venerdì 3 marzo 2017

Siamo un paese di schiavi o di schiavisti? Forse entrambi. Così collassa la democrazia. NOCAP


di Sergio Di Cori Modigliani


Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro di Ivan Karamazov.

Dalla cima impervia di quell’Olimpo surreale che sovrasta la culla del Sapere europeo, dove vivono i grandi eroi che nei millenni hanno forgiato, alimentato e prodotto l’immaginario collettivo del nostro continente, dove abitano per l’eternità i personaggi letterari nati dal talento e dal genio dei grandi artisti, si erge, al di sopra di tutti, il più inquietante fantasma mai inventato. Il suo grido, strillato a squarciagola nel lontano 1881, oggi più che mai ci ammonisce sulla imminente caduta dell’Europa e ci ricorda chi siamo, da dove veniamo. 
E di conseguenza, quali prospettive si aprano per il nostro immediato futuro.

“Se tutto è assurdo, allora tutto è lecito, ogni cosa è permessa”.

L’urlo disperato di Ivan Karamazov, nato dalla sublime penna del più grande romanziere che l’Europa abbia mai prodotto, Fedor Mickailovitch Dostoevskij, ci ricorda quale immane tragedia sia vivere in un mondo ormai privo di un significato di riferimento. Un mondo, quello nostro attuale, dal quale è stato sottratto il Senso e dove la realtà quotidiana è stata sostituita da una surrealtà imposta dall’oligarchia imperante, squallida impiegata al servizio di una fumosa comunità di finanzieri sovra-nazionali senza scrupoli, il cui piano politico strategico consiste nel definitivo abbattimento delle immense conquiste sociali, esistenziali e culturali, ottenute a fatica dalle quindici generazioni che ci hanno preceduto. Una vittoria, questa,  della quale ogni singolo europeo è andato giustamente sempre fiero, consapevole di aver raccolto la doviziosa eredità tramandata negli ultimi 300 anni da pensatori, filosofi, scrittori, scienziati, artisti che, dai tempi di John Locke e Voltaire, hanno posto le basi per fondare la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” nata dalla rivoluzione francese. Quei tre pilastri della compassione sociale, dell’intelligenza politica e dell’evoluzione psicologica, che sono e rimangono tuttora l’autentico fondamento della nostra cultura: la Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza, sono stati il fondamento del Diritto Civico dell’Europa che ha dato vita alla democrazia politica. 
Per tre lunghi secoli i cultori dell'oligarchia hanno tentato di proporre un modello di scambio e un contratto sociale che veicolasse un'idea del mondo basata sull'assunto che esiste una classe superiore di indivudi, prescelti e selezionati per nobiltà di sangue, provenienza di censo, appartenenza a consolidate famiglie della burocrazia politica partitica attraverso la fondazione delle dinastie familiari legate ai partiti, i quali vanterebbero un privilegio acquisito tale da consentire loro la liobertà di poter decidere, gestire, amministrare, stabilire, legiferare e, quindi, determinare, la modalità esistenziale della vita di centinaia di milioni di persone.

La posta in gioco, oggi, è la più alta in assoluto mai giocata in Europa dal 1712.


L’obiettivo politico di questo sistema di potere consiste nell’allargare sempre di più la proletarizzazione sociale in modo tale da garantirsi un prezzo sempre minore dei servizi, un valore sempre minore del salario, l’allargamento sempre maggiore del bisogno producendo “totale dipendenza” (come nel caso della cocaina e del gioco d’azzardo) per avere accesso quindi alla possibilità di procurarsi manodopera a un prezzo sempre più basso, e così poter produrre la gigantesca mole di merci necessaria per garantire la sopravvivenza dei nuovi schiavi.



Tutto ciò, per commentare la più importante notizia del giorno in assoluto. Non riguarda nè Renzi nè Verdini, nè Grillo nè Salvini, nè lo stadio della Raggi nè i tesserati del PD. 

Riguarda la morte di due esseri umani, la fine di due esistenze disperate, di due schiavi, giovani del Mali che vivevano (si fa per dire) nel cosiddetto "Ghetto del Gargano" un luogo indegno, in provincia di Foggia, che serve come deposito umano di esseri che i caporali -al servizio degli agricoltori rapaci- usano a seconda delle loro esigenze lucrando ignobilmente sulla disperazione umana.  
Perchè in Italia esiste lo schiavismo.
Esiste la schiavitù.
Sotto gli occhi di tutti, e non è più accettabile non prenderne atto e non affrontare la questione.
La morte dei due schiavi maliani ci riguarda tutti. Nessuno escluso.
Non si può voltare la faccia dall'altra parte.

Di solito, a questo punto, sottolineo la latitanza censoria della stampa cartacea.
Questa volta, invece, è il contrario.
E' il web a non parlare più di tanto della indegna questione, mentre sul cartaceo abbondano ottimi servizi che raccontano la verità dei fatti.  Il web e i social stanno diventando sempre di più soltanto delle utili piattaforme propagandistiche a uso e consumo di militanti e attivisti partitici, per tirare la volata a questo o quel leader, a questo o quel logo.
La situazione si è paradossalmente capovolta rispetto a quella che era nel 2011.

Qui di seguito un breve pezzo di un giornalista (non famoso) pubblicato sul corriere della sera oggi e poi diffuso in rete sul sito on line del quotidiano milanese.

Impone delle riflessioni dalle quali non possiamo sottrarci. 

          La Schiavopoli del Gargano
      Di là le spiagge e il divertimento
      di qua solo sfruttamento

Nel Gran Ghetto di Rignano, nella provincia più calda d’Europa, vivono in estate 3mila centroafricani provenienti da Senegal, Mali, Burkina Faso: schiavi dei campi e schiave degli uomini. Nella Casbah delle baracche, tra bar e market, tutto è gestito dai caporali


C’è un promontorio che divide il bene dal male, a Rignano Scalo. Un promontorio di nome Gargano: di là le spiagge e il mare che, insieme a quelle del Salento, fanno della Puglia una tra le regioni più glamour per il turismo. Di qua, nell’entroterra, una Schiavopoli che resiste da più di 20 anni. La chiamano Gran Ghetto, per distinguerla dalle altre schiavopoli sparse nel Tavoliere delle Puglie, la più grande pianura italiana dopo la Padana, in particolare dal Ghetto dei bulgari, quello dei bianchi. Il primo a Nord di Foggia, nel territorio del Comune di San Severo, il secondo a Est, in territorio di Manfredonia.
Il Gran Ghetto è la città degli incubi. Schiavi dei campi e schiave degli uomini vivono lì. Per fortuna — unica consolazione — nel ghetto dei neri non ci sono bambini. Chissà, forse perché ai caporali non è venuta ancora in mente un’idea per sfruttarli al meglio. Circa 3mila persone nel periodo estivo, quello della raccolta dei pomodori da luglio a settembre, qualche centinaio di abitanti — fino a 700 — in inverno, per raccogliere broccoli e finocchi. Provengono dall’Africa centrale: Senegal, Mali, Burkina Faso. Gli schiavi dei campi, gli uomini, sono sfruttati per la loro forza. Il listino prezzi, per i braccianti africani e neo-comunitari (complessivamente ventimila nella provincia di Foggia a fronte dei quattrocentomila a livello nazionale) è identico: il trasporto con il furgone costa cinque euro a testa e per ogni cassone da tre quintali — pagato 4,5 euro — il caporale trattiene cinquanta centesimi. Nei furgoni — nel caldo della provincia più torrida d’Italia (fino a 47 gradi in estate, soltanto Siviglia e l’Andalusia in Europa raggiungono quelle temperature) — si stipano anche in venti: considerando che ogni bracciante riesce a riempire fino a quindici cassoni, il caporale incassa per ogni trasporto 250 euro al giorno (100 per il trasporto e 150 per il “pizzo” sui cassoni. Spesso riesce a farne due, di viaggi, e l’incasso arriva a 500 euro. E se il lavoro abbonda, paga un autista 50 euro e per ogni viaggio aggiuntivo incassa altri 200 euro.

Le poche donne presenti nel Gran Ghetto hanno un solo incarico: prostituirsi. I clienti sono italiani: si muovono da Foggia o San Severo (il Ghetto è più o meno a metà tra le due città distanti tra loro 25 chilometri) lungo la Statale 16, percorrono un paio di chilometri di sterrato e nel buio della sera si infilano nelle baracche. Nella Casbah del Tavoliere dove c’è di tutto: market, ristoranti, parrucchieri, gommista e meccanico. Tutto rigorosamente gestito dai caporali, i “capinero” come li chiamano i braccianti, anche loro africani. Che adesso potrebbero essere messi fuorigioco dalla decisione della Regione Puglia di sgombrare il Gran Ghetto: negli stabili pubblici, a San Severo, i caporali non potranno più gestire i traffici (di braccianti e schiave) o, perlomeno, sarà tutto molto più difficile. Per questo gli africani non vogliono lasciare Rignano: la loro Schiavopoli, all’ombra del promontorio, garantisce loro anche il lavoro. Da schiavi, ma lavoro. Per questo l’inferno, a volte, diventa l’unico posto dove poter continuare a vivere.

Michelangelo Borrillo
pubblicato sul corrieredellasera.it
il 3 Marzo 2017 (ore 11:38)
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giovedì 23 febbraio 2017

Ma le donne ma le donne.. del PD...che fine hanno fatto?




di Sergio Di Cori Modigliani

La sinistra italiana (??) arriva con trent'anni di ritardo all'appuntamento con la Storia, ma nel luogo storico deputato all'incontro, non ci trova più nessuno. Non c'è da stupirsi. I cittadini che ci hanno creduto hanno aspettato cinque, dieci, quindici, venti anni, poi sono andati via. 
La Storia, infatti (qualcuno dovrebbe andare a spiegarlo ai vari D'Alema/Bersani/Franceschini & co.) non si ferma mai, non sta lì ad attendere i ritardatari, i negligenti, i miopi, gli ottusi, coloro che mancano di visione d'insieme perchè incastrati dentro un matrix.
All'appuntamento con la Storia, quindi, non hanno trovato più nessuno. E si sentono smarriti, confusi, nostalgici, lamentosi. 

I più vispi, sembra che stiano iniziando ad accorgersi del fatto che parlano tra di loro e il paese non li segue. Il pubblico (cioè noi) assiste con avvilimento allo spettacolo. 
Gongolano i faziosi appartenenti ad altri schieramenti politici, approfittando per ramazzare qualche consenso, mipiace, visualizzazioni a gogo, il quotidiano pasto di coloro che amano vincere facile e sono ormai (a loro insaputa si intende) abituati a lucrare sulle debolezze e disgrazie altrui, approfittando della ghiotta occasione per andare avanti vivendo di rendita sloganistica. In tal modo si prendono due piccioni con una fava: si partecipa all'affossamento di un pezzo di sistema che si sta suicidando brillantemente e, allo stesso tempo non c'è neppure bisogno di pensare a stilare un accorto ed elaborato programma alternativo strutturato sulla complessità. 

Hanno scelto tutti la strada della sopravvivenza, rinunciando a vivere.

E i più sereni tra i cittadini italiani non possono che sentirsi avviliti, dato che nessuno spiega più nulla e la palude del Caos Totale si allarga.

Questa mattina, facebook mi ha riproposto un mio post di otto righe pubblicato 4 anni fa. Commentavo, allora:

Paese che vai usanza che trovi:
Ci sono quelli che vogliono fare la rivoluzione perchè sono per il cambiamento (si trovano in ogni paese); ci sono quelli che non vogliono fare la rivoluzione perchè sono per la conservazione (si trovano in ogni paese); infine ci sono quelli che la rivoluzione la farebbero perchè il cambiamento lo vorrebbero ma non hanno idea come si faccia a passare dal condizionale al tempo presente (si trovano soltanto in Italia). Dice per l'appunto Civati: "Io voterei pure contro questo governo al Senato, perchè io sono contro, e i miei senatori pure. Però voglio restare nel PD e quindi voterò a favore".
Il paese delle meraviglie italiote.

Apparentemente, rispetto ad allora, 50 mesi dopo, sembra che sia cambiato rotta.

Ma temo che non sia così.

Ogni compagine politica insiste nel proseguire su vecchie strade senza rendersi conto che nel frattempo la realtà storica attuale, quella globale, europea, statunitense, africana, sudamericana, asiatica, è cambiata molto velocemente. L'Italia no. E se la Storia cambia verso, e un paese invece resta immobile, la intuitiva conseguenza consiste nel fatto che non si percepisce alcun cambiamento. Anzi. Squillano trombe silenziose di annunciata regressione. 

Gli americani hanno la loro con il cowboy newyorchese, la versione della Texan connection in salsa Manhattan, e noi abbiamo la nostra.

Tra i vari aspetti regressivi e recessivi, quello che più salta alla vista, a mio parere, consiste nella più totale latitanza della presenza fattuale del creativo mondo femminile.

Si tratta di una mancanza che pesa sulla nostra società.

Dovrebbe farci riflettere.
E qui, inevitabile, arriva la giusta fine di questo post.

Vi lascio con un delizioso articolo su questo tema scritto da una donna intelligente, che di professione fa la giornalista ed è sempre molto attenta ai nutrimenti dell'attualità.

Sulle donne lasciamo che siano loro a parlare di se stesse.    


Sostiene Myrta Merlino, giornalista della testata televisiva La7:



             Quello che le donne (del PD) non dicono



Pubblicato: Stampa 


Le tensioni interne al Pd hanno ormai abbandonato da tempo le categorie della politica e sono entrate di slancio nel campo della psicanalisi. Che siano le "pulsioni suicide" evocate da Romano Prodi, il "dramma della separazione" spiegato da Recalcati, o una semplice "rottura sentimentale" (copyright di Roberto Speranza), ai dem servirebbe l'aiuto di un professionista, "di uno bravo", come si dice. Perché solo un professionista potrebbe mettere ordine nell'implosione inarrestabile del Pd. Un professionista, o - meglio - una professionista: più ancora della ragione, in questa crisi mancano le donne.

La "generazione Telemaco" che Renzi ha portato all'inaugurazione del suo semestre di presidenza Ue si è rivelata infine la "generazione Edipo". Questa generazione infatti ha "ucciso i padri", ma poi la tragedia l'ha travolta. E allora si è fatta avanti la "generazione Crono", il padre degli dei che - per evitare rivali - mangiò i suoi figli.
Crono ha i baffi (diciamo!), Edipo se n'è andato in California (ma giura che tornerà presto). Nel frattempo, non si può ignorare un punto: Edipo e Crono, Matteo Renzi e Massimo D'Alema, ma anche gli altri personaggi dello psicodramma (da Emiliano a Orfini, da Cuperlo a Speranza, da Veltroni a Bersani, Franceschini, Rossi...) sono tutti uomini.
E questo è strano. Perché il Parlamento eletto nel 2013 non aveva una maggioranza chiara, ma poteva vantare il maggior numero di parlamentari donne di sempre: il 31%. Non un trionfo, ma pur sempre un ottimo risultato.
Una parte del merito andava indubbiamente al Pd, con il 41% di elette al Senato e il 37,8 alla Camera. Una tendenza su cui Matteo Renzi aveva insistito e rilanciato, nominando una segreteria composta di 8 donne e 7 uomini, un governo equamente diviso tra i due generi e scegliendo solo donne come capilista alle trionfali Europee del 2014.
E infatti, come ricorderete tutti, le partite più importanti della legislatura sono passate per le mani di Debora Serracchiani (vicesegretario del Pd) e soprattutto di Maria Elena Boschi, la "madrina" (o secondo i più maliziosi la "zarina") del renzismo, a lungo considerata la vera guida dell'esecutivo. Due donne. A gestire, mediare, smussare.
Tutto questo è improvvisamente scomparso, e il Pd è tornato un pollaio popolato di soli galli. Il che, notoriamente, non porta fortuna. Questo eccesso di testosterone non facilita il confronto. Lo ha scritto anche Liliana Cavani: "Il Pd sembra un partito di uomini, con aspiranti leader solo uomini. Quella delle donne è una visione politica in genere più sottile e globale. Invece emerge uno dei gravi problemi di una sinistra di vari capetti che ignorano l'esistenza e l'intelligenza delle donne. È come se un motore funzionasse a metà".
E Livia Turco, pasionaria della politica italiana, sull'Unità ha cercato nell'esempio di Nilde Iotti e Tina Anselmi una soluzione ai tormenti nel Pd. Purtroppo, notava, "al prendersi cura del partito in questi anni si è sostituita l'ipertrofia dell'io maschile che ha massacrato le relazioni umane".

L'Assemblea Pd che ha sancito la scissione era presieduta da una Serracchiani silenziosa e cupa, che non ha mai preso la parola. Boschi non c'era. E su 28 interventi solo cinque non erano di uomini. Ma dove erano tutte le donne portate ai vertici del partito, quelle citate come best practice e sbandierate negli studi televisivi?
Nella sua storia lunga ormai dieci anni, il Pd ha avuto solo una candidata donna alla segreteria: Rosy Bindi nel 2007. Cui aggiungere, al più, Laura Puppato, che tentò la scalata a "Italia Bene Comune" nel 2012. Nessuna corrente fa capo a una donna. E non si può certo dire che non servirebbe un pizzico di buonsenso femminile alla guida del partito più rissoso d'Italia. E non è solo un modo di dire.
Ricordo qualche anno fa un lungo articolo su Forbes in cui si sosteneva che "Lehman Brothers sarebbe stata una storia diversa se fosse stata Lehman Sisters". Le donne, dati alla mano, sono molto meno propense al rischio e allo scontro frontale. Lo pensa anche la presidente del Fmi Christine Lagarde: "Le donne hanno un modo diverso di prendere rischi e di individuare i problemi. Riflettono un po' di più prima di saltare a conclusioni".
Una ricerca dell'università di Cambridge dimostrò che quando i trader di borsa si svegliano con un livello di testosterone più alto svolgono più contrattazioni. E soprattutto, più è alto il testosterone più sale la propensione al rischio. Trasponete questo in politica, e avrete il momento attuale. Spaccare, rompere, sfasciare, asfaltare, insomma mostrare i muscoli. Quando invece servirebbe un paziente lavoro di ricucitura.
A meno che in realtà non sia tutta una finta, come nelle "Donne al Parlamento" di Aristofane, dove le ateniesi si introducono all'assemblea, travestite da uomini, e convincono i cittadini a lasciare tutto il potere alle donne. Chissà, magari sotto tutte quelle barbe e quegli abiti di sartoria c'è un cuore rosa. Magari Franceschini è in realtà una Prassagora, e prima o poi griderà: "Ma date retta a me, che siete salvi: alle donne bisogna, dico io, affidar la città: ché in casa pure son le donne ministre e tesoriere".
Certo, trattandosi di una commedia la "rivoluzione" prende ben presto dei tratti grotteschi. Eppure, sinceramente, vorrei proprio vederla. Meno muscoli e più cervello, meno strepiti e più mediazioni. Meno protagonismi e più propensione all'ascolto. Più politica, insomma. E so che può sembrare un paradosso, chiedere "più politica nella politica". Ma non sarebbe un paradosso, sarebbe una rivoluzione.

Myrta Merlino, giornalista La7

mercoledì 22 febbraio 2017

Parla Pignatone su mafia capitale: nessuno lo ascolta. Dove sta la stampa? E la classe politica dirigente?





"Roma non è una città normale, come le altre. E' una bomba atomica".
Beppe Grillo 22 Febbraio 2017


di Sergio Di Cori Modigliani

Ieri pomeriggio, martedì 21 Febbraio, mentre al Nazareno si consumava il delirio masochista della direzione piddina e i tassisti in rivolta si scontravano con la polizia, la città di Roma viveva la sua ennesima giornata borderline.
A una manciata di metri dal punto di raccolta di taxisti e ambulanti, si svolgeva un evento fondamentale per la nazione, che vedeva al centro il destino della capitale e quindi del paese. 
L'evento clou della giornata si svolgeva a Palazzo San Macuto.
Si trattava dell'audizione ufficiale del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, il magistrato Giuseppe Pignatone, dinanzi ai membri della "Commissione parlamentare Degrado Città e Periferie". 
Tema e oggetto dell'audizione: la lotta contro i fenomeni di criminalità che stanno affliggendo la città.

Per motivi a me oscuri e incomprensibili, invece di trasmettere la diretta in streaming e consentire ai cittadini romani e italiani di ascoltare dalla viva voce dell'unica persona nell'intera Repubblica Italiana che ha il polso della situazione, conosce a menadito ogni singolo dettaglio ed è legalmente l'unico autorizzato a fornire nomi e cognomi, date, dati, connessioni, cifre, il mondo mediatico italiano -sia quello cartaceo che in rete- ha scelto di soprassedere considerando tale evento irrilevante. 
Dal mio punto di vista, la notizia vera è proprio questa.

Ecco alcuni stralci ufficiali diffusi dall'ufficio stampa della Camera dei Deputati:

sostiene il Procuratore Pignatone:

"A Roma c’era la convinzione diffusa che la mafia non fosse un problema. Non era così. La nostra valutazione è invece molto più articolata e ha affrontato il nodo della complessità della realtà romana. Per fortuna non siamo a Palermo, non siamo a Reggio Calabria o a Napoli. Però è bene fare le indagini, fare i processi dove ci sono gli elementi, e sapere che accanto a tanti altri problemi di Roma che sono anche più gravi, in primis la corruzione nel senso ampio della parola, c’è anche un problema di presenza di organizzazioni mafiose o di tipo mafioso, e di grossi investimenti mafiosi, molto grossi e adesso qui spiegherò di che cosa si tratta......."
In seguito, il vicepresidente della commissione, Roberto Morassut, intervenendo, ha parlato di uno dei simboli della presenza mafiosa nella periferia est della città: "A Tor Bella Monaca" ha spiegato "da anni è stato realizzato un murale su un edificio pubblico comunale da parte di un clan che rappresenta il volto di un capo clan ucciso di recente, come per affermare il potere assoluto di controllo del quartiere. Le amministrazioni recenti non sono riuscite a rimuovere questo simbolo vergognoso. Semplicemente non sono in grado di farlo".

Proseguendo nel suo intervento, Pignatone ha spiegato che "...la pubblica amministrazione non esegue demolizioni né acquisizioni quando c’è una confisca definitiva. Su questo stiamo tentando, da un anno circa, di fare qualcosa di più in sede di esecuzione penale, ma è come sempre una supplenza ad una attività amministrativa che manca. C’è stata una serie di fatti positivi durante l’amministrazione Tronca, dopodiché c’è stato un rallentamento come su tante altre cose. Aspettiamo l’assestamento della nuova amministrazione......".

Penso che l'intervento dei membri della commissione e l'intera deposizione del magistrato Pignatone dovrebbero essere messi a disposizione della cittadinanza perchè davvero si tratta di questioni fondamentali e strutturali che possono decidere del futuro dell'intera nazione.

Abbiamo il diritto di essere informati in toto sui risultati di questa audizione.
Abbiamo il dovere di informarci, nei limiti delle nostre modeste possibilità, sui risultati e contenuti di tale audizione.

All'attuale classe politica dirigente, sia quella nazionale che romana, è importante che si rivolgano subito i sostenitori, i votanti, i militanti pretendendo ragguagli in merito.

A tutti i partiti (un caso fortunato perchè la consueta faziosità di parte non dovrebbe manifestarsi)  bisognerebbe chiedere a gran voce di fornirci adeguate notizie.
Ai piddini, ai pentastellati, ai meloniani, ai forzisti, ci sarebbe da porre un'unica secca domanda

"Perchè non state informando la cittadinanza romana sulle evoluzioni (o involuzioni) della questione relativa alla presenza della criminalità organizzata, mettendo a disposizione dell'intera collettività l'intera documentazione fornita dal magistrato Pignatone all'apposita commissione riunita a Palazzo San Macuto il pomeriggio del 21 Febbraio 2017?".

fine del post

 

memento storico: dedicato a.....






di Sergio Di Cori Modigliani

"Quando il nemico di classe o gli oppositori politici mi elogiano, mi fanno i complimenti e mi applaudono, allora mi rendo conto e capisco di essere fallito nel mio obiettivo primario. Mi fermo, dunque. Penso, studio, analizzo, mi confronto con gli altri, rileggo la realtà in modo tale da poter comprenderne i mutamenti, le trasformazioni, cercando le tattiche e le strategie adatte al nuovo che avanza, per comprendere dove come quando ho sbagliato smarrendo la giusta via. La Storia ce lo insegna. Una volta ripreso il controllo della situazione, allora posso muovermi di nuovo, anticipando oggi la realtà di domani. I miei nemici di classe e gli oppositori politici mi attaccheranno, mi dileggeranno, mi diffameranno, mi verranno tutti contro: in quel preciso momento sarà per me chiaro che ho ritrovato la via giusta della rivoluzione. E potrò dire a me stesso: sono pronto a riprendere il cammino."

Presidente Mao Tze Dong. Pechino. 1965.
(tratto da "i doveri di un rivoluzionario responsabile") 


fine del post.



P.S.
Dedicato a tutti i tifosi, sostenitori, opinionisti, clientes, giornalisti, politologi, che in questi giorni si sbracciano nel tessere sperticati elogi di Pierluigi Bersani, la vittima del giorno.
Capisco che sia carnevale.....

domenica 12 febbraio 2017

La favola degli "sbornia bonds" raccontata al popolo sovrano.







di Sergio di Cori Modigliani



Cinque anni fa circa, nel pieno della crisi finanziaria, in Germania un gruppetto di simpatici bloggers inventarono la favola degli sbornia bonds, sottotitolo. "come spiegare al popolo che  cosa sta accadendo". 
Da allora, sono trascorsi circa 60 mesi.
Lì eravamo.
Lì ancora siamo.

  


LA CRISI SPIEGATA IN MODO SEMPLICE...
Helga è la proprietaria di un bar, di quelli dove si beve forte. Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre le consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti). La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Helga diventa il più importante della città.
Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora. La banca di Helga, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia. Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Helga e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano. Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono di Sbornia Bond.
Un giorno però, alla banca di Helga arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. A questo punto Helga, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi.
Helga non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela immediatamente l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza. Intanto i fornitori di Helga, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare.
Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%.
Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce.
Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza.
Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero. Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Helga perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.