di Sergio Di Cori Modigliani
Se non fosse per il fatto che il rubicondo faccione di Giuliano Ferrara ci impone di non usare il suo titolo, avrei senz’altro preso a prestito il qui radio Londra.Ma sarebbe stato, da parte mia, un errore di superficialità, prodotto da un’idea obsoleta.
Molto meglio “Qui Radio Praga”. Da oggi, è così.
Perché è chiaro anche ai più riottosi nell’usare il muscolo dell’intelligenza, ai più ingenui, ai più ignoranti, ai più disinformati, che siamo in piena guerra. E anche trucida.
Alcuni doverosi minimi accenni di memoria storica, tanto per capirsi, e poi veniamo subito al sodo, oggi davvero succoso quanto allarmante.
“Qui radio Londra” era la radio a onde lunghe (clandestina perché vietata dal regime fascista) che, nel 1943, diffondeva le notizie relative alla guerra e poi, in conclusione, dava –in codice clandestino- le informazioni, gli ordini di scuderia militare, i suggerimenti, ai partigiani combattenti in Italia, del tipo “A Firenze spuntano le rose e le ragazze acquistano a Borgo San Frediano dei succulenti melograni”; faceva impazzire i servizi segreti nazi-fascisti. La frase, incomprensibile a tutti, veniva decrittata dai partigiani (in possesso dell’apposito codice) e tradotta voleva dire “Come vi avevamo preannunciato, è confermato che Miss Clara Hopkins, a Fiesole, da questa sera è il portavoce ufficiale del comando britannico per le operazioni di terra in Toscana contro gli occupanti nazisti, la trovate alle cinque del pomeriggio che viaggia in bicicletta intorno a Viale Matteotti”, e così via dicendo.
Era l’unica possibilità di comunicare, era l’alta tecnologia di allora, era il facebook e il twitter di quella guerra. Ed era anche l’unica opportunità per sapere come andavano le battaglie militari raccontate da un punto di vista diverso da quello ufficiale mussoliniano.
Non a caso, Giuliano Ferrara, uomo di perversa, sottile e accuminata intelligenza, nonché riprovata competenza, ha scelto questo titolo per la sua trasmissione, pagata milioni di euro (con i nostri soldi) per dire ogni giorno, per cinque minuti, delle apparenti idiozie. In verità parla ai suoi colleghi, evitando quindi inutili e monumentali riunioni impossibili da convocare; perché parla allo stesso tempo a Cicchitto e Bersani, a Vendola e a Bondi, ecc.,ecc. Per non parlare della percezione subliminare –come surplus- nell’identificare se stesso come un combattente dalla parte giusta. “Giusta” nel senso di “vincente”. Gli inglesi, infatti, la seconda guerra mondiale l’hanno vinta. Verso le dieci del mattino scatta il tam tam che preannuncia le notizie che Ferrara darà. Per noi incomprensibili.
Ma tutto ciò è stranoto.
Interessante (nella loro mitomania onnipotente) che abbiano scelto un riferimento alla seconda guerra mondiale, ma questo serve per chiarire a Napolitano che non verranno consentite fantasie golpiste di estrema destra, perché l’antifascismo rimane fermo. E’ la trasmissione di una setta in guerra che comunica i bollettini agli altri esponenti della setta.
Ripeto, a scanso di equivoci, “setta” non “casta”. E’ un’altra cosa.
Faccio un unico esempio, buono per tutti: il prof. Stefano Rodotà è un privilegiato.
E’ una persona per bene, meritevole di stima e rispetto da parte di ogni patriota italiano, che gode dei beneficii e dei vantaggi e delle remunerazioni (conquistati con merito) ma che il qualunquismo becero autorizza a identificarlo nella rubrica “casta dei privilegiati”. Ma non appartiene alla “setta”. Lui è fuori. E come lui, tanti altri. Non siamo mica tutti uguali.
(per fortuna)
La “setta” è tutta un’altra cosa. Ecco perché il termine “casta” non mi piace più. Infatti non lo uso più: appartiene alle armi di distrazione di massa nell’attuale momento che stiamo vivendo.
Preferisco, di conseguenza “Qui radio Praga”.
“Radio Praga Libera” era la variante di radio Londra, andata in onda per la prima volta nel 1961, dopo costruzione del muro di Berlino. Diffondeva la voce dei combattenti contro il comunismo nelle nazioni occupate dall’Urss e allo stesso tempo veniva usata dalla Cia e dall’Intelligence Service britannico per dare importanti notizie e appuntamenti ai propri agenti del contro-spionaggio infiltrati nell’est d’Europa.
Allora, si chiamava “Guerra Fredda”.
Il termine venne usato per la prima volta da un geniale e generoso romanziere inglese, George Orwell (l’inventore de Il Grande Fratello nel suo celebre libro “1984”) e comparve nel 1945, quando la guerra calda era finita soltanto da due settimane. Lo usò in un celebre editoriale sul London Time nel commentare lo strazio spirituale collettivo nell’essere stati testimoni del lancio delle due bombe atomiche sul Giappone. Due anni più tardi, il 12 ottobre del 1947, il più famoso giornalista investigativo statunitense dell’epoca, Walter Lippman, sulla prima pagina del New York Times, lanciava “ufficialmente” il termine per spiegare alla gente quali fossero le autentiche coordinate della realtà in cui si viveva, per comprendere il senso profondo della “verità celata dietro le parole del potere che ci inducono a riflettere e a riconoscere il fatto che il tragico esito della guerra, conclusa poco più di due anni fa, con l’olocausto nucleare di centinaia di migliaia di vittime innocenti, ha fornito una lezione e un’indicazione molto chiara: il costo in termini di vite umane è troppo alto. Prosegue, pertanto, la guerra, seguendo altre vie. Non facciamoci illusioni. Solo che questa, è “fredda”. Niente carri armati, niente aerei, niente bombe, niente atomiche, ma lo scenario è lo stesso: due blocchi contrapposti, sorretti dall’odio reciproco e da un’altrettanta volontà di vincere. Finirà soltanto quando uno dei due si arrenderà, questo è il senso della Guerra Fredda. Non sapremo mai, forse, neppure i nomi e il numero dei soldati che in questa guerra verranno sacrificati. Non sappiamo quando e se la Guerra Fredda finirà, ma sappiamo che è già scoppiata…”.
E’ andata proprio così. La Guerra Fredda è “ufficialmente” finita l’8 novembre del 1989.
Gli storici calcolano che abbia prodotto circa 25 milioni di morti (in teoria e “ufficialmente” neppure uno) soltanto in occidente e (il dato più tragico in assoluto) abbia comportato la scomparsa e annichilimento di tre generazioni di liberi pensatori, intellettuali, artisti, maciullati dentro l’ineffabile frullatore delle esigenze belliche della Guerra Fredda.
Tutto ciò era una premessa storica.
E prima di passare alle tre notizie del giorno, vi dico come la penso in maniera molto sintetica.
La “Guerra Fredda” non è mai stata dichiarata, il che non toglie che sia stata cruenta, dolorosa, assassina, malvagia, perversa, ecc.
Noi siamo in guerra, oggi. L’Italia è in guerra. Se consideriamo la Guerra Fredda l’equivalente della terza guerra mondiale, allora consideriamo questa la quarta.
Non ha ancora un nome. E non può averlo, perché questa è la sua particolarità. La guerra attuale, infatti, non si vede; a questo serve la gestione dei mass media: a non far vedere alla gente ciò che accade nei vari teatri bellici e seguitare a bombardare in piena tranquillità a casa propria quelli che devono essere bombardati.
Io propongo (tanto per capirci,se siete d’accordo) di definirla la “Guerra Invisibile”
I commenti, va da sé, sono tragicamente superflui. E’ ciò che è.
Veniamo alle tre notizie del giorno, dal fronte bellico che da noi neppure si sa dove sia.
QUI RADIO PRAGA CHE VI PARLA…..
1). Dal fronte di “occupy wall street”. Usa, California, Oakland. 2 e 3 novembre 2011.
Un piccolo successo, addirittura clamoroso, il primo sciopero generale di questo secolo verificatosi nel territorio degli Stati Uniti. E’ il primo sciopero generale annunciato, lanciato, e poi accaduto in Usa dal 1924. Hanno partecipato le quattro più importanti confederazioni sindacali californiane, alle quali si sono aggiunte all’ultimo momento le confederazioni (potentissime) dei camionisti e degli scaricatori di porto. Hanno partecipato il consiglio direttivo di scienziati dei dottorati di ricerca di Palo Alto, Berkeley, Santa Clara, Santa Cruz, Mental Research Institute, ai quali si sono aggiunte anche le federazioni di insegnanti di scuola materna e professori della scuola media. All’ultimo momento ha aderito anche la federazione degli impiegati delle assicurazioni della California e tutto lo staff medico del Mount Sinai Hospital di S. Francisco..
Il tutto si è svolto (come era stato annunciato) il 2 novembre.
Il numero dei partecipanti rilasciato dagli organizzatori corrisponde a quello ufficiale: circa 7.000 persone.
Si è svolto a Oakland.
All’ultimo momento, CNN e tutte le reti televisive americane con diffusione nazionale hanno deciso di trasmetterla in diretta, visto quello che loro consideravano uno “sparuto” ed “esiguo” numero di partecipanti. Sia CNN che la CBS e Abc hanno registrato il più alto indice d’ascolto di una diretta giornalistica dal novembre del 2008, quando Obama vinse le elezioni presidenziali. Il corteo ha attraversato tutta la città di San Francisco e poi –sorpresa generale che ha provocato il picco dell’audience- invece di proseguire verso il grande parco sotto il Golden Gate si sono riversati nello scalo merci di San Francisco (il più grande snodo commerciale di tutto l’Oceano Pacifico) dove sono stati raggiunti dal comitato di base dei lavoratori portuali, i quali, armati di uncini e pesanti catene a doppia maglia, hanno bloccato il lavoro di carico e scarico merci impedendo l’attività del porto. C’è stata una immediata protesta diplomatica da parte dell’ambasciatore cinese a Washington perché tre gigantesche navi da carico cinesi sono state costrette a rimanere al di fuori della baia per ben due giorni, perché i rimorchiatori d’appoggio non si sono mossi, costretti quindi a pagare un nolo maggiore.. L’intera città è rimasta paralizzata. In appoggio al comitato organizzatore (“occupy Oakland we are 99%”) tutti i negozianti della città hanno abbassato le saracinesche. Verso le ore 18, com’era stato previsto, la manifestazione si è sciolta perché sono arrivati i militanti (circa 250) di una neo nata organizzazione militante californiana che si chiama AFAFP (Anarchist Federation of American Free Spirit) che ha occupato il campus intorno a Berkeley. La polizia ha invitato, a quel punto, i manifestanti ad andarsene, e in seguito al loro netto rifiuto, si è scatenata una guerriglia tra militanti anarchici e polizia durata sette ore. Alla fine sono state arrestate 58 persone che adesso andranno sotto processo. 56 dei 58 arrestati hanno dichiarato di non riconoscere legittima l’autorità dello stato californiano avendo violato i principii della costituzione jeffersoniana del 1776, alla quale si richiamano. Il prof. Adrian Lockman, 59 anni, giurista, professore di Diritto Costituzionale all’università di Princeton, tra gli arrestati, ha presentato una mozione firmata da 146 colleghi nella quale si identifica l’aiuto economico dato dal governo americano nel 2009 a un pool di 18 banche private per un totale complessivo di 856 miliardi di dollari, come “un atto illegale” chiedendo di avviare una commissione parlamentare di verifica, come previsto dal regolamento parlamentare. Alle ore 23.30 del 3 novembre, Nancy Pelosi, deputata del Partito Democratico, vicina al ministro degli esteri Hillary Clinton (di cui si mormora essere invisibile sponsor di “occupy wall street”) ha dichiarato all’emittente ABC che si farà carico della richiesta presso il presidente. Su specifica richiesta fatta ai governi europei da parte dei responsabili della sicurezza al G20 di Nizza, è stato deciso in alcune nazioni europee di non trasmettere né notizie né immagini relative all’evento per evitare di provocare un fenomeno di cassa di risonanza che poteva far scattare un fenomeno di emulazione.
2). Dal fronte della borsa di Wall Street. 4 novembre 2011.
Il 19 ottobre, tre analisti finanziari di una importante società di revisori di conti (i quali, per ovvi motivi, intendono per il momento rimanere autonomi) hanno fornito a un pool di persone selezionate di “occupy wall street” (ovverossia: agenti di borsa, economisti, analisti finanziari, fiscalisti, ecc) i veri dati e le vere cifre relative a una delle più importanti banche d’ investimento operanti con sede a New York, proprio a Wall Street. L’azienda si chiama Jefferies Group. Sulla base dell’analisi svolta è stata identificata una possibile (per non dire quasi certa) insolvenza da parte dell’azienda per una cifra intorno ai 57 miliardi di dollari. L’azienda si occupa di investire nel mercato dei bpt europei, nei derivati, nei credit default swaps, e il nocciolo duro del proprio pacchetto di portafoglio contiene bpt e bot italiani, spagnoli e portoghesi. E’ inoltre legata a doppio filo alla MF, costretta alla dichiarazione di bancarotta lo scorso lunedì. Una volta controllati i dati, i membri di “occupy wall street” hanno diffuso la notizia che si è propagata attraverso i bloggers indipendenti e twitter provocando nella giornata del 31 ottobre, proprio mentre era in corso di preparazione il G20, un crollo verticale del titolo in borsa che ha raggiunto in quattro ore la cifra del -21,6%. In seguito a tale avvenimento (“se confermato potrebbe autorizzare chiunque a identificare l’inizio di un effetto domino in alcune cassaforti finanziarie” così ha dichiarato il nobel Paul Krugman) il consiglio direttivo della società ha emesso un comunicato ufficiale che trovate qui di seguito (scritto in inglese, ovviamente, compresi i riferimenti del mittente) che ha determinato –per il momento- dopo una sospensione del titolo in borsa un arretramento –nella giornata borsistica del 3 novembre- di soli -6,3%. L’azienda, inoltre, ha diramato un comunicato ufficiale nel quale sostiene e definisce “delittuosa” qualunque attività di informazione relativa alla loro azienda, anche se proviene da bloggers indipendenti. Tale società fa parte di un elenco di aziende finanziarie –definite “virtuose”- in attesa di essere sovvenzionate dalla Fed Usa. Ecco il comunicato dell’azienda:
JEFFERIES STATEMENT ON
SOVEREIGN DEBT OF PORTUGAL, ITALY,
IRELAND, GREECE, AND SPAIN
NEW YORK and LONDON, November 2, 2011 – Jefferies confirmed today, in response to questions from investors and analysts, that it currently has no meaningful exposure to the sovereign debt of the nations of Portugal, Italy, Ireland, Greece, and Spain. To the extent Jefferies from time to time takes positions in such debt, they are short term in nature, are recorded in the trading book of Jefferies’ regulated UK broker-dealer, are marked to market daily, and fluctuate depending upon customer demand, auction activity, and opportunities in the market place. Jefferies does not have any repo-to-maturity activity or related off-balance-sheet derivative activity.
Jefferies Group, Inc. (NYSE: JEF) is the global investment banking firm focused on serving clients for nearly 50 years. The firm is a leader in providing insight, expertise and execution to investors, companies and governments, and provides a full range of investment banking, sales, trading, research and strategy across the spectrum of equities, fixed income and commodities, in the U.S., and Europe.
For further information, please contact:
Peregrine C. Broadbent
Chief Financial Officer
Jefferies Group, Inc.
3). Dal fronte bellico del G20 di Nizza.
Ogni nazione, ogni etnia, ogni popolo ha le sue tradizioni, usi e costumi. E’ importante, per non dire fondamentale, il precedente storico nel comportamento di ogni singolo stato. Per quanto riguarda l’Italia, è purtroppo noto e molto triste –ma si tratta della verità storica- ricordare a tutti i miei connazionali e compatrioti che la caratteristica precipua italiana sia quella del tradimento e del doppio gioco. Non c’è quindi da meravigliarsi se l’intera sinistra italiana (nessuna eccezione) ha preferito applaudire Mario Draghi aggredendo con una pugnalata il primo ministro greco Papandreu, colpevole –secondo Draghi- e secondo la sinistra democratica italiana, di aver innescato il germe del disfattismo negligente lanciando il referendum, ovverossia, dichiarando con quel gesto politico che (come ha spiegato al suo popolo) “prima di perdere tecnicamente e praticamente la possibilità di poter esercitare lo stato di sovranità nazionale, garantendoci la libertà di scegliere o non scegliere una certa manovra economica, al fine di risolvere l’attuale grave crisi economica, ritengo un doveroso atto di rispetto per la natura stessa dell’esistenza della democrazia come espressione della volontà popolare, indire un referendum approfittando della campagna elettorale per convocare tutte le parti sociali, politiche ed economiche della nazione greca ad un franco, aperto e sereno dibattito su questioni reali, dalle quali dipende il presente e il futuro della nazione greca. Decideranno gli elettori”.
Questa dichiarazione è stata identificata dal G20 come un atto terroristico.
Lo è.
E’ proprio così.
Ovvero, è un attacco militare nel corso della guerra contro l’occupante.
Papandreu sperava, non certamente di cavarsela con un trucco, ma di coinvolgere, quantomeno, la sinistra socialista italiana, spagnola, irlandese, portoghese e francese per far sentire la propria voce reclamando il diritto “alla autodeterminazione dei popoli”.
E’ stato considerato da tutti un mascalzone, un irresponsabile, una specie di lestofante. Bastonato duramente, lo hanno rispedito a casa con un giorno d’anticipo. L’Italia è stata zitta, anzi. Attraverso i media del primo ministro (“Maledetta Grecia” prima pagina de Il Giornale in data 2 novembre) la destra oligarchica si è lanciata, con la caratteristica degli spiriti codardi e bastardi che si fanno forti con i deboli e sono deboli con i forti, contro la Grecia. E’ stato l’equivalente del comportamento francese, britannico e di 48 nazioni europee nel 1936 alla riunione della Società delle Nazioni, quando di fronte alle proteste della Repubblica Ceka, l’intera Europa pensò che sarebbero riusciti ad ammansire Adolf Hitler regalandogli la pelle degli innocenti cecoslovacchi. Sappiamo come andò a finire.
Idem a Nizza.
La Storia si sta ripetendo.
Alle 12.30 del 3 novembre, Papandreu, con gli italiani, gli spagnoli e i portoghesi che gli sputavano in faccia, se n’è ritornato a casa ad Atene con la coda tra le gambe. Alle ore 15 ha fatto sapere che il referendum, “per il momento” è sospeso. Italiani in visibilio, tutti contenti. Pomeriggio di riunioni, e poi una bella cena insieme e, dopo cena un’altra riunione plenaria e poi alla festa di chiusura. Invece no. Perché la guerra è guerra e –come direbbe Crozza rifacendo Bersani- “mica stiamo qui a pettinar le bambole”.
Alle ore 18 viene comunicato a Tremonti e Berlusconi che la cena si svolgerà alle ore 19.30 e alle ore 20.20 è prevista una riunione –fuori programma- alla quale parteciperà anche Mario Draghi dedicata esclusivamente al “caso Italia”. Niente festa. Il risultato di quella riunione, neppure prevista dal protocollo, è stato quello di comunicare SORPRESA ! all’Italia lo stesso identico trattamento riservato a Papandreu; come ha detto Sarkozy “non esistono alternative; chi non accetta le decisioni prese è fuori dall’euro”:
Sono a disposizione della Banca d’Italia entro il mese di novembre –dato il reale autentico e sottaciuto stato di emergenza nazionale finanziaria- subito 45 miliardi di euro, altri 45 miliardi per la fine di dicembre, altri 45 miliardi a metà febbraio. Va da sé, che non li regalano. E’ stata già costituita, con la consueta efficienza contabile sassone, la commissione paritetica congiunta formata da BCE, FMI, Consiglio d’Europa, che controllerà l’esecuzione alla lettera dei punti principali: pena neanche un euro.
Poteva essere un’ottima occasione per fare una papandreuata. Ma non è stato possibile, tant’è vero che Finmeccanica, Impregilo e le altre sono volate in borsa, perché La Russa & Co hanno preferito vendere la nazione in cambio di alcune molliche libiche.
Fonti ben informate e attendibili rivelano un piccolo, minuscolo dettaglio, che in tempi di pace non conterebbe nulla. Diventa fondamentale in tempi di guerra.
Uno stretto consulente economico della Merkel, nel corso del colloquio, ad un certo punto, indispettito dall’atteggiamento di Berlusconi che si arrampicava sugli specchi dicendo chissà che, si è rivolto a Tremonti e gli ha detto “Ma insomma, non avete neppure l’elenco esaustivo completo delle opere che si trovano nel caveaux della Galleria degli Uffizi”. Tremonti, il quale non ha certo la stoffa né del patriota né dell’eroe, invece di rispondere come avrei fatto io e –mi auguro- la maggioranza assoluta dei miei lettori dicendo “Giù le mani da Raffaello e da Michelangelo; perché quello è il nostro patrimonio artistico e per difenderlo noi in Italia siamo capaci anche di farci uccidere, come siamo stati capaci di farlo nel 1944 quando avete tentato di portarceli via con i camion” ha detto un’altra cosa. La risposta che ha dato il nostro ministro la considero la massima summa dello spirito italiano nella sua versione positiva; e aggiungo anche denotativa di una intelligente grinta che merita rispetto da parte di Tremonti (lo dico sul serio) più vicina a Totò che non ai martiri della resistenza. Almeno è già qualcosa. Mentre Berlusconi sbiancava senza aprire bocca, Tremonti ha risposto “Magari potessi farlo, quelle da lungo tempo non sono più disponibili…è una questione nazionale molto complessa e lunga, di rapporti interni tra lo stato italiano, lo Ior, e alcune istituti finanziari privati”. Una palla colossale, degna di Fracchia di Paolo Villaggio o di Peppino de Filippo. Il tedesco se l’è bevuta.
La frase del tedesco, personalmente la trovo inquietante, e siccome siamo in guerra, nella mia mente è andata a incastrarsi in una sezione di diffidenza massima. Vuol dire, forse, che c’è qualcuno, da qualche parte, che sta preparando anche un elenco di “roba nostra” (nel senso di collettività nazionale) che intendono mettere agli atti? Noi dovremmo accettare l’idea di svendere tesori incalcolabili per salvare il culo a Banca Intesa?
Ridotta ai mini termini vuol dire: siamo stati commissariati dal mondo che conta.
Identificati come una nazione molto ricca e molto vecchia, hanno scelto la badante Draghi.
Ecco perché sta lì.
In attesa che tiriamo l’ultimo respiro. Mario Draghi è l’equivalente –in questa guerra- della consueta vaccona ucraina che si è piazzata a casa del ricchissimo vegliardo e spera di impadronirsi del patrimonio attraverso le solite moine da badante amorevole.
Mario Draghi è una badante ucraina.
E l’intera sinistra democratica (o sono complici, o sono collusi o sono semplicemente incompetenti –il che, in termini bellici è uguale-) ha deciso di farvi (farci) (farmi) credere che l’unico problema nostro sia Berlusconi. Caduto lui, tutti insieme a farsi accarezzare dalla badante popputa piena di latte cash che ci darà miliardi a manciate per impedire a Unicredit, Banca Intesa, MPS, UBI, Banco Popolare di Milano, Mediobanca, di trovarsi nei guai dato che entro il 28 febbraio del 2012 hanno obblighi inderogabili per 45 miliardi di euro, e non li hanno. Glie li farà avere la badante. Andranno a loro, cioè.
Non a noi, non a voi. Non alle imprese.
Non serviranno al rilancio di attività produttive, né per la ripresa.
Parlando in termini di “Guerra Invisibile” (che è quella che a me interessa oggi) mi diventa insopportabile anche sentire i commenti su Berlusconi e le sue malefatte. Non mi interessa. Il teatro è ben altro. E’ probabile che, forse, in camera caritatis, Vendola, Fassina, Chiamparino e qualche altra decina di leader politici della cosiddetta opposizione che ancora ragionano, tra di loro si dicano la verità. Mi è indifferente. La devono dire alla nazione, oppure accettare il fatto di essere stati identificati come agenti perversi e sporcaccioni che lavorano, anch’essi, per la badante.
Quando si è in guerra, diventa importante ciò che i generali dicono e fanno sul fronte di battaglia. Nient’altro.
Le chiacchiere che riservano tra di loro nei bordelli non determinano l’esito della contesa.
Ma noi, in Italia, stiamo ancora al punto di non aver neppure capito che stiamo in guerra.
Non a caso è la Guerra Invisibile.
Raglia raglia Giovane Itaglia