mercoledì 5 settembre 2018

Una riflessione di memento familiare sulle leggi razziali promulgate 80 anni fa.






di Sergio Di Cori Modigliani

Sono ottimista di carattere.
Per quanti dolori e delusioni possa aver incassato nella mia esistenza, finisco sempre per pencolare dalla parte della bilancia che mi ricorda, invece, quanti piaceri e soddisfazioni io  abbia avuto la fortuna di meritarmi. 
Non è necessario scomodare l'intellighenzia psicoanalitica per riconoscere che questa mia valenza caratteriale sia una monumentale eredità che mi ha trasmesso mia madre fin da quando ero piccolo.
E, inevitabilmente, nella giornata di oggi, il mio ricordo va a lei che non c'è più.
Avevo 8 anni, quando venni a sapere, con dovizia di particolari, che cosa volesse dire appartenere a una famiglia di ebrei italiani che avevano subito le persecuzioni fasciste.
Era il 5 settembre del '58 e quel giorno la comunità ebraica di Buenos Aires, dove io ero nato e vivevo, aveva deciso di ricordare l'infausto evento di 20 anni prima, con una serie di convegni, conferenze e dibattiti dedicati al tema. Per l'occasione, erano venuti anche maestri e pedagoghi per parlare della questione ai bambini della mia età, con il dichiarato fine di coltivare la memoria collettiva.
Era la prima volta che mi veniva consentito di partecipare a un evento del mondo adulto.
Rimasi molto colpito e anche molto confuso.
Ricordo che non capii più di tanto e poi, al pomeriggio a casa, insistevo con mia madre per avere maggiori dettagli su una questione per me incomprensibile.
Ero un bambino capriccioso, tenace e molto insistente.
Alla fine, mia madre cedette e mi raccontò la sua personale giornata del 5 settembre del 1938, a Milano, nella sala dei professori del Liceo Parini.
Lei aveva 18 anni.
A metà del mattino, verso le 11, era entrato in aula il bidello e aveva detto che mia madre era stata convocata dal preside nella sala professori. Lei si era alzata e lo aveva seguito. Nella sua classe era l'unica italiana ebrea. 
Quando entrò nella sala riunioni vide che c'erano altri sette studenti. Tutti in piedi e spaventati. Anche i professori erano in piedi davanti alla grande scrivania. Il preside aveva un'aria impettita sull'attenti, come alcuni docenti. Altri, invece, erano appoggiati al tavolo. Il direttore dell'istituto aprì la cartella e lesse il documento ufficiale: A nome di Sua Maestà, Vittorio Emanuele III di Savoia, in ottemperanza al decreto governativo firmato ieri da Sua Eccellenza, il cavalier Benito Mussolini, capo del governo, e approvato e controfirmato da Sua Altezza Reale, vi dobbiamo comunicare che da domani mattina, addì 6 settembre 1938, in conformità a quanto stabilito dalla Legge, non potrete più essere accolti a frequentare le lezioni di questo Liceo Statale, in quanto appartenenti a razza inferiore e quindi identificati come potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni a esso collegate. Da domani, non potremo più permettere che il nobile sangue italiano corra il rischio di contaminazione entrando in contatto con israeliti. Abbiamo il dovere di difendere e salvaguardare la purezza della razza superiore italiana, essendo noi i guardiani della Patria Italica. Adesso potete andare.
Il professore di lettere si avvicinò al preside e insistè per stringergli la mano.
Il docente di fisica e matematica, invece, si avvicinò a lui e davanti agli otto studenti lo prese a schiaffi e gli sputò in faccia. Ci fu un parapiglia e il bidello spinse fuori gli studenti. 
Questo racconto mi colpì molto e dopo dieci minuti insistei con mia madre perchè me lo raccontasse di nuovo. E dopo, insistei ancora per avere altre spiegazioni. Mia madre mi spiegò ciò che poteva e io volevo sapere che cosa fosse accaduto al professore di matematica. Mi disse che il giorno dopo era stato licenziato, denunciato per disfattismo e aperta connivenza con membri di una razza inferiore e poi inviato al confino per due anni all'isola di Ventotene. Il giorno dopo martellai mia madre con domande e la obbligai a raccontarmi di nuovo la storia che mi aveva davvero molto colpito. Alla fine della giornata, mia madre, esausta, ci aggiunse una sua riflessione che è diventata la spina dorsale delle mie scelte esistenziali.
"Erano tempi brutti, tempi di cattiveria e di violenza " mi disse "ma se io oggi sono libera e viva, e lo sei anche tu, è stato grazie al professore di matematica. Ricordalo. Non lo dimenticare mai. Per quanti criminali e mascalzoni tu possa incontrare nella tua vita, ci sarà sempre una persona per bene che non sarà d'accordo e ti salverà. E' per questo che i buoni e i giusti, alla fine, nel mondo, finiranno sempre per prevalere sui cattivi".

Le leggi razziali del 1938 mi hanno consegnato questa lezione che ha forgiato il mio carattere nella mia vita.

Ed è nel nome di questo lascito materno che oggi voglio sottolineare la memoria dei tanti italiani per bene, fieri, dignitosi, e fuori dal gregge opportunista, che allora si opposero ed ebbero il coraggio di manifestare il proprio aperto dissenso, a costo della propria vita.
E' soprattutto grazie a quelle persone che tanti italiani innocenti si sono salvati.
Fu un momento atroce quell'autunno del 1938.
Ma era popolato anche da tanti, tanti buoni anonimi a cui va il mio ringraziamento postumo.

Esistevano.
Anche oggi, esistono.

Basta saperli riconoscere, e volerli riconoscere, e andarseli a cercare.
Se uno ha voglia di farlo, si intende.

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