioco, con un aumento esponenziale di entrambi.
È evidente che sia particolarmente esposto ai rischi di dipendenza chi appartiene alle categorie più deboli, cioè giovani, disoccupati, famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, anziani soli. Per loro dobbiamo intervenire. E’ un impegno che non è possible, oggi, non assumersi. Non si può tacere”.

Io sto dalla parte del ministro Andrea Riccardi e lo sostengo. Tu, da che parte stai?
Se non garantiamo una ferma solidarietà pubblica al suo lavoro, una complicità, con quale coraggio, domani, seguiteremo a sciorinare il consueto piagnucolìo sull’Italia che non funziona, sulla mafia che vince, sulla criminalità che dilaga?
Questa è una buona occasione per far sentire la propria voce.
Ne vale davvero la pena.
Qui non si tratta di Ruby o di feste sporcaccione, si tratta dell’esistenza di tutti noi.


giovedì 8 marzo 2012

E' uscito restaurato e nella versione integrale completa, il film Spartacus. E' la storia immortale di uno schiavo che ha scelto di ribellarsi.


di Sergio Di Cori Modigliani

Ma quanta voglia degli anni’60 che circola a Hollywood!
Da sempre attento termometro –e in più d’una occasione vera avanguardia propositiva- dei cambiamenti di umore delle masse, ricettori dei nuovi trend, nonché anticipatori di nuove formazioni dell’immaginario collettivo, Hollywood come al solito si sbilancia, e dopo un decennio di pigra sonnolenza improntato per lo più al lancio di esperimenti ad alta tecnologia, effetti speciali e film inutili buoni soltanto per garantirsi degli utili, annuncia la genesi di una nuova generazione di film, fortemente voluta, spinta e finanziata dalla vecchia guardia democratica losangelina (Steven Spielberg, Steven Soderbergh, Warren Beatty, Jack Nicholson, Michael Douglas, Denzel Washington, Robert Redford) oggi dietro le quinte, alla ricerca di nuovi idoli e icone da lanciare sul mercato e in grado di rappresentare gli autentici umori degli spettatori planetari: la gran voglia di ribellarsi alla dittatura tecnocratica neo-liberista.
Non è certo un caso che esca in questi giorni in Usa (per il momento in alcune sale, in attesa del grande lancio a fine aprile) “Men in Black 3” (in Italia arriverà a maggio) prima prova marketing del nuovo trend, l’ultimo della divertentissima serie, che (com’è noto a tutti i fans, di cui il sottoscritto fa parte) raccontava la storia infinita dei due agenti segreti, protettori della Terra dalla feccia aliena che si nascondeva nell’universo.
I due agenti, Will Smith e Tommie Lee Jones, questa volta, invece di vedersela nel fantasioso e onirico mondo del futuro, guarda caso, vengono piroettati nel 1964 per cercare disperatamente di evitare la vittoria di alcuni scienziati dementi che rincretiniranno i terrestri intorno al 2012, data del totale rimbecillimento planetario.
Ma non basta.
Mentre siamo in attesa di tre film importanti che usciranno a novembre, di grande impatto sociale, hanno riesumato, restaurandolo con l’aggiunta di ben 45 minuti tagliati (vera chicca per i palati di ogni cinèfilo hollywoodiano) il film che ha cambiato la storia d’America: Spartacus. Con la scusa di presentare un prodotto nato come risultato del lavoro di “recupero di un brano della storia del cinema nazionale” ad opera di American Cinematheque (diretta da Spielberg e Scorsese) il film è stato distribuito 52 anni dopo in circa 2500 sale nazionali e regolarmente usato dai comitati di base delle singole città degli aderenti a “occupy wall street”, aprendo forti confronti e dibattiti sulla democrazia, sui diritti civili e sul futuro di tutti noi. Per non parlare del fatto che ha incassato 50 milioni di dollari (restaurarlo era costato 10).
Chi non ha mai visto Spartacus, distribuito nel novembre del 1960, è probabile non sappia neppure di che film si tratta. Lo consiglio vivamente a tutti.
E’ qualcosa di più del polpettone hollywoodiano in salsa antica storia romana.
Perché c’è una storia forte dietro. E Spartacus se la trascina. E in Usa lo sanno tutti.
E da oggi, anche chi non lo sapeva, adesso lo sa.
Il grande potere immaginifico di Hollywood.
Ecco la storia del film.
Era il 1959.
Ed eravamo nel pieno della guerra fredda. In America, la destra oltranzista, sorretta dal presidente Dwight Eisenhower, dall’FBI guidato da Hoover, con la scusa di gestire la nazione contro l’invasione del comunismo, aveva lanciato una vera e propria caccia alle streghe ed erano state istituite delle liste nere di professionisti nel campo delle arti e delle comunicazioni che avevano falcidiato molte vite, eliminandole dal mercato e azzittendole.
Ma l’aria cominciava a cambiare. Si preparava la campagna elettorale per le presidenziali e la destra repubblicana aveva deciso di lanciare in pista il pupillo adorato dagli oltranzisti reazionari, Richard Nixon, con il quale pensavano di garantirsi la gestione del potere per diversi anni, sostituendo Eisenhower considerato troppo moderato. Ma l’America non dormiva. Soffriva, ma non dormiva, e sotto sotto cominciava a diffondersi un sotterraneo sentimento di ribellione e di voglia di cambiamento che aveva trovato in Kennedy un valido antagonista a Nixon. Anche se nessuno pensava che avrebbe mai potuto vincere le elezioni. Lo davano tutti per perdente. A Hollywood, essendo il potere consapevole della forza dirompente del medium cinematografico, era stato fatto un tragico repulisti e le grandi case di produzione erano costrette a impedire l’accesso al mercato a chiunque fosse scritto nelle liste che l’FBI consegnava ogni primo del mese ai dirigenti delle aziende.
C’era chi aveva deciso di dire basta.
E così il gruppo più democratico e attivo di Hollywood, composto da giovani astri del momento, Marlon Brando, Kirk Douglas, Paul Newman, Arthur Penn, John Frankenheimer e Warren Beatty si incontrarono una notte a Malibu per decidere il tipo di azione.
Kirk Douglas era reduce da una sonora batosta che era riuscito a gestire piuttosto bene passandone indenne per un pelo. Due anni prima aveva fatto un film pacifista, di chiara denuncia di tutte le guerre “Orizzonti di gloria” (quello che oggi si definerebbe in Italia “un film d’autore”) diretto da un giovane intellettuale, sconosciuto dato che all’attivo aveva soltanto un filmetto girato cinque anni prima, un socialista libertario, un certo Stanley Kubrick. Il film era stato ritirato dalla circolazione dopo due giorni per intervento dell’FBI su specifica denuncia di Nixon che lo aveva definito “un prodotto sovversivo, disfattista, che incita ad abbassare la guardia e veicola una visione negativa dell’impegno bellico” mentre in Europa (soprattutto in Francia) aveva avuto un clamoroso successo. Kubrick era stato interrogato tre volte dalla commissione nazionale contro le attività sovversive ma se l’era cavata brillantemente auto-definendosi “un professionista rigoroso e nulla di più: per me girare un film di guerra, una commedia musicale, o un thriller è la stessa cosa. Basta che paghino il minimo sindacale e che gli attori siano bravi. Io non mi occupo di politica”.
Anche Douglas aveva accettato quella linea. Ma il film era sparito.
E Kubrick era rimasto disoccupato. Mentre Douglas aveva accettato di girare quattro film in due anni (gialli e commedie) che lo avevano portato al top del successo, facendogli inoltre guadagnare una valanga di soldi. Ma il suo successo non gli permetteva di poter dare una mano ai colleghi vittime della censura.
E così, quando gli attori si incontrano decidono di organizzarsi in maniera indipendente.
Fanno una cooperativa e mettono insieme un congruo capitale (circa 100 milioni di euro dei giorni nostri). E decidono di aggirare il sistema di Hoover. Pensano di fare un film seguendo la moda dell’epoca che voleva soprattutto film epici, di contenuto storico, ma dandogli anche una qualche valenza politica al suo interno. Scelgono la storia di Spartaco, lo schiavo romano che si ribellò all’impero romano nel I secolo a.C. e lo sfidò. Fondano una produzione indipendente e chiudono l’accordo con la Paramount che accetta di distribuire il film che aveva in Kirk Douglas il suo protagonista. Il gruppo di attori decide di dar lavoro a tutti quelli iscritti alle liste nere e affidano la sceneggiatura a Dalton Trumbo, un eccellente sceneggiatore e autore di commedie che nel 1952 era stato espulso dall’associazione sceneggiatori cinematografici perché considerato “comunista” e non poteva lavorare. Faceva il “ghost writer”, cioè scriveva film che altri firmavano. Lui non poteva comparire mai. Altre persone lo sostituivano e per due volte vinsero l’Oscar al posto suo. I più onesti tra i suoi colleghi ribollivano dalla rabbia nell’essere testimoni di questo fatto, ma allora era così. La produzione scelse di fare la stessa cosa per tutti i reparti tecnici assumendo le persone con nomi finti ma dando lavoro a tutti quelli che erano stati banditi. Avevano stabilito che una volta finito il film, passato al vaglio della censura, il giorno prima di distribuirlo, avrebbero sostituito i nomi mettendoci quelli veri. Il regista era Anthony Mann che piaceva alla Paramount. Ma non funzionò. Dopo dieci giorni di riprese, cominciarono a litigare, e la troupe capì che era uno di quelli che passava le soffiate all’FBI. Il che, allora era pericoloso. Tra gli attori, infatti, c’era Tony Curtis, che allora era agli arresti domiciliari per attività sovversive e –in teoria- non poteva uscire di casa la notte; mentre invece stava sul set a girare il film e a casa c’era un suo sosia, una comparsa molto ben pagata che interpretava il ruolo di marito di Janet Leigh (la moglie vera di Tony Curtis) con la quale si faceva vedere sul portico, sul giardino nel retro della casa, mentre lavava l’automobile. Licenziato Mann, decisero di prendere il giovane Kubrick e gli affiancarono un finto regista, un attore che faceva finta di essere il regista vero quando arrivavano gli ispettori della distribuzione sul set o quando arrivavano gli agenti dell’FBI  e allora a Kubrick lo chiudevano dentro uno sgabuzzino. Dopo qualche settimana questa situazione divenne insostenibile per lo stress procurato a tutti. Ma si avvalsero dell’intuizione del costumista, Alfredo Valles, un disegnatore di moda, un anarchico spagnolo, condannato a morte dal regime franchista che con nome finto era scappato in America dove aveva ottenuto asilo politico. Ma non lo facevano lavorare. Valles suggerì di andare a girare in Spagna, un paese isolato che moriva dalla voglia di entrare nel circuito internazionale e li avrebbe ospitati. L’FBI lì non aveva giurisdizione e poi sarebbero stati felici di sapere che andavano a girare in un paese fascista. Tra l’altro ci sarebbe stata la possibilità di assumere in Spagna tutti i professionisti e intellettuali e studenti anti-franchisti che erano fuori dal mercato per motivi politici e non potevano guadagnare.
E Kubrick avrebbe potuto girare in libertà. Fu così che andarono tutti in Spagna.
Il giovanissimo Warren Beatty volò a Madrid prima degli altri e si mise in contatto con le organizzazioni anti-franchiste e si fece dare i nomi di 10.000 persone che non avevano lavoro e li assunse tutti.
E Kubrick ebbe l’opportunità di girare le più belle scene di massa di battaglia militare della storia del cinema perché costruì un gigantesco set con soldati veri. Allora, per dare la sensazione degli eserciti si usavano dei trucchi per cui si decuplicavano le immagini facendo quindi pensare che c’erano tante persone quando in realtà, invece, erano poche, ma le riprese erano scarse e un po’ ridicole.
Nella scena dello scontro militare finale, invece, Stanley Kubrick impiegò 8500 comparse che erano state istruite a dovere. Venne chiamato dall’Inghilterra il più grande esperto in storia militare dell’impero romano. Kubrick diede un enorme spazio alla figura di Licinio Crasso, simbolo della corruzione aristocratica dell’impero romano e Dalton Trumbo scrisse dei dialoghi rimasti epici come la celebre frase che viene comunicata a Sempronio Gracco in cui annuncia “che in ogni città e provincia dell’impero sono già state compilate le liste degli infedeli” e una lunghissima sequenza su un dibattito politico nel senato romano in cui si discute sulla libertà d’espressione e su come eliminare gli avversari politici attraverso la calunnia e la diffamazione.

A ottobre del 1960 il film era pronto.
Lo mostrarono all’FBI e lì iniziò una lotta durata un mese. Alla fine tagliarono 45 minuti del film (soprattutto gran parte degli splendidi dialoghi politici tra i patrizi romani, rappresentati dal grande Laurence Olivier) e l’Fbi si riservò il diritto di controllare l’autenticità dei nomi scritti nei titoli di coda.
Ma il 5 novembre 1960 avviene un fatto insperato: John Fitzgerald Kennedy vince le elezioni. Un mese dopo esce il film, il 28 dicembre 1960. E la produzione mette tutti i nomi veri. L’Fbi grida allo scandalo e fa ritirare il film che viene sequestrato dopo due giorni di programmazione. Nessuno, allora, ebbe il coraggio di protestare.
Peter Lawford e Frank Sinatra accettarono di farsi ambasciatori presso la Casa Bianca e il 20 gennaio 1961, dieci giorni dopo il suo insediamento, Kennedy ricevette Kirk Douglas, Marlon Brando e Paul Newman nel suo ufficio. Gli spiegarono la questione.
Una settimana dopo, Walter Cronkite su NBC faceva la prima intervista televisiva a un presidente nella storia delle comunicazioni. Era il 28 gennaio 1961. Alla fine dell’intervista (tutta politica) il celebre giornalista chiese a Kennedy se fare il presidente fosse stressante. E il presidente rispose: “Non più di tanto. Ieri sera, ad esempio, dopo una riunione piuttosto seria e pesante mi sono davvero rilassato insieme a mia moglie. Abbiamo visto il film Spartacus che molto gentilmente mi hanno spedito alla Casa Bianca per avere una mia opinione. E’ stata una esperienza bellissima. E’ un film prestigioso”. Il giornalista gli fece notare che il film era stato sequestrato. E Kennedy: “Ah sì? Davvero? Non ne ero informato. Vede, a questo serve la stampa libera, ad informare. Grazie per la notizia. Domattina telefonerò a Hoover e lo facco dissequestrare subito per ordine presidenziale. E’ un film che l’America deve vedere. Qui, io ci sto a rappresentare i liberi e a lottare insieme a tutti contro la schiavitù. Da oggi, si riapre il mercato. Le liste nere –che in teoria non esistono ma di fatto sì- finiscono con questa intervista”.
Fu l’inizio di un grande cambiamento.
Dal giorno in cui Spartacus venne proiettato nelle sale cinematografiche statunitensi, rinacque il dibattito, il confronto politico.
Sui giornali, sui media dell’epoca, gli americani cominciarono a interrogarsi di nuovo sul concetto di schiavitù, sul diritto alla ribellione degli schiavi, sul senso metaforico della grande epopea dello schiavo Spartaco che duemila anni fa osò sfidare Roma.

Oggi, in Usa, lo proiettano restaurato.

Mi sembrava un’ottima occasione per riflettere su quest’episodio della storia occidentale.

Soprattutto per noi che viviamo all’alba di una potenziale schiavizzazione della società civile.

Hollywood non ha mai sbagliato, negli ultimi 80 anni, nell’individuare e anticipare i trend.

Lo considero un evento di ottimo auspicio.


Lidia Castellani lancia un'iniziativa popolare attraverso una "lettera aperta ai partiti l'8 marzo"

di Sergio Di Cori Modigliani

La scrittrice Lidia Castellani ha lanciato un’iniziativa popolare attraverso una lettera inviata alla segreteria dei partiti italiani, nella quale si chiede di formare liste elettorali alla pari di genere, cioè 50% femmine, 50% maschi.
Inoltre, si chiede alle segreterie di presentare per ogni candidato alle elezioni (maschio o femmina che sia) il curriculum vitae, l’intera biografia, in modo tale da mettere il potenziale elettore nella posizione di poter valutare il merito e la competenza dell’aspirante eletto.

Chi vuole firmare e aderire, può andare su facebook e cercare “Lettera ai partiti”, oppure rivolgersi direttamente alla scrittrice Lidia Castellani.

In occasione dell’8 marzo, mi è sembrato divertente propagandare un’iniziativa che è semplice, diretta, pragmatica, efficiente ed efficace, per l’appunto: molto femminile.

Ecco il testo della lettera:


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LETTERA APERTA AI PARTITI -IL VOTO DELLE DONNE-
LETTERA APERTA AI PARTITI
IL VOTO DELLE DONNE

 Siamo cittadine di questo Paese, alcune di noi lavorano, altre studiano, sono disoccupate o dedicano il loro tempo alla famiglia. Ma tutte noi, nel lavoro, nello studio, fuori e dentro la famiglia, ogni giorno facciamo il nostro dovere, e lo facciamo al meglio perché ci crediamo.
Anche per questo non ci rassegniamo a lasciare questo Paese nelle mani di un’oligarchia, quasi tutta maschile, di “professionisti della politica”. Perché la politica riguarda la vita di tutte noi.  Scriviamo questa lettera, anche a nome di tutti gli uomini che ne condividono lo spirito, sia a titolo individuale che a nome di varie associazioni e gruppi appartenenti alla società civile perché abbiamo deciso di cambiare l’unica cosa che possiamo cambiare subito: il nostro comportamento!
Ve lo comunichiamo perché la cosa vi riguarda direttamente in almeno due punti:

1) Nell’attesa che riusciate a mettervi d’accordo su una nuova legge elettorale che possa eliminare ogni discriminazione di genere, noi abbiamo deciso di votare solo per quei partiti che presenteranno liste con ugual numero di candidati dei due sessi.
Questo per rafforzare la presenza delle donne nelle istituzioni, dalle quali finora siamo state metodicamente escluse, in nome del principio di uguaglianza sancito dall'art.3 della Costituzione italiana.
Quindi:
I partiti che non presenteranno liste con il 50% delle donne tra i candidati, non avranno il nostro voto

2) Nell’attesa di una legge elettorale che restituisca il potere di scelta alle elettrici e agli elettori, abbiamo deciso di votare solo quei candidati e candidate che, attraverso i partiti che li sostengono, metteranno a disposizione dell’opinione pubblica la loro biografia completa, con la storia dettagliata del loro percorso professionale, patrimoniale e politico, ivi compresi meriti e competenze che noi ci riserveremo di controllare nella loro completezza e veridicità.
Questo in nome di una necessità di trasparenza essenziale al miglioramento della qualità della rappresentanza politica, sia maschile che femminile, che ormai si è ridotta a rappresentare soltanto se stessa.
Quindi:
I partiti che non forniranno i profili dettagliati delle loro candidate e dei loro candidati, non avranno il nostro voto. 
Se queste due richieste saranno disattese, non vi voteremo; lo faremo privatamente, a partire da noi stesse, dalla rete delle nostre relazioni familiari, amicali, professionali, e lo faremo pubblicamente, in modo più organizzato, utilizzando tutti i canali possibili delle donne e della comunicazione politica, sociale, culturale.
Poiché crediamo nell’urgenza di questa battaglia di democrazia e di civiltà, invitiamo tutte le cittadine e tutti i cittadini che ne condividono lo spirito a firmarla e a diffonderla.
Alle donne dei partiti che condividono le nostre richieste chiediamo di farsene interpreti presso le loro segreterie e di rendersi disponibili per un incontro/confronto che contiamo di organizzare al più presto.


mercoledì 7 marzo 2012

Passato alla Camera il pareggio di bilancio. Ecco come hanno cambiato la Costituzione.

di Sergio Di Cori Modigliani

E’ andata molto peggio delle previsioni la discussione e voto alla Camera sul “fiscal compact”, ovvero la modificazione della Costituzione per introdurre il pareggio di bilancio. Ma c’è anche un’ottima notizia.
E’ andata molto peggio per ciò che riguarda l’esistenza della cosiddetta classe politica. Lunedì 5 marzo, infatti, come preannunciato, c’era stata la discussione alla Camera: 6 deputati presenti. Non c’era nessuno ad ascoltare. Trovo importante che i potenziali elettori siano consapevoli del comportamento dei propri delegati, sia di destra che di sinistra. Quindi, non c’è stata discussione. Al momento della votazione, i deputati sono entrati in aula, richiamati dal bar e dal ristorante dove erano in sosta, con un comportamento comune davvero riprovevole, un chiaro segnale della totale abdicazione del basilare diritto democratico da parte di chi è stato mandato in parlamento a rappresentare la volontà di chi li aveva votati, affinchè si facessero voce e interprete di una ragione sociale collettiva. I voti favorevoli sono stati 489, i voti contrari 3, due della Lega Nord e uno dell’Idv; le astensioni sono state 19. Il provvedimento –vero cavallo di battaglia di Mario Monti- era già stato approvato dalla Camera dei deputati in data 30 novembre 2011, dal Senato della Repubblica il 15 dicembre 2011, poi emendato ed ora è pronto a ritornare in Senato dove tra due giorni diventerà definitivamente Legge dello Stato.
Agghiacciante il linguaggio che firma la rinuncia alla sovranità nazionale.
“Vengono inseriti sei comma alla modificazione dell’articolo 138 della Costituzione per inserire della Carta Costituzionale regole di taglio europeo sul pareggio di bilancio conformi alle direttive stabilite dal Consiglio dell’Unione Europea….” come a dire: l’Italia diventa “ufficialmente” una esecutrice passiva di decisioni, manovre, programmi, strategie finanziarie che non verranno più prese a Roma, bensì a Bruxelles, a Berlino, senza che nessun esponente politico italiano –a nessun livello- abbia la possibilità di poter contestare questa o quella disposizione. Un’alternativa, infatti, verrebbe bocciata dalla Corte Costituzionale.
La buona notizia, davvero ottima, consiste nel fatto che siccome i dati sull’economia nazionale sono molto peggio delle previsioni (in questo caso “paradossalmente” è un colpo di fortuna) “…le nuove disposizioni costituzionali si applicano all’esercizio finanziario relativo all’anno 2014 che verrà presentato dal consiglio dei ministri per voce della presidenza del consiglio entro e non oltre il 31 dicembre 2013”. Il tutto è slittato di un anno. Ecco il testo ufficiale che è stato messo a disposizione dei cittadini da parte del governo:
Applicazione delle nuove disposizioni (articolo 6). Le disposizioni della proposta di legge costituzionale si applicano a decorrere dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014.

Armonizzazione dei bilanci pubblici (articolo 3). L'articolo modifica l'articolo 117, secondo e terzo comma, della Costituzione, attribuendo la materia «armonizzazione dei bilanci pubblici» alla competenza legislativa esclusiva statale e non più – come nel riparto vigente – alla competenza legislativa concorrente tra Stato e regioni

Equilibrio dei bilanci (articolo 4). Modificato l'articolo 119, primo e sesto comma, della Costituzione. In particolare, il periodo aggiunto alla fine del primo comma dell'articolo 119 – che nel testo vigente fissa il principio dell'autonomia finanziaria (di entrata e di spesa) delle autonomie territoriali – introduce due nuovi elementi: in primo luogo, condiziona detta autonomia al «rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci»; in secondo luogo, prescrive che le autonomie territoriali concorrano «ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea». Il principio del «pareggio di bilancio» viene così riferito alla singola autonomia territoriale («nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci»), anche se, con il nuovo sesto comma dell'articolo 119, assume rilievo l'equilibrio complessivo dell'aggregato regionale degli enti locali. Il periodo aggiunto alla fine del sesto comma, secondo periodo, dell'articolo 119 – che nel testo vigente consente l'indebitamento delle autonomie territoriali «solo per finanziare spese di investimento» – introduce, infatti, due ulteriori condizioni all'indebitamento delle autonomie territoriali: in primo luogo, richiede «la contestuale definizione di piani di ammortamento e verifica della norma competente rispetto alle direttive europee»; in secondo luogo, impone che «per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l'equilibrio di bilancio».
Non preoccupatevi se non capite niente.
Non a caso il linguaggio è oscuro e fumoso.
Ho dovuto contattare diversi esperti in materia costituzionale per cercare di comprendere il senso e il significato del contenuto. Da quello che mi è stato riferito –e mi sembra d’aver capito- introduce due norme che definire ambigue e (per un paese come l’Italia assolutamente perdenti) è dir poco:
A). Alle regioni e alle autonomie territoriali viene sottratta la possibilità di poter operare nell’ambito delle realtà locali perché ogni tipo di investimento –anche a livello comunale- deve rientrare all’interno di un quadro più vasto in linea con le direttive europee, il che apre il fronte a chiunque (per esempio la Francia) voglia contrastare qualsivoglia tipo di investimento competitivo in settori dove le merci italiane potrebbero essere vincenti, ad esempio vino e formaggi (cioè agricoltura) o moda, tessile e design (settori strategici dove l’Italia potrebbe ancora contare su una presenza leader). La Francia, infatti, nostra feroce concorrente internazionale su questi terreni, ha introdotto una norma, fortemente voluta dall’allora presidente Jacques Chirac, nel lontano 2001, che sancisce il principio costituzionale del “debate publique”, un dispositivo che consente a qualunque sindaco di qualunque città di Francia o addirittura a un qualunque assessore di un arrondissement  parigino (sarebbero i municipii francesi) di indire un’assemblea pubblica alla quale hanno “diritto di partecipazione e voto tutti i residenti locali, senza restrizione né discriminazione alcuna, che risultino idonei e non in mora con il pagamento del dovuto tributo fiscale relativo all’aliquota imposta in relazione ai loro rispettivi proventi siano essi provenienti da patrimoni finanziari che da emolumenti garantiti da prestazione professionale sia essa pubblica che privata” (tradotto in parole povere: chi risiede nella città di Vattelapesque, paga le tasse e non le evade, ha diritto di votare in un’assemblea pubblica e stabilire se quel dispositivo sia accettabile o meno per la sua comunità di appartenenza, come sancì l’Assemblea Nazionale durante la rivoluzione francese nell’agosto del 1794). In questo senso, la Francia ha tenuto duro, accettando la normativa europea ma facendo rientrare dalla finestra il ricordo e la memoria della rivoluzione francese. In ultima istanza, di fronte a leggi particolarmente restrittive loro possono sempre arrogarsi il diritto di dire no anche all’Europa. Noi italiani, invece, no. Ci abbiamo rinunciato.
B). Si consente alle “autonomie territoriali” di poter eventualmente anche indebitarsi (cioè avere accesso a crediti) ma soltanto a condizione che la cifra erogata sia “messa a disposizione soltanto come spesa di investimento”. Ma chi stabilisce che cos’è l’investimento? L’assessore al bilancio del comune di Pinco Pallino? Il sindaco? Il governatore di quella regione? No. Lo decide (e lo spiega poche righe dopo) il comitato di controllo che deve verificare come e se i parametri siano in linea con la normativa richiesta dall’Europa. Quindi saranno loro che decideranno come “identificare e definire il concetto di investimento”. Tradotto in parole chiare: se il sindaco di Vattelapesca decide e stabilisce di chiedere a una banca di credito cooperativo locale il prestito di 20 milioni di euro per aprire dieci asili nido, due scuole materne, un centro anziani e due campi sportivi per venire incontro a necessità della sua comunità, ebbene la sua proposta viene sottoposta al vaglio di chi gli chiede “quanto rende questo investimento?”. Tutto ciò è uno squallido trucco per affondare definitivamente ogni autonomia di investimento welfare e consentire, invece, che banche e Stato eroghino credito per iniziative “di investimento pubblico” (ad es.: autostrade a pedaggio, supermarkets, appalti pubblici di varia natura, ecc., tutto ciò che rientra in una categoria di investimento produttivo di tipo finanziario). Viene cancellata quindi la possibilità di concepire e riconoscere l’esistenza del concetto di “investimento ad uso sociale”, che è poi la base della civiltà in una società evoluta: costruisco e lancio servizi di cui la comunità ha bisogno per allargare il bene pubblico e migliorare le condizioni di vita dei cittadini di questa o quella singola comunità.  In tal modo, lo Stato (cioè l’Europa) si garantisce del fatto che non sia possibile una iniziativa autonoma di una regione, provincia, comune, a meno che non rientri in parametri che vengono stabiliti in altra sede. Lo stato centrale e gli amministratori locali diventano quindi, dei meri ragionieri contabili. Anche il parlamento, in questo modo, viene esautorato.

Nulla di più. Creatività disponibile: zero.

Capito adesso perché Mario Monti, lo chiamo “il ragioniere”?


martedì 6 marzo 2012

Questo è il simbolo del potere oligarchico sovranazionale. Sta a noi costruire l'Alternativa

di Sergio Di Cori Modigliani

Le sigle, i nomi, gli acronimi, sono sempre state fondamentali nello scambio umano. Perché poggiano sul simbolico.
E i simboli sono il luogo per eccellenza (così funziona la mente umana) nel quale le sinapsi del cervello  scattano in automatico e generano l’humus che fa fiorire la nascita, lo sviluppo e l’espansione dell’immaginario collettivo.
Gli esseri umani, questo meccanismo, lo hanno capito da sempre, diverse migliaia di anni fa. Tant’è vero che tutte le etnie, gruppi, clan, in ogni continente del pianeta hanno da sempre eletto un loro specifico simbolo, rassicurante e seducente per coloro che vi si identificano e terrificante e spaventevole per gli antagonisti che vi si oppongono.
Un derby di calcio allo stadio è l’esempio più ovvio, con gli spalti gremiti e i tifosi che si fronteggiano dalle parti opposte con i loro gonfaloni, bandiere, specifici colori.
La simbologia è l’elemento fondamentale nella vita sociale e politica.
Nell’attuale fase che stiamo vivendo, essendo la comunicazione mediatica globalizzata, ed essendo la realtà divenuta un fenomeno complesso e intricato, non sempre è facile e immediatamente fruibile la identificazione dei simboli che rappresentano uno specifico accorpamento. Molti hanno perso la loro funzione, altri sono stati annacquati dalla Storia, altri ancora sono stati sostituiti da nuove immagini.
L’attuale oligarchia medioevale planetaria, essendo sovranazionale, multi-etnica, poli-religiosa, ed estesa nei cinque continenti a parità di grado (ma prima di ogni altra cosa soprattutto clandestina) aborre i simboli proprio perché non vuole essere identificata, e tantomeno scoperta. Per definizione “loro” sono invisibili. Ufficialmente non esistono. Si manifestano soltanto per necessità, quando determinate circostanze lo impongono. A quel punto si rendono palesi presso alcune specifiche personalità e pongono le loro condizioni. Tra di loro hanno dei meccanismi di riconoscimento molto particolari che li garantiscono da qualsivoglia forma di contraffazione.
La loro forza e il loro micidiale potere, quindi, al di là del fatto che promulgano leggi, determinano l’economia, e decidono dei nostri destini, consiste nell’enorme difficoltà nel riuscire a riconoscerli.
Nel 1943, nelle nazioni dell’Europa occupata, gli ufficiali della Gestapo passeggiavano indossando un cappotto lungo di pelle nera con una fascia bianca arrotolata intorno al braccio destro, sopra la quale vi era impressa una croce uncinata di colore rosso, la svastica nazista. Si riconoscevano a distanza di centinaia di metri.
Oggi, non è così.
Camuffati, mascherati, da perfetti camaleonti, esercitano le loro rispettive funzioni, pienamente consapevoli di star partecipando a una Guerra Invisibile.
Una battaglia surreale, perché in campo compaiono soltanto i simboli (a seconda dei casi) dello schieramento antagonista: da chi inneggia alla libertà a chi vuole eliminare Goldman Sachs, da chi difende la Grecia come simbolo a chi vuole chiudere le banche, e così via dicendo.
Angela Merkel, Mario Monti, Mario Draghi, ecc., non hanno simboli (se non quelli fittizi –vere e proprie maschere di comodo- necessarie per ragioni burocratiche: la CDU, la carica di primo ministro, la BCE, ecc. ecc) e il loro vantaggio consiste proprio nel non essere identificati in nessuna consorteria, in nessuna affiliazione, in nessuna organizzazione specifica che li possa accorpare.
In Usa (cultura da sempre molto ma davvero molto sensibile alla manifestazione del Simbolico) i movimenti di opposizione alla oligarchia medioevale planetaria si sono posti, di recente, questo problema: l’identificazione dei simboli.
Perché se non c’è Simbolo, non c’è collante.
E se non c’è collante, non c’è aggregazione discriminante.
E se non c’è aggregazione discriminante, si finisce in una pappa massificata dove il Potere inevitabilmente vince perché nella pappa finiscono per mescolarsi la destra sociale  e l’estrema sinistra, i riformisti social democratici e gli anarchici, i burocrati e i visionari, ciascuno con i propri specifici simboli (spesso contrapposti) che –è fin troppo ovvio- a un certo punto si sbraneranno tra di loro, spianando la strada al Potere.
Non era mai capitato nella Storia che fazioni politicamente opposte (diciamo, tanto per fare un esempio facile e subito fruibile in Italia: Nichi Vendola e Domenico Storace) si trovassero a usare le stesse argomentazioni come se avessero lo stesso nemico.
Identificando, invece, con un chiaro Simbolo l’oppositore-antagonista, diventa allora più facile poter attuare delle discriminanti che aiutano a navigare nel mare della complessità, sottraendosi, quindi, al rischio del consociativismo, di una complicità non voluta, finendo per trasformare se stessi in vittime di una trappola mediatica abilmente congegnata.
In Usa, l’hanno trovato.
Dopo mesi di discussioni, analisi, confronti, alle quali hanno partecipato diverse eccelse menti, è stato identificato un acronimo internazionale che ben identifica il Luogo del Potere Oligarchico Sovranazionale Planetario, perché ci aggiunge un sotteso riferimento storico europeo che contribuisce a portare subito il dibattito sul binario giusto.
Si chiama TINA.
Cioè: T.I.N.A.
Sta per There Is No Alternative. (non esiste alternativa).
A questo acronimo sono state aggiunte circa 250 varianti, appartenenti a sottoclassi “di linguaggio esplicativo, specifico per singole etnie, popoli, nazioni” per poter essere in grado di riconoscere la manifestazione del “linguaggio oligarchico”.
Lo considero estremamente importante per poter cominciare a chiarire il paesaggio che ci deve illuminare.
Hanno provveduto a diffondere la simbologia in rete e addirittura l’hanno infilata dentro wikipedia.
TINA, dunque (a me personalmente piace da matti) è il simbolo del Potere.
Non è originale, e non è nuovo.
E’ un’idea (allora fu una semplice battuta) venuta  a un ministro conservatore inglese, agli inizi degli anni’80, che era stanco di essere sgridato e attaccato da Margaret Thatcher. La definì, allora, per l’appunto “La Signora Non C’E’ Alternativa”, ma il tutto restò sepolto nei tabloid e per vent’anni nessuno lo ha riesumato.
E’ stato fatto in questi giorni.
Mi sembra un passo avanti.
TINA, infatti, spiega e specifica ciò che consente la immediata identificazione di tutti coloro che sorreggono l’attuale potere oligarchico planetario. TINA, vuol dire che “non esiste alternativa al liberismo, che non esiste alternativa al pareggio di bilancio, che non esiste alternativa al disavanzo pubblico, con l’aggiunta di espressioni del tipo “o noi o il baratro” laddove nessuno spiega in che cosa consista questo baratro”.
E’ un simbolo, niente più di questo.
Ma ritengo fondamentale dedicare dei pensieri a questa parola.
Identificandola, e quindi destrutturandola, la si disossa. E così facendo si cambiano le sinapsi del cervello. Si accetta l’idea che il messaggio “non c’è alternativa” è semplicemente un trucco mediatico, una trappola per I cittadini: il Simbolo dell’Oligarchia medioevale.
E così facendo si comincia ad auto-aducarsi alla sottrazione di se stessi da un territorio di paura e di disperazione.
TINA è la colonna portante di chi vuole asservire i popoli e costruire delle nuove forme di schiavitù del lavoro e di totale controllo sociale delle coscienze.
Chiunque sostenga che “la realtà è TINA” automaticamente qualifica se stesso come un veicolo di propaganda subliminare del Potere Oligarchico.
Bisogna cominciare a difendersi e soprattutto salvaguardare la propria capacità di operare nel campo del Libero Pensiero.
La nostra unica arma vincente è il Fattore Umano.
Ma va usata con abilità e competenza.
Una volta riconosciuto e accettato TINA come il simbolo della negazione dell’esistenza libera degli individui, allora si può anche aprire il dibattito su quali siano o non siano le alternative a disposizione.
Ma il primo passo –fondamentale per una nuova ecologia della mente- consiste nell’abbattere il motore della paura che vogliono installare in ciascuno di noi.
TINA è un bluff.
TINA è un falso ideologico.
TINA è la modalità con la quale, e attraverso la quale, mani invisibili penetrano nei nostri cervelli e vogliono che noi tutti, sfiancati dalla disperazione, ci dichiariamo disposti ad accettare l’inaccettabile perché consapevoli che non c’è alternativa.
Le alternative esistono eccome.
Pensate un po’: il ragionier Mario Monti che ritorna a fare il professore alla Bocconi.
E’ considerata una ipotesi “inconcepibile” (la frase è di Pier Luigi Bersani).
A me, invece, sembra molto concepibile.
E’ una delle tante ipotesi plausibili.
Una delle tanti varianti.
Una delle tante alternative.
Il P:U:T: (Pensiero Unico Tecnocratico) lo si combatte e lo si batte sul suo terreno: quello delle simbologie del terrore, dei Significati, del linguaggio mediatico.
“TINA IS NOTHING: No fear!” (Tina non vale nulla: niente paura)
Così, in Usa, si preparano all’inizio della seconda fase, la cosiddetta campagna di primavera, per tentare di costruire un’alternativa pragmatica, efficiente ed efficace a quello che il Potere Oligarchico Sovranazionale vuole imporre con la forza, contando sulla nostra impossibilità di denunciare la loro totale inadeguatezza.

Dedicategli dei pensieri.


A me sembra possa funzionare. Che cosa ne pensate?