mercoledì 3 ottobre 2018

Essere progressisti non è ancora un reato. Quantomeno fino adesso.





Sulla comunicazione e sui fascisti.

Qualche decina di anni fa, quando uno ascoltava parlare Giorgio Almirante, era naturale pensare “è un fascista”, così come era naturale pensare -quando si ascoltava Enrico Berlinguer- commentare con il proprio vicino “mi sa proprio che questo tipo è un comunista”. Anche quando si leggeva sul Corriere della Sera una intervista a Giulio Andreotti, era naturale pensare “secondo me, questo è davvero un democristiano” e così via dicendo.
I più giovani è bene che non corrano subito a trarne un ragionamento errato, del tipo “ma allora era diverso, era più semplice”.
A quei tempi era tanto difficile quanto lo è oggi, o quanto lo fosse stato venti anni prima di allora.
La complessità, da sempre chiave suprema per cogliere e accogliere le contraddizioni del reale, esiste da diecimila anni, pressappoco da quando Caino prese a sassate suo fratello Abele uccidendolo. Da quel momento (pagina 3 della Bibbia) il nostro percorso sociale -quanto meno di noi occidentali che da quella cultura proveniamo- si è immerso nella complessità di fattori polivalenti perché fu chiaro, ahimè fin da subito, che perfino la più solida, salda e rassicurante istituzione sociale, la famiglia patriarcale, non era immune da possibili varianti, perfino criminali.
Nella realtà di oggi, se una novità esiste, consiste nel fatto che la prima grande vittima del genocidio culturale messo a segno in Europa sia stata, per l’appunto, la complessità.
E’ scomparsa dal dibattito reale dell’attualità quotidiana, per essere sostituita dallo sdoganamento della semplificazione, un diabolico trucco per selezionare una classe dirigente, un pubblico, una platea di ascoltatori, in base all’appartenenza e aderenza a concetti elementari, quindi regressivi, di fatto primitivi, e non più discriminando sull’intelligenza, il merito, la cultura di chi ascolta e accoglie.
Oggi, noi viviamo una realtà nella quale la sostanza è stata sostituita dall’apparenza, un concetto marketing liberista, applicato dall’industria della pubblicità.
In inglese si chiama “packaging”.
So di averne già parlato ma il tema è ancora attuale. 
Fu teorizzato nel lontano 1956 e spiega i fondamenti della seduzione dei consumatori arrivando al punto di sostenere che “l’adeguata forma estetica, di colore, di sapore, di suono, di forma, e prima di ogni altra cosa, di presentazione del prodotto, sono in grado di attribuire un plusvalore alla sostanza stessa del prodotto, estendendosi al punto tale che il consumatore non investe più energie nel porsi domande sulla qualità del prodotto, perchè ricava la sua intima soddisfazione libidica dal fatto di aver acquistato un oggetto per lui iconico, una autentica reliquia, anche se costa un dollaro. Il pacchetto diventa l’ambito feticcio dei suoi desideri. Se il pacchetto è sbagliato, il consumo sarà negato”.
Nel 1957, un grande sociologo statunitense, Vance Packard, ci regalava un testo storico, pilastro della antropologia sociale moderna (in italiano è stato pubblicato dalla Einaudi editore di Torino, nel 1962, con il titolo “I persuasori occulti”) nel quale riportava, per l’appunto, questo brano che ho citato.
Nei nostri tempi mediatici, oltre al packaging è stato aggiunto il concetto di “titolazione” che sostituisce il contenuto. Conseguenza dell’analfabetismo di ritorno pianificato, il messaggio politico -qualunque esso sia- non risiede più in una argomentazione (è irrilevante che sia conservatrice o progressista) bensì “nell’effetto prodotto dalla reazione chimica determinata dalla reazione viscerale sollecitata dalla titolazione e dall'annuncio di uno specifico evento, il cui obiettivo consiste nell’abolire il senso andando subliminalmente all’attacco della ragione per provocare una reazione istintiva in cui la mente raziocinante viene esclusa” come acutamente ci spiega il grande sociologo Richard Sennett (nel suo ultmo capolavoro, “Insieme” pubblicato in italiano dalla Feltrinelli editore di Milano nel 2012, purtroppo letto in Italia (forse non a caso) da pochissime persone, poco reclamizzato né presentato, né promosso).
L’abolizione del Senso è il pilastro solido dell’iper-liberismo conservatore. 
L’economia, il debito pubblico, i conti, l’euro, tutta la consueta brodaglia che la cupola mediatica cucina ogni giorno per noi, è un effetto e un prodotto della sistematica e scientifica pianificazione dell’abolizione del Senso e dei punti di riferimento.
La destra estrema italiana ha capito, decenni fa, che era molto più utile e vincente seguire questa strada invece che quella della violenza armata: si arrivava prima all’obiettivo senza spargimento di sangue, senza testimoni, senza reazioni.
Impossessandosi della comunicazione linguistica alla quale è stato sottratto il valore del Senso e la potenza della Sostanza, il gioco è stato facile.
Ed è stato quindi elementare diffondere e divulgare falsi ideologici, presentati come novità.
Tra questi, al primo posto c’è la seguente espressione: “Non esistono più né la destra né la sinistra, sono categorie arcaiche" e di seguito, “il fascismo e il comunismo sono soltanto parole vuote prive di significato, sono vecchie categorie sorpassate”;  “oggi viviamo in un’epoca post-ideologica”.
E’ il cavallo di battaglia -e il cavallo di Troia- del pensiero conservatore dell’estrema destra.
Anche una persona dotata di pochi strumenti è in grado di poter comprendere il seguente assunto, per quanto paradossale possa suonare: se la destra sostiene perentoriamente, battendo di continuo su questa frase, che la destra e la sinistra non esistono, mentre la sinistra sostiene invece che esiste una forte differenza, allora il solo fatto che questa frase venga compilata rivela una matrice sostanzialmente di destra, che corrisponde a un’idea del mondo totalitaria, fondativa del pensiero Unico, il cui obiettivo consiste nell’impedire che possa manifestarsi una qualsivoglia forma di opposizione perché nega e abbatte le differenze e le distanze. 
Se si sottrae l’oggetto del contendere, al soggetto vengono sottratte tutte le armi logiche del ragionamento.
Non esiste nessun soggetto politico attivo, in tutto l’emisfero occidentale -che appartenga al mondo progressista- disposto e disponibile a firmare la locuzione “la destra e la sinistra non esistono più”.
Così come l’espressione “mondo post-ideologico” promuove un nuovo concetto (oggi di moda) che si chiama “comunitarismo” (chi è interessato può andare a leggere i filosofi Richard Rorty, Bernard Henry Levy, Hillary Putnam, Zygmunt Bauman che hanno prodotto pagine fondamentali sulla “produzione di Falso Ideologico della destra conservatrice per distruggere il patrimonio intellettuale della sinistra” la frase è di Richard Rorty, Berkeley 2000).
Il comunitarismo è un concetto marketing dell’iper-liberismo applicato alla socio-politica.
Promuove e lancia nell’agone della Politica la variante del centro commerciale. Si tratta di un gigantesco iper-mercato delle cosiddette idee in cui il messaggio è il contenitore e non il contenuto. Si accoglie chiunque – quindi si abolisce il concetto meritocratico basato sul “conta chi vale”- promuovendo soltanto i manager di un gigantesco iper-mercato che funge da contenitore e quindi applicando alla lettera la base della conservazione neo-aristocratica del “vale chi conta”, come avveniva nella società occidentale prima della rivoluzione francese.
Il comunitarismo è un prodotto iper-liberista che nasce dopo la fine della guerra fredda.
E viene confuso con il “post ideologico” al quale darei un significato esclusivamente temporale che facilita, in quanto tale, la produzione di un “pensiero laico”.
La strategia del pensiero laico, liberale, libertario e radicale, è ben altra cosa. Serve per evitare, in maniera surrettizia, che il pensiero progressista, ridotto al’angolo, possa manifestarsi e venga bloccato da frasi come “sei ideologico, quindi sei vecchio, oggi viviamo in un mondo post-ideologico in cui la destra e la sinistra sono categorie obsolete”.
E’ così che il fascismo si incunea e getta i semi del Pensiero Unico Totalizzante.
Il comunitarismo è stato promosso e lanciato dai consulenti della comunicazione di Marie Le Pen in Francia nel 2009 (in testa Craig Paul Roberts, ex ministro degli esteri di Ronald Reagan) con il termine “movimento identitario” ma è stato tradotto in spagnolo e in italiano con il termine “comunitarismo”; che rappresenta la rinuncia all’espressione della individualità e dell’originalità dell’essere umano, qui inteso come Persona Sociale.
L’iper-mercato comunitario impone il collante unificante: un nemico comune. Che sia l’euro, le banche, Draghi, l’Ue, Juncker, poco importa perché nulla ha più senso. Ciò che conta è la propria disponibilità a rinunciare alla specificità delle proprie idee e far quadrato contro un nemico comune.
Così facendo si apre la strada alla perdita di creatività, di attività propositiva, perché ciò che conta è crescere insieme costruendo una massa di facitori di odio. Quando sarà necessario, sarà un gioco elementare trasformare i clienti dell’iper-mercato in soldati volontari.
Il comunitarismo non ha niente a che fare con il concetto di comunità.
La “comunità” è un concetto solido, opposto.
E’ un nucleo collettivo composto da persone che non stanno insieme perché odiano qualcuno o sono contro qualcuno o contro qualcosa, bensì perché sono a favore di qualcosa, hanno una idealità comune basata su un progetto fattuale che neppure contempla l’esistenza del nemico esterno.
La comunità degli ambientalisti non va nel contenitore iper-mercato del comunitarismo ecologico -dove il collante è l’odio la denuncia e la minaccia contro, che ne so, i petrolieri- ma propone se stesso (e tutti i componenti di quella comunità) come un soggetto attivo che, ad esempio, sceglie di non buttare plastica in mare e di non incendiare i boschi. L’appartenenza alla comunità nasce da usi e costumi condivisi, identici bisogni, idee collettive il cui fine è il bene comune. Non stanno insieme né per difesa né per offesa. Una comunità di frati francescani non sta in convento per far comunella contro Satana. Loro stanno lì a far la marmellata di fichi tutti contenti perché -questa è la loro idea e progettualità- ritengono che mangiando un cibo sano e genuino spinga le persone a sentirsi più disponibili e aperti a comprendere la magnitudine di Fratello Sole e Sorella Luna e così il mondo sarà migliore. Se uno lo capisce, loro sono contenti. Se uno non lo capisce, a loro non interessa poi mica tanto, dispiace un po’ essere testimoni del suicidio degli innocenti.
Essere progressisti, esiste.
Lo si evince dal linguaggio, dalle reazioni, dalle scelte, dalla propria biografia.
E nel mondo di oggi, gli autentici progressisti sono intolleranti. Assolutamente.
Sono severi. Implacabili.
Perché la posta in gioco è la loro stessa esistenza.
Essere progressisti vuol dire accollarsi -nella percentuale consentita dalla propria individualità- la responsabilità collettiva del mondo intero e lavorare per migliorarlo.
Perché il progressista parte dal presupposto lanciato dal più grande intellettuale progressista europeo della seconda metà del secolo scorso, Jean Paul Sartre: “Certamente che sono un progressista. Per me è inconcepibile pensare un mondo in cui non siano tutti felici e faccio ciò che posso per lavorare per quello, sapendo che felice è soltanto una esigua minoranza planetaria. Fintanto che ci sarà al mondo un solo bambino che muore di fame, perché qualcuno deve lucrare un profitto sulla sua esistenza, io nego a chiunque la sola idea di aspirare alla propria felicità. Arrivo al punto di sostenere che non può neppure esistere una comunità che aspiri a godere di rispetto sociale, se non contempla l’idea di lavorare, l’intero pianeta, per debellare la povertà, l’analfabetismo e l’indigenza. L’unica comunità che conta è quella che si conta sulla sua esistenzialità, che trova il suo corollario nell’ingigantire sempre di più l’accesso al più alto numero di persone del loro diritto ad avere una casa, accesso alla sanità, all’istruzione, strumenti adeguati per lavorare, produrre arte e scienza. Chi non lavora per questo, vuol dire che si è accomodato nello status quo. Ne va della sua coscienza. Se ne ha una”. E’ una parte della lettera che inviò al Re di Svezia, agli inizi degli anni’60 per spiegargli il motivo per cui rinunciava al Premio Nobel, il cui ammontare lo pregava di versarlo in beneficenza all’Unicef per sostenere la ricerca scientifica. “Non voglio premi nè medaglie perchè sono un progressista. C’è poco da celebrare quando il 64% del pianeta non ha ancora nè acqua nè elettricità. Andate a costruire dei pozzi per loro invece di premiare gli intellettuali senza alcun beneficio per la collettività”.
La confusione dei generi, il finto buonismo, la piattola della tolleranza, il comunitarismo, la demagogia, soprattutto la comunella nel nome dell’odio, sono tutte modalità usate dai fascisti post-moderni per abbattere definitivamente il Senso.

Nel 2010 (in tempi, quindi, non sospetti) uno scrittore italiano, che si chiama Valerio Evangelisti, molto famoso tra i cultori di fantascienza e di romanzi epic, scrisse un articolo spiegando la diffusione del pensiero neo-nazista in Italia, la proliferazione del nuovo fascismo che sta avanzando. Lo pubblicò sul suo sito.blog (Carmilla) che si occupa di letteratura e arte e poi venne ripreso da una rivista dei “rifondaroli” che si chiamava “Su la testa” e pubblicato qualche mese dopo sul sito Controinformazione. L’aspetto inquietante, direi allarmante, di questo articolo consiste nel fatto che quasi otto anni dopo è diventato di stringente attualità
Ve lo ripropongo all’attenzione.
Vale la pena per pensarci su.

http://www.carmillaonline.com/2010/07/21/i-rosso-bruni-vesti-nuove-per/


L’ultimo, sconcertante prodotto della strana famiglia che sto per descrivere ha per nome “autonomi nazionalisti sovranisti”. Si tratta in effetti di giovani neonazisti che fanno propri alcuni simboli esteriori non tanto dell’autonomia, quanto dell’anarchismo più radicale.
Vestono le tutine nere dei “Black Bloc”, si fregiano della A cerchiata. Di recente hanno occupato una casa rurale abbandonata nei pressi di Pavia, con l’intento di farne un centro sociale. Inalberano l’insegna del movimento internazionale “Antifa Aktion”, rappresentata da una bandiera rossa giustapposta a una nera, se i militanti sono in prevalenza marxisti, o una nera su una rossa, se prevalgono gli anarchici. L’emblema vuole comunque indicare l’unità di anarchici e marxisti contro il fascismo.
Non è così per gli “autonomi nazionalisti”. Nella loro versione, la bandiera nera copre la rossa, ma la scritta attorno è “Anti-Antifa Aktion”. Il nemico è dunque l’antifascismo militante.
Si tratta, in Italia, di un pugno di giovanotti, per di più invisi a Casa Pound, che li ha trattati a male parole. In realtà il piccolo movimento è nato in Germania, dove, visto il successo degli “Antifa”, alcuni militanti di estrema destra hanno pensato che fosse solo questione di look; poi il nucleo iniziale si è ramificato, raggiungendo persino l’Australia. Prassi di questi gruppi? Infiltrarsi nelle manifestazioni degli Antifa e causare il maggior numero possibile di danni insensati, con obiettivi certamente diversi da quelli dei Black Bloc propriamente detti.
Restano comunque un’esigua minoranza, come gli “anarchici nazionalisti” che li avevano preceduti. Ben diverso — anche se numericamente ancora marginale — il peso esercitato dalla tendenza fascista detta “rosso-nera”, o “comunitarista”, o “nazional-bolscevica”, o “socialista nazionale”. In Italia è una lunatic fringe, eppure può contare su un quotidiano, qualche rivista, diverse case editrici e molti siti web, che alcuni, in buona fede, credono di estrema sinistra. Il fatto è che questo filone ha una sua storia e, qui e là per l’Europa, persino un suo radicamento.
Un recente numero del Bollettino Aurora di Alex Lattanzio — pubblicazione “rosso-bruna” in rete molto ben dissimulata, tanto che prende nome dal famoso incrociatore che appoggiò gli insorti della Rivoluzione d’Ottobre — rievocava i “padri nobili” in quei comunisti nazionalisti che negli anni ’20, in Germania, ebbero un qualche seguito, fino a venire cancellati dai nazisti hitleriani. In realtà, l’origine della corrente è più recente. Il fondatore autentico è il belga Jean-François Thiriart (1922-1992), ex combattente delle SS valloni, collaborazionista in nome di gruppuscoli provenienti dall’estrema sinistra approdati al sostegno al Terzo Reich. Nel dopoguerra, Thiriart pagò le sue scelte con alcuni anni di carcere. Tornato in libertà, fondò alla fine degli anni ’50 il movimento Jeune Europe (avente per simbolo la croce celtica, poi divenuta di uso comune a destra), che si opponeva alla decolonizzazione del Congo belga, dell’Algeria e degli altri possedimenti europei in Africa. In Italia, Jeune Europe ebbe quale primo referente Ordine Nuovo, mentre all’interno dell’OAS (Organisation Armée Sécrète) franco-algerina, trovò un discepolo brillante e intelligente in Jacques Susini, l’ideologo del gruppo terroristico.
Lentamente, tuttavia, le idee di Thiriart, inizialmente tanto antiamericane quanto antisovietiche e centrate sulla nozione di Europa quale culla della civiltà, mutarono. Cominciò a leggere l’URSS quale baluardo nazionalista, specialmente nella figura di Stalin, e a considerare con simpatia la Cina. Formulò la nozione di “Eurasia”, entità politica e culturale in fieri capace di dare scacco all’imperialismo americano, ormai quasi il solo nemico (con la sua appendice ebraica, Israele). Accantonò il filocolonialismo per appoggiare i movimenti di resistenza dell’America Latina e del Medio Oriente.
In Italia i referenti cambiarono. Per i dettagli rimando a un saggio di Claudia Cernigoi, La strategia dei camaleonti: comunitarismo e nazimaoismo, apparso nel 2003 sulla rivista triestina La Nuova Alabarda e facilmente reperibile sul web. Vi si trova anche un dizionario con i nomi più significativi, sempre ricorrenti. Riassumendo almeno tre decenni, chi traspose in Italia le nuove idee di Thiriart fu in primo luogo “Lotta di popolo”, il più noto gruppo detto nazi-maoista. Seguirono “Lotta Studentesca”, in parte “Terza Posizione”, la rivista “Orion” di Milano (facente capo alle edizioni Barbarossa e alla Libreria del Fantastico di viale Plinio), fino all’ala estrema e armata, i NAR di Giusva Fioravanti. Più raggruppamenti minori, misticheggianti o aventi radicamento locale, in forma di circoli e associazioni culturali.
Più interessante vedere gli sviluppi attuali. Non senza avere notato che quella componente, sicuramente minoritaria, del fascismo “di sinistra”, ha comunque contagiato l’intero arco della destra extraparlamentare, o parzialmente extraparlamentare in quanto associata elettoralmente ai partiti del centrodestra. Se ne trovano tracce in Fiamma Tricolore, in Forza Nuova, in Casa Pound-Blocco Studentesco (l’espressione più “moderna” e originale) e in molte formazioni assenti dalla scena nazionale.
Una rassegna dei gruppi e dei siti che sto per citare è compresa in un saggio, L’arcipelago della destra radicale, presente nel sito web L’Avamposto degli Incompatibili (ora qui). Quello che tento ora è un rapido aggiornamento.
Anzitutto è d’obbligo il rimando a una delle maggiori formazioni che agiscono a livello europeo, a dimostrazione che siamo di fronte a una piccola Internazionale. Si tratta delPartito Comunitario Nazional-Europeo, i più diretti eredi di Jean-François Thiriart. Quando si accede in rete al loro sito, si è accolti dall’inno sovietico. Si passa poi a una pagina fitta di ritratti di Stalin e Che Guevara. Il partito sembra avere molte filiazioni soprattutto nell’Est europeo, e, quanto all’Europa occidentale, in Francia. Qui pubblica un periodico, Les Causes du Peuple. Fa il verso a La Cause du Peuple, il noto settimanale maoista francese diretto, negli anni successivi al ’68, da Jean-Paul Sartre. Per comprendere l’ispirazione autentica basta esaminare il dossier dedicato a Thiriart, in termini osannanti.
Il PCN non sembra avere relazioni dirette con il russo Partito Nazional-Bolscevico fondato dal poeta e scrittore Eduard Limonov (eccellente, va detto, in entrambe le sue espressioni artistiche). Questo è un partito slavofilo, aggressivo, trasgressivo, che di comunista non ha molto, a parte il solito richiamo alla grandezza di Stalin. Raccoglie giovanissimi sotto bandiere curiose: falce e martello in un cerchio rosso (o nero) che ricorda le insegne naziste, o, addirittura, l’immagine di Jean Marais con maschera verde nel film “Fantomas ’70”.
Gli italiani sono più seri e, pur condividendo in certa misura le idee dei loro confratelli dell’Europa orientale, sono più abili a camuffarsi. Prima di catalogarli, vediamone le idee di fondo (non comuni a tutti i nuclei, ma alla maggior parte):
– L’unione di Europa e Asia (“Eurasia”) è in grado di sconfiggere l’imperialismo statunitense. Chiaramente, l’attuale Unione Europea non è un passo avanti in quella direzione (e qui mi sento di concordare);
– A questo fine, va bene l’alleanza con tutti gli Stati e le forze che perseguono il medesimo obiettivo, dagli integralisti islamici, ai nazionalisti slavi, a paesi socialisti o socialisteggianti come Cuba, il Venezuela o altri dell’America Latina;
– Il capitalismo è aborrito, ma identificato in sostanza con le banche e i grandi fondi di investimento. Nella maggior parte dei casi nelle mani di ebrei;
– Il conflitto di classe è taciuto o considerato “superato”. Non rientra negli schemi interpretativi. I rapporti di forza sono diventati “geopolitici”, e la Russia di Putin, la Cina o il Vietnam che promuovono il neocapitalismo, l’Iran ecc. sono oggettivamente oppositori del sistema globale. Le classi escono dal quadro. Si parla di “stati”, “etnie” o “popoli” come surrogato delle classi.
– Nessun “comunitarista” si definirebbe razzista. Ogni comunità deve mantenere la sua identità culturale, e nel proprio ambiente va più che bene. Gli esodi di massa verso i paesi più ricchi sono dovuti non a miseria, ma un piano americano per piegare l’Europa — e la futura Eurasia. Ovviamente con l’appoggio della finanza internazionale e dei suoi organi di controllo, che mirano a soffocare la nostra cultura e ad averci in pugno per debolezza di fronte all’invasione.
– Israele è identificato con gli ebrei in toto, e comanda in pratica il mondo intero. La resistenza alla politica del governo israeliano è indifferenziata. Contro gli israeliani, per i rosso-bruni, va bene di tutto: i palestinesi veri e propri (in tutte le loro componenti, spesso assai diverse), i talebani, gli estremisti islamici, il califfo Al Bagdadi, fino ai naziskin di quartiere. Il nemico sono “gli ebrei” in genere. Controllano il sistema finanziario, si sono inventati l’Olocausto per tenerci sotto ricatto perenne. Ciò li coinvolge come “genus” potenzialmente pericoloso, a prescindere da età, sesso, cultura, fede religiosa o non religiosa effettiva, ecc.
Questo “corpus” di idee, condiviso in larga misura ma raramente in ogni punto, connota vari piccoli gruppi esistenti in Italia, maestri di confusione.
Il sito Aurora, già citato, è apparentato con la rivista Eurasia, che fin dal nome denuncia i suoi riferimenti nascosti. Quando Arcoiris TV trasmetteva via satellite, dedicò a Eurasia anche una rubrica settimanale, forse senza sospettare che si trattasse di “rosso-bruni”. Sia Aurora che Eurasia svolgono una cospicua attività editoriale. Sono fascisti almeno quanto a estrazione, ma lo nascondono con notevole abilità.
Ancora meglio lo nasconde il sito Comedonchisciotte. Chi lo seguì dalla nascita, ricorda che in principio offriva di scaricare I protocolli dei Savi di Sion. Adesso pare un sito di estrema sinistra, che colleziona articoli di ogni tendenza. Fulvio Grimaldi, la cui collocazione a sinistra non è in discussione, lo linka sul suo blog, quasi fosse affidabile. In effetti converge su molte valutazioni. Ma questo è un suo problema. In equivoci analoghi cade abbastanza spesso Giulietto Chiesa, che con i rosso-bruni condivide l’interpretazione — fondata o meno che sia — degli attentati dell’11 settembre 2001 come complotto maturato all’interno degli Stati Uniti. Antiamericanismo viscerale e antisionismo (da leggersi come detto sopra) sono i punti di forza di Comedonchisciotte, un sito che gode di una certa popolarità.
Qui va detto, per inciso, che non riconoscere il conflitto di classe come centrale priva la destra “nazional-bolscevica” della filosofia della storia propria della sinistra. A ciò sopperisce cercando il motore degli eventi in cospirazioni raffinate (a volte credibili in parte, altre volte no), e in gruppi di potere che nascostamente guidano le scelte palesi di Stati e coalizioni tra nazioni (Gruppo Bildeberg, Club di Roma, ecc.). Se l’11 settembre è il cavallo di battaglia, attraverso “personalità” come il saggista americano di estrema destra Webster Griffin Tarpley (autore tra l’altro di un libro contro Toni Negri, visto, tanto per cambiare, come manovratore delle BR), in siti che costeggiano l’area senza appartenervi integralmente, come Luogo Comune, ciò si estende anche a eventi come la spedizione dell’Apollo 11 sulla luna, frutto di manipolazione cine-televisiva. L’importante è che ci sia qualcuno che complotta nell’ombra, dai banchieri ai Savi di Sion attualizzati.
Malgrado simili bizzarrie, alcuni transfughi della sinistra sono finiti per approdare alle sponde rosso-brune, con maggiore o minore consapevolezza. E’ il caso dell’economista Gianfranco La Grassa, allievo di Antonio Pesenti (firmò con lui un cospicuo Manuale marxista di economia politica), sempre citato dai “nazional-bolscevichi”; di un altro economista radicale, Vittorangelo Orati, che a suo tempo collaborava alla Monthly Review (1); ma soprattutto è il caso del “filosofo marxista” Costanzo Preve, divenuto un autentico teorico del “comunitarismo”. Ha un suo sito, Comunismo e Libertà (prima si chiamava Comunitarismo.it), da cui divulga il nuovo verbo, sempre richiamandosi a Marx.
Tornando all’ala “militante” dei rosso-bruni, ecco Socialismo Nazionale e Gerarchia, vincolati a Militia, gruppuscolo (un tempo denominato Movimento Politico Occidentale) che di recente ha avuto guai giudiziari, anche per le sue connessioni con alcune curve calcistiche di tifosi; ed ecco Rinascita — Quotidiano di Sinistra Nazionale (da non confondere, è chiaro, con La Rinascita del PdCI). Il giornale ha una versione cartacea, non facile da reperire in edicola. Accanto al titolo riporta una citazione di Nietzsche; i contenuti sembrano di estrema sinistra. In realtà i fondatori hanno vecchi percorsi che ben poco hanno a che fare con la storia del movimento operaio. Rimandano invece al terribile vecchietto ex SS, Jean Thiriart, e alla sua Jeune Europe.
Potrei continuare pagine e pagine con l’elencazione. Mi limito invece a fare un breve riferimento a un’altra corrente rosso-bruna, di origini differenti. Si tratta dei seguaci, che si potrebbero definire “fascisti ecologisti”, del filosofo francese di destra Alain de Benoist. Costoro hanno circoli, siti e riviste, nonché una casa editrice di dimensioni non piccole, con sede a Bologna: Arianna Editrice (appoggiata a una catena distributiva, Macrolibrarsi). Arianna pubblica testi di medicina alternativa, libri su cospirazioni varie, saggi sulla decrescita e su forme di illuminazione interna, pamphlet contro il “signoraggio bancario”. Diffonde quotidianamente un bollettino in rete, in cui hanno ampio spazio il negazionismo dell’Olocausto, le tesi sul superamento delle distinzioni tra destra e sinistra, la geopolitica di impostazione “eurasiatica”.
Cosa pensare di tutto ciò? Ho inteso limitarmi a una semplice, sommaria rassegna. La mia idea è che la “crisi delle ideologie” non si sia abbattuta solo sulle forze del movimento di classe, ma abbia lasciato orfana anche parte della destra più aggressiva, desiderosa di scendere sul terreno del sociale a occupare le piazze lasciate vuote da una sinistra sfiancata. Lo fa ripescando teorie ambigue e tutt’altro che nuove, come si è visto. Vi riuscirà? Non ci si faccia illusioni sui numeri, i “rosso-bruni” sono pochi ma non mancano di potenziale di crescita. L’unico modo per impedirlo è che quelle piazze tornino a riempirsi di bandiere rosse.

lunedì 1 ottobre 2018

Chi se ne frega degli indonesiani, tanto quelli mica votano!






di Sergio Di Cori Modigliani


"Ma che te frega, tanto quelli so' asiatici!"
1,300 persone morte accertate per colpa dello tsunami indonesiano. Più qualche altro migliaia di dispersi che fanno presupporre un tragico esito a breve.
Si calcolano tra i 5 e i 10.000 morti.
Su migliaia di post su fb, in giro ho visto soltanto qualche timido accenno. Poco interesse, per non dire nullo, tanto quelli so'asiatici che te frega!
Il mondo va così.
Poi, quando arriva una qualunque elezione (da noi) spuntano come funghi i terzomondisti, i cattolici, i volontari del sacro cuore, i compassionevoli al grido di "il mondo è piccolo e siamo tutti uniti, diamoci la mano votate per me..." ecc.ecc.
In Asia abita il 42% della popolazione planetaria.
In Europa, il 7,4%.
Ma i 550 milioni di europei rappresentano il 54% del consumo planetario.
Il che conferma ciò che tutti sanno: le esistenze umane sono irrilevanti, non contano un bel nulla.
Conta soltanto chi consuma.
Quindi, chissenefrega degli indonesiani.
L'idea che, su una allegra spiaggia estiva, circa 300 giovani che seguivano un concerto siano stati spazzati via da una'onda gigantesca come nei film catastrofici di Hollywood, dovrebbe indurci a parlare fitto fitto tutti quanti sulla immediata e inderogabile necessità di affrontare il problema dello squilibrio ecologico ambientale provocato da un sistema planetario criminale costruito da noi, per noi, ad uso e consumo di noi.
A dispetto di tutti gli altri.
Ce ne occuperemo a breve, quando la prima onda anomala farà il suo trionfale ingresso nel Mar Mediterraneo.
Di sicuro, non prima.

giovedì 27 settembre 2018

Possono, i poveri, fare cultura? E quella cultura può fare mercato creando lavoro, diffondendo istruzione, abbassando il tasso di disoccupazione?




di Sergio Di Cori Modigliani

Chi ha gestito il potere mediatico e culturale in Italia, nel corso di questi anni, ha costruito una cappa di mistificazione pericolosa, davvero miope e suicida, incentrata nella costruzione di nuove mitologie tese a sostenere l'inevitabile primato della finanza sull'economia e, di conseguenza, quella degli economisti sui filosofi e gli artisti, che ha consentito di fondare l'atroce paradigma italiano (è un'idea originale solo dell'Italia) basato sull'assunto che da noi la "con la cultura non si mangia" oppure "la cultura non fa mercato".
A questo assunto è stata aggiunta, in parallelo, un'altra colonna dell'idiozia corrente che abbatte il concetto di idealità, di lavoro intellettuale e di attribuzione di valore a qualsivoglia attività dell'ingegno umano, sia in campo scientifico che artistico. L'Italia è diventato il Paese del mondo occidentale con il più basso indice di produttività culturale ma, soprattutto -caratteristica che ormai ci distingue da tutti gli altri- un paese in cui il valore intellettuale è stato sindacalizzato applicando il concetto base del liberalismo: la definizione del Lavoro come "costo" invece che come "investimento".
L'immane tragedia sociale che stiamo vivendo è basata su una falsificazione, divenuta argomentazione scontata che viene replicata di continuo senza che vi siano mai dei distinguo. Trappola micidiale alla quale i sindacati nostrani hanno dato un enorme contributo nel costruire il declino del nostro Paese. Non ho mai sentito un sindacalista famoso ai talk show televisivi rifiutarsi di usare il termine "costo del lavoro" sostenendo che vada invece usato il termine "capitale sociale d'investimento". Sono due mondi diversi e contrapposti.
Il nostro declino è il frutto dell'incorporazione di questa falsità.
Ciò che conta, ormai, è la capacità di seguire mode, parametri, statistiche e sondaggi invece che promuovere attività pensante. Si veicola il sentito dire, la frase a effetto, meglio se con sapore pragmatico.
Le idee non bastano, secondo alcuni. Invece, le idee bastano e avanzano.
Sono state le idee degli uomini e delle donne che hanno cambiato il mondo e il corso della Storia, certamente più di una Legge o di un dispositivo tecnico.
In un Paese come questo, porsi dunque la domanda del titolo di questo post, non ha alcun Senso. Da noi la Cultura non ha alcun valore per i ricchi, figuratevi per i poveri che devono badare a sopravvivere.
A nessuno verrebbe in mente di sostenere che la parte intellettuale dei poveri (una fetta consistente di cui non si parla mai) è in grado, oggi più che mai, di "inventare e fare mercato". 
E' accaduto, invece, nel XIX secolo, quando le condizioni erano ben peggiori di quelle odierne, è accaduto negli anni '50, è accaduto, ad esempio, in Argentina nel 2005.
L'esistenza dei "poveri" in Italia è stata sempre censurata. Da pochi anni, a tratti, qualcuno ne parla, ma sempre in termini statistici, o spirituali, o come "fenomeno" sociale che viene identificato come "piaga".
La mancanza di una classe intellettuale attiva e passionale, lucida, non schierata per motivi di bottega o narcisismo a favore delle segreterie dei partiti, ha prodotto una totale censura del dibattito come se i poveri fossero una specie di massa informe di individui affamati di cui, prima o poi, bisognerà occuparsi.
Pensando, va da sè, di cavarsela con delle briciole di carità stucchevole.
Nel frattempo si seguita a vivere come se i poveri non esistessero. Eppure esistono.
Fino a qualche decennio fa erano molto pochi. Poi, sono cominciati ad aumentare di numero, di volume, di spessore, di qualità individuali.
Ma i poveri non hanno nessuna possibilità di poter essere presi in considerazione come esseri umani se la loro condizione non viene alla ribalta e le loro vite non diventano visibili.
I poveri esistono da sempre, dagli albori della civiltà, basta leggere la Bibbia per capirlo.
Gli eventi biblici, dal sapore metaforico e simbolico, devono senza dubbio essere stato replicati in tutto il pianeta migliaia e migliaia di volte. I deboli sono morti, uccisi dal fratello prepotente. I forti, invece, ce l'hanno fatta.
Il primo povero deve essere stato qualcuno preso a sassate e calci dal fratello invidioso e malvagio ed è rimasto tramortito e sanguinante a terra. L'assassino se n'è andato a casa e la vittima, invece di morire, si è ripresa. Sofferente e in preda a un trauma per essersi accorto che il proprio fratello era un assassino, si è ritirato in un posto lontano incorporando un trauma individuale -l'abbandono, il tradimento, il sopruso, la violenza subìta- ma è sopravvissuto, inebetito dal dolore. E si è mescolato con altri poveri come lui. Nei millenni, i poveri si sono trasmessi questo trauma indotto, crescendo senza aver nessuna possibilità di recupero per via di una loro debolezza acquisita, essendo invece vincenti i violenti, i prepotenti, gli arroganti. I poveri, quindi, sono andati ad abitare nelle periferie del mondo.
I poveri sono l' Ombra, in senso junghiano.
Se non si incorpora la loro esistenza, si condanna se stessi a non vivere pienamente la propria, di esistenza, perchè non si ha accesso alla parte umbratile dell'essere umano, che è una parte fondamentale, proprio perchè la più emotiva, la più fragile, la più traumatizzata di fronte al più grande mistero della vita degli umani: l'esistenza dell'ingiustizia e della sperequazione sociale.
Socialmente i poveri sono delle non-persone, rese invisibili perchè non si prenda atto della loro esistenza.
Nella storia della civiltà del mondo è avvenuto che si siano mostrati e ribellati.
Pochissime volte è accaduto, ma è accaduto.
La più grande rivolta planetaria (quantomeno in occidente) dei poveri si è verificata 2.050 anni fa, nel cuore dell'Impero Romano, quando uno schiavo, Spartaco, organizzò la rivolta delle non-persone e sfidò Roma che, allora, traballò. Finì, va da sè, male. Ma l'idea della rivolta dei poveri venne interpretata come un pericolo talmente forte da obbligare il potere a dare un segnale molto forte, di terrore, di paura, di violenza. Dopo averli battuti in campo aperto, infatti, i romani, invece che riportarli in stato di schiavitù, scelsero di ucciderli tutti. Li crocifissero, uno ogni 25 metri, dal Campidoglio fino al porto di Brindisi, sui due lati della Via Appia. Li crocifissero vivi e obbligarono il popolo ad andare a vederli per non dimenticare. Il numero era talmente grande (si parla di decine di migliaia di persone, comprese donne e bambini) che i soldati impiegarono diversi mesi per coprire la distanza da Roma a Brindisi.
Ma fu efficace.
Talmente efficace che i poveri scomparvero dalla scena della Storia per quasi duemila anni, mèmori di quell'evento e terrorizzati all'idea di fare quella fine orribile.
I poveri, quindi, in Europa, crebbero e si diffusero in silenzio, discretamente, ai margini, mentre il potere costruiva teorie che ne giustificassero l'esistenza.
Fino alla metà dell'800, quando, nell'arco di soli cinque anni, dal 1845 al 1850, i poveri irrompono con fragore sulla scena sociale d'Europa.
Non è stato un politico, neppure un economista, a compiere questo miracolo.
Sono stati quattro artisti: un giornalista, un filosofo, un imprenditore, un romanziere, tutti attivi in quegli anni.
Loro hanno "inventato" i poveri, perchè li hanno resi visibili e hanno reso palese e condivisibile la narrativa esistenziale delle loro vite, li hanno sdoganati obbligando il resto della società a prendere atto della loro presenza umana.
Tre dei quattro che hanno realizzato questo evento rivoluzionario, va da sè, erano poveri, poverissimi. Il quarto, invece, era un ricco imprenditore che scelse di finanziare l'artista filosofo.
Erano Charles Dickens, Fedor Mickailovitch Dostoevskij, Karl Marx e Friedrich Engels.
Prima di loro, i poveri non esistevano nella coscienza collettiva europea. Stavano lì nelle loro vite pubbliche, ma considerati e trattati come cani e gatti (quando andava bene).
E' stata la letteratura ad aprire l'armadio dalle cui ante è fuoriuscita l'Ombra del Mondo Sociale. 

E la filosofia.
Marx era talmente povero che fu costretto a non poter seguire la carriera accademica perchè non aveva neppure i soldi per mangiare, ma l'incontro con questo imprenditore illuminato, molto ricco, gli consentì di portare avanti i suoi studi. Quando Engels lo incontrò rimase sedotto dal talento vorticoso di quel giovane filosofo e lo portò con sè in Inghilterra dove gestiva una importante multinazionale dell'epoca. Dopo qualche mese di conoscenza, Engels propose a Marx un contratto scritto con il quale gli garantiva una rendita perenne fino alla morte affinchè potesse dedicarsi agli studi relativi alla "diffusione della necessaria acquisizione di consapevolezza del proprio sè nel mondo dei reietti dell'umanità".
Nella prima metà dell'800 le due più forti potenze europee erano la Russia e l'Inghilterra, che dettavano il bello e il cattivo tempo in campo economico, politico, militare, culturale. Napoleone aveva tentato di opporsi a entrambe ma aveva fallito. E la quantità di poveri, tra il 1815 e il 1845 cominciò a crescere a dismisura, alimentando con la loro energia umana, il necessario capitale sociale d'investimento da parte dei capitalisti che avevano bisogno di braccia e menti che lavorassero per loro.
Si intende: quasi gratis.
A questo servono i poveri.
Nel 1845 un giovane studente di università, poverissimo, in quanto figlio di un piccolo imprenditore agricolo maciullato dalla gigantesca crisi economica prodotta dall'affermazione della rivoluzione industriale in Russia (era la seconda potenza economica al mondo) presentò il suo romanzo d'esordio a un editore che lo accettò, per sbaglio. E lo pubblicò. Si chiamava "Povera gente" e descriveva la sentimentalità, la narrativa emotiva di una coppia di giovani russi, le loro ambizioni, i loro sogni, le loro aspirazioni, presentandoli -per la prima volta nella Storia- come esseri umani a pieno titolo. Quel libro venne letto soltanto da chi povero non era, dato che la stragrande maggioranza dei poveri erano analfabeti. Ciò che turbò le coscienze pensanti della borghesia russa fu che
 vennero a sapere che quei poveri avevano anche delle idee, ma soprattutto un'anima.  L'autore di quel libro non aveva neppure un posto dove dormire ed era ospite di un contadino nella cui stalla soggiornava. Si venne a sapere che i poveri erano dotati di Animus, erano Persona. Al giovane scrittore venne riconosciuto subito il meritato successo e così pensarono di inglobarlo nella borghesia in espansione ma lui, proprio in quanto povero consapevole, non subiva le illusioni di status della piccola borghesia, perchè "paradossalmente libero proprio in quanto povero" (sublime genialità sociologica di Dostoevskij). Quel romanzo produsse la genesi di circoli, associazioni, gruppi che cominciarono a dedicarsi alla promozione dei talenti meritevoli tra i poveri e il romanzo venne tradotto in inglese, francese e tedesco.
Nello stesso tempo, in quel di Londra, Charles Dickens si affermava come l'inventore del romanzo sociale. Nato e cresciuto in una famiglia di piccoli commercianti, quando aveva dodici anni subì lo shock che decretò il suo destino. Il padre, travolto dalla nuova organizzazione sociale nata dalla rivoluzione industriale, fallì e venne arrestato per debiti. Seguendo la normativa di allora, gli fu consentito di portarsi in galera l'intera famiglia, la moglie e gli otto figli, i quali, altrimenti, non avrebbero avuto di che vivere. Charles si rifiutò di andare e a 12 anni si ritrovò per la strada, solo al mondo, pieno di rabbia, di livore, di frustrazione, avido di conoscere e apprendere. Trovò lavoro come operaio in diverse aziende finchè venne assunto come aiuto tipografo di un quotidiano e lì scoprì il giornalismo e lo rivoluzionò. Iniziò dalla gavetta e ben presto inventò due concetti che non esistevano: il giornalismo di inchiesta e il giornalismo investigativo, raccontando sui quotidiani come vivevano i poveri deportati dalle campagne per venire a vivere in miseria lavorando come operai nelle fabbriche tessili di Londra. Cominciò a guadagnare dei soldi e aprì un suo personale quotidiano che andava a distribuire da solo insieme ai suoi amici e iniziò a pubblicare i suoi primi libri, a puntate, seguendo la moda dell'epoca, basata su un miscuglio di gossip mondano e di umorismo britannico: l'unica modalità accettabile di scrivere critica sociale. Finchè non decise di dar vita alla narrazione dall'interno della vita dei poveri. Nel 1849 inizia la pubblicazione della sua autobiografia romanzata, David Copperfield, caposaldo della letteratura europea, che esce a puntate settimanali sul suo giornale per diciassette mesi. Ma Dickens non era contento, perchè sapeva che i poveri non leggevano "non perchè non vogliano, bensì perchè non sanno che esiste la narrativa in quanto gli aristocratici vogliono che loro non lo sappiano, altrimenti si ribellerebbero al loro infausto destino di animali, chi non sa leggere è condannato a essere una bestia da soma". Fu Andrew Blake, un suo assistente, povero in canna anche lui, studioso di letteratura con ambizioni impossibili da realizzare, che ebbe un'idea geniale che trasformò la società di allora: inventò il mestiere del " lettore". Per inventarsi e costruirsi il mercato lo fece gratis per le prime tre settimane, poi cominciò subito a farsi pagare una cifra accessibile per i poveri, il corrispondente di oggi di due euro. Andava in giro nei quartieri dove i poveri vivevano e proponeva loro di incontrarsi due volte a settimana al pomeriggio, tutti insieme nel sottoscala del condominio, dove lui leggeva le puntate di David Copperfield. E funzionò. La gente si entusiasmò nell'ascoltare quella storia e ben presto si diffuse come moda in maniera talmente massiccia che nacque il lavoro di "lecturer for poor people". Centinaia di giovani intellettuali poveri si presentarono al giornale di Dickens proponendosi e andarono a fare quel lavoro che divenne di tendenza (si direbbe oggi). Le persone si "assiepavano" per ascoltare quelle storie e poi rimanevano a discutere, animate dal lettore, condividendo un nuovo livello più evoluto di consapevolezza.
 Il successo di quella iniziativa divenne talmente dirompente che l'aristocrazia lo fece proprio e istituì addirittura la figura accademica del "reader", ancora oggi la più ambita mansione in ambito accademico nella cultura anglosassone, inesistente in Italia e Spagna dove non si è mai affermata.
I "readers" di David Copperfield formarono i primi nuclei delle originarie organizzazioni sindacali, riunioni alle quali l'imprenditore Engels portò il suo amico Karl perchè ne traesse stimolo per le loro attività.
E' accaduta la stessa cosa nel 2005 a Buenos Aires, in Argentina, quando il paese stava cercando di riprendersi dalle conseguenze del default e la disoccupazione intellettuale aveva raggiunto punte spaventose, in seguito alle politiche iper-liberiste di Menem e del Fondo Monetario Internazionale che avevano distrutto la diffusione dell'istruzione pubblica. Nacquero  "los talleres literarios" (trad.: "officine letterarie") sul dichiarato modello dickensiano. E così, i disoccupati intellettuali argentini, filosofi, scienziati, psicoanalisti, scrittori, pedagoghi, architetti, ecc., organizzarono "las lecturas" a casa loro dove per la cifra (diciamo di 10 euro) si andava ad ascoltare qualcuno con una competenza specifica su un certo tema e si stava insieme ad altre persone bevendo caffè e mangiando pasticcini. Reclamizzati con dei foglietti appiccicati agli alberi di tutti i quartieri (nessuno poteva permettersi pubblicità) ben presto si è affermata come scelta di vita per gente che voleva pensare, dibattere, acculturarsi, socializzando con i propri simili a un prezzo abbordabile per chiunque. In pochissimo tempo le "officine" sono diventate migliaia e migliaia, dedicate agli argomenti più disparati, e poco a poco questo fenomeno ha cominciato a spingere gli argentini a ritornare a partecipare attivamente alla vita politica. Il crollo di Menem, il default, e i conseguenti disastrosi governi di emergenza avevano spinto l'Argentina per la prima volta nella sua Storia -un paese dove la Politica era sempre stata una passione condivisa da tutti- a disertare le urne dissociandosi da ogni partecipazione. Nel 2003 e 2004, si erano verificate gigantesche manifestazioni di massa dove non c'erano più slogan peronisti, della destra, della sinistra, ma un unico striscione di apertura su cui c'era scritto "que se vayan todos" (trad.: "tutti a casa"). La gente non ne poteva più. E così, poco a poco, riesumando un'idea vincente vecchia di 150 anni, gli argentini hanno cominciato a modificare il proprio destino, e allo stesso tempo una marea di intellettuali disoccupati e disperati hanno trovato un sistema per sopravvivere svolgendo allo stesso tempo una funzione sociale che è stata poi ampiamente riconosciuta da tutti.
Senza diffusione del sapere, senza istruzione, i poveri e gli oppressi rimarranno sempre tali.

giovedì 13 settembre 2018

Il nazionalsovranismo non ha futuro.


di Sergio Di Cori Modigliani

Il solo fatto che i sovranisti italiani, francesi e tedeschi, abbiano scelto con entusiasmo di farsi rappresentare e guidare da un ideologo statunitense come Steve Bannon, (non parla non legge e non capisce nè l'italiano, nè il francese, nè il tedesco) l'uomo che sosteneva in Usa durante la loro campagna elettorale che gli italiani erano dei pezzenti che all'umanità avevano dato soltanto mignotte, pizzettari e mafiosi, ebbene...la dice tutta sulla stupidità auto-distruttiva, offensiva e denigratoria dei sovranisti europei nei confronti della insuperabile grandezza storica e civiltà degli italiani, dei francesi, dei tedeschi, degli spagnoli, degli olandesi, dei portoghesi, dei cechi, e di tutte le altre nazioni ed etnie europee.
E' un po' come se negli anni'80 Ronald Reagan si fosse proposto alla guida dell'internazionale comunista.
Gli stupidi, come è noto, hanno il fiato corto e la visione miope.
Durano sempre soltanto lo spazio di un mattino.
Ma io rimango un inguaribile ottimista.
Perchè l'Europa, comincia lentamente a svegliarsi.

domenica 9 settembre 2018

Salvini? E se fosse Conte il vero pericolo per la democrazia italiana?






di Sergio Di Cori Modigliani


Se dovessimo prendere per buone le affermazioni del premier Conte, potremmo serenamente desumere dalle sue parole che
a) quando la seconda guerra mondiale è finita, l'Italia era ancora alleata alla Germania.
b). i nazisti non hanno mai invaso l'Italia.
c) l'occupazione tedesca dell'Italia non si verificata perchè nell'autunno del 1943 la guerra era già finita e gli italiani stavano già lavorando alla ricostruzione, ma i tedeschi questo non l'hanno mai saputo.
d) la resistenza non è mai esistita perchè la guerra è finita l'8 settembre del 1943
e) il maresciallo Badoglio è stato il grande padre della Patria che ha prodotto il cosiddetto "miracolo economico".
Ecco un estratto del suo discorso formale di ieri, intervenendo alla Fiera del Levante di Bari:

"Oggi è l'8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell'estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell'Italia a una terribile guerra. Con l'8 settembre, inizia un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese. Un periodo che è stato chiamato, con la giusta enfasi, miracolo economico..."
Con un'unica frase è stata cancellata dalla memoria collettiva della nazione l'invasione nazista e la genesi della resistenza.
Se uno studente di liceo pronunciasse questa frase all'esame di maturità lo boccerebbero.
La maggior parte degli italiani, oggi, è portata a reagire sorridendo e irridendo alle parole scriteriate del premier sostenendo al massimo "forse è meglio che seguiti a non parlare e a non comparire", oppure ci scherzano sopra con battute salaci, oppure pensano che sono i media e i giornali ad alterare il significato delle sue frasi.

La mia posizione, invece è diversa.
Penso che il premier Conte abbia una cultura storica e umanistica sufficiente per sapere con certezza matematica che l'8 settembre è la data che certifica la nascita della guerra civile italiana (talmente tragica e dolorosa che in parte ancora non è conclusa, a mio avviso), cioè esattamente l'opposto di ciò che lui ha detto ieri.
L'8 settembre non è stata messa la parola "fine", è stata messa la parola "inizio".

Si tratta di aperto negazionismo.
Personalmente, anche se si tratta di una breve frase priva di senso reale, ritengo che faccia parte di un disegno strategico a lungo termine, finalizzato all'idea di cambiare la Storia, di cambiare a proprio diabolico uso e consumo il passato in modo tale da poter costruire un presente totalmente alterato.
Il negazionismo e la falsificazione bonaria del passato sono i primi mattoni verso l'architettura del totalitarismo.
Io non ci sto.
#noalnegazionismo

mercoledì 5 settembre 2018

Una riflessione di memento familiare sulle leggi razziali promulgate 80 anni fa.






di Sergio Di Cori Modigliani

Sono ottimista di carattere.
Per quanti dolori e delusioni possa aver incassato nella mia esistenza, finisco sempre per pencolare dalla parte della bilancia che mi ricorda, invece, quanti piaceri e soddisfazioni io  abbia avuto la fortuna di meritarmi. 
Non è necessario scomodare l'intellighenzia psicoanalitica per riconoscere che questa mia valenza caratteriale sia una monumentale eredità che mi ha trasmesso mia madre fin da quando ero piccolo.
E, inevitabilmente, nella giornata di oggi, il mio ricordo va a lei che non c'è più.
Avevo 8 anni, quando venni a sapere, con dovizia di particolari, che cosa volesse dire appartenere a una famiglia di ebrei italiani che avevano subito le persecuzioni fasciste.
Era il 5 settembre del '58 e quel giorno la comunità ebraica di Buenos Aires, dove io ero nato e vivevo, aveva deciso di ricordare l'infausto evento di 20 anni prima, con una serie di convegni, conferenze e dibattiti dedicati al tema. Per l'occasione, erano venuti anche maestri e pedagoghi per parlare della questione ai bambini della mia età, con il dichiarato fine di coltivare la memoria collettiva.
Era la prima volta che mi veniva consentito di partecipare a un evento del mondo adulto.
Rimasi molto colpito e anche molto confuso.
Ricordo che non capii più di tanto e poi, al pomeriggio a casa, insistevo con mia madre per avere maggiori dettagli su una questione per me incomprensibile.
Ero un bambino capriccioso, tenace e molto insistente.
Alla fine, mia madre cedette e mi raccontò la sua personale giornata del 5 settembre del 1938, a Milano, nella sala dei professori del Liceo Parini.
Lei aveva 18 anni.
A metà del mattino, verso le 11, era entrato in aula il bidello e aveva detto che mia madre era stata convocata dal preside nella sala professori. Lei si era alzata e lo aveva seguito. Nella sua classe era l'unica italiana ebrea. 
Quando entrò nella sala riunioni vide che c'erano altri sette studenti. Tutti in piedi e spaventati. Anche i professori erano in piedi davanti alla grande scrivania. Il preside aveva un'aria impettita sull'attenti, come alcuni docenti. Altri, invece, erano appoggiati al tavolo. Il direttore dell'istituto aprì la cartella e lesse il documento ufficiale: A nome di Sua Maestà, Vittorio Emanuele III di Savoia, in ottemperanza al decreto governativo firmato ieri da Sua Eccellenza, il cavalier Benito Mussolini, capo del governo, e approvato e controfirmato da Sua Altezza Reale, vi dobbiamo comunicare che da domani mattina, addì 6 settembre 1938, in conformità a quanto stabilito dalla Legge, non potrete più essere accolti a frequentare le lezioni di questo Liceo Statale, in quanto appartenenti a razza inferiore e quindi identificati come potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato e delle istituzioni a esso collegate. Da domani, non potremo più permettere che il nobile sangue italiano corra il rischio di contaminazione entrando in contatto con israeliti. Abbiamo il dovere di difendere e salvaguardare la purezza della razza superiore italiana, essendo noi i guardiani della Patria Italica. Adesso potete andare.
Il professore di lettere si avvicinò al preside e insistè per stringergli la mano.
Il docente di fisica e matematica, invece, si avvicinò a lui e davanti agli otto studenti lo prese a schiaffi e gli sputò in faccia. Ci fu un parapiglia e il bidello spinse fuori gli studenti. 
Questo racconto mi colpì molto e dopo dieci minuti insistei con mia madre perchè me lo raccontasse di nuovo. E dopo, insistei ancora per avere altre spiegazioni. Mia madre mi spiegò ciò che poteva e io volevo sapere che cosa fosse accaduto al professore di matematica. Mi disse che il giorno dopo era stato licenziato, denunciato per disfattismo e aperta connivenza con membri di una razza inferiore e poi inviato al confino per due anni all'isola di Ventotene. Il giorno dopo martellai mia madre con domande e la obbligai a raccontarmi di nuovo la storia che mi aveva davvero molto colpito. Alla fine della giornata, mia madre, esausta, ci aggiunse una sua riflessione che è diventata la spina dorsale delle mie scelte esistenziali.
"Erano tempi brutti, tempi di cattiveria e di violenza " mi disse "ma se io oggi sono libera e viva, e lo sei anche tu, è stato grazie al professore di matematica. Ricordalo. Non lo dimenticare mai. Per quanti criminali e mascalzoni tu possa incontrare nella tua vita, ci sarà sempre una persona per bene che non sarà d'accordo e ti salverà. E' per questo che i buoni e i giusti, alla fine, nel mondo, finiranno sempre per prevalere sui cattivi".

Le leggi razziali del 1938 mi hanno consegnato questa lezione che ha forgiato il mio carattere nella mia vita.

Ed è nel nome di questo lascito materno che oggi voglio sottolineare la memoria dei tanti italiani per bene, fieri, dignitosi, e fuori dal gregge opportunista, che allora si opposero ed ebbero il coraggio di manifestare il proprio aperto dissenso, a costo della propria vita.
E' soprattutto grazie a quelle persone che tanti italiani innocenti si sono salvati.
Fu un momento atroce quell'autunno del 1938.
Ma era popolato anche da tanti, tanti buoni anonimi a cui va il mio ringraziamento postumo.

Esistevano.
Anche oggi, esistono.

Basta saperli riconoscere, e volerli riconoscere, e andarseli a cercare.
Se uno ha voglia di farlo, si intende.

sabato 25 agosto 2018

E se ci fosse una chiara strategia, dietro "l'apparente" scontro sulla Diciotti?






di Sergio Di Cori Modigliani


Ci parliamo tra di noi e poi, a tratti, ci stupiamo che la politica produca una classe dirigente inadeguata e incompetente.
Ma di quale paese stiamo parlando?
Tre giorni fa, su rainews24 è stato diffuso un sondaggio effettuato il 21 agosto.
Il risultato è emblematico.
I dati oggettivi e statistici segnalano che nei primi 8 mesi di quest'anno sono arrivati in Italia circa 18.000 migranti, l'82% in meno rispetto al 2017.
Il sondaggio rileva (e rivela) che il 51% della popolazione italiana è convinta che:
A). "Nel 2018 l'Italia è stata invasa dai migranti".
B). "Il numero dei migranti nel 2018 è triplicato rispetto al 2017".
C). "Sono centinaia di migliaia quelli sbarcati da noi nel 2018".

Che senso ha fare appello all'umanità, alla logica, alla razionalità, al dibattito, se -come i sociologi ben sanno- nel nostro attuale mondo mediatico ciò che conta non è il dato oggettivo -tantomeno la realtà o la verità- bensì la percezione che si ha della realtà?
E la percezione è quella rilevata dal sondaggio.
I primi e assoluti responsabili di questa situazione sono i gestori dei talk show televisivi che hanno ingozzato la popolazione di cifre false, incitando all'odio per produrre "l'idea di un allarme" e quindi falsificando la realtà..
E' chiaro anche ai più scettici, che la strategia in atto consiste nello spingere la nazione verso l'Italexit dalla Ue.
A insaputa degli italiani.
Come al solito, in Italia ci si sveglia sempre troppo tardi.

Sarebbe il caso di sorprendere se stessi, come nazione, e farlo invece un attimo prima che....

giovedì 23 agosto 2018

Il Diritto di sapere............





di Sergio Di Cori Modigliani


Il pane psico-sociale di cui noi italiani abbiamo davvero bisogno (tutti, nessuno escluso) è quello della "chiarezza e trasparenza".
Entrambi i termini sono opposti alla selvaggia foresta mediatica degli opinionisti, genia promossa e lanciata -per l'appunto- al fine di contribuire a produrre caos, confusione, armi di distrazione e ignoranza convulsa.
Questa mattina, il ministro Di Maio, nel corso dell'annunciata conferenza stampa, con brillante sicumera, ha spiegato a el pueblo+giornalisti accreditati di aver ricevuto, letto, studiato e rubricato, il giudizio scritto dell'avvocatura di Stato relativo al contratto tra governo e acquirenti dell'Ilva sottoscritto dal precedente governo. Il ministro ha spiegato con grave (e comprensibile, nonchè lecito) allarme, che l'avvocatura ha sottolineato delle "forti criticità" tali da identificare un abuso di potere che porta verso l'inevitabile annullamento della gara in questione.
Se Di Maio questo sostiene, noi dobbiamo crederci.
L'immediato passo successivo consiste nel presentare adeguata e formale documentazione (sempre all'avvocatura dello Stato) per denunciare Calenda, Del Rio, Gentiloni, nonchè l'avvocato dello Stato che nella primavera del 2017 ha firmato la liberatoria, sostenendo che tutto era frutto di un abuso condiviso dai quattro, in quanto associati nell'emissione di reato.
Sarebbe utile e fondamentale per l'intera nazione (senza faziosità e schieramenti preterintenzionali) pretendere che la questione venga immediatamente in tale modo accolta e affrontata. Da oggi, è mediaticamente logico -nonchè possibile- sostenere che Calenda, Del Rio, Gentiloni e l'avvocato dello Stato firmatario, hanno tradito la fiducia del paese emettendo un grave reato. Il che non è opinabile.
O è così, oppure non è così.
E la nazione (qui intesa come paese nella sua totalità) ha il diritto di sapere se il ministro Di Maio farnetica, calunnia e diffama, oppure invece ci sta raccontando una sacrosanta verità oggettiva e quindi il quartetto Gentiloni/Del Rio/Calenda/avvocato dello Stato deve essere immediatamente denunciato e quindi andare sotto legittimo processo come si conviene a uno Stato di Diritto.

Non è possibile, non è accettabile, non è sano, non è logico, che non accada niente, e la forte argomentazione del ministro Di Maio finisca rubricata sotto la voce "opinione personale".
Questo non è accettabile.
Abbiamo bisogno, nonchè diritto, di sapere quanto prima è possibile se abbiamo a che fare con un farneticatore pericoloso oppure avevamo degli autentici mascalzoni alla guida del paese.
Non esistono terze vie.
Ah! Dimenticavo: siamo in Italia.
Finirà, temo, in un nulla di fatto. Appunto, la terza via.
E la palude seguiterà a sommergerci ingoiandoci tutti come le sabbie mobili.
Anche perchè, una delle quattro persone potenzialmente inquisibili e oggi ufficialmente accusate, è la stessa persona che dovrà ricevere la denuncia avviando la procedura.

Lasciamo perdere, quindi, la Diciotti, Asia Argento, la Ue e Cristiano Ronaldo.
Occupiamoci di questo: abbiamo il sacrosanto diritto di sapere come stanno veramente le cose. E non devono interessarci le nostre reciproche opinioni (io non ne ho alcuna a riguardo) dobbiamo fare pressioni perchè si esprimano pubblicamente solo e soltanto i soggetti coinvolti.
Che parlino tutti al paese e facciano chiarezza.
Prima che sia troppo tardi.

martedì 7 agosto 2018

Colpire la schiavitù è facilissimo. Basta che.......





di Sergio Di Cori Modigliani


A proposito della tragedia nel foggiano.
Cominciano a farsi strada gli autentici danni alla collettività provocati dalla mancanza della facoltà pensante e dall'assenza di autentica volontà politica del cambiamento.
Si ascoltano, si leggono, e si sentono le argomentazioni più disparate che opinionisti lanciati dai media come "autorevoli" sciorinano con disinvoltura. Molte di queste argomentazioni, infantili e prive di alcun valore sostanziale, sono addirittura punitive nei confronti della comunità.

Eppure, il problema del caporalato è facilissimo da affrontare e lo si può risolvere in un batter d'occhio.
Il costo è zero euro.
E' necessaria (e richiesta a furor di popolo) soltanto la volontà politica della classe dirigente.
A differenza delle società finanziarie, delle banche, delle società e aziende gestite da prestanomi compiacenti, e quindi impossibili da perseguire grazie alle triangolazioni velocissime che finiscono nei paradisi fiscali (nonchè autonomi e coperti dalla privacy) nel caso dell'agricoltura schiavista è di sorprendente facilità avere accesso alla fonte originaria del reato di schiavitù.
Non sono i caporali.
Loro sono impiegati.
Nel peggiore dei casi, complici, che diventano sfruttatori pur essendo anche loro sfruttati.
Il campo agricolo è un "bene immobile". Quindi, per definizione, non può essere spostato e portato via pochi minuti prima che arrivi la finanza.
Là sta, là rimane.
Quindi, lo Stato (se esiste) ha una possibilità reale, efficace, efficiente a disposizione per debellare questo scempio di esistenze.

"Arrestate i proprietari terrieri, sequestrate loro la terra e i loro beni materiali, mobili e immobili, e denunciateli al tribunale internazionale dell'Aja per crimini contro l'umanità e perdurante esercizio dell'attività schiavistica".
Sono loro i mandanti.
I caporali sono gli odierni equivalenti dei soldati della Wermacht che nel 1943 uccidevano civili innocenti senza rendersi conto di ciò che stavano facendo perchè "eseguivano ordini".
Il tribunale di Norimberga ha chiamato alla sbarra i mandanti, non gli esecutori.
Il caporale è come il piccolo spacciatore.
E' un soldato che esegue ordini della proprietà.
Serve una immediata punizione esemplare per far capire che il vento è cambiato.
Non costa nulla, non comporta danni collaterali.
Tempo per applicarlo: dieci minuti.
Certo, ci vuole la volontà politica collettiva.
Quindi..........

.......di che cosa stiamo a parlare?


di Sergio Di Cori Modigliani


sabato 4 agosto 2018

L'insostenibile voglia di tragedia.






di Sergio Di Cori Modigliani


La farsificazione della realtà è la più diabolica trappola satanica nella quale la sinistra radicale e liberale è caduta nell'ultimo decennio, dando vita a un processo inconscio di auto-distruzione.
La farsificazione è la base strutturale dell'attuale processo di neo-negazionismo, il cui obiettivo consiste nel re-inventare la realtà a proprio uso e consumo trasformando i processi della Storia in un evento soggettivo.
La strada è stata spianata nei decenni dal berlusconismo vanziniano, sorretto dalla bulimìa dei comici a oltranza che si sono sostituiti -nella produzione dell'immaginario collettivo- ai liberi pensatori, agli artisti profondi, agli intellettuali.
Questo processo è tutto italiano e la responsabilità è di tutti noi.

Ciò che è stata cancellata (complice la squisita seduzione dei meme feisbukkiani) è la libertà di poter accedere al concetto di "tragedia", incorporazione emotiva collettiva che consente di poter elaborare i dati negativi della realtà per trarne dei significati evolutivi, pedagogici, ottimistici, al servizio della collettività, desiderosa di essere messa al corrente su ciò che accade,
"Farsificare" è l'ordine imperioso dei nostri tempi, perchè tutto ciò che accade deve essere trasformato in "farsa" e bisogna impedire ad ogni costo che gli eventi vengano presentati al pubblico degli elettori per ciò che sono: dettagli tragici, che pre-annunciano la tessitura di una tragedia collettiva in atto.

Tutto ciò è una premessa a commento dell'ultima proposta lanciata dal ministro Fontana, relativa alla necessità di cancellare il "reato di propaganda d'odio razziale".
Il ministro Fontana è un uomo intelligente, nient'affatto sprovveduto, abile soggetto politico con una lunga esperienza territoriale. Non è affatto uno sciocco, tantomeno imprudente.
Era pienamente consapevole del fatto che la sua iniziativa non sarebbe mai finita sul tavolo di Giuseppe Conte per legiferare apposito decreto di cancellazione. Il fine non era quello.
Il fine consisteva nel veicolare, in maniera surrettizia, l'idea subliminale dell'autentico pensiero ideologico che sorregge il governo e prepara il futuro della nazione. Tanto è vero che sia Di Maio che Salvini hanno reagito fornendo la stessa risposta di reazione: Il ministro Fontana ha espresso una sua opinione personale. Non è affatto una priorità dell'attuale governo. Nessuno dei tre ha spiegato e specificato che "l'opinione del ministro lede la portanza strutturale democratica del governo e quindi non verrà mai neppure contemplata nel futuro come proposta possibile".

Il fine era questo: far credere al pueblo che si voleva lanciare subito un decreto di cancellazione della legge Mancino.
No. Proprio no.
Il fine era lanciare piattaforme di dibattito su specifici argomenti.
Per il governo "non è una priorità".
Ma nessun membro del governo ha dichiarato di essere contro.
Anzi.
E adesso, scatta la farsificazione, grazie alla quale hanno fatto passare le leggi, i decreti, e i provvedimenti più iniqui negli ultimi 20 anni. Tutti a riderci su e a scherzarci.
Per l'appunto: la farsa.

Essere italiani liberi, oggi, significa "richiedere con tutta l'aria dei propri polmoni la libertà di poter essere finalnmente tragici".
La farsificazione è l'anticamera della falsificazione.
Non è un caso che l'ex ministro Scajola (quello della casa acquistata "a sua insaputa") è diventato un classico della comicità on line, un'icona della farsa, perchè nessuno -illo tempore- ha lavorato politicamente, intellettualmente, mediaticamente, per sottolineare il significato tragico di quella espressione da lui usata, pretendendo che si ritirasse a vita privata per sempre, anche solo per quella risposta. E invece, grazie alla farsificazione, passata l'onda comica dei meme, è rientrato dalla porta laterale e adesso è sindaco.

La tragedia di questo popolo può trovare un proprio simbolo di riconoscimento in questo evento scajoliano.
Non c'è niente da ridere. E non c'è farsa che tenga.
O si comincia a cogliere la necessità di disegnare un realistico quadro potenzialmente tragico, oppure tanto vale non occuparsi più di politica, di attualità, di media.

Non c'è niente di più patetico e penoso che vedere degli attori che indossano una maschera comica in un film tragico.
Questo scarto spettacolare ci rende un popolo di cialtroni inaffidabili.
Era esattamente ciò che volevano Berlusconi e i suoi amici.
Sapevano in anticipo che su quella strada vanziniana, uno come Scajola sarebbe finito per essere riconosciuto un giorno dagli elettori come maschera, e quindi votato. Che è ciò che conta.
Mi sono stancato di ridere.
Ho una gran voglia di piangere calde lacrime civiche.
Essere consapevole di essere finito dentro una tragedia collettiva mi fa sentire libero.

No alla farsa.

C'è chi non è vissuto invano.












Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire,

Chi è contento che sulla terra esista la musica

Chi scopre con piacere una etimologia.

Due impiegati che in un caffè del Sud giocano a  scacchi.

Il ceramista che intuisce un colore ed una forma.

Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.

Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.

Chi accarezza un animale addormentato.

Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.

Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson .

Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.

Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges (1899-1986), scrittore e poeta argentino  
(tratto da da La cifra, Mondadori, 1982)