giovedì 16 marzo 2017

Il tulipano della speranza utopistica.






di Sergio Di Cori Modigliani

Le elezioni olandesi ci comunicano quello che dovrebbe essere il miglior viàtico per tutte le nazioni europee, in modo tale da sottrarsi alla tenaglia angosciante delle ideologie populiste (da una parte) e della vecchia sinistra massimalista (dall'altra) entrambe prive di sostanza, vuote di contenuti e piene di retorica bolsa; con le parole d'ordine del nuovo trend marketing da usare come pallottole elettroniche: sovranismo, noeuro, e l'uso smodato del termine "cittadino" usato e abusato come se fosse marmellata da spalmare sul pane della comunicazione mediatica quotidiana.
La sinistra europea legata alle vecchie tradizioni laburiste (come da noi la Camusso, Bersani, Vendola, D'Alema, Ferrero, ecc.) sono -giustamente- perdenti perchè non rappresentano più una possibile, futuribile, realistica utopia da poter offrire ai giovani come progetto di comunità evoluta progressista.
Sono fuori dalla Storia.
Rappresentano gli interessi corporativi di mummie altolocate disposte ad affondare ogni governo, ogni alternativa, ogni forma di cambiamento che comporti la rinuncia alle loro rendite di posizione. In Olanda il vecchio partito laburista, faro del socialismo europeo, ha perso circa l'80% del suo elettorato (rispetto al 2012) a favore dei verdi ecologisti, dei liberali e di liste civiche di progressisti autonomi anti-razzisti e anti-populisti. La annosa disputa tra destra e sinistra con l'aggiunta italiana di chi sostiene di non essere nè di destra nè di sinistra in quanto "oltre" non permetteranno al paese di crescere perchè tutte e tre le fazioni peccano di faziosità, di miopia partitica, di egoismi strutturali narcisisti, e sono vittime di pulsioni ideologiche e degli slogan raffazzonati che si trovano sui tavolini marketing dei magniloquenti strateghi da tastiera.
Per combattere contro il fascismo e il populismo ci vuole una forza liberale e democratica, fortemente laica e radicata nella grande tradizione culturale dell'Europa, in grado di saper offrire una soluzione che sia contemporaneamente liberale e anti-liberista.
L'attuale trend ci comunica che il futuro possibile migliore è quello
.

Che cosa c’è al di là del Bene e del Male?


“Essere italiani: che tragica perdita di tempo! “
 Ennio Flaiano, Roma 1965
 

di Sergio Di Cori Modigliani


Circa quattro anni fa, un professore di sociologia barese che insegna all’università locale, Franco Cassano, ha pubblicato uno squisito saggio breve che appartiene alla migliore tradizione intellettuale italiana (Franco Cassano “L’umiltà del male” editore Laterza, Bari). 
Una vera chicca. 
Fosse stato francese o statunitense, di sicuro, sarebbe diventato un bestseller mondiale. Purtroppo per lui, gli è capitato di essere italiano, con l’aggravante di essere uno spirito libero, e pur essendo da molti anni un esponente politico di rilievo pugliese, è sempre stato molto vivo, autonomo e indipendente, e quindi presumo fuori dai giochi di potere che contano, visto che invece di propinarcelo tutte le sere di ogni santa settimana in ogni talk show italiano, nessuno lo ha mai visto. Conclusione: nello spreco consueto di talenti italiani, questo importantissimo testo è passato -per la maggior parte dei cittadini italiani- inosservato. Lo ripropongo oggi (ne avevo parlato in un post di agosto 2012) all’attenzione dei lettori desiderosi di dotarsi di strumenti pedagogici evolutivi, rispondendo così a diverse richieste che mi sono state fatte sull’argomento.
In questo libro, Cassano affronta l’eterno problema della relazionalità tra il Bene e il Male, secondo una nuova prospettiva che sposta l’ottica usuale. 
Il fine dichiarato, infatti, consiste nell’analizzare le ragioni della totale latitanza intellettuale di spiriti liberi e indipendenti all’interno del panorama della sinistra italiana negli ultimi quindici anni. E lo fa riconoscendo al Male un vantaggio enorme rispetto al Bene. Il Male, infatti -questa è la sua tesi- si muove all’interno di una cornice “sempre e completamente umana, molto umana” perchè si basa sulla fragilità dell’Essere Umano, sulla sue contraddizioni, sulle sue paure, timori, bisogni. Il Bene, proprio perché tale, si richiama alla forza spirituale interiore, alla parte migliore dell’Essere Umano, quella nascosta, profonda, superiore. Il Bene finisce per essere perdente proprio perché minoritario: presuppone una potenza caratteriale e un equilibrio psico-civico che soltanto pochi e rari riescono a raggiungere. E’ molto più facile scovare dentro ciascuno di noi l’assassino potenziale che si nasconde tra le pieghe delle nostre turpi fantasie, piuttosto che riuscire a estrapolare la contagiosa possanza di un Krishnamurti. Il testo di Cassano si basa tutto nell’analisi di un brano della letteratura europea (25 paginette), quelle che Siegmund Freud aveva definito nel suo saggio “Il disagio della civiltà” come la punta più alta e profonda mai raggiunta nella letteratura mondiale negli ultimi duemila anni. Si tratta dell’incipit della seconda parte de “I fratelli Karamazov” di Fedor Mickailovitch Dostoevskij, meglio noto come “La leggenda del Santo Inquisitore”.

Per chi non ricorda di che cosa si tratta o non ha mai letto i classici, ecco una breve sintesi in poche righe: dopo 350 pagine dedicate al parricidio, allo scontro violentissimo tra fratelli dotati di caratterialità opposta, dove il tema principale consiste nel rapporto tra Fede e Potere da una parte, e l’insopprimibile anelito alla Libertà degli individui, arriva questo racconto fatto da uno dei protagonisti. Ci troviamo nella Spagna meridionale, a metà del 1600. In questa cittadina ci sono stati diversi tumulti, scontri tra la cittadinanza e la polizia del re perché il popolo ha fame ed è stanco di essere sfruttato. Il potere religioso e locale ha individuato in un certo specifico individuo, un capo-popolo, il vero leader ispiratore della rivolta. Lo fa arrestare e lo butta in una cella segreta nei sotterranei dell’arcivescovado. Dopo qualche giorno di torture varie, arriva ad interrogarlo il “Grande Inquisitore” simbolo dei poteri forti dell’epoca, un esponente dell’alta gerarchia vaticana venuto apposta da Roma. Gli dà da bere, prende uno sgabello, si siede davanti a lui e inizia l’interrogatorio: “Ti ho riconosciuto. Noi sappiamo chi sei. Tu sei Gesù. Sei ritornato di nuovo tra di noi”. Il prigioniero sorride, incatenato al muro e il volto gli si illumina riempiendolo di luce. L’inquisitore va avanti per un po’ spiegandogli come hanno fatto a riconoscerlo e poi -autentico colpo di scena- gli dice che lui è stato arrestato e verrà condannato a morte non per millanteria, avendo ingannato il popolo facendo creder loro di essere Dio, ma proprio perché è davvero il Salvatore. Lui è stato riconosciuto: è Gesù, quindi deve essere eliminato. Gli spiega le ragioni. Gli racconta la visione del Potere, e di quanto lui, Gesù, in realtà, sia una specie di aristocratico che non ha capito l’animo umano, che pensa gli esseri umani vogliano essere liberi e aspirino ad amarsi gli uni con gli altri perché sono forti spiritualmente e sono puliti dentro. E invece non è così. Gesù, spiega l’inquisitore, non è altro che un narcisista alla ricerca di facili applausi, tutto il peso della responsabilità nel gestire gli umani grava sulle spalle dei potenti che si devono far carico dei problemi materiali del mondo, delle paure delle persone, delle loro volgari ambizioni, dei loro sogni putridi, della loro voglia di uccidere i concorrenti, di stuprare le donne rubandole ai propri fratelli, e che vogliono semplicemente accatastare ricchezze diventando padroni per schiavizzare i loro simili. Così è l’Essere Umano e così va trattato, gestito, controllato, con “quel sottile e umile realismo che soltanto la Fede nell’autentica Verità dell’animo umano può regalare” perché l’Essere Umano non è forte, ma debole; perché l’Essere Umano non vuole vivere di idee e di progetti, ma vuole mangiare fino a scoppiare, vuole scoparsi tutte le donne, vuole avere sempre il massimo, vuole vivere nel lusso, inconsapevole della propria miseria interiore. Loro, i potenti, sono gli autentici custodi dell’autenticità del messaggio cristiano, sono i pastori realistici e pragmatici di un gregge di mascalzoni che non meritano la minima considerazione se non il disprezzo della comunità, e loro, i potenti, praticano l’umiltà nell’approccio perché capiscono quella autentica essenza. Gesù, invece, è un arrogante presuntuoso che ha provocato soltanto danni e lutti spingendo gli umani a ribellarsi contro la loro natura e quindi li ha spinti da sempre verso l’autodistruzione. Gli umani vogliono soltanto far carriera ed essere onnipotenti, vanno quindi contenuti, rinchiusi in un branco, e presi in considerazione per ciò che sono. Dopo aver spiegato la sua idea del mondo, l’Inquisitore gli comunica la sentenza di condanna a morte “per essere disumano e quindi disattento rispetto alla vera natura dell’uomo”, e gli chiede: “Che cosa hai da dire a tua discolpa, tu che hai osato porti come il Re di tutti noi?”. Gesù fa un cenno con la testa. L’Inquisitore chiama una guardia e gli fa togliere la catena, si avvicina a lui. “Allora, qual è la tua risposta?”. Gesù lo guarda negli occhi, gli sorride, gli prende il viso tra le sue mani e lo bacia.
Fine del racconto.

E’ per questo motivo -suggerisce il sociologo Franco Cassano- che il potere forte (simbolo del Male) è in grado di manipolarci e assoggettarci al suo volere: è in grado di praticare l’umiltà nell’approccio. Perché il Potere conosce la nostra Natura. Soltanto comprendendo questa verità, noi sudditi del mondo, condannati alla perenne schiavitù, saremo in grado di poter aspirare alla rivolta necessaria per riuscire a far trionfare il bene collettivo: diventando anche noi umili nel considerare gli aspetti realistici della caratterialità umana e su quella fondare un’alternativa possibile, realisticamente praticabile.

E’ assolutamente necessario, quindi, per poter aspirare a una alternativa, praticare una profonda pedagogia sociale per dare inizio a una modificazione alchemica interiore senza la quale non riusciremo mai a essere liberi. 

Il testo di Dostoevskij affascina le menti planetarie da 135 anni, in virtù dell’enigma paradossale che contiene, e non a caso viene preso in prestito dal prof. Cassano nella sua squisita elaborazione odierna. Perfetta per i nostri tempi. Talmente aderente e pericolosa -se diffusa- al punto che invece di fargli un monumento per la preziosa libertà della sua argomentazione, appare emarginato dalla vita politica nazionale.

Mi auguro che la lettura di questo testo possa essere di ispirazione per tutti noi e consenta alcune riflessioni sotto l’ombrellone, per i più fortunati che possono permettersi di stare in spiaggia. In attesa che la specie umana si evolva e raggiunga quella cima assoluta proposta da Nietzsche (avido lettore del romanziere russo e suo contemporaneo) quando ci illumina il percorso suggerendoci l’assoluta necessità “di andare oltre, per raggiungere la strada che va al di là del Bene e del Male, liberandoci tutti da questa contrapposizione tra falsi idoli”.
Che cosa ne pensate?

lunedì 6 marzo 2017

Hikikomori: l'agguato della realtà.


di Apr 15, 2015 

Il primo campanello d’allarme ufficiale è suonato una decina di anni fa, nel 2006.
Anche se ne parlavano già alla fine degli anni’80.
E’ accaduto in Giappone, il paese al mondo che più di ogni altra nazione sul pianeta, segue le problematiche sociali della propria popolazioni con grande cura e attenzione e interviene sempre preventivamente.
Così la loro cultura e tradizione.
Le cifre parlano chiaro: in Giappone la disoccupazione è intorno all’1%, i poveri sono lo 0,3% della popolazione, gli indigenti lo 0,7%. Non hanno spese militari, hanno il più grande disavanzo pubblico del pianeta (equivalente a circa -235%) e sono la seconda potenza economica della Terra come produzione di ricchezza, pari al quintuplo di quella italiana;  il più alto tasso di longevità (87 anni per le femmine e 82 per i maschi) il più basso tasso di natalità -record che condivide con l’Italia- e il più alto tasso di suicidi, circa 3.500 all’anno.
Uno studio dell’istituto di sociologia dell’università di Tokyo, finanziato dalla fondazione studi sociali dell’imperatore, nel 2006 evidenziò e coniò il neologismo che oggi terrorizza il Giappone: “hikikomori”.
E’ una parola che agli italiani non dice nulla, ma molto presto, purtroppo, diventerà un termine familiare

Non soltanto è finito su wikipedia, ma una richiesta ufficiale del Giappone è arrivata prima all’Onu e poi come domanda formale all’Oms, perchè venga rubricata sotto la voce “potenziale piaga sociale che può annicchilire intere nazioni”.

Ecco come wikipedia declina il termine:

“Hikikomori (引きこもり? letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,[1] dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Il terminehikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.
Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema disocializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal 2009, in seguito all’uso massiccio di facebook e al dominio della comunicazione virtuale via web al posto di quella umana carnale nella vita reale, il fenomeno ha iniziato ad assumere chiari segnali di patologia sociale. In Giappone, il hikikomori, è aumentato dal 2009 al 2014 del 356%. E’ aumentato anche in Europa. Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia, forse nessuno se ne occupa. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “ricerca e innovazione” come misura preventiva.
Secondo me, bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che sia troppo tardi

Lo fa da tempo il più famoso romanziere giapponese, Murakami.
I suoi racconti, infatti, al di là dei paesaggi socio-onirici che lui crea, hanno tutti in comune un aspetto caratteristico: i giovani protagonisti, sia maschi che femmine, sono sempre soli, vivono da soli, se possono non escono di casa.
Sono, per l’appunto, vittime inconsapevoli del hikikomori.
Una decina di giorni fa, la giornalista Lidia Baratta, ha pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta, un reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione
Ecco il suo pezzo e il link di riferimento:http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia
Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.
La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».
L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.
Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».
Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».
Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.
Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.
Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.
Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».
E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.
Ma Lidia Baratta non è la prima a parlarne.
Il primo articolo sull’argomento (è considerato il primo in Europa) è stato scritto da una giovane truccatrice italiana che se ne è andata a vivere a Londra dove lavora come make up artist. Si chiama Rosita Baiamonte e il suo pezzo risale al 1 Marzo del 2013, ben venticinque mesi fa, apparso sul suo sito/blog che si chiama “abattoir”.
Lo trovo un pezzo interessante. Un esempio sullo stato di salute del nostro paese, sempre ghettizzato e distratto, a parlare solo e soltanto di danaro e di partiti politici. La Baiamonte, allora, ci aveva provato con più articoli, ma vista la totale indifferenza del pubblico, ha poi lasciato perdere. Rimane il suo accredito, che io le riconosco, per essere stata la prima curiosa ad affrontare l’argomento in lingua italiana.
Ecco il suo articolo di allora con relativo link
http://www.abattoir.it/2012/03/01/hikikomori-mi-dissolvo-2/

Hikikomori: mi dissolvo

Il sol levante è portatore di novità, di tecnologie avanzate, di una quantità di suggestioni figlie di una cultura diametralmente opposta a quella occidentale; in particolare, il Giappone è una terra affascinante e per certi versi incomprensibile a noi poveri occidentali.
Ad esempio, è notizia recente quella di una donna giapponese invalida che ha rifiutato di farsi pagare una pensione d’invalidità dallo stato. Strano, assurdo, incredibile.
Sì, per noi che viviamo in un mondo popolato da falsi invalidi con pensioni d’oro, è un bel po’ strano.
Tuttavia, il Giappone è sempre fonte d’ispirazione, sia nel bene che ne male.
Nasce in Giappone il fenomeno Hikikomori, che è a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti, un fenomeno che, fino a qualche anno fa, sembrava non aver colpito l’Italia, ma che invece negli ultimi anni pare essere sbarcato anche da noi, quasi fosse una moda. 
L’hikikomori è un ragazzo che a un certo punto della sua esistenza decide di isolarsi dal mondo e dalla realtà che lo circonda, si chiude in camera e lì passa le sue giornate. La camera diventa il luogo fisico, dove egli conduce la sua vita, luogo che a poco a poco si ammassa di oggetti, di resti di cibo, di sporcizia, di polvere, quasi come se gli oggetti diventassero essi stessi hikikomori e non potessero più uscire da quel luogo, così come chi li possiede. Oggetti che, in qualche modo, lo riportano in quella realtà che egli vive e osserva solo attraverso un computer.
Egli vive di notte, di giorno oscura le finestre, odia la luce. La notte si rifugia nei social network, nei forum, dove incontra altri hikkikomori come lui, creando quasi una rete. Un po’ come accadeva qualche anno fa (ma forse accade ancora), con le adepte di Ana, la dea dell’anoressia, fenomeno quanto mai preoccupante che vedeva coinvolte centinaia di ragazze che, da un giorno all’altro, avevano messo su una rete di blog dove si scambiavano consigli su come dimagrire in fretta e su come essere sempre fedeli ad Ana (e guai a sgarrare!).
 Alienante.
L’ikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikkikomori crea, inventa, scrive, produce.
In Giappone il fenomeno è in fortissima espansione; si contano già più di un milione di casi.
Uscire dall’isolamento è difficile se non impossibile, curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare è la non volontà di tornare a un’esistenza normale, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.
L’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.
La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikkikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.
Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.
Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.
Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Questo è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.
Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione; sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.

Quanti di noi non hanno attorno amici che passano la maggior parte della loro vita davanti a un pc? 
E se gli chiedi: ehi, usciamo a farci una pizza? Ti rispondono: no, devo ultimare il livello, di non so quale diavolo di gioco di ruolo! Ce ne preoccupiamo? Avvertiamo che anche noi spesso ci lasciamo andare a momenti di tremenda apatia, che ci risucchia le energie e ci spegne?
Ho idea che questo fenomeno sia lontano dall’arrestarsi, magari non sfocerà mai nelle forme di totale reclusione, ma sicuramente le nuove generazioni si stanno sempre più alienando, e sempre più spesso si rifugiano in un mondo a parte, dove si sentono eroi, insuperabili, onnipotenti, anche se in realtà, sono fragili e indifesi.

E voi che ne pensate? 

Credete sia la solita moda esportata dal Giappone o è qualcosa che accomuna tutti gli adolescenti del mondo a prescindere dal paese? 

E credete che la tecnologia abbia esacerbato il fenomeno?

venerdì 3 marzo 2017

Siamo un paese di schiavi o di schiavisti? Forse entrambi. Così collassa la democrazia. NOCAP


di Sergio Di Cori Modigliani


Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro di Ivan Karamazov.

Dalla cima impervia di quell’Olimpo surreale che sovrasta la culla del Sapere europeo, dove vivono i grandi eroi che nei millenni hanno forgiato, alimentato e prodotto l’immaginario collettivo del nostro continente, dove abitano per l’eternità i personaggi letterari nati dal talento e dal genio dei grandi artisti, si erge, al di sopra di tutti, il più inquietante fantasma mai inventato. Il suo grido, strillato a squarciagola nel lontano 1881, oggi più che mai ci ammonisce sulla imminente caduta dell’Europa e ci ricorda chi siamo, da dove veniamo. 
E di conseguenza, quali prospettive si aprano per il nostro immediato futuro.

“Se tutto è assurdo, allora tutto è lecito, ogni cosa è permessa”.

L’urlo disperato di Ivan Karamazov, nato dalla sublime penna del più grande romanziere che l’Europa abbia mai prodotto, Fedor Mickailovitch Dostoevskij, ci ricorda quale immane tragedia sia vivere in un mondo ormai privo di un significato di riferimento. Un mondo, quello nostro attuale, dal quale è stato sottratto il Senso e dove la realtà quotidiana è stata sostituita da una surrealtà imposta dall’oligarchia imperante, squallida impiegata al servizio di una fumosa comunità di finanzieri sovra-nazionali senza scrupoli, il cui piano politico strategico consiste nel definitivo abbattimento delle immense conquiste sociali, esistenziali e culturali, ottenute a fatica dalle quindici generazioni che ci hanno preceduto. Una vittoria, questa,  della quale ogni singolo europeo è andato giustamente sempre fiero, consapevole di aver raccolto la doviziosa eredità tramandata negli ultimi 300 anni da pensatori, filosofi, scrittori, scienziati, artisti che, dai tempi di John Locke e Voltaire, hanno posto le basi per fondare la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” nata dalla rivoluzione francese. Quei tre pilastri della compassione sociale, dell’intelligenza politica e dell’evoluzione psicologica, che sono e rimangono tuttora l’autentico fondamento della nostra cultura: la Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza, sono stati il fondamento del Diritto Civico dell’Europa che ha dato vita alla democrazia politica. 
Per tre lunghi secoli i cultori dell'oligarchia hanno tentato di proporre un modello di scambio e un contratto sociale che veicolasse un'idea del mondo basata sull'assunto che esiste una classe superiore di indivudi, prescelti e selezionati per nobiltà di sangue, provenienza di censo, appartenenza a consolidate famiglie della burocrazia politica partitica attraverso la fondazione delle dinastie familiari legate ai partiti, i quali vanterebbero un privilegio acquisito tale da consentire loro la liobertà di poter decidere, gestire, amministrare, stabilire, legiferare e, quindi, determinare, la modalità esistenziale della vita di centinaia di milioni di persone.

La posta in gioco, oggi, è la più alta in assoluto mai giocata in Europa dal 1712.


L’obiettivo politico di questo sistema di potere consiste nell’allargare sempre di più la proletarizzazione sociale in modo tale da garantirsi un prezzo sempre minore dei servizi, un valore sempre minore del salario, l’allargamento sempre maggiore del bisogno producendo “totale dipendenza” (come nel caso della cocaina e del gioco d’azzardo) per avere accesso quindi alla possibilità di procurarsi manodopera a un prezzo sempre più basso, e così poter produrre la gigantesca mole di merci necessaria per garantire la sopravvivenza dei nuovi schiavi.



Tutto ciò, per commentare la più importante notizia del giorno in assoluto. Non riguarda nè Renzi nè Verdini, nè Grillo nè Salvini, nè lo stadio della Raggi nè i tesserati del PD. 

Riguarda la morte di due esseri umani, la fine di due esistenze disperate, di due schiavi, giovani del Mali che vivevano (si fa per dire) nel cosiddetto "Ghetto del Gargano" un luogo indegno, in provincia di Foggia, che serve come deposito umano di esseri che i caporali -al servizio degli agricoltori rapaci- usano a seconda delle loro esigenze lucrando ignobilmente sulla disperazione umana.  
Perchè in Italia esiste lo schiavismo.
Esiste la schiavitù.
Sotto gli occhi di tutti, e non è più accettabile non prenderne atto e non affrontare la questione.
La morte dei due schiavi maliani ci riguarda tutti. Nessuno escluso.
Non si può voltare la faccia dall'altra parte.

Di solito, a questo punto, sottolineo la latitanza censoria della stampa cartacea.
Questa volta, invece, è il contrario.
E' il web a non parlare più di tanto della indegna questione, mentre sul cartaceo abbondano ottimi servizi che raccontano la verità dei fatti.  Il web e i social stanno diventando sempre di più soltanto delle utili piattaforme propagandistiche a uso e consumo di militanti e attivisti partitici, per tirare la volata a questo o quel leader, a questo o quel logo.
La situazione si è paradossalmente capovolta rispetto a quella che era nel 2011.

Qui di seguito un breve pezzo di un giornalista (non famoso) pubblicato sul corriere della sera oggi e poi diffuso in rete sul sito on line del quotidiano milanese.

Impone delle riflessioni dalle quali non possiamo sottrarci. 

          La Schiavopoli del Gargano
      Di là le spiagge e il divertimento
      di qua solo sfruttamento

Nel Gran Ghetto di Rignano, nella provincia più calda d’Europa, vivono in estate 3mila centroafricani provenienti da Senegal, Mali, Burkina Faso: schiavi dei campi e schiave degli uomini. Nella Casbah delle baracche, tra bar e market, tutto è gestito dai caporali


C’è un promontorio che divide il bene dal male, a Rignano Scalo. Un promontorio di nome Gargano: di là le spiagge e il mare che, insieme a quelle del Salento, fanno della Puglia una tra le regioni più glamour per il turismo. Di qua, nell’entroterra, una Schiavopoli che resiste da più di 20 anni. La chiamano Gran Ghetto, per distinguerla dalle altre schiavopoli sparse nel Tavoliere delle Puglie, la più grande pianura italiana dopo la Padana, in particolare dal Ghetto dei bulgari, quello dei bianchi. Il primo a Nord di Foggia, nel territorio del Comune di San Severo, il secondo a Est, in territorio di Manfredonia.
Il Gran Ghetto è la città degli incubi. Schiavi dei campi e schiave degli uomini vivono lì. Per fortuna — unica consolazione — nel ghetto dei neri non ci sono bambini. Chissà, forse perché ai caporali non è venuta ancora in mente un’idea per sfruttarli al meglio. Circa 3mila persone nel periodo estivo, quello della raccolta dei pomodori da luglio a settembre, qualche centinaio di abitanti — fino a 700 — in inverno, per raccogliere broccoli e finocchi. Provengono dall’Africa centrale: Senegal, Mali, Burkina Faso. Gli schiavi dei campi, gli uomini, sono sfruttati per la loro forza. Il listino prezzi, per i braccianti africani e neo-comunitari (complessivamente ventimila nella provincia di Foggia a fronte dei quattrocentomila a livello nazionale) è identico: il trasporto con il furgone costa cinque euro a testa e per ogni cassone da tre quintali — pagato 4,5 euro — il caporale trattiene cinquanta centesimi. Nei furgoni — nel caldo della provincia più torrida d’Italia (fino a 47 gradi in estate, soltanto Siviglia e l’Andalusia in Europa raggiungono quelle temperature) — si stipano anche in venti: considerando che ogni bracciante riesce a riempire fino a quindici cassoni, il caporale incassa per ogni trasporto 250 euro al giorno (100 per il trasporto e 150 per il “pizzo” sui cassoni. Spesso riesce a farne due, di viaggi, e l’incasso arriva a 500 euro. E se il lavoro abbonda, paga un autista 50 euro e per ogni viaggio aggiuntivo incassa altri 200 euro.

Le poche donne presenti nel Gran Ghetto hanno un solo incarico: prostituirsi. I clienti sono italiani: si muovono da Foggia o San Severo (il Ghetto è più o meno a metà tra le due città distanti tra loro 25 chilometri) lungo la Statale 16, percorrono un paio di chilometri di sterrato e nel buio della sera si infilano nelle baracche. Nella Casbah del Tavoliere dove c’è di tutto: market, ristoranti, parrucchieri, gommista e meccanico. Tutto rigorosamente gestito dai caporali, i “capinero” come li chiamano i braccianti, anche loro africani. Che adesso potrebbero essere messi fuorigioco dalla decisione della Regione Puglia di sgombrare il Gran Ghetto: negli stabili pubblici, a San Severo, i caporali non potranno più gestire i traffici (di braccianti e schiave) o, perlomeno, sarà tutto molto più difficile. Per questo gli africani non vogliono lasciare Rignano: la loro Schiavopoli, all’ombra del promontorio, garantisce loro anche il lavoro. Da schiavi, ma lavoro. Per questo l’inferno, a volte, diventa l’unico posto dove poter continuare a vivere.

Michelangelo Borrillo
pubblicato sul corrieredellasera.it
il 3 Marzo 2017 (ore 11:38)
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