sabato 5 novembre 2011

Vince il Festival di Roma Sebastiàn Borenzstein: l'industria cinematografica argentina entra in Europa

di Sergio Di Cori Modigliani

Una gran bella soddisfazione per lui, non vi è dubbio.
Ma non è questo il caso in cui possa dire non me l’aspettavo, è stata un’enorme sorpresa, che grande soddisfazione, con la consueta retorica di chi sembra cadere dal cielo.
Sebastiàn era partito da Buenos Aires sapendo già che avrebbe vinto.
E non per i motivi subdoli che i malati di dietrologia possono pensare. Proprio no.
Non aveva dubbi perché il suo film (“un filmetto preparato per festival internazionali e aprirci il mercato”) non è soltanto un film argentino, una storia, o storiella che dir si voglia. E’ un’intera ambasciata, in rappresentanza del fatto che il cinema –a differenza dei romanzi, della musica e della pittura- è prima di ogni altra cosa un’industria.
E come tale ha bisogno di avere dietro imprese, finanziamenti, strutture, creatività, talenti.
Ma soprattutto strategie che sono il frutto di un piano industriale.
E’ un po’ come le automobili o la moda.
Non penserete mica che Miuccia Prada sia riuscita diventare, con il suo brand, leader incontrastata n.1 al mondo, senza un’adeguata pianificazione, attento e rigoroso ossessivo controllo di tutta la filiera produttiva, dalla prima idea madre –magari fornita dall’ultimo disegnatore appena assunto- fino all’ultimo definitivo scalino, quando, quella borsa, quelle scarpe, quell’abito, finiscono esposti nelle vetrine dei più lussuosi negozi del mondo e immediatamente venduti. Vanno a ruba.”Cerchiamo mercati da aprire ai nostri prodotti, tutto qui: è l’unica cosa che ho da dire” ha risposto Miuccia Prada quando negli ultimi mesi  hanno insistito con lei per spingerla a schierarsi, a esibirsi, a partecipare ai talk show della truppa mediatica dai quali, con encomiabile abilità, si è giustamente sottratta. Una vera industriale. E’ la nostra bandiera che tiene alto il nostro nome nel mondo economico: poche storie, poche chiacchiere, pochi manifesti, nessuna visibilità.
Idem per le scarpe –quelle ancora vere made in Italy- o il buon vino fatto come solo gli italiani sanno fare, o i nostri imbattibili squisiti formaggi, o il designer industriale, o i mobili degli artigiani marchigiani, o i libri stampati da editori che sanno ancora fare il loro lavoro, costruiti da un ufficio grafico superbo e da un direttore editoriale che legge i libri di persona e la sera rimane in ufficio a controllare le bozze, perché sente quel libro come se l’avesse scritto e inventato lui (ed è così); o quei gioielli da sogno prodotti da artigiani industriosi fino a pochi anni fa che, immancabilmente, attiravano a Valenza Po acquirenti da tutto il mondo, i quali  non riuscivano a comprendere come gli italiani riuscissero a produrre una qualità così alta di prodotti ad un prezzo così squisitamente competitivo. E qui mi fermo, perché se dovessi fare l’elenco di tutte le eccellenze prodotte dalla nostra grande etnia, quando esisteva ancora lo spirito imprenditoriale e l’industria era un’industria, e ciò che contava era il prodotto finito, e chi era al comando sceglieva i suoi dipendenti –dall’amministratore delegato all’ultimo precario assunto come telefonista- sulla base delle competenze, oh beh….se dovessi fare l’elenco di tutto ciò che l’Italia ha prodotto, inventato, costruito e venduto dal 1956 al 1986 finendo per passare da 42esima potenza economica al mondo al sesto posto, obbligando i teorici dell’economia accademica con la puzza sotto il naso a coniare il neologismo (studiato in ogni buona università) “miracolo economico italiano” oh beh….non basterebbero cinquanta pagine, forse neanche 200.
Altro che ristoranti pieni!
Il guaio è che oggi ci sono le industrie vuote, questo è il vero problema.
Basterebbe soltanto questa come argomentazione, per comprendere la triste tragedia che viviamo, ogni giorno, come etnia (per chi ha memoria e ha studiato il nostro paese) nel vedere la nostra squadra del cuore (l’Industria della Cultura) passata dalla Champions League alla serie D, laddove la D sta per Dilettanti Esistenziali.
Non c’è da stupirsi, quindi, che la Repubblica Argentina vinca il Festival del cinema a Roma con un delizioso film. Intendiamoci, un filmetto, niente di che. Ma un film. Vero. Fatto bene. Come si devono fare i film. Un film, questo “El cuento del chino” che sta al cinema del 2011 come “Il sorpasso” di Dino Risi stava al cinema del 1961, quando uscì, sottovalutato dalla critica d’allora. Un ottimo prodotto industriale, frutto di un sistema, di una scelta strategica.

8 anni fa, nel 2003, la Repubblica Argentina era in ginocchio.

Grazie alla follia omicida e suicida di Menem, la nazione era finita in bancarotta, con un’inflazione dell’ 80% al mese, con una disoccupazione che si aggirava intorno al 75%.. Una tragedia. Quell’anno era classificata al 74esimo posto tra le potenze economiche. Oggi è al 12esimo. La sua industria cinematografica non era neppure classificata. Era l’ultima, forse veniva prima di quella del Darfur dove hanno davvero altri problemi.
Non avevano neanche i soldi per acquistare la pellicola da infilare dentro una cinepresa.
Oggi, l’industria cinematografica argentina è al sesto posto nel mondo.
Quella italiana è situata intorno al 29esimo posto.

Un film delizioso, diretto da Sebastiàn Borenzstein, figlio d’arte, nato nel 1963. Suo padre era Tato Bores, il più famoso comico televisivo della storia argentina, una sintesi tra Alberto Sordi e Maurizio Crozza. Sebastiàn è cresciuto con la televisione (ha lavorato come sceneggiatore per la tivvù per una decina di anni)  poi nella pubblicità, poi si è fatto le ossa a Los Angeles per un’altra decina di anni lavorando per le produzioni indipendenti californiane. E infine, ritornato a Buenos Aires, si è messo a fare film, uno dopo l’altro. Insieme a Guillermo Sorias e Manuel Ibaden, e Sonia de los Toros, sconosciutissimi cineasti (ancora per poco). Non si può non ricordare il fatto che l’ultimo oscar per un film straniero l’ha vinto l’Argentina con “Il segreto dei suoi occhi”. E negli ultimi due anni sono usciti “El artista” e poi “El hombre de al lado” e poi ancora “Carancho” (anche questo con Ricardo Darìn, il Mastroianni argentino) per non parlare dell’eccellente “Abrir puertas y ventanas”, tutti film prodotti e distribuiti in tutto il mondo (Italia esclusa, siamo ormai un territorio marginale) con notevole profitto.
Soltanto nel 2009 (mentre il mondo agonizzava per la recessione provocata dalla finanza speculativa) il cinema industriale a Buenos Aires aumentava il proprio fatturato del 170% rispetto all’anno precedente e nel successivo biennio ha assorbito migliaia e migliaia di addetti in ogni settore. Disegnatori grafici, architetti, fotografi, scrittori, che agli inizi dello scorso decennio erano scappati in Europa in cerca di lavoro (soprattutto Spagna e poi Italia) stanno oggi ritornando a vivere a Buenos Aires perché lì c’è lavoro; piuttosto che fare l’architetto disoccupato a Milano è meglio fare lo scenografo ben pagato nel proprio paese. Idem per fotografi, microfonisti, direttori della fotografia, sceneggiatori, soggettisti.
Da noi, non esiste più l’industria, in Argentina va a gonfie vele.
Ragion per cui, i loro prodotti finiti si impongono nel mercato globale.
Vincono i festival, fanno profitto, creano mercato.

Una storia “El cuento del chino” semplice e lineare, come tutte le storie che funzionano.
Il cinema è sempre essenziale, sintetico, e l’azzecca quando riesce a essere specchio del proprio tempo, rinunciando alla barbosissima tentazione di fare cronaca spicciola, o addirittura –peggio che andar di notte- ideologia propagandistica.
Il film narra la vicenda di un uomo di mezz’età (ha un negozio di ferramenta) piuttosto tranquillo, che ha un suo reddito, una sua dimensione, e non sa praticamente nulla di ciò che accade nella vita del mondo, né gli interessa saperlo. Per un caso fortuito del destino (divertente ma non ve lo svelo) incontra un cinese profugo, arrivato a Buenos Aires ospite di suo zio. Ma lo zio non c’è. E così il protagonista (Ricardo Darìn) si cucca il cinese a casa, in attesa che questo zio salti fuori. Ma il cinese (lo splendido attore Huang Sheng Huang) parla soltanto il cinese, neanche una parola di spagnolo. Si stanno pure antipatici l’un l’altro, caratterialmente opposti. E’ la variante di “La strana coppia” (Billy Wilder) o “Il sorpasso” (Dino Risi); lo stesso tipo di struttura, variante 2011. Nell’incontro obbligato esistenziale, il protagonista scopre che esiste il mondo. Che esiste un mondo. Che esistono addirittura dei cinesi che non fanno i tintori o “scarpe scomode che si rompono subito”.
E nasce un riconoscimento umano tra i due.
Fine della storia.

Ma dal film si sente, e si vede, e si percepisce e si capisce, un discorso sul mondo che cambia, su nazioni che crollano e nazioni che salgono, su profughi, emigranti, linguaggi, identità nel mondo reale. Alle quali dobbiamo abituarci tutti, se vogliamo vivere in questo mondo.
E’ un film che parla del reale.
Contenti di aver vinto, gli argentini, senz’altro.
Mica tanto poi.
Educati nell’accettare il premio, ma nell’intervista brevissima rilasciata ai quotidiani argentini, Sebastiàn spiegava, con educazione, che l’Italia ormai non conta nulla perché è un paese che non produce né cinema né cultura e quindi non c’è pubblico e non c’è dibattito. Non è più un paese interessante, se non per la bellezza naturale e d’arte.

“A questo festival di Roma vengono gli attori famosi americani che hanno già firmato un contratto commerciale per fare spot televisivi per reclamizzare saponette o caffè o magliettine” ha spiegato Sebastiàn agli stupefatti argentini “qui non esiste più il cinema, ma solo la televisione e la gente parla soltanto di ciò che vede in televisione, mica parlano delle cose vere. Non ci sono neppure attori, ci sono programmisti e conduttori. Per gli italiani, i veri divi sono loro”.

Triste ma vero.

Il saliscendi della storia.

Così siamo messi noi.

venerdì 4 novembre 2011

Qui Radio Praga: ecco le ultime notizie dal fronte della "Guerra Invisibile"


di Sergio Di Cori Modigliani

Se non fosse per il fatto che il rubicondo faccione di Giuliano Ferrara ci impone di non usare il suo titolo, avrei senz’altro preso a prestito il qui radio Londra.
Ma sarebbe stato, da parte mia, un errore di superficialità, prodotto da un’idea obsoleta.
Molto meglio “Qui Radio Praga”. Da oggi, è così.
Perché è chiaro anche ai più riottosi nell’usare il muscolo dell’intelligenza, ai più ingenui, ai più ignoranti, ai più disinformati, che siamo in piena guerra. E anche trucida.
Alcuni doverosi minimi accenni di memoria storica, tanto per capirsi, e poi veniamo subito al sodo, oggi davvero succoso quanto allarmante.
“Qui radio Londra” era la radio a onde lunghe (clandestina perché vietata dal regime fascista) che, nel 1943, diffondeva le notizie relative alla guerra e poi, in conclusione, dava –in codice clandestino- le informazioni, gli ordini di scuderia militare, i suggerimenti, ai partigiani combattenti in Italia, del tipo “A Firenze spuntano le rose e le ragazze acquistano a Borgo San Frediano dei succulenti melograni”; faceva impazzire i servizi segreti nazi-fascisti. La frase, incomprensibile a tutti, veniva decrittata dai partigiani (in possesso dell’apposito codice) e tradotta voleva dire “Come vi avevamo preannunciato, è confermato che Miss Clara Hopkins, a Fiesole, da questa sera è il portavoce ufficiale del comando britannico per le operazioni di terra in Toscana contro gli occupanti nazisti, la trovate alle cinque del pomeriggio che viaggia in bicicletta intorno a Viale Matteotti”, e così via dicendo.
Era l’unica possibilità di comunicare, era l’alta tecnologia di allora, era il facebook e il twitter di quella guerra. Ed era anche l’unica opportunità per sapere come andavano le battaglie militari raccontate da un punto di vista diverso da quello ufficiale mussoliniano.
Non a caso, Giuliano Ferrara, uomo di perversa, sottile e accuminata intelligenza, nonché riprovata competenza, ha scelto questo titolo per la sua trasmissione, pagata milioni di euro (con i nostri soldi) per dire ogni giorno, per cinque minuti, delle apparenti idiozie. In verità parla ai suoi colleghi, evitando quindi inutili e monumentali riunioni impossibili da convocare; perché parla allo stesso tempo a Cicchitto e Bersani, a Vendola e a Bondi, ecc.,ecc. Per non parlare della percezione subliminare –come surplus- nell’identificare se stesso come un combattente dalla parte giusta. “Giusta” nel senso di “vincente”. Gli inglesi, infatti, la seconda guerra mondiale l’hanno vinta. Verso le dieci del mattino scatta il tam tam che preannuncia le notizie che Ferrara darà. Per noi incomprensibili.
Ma tutto ciò è stranoto.
Interessante (nella loro mitomania onnipotente) che abbiano scelto un riferimento alla seconda guerra mondiale, ma questo serve per chiarire a Napolitano che non verranno consentite fantasie golpiste di estrema destra, perché l’antifascismo rimane fermo. E’ la trasmissione di una setta in guerra che comunica i bollettini agli altri esponenti della setta.
Ripeto, a scanso di equivoci, “setta” non “casta”. E’ un’altra cosa.
Faccio un unico esempio, buono per tutti: il prof. Stefano Rodotà è un privilegiato.
E’ una persona per bene, meritevole di stima e rispetto da parte di ogni patriota italiano, che gode dei beneficii e dei vantaggi e delle remunerazioni (conquistati con merito) ma che il qualunquismo becero autorizza a identificarlo nella rubrica “casta dei privilegiati”. Ma non appartiene alla “setta”. Lui è fuori. E come lui, tanti altri. Non siamo mica tutti uguali.
(per fortuna)
La “setta” è tutta un’altra cosa. Ecco perché il termine “casta” non mi piace più. Infatti non lo uso più: appartiene alle armi di distrazione di massa nell’attuale momento che stiamo vivendo.
Preferisco, di conseguenza “Qui radio Praga”.
“Radio Praga Libera” era la variante di radio Londra, andata in onda per la prima volta nel 1961, dopo costruzione del muro di Berlino. Diffondeva la voce dei combattenti contro il comunismo nelle nazioni occupate dall’Urss e allo stesso tempo veniva usata dalla Cia e dall’Intelligence Service britannico per dare importanti notizie e appuntamenti ai propri agenti del contro-spionaggio infiltrati nell’est d’Europa.
Allora, si chiamava “Guerra Fredda”.
Il termine venne usato per la prima volta da un geniale e generoso romanziere inglese, George Orwell (l’inventore de Il Grande Fratello nel suo celebre libro “1984”) e comparve nel 1945, quando la guerra calda era finita soltanto da due settimane. Lo usò in un celebre editoriale sul London Time nel commentare lo strazio spirituale collettivo nell’essere stati testimoni del lancio delle due bombe atomiche sul Giappone. Due anni più tardi, il 12 ottobre del 1947, il più famoso giornalista investigativo statunitense dell’epoca, Walter Lippman, sulla prima pagina del New York Times, lanciava “ufficialmente” il termine per spiegare alla gente quali fossero le autentiche coordinate della realtà in cui si viveva, per comprendere il senso profondo della “verità celata dietro le parole del potere che ci inducono a riflettere e a riconoscere il fatto che il tragico esito della guerra, conclusa poco più di due anni fa, con l’olocausto nucleare di centinaia di migliaia di vittime innocenti, ha fornito una lezione e un’indicazione molto chiara: il costo in termini di vite umane è troppo alto. Prosegue, pertanto, la guerra, seguendo altre vie. Non facciamoci illusioni. Solo che questa, è “fredda”. Niente carri armati, niente aerei, niente bombe, niente atomiche, ma lo scenario è lo stesso: due blocchi contrapposti, sorretti dall’odio reciproco e da un’altrettanta volontà di vincere. Finirà soltanto quando uno dei due si arrenderà, questo è il senso della Guerra Fredda. Non sapremo mai, forse, neppure i nomi e il numero dei soldati che in questa guerra verranno sacrificati. Non sappiamo quando e se la Guerra Fredda finirà, ma sappiamo che è già scoppiata…”.
E’ andata proprio così. La Guerra Fredda è “ufficialmente” finita l’8 novembre del 1989.
Gli storici calcolano che abbia prodotto circa 25 milioni di morti (in teoria e “ufficialmente” neppure uno) soltanto in occidente e (il dato più tragico in assoluto) abbia comportato la scomparsa e annichilimento di tre generazioni di liberi pensatori, intellettuali, artisti, maciullati dentro l’ineffabile frullatore delle esigenze belliche della Guerra Fredda.
Tutto ciò era una premessa storica.
E prima di passare alle tre notizie del giorno, vi dico come la penso in maniera molto sintetica.
La “Guerra Fredda” non è mai stata dichiarata, il che non toglie che sia stata cruenta, dolorosa, assassina, malvagia, perversa, ecc.
Noi siamo in guerra, oggi. L’Italia è in guerra. Se consideriamo la Guerra Fredda l’equivalente della terza guerra mondiale, allora consideriamo questa la quarta.
Non ha ancora un nome. E non può averlo, perché questa è la sua particolarità. La guerra attuale, infatti, non si vede; a questo serve la gestione dei mass media: a non far vedere alla gente ciò che accade nei vari teatri bellici e seguitare a bombardare in piena tranquillità a casa propria quelli che devono essere bombardati.
Io propongo (tanto per capirci,se siete d’accordo) di definirla la “Guerra Invisibile
I commenti, va da sé, sono tragicamente superflui. E’ ciò che è.
Veniamo alle tre notizie del giorno, dal fronte bellico che da noi neppure si sa dove sia.

QUI RADIO PRAGA CHE VI PARLA…..

1). Dal fronte di “occupy wall street”. Usa, California, Oakland. 2 e 3 novembre 2011.
Un piccolo successo, addirittura clamoroso, il primo sciopero generale di questo secolo verificatosi nel territorio degli Stati Uniti. E’ il primo sciopero generale annunciato, lanciato, e poi accaduto in Usa dal 1924. Hanno partecipato le quattro più importanti confederazioni sindacali californiane, alle quali si sono aggiunte all’ultimo momento le confederazioni (potentissime) dei camionisti e degli scaricatori di porto. Hanno partecipato il consiglio direttivo di scienziati dei dottorati di ricerca di Palo Alto, Berkeley, Santa Clara, Santa Cruz, Mental Research Institute, ai quali si sono aggiunte anche le federazioni di insegnanti di scuola materna e professori della scuola media. All’ultimo momento ha aderito anche la federazione degli impiegati delle assicurazioni della California e tutto lo staff medico del Mount Sinai Hospital di S. Francisco..
Il tutto si è svolto (come era stato annunciato) il 2 novembre.
Il numero dei partecipanti rilasciato dagli organizzatori corrisponde a quello ufficiale: circa 7.000 persone.
Si è svolto a Oakland.
All’ultimo momento, CNN e tutte le reti televisive americane con diffusione nazionale hanno deciso di trasmetterla in diretta, visto quello che loro consideravano uno “sparuto” ed “esiguo” numero di partecipanti. Sia CNN che la CBS e Abc hanno registrato il più alto indice d’ascolto di una diretta giornalistica dal novembre del 2008, quando Obama vinse le elezioni presidenziali. Il corteo ha attraversato tutta la città di San Francisco e poi –sorpresa generale che ha provocato il picco dell’audience- invece di proseguire verso il grande parco sotto il Golden Gate si sono riversati nello scalo merci di San Francisco (il più grande snodo commerciale di tutto l’Oceano Pacifico) dove sono stati raggiunti dal comitato di base dei lavoratori portuali, i quali, armati di uncini e pesanti catene a doppia maglia, hanno bloccato il lavoro di carico e scarico merci impedendo l’attività del porto. C’è stata una immediata protesta diplomatica da parte dell’ambasciatore cinese a Washington perché tre gigantesche navi da carico cinesi sono state costrette a rimanere al di fuori della baia per ben due giorni, perché i rimorchiatori d’appoggio non si sono mossi, costretti quindi a pagare un nolo maggiore.. L’intera città è rimasta paralizzata. In appoggio al comitato organizzatore (“occupy Oakland we are 99%”) tutti i negozianti della città hanno abbassato le saracinesche. Verso le ore 18, com’era stato previsto, la manifestazione si è sciolta perché sono arrivati i militanti (circa 250) di una neo nata organizzazione militante californiana che si chiama AFAFP (Anarchist Federation of American Free Spirit) che ha occupato il campus intorno a Berkeley. La polizia ha invitato, a quel punto, i manifestanti ad andarsene, e in seguito al loro netto rifiuto, si è scatenata una guerriglia tra militanti anarchici e polizia durata sette ore. Alla fine sono state arrestate 58 persone che adesso andranno sotto processo. 56 dei 58 arrestati hanno dichiarato di non riconoscere legittima l’autorità dello stato californiano avendo violato i principii della costituzione jeffersoniana del 1776, alla quale si richiamano.  Il prof. Adrian Lockman, 59 anni, giurista, professore di Diritto Costituzionale all’università di Princeton, tra gli arrestati, ha presentato una mozione firmata da 146 colleghi nella quale si identifica l’aiuto economico dato dal governo americano nel 2009 a un pool di 18 banche private per un totale complessivo di 856 miliardi di dollari, come “un atto illegale” chiedendo di avviare una commissione parlamentare di verifica, come previsto dal regolamento parlamentare. Alle ore 23.30 del 3 novembre, Nancy Pelosi, deputata del Partito Democratico, vicina al ministro degli esteri Hillary Clinton (di cui si mormora essere invisibile sponsor di “occupy wall street”)  ha dichiarato all’emittente ABC che si farà carico della richiesta presso il presidente. Su specifica richiesta fatta ai governi europei da parte dei responsabili della sicurezza al G20 di Nizza, è stato deciso in alcune nazioni europee di non trasmettere né notizie né immagini relative all’evento per evitare di provocare un fenomeno di cassa di risonanza che poteva far scattare un fenomeno di emulazione.

2). Dal fronte della borsa di Wall Street. 4 novembre 2011.
Il 19 ottobre, tre analisti finanziari di una importante società di revisori di conti (i quali, per ovvi motivi, intendono per il momento rimanere autonomi) hanno fornito a un pool di persone selezionate di “occupy wall street” (ovverossia: agenti di borsa, economisti, analisti finanziari, fiscalisti, ecc) i veri dati e le vere cifre relative a una delle più importanti banche d’ investimento operanti con sede a New York, proprio a Wall Street. L’azienda si chiama Jefferies Group. Sulla base dell’analisi svolta è stata identificata una possibile (per non dire quasi certa) insolvenza da parte dell’azienda per una cifra intorno ai 57 miliardi di dollari. L’azienda si occupa di investire nel mercato dei bpt europei, nei derivati, nei credit default swaps, e il nocciolo duro del proprio pacchetto di portafoglio contiene bpt e bot italiani, spagnoli e portoghesi. E’ inoltre legata a doppio filo alla MF, costretta alla dichiarazione di bancarotta lo scorso lunedì. Una volta controllati i dati, i membri di “occupy wall street” hanno diffuso la notizia che si è propagata attraverso i bloggers indipendenti e twitter provocando nella giornata del 31 ottobre, proprio mentre era in corso di preparazione il G20, un crollo verticale del titolo in borsa che ha raggiunto in quattro ore la cifra del -21,6%. In seguito a tale avvenimento (“se confermato potrebbe autorizzare chiunque a identificare l’inizio di un effetto domino in alcune cassaforti finanziarie” così ha dichiarato il nobel Paul Krugman) il consiglio direttivo della società ha emesso un comunicato ufficiale che trovate qui di seguito (scritto in inglese, ovviamente, compresi i riferimenti del mittente) che ha determinato –per il momento- dopo una sospensione del titolo in borsa un arretramento –nella giornata borsistica del 3 novembre- di soli -6,3%. L’azienda, inoltre, ha diramato un comunicato ufficiale nel quale sostiene e definisce “delittuosa” qualunque attività di informazione relativa alla loro azienda, anche se proviene da bloggers indipendenti. Tale società fa parte di un elenco di aziende finanziarie –definite “virtuose”- in attesa di essere sovvenzionate dalla Fed Usa. Ecco il comunicato dell’azienda:
JEFFERIES STATEMENT ON
SOVEREIGN DEBT OF PORTUGAL, ITALY,
IRELAND, GREECE, AND SPAIN
NEW YORK and LONDON, November 2, 2011 – Jefferies confirmed today, in response to questions from investors and analysts, that it currently has no meaningful exposure to the sovereign debt of the nations of Portugal, Italy, Ireland, Greece, and Spain. To the extent Jefferies from time to time takes positions in such debt, they are short term in nature, are recorded in the trading book of Jefferies’ regulated UK broker-dealer, are marked to market daily, and fluctuate depending upon customer demand, auction activity, and opportunities in the market place. Jefferies does not have any repo-to-maturity activity or related off-balance-sheet derivative activity.
Jefferies Group, Inc. (NYSE: JEF) is the global investment banking firm focused on serving clients for nearly 50 years. The firm is a leader in providing insight, expertise and execution to investors, companies and governments, and provides a full range of investment banking, sales, trading, research and strategy across the spectrum of equities, fixed income and commodities, in the U.S., and Europe.
For further information, please contact:
Peregrine C. Broadbent
Chief Financial Officer
Jefferies Group, Inc.

3). Dal fronte bellico del G20 di Nizza.
Ogni nazione, ogni etnia, ogni popolo ha le sue tradizioni, usi e costumi. E’ importante, per non dire fondamentale, il precedente storico nel comportamento di ogni singolo stato. Per quanto riguarda l’Italia, è purtroppo noto e molto triste –ma si tratta della verità storica- ricordare a tutti i miei connazionali e compatrioti che la caratteristica precipua italiana sia quella del tradimento e del doppio gioco. Non c’è quindi da meravigliarsi se l’intera sinistra italiana (nessuna eccezione) ha preferito applaudire Mario Draghi aggredendo con una pugnalata il primo ministro greco Papandreu, colpevole –secondo Draghi- e secondo la sinistra democratica italiana, di aver innescato il germe del disfattismo negligente lanciando il referendum, ovverossia, dichiarando con quel gesto politico che (come ha spiegato al suo popolo) “prima di perdere tecnicamente e praticamente la possibilità di poter esercitare lo stato di sovranità nazionale, garantendoci la libertà di scegliere o non scegliere una certa manovra economica, al fine di risolvere l’attuale grave crisi economica, ritengo un doveroso atto di rispetto per la natura stessa dell’esistenza della democrazia come espressione della volontà popolare, indire un referendum approfittando della campagna elettorale per convocare tutte le parti sociali, politiche ed economiche della nazione greca ad un franco, aperto e sereno dibattito su questioni reali, dalle quali dipende il presente e il futuro della nazione greca. Decideranno gli elettori”.
Questa dichiarazione è stata identificata dal G20 come un atto terroristico.
Lo è.
E’ proprio così.
Ovvero, è un attacco militare nel corso della guerra contro l’occupante.
Papandreu sperava, non certamente di cavarsela con un trucco, ma di coinvolgere, quantomeno, la sinistra socialista italiana, spagnola, irlandese, portoghese e francese per far sentire la propria voce reclamando il diritto “alla autodeterminazione dei popoli”.
E’ stato considerato da tutti un mascalzone, un irresponsabile, una specie di lestofante. Bastonato duramente, lo hanno rispedito a casa con un giorno d’anticipo. L’Italia è stata zitta, anzi. Attraverso i media del primo ministro (“Maledetta Grecia” prima pagina de Il Giornale in data 2 novembre) la destra oligarchica si è lanciata, con la caratteristica degli spiriti codardi e bastardi che si fanno forti con i deboli e sono deboli con i forti, contro la Grecia. E’ stato l’equivalente del comportamento francese, britannico e di 48 nazioni europee nel 1936 alla riunione della Società delle Nazioni, quando di fronte alle proteste della Repubblica Ceka, l’intera Europa pensò che sarebbero riusciti ad ammansire Adolf Hitler regalandogli la pelle degli innocenti cecoslovacchi. Sappiamo come andò a finire.
Idem a Nizza.

La Storia si sta ripetendo.

Alle 12.30 del 3 novembre, Papandreu, con gli italiani, gli spagnoli e i portoghesi che gli sputavano in faccia,  se n’è ritornato a casa ad Atene con la coda tra le gambe. Alle ore 15 ha fatto sapere che il referendum, “per il momento” è sospeso. Italiani in visibilio, tutti contenti. Pomeriggio di riunioni, e poi una bella cena insieme e, dopo cena un’altra riunione plenaria e poi alla festa di chiusura. Invece no. Perché la guerra è guerra e –come direbbe Crozza rifacendo Bersani- “mica stiamo qui a pettinar le bambole”.
Alle ore 18 viene comunicato a Tremonti e Berlusconi che la cena si svolgerà alle ore 19.30 e alle ore 20.20 è prevista una riunione –fuori programma- alla quale parteciperà anche Mario Draghi dedicata esclusivamente al “caso Italia”. Niente festa. Il risultato di quella riunione, neppure prevista dal protocollo, è stato quello di comunicare SORPRESA ! all’Italia lo stesso identico trattamento riservato a Papandreu; come ha detto Sarkozy “non esistono alternative; chi non accetta le decisioni prese è fuori dall’euro”:
Sono a disposizione della Banca d’Italia entro il mese di novembre –dato il reale autentico e sottaciuto stato di emergenza nazionale finanziaria- subito 45 miliardi di euro, altri 45 miliardi per la fine di dicembre, altri 45 miliardi a metà febbraio. Va da sé, che non li regalano. E’ stata già costituita, con la consueta efficienza contabile sassone, la commissione paritetica congiunta formata da BCE, FMI, Consiglio d’Europa, che controllerà l’esecuzione alla lettera dei punti principali: pena neanche un euro.
Poteva essere un’ottima occasione per fare una papandreuata. Ma non è stato possibile, tant’è vero che Finmeccanica, Impregilo e le altre sono volate in borsa, perché La Russa & Co hanno preferito vendere la nazione in cambio di alcune molliche libiche.
Fonti ben informate e attendibili rivelano un piccolo, minuscolo dettaglio, che in tempi di pace non conterebbe nulla. Diventa fondamentale in tempi di guerra.
Uno stretto consulente economico della Merkel, nel corso del colloquio, ad un certo punto, indispettito dall’atteggiamento di Berlusconi che si arrampicava sugli specchi dicendo chissà che, si è rivolto a Tremonti e gli ha detto “Ma insomma, non avete neppure l’elenco esaustivo completo delle opere che si trovano nel caveaux della Galleria degli Uffizi”. Tremonti, il quale non ha certo la stoffa né del patriota né dell’eroe, invece di rispondere come avrei fatto io e –mi auguro- la maggioranza assoluta dei miei lettori dicendo “Giù le mani da Raffaello e da Michelangelo; perché quello è il nostro patrimonio artistico e per difenderlo noi in Italia siamo capaci anche di farci uccidere, come siamo stati capaci di farlo nel 1944 quando avete tentato di portarceli via con i camion” ha detto un’altra cosa. La risposta che ha dato il nostro ministro la considero la massima summa dello spirito italiano nella sua versione positiva; e aggiungo anche denotativa di una intelligente grinta che merita rispetto da parte di Tremonti (lo dico sul serio) più vicina a Totò che non ai martiri della resistenza. Almeno è già qualcosa. Mentre Berlusconi sbiancava senza aprire bocca, Tremonti ha risposto “Magari potessi farlo, quelle da lungo tempo non sono più disponibili…è una questione nazionale molto complessa e lunga, di rapporti interni tra lo stato italiano, lo Ior, e alcune istituti finanziari privati”. Una palla colossale, degna di Fracchia di Paolo Villaggio o di Peppino de Filippo. Il tedesco se l’è bevuta.
La frase del tedesco, personalmente la trovo inquietante, e siccome siamo in guerra, nella mia mente è andata a incastrarsi in una sezione di diffidenza massima. Vuol dire, forse, che c’è qualcuno, da qualche parte, che sta preparando anche un elenco di “roba nostra” (nel senso di collettività nazionale) che intendono mettere agli atti? Noi dovremmo accettare l’idea di svendere tesori incalcolabili per salvare il culo a Banca Intesa?
Ridotta ai mini termini vuol dire: siamo stati commissariati dal mondo che conta.
Identificati come una nazione molto ricca e molto vecchia, hanno scelto la badante Draghi.
Ecco perché sta lì.
In attesa che tiriamo l’ultimo respiro. Mario Draghi è l’equivalente –in questa guerra- della consueta vaccona ucraina che si è piazzata a casa del ricchissimo vegliardo e spera di impadronirsi del patrimonio attraverso le solite moine da badante amorevole.

Mario Draghi è una badante ucraina.

E l’intera sinistra democratica (o sono complici, o sono collusi o sono semplicemente incompetenti –il che, in termini bellici è uguale-) ha deciso di farvi (farci) (farmi) credere che l’unico problema nostro sia Berlusconi. Caduto lui, tutti insieme a farsi accarezzare dalla badante popputa piena di latte cash che ci darà miliardi a manciate per impedire a Unicredit, Banca Intesa, MPS, UBI, Banco Popolare di Milano, Mediobanca, di trovarsi nei guai dato che entro il 28 febbraio del 2012 hanno obblighi inderogabili per 45 miliardi di euro, e non li hanno. Glie li farà avere la badante. Andranno a loro, cioè.
Non a noi, non a voi. Non alle imprese.
Non serviranno al rilancio di attività produttive, né per la ripresa.
Parlando in termini di “Guerra Invisibile” (che è quella che a me interessa oggi) mi diventa insopportabile anche sentire i commenti su Berlusconi e le sue malefatte. Non mi interessa. Il teatro è ben altro. E’ probabile che, forse, in camera caritatis, Vendola, Fassina, Chiamparino e qualche altra decina di leader politici della cosiddetta opposizione che ancora ragionano, tra di loro si dicano la verità. Mi è indifferente. La devono dire alla nazione, oppure accettare il fatto di essere stati identificati come agenti perversi e sporcaccioni che lavorano, anch’essi, per la badante.
Quando si è in guerra, diventa importante ciò che i generali dicono e fanno sul fronte di battaglia. Nient’altro.
Le chiacchiere che riservano tra di loro nei bordelli non determinano l’esito della contesa.

Ma noi, in Italia, stiamo ancora al punto di non aver neppure capito che stiamo in guerra.
Non a caso è la Guerra Invisibile.

Raglia raglia Giovane Itaglia

giovedì 3 novembre 2011

36 anni fa moriva Pier Paolo Pasolini, il più poderoso e libero intellettuale italiano degli ultimi 60 anni.

di Sergio Di Cori Modigliani


J’avrebbe sputato ‘nfaccia a tutti.

Questo  è poco ma sicuro.

E nessuno l’avrebbe mai visto ospite dei talk show italioti.

36 anni fa, all’idroscalo di Fiumicino, all’alba del 2 novembre 1975, veniva ucciso Pier Paolo Pasolini, senz’alcun dubbio l’intellettuale più vigoroso e scomodo della cultura italiana negli ultimi 60 anni.

Se fosse ancora vivo oggi avrebbe circa 90 anni.
Qualcuno ha scritto di recente “se fosse stato vivo avrebbe attaccato i black bloc”.
Costui non sa proprio ciò che dice.
Se fosse stato vivo i black bloc non sarebbero mai esistiti, il che è diverso.

Diversi e tanti  libri su di lui usciti in questi giorni, per cercare di fare il pieno marketing in libreria, secondo la consueta moda narcisista da sciacalli. Dei cinque titoli più accreditati non ce n’è neppure uno che parli del vero Pasolini, e si capisce dopo le prime tre righe che l’autore o gli autori non l’hanno conosciuto, non hanno idea di chi fosse, che cosa dicesse e perché lo dicesse.

Non soltanto non gli rendono merito, ma lo stanno museizzando, facendone un totem laico come se fosse Padre Pio. Un santino buono da spendere in ogni occasione. Approfittando del fatto che lui è morto e non può prenderli a schiaffoni.

Ricordo due interviste alla televisione fatte da due giornalisti in carriera, uno era Enzo Biagi, l’altro era Paolo Frajese. Era l’inverno del 1971. La televisione era ancora in bianco e nero, esistevano soltanto due canali, uno dei quali durava tre ore al giorno. L’intervista con Paolo Frajese durò due minuti, poi la interruppero censurandola. “Questo è un paese che sta spianando la strada ai giovani verso un futuro senza speranze, pronto ad accogliere i mascalzoni criminali che finiranno per guidarlo verso la rovina” così rispose a Frajese che gli chiedeva opinioni sui rapporti tra Pci e Dc. Due mesi dopo, il baldo Enzo Biagi lo intervistò con tutt’altro stile. Biagi adorava presentare se stesso come “l’amerikano” un giornalista vecchio stile, libero e indipendente. Era un cronista davvero scarso e arrogante, innamorato dei privilegi, sempre al servizio dei poteri editoriali forti. Oriana Fallaci lo chiamava “il cameriere”. Nell’unica intervista che fece a Pasolini (marzo 1971) Biagi cercò di fare –come suo solito- il furbo, facendo delle domande complesse e lunghe per fare bella figura, presentando se stesso come un giornalista coraggioso che invitava Pasolini a stare a suo agio abbandonandosi come un fiume in piena e raccontando agli italiani chi fosse, che cosa fosse, che cosa volesse.  A un certo punto, dopo pochi minuti, Pasolini gli rispose “la televisione è un medium che mercifica e aliena la gente senza speranze….di fronte alla triste sprovvedutezza dei telespettatori, io mi auto-censuro, anche perché a lei non ho niente da dire. Quanto meno niente che lei possa comprendere. In verità non ho nulla da dire a chiunque guardi la televisione”.
Si alzò e se ne andò.
Finì lì la sua breve comparsa televisiva.

Era un uomo di sangue, che scriveva con il suo sangue.
Se ne sente davvero la mancanza, di menti libere come le sue, in questo 2011.

L’aspetto più triste e cannibalico, oggi, è il tentativo di sciacallaggio intellettuale operato da tutti per impossessarsi della sua memoria. Perfino Fini, Alemanno, Gasparri (se fosse vivo ne avrebbero senz’altro chiesto l’arresto coatto immediato) ne parlano con un’enfasi fuori posto, cercando di appropriarsi del suo lascito.

Lo considero immondo.

Lui è morto e non può protestare.
Lo faccio io, a suo nome.

Pasolini ha rappresentato una rottura antropologica per la cultura italiana, la quale ha tirato un sospiro di sollievo quando ha saputo che era stato ucciso.
Moravia unica eccezione, sempre fedele nella sua autentica amicizia.

E’ stato per l’Italia ciò che Bukowski è stato per la cultura statunitense.
Erano molto simili anche se non avevano, in apparenza, niente in comune e non si sono mai incontrati.

Pasolini ha immesso nei suoi scritti il sangue della passione civile non compromissoria, cercando di spezzare il cerchio incancrenito dell’ipocrisia politico-culturale catto-comunista del nostro paese, per aiutarci a essere più liberi. Nel 1949 venne espulso dal PCI perché omosessuale, nel 1953 scomunicato perché eretico.

Così come Bukowski ha immesso nei suoi scritti il sangue della passione esistenziale non compromissoria, cercando di spezzare il cerchio incancrenito dell’ipocrisia puritana yankee legata al business e alla sessuofobia repressiva, per aiutare gli statunitensi a essere più umani..

In una sua lettera a Moravia scrisse che avrebbe voluto essere sepolto a Casarsa, nel Friuli, dove aveva trascorso l’infanzia, per poter guardare “due grandi meli frondosi, puliti e generosi, che fanno ala al paradiso terrestre, come potrebbe essere l’Italia”.

Bukowski scrisse un suo epitaffio, rispettato dalla sua compagna: “seppellitemi accanto all’ippodromo, vicino alla linea del traguardo; voglio guardare per l’eternità la faccia del fantino quando rompe per godermi quella scarica d’adrenalina per sempre”.
Sulla tomba di Bukowski, inchiodato, c’è il suo paio di binocoli.
Su quella di Pasolini, le sue scarpe da calciatore.

Che riposino in pace.


martedì 1 novembre 2011

Il mondo economico planetario boccia Mario Draghi. L'economia reale risponde: è l'uomo sbagliato al posto giusto.


di Sergio Di Cori Modigliani



Finalmente una reazione “umana” del mercato, dato che c’è ancora chi ragiona (pochi ma buoni) e intende lanciare dei messaggi. Vediamo di decodificarli.

L’idiozia della truppa mediatica asservita, in queste ore, insiste (non potrebbe fare altrimenti, dato che eseguono piattamente ordini ricevuti dall’alto) nel fornire alla popolazione italiana messaggi fuorvianti, commenti da analfabeti e opinioni precotte a proposito della situazione economica europea in questa settimana.

Usano le loro consuete armi di distrazione di massa, attraverso l’applicazione di stereotipi funzionali già sperimentati, per occultare la verità. Giornali, radio e televisioni abbondano di termini tipo “speculazione internazionale” “pressioni sui titoli” ecc.,ecc. Sono parole che non dicono nulla, che servono soltanto a nascondere la realtà economica. Sono false.

La novità della giornata sarebbe (secondo i giornalisti italioti) che siamo finiti nei guai perché siccome la Grecia vuole fare un referendum per chiedere alla popolazione se vuole o non vuole rimanere nell’euro (perché di questo si tratta) allora le borse europee vanno giù. Il che è semplicemente ridicolo, oltre che essere falso. La Grecia è fallita sei mesi fa. Che rimanga nell’euro o che esca dall’euro è irrilevante. Che vada in default o regga, idem.


La notizia economica vera consiste nel fatto che –ogni emergenza, ogni tragedia, ogni sconfitta, se gestita da spiriti forti, illuminati e competenti, può fornire occasioni nuove e originali per trovare delle soluzioni vincenti capovolgendo la situazione- oggi, 1 novembre 2011 è scattato nel pianeta terra il tam tam di quello che (tra gli addetti ai lavori) viene chiamato “l’estremo tentativo di fare il necessario repulisti”, una specie di “operazione conti alla mano veri con cifre vere, dati veri e che vinca il migliore, il più solido, il più efficace”.

Il qualunquismo becero generale ha prodotto una falsa idea da mitomani dell’economia e della finanza, sempre a caccia di simulacri, totem da adorare, totem da odiare. La falsa idea consiste nel fatto di aver trovato un consenso intorno all’idea che “siamo nelle mani di dieci banche mondiali che decidono del destino di tutti”. E’ una idiozia, perché se fosse così, i dieci presidenti si sarebbero già riuniti da tempo, avrebbero trovato in  maniera concorde la soluzione, l’avrebbero applicata, e nessuno avrebbe mai saputo nulla di quanto accaduto. Questo è il frutto delle teorie idiote complottiste che vogliono vedere nell’attuale tragedia economica l’applicazione di un piano voluto (a seconda di chi lo sostiene) dai comunisti cinesi, dalla finanza vaticana, dalla massoneria, dagli ebrei, dai mussulmani, dal gruppo Bilderberg, dagli Usa, dall’Europa, dagli arabi, dai celti, forse anche dagli ufo: ce n’è per tutti i gusti, basta scegliere.

Invece le cose (per nostra fortuna, perché siamo ancora in tempo) stanno in maniera diversa. Le banche non sono dieci, bensì duemila (all’incirca); non hanno nessuna idea para-fantascientifica né di destra né di sinistra per controllare il mondo, se non l’avidità di profitto nuda e cruda. Al loro tavolo, quando cenano insieme, trovate abbracciati rigorosi ebrei osservanti accanto a mussulmani integralisti e compunti cardinali, leader della sinistra accanto a fascisti consumati, razzisti nazisti con libertari vaporosi, e via dicendo.
Questo è il risultato della vittoria trionfale del neo-liberismo violento voluto dalla destra internazionale (compresa la Cina che è un paese di destra) alla quale la sinistra mondiale ha deciso e scelto di accoppiarsi in maniera collusa e complice per lucrare insieme sulla pelle dei popoli.
Questa idea del mondo (e dell’economia) –volendo andare a spezzare il capello si tratterebbe di una congiunzione “stalinerista egoica”, un coagulo di idee staliniste e hitleriane splendidamente fuse nella nuova simbologia oligarchica cotta e predisposta per i gonzi nel nome del loro stupido Ego- ha spezzato la spina dorsale ai popoli, smascherando il loro vero volto: volevano fare i soldi e nient’altro.
Erano e solo dei banali criminali. Niente di più di questo.
Esattamente com’erano i nazisti che hanno lanciato lo sterminio degli ebrei nel 1935, come Hanna Arendt ci aveva spiegato nel suo geniale pamphlet del 1961.

Che lo facciano dietro le bandiere rosse, nere o a pois è irrilevante.

Ma c’è una buona notizia, tanto per licenziare subito i neo-qualunquisti.

La buona notizia è che se è vero che esistono complessivamente circa 2000 banche mondiali (e non 10) tutte interconnesse tra di loro che fanno il bello e il cattivo tempo, è vero anche che esistono almeno altre 2000 banche (per non dire, in realtà 20.000) interconnesse tra di loro che negli ultimi 30 mesi si sono abilmente scollate dalle altre 2000, e stanno dando battaglia perché sono legate all’economia reale, cioè producono ricchezza vera, cioè merci necessarie, lavoro, ricchezza sociale e stanno rifiutando da lungo tempo operazioni di finanza speculativa virtuale troppo azzardate avendo scelto di lavorare con le imprese e per le imprese, e le 2000 cominciano a franare perché si rendono conto che si stanno chiudendo gli spazi di manovra. Essendo squali, mescolati a cannibali e vampiri, quando le cose si mettono per loro male diventano feroci E’ ovvio..

Il nemico non sono le banche.
Il nemico sono le banche, diciamo così “allegre”.
E la classe politica che li sorregge.
Il nemico sono le idee e i comportamenti e le scelte di alcuni consigli di amministrazione di alcune banche, il che è diverso.

Veniamo al dunque, dopo questa lunga premessa.

La vera notizia è che, in mancanza di una coraggiosa prospettiva politica fatta di idee, donne e uomini e gente con le palle in Europa, ci ha dovuto pensare l’economia sana e i politici responsabili che si trovano dietro quell’economia. Pochi, ma buoni. Ancora esistono.
Da cui, la notizia nuda e cruda che è la seguente:

“La nomina di Mario Draghi alla carica di governatore della BCE è una tragedia economica, l’annuncio di una catastrofe inevitabile, e la dimostrazione pratica che stiamo arrivando allo scontro vero. Draghi è il totem simbolo dei responsabili della carneficina economico-sociale; Draghi è l’uomo che ha alterato i libri contabili della Grecia ingannando la BCE quando era vice-presidente di Goldman Sachs; Draghi è l’uomo che –a nome dei 2000- ha spolpato la Grecia e l’Irlanda mettendole in ginocchio; Draghi è l’uomo che ha spinto, voluto e consentito che in Italia le banche, invece, di finanziare le imprese, si trasformassero in palestre chiuse a disposizione della classe politica, sia di destra che di sinistra, restringendo la circolazione del denaro, per avere un controllo sociale massimo; Draghi è il nume tutelare di quell’oligarchia tecnocratica di infimo livello culturale, morale, etico, che ha come obiettivo quello di impedire la nascita e lo sviluppo dell’Europa. Paragonato a lui Silvio Berlusconi diventa un’epopea di liberazione socialista. Di conseguenza ne provocherà l’affossamento provocando la più gigantesca e apocalittica depressione economica mai registrata nella storia. Nel giorno della sua presa “ufficiale” del potere, il mondo economico sano annuncia “sul mercato” (e quindi lancia un messaggio alla Draghi) che siamo arrivati alla ressa finale: il responsabile della catastrofe non può esserne il medico: è come affidare a un pedofilo accanito la nomina di preside di una scuola elementare. E’ la bocciatura da parte di chi ancora produce”.

Veniamo (per un breve attimo) alla politica italiota.

La cosiddetta opposizione della sinistra democratica non esiste, è un falso.
L’ultima occasione (ed è stata grandiosa) la sinistra ,l’ha avuta e l’ha persa, suicidandosi,  alla fine di luglio del 2011 quando Bersani o Di Pietro o Vendola o Casini o chi per loro, da persone sensate si sono trasformati in buzzurri tifosi da stadio nel nome di un nazionalismo squallido e suicida. Perché se, l’opposizione, venti minuti dopo che era stato dato l’annuncio che Mario Draghi era stato scelto come futuro capo della BCE avesse indetto una conferenza stampa dichiarando “non cadremo nella narcisista e becera confusione para-nazionalista festeggiando la vittoria di uno dei maggiori responsabili internazionali della attuale catastrofe finanziaria per il solo fatto che è di cittadinanza italiana: a noi interessa la vittoria degli italiani virtuosi, non di quelli perversi. Come combattenti democratici per la libertà sociale del popolo italiano protestiamo formalmente con il board della BCE per aver scelto l’uomo peggiore in questo momento. In quanto rappresentanti dell’opposizione che intende salvaguardare le problematiche relative allo sviluppo, alla produzione di lavoro e alla risoluzione dei problemi sociali nazionali, rigettiamo questa nomina come lesiva della immediata necessità di porre sul tavolo europeo l’applicazione di parametri collettivi di intesa per rafforzare l’euro, non per indebolirlo”.

Se l’opposizione avesse fatto una dichiarazione del genere, si sarebbe verificato un terremoto politico che si sarebbe allargato, ben presto, a macchia d’olio in tutta Europa. Altro che “indignados” a vendere perline nelle piazze spagnole per turisti mitomani.
La storia finanziaria dell’Europa, la scorsa estate, sarebbe cambiata.

E così, oggi –tutti d’accordo- il mondo economico sano planetario (ripeto: per fortuna esiste, eccome se esiste) ha bocciato la nascita della fine dell’Europa.

Mario Draghi sta lì per salvare Goldman Sachs dalla inevitabile bancarotta.
Mario Draghi sta lì per salvare i bilanci di almeno sedici grosse banche già fallite.
E ha un piano preciso da autentico vampiro: farlo pagare ai popoli europei.
Con inevitabile contraccolpo per l’economia finanziaria Usa, asiatica e sudamericana.


Te capì che cosa sta accadendo oggi?

Che Dio, per chi ci crede, ce la mandi buona.

raglia raglia Giovane Itaglia


P.S. Vorrei specificare, non essendo il sottoscritto né un guru della finanza né un esperto avanzato competente di economia, che le idee espresse in questo post sono la sintesi e il frutto delle idee di menti meritevoli, ben più solide ed equipaggiate della mia, -a cui ho chiesto la loro pertinente opinione- le quali, in questo preciso istante, in tutto il mondo, stanno spiegando –prima di tutto ai loro rispettivi governi- e poi alla gente, quali siano i cieli che si prospettano per tutti noi.
In Italia, come al solito, non accade nulla.

lunedì 31 ottobre 2011

Una grande banca statunitense dichiara bancarotta: era piena di bpt italiani.

di Sergio Di Cori Modigliani

Speriamo soltanto che non sia la prima, ma soltanto l’unica.
In questo momento, a caldo (la notizia è di un'orafa) l’unica vera speranza per il nostro paese e per l’Europa è che si tratti di un caso isolato. E io non ho strumenti sufficienti per poter sapere e capire se rimarrà da sola oppure se è l’inizio di un potenziale apocalittico effetto domino.
La notizia:
La “MF Global Holdings” una importante banca d’affari statunitense con sede a Wall Street, diretta e amministrata dal governatore del New Jersey, John Corzine, ha dichiarato bancarotta questa mattina alle ore 10 a New York, le ore 16 in Italia. Per una cifra intorno ai 6,3 miliardi di dollari soltanto per ciò che riguarda l’esposizione nei confronti dell’Europa.
La questione ci riguarda subito, eccome.
Nel pacchetto azionario della banca c’erano bpt italiani per un controvalore di 3,4 miliardi di dollari. Mercoledì mattina della scorsa settimana, il management della banca aveva tentato di rimandare in attesa che nel corso del week end arrivassero dall’Italia e dall’Europa buone notizie sul nostro paese. Il loro problema, infatti, consisteva nel rifiuto da parte delle banche internazionali di dargli credito accettando i bpt italiani, considerati in questo momento “vulnerabili” e quindi non graditi al mercato.
La banca ha atteso cinque giorni e per salvare il salvabile, questa mattina ha scelto la bancarotta.
In verità lo sapevano tutti (questa dovrebbe essere la vera notizia).
La scorsa settimana, infatti, in quattro sedute borsistiche aveva perso il 66% del proprio valore e nessuno avrebbe scommesso un dollaro sulla sua tenuta.
Dall’analisi dei libri contabili risulta che i maggiori creditori (per una cifra valutabile intorno ai 20/30 miliardi di dollari) sono JPMorgan e Deutsche Bank.
Secondo gli analisti di Wall Street questa è la vera ragione per la quale i bpt italiani stanno andando così male.