mercoledì 13 settembre 2017

Il fascismo non è un'opinione: è un'idea del mondo da combattere con la Cultura della Conoscenza.






di Sergio Di Cori Modigliani


La rinuncia al Senso della politica identificata con la pedagogia (come era un tempo) ha portato -inevitabilmente- alla legittimazione di atteggiamenti e comportamenti deliranti e criminogeni spacciati come norma consueta e accettata.
A questo è necessario aggiungere la promozione di falliti di successo, esaltati dal fatto che l'apparenza e la visibilità hanno sostituito la competenza contenutistica.
Questi due fattori, legati l'un l'altro, stanno producendo degli effetti collaterali tragici per una inconscia (e quindi ancora del tutto inconsapevole) idea incorporata del mondo in cui viviamo, dove il "pensiero forte" non trova più accoglienza perchè viene preferito il "pensiero del più forte": drammatica differenza.


Due sono i fattori che a mio avviso vanno segnalati:

a) l'incredibile proliferazione di donne uccise con il ritrovamento di cadaveri mutilati e privi della testa mozzata, un fenomeno (ci informano le statistiche) inesistente nell'Italia precedente questo secolo. L'archivio statistico criminale del ministero degli interni ci informa che tra il 1980 e il 2010 (quindi 30 anni) in Italia sono state trovate tre donne decapitate. Tra il 2011 e il 2016 ci aggiriamo intorno al centinaio di cadaveri.
Isis docet.
Ne sanno qualcosa anche gli amanti dei film di Quentin Tarantino e i seguaci di serie televisive truculente.


b) l'idiozia attuale iconoclasta, lanciata dall'America trumpiana, si sta diffondendo anche in Italia, facendo credere alle persone che cancellare la scritta "Dux" corisponda ad un afflato democratico antifascista.
Non è così.
 

Si tratta, invece, di una ennesima incorporazione inconscia collettiva della cultura criminale dell'Isis, basata sull'idea di riscrivere la Storia a proprio uso e consumo cancellando le vestigia ereditate dal proprio passato.
La mia biografia anti-fascista è nota e impeccabile.
Nel nome dell'intelligenza e della Cultura nazionale (con la C maiuscola) che ha combattuto la piatta idiozia criminale prodotta dal fascismo mussoliniano e dagli infami aderenti alla repubblica di Salò, difendo strenuamente la salvaguardia di ogni prodotto architettonico, museale, sculturistico, letterario, musicale e pittorico del tragico ventennio fascista.
Giù le mani da Balla e D'Annunzio, e dalla squisita architettura neo-classica degli anni'30, retorici coglioni che non siete altro.

Non vi lamentate se domani arriva la nuova generazione di palazzinari iper-liberisti con gigantesche ruspe e l'ordine di demolire il quartiere di Garbatella per costruirci invece delle villette a schiera con tanti bei centri commerciali.

lunedì 11 settembre 2017

11 Settembre: l'indelebile data che commemora la salvezza dell'Europa, da tutti dimenticata. Ma non dagli italiani. O meglio: non da "un certo" italiano.

                                                                                                                                                               









di Sergio Di Cori Modigliani


La data "11 settembre" è iscritta nella memoria collettiva nostrana in maniera indelebile, facendo riferimento al crollo delle torri gemelle di Manhattan, l'epico evento post-moderno che lancia l'ingresso nell'attualità mediatica delle tragedie mondiali in diretta. 
Quelle da guardare alla tivvù, seduti comodamente in poltrona mentre dei poveri disgraziati innocenti muoiono colpiti da bombe, coltellate, terremoti, frane, alluvioni, attentati di varia natura.
Così va il nostro mondo, oggi.

Intorno al famigerato attentato del 2001 è stata costruita una gigantesca epopea complottista che ha lanciato nell'agone mediatico la stagione della grande disinformazia di massa.
I complottisti si dividono in due grandi categorie: la prima è composta da beceroni che producono, diffondono e condividono dei clamorosi falsi e delle dichiarate bugie, sorrette diabolicamente da chi intende promuovere la sottostante ideologia X e su questo falso viene poi costruita una teoria a posteriori che trova accoliti, seguaci, tifosi, per lo più ignari di essere dei propagandisti (a loro insaputa) di certi individui e/o gruppi politico-finanziari che non compaiono mai. La seconda categoria, invece, molto più diffusa e pericolosa, è basata su una base di verità oggettiva autentica (può essere un documento, una immagine, una frase, una dichiarazione provata e accertata, una solida fonte) sulla quale viene costruito un castello fittizio e fantasioso totalmente privo di alcun fondamento perchè privo delle connessioni giuste.

L'epica complottista del nine eleven appartiene a questa seconda categoria. 
Il grumo di verità accertata (documentata, provata, confessata, verificata) fa riferimento a una nota interna della Cia, relativa a una intercettazione telefonica tra Osama Bin Laden e il suo terrorista referente a Miami, datata 30 giugno 2001: "Non dimenticarti che deve essere assolutamente l'11 settembre; non può e soprattutto non DEVE essere nè il 10 nè il 12, deve essere solo e soltanto l'11". Gli analisti della Cia, quindi, sapevano 70 giorni prima che ci sarebbe stato un grosso attentato. Il punto è che non avevano la minima idea del come, e del  dove. Sapevano soltanto il quando. Soprattutto non riuscivano a capire perchè l'11 settembre, dato che nessuno riusciva a trovare una risposta adeguata e razionale.
 E' probabile che se avessero condiviso tale segreta informazione con i loro cugini del MI6, l'intelligence britannica, avrebbero immediatamente ottenuto una risposta esauriente. Senz'altro, a Londra, ci sarebbe stato qualche giovane analista, magari assunto da poco, appena uscito da Cambridge con una bella laurea umanistica, il quale avrebbe fatto un salto sulla sedia redigendo un accorato rapporto ai suoi superiori, spiegando loro che la data dell'11 settembre è stata per almeno 200 anni di seguito, in Europa, ricordata collettivamente da tutte le nazioni come il momento in cui è stato battuto militarmente il califfato musulmano ottomanno che voleva invadere l'intero continente; l'11 settembre del 1683, infatti, si è svolta la battaglia di Vienna, nel corso della quale il grande generale polacco Jan Sobieski, che era anche il re di Polonia, con 62.000 uomini battè sul campo l'armata turca composta da 160.000 soldati armati di tutto punto. Allora, come i codici dell'epoca ci riferiscono, il grande sultano Mehmed IV, meglio noto come il "Grande Califfo" scrisse che avrebbero bruciato e distrutto le grandi torri di Vienna e l'Europa intera sarebbe diventata musulmana, arresa e sottomessa al volere di Allah. Invece perse la battaglia e anche la guerra. Da quel giorno, i musulmani sono stati cacciati via dall'Europa per sempre, umiliati dalla grandiosa sconfitta. Questo avrebbe detto il giovane analista ai suoi superiori.
Gli inglesi amano la Storia, la sanno leggere, la sanno descrivere, la sanno ricordare e raccontare sia in maniera colta che divulgativa. Gli americani non hanno questa tradizione.
Personalmente, sono assolutamente convinto che se gli inglesi avessero letto quella nota della Cia sarebbero stati in grado di capire che cosa bolliva in pentola.
Gli americani, invece, presuntuosi e zucconi, non avendo trovato la connessione giusta, non hanno capito come si stavano mettendo le cose.
Da questo errore di valutazione, i complottisti si sono mossi sostenendo che, non soltanto la Cia sapeva tutto, ma addirittura l'attentato se lo sono costruiti loro.
Gli storici più equilibrati, invece, sostengono che questa tesi complottista sia stata "inventata" ad arte proprio dalla stessa Cia. Per l'immagine dell'intelligence statunitense era molto meglio essere visti come diabolici e perversi organizzatori, piuttosto che come ignoranti cialtroni.
Tendo a sottoscrivere questa interpretazione.
La data dell'11 settembre del 2001 aveva, inoltre, un'altra particolarità, segnalata e identificata da storici francesi, ricercatori presso la Ecole des Haute Etudes di Parigi. Tra il 2001 e il 1683 ci sono 318 anni di distanza. Casuale? Gli storici si sono messi al lavoro e hanno scoperto che il numero 318 è un numero sacro e ritualmente simbolico per i cattolici perchè indica il crocifisso. E i teologi colti musulmani lo sapevano benissimo. L'identificazione di questa data con la Croce è antichissima. Risale a un periodo tra il 70 e il 90 e appartiene a un testo scritto in greco antico. Si chiama la Lettera di Barnaba ed è anonima. L'Enciclopedia cattolica sostiene che sia stata redatta invece nell'anno 130 e sulla idenfificazione della data certa ancora discutono. Ciò che conta è che tale testo, per diversi secoli (fino al Rinascimento) è stato considerato sacro e addirittura incorporato per 600 anni nel Nuovo Testamento. In questa "Lettera Sacra" il numero 318 viene definito come la chiave segreta che apre la porta verso il mondo invisibile e rappresenta il simbolo del crocifisso. 
E' un interessantissimo trattato teologico che sintetizza il concetto di fede e conoscenza. Sosteneva Barnaba che "senza intelligenza non c'è sapienza; senza sapienza non c'è scienza; senza scienza non c'è conoscenza; senza conoscenza non c'è fede".
La Lettera di Barnaba oggi non gode di grande fortuna presso i teologi cattolici perché è considerata troppo elitista, ma anche i più critici riconoscono il testo come fondativo della civiltà cattolica. Nelle scuole coraniche del Pakistan, nel corso dedicato allo studio di altre religioni, è studiato da sempre. Anche nella scuola coranica che era stata frequentata da Bin Laden.
Secondo i francesi e gli inglesi (gli statunitensi ancora non ci credono) la data è stata selezionata da Bin Laden per manifestare la "vendetta storica" ponendo le basi per una nuova sfida 318 anni dopo. Gli americani, invece, sostengono sia stata una scelta casuale dovuta a circostanze di carattere pragmatico.
Essendo opinioni sono tutte lecite. Io sto con gli analisti anglo-francesi.
L'11 settembre, dunque, per l'Europa,  e quindi per gli europei, va riferito al 1683, a mio avviso.
Non vorremmo mica deludere Osama Bin Laden!

La battaglia di Vienna fu un evento epico, impresso per diversi decenni negli europei. Il generale Kara Mustafa, totalmente convinto di vincere, si portò con sè diversi scrittori. Il cronista turco Mehmed der Silihdar così raccontò l'alba dell'11 settembre: 
"Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi. Non era possibile fermarli".
Non gli andò bene a Mustafa.
Ritornato in Turchia dopo la batosta, venne arrestato dal Sultano Mehmed IV e incarcerato a Belgrado (ancora nelle mani turche); rinchiuso in un sotterraneo a pane e acqua con la consegna di ucciderlo "lentamente" nel caso i soldati della Santa Alleanza europea avessero deciso di attaccare Belgrado. Il 25 dicembre del 1683 venne strangolato con la garrota.

Un giornalista free lance greco (figlio di madre polacca) sconosciuto ai media mainstream, Miltiades Varvounis, nel 2012 ha deciso di raccontare la storia del re di Polonia Jan Sobieski, il generale che guidò la cavalleria nell'attacco vincente contro l'armata turca. Snobbato dagli storici accademici, (dopo aver ingoiato rospi di invidia malcelata) si sono dovuti ricredere in seguito ad un impressionante successo editoriale in tutta l'Europa settentrionale e orientale. 
Il suo libro "The king who saved Europe" è diventato celebre e famoso. Non nei paesi latini mediterranei dove è stato scelto di non diffonderlo e non parlarne. Lo trovate (se vi interessa) in lingua inglese su Amazon e potete leggere una intervista all'autore su un sito irlandese della Chiesa di Roma che si occupa della cultura cattolica (http://www.ncregister.com/blog/cgress/the-warrior-king-who-saved-europe-from-islam). 
Il libro è divertentissimo e ritengo che si tratti di una penosa forma di censura difensiva della nostra cultura non averne parlato.

Non si può non parlare del delizioso film che un bravo cineasta italiano ha realizzato nel 2013 (il titolo del film è "11 settembre 1683"). L'autore è Renzo Martinelli, nome che non dice nulla al grande pubblico, ma molto apprezzato sia dalla critica che da indomabili guerrieri cinefili, che aveva già firmato nel 2001 il film "Vajont" nel quale narrava la tragedia della diga crollata.
Il film è interpretato da Murray Abraham, Enrico Lo Verso e Alicija Bachleda.
In Italia nessuno ne ha parlato, così come è passato sotto silenzio il libro di Varvounis.

Così va l'Italia, oggi.







giovedì 7 settembre 2017

Come i terroristi si fanno finanziare dai governi della Svizzera e del Regno Unito.

  • Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche.
  • "Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti." – Adrian Amstutz, parlamentare svizzero.
  • I funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.
Secondo l'emittente pubblica radiotelevisiva svizzera SRF, un imam libico che ha esortato Allah a "distruggere" tutti i non musulmani ha ricevuto più di 600mila dollari sotto forma di benefit sociali e sussidi.
Abu Ramadan è arrivato in Svizzera nel 1998 e ha ottenuto asilo politico nel 2004 dopo aver dichiarato di essere perseguitato dal governo libico per la sua affiliazione ai Fratelli musulmani. Da allora, secondo SRF, l'imam ha incassato 600mila franchi svizzeri di aiuti sociali.
Anche se Ramadan vive in Svizzera da quasi venti anni, parla a malapena francese e tedesco e non ha mai avuto un lavoro stabile. L'uomo, 64 anni, presto avrà diritto a percepire una pensione statale elvetica.
Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche. In un sermone pronunciato di recente in una moschea nei pressi di Berna, Ramadan ha detto:
"Oh Allah, ti prego di distruggere i nemici della nostra religione, distruggi gli ebrei, i cristiani, gli induisti, i russi e gli sciiti. Dio, ti chiedo di distruggerli tutti e di restituire all'Islam la sua antica gloria".
Saïda Keller-Messahli, un'attivista per i diritti umani svizzero-tunisina, ha dichiarato che Ramadan è pericoloso a causa della sua opposizione all'integrazione musulmana: "Si tratta di qualcuno che non invoca direttamente il jihad, ma crea il terreno fertile per esso".
Adrian Amstutz, un deputato federale, ha accusato il multiculturalismo elvetico di essere la causa di questa situazione:
"Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti".
Beat Feurer, un consigliere comunale di Biel, la città tedesca in cui vive da venti anni Ramadan, ha invitato le autorità tedesche ad aprire un'indagine: "Personalmente, penso che tali persone non abbiano niente da fare qui. Dovrebbero essere espulse".
Lo scandalo Ramadan non è un caso a sé stante, è un fenomeno a cui si assiste in altri paesi europei, dove migliaia di jihadisti più o meno violenti potrebbero utilizzare i sussidi statali per finanziare le loro attività. Una guida per jihadisti presenti in Occidente – dal titolo "Come sopravvivere in Occidente" – diffusa dallo Stato islamico nel 2015 raccomandava loro: "Se riuscite a beneficiare di sussidi extra, fatelo".
In Austria, più di una dozzina di jihadisti hanno incassato prestazioni sociali per finanziare i loro viaggi in Siria. Tra questi, Mirsad Omerovic, 32 anni, un predicatore islamico estremista che secondo la polizia ha raccolto centinaia di migliaia di euro per la guerra in Siria. Omerovic, padre di sei figli che vive esclusivamente di sussidi erogati dallo Stato austriaco, ha beneficiato di sussidi supplementari per congedo di paternità.
In Belgio, alcuni dei jihadisti autori degli attacchi di Bruxelles e Parigi, in cui nel 2015 e nel 2016 sono morte 162 persone, hanno ricevuto più di 50mila euro (59mila dollari) sotto forma di prestazioni sociali, che hanno usato per finanziare i loro piani terroristici. Fred Cauderlier, un portavoce del primo ministro belga, ha difeso i sussidi sociali dicendo: "Questa è una democrazia. Non abbiamo strumenti per controllare come le persone spendono le somme loro elargite".
Secondo il Ministero della Giustizia, soltanto nel Brabante fiammingo e a Bruxelles, decine di jihadisti che hanno combattuto in Siria hanno ricevuto almeno 123.898 euro (150.000 dollari) di prestazioni indebite.
In precedenza, il quotidiano fiammingo De Standaard aveva scritto che 29 jihadisti di Anversa e Vilvoorde hanno continuato a percepire sussidi di mille euro al mese (1.200 dollari) dopo essersi recati in Siria e Iraq a combattere per lo Stato islamico. Il sindaco di Anversa, Bart de Wever ha dichiarato: "Sarebbe ingiusto se queste persone beneficiassero dei programmi sociali e utilizzassero, ad esempio, le loro indennità di disoccupazione per finanziare la loro lotta in Siria".
Nel febbraio scorso, l'Istituto nazionale per l'occupazione (RVA) ha rivelato che 16 jihadisti che avevano fatto ritorno in Belgio dopo essersi recati a combattere in Siria ricevevano assegni di disoccupazione. Il portavoce dell'RVA, Wouter Langeraert, ha detto:
"Noi viviamo in uno Stato costituzionale. Non tutti i combattenti siriani che sono rientrati si trovano in prigione. Alcuni soddisfano tutti i requisiti giuridici; non sono tutti in prigione, si sono di nuovo registrati nel loro Comune, sono in cerca di lavoro etc.".
In Gran Bretagna, i contribuenti hanno finanziato Khuram Butt, il leader del commando terrorista che ha colpito il London Bridge e il Borough Market, in cui hanno perso la vita otto persone e 48 sono rimaste ferite.
Salman Abedi, l'attentatore suicida di Manchester, ha usato i prestiti e gli aiuti agli studenti sovvenzionati dai contribuenti per finanziare il suo piano terroristico. Abedi ha ricevuto almeno 7.000 sterline (7.000 dollari) dalla Student Loans Company dopo essersi iscritto al corso di laurea in Economia aziendale alla Salford University nell'ottobre 2015. Si ritiene che abbia ricevuto altre 7.000 sterline durante l'anno accademico 2016, anche se allora aveva già mollato la facoltà. Pare anche che Abedi abbia ricevuto un'indennità di alloggio e un sostegno al reddito di importo equivalente fino a 250 sterline a settimana.
David Videcette, un ex detective della polizia di Manchester che ha partecipato alle indagini sugli attentati terroristici del 7 luglio 2005 a Londra, parlando del sistema dei prestiti per studenti ha detto:
"È un modo semplice per un terrorista per finanziare le sue attività a spese del contribuente. Tutto quello che deve fare è iscriversi all'università e poi sparire. Spesso non hanno alcuna intenzione di comparire".
Il professor Anthony Glees, direttore del Centre for Security and Intelligence Studies della Buckingham University, ha affermato: "Il sistema britannico rende i fondi facilmente accessibili agli studenti jihadisti senza effettuare alcun genere di controllo. Occorre avviare un'indagine su questo".
Invece, Shahan Choudhury, un jihadista di 30 anni originario del Bangladesh che si è radicalizzato in una prigione inglese, ha usato i sussidi sociali erogati dal governo per portare la sua famiglia, compresi tre figli piccoli, in Siria, per unirsi allo Stato islamico. Secondo la padrona di casa, la famigliola è sparita di notte, lasciando tutte le proprie cose nell'appartamento dell'East London.
Nel 2015, è emerso che tre sorelle di Bradford che si erano recate in Siria ricevevano ancora delle indennità. Khadija, 30 anni, Zohra, 33, e la 34enne Sugra Dawood che hanno portato con loro i nove figli hanno utilizzato gli aiuti al reddito e gli sgravi fiscali per la prole per finanziare il loro viaggio.
Più di recente, un Freedom of Information Request ha rivelato che Anjem Choudary, un islamista che sta scontando una condanna di 5 anni e mezzo per la sua attività di sostegno all'Isis, ha ricevuto più di 140mila sterline (180mila dollari) di assistenza legale finanziata con il denaro dei contribuenti per il suo fallito piano di evitare la prigione. La cifra è destinata a lievitare dal momento che i suoi legali continuano a presentare ricorsi. Questo padre di cinque figli ha preteso fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad".
Choudary ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani.
Anjem Choudary, un islamista britannico che sta scontando una pena detentiva per la sua attività di sostegno all'Isis, ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani. ha incassato fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad". (Fonte dell'immagine: Oli Scarff/Getty Images)
I media britannici hanno riportato che prima del suo arresto Choudary incassava più di 25mila sterline (32mila dollari) l'anno di benefit sociali. Tra l'altro, il predicatore radicale percepiva 15.600 sterline l'anno di indennità di alloggio per mantenerlo in una casa da 320.000 sterline a Leytonstone, nell'East London. Ha inoltre beneficiato di una detrazione fiscale di 1.820 sterline, di un sostegno al reddito pari a 5.200 sterline e ha percepito assegni familiari per l'importo di 3.120 sterline. Non essendo i benefit sociali sottoposti a tassazione, il suo reddito corrispondeva a uno stipendio di 32.500 sterline (42mila dollari). A titolo di raffronto, nel 2016 le retribuzioni medie annue dei lavoratori a tempo pieno in Gran Bretagna erano di 28.200 sterline (36.500 dollari).
Altri esempi di abusi del sistema assistenziale da parte dei jihadisti, possono essere visionati qui.
In Danimarca, secondo quanto riferito dal Servizio di sicurezza e di intelligence (PET), i jihadisti troppo malati per lavorare ma abbastanza sani per combattere per lo Stato islamico hanno beneficiato di sussidi di invalidità, prestazioni di malattia e assegni di pensione anticipata erogati dallo Stato danese.
In passato, un documento prodotto dal Ministero del Lavoro aveva rivelato che più di 30 jihadisti danesi hanno continuato a percepire benefit sociali, pari a 672mila corone danesi (92mila dollari), anche dopo essersi uniti allo Stato islamico in Siria.
Il ministro del Lavoro Troels Lund Poulsen ha dichiarato:
"È del tutto inaccettabile ed è vergognoso. Deve essere fermato. Se ci si reca in Siria per partecipare al jihad, per diventare un guerriero dell'Isis, allora ovviamente non si dovrebbe avere alcun diritto a ricevere benefit dal governo danese".
In Francia, il governo ha tagliato le prestazioni sociali a circa 300 individui identificati come jihadisti. La Francia è il più grande esportatore di combattenti stranieri in Iraq e Siria, con più di 900 jihadisti che si trovano all'estero.
In Germania, Anis Amri, un tunisino di 23 anni, autore dell'attacco letale al mercatino di Natale a Berlino, ha utilizzato diverse identità per incassare illegalmente i sussidi sociali. Sembrerebbe che le autorità tedesche fossero a conoscenza della frode, ma non sono intervenute.
Invece, un jihadista residente a Wolfsburg, che ha portato la moglie e due figli piccoli in Siria, ha continuato a ricevere prestazioni sociali dallo Stato, pari a decine di migliaia di euro, per un intero anno dopo aver lasciato la Germania. Le autorità locali hanno detto che la legge tedesca sulla privacy impedisce loro di sapere quali famiglie abbiano lasciato il paese.
Complessivamente, è stato rilevato che più del 20 per cento dei jihadisti tedeschi che combattono in Siria e in Iraq percepiva benefit sociali da parte dello Stato; e dopo il loro rientro in Germania, i jihadisti potranno ricominciare a ricevere assegni assistenziali. Il ministro degli Interni del land della Baviera, Joachim Hermann, ha dichiarato:
"Non saremmo mai dovuti arrivare a questo. Il denaro dei contribuenti tedeschi non avrebbe mai dovuto finanziare direttamente o indirettamente il terrorismo islamista. I sussidi di questi parassiti terroristi dovevano essere tagliati subito. Non lavorare e diffondere il terrore a spese dello Stato tedesco non è solo estremamente pericoloso, è anche la peggior provocazione e infamia!"
Nei Paesi Bassi, il governo ha interrotto l'erogazione di sussidi a decine di jihadisti. Un combattente olandese di nome Khalid Abdurahman è apparso in un video di YouTube con cinque teste mozzate. Originario dell'Iraq, l'uomo ha vissuto per oltre dieci anni grazie al welfare, prima di unirsi allo Stato Islamico in Siria. I servizi sociali olandesi lo hanno dichiarato non idoneo al lavoro e i contribuenti gli hanno pagato i farmaci per il trattamento della claustrofobia e della schizofrenia.
La legge per tagliare i benefit sociali ai jihadisti non si estende ai prestiti per gli studenti: il vicepremier Lodewijk Asscher ha detto che un divieto del genere sarebbe controproducente perché renderebbe più difficile il reintegro dei jihadisti.
In Spagna, Saib Lachhab, un jihadista marocchino di 41 anni residente nella città basca di Vitoria, ha accumulato 9mila euro (11mila dollari) di sussidi per finanziare il suo piano di unirsi allo Stato islamico in Siria. Ogni mese, l'uomo riceveva 625 euro (750 dollari) dal governo centrale e 250 euro (300 dollari) dal governo basco. Percepiva inoltre 900 euro (1.075 dollari) al mese di assegni di disoccupazione.
Samir Mahdjoub, un jihadista algerino di 44 anni residente nella città basca di Bilbao, ha ricevuto 650 euro (780 dollari) al mese di sussidi pubblici e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio. Redouan Bensbih, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di Barakaldo, ha incassato 836 euro (mille dollari) di sussidi sociali al mese dopo essere stato ucciso su un campo di battaglia siriano. La polizia ha infine arrestato nei Paesi Baschi cinque musulmani che intercettavano i pagamenti e li dirottavano in Marocco. Le autorità basche hanno detto che gli aiuti continuavano ad essere erogati perché non era stata loro notificata la morte dell'uomo.
Ahmed Bourguerba, un jihadista algerino di 31 anni residente a Bilbao, ha percepito 625 euro (750 dollari) al mese di benefit sociali e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio fino a quando non è finito in prigione per reati di terrorismo. Mehdi Kacem, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di San Sebastian, ha incassato 800 euro (950 dollari) al mese di sussidi fino a quando non è stato arrestato per appartenenza allo Stato islamico.
In passato, una coppia pakistana residente a Vitoria era stata accusata di aver falsificato documenti di identità per ottenere in modo fraudolento benefit sociali per dieci persone inesistenti. La polizia ha detto che i due hanno frodato il governo basco di più di 395mila euro (475mila dollari) nell'arco di tre anni.
In Svezia, secondo un rapporto elaborato dal Collegio nazionale di Difesa, 300 cittadini svedesi hanno continuato a ricevere aiuti sociali anche dopo aver lasciato il paese per andare a combattere in Siria per l'Isis. Nella maggior parte dei casi, i jihadisti hanno usato amici e familiari per gestire le pratiche, creando l'illusione che loro fossero ancora in Svezia.
Il convertito musulmano Michael Skråmo, ad esempio, ha incassato più di 50mila corone svedesi (5mila dollari) di benefit sociali dopo essersi recato in Siria con la moglie e i quattro figli. E questo, fino a un anno dopo che aveva lasciato Göteborg.
Magnus Ranstorp, uno degli autori del report, ha chiosato che i sussidi sociali evidenziano la debolezza dei meccanismi di controllo svedesi:
"Per qualche tempo, Michael Skråmo è stato uno dei più noti simpatizzanti dell'Isis. La polizia dovrebbe essere in grado in qualche modo di lanciare l'allarme e informare tutte le autorità quando qualcuno si è recato laggiù".
Nel frattempo, l'Arbetsförmedlingen, l'agenzia governativa svedese per l'impiego, ha interrotto un progetto pilota finalizzato ad aiutare i migranti a trovare lavoro dopo aver scoperto che i dipendenti musulmani dell'agenzia assumevano i jihadisti svedesi. Operativi dello Stato islamico avrebbero corrotto – e in alcuni casi minacciato – i dipendenti dell'agenzia nel tentativo di reclutare combattenti dalla Svezia.
Ma i funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.

lunedì 4 settembre 2017

Bei Capelli o Bel Parrucchino?

di Sergio Di Cori Modigliani

Quella che -come tutti ci auguriamo- sembra essere la più geniale soap opera post-moderna mai inventata, (ovverossia la rissa Bei Capelli vs. Bel Parrucchino) sembra intingersi di inquietanti e davvero truculenti aspetti e dettagli specifici.
In rete ormai (come era ampiamente prevedibile) si stanno scatenando gli strateghi da tastiera e i mega esperti di geo-politica planetaria.
Ma a queste sciocchezze feisbukkiane siamo abituati.
Il punto è che, per comprendere la vera natura di questo jeu de massacre, è necessario sapere di che tipo di armi stiamo parlando. La chiave la si trova andando a leggere i testi più interessanti in questo momento: le riviste militari.
Sia quelle statunitensi che quelle cinesi e russe.
Il dibattito verte tutto intorno al prossimo (già annunciato) lancio nord-coreano.
Il missile che (in teoria) dovrebbe essere lanciato entro domenica -è la stessa Corea del Nord ad averlo annunciato- si chiama in gergo "Nuclear Electromagnetic Pulse Device". Si tratta di un ordigno relativamente molto piccolo il cui obiettivo non consiste nel produrre fuoco e fiamme distruggendo cose e persone, proprio no. Il target è un altro. Consiste nel creare una tempesta elettromagnetica talmente potente da produrre come effetto immediato la cancellazione di ogni dispositivo elettrico ed elettronico nel raggio che parte dal centro dell'esplosione: circa 2.500 chilometri. Tale esplosione si verifica ad un'altezza di circa 7.000 metri d'altezza e la Corea del Nord sembrerebbe intenzionata a farlo in una zona dell'Oceano Pacifico dove non c'è terraferma, tanto per mostrare al resto del mondo di che cosa sono capaci. Si chiama "effetto Babele".
Gli scienziati interpellati sono però (ed è questo il punto drammatico) molto perplessi al riguardo. Sostengono infatti che esistono delle severe contro-indicazioni, soprattutto quelle relative alla totale misconoscenza degli effetti collaterali che tale esplosione può provocare in natura. Oltre a questo c'è il problema del punto d'impatto: se l'esplosione avviene prima o dopo, ovvero produce un raggio d'azione che va a toccare luoghi della terraferma, allora lì viene cancellato l'uso di ogni dispositivo d'energia elettrica. E le conseguenze sono intuibili.
Secondo diversi esperti militari, gli Usa, la Cina e la Russia, avrebbero (d'accordo) spinto la situazione a questo punto, per avere la possibilità di "testare" questa nuova arma sofisticata in possesso da almeno dieci anni nelle mani di americani, cinesi e russi, e mai sperimentata da nessuno di essi.
La versione coreana, però, sembra essere più evoluta.
Quindi, tutti e tre vorrebbero vederla alla prova dei fatti, per regolarsi.
Nel caso dovesse funzionare come preannunciato, ci si troverebbe davvero dentro la storia di Davide e Golia, perchè (almeno per le prime 24 ore) la Corea del Nord diventerebbe la più potente potenza nucleare del mondo, in grado di spegnere l'uso di qualsivoglia dispositivo elettrico in Giappone (tanto per fare un esempio) provocando una totale catastrofe.
Sembra che i mega-esperti militari delle tre (vere) super potenze stiano litigando tra di loro: c'è chi sostiene che Bei capelli bluffa, c'è invece chi sostiene che quell'arma ce l'ha sul serio. C'è poi la sezione militare di chi lo vuol fermare per evitare l'esperimento, c'è invece chi lo incita a farlo perchè vogliono toccare con mano l'esecuzione dell'evento.
L'edizione odierna del Wall Street Journal, attendibile e importante pubblicazione statunitense, offre una preoccupante e allarmistica notizia in questo senso, sostenendo che Bei Capelli voglia lanciare quest'arma nella zona artica settentrionale all'incrocio tra la Siberia e l'Alaska, con viva (e giusta) preoccupazione sia dei russi che degli statunitensi.
Vero o non vero che sia, questo è ciò di cui stanno parlando.
Ecco l'articolo in questione:

Pyongyang’s warnings now include a tactic long discussed by some experts: an EMP triggered by a nuclear weapon that would aim to shut down the U.S.…
wsj.com

venerdì 1 settembre 2017

Dalla Russia con amore.






di Sergio Di Cori Modigliani


Sono convinto che se gli imbattibili (e nei decenni insuperabili) Nikolaj Gogol, Lev Tolstoj, Fedor Dostoevsky, più tutti gli altri loro colleghi -la lista è davvero molto lunga- fossero oggi ancora vivi, si farebbero bruciare sulla Piazza Rossa di Mosca per protesta.
La motivazione del gesto?
E' la seguente:

l'ufficio stampa del Cremlino ha diffuso oggi la notizia ufficiale che il 19 settembre verrà inaugurato nel centro di Mosca un gigantesco mausoleo (al centro del quale ci sarà una gigantesca statua) in memoria di colui che Putin ha definito "il più grande eroe della Storia della Russia": il signor Michail Kalashnikov, l'inventore della mitragliatrice leggera d'assalto, morto in povertà, travolto dai sensi di colpa per la sua oscena invenzione.
Il costo di questa operazione che Putin intende lanciare come gigantesca propaganda mediatica è intorno ai 500 milioni di euro. In un paese nel quale la povertà è aumentata (soltanto nell'ultimo biennio) del 250% e dove la sperequazione tra ricchi privilegiati e nullatenenti poveri aumenta a passi giganteschi, questa scelta appare come un insulto alla popolazione russa, e un attentato terroristico contro la grandezza e grandiosità dell'eredità culturale russa che ha nutrito diverse generazioni di pacifisti, liberi pensatori, e amanti dell'Arte.
Uno sfoggio di militarismo che suona come uno sfregio.
Un atto che personalmente considero appartenente alla pornografia della Politica.
Mi piacerebbe sapere l'opinione in merito dei pentastellati, dei forzisti, dei leghisti e della cosiddetta sinistra antagonista italiana che insistono nel propagandare Putin, presentandolo come grande statista e artefice della pace nel mondo.

Questa sera porterò dei fiori immaginari sulle immaginarie tombe dei grandi russi, senza i quali non potrei vivere nè avrebbe Senso la mia esistenza.
Chiederò scusa e perdono a nome di tutti.

Pessimo segnale dei tempi che stiamo vivendo.

martedì 22 agosto 2017

Barcelona docet.






di Sergio Di Cori Modigliani


Esistono certi fondi internazionali d'investimento ad alto rischio, sostenuti da certe persone e da certe nazioni, noti agli esperti del settore e a coloro che occupandosi di geo-politica, invece di seguire le piste mediatico-spettacolari, seguono la più banale delle strade percorribili: the money!
Molti, a Wall Street, da circa una quarantina di giorni, sapevano che in Spagna sarebbe accaduto qualcosa entro il 20 agosto.
Di grosso. Di molto grosso.
Profeti? Geni? Spie?
No.
Semplici analisti della finanza con solide competenze.
Il rapporto bonos-bundt, cioè il differenziale dello spread tra i buoni del tesoro spagnolo e quello tedesco stava andando a meraviglia (dal punto di vista degli spagnoli). La Spagna si era ripresa talmente bene che si era andata a posizionare al quinto posto nel mondo, subito dopo Giappone, Canada, Francia, Irlanda, rispetto alla Germania. Eppure, a Wall Street, verso la fine di Luglio, hanno notato che erano stati investiti circa 800 miliardi di dollari, scadenza 20 agosto 2017, con una scommessa al ribasso sui bonds spagnoli, esattamente come era avvenuto per l'Italia alla fine di Luglio 2011. I più solerti e attenti hanno redatto un rapporto molto specifico e lo hanno inviato all'agenzia FBI, la quale lo ha spedito alla CIA che lo ha passato ai servizi spagnoli. Gli iberici hanno ringraziato sostenendo (così dicono a Wall Street) che "la situazione è diversa, adessso ci pensa Draghi a sostenere il mercato".
Infatti, la situazione è "diversa".
Ma loro non hanno capito in che senso.
E in Europa fanno finta di non averlo capito.
Morale della favola: un'ora fa hanno incassato la scommessa: guadagno netto circa il 25%, pari a 150 miliardi di dollari. Bonds spagnoli affondati.
E' il costo per la zona euro: Draghi dovrà sborsarli, che gli piaccia o meno.
Cioè, tutti noi.
Avendo al comando della Casa Bianca uno dei più turpi speculatori finanziari della Storia, non vi è alcun stupore.
Nè tantomeno sorpresa.
Quindi, che cosa si fa?
Si prende atto della realtà (quella vera, tangibile, sostanziale, cioè "the money of the super rich") e ci si muove di conseguenza.
O si comprende che siamo dentro una guerra all'ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo) tra la finanza da una parte e la politica dall'altra, con l'economia in mezzo e in posizione ambigua -nonchè irresponsabilmente complice- e si spiega alle persone, agli imprenditori e alle nazioni, come stanno davvero le cose per potersi cautelare, oppure ci dobbiamo cuccare lo spettacolo mediatico internazionale che questi pirati criminali post-moderni stanno allestendo per noi poveri gonzi privi di difese.
La guerra c'è, ma è questa.
Per tutto il resto c'è il mastercard di Grillo-Salvini-Meloni e la bella compagnia dei demagoghi da tastiera a gestire (molto probabilmente a loro insaputa) la bella favola dello scontro di civiltà tra buoni e cattivi.
E' solo business.
Tutto qui.
E le nostre esistenze sono diventate ottima carne da macello

martedì 15 agosto 2017

Quando vince il pacifismo.




di Sergio Di Cori Modigliani

Grandiosa vittoria di Moon Jae in, il neo-presidente della Corea del sud eletto lo scorso 20 maggio.
Intellettuale radicale, appartenente alla tradizione pacifista del movimento progressista della sinistra asiatica, fervente cattolico, ha risolto la crisi internazionale provocata dalla totale stupidità e incompetenza dello statunitense Donald Trump e dalla totale stupidità e arroganza del nordcoreano Kim Jong un.
Una vera catastrofe per la politica estera americana.
Moon, infatti, ha avviato dei colloqui con la Corea del nord ed è riuscito a convincere il giovane dittatore a fidarsi di lui, a dimostrazione dell'importanza del rispetto della diversità culturale e di quanto sia importante il principio di auto-determinazione dei popoli: tra coreani si capiscono al volo.
Dove è fallita la Cina, c'è riuscito un pacifista sud coreano.
Ecco i fatti salienti: questa mattina, 15 agosto, alle ore 3.30 italiane, il presidente della Corea del sud ha annunciato formalmente e ufficialmente alla televisione sudcoreana che "non tollererà e non consentirà agli Usa nessuna forma di iniziativa militare sulla penisola coreana e intorno alle sue coste a meno che non venga prima informato il governo della Corea del sud che deciderà, in maniera autonoma e indipendente, se consentire o meno tale iniziativva. Per quanto riguarda l'attuale fase, fedele alla tradizione pacifista così fortemente voluta dalla cittadinanza, comunica di non consentire agli Usa il permesso per operazioni militare nella penisola". Fine del messaggio.
Trentacinque minuti dopo, alla televisione nord-coreana è apparso Kim, il quale ha annunciato "di aver dato ordini ai miei generali di sospendere l'attacco annunciato all'isola di Guam, di rientrare alla base di partenza e di annullare l'allarme e lo stato di emergenza".
Si tratta della più grande sconfitta in politica estera, per gli Usa, degli ultimi 20 anni, dovuta all'inettitudine, all'incompetenza e alla capricciosa caratterialità di Trump.

Quel che più conta, si tratta di una grande vittoria del movimento pacifista internazionale.
Quindi, di tutti noi.

Qui di seguito vi allego un articolo pubblicato sul quotidiano britannico "The Guardian" in data 9 maggio 2017 alla vigilia delle elezioni in Corea, nel quale presentava la persona di Moon al pubblico occidentale di lingua inglese.



https://www.theguardian.com/world/2017/may/09/moon-jae-in-the-south-korean-pragmatist-who-would-be-president

giovedì 3 agosto 2017

Quale civiltà? L’Europa, of course! Roma Aeterna docet.





“L’uomo produce regole. La natura è fatta di leggi. Senza la conoscenza della legge, senza il sentimento della legge, nulla si può fare”.
                                                                                Louis Kahn, La Jolla, California 1968


di Sergio Di Cori Modigliani

Esistono i paesi, le nazioni, gli stati. 
Poi, esistono anche le civiltà.
Una ventina di anni fa, circa, l’istituto di Storia della prestigiosa università di Oxford, in prospettiva della preparazione della monumentale impresa editoriale dedicata alla storia delle civiltà, fece un’inchiesta nel Regno Unito. 
Vennero posti soltanto due quesiti. 
Era indirizzato esclusivamente agli accademici esperti in storia, antropologia, sociologia, ai quali vennero aggiunti anche le migliaia di studenti delle facoltà umanistiche. 
La domanda era la seguente: “Quale è stata la più grande civiltà sul pianeta Terra negli ultimi 3000 anni?”. La risposta era libera. Nel 76% dei casi la risposta fu la stessa. Venne aggiunta anche una seconda domanda: “Sapreste indicare con esattezza l’anno specifico della nascita della civiltà da voi prescelta e il motivo per cui uno specifico evento l’ha definita?”. 
A questa successiva domanda la stragrande maggioranza non seppe dare una risposta. 
Tra le 1750 risposte, invece, l’81% indicò una data: il 420 a.C.
La civiltà prescelta fu l’impero romano.

Su questo non c’è neppure dibattito tra gli storici. 
Sono tutti concordi. 
L'antica  civiltà romana durò circa 1200 anni, dall’ottavo secolo avanti Cristo fino al quinto dopo Cristo. Ci furono anche altre antiche civiltà che durarono molto a lungo, come quella egizia, celtica, etrusca, persiana, cinese, maya, azteca, inca e un’altra ventina meno note. 
Ma nessuna di queste ebbe la potenza di Roma, che non fu soltanto quella militare, tutt’altro. 

L’antica società romana, infatti, ebbe la particolarità specifica di produrre un tipo di civiltà talmente forte da contaminare e contagiare anche lontanissime civiltà molto diverse, con le quali non vennero mai neppure in contatto. Mentre i maya o i persiani o i cinesi rimasero confinati all’interno del loro territorio esclusivo, i romani cambiarono per sempre (in senso evolutivo e progredito) il volto dell’umanità sulla Terra. La data specifica della svolta fu il 420 a.C. La città di Roma esisteva già da circa 350 anni, ma non era ancora una civiltà. Allora, nel bacino del Mediterraneo, primeggiavano l’Egitto e la Grecia. Ma in quell’anno, dopo aver chiuso positivamente la guerra contro gli Etruschi, nella fase politica susseguente al periodo monarchico dei sette re, i romani si posero delle domande relative alla loro identità. Mentre, proprio in quel periodo, nella vicina Grecia nasceva e si sviluppava la più fertile e ricca scuola di pensiero filosofico mai esistita, i romani dibattevano sulla necessità di fondare una nuova idea di mondo, con paradigmi diversi, una prospettiva nuova, una dialettica universale talmente folgorante da poter essere condivisa da tutti. E così nel 420 a.C. diventano i primi sul pianeta Terra ad abolire il sacrificio umano per decreto (scritto), attribuendo all’esistenza un valore assoluto. 
Considerato un reato penale gravissimo, i responsabili di sacrifici umani sarebbero stati condannati a morte. 
Quell’atto politico/legale sancì subito una loro specifica unicità. 
E' stata la prima società sul pianeta Terra a darsi questa nuova regola: i romani sono stati i primi umani sul pianeta ad attribuire alla Vita un valore sacrale e supremo.
La notizia si sparse in tutto il mondo allora conosciuto arrivando (qualche decina di anni dopo) perfino nelle lontanissime India e Cina. In Asia, mercanti viaggiatori, riportarono con particolari e dettagli le leggi e le nuove formulazioni di una società che negava per costituzione a chiunque di abusare dell’esistenza di chiunque altro nel nome di un principio superiore, di solito divino. Fu la prima società laica nel pianeta in cui al centro della scena compare come elemento superiore il “cives”, il cittadino, la cui vita e attività è considerata superiore a quella degli dei, invisibili abitanti dei cieli. Per un lunghissimo periodo furono gli unici a praticare la glorificazione del cives vivendo in una comunità che non contemplava i sacrifici umani per ingraziarsi gli dei. Ma poco a poco, quella pratica divenne seducente e per contaminazione pose le fondamenta di una totale e complessa regolamentazione della vita pubblica, passata alla Storia come "Diritto Romano". 

Secondo l’istituto di Storia dell’università di Oxford, quel Diritto è ancora oggi attivo, essendo la base di ogni giurisprudenza applicata nel pianeta.
Abituati alla divulgazione di stampo hollywoodiano, siamo cresciuti con l’idea che la forza dei romani fosse soprattutto il loro esercito.
Non è così. Non era così.
E’ stato invece il fatto di codificare un progetto culturale vasto che ha cambiato totalmente la prospettiva esistenziale del mondo. Gli storici romani ci hanno segnalato un solo celebre episodio, avvenuto qualche giorno prima della battaglia di Canne contro gli africani, quando il generale che guidava la prima avanguardia d'attacco scelse di sacrificare (la notte prima)  un Gallo e un Greco per sedurre Marte e vincere. 
Vinse. 
Ma fece la stessa fine di quei due poveri disgraziati, sepolti vivi nella sabbia perché questo era il volere degli dei. 
Per Roma, infatti, era più importante il volere degli uomini civili, ovverossia la Regola e il Diritto del Cives, da cui la celeberrima espressione Dura Lex sed Lex.
Non era importante vincere, bensì "come" vincere.
Una vittoria senza rispetto, coerenza e fedeltà rigorosa ai principii del Diritto Romano, per i nostri antichi antenati, non era una vittoria. E si veniva sanzionati e puniti per questo.

Non fu affatto l’ansia del dominio imperiale a rendere Roma la più grande civiltà mai esistita, come erroneamente la corrente vulgata sostiene. 
Fu esattamente il contrario. 

350 anni dopo la sua fondazione, nel V secolo a.C. ormai rassicurati da se stessi, i romani scelsero di darsi una regolamentazione totale basata su codici di comportamento collettivo che consentirono la convivenza tra centinaia di etnie diverse. Oggi, 2017, a Roma città abitano circa 4 milioni di persone, su circa 6,5 miliardi di abitanti nel pianeta. Mille anni fa, nel 1017, a Roma abitavano circa 25.000 persone. Non c’era nessuno, se non il papa e qualche cardinale, asserragliati dentro Castel S.Angelo. 1500 anni fa, Roma era ancora devastata dalle incursioni dei barbari ed era diventata lo scenario del più violento scontro sociale mai registrato. Ma 2000 anni fa, cioè nel 17.d.C, nel pieno del proprio splendore, a Roma (che si estendeva ad ovest fino a Ostia, a est fino a Rieti, a nord fino a Orte, e a sud fino a Sperlonga) abitavano circa 3,5 milioni di persone, quando gli abitanti terrestri erano a malapena 500 milioni.

La lezione (e l’eredità) di quest’antichissima e gloriosa civiltà dovrebbe essere la base dibattimentale di un progetto europeo mediterraneo. 

Ormai incorporata l’idea che non può essere la finanza, il sistema bancario e una moneta a stabilire i codici di riferimento di una comunità collettiva, è necessario recuperare i valori alti della Cultura e della competenza per seguire la traccia degli antichi romani e fondare una nuova civiltà europea. Pensare di poter sostenere un progetto politico continentale basandosi soltanto sulla gestione più o meno sapiente della rabbia, livore, indignazione, bisogno, ruotando intorno a slogan pregni di echi ma vuoti di sostanza è una perdita di tempo, un errore madornale e non servirà a nulla. 
I gravissimi problemi che stiamo affrontando in questa fase, per noi europei, non possono essere risolti da una piatta normativa o da qualche abile trucco ragionieristico che ormai sanno di folclore. E’ necessario ripartire dalle priorità basiche sulla cui fondazione è necessario dibattere per costruire i pilastri di sostegno di una società evoluta. 

Siamo abbastanza ricchi in Europa per andare, complessivamente, al di là del mero concetto di sopravvivenza e fondare una nuova civiltà basata sulla abolizione del sacrificio umano post-moderno, qui inteso nella sua accezione attuale e contemporanea, proprio come fecero i romani 2.437 anni fa.
Incorporare un’idea di mondo basata sul concetto che non si ha futuro, che non si possono coltivare ambizioni, che non si possono costruire aspettative, che non si può fondare una propria progettualità individuale, che l’unica possibilità di ingresso nel mondo del lavoro passa ineluttabilmente per le vie della politica partitica, equivale alla morte civile: è la nostra modalità di praticare il sacrificio umano. Dobbiamo diventare civili, non lo siamo ancora. 
Questa è l’eredità che il compianto prof. Zygmunt Bauman, squisita mente di europeo pensante, scomparso otto mesi fa, ci ha lasciato come eredità e viatico per noi che stiamo qui. Nel suo più drammatico testo pubblicato cinque anni fa (“Danni collaterali” stampato dall’editore Laterza di Bari) ci spiega come l’essere umano sia ormai diventato, per l’appunto -da cui il titolo del libro- una cifra statistica, un danno collaterale della società attuale. 
Siamo ritornati al sacrificio umano. 
Prima della grande civiltà.
Si impone un immediato lavoro di progettazione culturale fondativo prima che sia troppo tardi.

sabato 29 luglio 2017

Dio, chi? Un filosofo sloveno illumina la confusa scena della nostra palude quotidiana.










di

C’è un nuovo fondamentalismo religioso, oggi, in occidente, che si va diffondendo a macchia d’olio, penetrando nelle nostre case, forgiando il nostro immaginario. Mentre nei paesi islamici, la collettività autoctona deve vedersela con la piaga dell’Isis e il loro specifico radicalismo violento, in occidente siamo costretti a prendere atto di essere finiti nel gigantesco calderone del capitalismo social, estrema aberrazione etica di una degradazione etico-sociale che va all’attacco della libertà della nostra psiche. In gioco, infatti, è proprio l’Animus della persona, intesa come esistenza pulsante.
Questo neo-fondamentalismo religioso, all’apparenza laico, avviene nel nome e al servizio del dio Narciso, è quindi  impossibilitato a essere oggettivato.
Lo si può definire, per il momento, soltanto attraverso un aforisma paradossale.
“E’ in atto una epocale metamorfosi di Dio: si sta trasformando in d’Io”.
Ed è la ragione principale della crisi dell'occidente


fine del post.





P.S.
Consiglio ai miei lettori di seguire la prolifica attività di pensiero del filosofo e psicoanalista sloveno Zizek, che considero un illuminante faro nella coscienza europea. Qui di seguito, vi propongo una intervista da lui rilasciata al corriere della sera e pubblicata un anno fa sul quotidiano milanese. Eccola, buona lettura.
(http://www.corriere.it/cronache/16_settembre_16/prometteva-liberta-ma-web-oscuro-rovina-milioni-vite-2ba208b6-7b7e-11e6-ae27-bc43cc35ec72.shtml)



«Prometteva libertà ma il web oscuro rovina milioni di vite»

Il filosofo Žižek: è lo Stato che deve controllare la Rete




Domani terrà una lectio magistralis al festival di Pordenone, dove presenterà Il contraccolpo assoluto (Ponte alle Grazie), che continua la sua rilettura creativa di Hegel e Lacan. La notizia del suicidio di Tiziana Cantone lo colpisce in quanto padre e gli ricorda un caso molto simile in Slovenia. «A Maribor, due anni fa, in una piccola scuola, degli studenti avevano filmato un preside che faceva del sesso orale con una professoressa; quel video è finito sul web e il preside si è ucciso. Non ha retto, la sua vita era rovinata. Noi ce ne accorgiamo solo quando ci sono finali tragici o scandali, ma tante vite vengono distrutte in modo più discreto. Milioni di persone perdono la loro onestà, la loro decenza, soffrono».



Prima del web era diverso?
«Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. Lo so perché mio figlio, di 17 anni, ha fatto un giro sul web profondo e ha trovato di tutto, video di torture, scene di sesso estremo e persino uno di quei film in cui si vedono morire delle persone, uno snuff movie».

Lei come ha reagito?
«Malissimo. Sto male solo all’idea che si possa vedere realmente qualcuno torturato e ucciso. Per cosa poi? Un conto è vedere, come fanno gli inviati di guerra, le prove di un massacro di civili, altro discorso è farlo per gioco. Lo stesso discorso vale per il sesso».

Cosa pensa del sesso digitale? L’ha mai fatto?
«No! Io lo faccio in modo analogico. E amo le passioni. Infatti ho avuto più mogli, e sono un monogamo; ma la monogamia per la cultura di oggi è vista come una patologia, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, perché non va bene fissarsi con una sola persona. In questo senso non mi piace molto il nuovo corso di certi movimenti di genere sessuale che sono passati dalla giusta richiesta di diritti alla prescrizione normativa di doveri, e di piaceri, quasi una ideologia, perfetta per il nuovo capitalismo social, che predica consumi e ostentazione. Gli psicanalisti dicono che spesso le persone chiedono come poter gestire meglio il proprio piacere, averne di più. E invece i terapisti devono liberare i propri pazienti da questa ossessione di voler godere sempre e comunque».

Quant’è ambiguo l’appeal del sesso digitale?
«Da un lato, per i giovani soprattutto, sembra un gioco di evasione, di fuga in un universo virtuale che spesso fa ritardare le esperienze reali. Dall’altro lato questa fuga fa venire fame di realtà, e di interagire in maniera anche brutale e, possibilmente, riconnettere virtualità e realtà. Anche in maniera dolorosa. Ricordo i cutters, quelli che si tagliavano con il coltello, anche su parti intime, o lì vicino, per sentirsi reali, vivi».

Lei ha mai controllato il cellulare o il pc di suo figlio?
«Mai, è da idioti pensare di farlo: lui è tecnologicamente più avanzato di me. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale».

Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy?
«No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi. I social media creano sì nuovi spazi di auto organizzazione, per dirla con Marx, ma grazie a loro il discorso politico si è abbassato: uno come Trump può parlare oggi in pubblico come fino a ieri avrebbe potuto parlare solo in privato. Questo abbassamento è purtroppo ormai accettato».

Che cosa bisogna fare?
«Invertire la tendenza. Un tempo sesso e linguaggio volgare erano armi rivoluzionarie contro il potere. Oggi che il potere è sessualizzato ed è volgare dobbiamo riscoprire le passioni nel sesso e in politica».