mercoledì 12 luglio 2017

La tragica assenza nel panorama politico italiano. Perché non stiamo evolvendo.



Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, si deve dimettere: lo chiedono i piddini e i forzisti. Il sindaco di Livorno, va sostenuto: lo pretendono i pentastellati. Il sindaco di Lodi è rimasto vittima di un complotto politico della magistratura che vuole eliminare il caro leader: è la tesi dei piddini renziani, quindi prima di giudicare bisogna valutare per capire chi sta ordendo la trama. Il sindaco di Lodi, giustamente, è finito in galera perché è un mascalzone: così sostengono i pentastellati. L’assessore della regione Lombardia, Mantovani, è stato scarcerato per un vizio di forma: un grave errore tecnico da parte della procura: i pm sono stati negligenti, il suo avvocato personale, invece, è stato più bravo di loro. La Lega Nord applaude il suo ritorno all’attività pubblica e lo accoglie come il figliol prodigo difendendo lo stato di Diritto. Il M5s e il PD, loro oppositori, sostengono che è un’indecenza scandalosa. Lui  ride.
E così via dicendo.
Nel paese più opportunista e cinico d’Europa, gli esponenti politici fanno a gara a darci lezione di morale, ogni giorno, ricordandoci quanto siano mafiosi, corrotti, mascalzoni e impresentabili gli esponenti di partiti politici opposti al loro. I talk show dibattono sulle modalità tecniche nel presentare le liste affidandosi a opinioni di vario genere. Raffaele Cantone e Rosy Bindi vengono richiesti, a furor di popolo, come i certificatori etici in ultima istanza. Si tratta, invece, a mio avviso, di una autentica tragedia collettiva basata su un falso mediatico, costruito per censurare la realtà e insistere nel promuovere l’interpretazione berlusconiana dell’esistenza, basata su un’idea mercatista della politica per cui ciò che conta è il risultato, il profitto in termini elettorali, la quantità di consenso che quella persona X è in grado di ottenere.
Chiedere a Cantone la certificazione etica dei candidati è folle.
Automaticamente svilisce e annacqua il dibattito rendendolo infantile, quindi inutile per una comunità di adulti.
Ciò che in questo paese non si riesce a sdoganare e a promuovere è il concetto di opportunità politica, caposaldo psico-sociale delle società più mature ed evolute delle nostre. Oggi si pratica un’attività politica che non riguarda affatto l’applicazione del concetto di servizio pubblico, ma si nutre di annunci, slogan, visibilità, apparizione televisiva. L’opportunità politica consiste semplicemente nel calcolare quanto convenga aggredire, insultare e azzannare alla carotide il malcapitato di turno della fazione avversa. E’ un’idea del mondo infantile e regressiva, esaltata dall’emotività viscerale di facebook che alimenta il tifo e il livore.
La certificazione etica non la può dare nessuno e non si compra.   Non è in vendita. E’ come la simpatia, l’amore. O c’è o non c’è. Nasce come brand genetico e lì riceve l’imprimatur. I primi certificatori etici della nostra esistenza sono i genitori, i fratelli, le sorelle, gli zii e i nonni. Nasciamo tutti come potenziali assassini, ladri e mascalzoni. Chi ha la fortuna di crescere in una famiglia per bene composta da persone oneste, all’età di cinque anni, quando va in prima elementare, è già equipaggiato a sufficienza per saper distinguere tra onestà e disonestà, giustizia e sopruso.
E così via dicendo, mentre passano gli anni e si cresce.
“L’opportunità politica” non può essere legiferata. Non può essere consegnata con un timbro da qualcuno a qualcuno.
Si tratta di un fatto interiore che appartiene all’armonia empatica di chi sente, dentro di sé, l’equilibrio delle diverse componenti interne. E’ irrilevante il curriculum vitae dei candidati. Ciò che conta è la loro biografia esistenziale, ben altra cosa. Una persona può essere un autentico mascalzone senza aver mai commesso un reato, punibile per Legge, in tutta la sua vita. Così come una persona di stampo diverso può essere onestissima senza neppure sapere di esserlo. Glielo spiegherà la casualità del destino, quando accetterà -come norma- di partecipare a un’azione disonesta (avendo come sostegno una voce interiore che strilla tanto lo fanno tutti così va il mondo) oppure si rifiuterà di aderire a un certo principio dicendo “no, queste cose io non le faccio”.
Questo è il male oscuro, autentico cancro della nostra socialità, colonna portante della vita quotidiana italiana: la mancanza del Senso dell’opportunità politica, una modalità che non ha niente a che vedere né con la Legge, né con l’omissione o emissione di reato, né con la visibilità o con la pubblicità. E’ un fatto interiore che nasce da un atto individuale che ha sempre e comunque un impatto sociale sulla collettività.
Il problema non è la Politica ma la Società Civile.
La responsabilità dei politici sta nel fatto di essere incapaci di applicare un concetto pedagogico elementare: la promozione della pulizia interiore al posto dell’usufrutto profittevole.
In questo senso non esiste nessuna formazione politica attiva in Italia che possa permettersi il lusso di dare lezioni di morale: fanno tutti lo stesso gioco. L’unico partito, movimento, gruppo o associazione che potrebbe sostenere di essere davvero “diverso” ed evolutivo sarebbe, paradossalmente, quello che partecipa alle elezioni dichiarando che il proprio obiettivo non consiste nel vincere, bensì nel veicolare un’idea diversa di mondo, della relazionalità, dell’idea di collettività applicata al senso della comunità nel nome del servizio pubblico.
Abbiamo bisogno di questo paradosso.
La mancanza di pudore etico spinge gli attuali attori politici a praticare l’indecenza quotidiana insistendo nel perseguire la grande eredità tramandata ai posteri da Silvio Berlusconi: il mercatismo dell’esistenza.
Il cambiamento da tutti auspicato comincia da noi. Si comincia da dentro. E chi applica il concetto adulto di “opportunità politica” lo fa in maniera silenziosa e, se e quando è possibile, anche anonima. Lo si fa per sé stessi, per sentirsi persone migliori. Senza mipiace e senza il calcolo della quantità di visualizzazioni.
L’opportunità politica è il grande assente nella vita pubblica italiana.
Tutto il resto è fuffa.

lunedì 10 luglio 2017

Il nemico è tra di noi: basta guardarsi allo specchio.



“Nessun fiocco di neve, in una valanga, si sente responsabile”
                                        George Burns


Il nemico è tra di noi.
Perché c’è la guerra e su questo siamo tutti d’accordo.
Subito dopo questo assunto, potremmo essere già in disaccordo.
E’ bene cercare di capire e comprendere guerra contro chi, contro che cosa e chi sono i partecipanti alla guerra.
C’è chi pensa che si tratti di “uno scontro di civiltà”, ovvero: la guerra tra il mondo islamico da una parte e il mondo cristiano dall’altra. I più importanti rappresentanti di questa tesi sono l’estrema destra repubblicana statunitense e Vladimir Putin, il quale -dal suo punto di vista, giustamente- sostiene (e in qualche caso finanzia) Marie Le Pen in Francia e la Lega Nord oltre al suo amico Berlusconi in Italia, per pompare, gonfiare e ingigantire questa interpretazione che molto presto andrà per la maggiore. Poi c’è chi pensa che si tratti di una guerra tra sciiti e sunniti, tutta interna al mondo mussulmano, di cui noi -poveri martiri occidentali innocenti- siamo le vittime sacrificali. Questa è la tesi sostenuta da elementi di svariata natura, la maggioranza del PD, seguaci di Mario Monti, liberal analfabeti. Poi ci sono quelli che pensano che è tutta una manovra organizzata da quel perfido guerrafondaio di Obama, alleato degli ebrei sionisti, per imporre il nuovo ordine mondiale, perché gli americani, da soli, vogliono impossessarsi delle risorse del pianeta.
Da un paio di settimane ci aggiungiamo anche l’opinione della stragrande maggioranza del popolo italiano, che da esperto di canzone italiana è passato -con un triplo salto mortale carpiato- alla professione di esperto islamista, arabista, cultore di geo-politica.
Ma alla fine ciò che conta è spaventare.
Perché chi ha paura regredisce e si fida di chiunque si presenti e dica “non ti preoccupare, io ti proteggo e ti salvo”.
Si diventa un po’ come i bimbi all’asilo, quelli con il grembiule bianco e il fioccone azzurro, in fila indiana mentre vanno nel giardino della scuola, ma quando devono passare davanti alla porta della preside si prendono per mano e sentono un brivido nella schiena.
Tenersi tutti per mano aiuta a superare la paura.
Non ha molta importanza che il nemico sia la malvagia Anghela, il perfido califfo, il diabolico “negro” di Washington o lo zar macho: tutto fa brodo e sono intercambiabili. A seconda dell’uso che i profiling e i big data raccolti dalle nostre chiacchiere su facebook vomitano impietosi ogni giorno sul tavolo delle società che gestiscono le strategie della comunicazione sul web.
Ciò che conta (parliamo dell’Italia) è che il nemico sia sempre “l’Altro da sé”.possibilmente e inequivocabilmente esterno; se oltre che estraneo è anche estero meglio ancora.
Ne sanno qualcosa i nostri leader politici, nessuno escluso.
Le loro argomentazioni sono di una noia davvero deprimente e si riducono a “non ce lo fanno fare”.
Il peggio che un politico con la spina dorsale eretta possa dire ai propri seguaci: dichiarare l’impotenza del proprio gruppo.
Non ci si può sorprendere che la depressione sociale sia così diffusa.
Soltanto i bambini vivono in un mondo in cui l’azione individuale (lo splendore della creatività che esprime il potenziale umano attraverso l’autonomia e l’indipendenza), viene negata dal papà, dalla mamma, dai nonni o dalla maestra. Un adulto manifesta sempre la propria identità responsabile su due colonne portanti: l’assunzione di responsabilità in proprio e la manifestazione delle proprie idee come espressione del proprio Sé.
Quando va male, si accetta la perdita, la sconfitta, si vive e si elabora il lutto, poi ci si rimbocca le maniche e si ricomincia cambiando strategia, tattica, ambizioni, obiettivi specifici, lasciando immutati gli obiettivi generali.
Pensate al teatro degli sconquassi offerti dalla più potente opposizione numerica popolare mai registrata in Italia negli ultimi quaranta anni: tutto è finito in una confusa diatriba melmosa tra il “cattivo” Casaleggio e i “poveri” deputati. A mio avviso, quel signore non ha alcuna colpa. Tutto si sarebbe risolto in poche settimane senza neppure testimoni né un solo articolo, se a marzo del 2013, alla prima telefonata in cui venivano dettati ordini dal fantomatico staff della comunicazione, l’interlocutore eletto in parlamento, invece di eseguire ordini mettendosi sull'attenti, avesse risposto con pacioccona serenità adulta “a Gianrobè ma che cazzo stai a dì? A ripijate”. 
Va da sé che, per farlo, bisognava non essere deferenti, non essere appiattiti nella propria ottusa miopia provinciale, non essere ignoranti e arroganti.
E non sarebbe sorto alcun problema. E molto probabilmente il caro leader sarebbe rimasto a fare il sindaco benemerito a vita e qualcosa sarebbe cambiato di certo.
Come dire: bastava avere il coraggio del proprio essere adulti responsabili che rispondono prima di tutto (oltre che alla Legge) alla propria coscienza e basta.
Siamo in guerra, è vero: ma noi italiani siamo in guerra contro il più antico e ineffabile dei nemici: l’italianità becera.

Questo è il vero nemico.
E’ nel nostro specchio l’autentico califfo che decapita.

E’ molto più facile prendersela con Anghela, o con il califfo, o con Obama o con Putin o con gli israeliani o con in palestinesi o con Casaleggio, e aggiungeteci chi vi pare.
E’ molto più difficile prendersela con se stessi e con la propria inefficacia.
E’ molto più difficile andarsela a prendere, per esempio, con il presidente del proprio municipio denunciandolo alla procura per abuso d’ufficio. Certo, poi la cuginetta non verrà assunta, quella multa non verrà tolta, non verranno conteggiati certi contributi, e non partirà la telefonata alla commissione che decide il concorso al quale sta partecipando vostra moglie o vostro figlio. E così, siete partiti da casa in preda al furore civico, e quando arrivate al municipio pronti a esprimere e manifestare il vostro dissenso, lungo la strada la voce italiana che si alligna dentro di voi, quella vocetta perenne “sii realista, pensa a te” avrà preso il sopravvento, e sarete pronti a sostenere che la colpa è di Obama, di Putin, del califfo, o delle superlogge che ci stanno dietro, come è di moda dire oggi, grazie alla moda del complottismo.
Ciò che conta è avere una scusa per non assumersi mai la responsabilità di se stessi come individui, cittadini, gruppo, movimento, popolo, nazione, stato.
Il tempo delle denunce è già tramontato da un pezzo, grazie al web e alla globalizzazione. Chiunque ormai è in grado di toccare con mano che tutti i re del pianeta sono nudi: anzi, nudi in maniera oscena.
Lo schieramento fazioso e il complottismo spingono alla regressione infantile.
Perché il nemico è interno.
Ormai esiste due di tutto: questo gli adulti lo hanno capito.
Ci sono due Israele, due Palestina, due America, due Ucraina, due Russia, due Islam, due Europa, due Germania, due Africa.
Ci sono perfino due papi: e non è un caso.
Da una parte il fondamentalismo delle oligarchie suprematiste, e dall’altra la consapevolezza adulta di chi dice: no, grazie non ci sto, queste cose io non le faccio.
Il nemico è interno, sta dentro di noi.
“Fai presto a parlare, intanto il califfo sta per arrivare” dicono in molti.
Ho una notizia per voi.
Da mo’ che il califfo è arrivato.
Gli hanno addirittura steso il tappeto rosso.
Basti pensare che quello che viene considerato il più importante finanziatore dell’esercito dell’Isis, suo estremo e strenuo difensore e sostenitore, possiede almeno l’80% della costa smeralda, ha il controllo del pacchetto di maggioranza di Unicredit e di Intesa S. Paolo, è il legittimo proprietario dell’Alitalia e si appresta a prendersi l’Eni, Finmeccanica e l’Enel.
Senza neppure sparare un colpo con una pistola ad acqua.
E’ bastato fare in modo che gli italiani non se ne accorgessero, perché nessuno glielo ha detto. E quando qualcuno lo ha detto, la risposta è stata: mbè?!
Di che cosa stiamo parlando, allora?
Quindi, niente paura.
Possiamo stare tranquilli: non soltanto non accadrà nulla, ma soprattutto non cambierà nulla.
Perché nessuno vuole cambiare nulla, ma non ha il coraggio di dirselo davanti allo specchio.
L’unico terrore vero, per noi italiani, è il tricolore: quello sì che mette paura.
Perché ci ricorda che siamo un paese di bambini mai cresciuti, o, ancora peggio, di adulti corrotti, regrediti a uno stato primitivo infantile, come più vi piace.
Qui di seguito, in copia e incolla, vi propongo il testo di un intervento di un singolare personaggio che si chiama Gianfranco Carpeoro, scrittore, giornalista, avvocato, ex magistrato, in una conferenza pubblica tenuta dall’associazione “salusbellatrix” che si è svolta a Vittorio Veneto il 13 maggio del 2014. L’avevo visto su you tube (se volete lo trovate).Ieri l’ha riproposto il sito Libre.
Vale la pena di leggerlo con attenzione e di meditarci sopra.

Sostiene Gianfranco Carpeoro: L’infame complotto degli italiani contro se stessi

(http://www.libreidee.org/2015/02/carpeoro-linfame-complotto-degli-italiani-contro-se-stessi/)
L’Italia, oggi, sicuramente ha come nemico i poteri forti. Ma coloro che si dovrebbero opporre a quei poteri fanno tutt’altro. Il problema vero di questo paese non è di storia criminale, ma di storia non governata. Non è che siamo governati male: non siamo governati – il che, per certi aspetti, è peggio: forse, essere governati male è meglio che non essere governati. Certo, l’ideale sarebbe essere governati bene. Ma sapete cos’è necessario, per essere governati bene? Bisogna che, alla fine, qualcuno abbia il potere di decidere; che si sappia chi è che decide; e che il potere democratico, se le decisioni di questa persona si dimostrano sbagliate, la volta successiva lo lasci a casa. Vorremmo che la nostra vita fosse scandita da certezze, che non abbiamo: non abbiamo certezza nella giustizia e non abbiamo certezza nel nostropotere economico, perché non sappiamo chi lo governa. Non più la Banca d’Italia. La Banca Centrale Europea? Sì, ma chi la governa? Siamo sicuri che la governi quello che sembra che la governi adesso?
In questo mondo globalizzato, dovremmo chiederci: è colpa delle persone o ci sono dei dati strutturali da mettere a posto? Finché cerchiamo i colpevoli nelle persone, e poi pensiamo di averli trovati e puniti, ma dopo non succede niente, allora Gianfranco Carpeorodobbiamo porci il problema di come funzionano le nostre strutture. In generale, io penso che il sistema consumistico non funzioni. Ma in particolare in Italia c’è anche un sistema fondato sull’assoluta casualità. Perché in ogni cosa facciamo c’è lo zampino di una banca, di un prete, di un massone, di un magistrato, di un ladro, di uno che la vuole fare franca. Così, nelle leggi, ognuno aggiunge una parola, così alla fine non si capisce più niente. Nessuno capisce neppure come pagare le tasse: quand’ero giudice tributario non capivo nemmeno come farle pagare, in certi casi. Perché una famiglia monoreddito deve ricorrere al commercialista? Dovrebbero bastare quattro righe. E per quale complottismo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i notai? Altrove, le pratiche notarili le espletano lebanche, o gli avvocati, o gli uffici comunali. Da noi invece per la semplice autenticazione di una firma bisogna andare da un notaio.
Il vero complotto, il vero potere forte, in Italia è la struttura. E noi abbiamo una struttura burocratica che ha le stesse prerogative del basso Impero Romano del 3-400 dopo Cristo, dove dovevano fare 8 pagine di pandette per giustificare un cavillo. Noi pensiamo che la democrazia rappresentativa consista nell’eleggere qualcuno, che poi fa quello che vuole. Se noi fossimo stati un popolo veramente democratico, avremmo fatto tesoro di quella bellissima frase di Giorgio Gaber, che dice “libertà è partecipazione”. I partiti fanno congressi, eleggono persone, e lo fanno in piena libertà perché sanno che, tanto, noi non ci andiamo, a controllare quello che fanno. Questi signori hanno potuto fare i congressi con gli elenchi telefonici, coi nomi dei morti. Qualcuno di voi è mai andato a un congresso del partito che ha votato? Noi non siamo democratici, perché non Giorgio Gaberpartecipiamo. Non conosciamo la nostra Costituzione, non conosciamo i nostri diritti, non studiamo l’educazione civica. E’ nostra la colpa per molte cose che non vanno, in Italia. Il primo imputato si chiama: popolo italiano.
Comunque la pensiate, non potete immaginare che questo modello democratico possa funzionare senza la vostra partecipazione, che non consiste nel fatto che ogni quattro anni si vada alle urne a mettere una croce. Questa classe dirigente è lo specchio di questo popolo. Se questo popolo non cambia, la classe dirigente non cambierà. Se avessimo una classe dirigente degna di questo nome, faremmo valere i parametri dell’economia italiana: il patrimonio artistico più grande del mondo e il patrimonio privato in termini di risparmio, beni e denaro, più grande del mondo. Non lo facciamo, perché siamo governati dalle stesse persone che guadagnano speculando sui nostri guai. E questo, per colpa nostra. Perché queste persone o ce le abbiamo mandate noi, là dove sono, con la nostra partecipazione, o ci sono potute andare perché non c’era la nostra partecipazione. Quindi, sia che abbiamo peccato di azione che di omissione, finché non ci assumiamo le nostre responsabilità non ne usciremo. E non perché la speranza te la deve dare qualcun altro. Unademocrazia rappresentativa non può vivere così, la nostra è destinata a farsi comandare da gente che viene dalle catacombe. Bisogna cambiarla, la mentalità italiana, altrimenti è giusto che l’Italia ritorni a essere quello che diceva Metternich al Congresso di Vienna, un’espressione geografica.
Cavour disse: fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. Cavour aveva un suo piano, il problema è che è morto. E il suo piano non era quello che è stato fatto dopo. Cavour era un massone, ma anche una persona intelligente.

Il Risorgimento l’ha fatto Cavour, non Mazzini e Garibaldi, che poi l’hanno infiammato. Chi l’ha progettato e aveva le idee chiare su cosa c’era da fare dopo era Cavour. La disgrazia dell’Italia è stata che è morto. E al suo posto è andato un idiota, che si chiamava Ricasoli. Il che ha significato rovinare l’Italia – dall’inizio, da quand’è nata. E’ stata tutta una conseguenza. Ma noi avremmo potuto sovvertirla, questa conseguenza, se fossimo diventati un popolo laico, di gente che si interessa, che ha un’idea, un’ideologia, un ideale, un progetto, e va a vedere se le persone a cui sta dando la sua fiducia quel progetto lo portano avanti. Questo, gli italiani non l’hanno fatto. Io sono stato al congresso del Partito Socialdemocratico svedese quando c’era Olof Palme, che ancora oggi non si sa perché è morto. E ho visto quante persone c’erano. Non c’erano mica quelli caricati coi pullman, come ai congressi Cavouritaliani. In Inghilterra la gente va, si interessa, controlla quello che fanno, vanno persino ai consigli comunali. Al sindaco di Edimburgo, che è mio amico, vanno a rompere i marroni ogni giorno, su quello che ha deliberato il giorno prima.
Ma l’Italia dov’è stata, fino ad ora? La gente che si lamenta nei bar dov’è stata fino ad oggi? Finché gli davano la pancia piena, la possibilità di evadere il fisco e il posto da forestale in Meridione, il 90% degli italiani non ha detto un cazzo. Hanno votato chi dovevano votare e sono stati zitti. Adesso che gli manca il pane vanno nelle piazze – adesso, che non ci sono più soldi da evadere, o forestali da sistemare, o quattordicesime da riscuotere. Ma che popolo è? Ma perché non dice: ho sbagliato anch’io, fino ad oggi, e cambia? E’ facile dare la colpa agli altri, sempre agli altri, solo agli altri. E’ più difficile invece assumersi delle responsabilità, che in Italia sono nette, precise, inequivocabili. E se c’è un potere occulto fatto in quel modo, un potere massonico fatto così, la prima colpa è dei massoni. Non capiscono che, una volta che costruisci una struttura che va in una certa direzione, la dottrina può essere la più bella del mondo, ma la struttura la fa fuori. Però la colpa viene sempre dal basso: continuare a cercare la colpa in alto significa voler assolversi, non voler capire che si è sbagliato. E soprattutto, non voler cambiare.

La classe non è acqua. La vera Grande Bellezza dell’Italia che conquista il mondo grazie alla bravura dei propri esuli, esiliati, visionari.








Di una bella donna tutta italiana.
Ma è anche l’immagine della Bella Italia quando vince, conquistando l’ennesimo alloro per meriti sul campo. E ciò che più conta, soprattutto oggi, è che si aggiudica l’agognato trofeo per una imbattibile competenza tecnica, dove la pertinenza specifica si coniuga al gusto dello stile italiano, a una profonda cultura personale e a una indiscutibile quanto meticolosa conoscenza della nostra arte.
Si chiama Milena Canonero, e ieri notte, a Los Angeles, ha vinto il suo quinto Oscar, come costumista del film “Grand Hotel Budapest”.
E’ una splendida immagine che mi rende orgoglioso ma, nella commozione patriottica che nutro sempre ogni qualvolta un nostro cittadino si fa valere in giro per il mondo, c’è il sapore tragico della indelebile macchia sul tricolore che ci condanna all’irrilevanza e all’esilio.
La grandezza di Milena, nella sua professionalità, è incontestabile e indiscutibile.
Ma ce l’ha fatta perché dall’Italia se n’è andata sbattendo la porta molto giovane, non appena laureata in Storia dell’Arte in quel di Genova, città dove è cresciuta, il cui ricordo ha sempre portato nel suo cuore.
“Non c’era scampo per me in Italia. Non avevo raccomandazioni, non volevo iscrivermi ad alcun partito, provenivo da una famiglia piccolo borghese con pochi mezzi, il che vuol dire in Italia essere condannati a una frustrazione e disperazione certa”. Così raccontava, con modestia, nell’intervista rilasciata per il suo secondo Oscar (“Momenti di gloria” nel 1982) quello che le fece conquistare la stima e il rispetto di tutti. Ancora oggi, tra gli esperti di cinema, quel film è considerato (per quanto riguarda scenografia e costumi) la migliore ricostruzione e invenzione iconografica dell’Inghilterra degli anni ’20 mai vista al cinema.
Se n’era andata a Londra, a metà degli anni’60. Dopo sei mesi di lavoretti tanto per mantenersi, dalla cameriera al portiere notturno dell’Hotel Bristol a Chelsea, riesce a passare l’esame per fare un master a Pinewood, celebri studi cinematografici londinesi, negli anni in cui il cinema inglese era l’avanguardia. Erano anni particolari, stimolanti e ruggenti (stiamo parlando del 1965) e Londra era piena di artisti americani fuoriusciti, trasferiti in Inghilterra per fuggire al perbenismo maccartista statunitense che ancora imperava, soprattutto a Hollywood. Durante il master conosce Riccardo Aragno, per caso, al bar, mentre prendeva il caffè e si lamentava con la nostalgia dell’espresso. Aragno era un giornalista, commediografo, grande divulgatore culturale che era scappato via dall’Italietta democristiana catto-comunista e a Londra aveva aperto un bar, una specie di club, “artisti esuli a Londra”, molto frequentato da chi partecipava alla swinging London. Diventarono amici e una sera la portò a casa di Peter Sellers dove c’erano due americani inviperiti che avevano buttato via il passaporto e si erano trasferiti in Gran Bretagna prendendo la residenza nella campagna inglese, a Edgware: Joseph Losey e Stanley Kubrick.
Nessuno dei due ritornò in Usa.
Kubrick era un uomo molto curioso, un intellettuale che aveva sempre voglia di imparare, e rimase affascinato dalle storie che la Canonero raccontava sui pittori italiani. Divennero amici e dopo qualche mese lei accettò di arredargli la sua villa in pieno stile modernariato degli anni’30, uno stile che piaceva tanto a sua moglie.
Riccardo Aragno era un intimo amico di Stanley Kubrick, che era innamorato dell’Italia. Lo aveva preso come suo consulente personale, assistente, complice. In Italia viene poco ricordato, forse perché era fuori dai consueti giri clientelari. Kubrick aveva fatto mettere nei suoi contratti con la distribuzione internazionale (allora era la Dear Film) una clausola per cui Aragno era l’unica persona autorizzata a tradurre il suo copione e a dirigere il doppiaggio in lingua italiana.
Alla fine degli anni’60, dopo cinque anni di gavetta quotidiana, per Milena arriva la buona notizia: Kubrick le affida i costumi fantascientifici nel film “Arancia meccanica”. Cominciano a lavorare insieme e la Canonero stimola Kubrick e lo punzecchia per realizzare un grandioso film sull’Europa e sugli europei, sugli emigrati, sui disperati che cercano un posto, un luogo, una identità, ma senza politica né ideologia, “qualcosa di sospeso nel tempo, per regalare agli occhi una verità estetica dell’essenza autenticamente originale dell’essere europei”. E così, Kubrick si inventa “Barry Lindon” nel 1975 e chiama la Canonero. Gli affianca una architetta svedese, Ulla Britt Soderlund, che lo ha affascinato per una sua curiosa specializzazione: è la migliore conoscitrice dell’Arte Militare d’Europa. Poiché, nel film vuole mettere delle scene di battaglie che coinvolgono anche l’esercito svedese e danese, affida alle due donne la meticolosa creazione delle divise nel secolo XVII. Le due donne vincono l’Oscar. Quando il film viene distribuito in Italia, nel 1976, Aragno decide di attribuire il doppiaggio del protagonista a Giancarlo Giannini che, a quanto pareva, non stava nella lista dei papabili redatta dal sindacato lavoratori dello spettacolo di Cinecittà. L’attore viene protestato. Aragno invia una lettera in Italia lunga mezzo rigo: “Voglio Giannini perché è il migliore: o lui o niente film”. Saranno costretti ad accettarlo, con un costo complessivo (per il doppiaggio) aumentato di circa il 300% per via dei continui scioperi della categoria che evidentemente considerava pericolosissima l’idea che venissero attribuite mansioni per merito e non per appartenenza.
Milena Canonero è oggi la nostra bandiera perché ha scelto di scappare via da tutto ciò, da questa italia minuscola e misera.
Con il suo successo ci ricorda e ci regala l’imbattibile qualità dei nostri artisti e dei nostri professionisti e la condanna all’esilio che questo sistema partitico seguita a imporre a chiunque abbia voglia di imprendere, intraprendere, esprimersi, manifestarsi nella propria creatività.
Intervistata nel 2010, quando le chiesero perché dopo 40 anni non ritornava in Italia a fare dei film, con la sua consueta leggerezza, ha risposto: “A fare che? Non ho ancora voglia di ritirarmi, in Italia sarei disoccupata”.
Proprio perché rappresenta la Bella Italia, Milena Canonero non è il simbolo della nazione.
Ma è la bandiera e il simbolo del Paese, ben altra cosa.
Vivissimi complimenti per questa splendida ennesima vittoria.
Ci riempie di sgomento e di paradossale nostalgia per tutto ciò che potrebbe essere, da noi, se lo volessimo ma che non è perché, infine, non lo vuole nessuno.
Vai Milena! L’Italia ti ringrazia.

L’Italia è diventata il punto centrale del PUE, il Pensiero Unico Europeo. Ma non vi eccitate troppo: è pieno zeppo di aspiranti antagonisti, pacifinti, oppositori da tastiera, compiacenti funzionari a loro totale insaputa. A questo serve l’ignoranza.


“Sono nato e cresciuto in un ghetto, ma il ghetto non è mai nato nè cresciuto nel mio cuore”
Reverendo Martin Luther King, Memphis 1960


Due ore dopo che la lista Syriza aveva vinto le elezioni in Grecia, un mese fa, sul web già comparivano i primi articoli di aspiranti statisti che ci spiegavano come, in realtà, si trattasse di una truffa.  Record di velocità mediatica, in Europa.
Il massimo esempio di unità nazionale trasversale e, come si abusa dire oggi, post-ideologico. Estrema destra ed estrema sinistra unite, abbracciate nel definire Alexis Tsipras un servo di Draghi, un pupazzo nelle mani dei tedeschi, la carta jolly dei grandi colossi della finanza mondiale.
Neanche ai tempi di Mario Monti si era verificato un fronte così vasto. Un fronte che si va allargando, inglobando quasi tutti i partiti e la maggior parte dei movimenti da tastiera che, spesso, costituiscono il braccio armato (a loro insaputa, si intende) del sistema operativo mediatico di chi controlla il potere della comunicazione di massa in Europa.
I manipolatori e i manipolati, manipolatori a loro volta.
Nella solitudine chiassosa della loro passività davanti al computer, non hanno alcun dubbio, non si pongono e, soprattutto, non pongono domande ma in compenso forniscono risposte immediate. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che nella loro vita non hanno mai partecipato neppure una volta a una riunione di redazione e non conoscono neppure gli elementi di base della grammatica e della sintassi operativa del giornalismo professionale.
Eppure, tutti questi sapientoni hanno invaso il web, e poi hanno contagiato la carta stampata e infine le tivvù. Chi da destra, chi da sinistra, chi dal centro, chi della maggioranza, chi della minoranza, chi al governo, chi all’opposizione, si sono gettati sulle spoglie del popolo greco per scatenare la propria insipienza.
Viene spiegato al popolo bue (cioè a noi) che Varoufakis ha chiuso un contratto con una specifica banca che lui rappresenta e quindi sta lì per interesse privato. 
La stessa cosa viene raccontata in tre articoli diversi ma la banca indicata non è mai la stessa. Si leggono ritratti che stanno trasformando un rispettato e molto apprezzato economista in una specie di bandito internazionale che sta lì al fine di mettere le mani su qualche milionata di euro per distruggere il suo popolo.
Dal punto di vista sociologico è un evento davvero interessante.
Come mai questa totale unità di posizioni?
A mio avviso, la risposta è molto semplice: si sono fatti tutti la stessa identica domanda, frutto di una malintesa, nonché malsana e diabolica interpretazione dell’attività politica: “Interessa alla mia fazione, al mio partito, al mio gruppo, al mio movimento, che si apra un dibattito argomentato sull’attività negoziale di Tsipras e Varoufakis?”.
La risposta è stata unanime: “No” con l’aggiunta di una probabile postilla condivisa soltanto tra i dirigenti (mi sembra proprio di vederli) “Sono anche pericolosi perché dimostrano come, anche in una situazione di enorme complessità, con intelligenza e competenza, sia possibile aprire un tavolo di concertazione, sia possibile aprire una trattativa, sia possibile costruire una opposizione reale, e quindi se la gente capisce che è possibile, verranno poi a chiederlo anche a noi”. Non so se hanno avuto il coraggio di dirsi questo con la franchezza e la trasparente sincerità con la quale io me lo sono immaginato, è probabile.
Ieri sera, un’ora dopo la comunicazione di un accordo (potenziale) raggiunto tra le parti, già erano presenti le cannonate, le denunce, gli “smascheramenti”. Nessuno ha pensato di andare a controllare i dati.
Se Tsipras e Varoufakis (che secondo me hanno ottenuto per il loro popolo il massimo risultato possibile in questa tragica situazione reale oggettiva) avessero potuto contare sull’appoggio di qualche entità politica forte italiana e/o francese, le cose sarebbero andate in maniera molto ma molto diversa. Penso che siano stati lasciati intenzionalmente da soli.
Hanno pagato il prezzo del provincialismo gretto che pensa alle proprie liste elettorali e non vuole né dibattiti, né guai.
La parola d’ordine è: parlare soltanto ai propri tifosi più acritici e impostare il discorso soltanto sull’appartenenza, mai sulla sostanza.
E così, tutti quanti, grazie ai manipolatori e ai manipolati -senza saperlo- costruiscono collettivamente l’immaginario che serve alla propria fazione, anche quando è minima.
Ma c’è anche chi, invece, sta cercando di argomentare la questione greca, raccontando le diverse voci con i giusti distinguo in riferimento alla loro provenienza, voglio ricordare il quotidiano il Manifesto, Lucio Gallino, ho letto anche dichiarazioni di Maurizio Landini e quello che ha scritto il mio amico Angelo Consoli e suo fratello Renzo, giornalista a Bruxelles. Godiamo del solido appoggio dei premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, dell’esimio economista Thomas Piketty, dell’economista Sapir, dei filosofi e sociologi Richard Bennett, Edgard Morin, Zygmant Bauman e Jeremy Rifkin, del premio Nobel per la letteratura Patrick Modiano, e di tutti coloro che pensano con la propria testa e dinanzi ad eventi complessi di cui non hanno dati, né informazioni, e neanche ne conoscono la struttura, la tessitura, i fatti e le circostanze, si avvalgono della facoltà del dubbio e umanamente offrono la propria opinione legittima sostenendo uno stimabile “non so, vediamo che cosa succede”.
Tutti gli altri sapientoni hanno imboccato la strada della verità assoluta e, ingabbiati nei loro piccoli ghetti, ignorano che i loro stessi oppositori, i loro stessi antagonisti, stanno dicendo nella gabbia accanto, le stesse identiche cose.
A conclusione, vi propongo un articolo da considerare come un buono stimolo per una attenta riflessione.
E’ apparso su wired, ecco il link:
http://www.wired.it/attualita/media/2015/02/17/realta-supera-black-mirror-inizia-lera-guerra-non-lineare/?fb_ref=Default
Buona giornata a tutti: pensate con la vostra testa e se non l’avete state zitti.

La dis-informazione ormai dilaga. E’ ufficiale.

“Che le cose siano così, che stiano così, non vuol dire affatto che debbano andare così. Solo che, quando c’è da rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.
                                                                      Giovanni Falcone. Palermo 1988.

Non è certo una novità e non stupisce affatto che la notizia bomba di questo mese di febbraio 2015 sia passata inosservata e sotto silenzio. 
Se avesse avuto una grande eco, infatti, e fosse stata diffusa in maniera virale, per autentico paradosso dei nostri tempi inquieti, l’evento avrebbe annullato matematicamente la notizia rovesciandola nel suo opposto.
Così non è stato.
Quindi, dal punto di vista dell’informazione, niente di nuovo.
Mi riferisco qui alla scelta ufficiale (comunicata in una conferenza stampa in data 12 Febbraio 2015, riproposta in data 22 Febbraio e caduta, in Italia, nel vuoto assoluto) che l’associazione internazionale di professionisti dell’informazione, denominata “Reporters sans frontières” ha decretato grazie ai suoi 4.276 votanti. Tra questi, una rappresentanza delle più importanti culture, etnie, e gruppi sociali di riferimento. Occidentali e orientali, bianchi e neri, cristiani, ebrei, mussulmani, scintoisti e atei, maschi e femmine, giovani alle prime armi e anziani con una lunga operatività di servizio.
Costoro, hanno confermato la Corea del Nord come il peggiore stato tra i 182 presi in esame, e la Repubblica Italiana “il paese in cui, nel 2014, più che in ogni altro in assoluto si è verificato un arretramento generale e collettivo, con una regressione costante e un’attività permanente di disinformazione attiva, facendo retrocedere la nazione di 24 posti nella classifica annuale”.
L’Italia, quindi, è stata identificata come il paese peggiore al mondo come progresso nel campo dell’informazione e della salvaguardia dei diritti civili, “con un trend attivo di peggioramento costante”.
Siamo finiti collocati tra la Repubblica Centroafricana e lo Zimbabwe.
Le reazioni, in Italia, sono state timide e tiepide.
Sul web (in lingua italiana) quasi niente. 
Tra le chiacchiere di facebook, ancora meno.
Alla tivvù non c’è stato nessun direttore di testata giornalistica che ha ritenuto opportuno dedicare all’argomento un talk show, una intervista ai votanti, un servizio, un editoriale.
Un contributo, davvero imbarazzato, è stato fornito da Alberto Statera, sul quotidiano la Repubblica, in data 23 Febbraio 2015, a commento di un lungo servizio apparso sulla rivista settimanale statunitense Newsweek, nel quale si sostiene che l’Italia sta vivendo “la stagione più violenta e di più ampia diffusione e permeazione della mafia e della criminalità organizzata dal 1990”.
Non c’è molto da scegliere, quindi, perchè di materiale c’è n’è davvero pochissimo.
Tra questi, propongo all’attenzione dei miei lettori, il servizio di Giulio Cavalli, pubblicato sul suo blog personale. Attore, scrittore, teatrante, attivista politico nella lotta contro tutte le mafie, che attualmente vive sotto scorta dei carabinieri, ci ha regalato un bel pezzo informativo raccogliendo le poche voci che si sono espresse al riguardo.
Ci eravamo accorti che ci fosse stato un tragico peggioramento nella qualità dell’informazione (soprattutto sul web), con uno sdoganamento totale del gossip puro, del complottismo con finalità scandalistiche, della dietrologia priva di sostanza giornalistica, e una spaventosa proliferazione di non-notizie il cui unico fine consiste nell’aggiudicarsi click elettronici a fini pubblicitari e/o narcisistici, oppure svolgere attività propagandistica di tipo elettorale pilotando notizie con l’unico obiettivo di favorire il proprio partito, gruppo, associazione, movimento di appartenenza, senza avere mai come fine quello di fornire un servizio a disposizione della cittadinanza e diffondere informazioni relative a eventi dell’esistenza che non comportino l’adesione a una fazione oppure a un’altra.
Da aggiungere il fatto che i dati relativi al nostro paese sono stati, invece, commentati e dibattuti a lungo in altri paesi europei, (parlo qui di quelli a noi affini, alleati e complici, come la Spagna, il Portogallo, la Francia, ecc.) il che ci fa comprendere alcune delle ragioni sostanziali che hanno spinto le altre nazioni del mondo a considerarci inattendibili, inaffidabili, irrilevanti.
E’ ciò che stiamo diventando, con la complicità di tutti noi.

Il solito, grazie: indignati e disinformati

mappamondo
http://www.giuliocavalli.net/
Poche righe sui giornali per segnalare la classifica di RSF. Molti commenti indignati, grande silenzio sull’origine dei dati
Molti giornali hanno mostrato sorpresa per il fatto che il 12 febbraio scorso Reporters sans Frontières abbia retrocesso l’Italia di 24 posti in un anno, collocandola al 73.mo posto su 180 paesi classificati in base alla libertà di stampa.
La notizia è stata liquidata sui giornali italiani con notizie di poche righe, come un fatto inspiegabile e curioso. Nei giorni successivi alcuni hanno commentato il fatto con toni più o meno indignati. Solo qualcuno ha letto per intero il comunicato di Reporter Sans Frontières e ha cercato di spiegare il perché, di fare notare che quest’anno, per la prima volta RSF ha basato il suo giudizio su un monitoraggio più puntuale e preciso dei fatti che accadono in Italia nel modo dell’informazione: per la prima volta si è basato sul monitoraggio di Ossigeno per l’Informazione, che da anni rivela un preoccupante aumento delle querele pretestuose e intimidatorie, in particolare di quelle promosse dai politici.
Sabato 15 febbraio il vicedirettore del Corriere della sera, Pierluigi Battista, senza prendere in considerazione i dati citati,  ha riservato alla classifica di RSF un commento sarcastico che si conclude con la frase: “Non credeteci”. A Battista hanno replicato il giornalista Mimmo Candito,a nome di Reporters Sans Frontières Italia, e l’avv. Caterina Malavenda, uno dei massimi esperti di diritto dell’informazione.
Mimmo Candito ha sottolineato in un articolo che RSF descrive una difficoltà reale dell’informazione italiana difficilmente contestabile, essendo basata sui fatti narrati da Ossigeno per l’Informazione, che sono stati attentamente verificati.
Caterina Malavenda ha scritto che “quale che sia l’opinione sulla attendibilità della graduatoria”, lo scivolone dell’Italia “non è comunque una bella notizia” e fa però, ancora meno piacere sapere che tale regressione viene attribuita in parte alle minacce nei confronti dei giornalisti, provenienti il più delle volte dalla criminalità organizzata e seguite spesso da aggressioni fisiche o da incendi dolosi; ed in parte al numero elevato di processi per diffamazione ingiustificati, che possono dissuadere dal diffondere notizie vere, ma scomode, anche senza il ricorso ad amputazioni o censure. “Eppure, basterebbe intervenire sulle norme che oggi non prevedono alcuna reale conseguenza per chi, senza averne motivo, fa causa – il che spiega anche il proliferare di iniziative infondate nei confronti dei giornalisti a mero scopo dissuasivo”.
Di analogo tenore il commento di Alberto Statera (la Repubblica, 23 febbraio 2015) che ha opposto a Battista proprio i dati citati da RSF, sia pure senza dire che i dati sono di Ossigeno.
Più obiettivi e documentati sono stati il commento di Roberto Ciccarelli “Quando il carcere è perfino meglio delle super multe” sul Manifesto del 13 febbraio 2015 e diNewsweek.com, 12 febbraio 2015: Italian Mafia Intimidating Journalists With Worst Levels of Violence Since 90s

giovedì 6 luglio 2017

Renè Magritte è vivo e lotta insieme a noi.



di Sergio Di Cori Modigliani



Un bacio al re del Belgio da parte di Renè Magritte, il suo più illustre e meritevole cittadino; avrebbe di sicuro apprezzato il suo gesto: era nelle sue corde. per la serie #buonsanguenonmente
Siamo ormai alla farsa:
Ecco i fatti:
A Tallin si riuniscono gli europei per discutere anche di emigrazione.
Il portavoce del regno del Belgio ha ufficialmente rilasciato la seguente dichiarazione formale:
"Di fronte alla situazione che si è venuta a creare, il nostro regno ha stabilito in data odierna con decreto ufficiale di aver dato disposizioni per chiudere i propri porti agli emigranti".
Fine del comunicato.
Nessun giornalista ha fatto domande.
Il mio punto personale, per quanto ovvio e banale, è di contenuto puramente geografico.
Un barcone di emigranti, per arrivare in un porto belga, partendo dalle coste libiche, deve attraversare lintero Mar Mediterraneo, dopodichè giunge alle bocche dello stretto di Gibilterra pattugliate dalla marina britannica che non fa passare neppure uno spillo. Ma i nostri prodi non demordono. Affrontano il viaggio e -con abilità pari a quella di James Bond- proseguono imperterriti e si gettano nell'Oceano Atlantico. Circumnavigando il Portogallo, e la Spagna, risalgono le coste francesi e riescono (essendo marinai gloriosi ed esperti) a raggiungere il Golfo di Biscaglia dove la famigerata corrente del golfo proveniente dal Messico si scontra con i venti freddi del Mare del Nord provocando una perenne zona di instabilità permanente: non si avventurano neppure i sommergibili nucleari. Superato il guado si arriva finalmente in vista del più vasto e importante porto belga: Anversa. Ma non finisce qui. Il celebre porto, infatti, non sorge sul mare (impraticabile) bensì sulle rive del fiume Schelda che si trova a 87 chilometri di distanza verso l'interno. Ma il barcone di emigranti affronta anche quest'ultima prova e lì ci arriva. Tempo medio del viaggio, all'incirca 6 mesi considerando il livello dell'imbarcazione.
 

Numero di emigranti sbarcati nei porti belgi in questo 2017: 0
Numero di emigranti sbarcati nei porti belgi nel 2016: 0
Numero di emigranti sbarcati nei porti belgi nel 2015: 0


Renè Magritte, ti adoro.

(ma è possibile che non ci sia in tutta Europa uno straccio di giornalista che abbia avuto la decenza di porre al portavoce di Sua Maestà Belga l'unica domanda sensata?
Ovvero: "A regazzì....ma che ve siete messi 'n testa?")

lunedì 3 luglio 2017

Fracchia se n'è andato per sempre.






di Sergio Di Cori Modigliani

Si legge in giro di tutto, come al solito.
A proposito della definitiva dipartita di Paolo Villaggio (fatta la consueta tara faziosa tra guelfi pro e ghibellini contro) si legge -sezione moderati- che il Villaggio sarebbe stato sulla stessa linea del Sordi, nel senso di Alberto Sordi.
Tragico abbaglio.
Sono totalmente in disaccordo.
Paolo Villaggio, nella sua vita reale, era completamente e totalmente diverso e opposto al suo personaggio Fracchia.
Alberto Sordi piaceva soprattutto ai gestori del potere perché sapevano che lui era come loro. Lo adoravano per questo.
Il Sordi era una sicurezza e una garanzia per i peggiori.
Dovessimo fare un bilancio basato sul senno di poi, mi sento di sostenere che Alberto Sordi ha provocato (facendoci ridere e sorridere) un grave e struturale danno all'Italia, agli italiani e all'immagine del nostro paese nel mondo: ha liberato e legittimato il cinismo opportunista e il peggio dell'italianità, promuovendolo al rango di critica sociale. Non lo era.
Si trattava di abile camuffamento auto-referenziale.
Paolo Villaggio, invece, nella sua verve surrealistica, era esistenzialmente poetico.
Perciò era commovente.
Alberto Sordi è sempre stato solo e soltanto assolutorio.
Paolo Villaggio è stato il corrispondente settentrionale di Totò.
R.I.P.

mercoledì 7 giugno 2017

La vita delle banche nel Mediterraneo. E se imparassimo dagli spagnoli? E' possibile, per noi?






di Sergio Di Cori Modigliani

Se dovessi scegliere una immagine secca, unica, tale da rappresentare nella propria visione globale la quintessenza della nostra amata Italia, talmente significativa da essere in grado di raccontarci, in un'unica fotografia di sintesi, l'imbattibile culto dell'armonia e della bellezza dell'idea di Bel Paese, la propria indiscussa forza imprenditoriale e anche la propria imbecillità imprenditoriale, la simbolica generativa della corruzione dilagante dei partiti politici, la perversione dell'attività politica in atto, l'ottusa miopia della classe dirigente e la stupida cecità della cittadinanza complice votante, ebbene....sceglierei l'immagine in bacheca: 
Siena, Rocca Salimbeni; quartier generale della Banca Monte dei Paschi. 
La stessa immagine, nella sua versione notturna, è utile per cercare di cogliere, così al volo, anche l'immarcescibile dettaglio della sua visione oscura e clandestina, quando si radunano coloro che la guidano, la comandano, la sovrastano.




In questa seconda versione la nostra banca mi ricorda una di quelle vecchie coppie aristocratiche inglesi, di solito protagoniste dei film con Hercules Poirot o quelli della serie dell'ispettore Barnaby. Una coppia in là con gli anni, malandata sotto ogni punto di vista, ma con il blasone intatto, residenti nel gigantesco castello di famiglia costruito 500 anni prima. Mangiano un semolino e una fetta biscottata. Niente di più, non possono permettersi neppure un pasto sostanzioso. Bevono acqua piovana, e usano i lumi delle candele, non hanno neppure il gas perchè i fornitori hanno staccato loro tutte le utenze dato che non pagavano da circa 32 anni. Non ricevono visite perché non possono permettersi neppure di offrire un tramezzino ammuffito. Non escono mai, se non il venerdì alle ore 15, quando lui, il duca, esce con la sua Bentley scassata, modello 1972, e va in città alla sua riunione di loggia. Lei rimane in casa a cucire i calzerotti di lana per la notte quando fa freddo, dato che non  hanno il riscaldamento.
Il castello ha quattro ipoteche incrociate, 152 avvisi di sfratto esecutivo (il primo è stato emesso nel 1938) ma per motivi ignoti non è stato mai attuato. Una volta al mese, con incredibile puntualità arriva al castello un giovane simpatico, disinvolto, il quale, con aria sicura e decisa propone loro la vendita di quel loro fatiscente maniero inutile: si pagano tutti i debiti e rimane anche qualcosetta sufficiente per andare ad abitare in un posto decente nonchè decoroso. Niente da fare. Mai. Mi onoro di essere il 23esimo duca di Rocca Salimbeni e quanto è vero Iddio, non permetterò mai a nessuno di mettere le mani sulla mia proprietà. Così commenta il proprietario. Il giovane agente immobiliare cerca di spiegargli che il castello, di cui almeno 42 stanze non vengono aperte da circa 120 anni, non serve a nulla, è un continuo salasso, nonchè motivo perenne di preoccupazioni, ansie, avvisi da parte dei magistrati, proteste della popolazione locale che reclama a gran voce immediata opera di disinfestazione dei locali, ormai provato altamente tossici.
Non c'è niente da fare.
Il duca non molla.
E noi ci divertiamo a guardare le avventure di questo demente che ci sta pure simpatico, perchè lo vediamo attraverso il filtro sornione dello sguardo dell'ispettore Barnaby che vuole sapere come mai ci siano ancora 23 giardinieri in attività che curano i 256 ettari di parco e nessuno li paga. 
Con l'aggravante del fatto che uno di questi, mentre puliva delle gigantesche bouganville, è caduto per terra morto stecchito e l'anatomo-patologo forense ha dichiarato (senza ombra di dubbio) che è stato prima punto da un dardo avvelenato e poi spinto.   
"Come mai?" chiede il puntiglioso Barnaby.
Il duca si rifiuta di rispondere, offeso per l'ardire del povero ispettore che non mostra rispetto alcuno per chi sceglie di suicidarsi. "Era un uomo triste, ha scelto di farla finita così".
Noi guardiamo questo film e pensiamo che potrebbero anche essere ambientati in Spagna dove i Borboni sono appaiati ai Tudor-Windsor, sia come lignaggio che come comportamento.

Ma la Spagna è diversa. 
Un paese e una etnia anomala in Europa. 
Non è un caso che, nonostante siano latini, nonostante siano cattolici, nonostante siano mediterranei, non sono mai stati identificati come i nostri "cugini". 
Soltanto i francesi lo sono, sbruffoni, cialtroni, perversi, corrotti come noi, quindi stessa famiglia. Produciamo le stesse cose: vino, formaggi, insaccati, moda, eleganza, musei.
Siamo parenti, non vi è dubbio.

Gli spagnoli hanno invece una loro caratteristica che li rende davvero originali: sono l'etnia latina più pragmatica ed empirica che esista. Gente che va al sodo, non ama perdere tempo, detesta procrastinare, ha esperienza storica alle spalle sufficiente per odiare e disprezzare ogni forma di palliativo e di ipocrisia formale. Se non c'è il governo non c'è il governo e votano per quattro volte di seguito in 18 mesi finchè non si mettono d'accordo. E quando si mettono d'accordo, a differenza di noi italiani, il patto siglato regala sempre dei frutti: funziona alla grande. Rispettano chi vince.

Tutto ciò per commentare ciò che sta accadendo in Europa, in questi giorni in quel di Spagna per la precisione, e che sta avendo e avrà una importanza decisiva e fondamentale sia per il continente che per la nostra amata patria (dolori in vista).

Ecco prima la notizia dura e cruda: venerdì 2 giugno, alle ore 18 (a borse chiuse) il consiglio di amministrazione della più importante cassa di risparmio iberica, "El Banco Popular" con sede a Madrid, ha annunciato di essere arrivato al capolinea. Circa 15 miliardi di debiti, una decina di miliardi di npl ( l'acronimo sta per NonPerformingLoans che significa, in italiano, crediti deteriorati inesigibili) e quindi obbligati a scegliere tra due strade: a). il bail in, ovvero la bancarotta, equivalente a 15.000 persone licenziate, crollo della borsa di Madrid di circa 8-10% con forte impatto negativo su Milano e Parigi, e perdita totale dei propri risparmi e depositi da parte dei diversi milioni di correntisti. b). aiuto di stato e/o la BCE.
Spagnoli nel pallone.
Esattamente come il Monte dei Paschi di Siena. 
Termine perentorio per decidere: ore 12 di mercoledì 7 giugno.
Durante il week end non ne hanno parlato molto, perchè la domenica gli spagnoli sono andati nel pallone per tutt'altri motivi: il Real Madrid aveva battuto la Juventus a Cardiff e quindi quella era la grande notizia del giorno. 
Ma il lunedì, gabbato lo santo, tutti a litigare. Podemos, Ciudadanos e almeno altre 200 liste civiche di cittadini di svariata natura hanno minacciato di scendere in piazza il venerdì 9 giugno con la bava alla bocca, armati di mazze e rabbia collettiva colma di indignazione.
Messaggio arrivato e rubricato.
Il lunedì mattina Draghi, perentorio dichiara: niente aiuti di Stato, gli spagnoli trovino la soluzione.
Ben detto.
L'hanno trovata.
Hanno impiegato 24 ore.
La soluzione è' elegante, efficace, efficiente.
Il Banco Santander (vi dice niente questo nome?) solido e abile istituto spagnolo, ha fatto un'offerta il martedì 6 giugno alle ore 13 che alle ore 23 è stata formalmente accettata: ha acquistato la banca per la cifra di 1 euro. Due secondi dopo, il banco Santander ha annunciato di aver deciso di iniettare 7 miliardi di euro fresco nel proprio capitale per dare un segnale.
E allo stesso tempo ha garantito tutti i risparmiatori e gli investitori sulla loro totale solvibilità garantendo che pagherà anche tutti i debiti.
La questione, dunque, è risolta.
Tempo complessivo impiegato: 75 ore.

Da cui, il punto di questo post:

Perchè non seguire l'esempio dei nostri cugini che cugini non sono e fare come loro? 
Perchè non convincere Unicredit o Intesa San Paolo o Mediolanum o non so chi a fare questo?
Da noi non è possibile.
Perchè Mps è come il castello aristocratico dei due duchi fuori di testa descritto all'inizio.
Da noi, il tormentone senese va avanti da almeno 15 anni e non verrà mai risolto.
Visto che almeno 100 soggetti che in Italia contano davvero, seguitano ad avere rapporti privilegiati personali (costruendo quindi una relazionalità) con il management commissariato come se codesta banca godesse di ottima salute e fosse "normale".

Da noi, nessuno ne parla più.
Gli italiani pensano che il "problema" Mps sia stato risolto.

Andrà a finire come al solito. Cioè: nulla.
E' probabile che qualche giornalista (appassionato, giovane ed entusiasta) tra cinque anni, o forse dieci, scoprirà occulti finanziamenti a sostegno (campagna elettorale del 2017) dell'on. Pinco, della senatrice Pallina, del movimento di Sempronio e della Lista del Grandioso Rinnovamento di Caio. Tutti negheranno, il giornalista confermerà e se ne parlerà di nuovo. Ci saranno 134 interrogazioni parlamentari e almeno tre maratone televisive di Enrico Mentana dedicate al tema. Dopodichè, tutto finirà di nuovo nel dimenticatoio.

Il nostro duca, il giovedì sera tirerà fuori la Bentley dal garage per lucidarla a dovere, e il venerdì partirà come ha fatto negli ultimi 59 anni della sua vita verso la sua riunione di loggia, dove si intratterrà a lungo, magari discutendo su Giordano Bruno, e poi se ne ritornerà nel suo castello. Che rimane freddo e gelido, buio, senz'acqua, con almeno 100 stanze chiuse a chiave blindate, piene di quadri e suppellettili rosicchiate dai topi di campgna.
All'alba, i giardinieri, spietatamente fedeli al proprio impegno, già alle ore 6 inizieranno a dissodare, a vangare, a concimare e a innaffiare la buona terra del Bel Paese che fu.

E che non sarà mai più. 

Se non per un modesto manipolo di predoni predatori che la cittadinanza esultante seguiterà a votare convinti che loro sono il cambiamento.
Anche perché, a dirlo, in giro per tutta la vallata, saranno proprio i giardinieri, entusiasti propagandisti della grandiosità rivoluzionaria (o conservatrice, a seconda della moda in atto) del nostro simpatico duca, cariatide ammuffita a sostegno dell'eterno sonno di illusioni de el pueblo unido jamàs serà vencido.

Il mistero della loro presenza ( perché lo fanno? Chi c'è dietro di loro? Ma chi sono, esattamente e con certezza questi giardinieri?) darà vita a leggende, sia quelle  metropolitane che quelle campagnole, illazioni, interpretazioni, denunce di complotti. Netflix ci farà una serie televisiva e poi un film che vincerà a Venezia.
Ogni tanto, arriverà al castello un ufficiale giudiziario con un nuovo ordine esecutivo di sfratto che il duca accetterà con educata gentilezza e poi lo riporrà dentro il cassetto dell'anti-cucina, insieme agli altri.





lunedì 5 giugno 2017

La questione ebraica e la sinistra italiana.






di Sergio Di Cori Modigliani


L'insopportabile gigantesca elusione che la sinistra italiana ha trasformato nella più grande censura mai registrata nella Storia d'Italia: la persistente vocazione all'anti-semitismo militante da parte della sinistra storica italiana e il loro indefesso, miope e acritico appoggio al terrorismo palestinese di matrice islamica.

Oggi si ricordano i 50 anni dell'inizio della guerra dei 6 giorni, quando la Syria, l'Egitto e la Giordania, attaccarono congiuntamente Israele, sentendosi forti dell'appoggio militare dell'Urss che aveva promosso la cosiddetta "dottrina Breznev" (lanciata nel marzo del 1965 dopo aver annunciato la cessazione dell'appoggio a Israele, fortemente voluto sia da Stalin che da Kruscev, e stabilendo la rottura di ogni rapporto con Israele garantendo l'alleanza "dei lavoratori di tutto il mondo alla nobile causa dei Fratelli Musulmani contro il capitalismo globale planetario"). Da allora, fedele agli ordini di Mosca, la sinistra italiana ha sposato la causa dell'anti-semitismo militante. E' datato proprio 1967 il nuovo "conio" che diventerà il leit-motiv della sinistra democratica italiana che si è rifiutata, da 50 lunghissimi anni, di affrontare il problema: da allora, infatti, gli antisemiti si dividono in due grandi categorie: "gli antisemiti e gli anti-sionisti".
 

Gli anti-semiti erano storicamente e fattualmente "di destra", perché gli ebrei -per definizione teologica e strutturale- non potevano andare in Paradiso e la Chiesa non consentiva neppure il matrimonio tra una persona cattolica e una persona di religione israelita. L'ebreo, era accettato soltanto se era morto oppure era convertito. Il Vaticano non aveva rapporti diplomatici con Israele e appoggiava la causa dei "Fratelli Musulmani" finanziando copiosamente il terrorismo islamico anti-israeliano con il dichiarato intento di distruggere Israele grazie a un accordo con i Fratelli Musulmani che garantiva al Vaticano come "regalo" la città di Betlemme, luogo simbolico per eccellenza per tutti cristiani. Ma il 21 dicembre del 1995, quando l'Autorità Palestinese prende formalmente e ufficialmente controllo della città, i musulmani negano il rispetto dell'accordo e i Fratelli Musulmani aderiscono alla Jihad mettendo ebrei e cristiani sullo stesso piano, entrambi definiti "infedeli reietti" rivoltandosi in due secondi contro la Chiesa, identificandola come proprio nemico. Betlemme diventa una città palestinese musulmana. 
Da quel giorno esatto cessa "ufficialmente e per sempre" l'anti-semitismo della Chiesa -qui intesa come Stato del Vaticano- e a ruota cessa anche l'anti-semitismo della destra moderata europea, a ogni latitudine. La destra europea avvia un complesso processo di revisione ideologica, storica e culturale delle proprie certezze e valori e dichiara e definisce l'anti-semitismo "una manifestazione patologica di insensato odio nei confronti di una etnia che il Santo Padre -leggi Woytila- ha definito composta da Fratelli Maggiori ai quali va la naturale solidarietà di ogni cristiano di buona volontà, considerandosi membri della stessa famiglia di credenti".
 

Non così la sinistra, che per ragioni quasi incomprensibili, ha seguitato a praticare l'anti-semitismo attivo e militante sostenendo e difendendo la ipocrita locuzione "noi non siamo anti-semiti, siamo anti-sionisti il che è diverso". Non è così. Il cosiddetto "anti-sionismo", in Italia, è diventata l'ottima scusa per la sinistra ufficiale per seguitare a praticare l'anti-semitismo e l'appoggio incondizionato a tutti gli alleati militari della vecchia Urss, esattamente com'era nel 1967, senza neppure cambiare una virgola, il che (tradotto in soldoni) vuol dire sostegno a Putin, sostegno alle organizzazioni terroristiche militari musulmane come Hamas, sostegno all'Iran, appoggio politico e culturale ai terroristi di Hezbollah, sostegno al Qatar e ai Fratelli Musulmani, secondo una logica vecchia, ammuffita e perdente. Ogni dibattito relativo a questo punto è stato censurato.
A sinistra, sempre.
Purtroppo è così.
Ancora oggi.
Il primo soggetto politico all'interno del quadro ufficiale della sinistra riformista e democratica a rompere questo stato di omertà e a denunciare l'inaccettabilità dell'anti-semitismo è stato Matteo Renzi. Prima di lui, nessuno lo aveva mai fatto. E' uno dei motivi fondamentali dell'odio quotidianamente pompato contro di lui in maniera costante e ossessiva. Per i Fratelli Musulmani, per gli Hezbollah, per Al Qaeda, per Hamas, per Boko Haram, il nemico numero uno in occidente che va eliminato a tutti costi è Matteo Renzi, lo dicono apertamente. E' uno degli aspetti sottaciuti del quadro geo-politico planetario oggi, di cui non si parla. Non si può neppure accennare al quadro. La sinistra democratica italiana, per dei motivi che francamente ignoro, ha scelto e deciso di insistere a non affrontare la questione, pensando che se non se ne parla il problema evapora.
La Storia insegna che non è così.
Ne sa qualcosa la Chiesa di Roma dove accorti pensatori sofisticati oggi ammettono con solide argomentazioni di sentirsi in parte responsabili della tragica (anche questa censurata) persecuzione che i cristiani soffrono oggi nel mondo, non essendosi schierati a suo tempo a fianco degli ebrei contro ogni logica di terrorismo e di morte.
50 anni sono molti.
Troppi.
La destra italiana ed europea l'ha capito a suo tempo.
E si è evoluta.
Anche la Chiesa di Roma.
La sinistra, purtroppo, no.
Ancora peggio: non sa neppure che il problema esiste.

domenica 4 giugno 2017

L'insostenibile peso della moribonda e stupida sinistra italiana, lo si certifica oggi, 4 Giugno 2017.






di Sergio Di Cori Modigliani



Da vecchio uomo della sinistra italiana, quindi anche europea, ho pregato per l'intera mattina e per la prima parte del pomeriggio -oltre che per l'anima di quei poveri disgraziati innocenti morti dovunque e comunque- che un qualunque esponente della sinistra italiana si esprimesse con severità chiedendo a gran voce e con autentica vis polemica alla consulta islamica italiana, e a tutte le organizzazioni musulmane italiane che noi accogliamo, proteggiamo e sosteniamo (perchè è giusto che sia così, perchè questi sono i nostri valori culturali fondativi e su questi inderogabili valori e principi di progresso, accoglienza e rispetto della diversità abbiamo costruito la civiltà europea) una parola, una frase, un comunicato, un segnale di ammonimento, di critica, di denuncia nei confronti dei terroristi islamici che stanno modificando e alterando il nsotro sistema di vita esistenziale. 

Troppo presi dal loro esasperante investimento energetico nell'arrampicarsi sui muri mediatici di una miopia politica vecchia, ammuffita, stantia, con l'unico scopo dichiarato di riuscire a farsi candidare da qualche parte, i leader della sinistra italiana non hanno nè il coraggio, nè la visione, nè la cultura, per compiere l'unico atto politico che avrebbe oggi un Senso: ricompattare il rapporto tra Politica e Popolo e far sentire alla nazione che sono in grado di esprimere la sensibilità necessaria per captare e rappresentare il disagio, la paura, lo sconcerto e la tristezza che oggi colpisce noi tutti.
Nessuno escluso.
Non si lamentino se nessuno li vota.
Non lo meritano.
 

Perchè hanno scelto consapevolmente di non essere.
Tutto qui.
Loro, non sono.
E a me, oggi, pragmaticamente, interessa chi è, chi fa, chi vede.

giovedì 1 giugno 2017

Maria Rita D'Orsogna colpisce ancora spiegandoci come si fa Politica: la maniera intelligente di battere Donald Trump.








"Il fossile, come fonte d'energia, ha fatto ormai il suo tempo: il futuro è oggi qui, si chiama energie rinnovabili, sostenibili, rispettose dell'ambiente, del territorio, della salute di chi ci abita e di chi ci lavora".

                                                                             Angela Merkel, 29 Maggio 2017


di Sergio Di Cori Modigliani

In questi giorni, il principe sovrano della regressione planetaria globale, al secolo Mr. Donald Trump, sta decidendo se protestare l'accordo di Parigi firmato dagli Usa -e dal resto del pianeta- nel 2016, (relativo alle emissioni tossiche provenienti dai fossili e al rispetto delle procedure necessarie per frenare l'irreversibile surriscaldamento del pianeta) oppure rifiutarsi di cedere alle pressioni dei petrolieri e della finanza speculativa brutale che lui rappresenta, accettando così di far parte dei pensanti terrestri. 

Noi, in questa fase, siamo osservatori passivi, in attesa della sua decisione. 

Non possiamo che sperare e pregare per la promozione del sano Buon Senso.

Si tratta di una scelta fondamentale per il destino e il futuro dell'umanità.

Nel caso che il Donald decidesse di uscire dall'accordo, dovremmo prenderne atto e rubricare un inedito e nuovo panorama internazionale geo-politico, che ci pone nella condizione di affrontare il mondo in forma diversa: gli Usa e i petrolieri da una parte, tutto il resto del mondo dall'altra. 

E sarà un teatro planetario completamente, radicalmente, totalmente diverso.

Questa drammatica scelta, infatti comporterà, inevitabilmente, uno sconquasso generale. 

Nei prossimi giorni, una volta formalizzata la scelta dell'esecutivo statunitense, avremo occasione di ritornare spesso sull'argomento, essendo questo il tema dominante del dibattito politico attualmente in corso nel pianeta. Purtroppo invece noi (qui nel senso di "italiani") pensiamo che il destino dell'umanità, in questa fase, dipenda dal fatto che Pisapia si mette d'accordo con Fassina, che Alfano fa la guerra a Renzi o che l'accordo tra PD e M5s  è  "un inciucio" oppure meriti l'accezione -meno popolare e meno apportatrice di consenso- di "compromesso inevitabile". 

Non si parla di ciò che si sta verificando a Washington, come se non ci riguardasse.

Così va il mondo, qui da noi.

Per fortuna esistono altri canali (come il web) in questo caso decisamente antagonisti alla comunicazione televisiva mainstream italiana (così è, sorry)

Perchè lì in Usa, la battaglia è furibonda. 

Il tanto vituperato Obama, insultato, attaccato e diffamato dall'odio anti-americano ideologizzato così altamente diffuso in Italia negli ultimi otto anni, aveva modificato radicalmente (nel senso letterale del termine: "in maniera radicale, ovvero: strutturale") la struttura economica nazionale nel campo della produzione dell'energia, lanciando le cosiddette rinnovabili, non soltanto come scelta etica ambientalista di rispetto ecologico, bensì anche come solido trend del futuro prossimo e quindi il terreno giusto nel quale investire. Quando, a giugno del 2015, aveva pubblicamente sostenuto "l'energia prodotta dai fossili è arrivata al capolinea, è necessario dare inizio alla definitiva chiusura e smantellamento delle miniere di carbone abbandonando anche la via del petrolio per passare gradualmente al solare, eolico e idrogeno: le uniche fonti sostenibili dal pianeta" venne applaudito dagli ambientalisti evergreen statunitensi ma allo stesso tempo ebbe inizio l'opera planetaria della sua demonizzazione a firma del russo Putin, del venezuelano Maduro e della casa reale dell'Arabia Saudita, ovvero i tre più grandi produttori di petrolio al mondo. 

In Italia non c'è stata, in quella fase, la possibilità di poter dibattere sulla questione e comprendere ciò che stava facendo Obama, perchè Putin, i sostenitori degli arabo-sauditi e i revolucionarios pro-Maduro, nel web italiano sono la stragrande maggioranza, grazie anche alla totale insipienza e ignoranza (non dico malafede) della maggior parte dei siti sedicenti ambientalisti che fomentano l'anti-americanismo retorico perchè porta voti, consenso e fa sempre tanti mipiace, anche se si tratta di un suicidio verde. Tanto è vero che sul web, il 9 novembre del 2016, circolava l'esaltata emozione di felicità dichiarata da parte dei sedicenti “antagonisti/oppositori” sparsi tra pentastellati, leghisti, forzisti, estrema destra, estrema sinistra, e verdi di varia natura, che vedevano nel signor Donaldo il grande condottiero per la liberazione del pueblo oppresso.

Ancora oggi, molti di loro non hanno capito come si sono messe le cose. 

Il signor Donaldo, infatti, se ne sta andando a sbattere da solo contro l'ineffabile muro della Storia perchè in diverse zone degli Usa, molti ma davvero molti imprenditori dell'energia (anche di fede repubblicana) hanno deciso di investire nelle rinnovabili sposando la causa dell'ambientalismo ecologico planetario.

Per fortuna c'è chi ci racconta e ci informa su ciò che accade. 

La chicca del giorno di cui si parla a New York (città natale del signor Donaldo) ce l'ha raccontata (sul web) una nostra scienziata. 

Si chiama Maria Rita D'Orsogna.

La ringrazio per la notizia: consente riflessioni e dibattiti utili alla collettività dei pensanti.

Ecco qui di seguito la sua breve biografia, da lei stessa redatta. Nonchè il racconto di ciò che sta accadendo in una zona a nord di Manhattan, dove il signor Donaldo aveva stabilito che una certa miniera di carbone in disuso avrebbe dovuto essere rimessa operativamente in funzione quest'estate, tanto per ammorbare l'aria.

Le cose non sono andate affatto come lui voleva e sperava.Anzi, esattamente nella maniera opposta.

Così si fa Politica: con i fatti, con le azioni nel territorio e dentro l'economia sociale. 

Senza tante parole. 

Buona lettura.





Maria Rita D'Orsogna

Fisico, docente universitario, attivista ambientale

Sono nata e cresciuta nel Bronx ed ho trascorso l’infanzia fra la tolleranza e la curiosità di New York City e la serenità e il verde di Lanciano, in provincia di Chieti.
Mi sono laureata a Padova in Fisica nel 1996 e dopo aver trascorso del tempo a Milano, Parigi, Chicago e Washington sono approdata a Los Angeles, dove vivo stabilmente dal 1999.
È una città che ancora mi sorprende e che adoro, per tutta la sua ricchezza umana e culturale e non solo per il sole splendente della California.
Nel 2007 venni a sapere che l’ENI intendeva trasformare i vigneti di Ortona, lungo la costa teatina, in un campo di petrolio con annessa raffineria.
Non so cosa sia scattato dentro di me ma, sebbene lontana, non potevo accettare che l’ENI portasse via un angolo d’Abruzzo e cosi, in un misto di amore italiano e di razionalità americana, ho dato tutto quello che avevo per salvare la contrada Feudo dalle grinfie dei petrolieri.
Grazie a una mobilitazione popolare senza precedenti in Abruzzo, ci siamo riusciti: l’ENI nel 2010 ha abbandonato quello che aveva sbandierato ai suoi investitori come il suo progetto più ambizioso in Italia.
Da allora non ho smesso mai. Ci sono concessioni petrolifere da Vercelli fino a Pantelleria, tutte in piccoli paradisi naturali. Cerco di usare tutto quello che il web offre per informare il cittadino comune, per rompere le scatole e per ricordare a petrolieri e politici che l’Italia non è l’Arabia Saudita.
Vengo in Italia frequentemente per conferenze e per sfatare i miti di Assomineraria e compari. Spesso mi dicono di essere ‘la pasionaria del petrolio’, invece il mio è soltanto un profondo senso di giustizia sociale e del dovere, sentimento stancante ma da cui non ci si può sottrarre.
www.csun.edu/~dorsogna
www.dorsogna.blogspot.com
No all’Italia petrolizzata 






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Wednesday, May 31, 2017

New York: ex centrale a carbone diventa campo solare

Il deposito di ceneri di carbone che presto diventera' parte di un campo solare.
Lansing New York

 
La centrale che verra' presto dismessa e trasformata in un campo solare.
 





Our sources of creation of electricity are evolving, and so is Cayuga's business model.
This business plan shows vision, creativity and a willingness to evolve into a supplier of inexpensive and cleaner power to our region.
Il management della Cayuga.
"Se vogliamo che tutto rimanga come e' bisogna che tutto cambi"
Che peccato che in Italia nessuno capisca queste cose e che si resti
arenati al 1960.



E intanto...

Intanto a New York un ex impianto a carbone diventera' un enorme campo solare.


Siamo nella localita' di Lansing, nella contea di Tompkins, e l'operatore dell'impianto a carbone si chiama Cayuga Operating Company. La trasformazione non sara' particolarmente complicata: ci vorranno 25 milioni di dollari, ma la zona e' gia industriale, il terreno gli appartiene, ci sono gia' infrastrutture per la distribuzione di energia. 
E quindi invece che dal carbone, l'energia adesso arrivera' dal sole. 
Alla fine, la ditta in questione diventera' nota come Cayuga Solar, il campo di Lansing generera' 18 MW di potenza, alimentera' 3,000 case e dara' lavoro a 150 persone.  Non ci si puo' perdere -- l'intero stato di New York vuole le rinnovabili, tutti (tranne Trump!) sono a favore del sole e del vento, e quelli della Cayuga hanno visto l'utilita', il business, il benvolere. Non ci si puo' perdere.

Parte del progetto sara' sopra la discarica di ceneri da carbone, in modo da trovare nuova vita a terreno dismesso, visto che li sopra non potrebbe crescerci niente altro, e visto che nessuno potrebe viverci.
Hanno pure avuto il permesso di collegarsi al NYISO -- il New York Independent System Operator -- la rete energetica indipendente dello stato di New York.
Interessante anche il profilo economico: nel 2009-2010 l'impianto a carbone valeva circa 160 milioni di dollari; oggi ne vale 35 milioni, Nel 2019-2020 ne varra' solo 20.  L'arrivo dell'impianto solare portera' piu' valore, e dunque piu' tasse che Tompkins County e la citta' di Landing prevedono di usare per biblioteche, scuole, e vigili del fuoco. 
Parte del progetto e' anche di creare partnership con le scuole per mostrare loro il business del solare, come funziona il monitoraggio, aiutare i misurare i picchi del sole, e magari aiutarli a crearsi una professionalita' futura.
Se fossi io Claudio Descalzi, mi ci getterei a capofitto.