giovedì 13 aprile 2017

Imbecilli che corrono con i lupi.






di Sergio Di Cori Modigliani

All'alba del decennio anni'90, quando ormai l'oligarchia liberista era diventata mainstream e cominciava ad essere chiaro a tutti che la lotta di classe al rovescio -cioè la guerra dei ricchi contro i poveri- stava vincendo alla grande, una geniale psicanalista junghiana statunitense, Clarissa Pinkola Estes, identificò con precisione millimetrica lo stato dell'arte (in quel momento specifico) nell'immaginario collettivo occidentale post-moderno. 
Pubblicò un libro che allora, quando uscì in Usa (primavera del 1990) divenne subito un libro culto. 

Il titolo era "Donne che corrono con i lupi" e in Italia sarebbe uscito due anni e mezzo dopo.

L'inatteso successo di massa di quel libro, divenuto subito in California la Bibbia dei movimenti antagonisti e di opposizione al sistema conservatore liberista, diede vita a una interminabile serie di discussioni, confronti, convegni, seminari sul tema. 
Inizialmente, il testo venne considerato appartenente alla letteratura femminista perchè la tematica del libro riguardava soprattutto la ricerca della libertà espressiva nel mondo femminile, un mondo nuovo, diverso, inconcepibile per i maschi, nel quale le donne, ormai stanche di essere accettate solo e soltanto nella misura in cui accettavano l'idea di essere le fedeli accompagnatrici delle ambizioni, progetti e fantasie maschili, rivendicavano il proprio diritto alla manifestazione della propria essenza esistenziale istintiva, da cui il titolo. Non più disposte a essere le cagne dei loro padroni, pretendevano di vivere la loro vita anche come donne lupo, e cioè libere, selvagge, all'occorrenza cacciatrici e non più prede, perseguendo (e rifondando) il mito della celebre dea Artemide/Diana, uno dei simbolici pilastri della nostra cultura occidentale di riferimento.
Quella dalla quale tutti noi occidentali proveniamo e di cui ci siamo nutriti fin da piccoli.

Il libro ebbe un enorme impatto soprattutto nella cultura anglo-sassone, per il fatto che sia tra gli anglo-americani che tra i sassoni, tuttora, esiste una cultura molto forte e radicata che identifica "the wolfman", l'uomo lupo, come il simbolo di colui che decide e sceglie di chiamarsi fuori dal sistema, di ritornare a vivere allo stato brado, rifiutando ogni forma di consumo e di ideologia legata al consueto scambio sociale (cittadino) tra gli umani. 

Quindici anni più tardi, nella primavera del 2005, quando le cose si stavano mettendo davvero molto ma molto male e i più visionari e profetici vedevano arrivare imminente una spaventosa crisi finanziaria, quindi anche economica e anche sociale, una deliziosa scrittrice canadese, Helene Humphreys, pubblicava a Montreal un romanzo "Wild dogs" che divenne immediatamente un libro culto e un simbolo culturale fondamentale per i sostenitori della decrescita e della lotta contro la società dei consumi. 
Nel territorio del Canada divenne addirittura il testo di riferimento dei nuovi movimenti che si richiamavano alla liberazione del Quebec. Il romanzo della Humphreys, uscito in Italia tre anni dopo, da noi non ebbe alcun seguito e passò quasi inosservato. E' una lettura davvero gustosa che consiglio a chiunque. L'azione si svolge in una piccola città della provincia canadese, sconvolta dalla chiusura di un mobilificio molto grosso che è il vero centro economico dell'area, e questo evento genera inquietudine nella popolazione. Le vittime di un clima a tratti pesante sono soprattutto le donne, i bambini e i cani. Proprio sei cani, senza apparenti avvisaglie, fuggono o sono spinti a fuggire dalle case dove sono cresciuti e dove sono stati nutriti, e amati, scegliendo di vivere nel bosco, di essere selvaggi, liberi. I loro padroni - Alice, Jamie, Lily, Walter, Malcolm e una misteriosa biologa - ogni sera si ritrovano in un campo ai margini del bosco e chiamano i loro cani nella speranza che tornino a casa. Fra i sei padroni si stabilisce un legame molto stretto, che sovrappone all'attesa del ritorno dei cani, speranze di amore, di amicizia e di risoluzione delle proprie solitudini, mentre, sullo sfondo, si prepara la resa dei conti, la dolorosa soluzione alla incomprensibile e "intollerabile" storia dei cani che hanno scelto di diventare selvaggi. 

La nostalgia per lo stato selvaggio, da sempre, è stata parte costituente delle fantasie di tutti coloro che vivono nella civiltà strutturata (soprattutto in quella dei consumi) e che sognano quel tipo di vita come una vera e propria utopia dello spirito. 
Gli sceneggiatori dell'Isis sono perfettamente al corrente di questo fatto e con diabolico acume hanno lanciato il termine "lupi solitari" per identificare i loro militanti radicalizzati sapendo che tale appellattivo consente di inserirsi surrettiziamente nel substrato della mente collettiva. 

E hanno ragione.

I media occidentali, scioccamente e in maniera masochista, hanno fatto da grancassa alla propagandistica dell'Isis, diffondendo quell'espressione, invece di usarne un'altra più appropriata (come consigliato da diversi psicologi e sociologi del comportamento, del tipo "i dormienti" o "cellule dormienti") in modo tale da attribuire ai terroristi una funzione narcolettica che induce alla depressione e non all'emulazione. Ma non è passata.

Dodici persone arrestate di recente in Francia (perchè sospettate di essere aderenti del sedicente califfato) ci hanno fornito un interessante materiale di riflessione. Nei loro diari elettronici confiscati, infatti, si legge sempre la solita frase, che ha fatto ormai presa nell'immaginario collettivo giovanile e non soltanto musulmano, diventando un vero e proprio mantra dell'antagonismo anti-sistema: "preferisco morire libero come un lupo piuttosto che vivere come un cane servo dei padroni che affamano il popolo".

Il lupo è considerato un guerriero, un combattente, un partigiano, in contrapposizione agli altri cani che hanno invece scelto di servire gli umani senza condizioni, in cambio del nutrimento assicurato. 
Il più grande impero della Storia, quello romano (durato 1200 anni) era identificato con il lupo femmina, considerato animale sacro,  simbolico, e quella tradizione si è trasmessa attraverso i millenni.
Nell'immaginario collettivo popolare il lupo attualmente è considerato simbolo di una lotta anti-borghese, un cane che ha rifiutato la logica del compromesso.

Tutto ciò per commentare il disastro psicologico che i media italiani stanno producendo con gravi danni alla nazione per aver scelto di dedicare un abnorme spazio a un criminale (sembra russo o croato o yugoslavo) che si aggira nelle campagne del Polesine, è armato ed è molto pericoloso. I nostri media l'hanno promosso dal rango di criminale a quello di eroe selvaggio, tanto è vero che ormai viene chiamato "Igor il lupo" e alla televisione chiamano come opinionisti addirittura degli zoologi, degli etologi e dei veterinari per spiegare ai telespettatori come comportarsi in presenza di questo lupo solitario.

A me sembra una pazzia, anche pericolosa. Il prodotto di una ignoranza radicata che si mescola a un atteggiamento di totale irresponsabilità civile da parte dei giornalisti pur di pedinare "l'odiens".

Più ne parlano, più ne alimentano il mito.
E, invece, nelle campagne dell' Emilia circola un comune criminale, di professione ladro, scassinatore e assassino, che spera di farla franca. Tutto qui.

Non mi sembra proprio il caso di enfatizzare il personaggio attribuendogli eroiche pulsioni che di sicuro non gli sono proprie.
E' un banale assassino che i media irresponsabili spacciano per qualcosa di diverso da ciò che è.
Mi auguro che lo arrestino molto presto prima che ci costruiscano sopra una pagina facebook o magari decidano di farne una serie televisiva e magari lo invitino all'isola dei famosi..

Non mi meraviglierebbe affatto.

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