Uno
spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro di Ivan Karamazov.
Dalla
cima impervia di quell’Olimpo surreale che sovrasta la culla del Sapere
europeo, dove vivono i grandi eroi che nei millenni hanno forgiato, alimentato
e prodotto l’immaginario collettivo del nostro continente, dove abitano per
l’eternità i personaggi letterari nati dal talento e dal genio dei grandi
artisti, si erge, al di sopra di tutti, il più inquietante fantasma mai
inventato. Il suo grido, strillato a squarciagola nel lontano 1881, oggi più
che mai ci ammonisce sulla imminente caduta dell’Europa e ci ricorda chi siamo,
da dove veniamo.
E di conseguenza, quali prospettive si aprano per il nostro
immediato futuro.
“Se tutto è assurdo, allora tutto è
lecito, ogni cosa è permessa”.
L’urlo
disperato di Ivan Karamazov, nato dalla sublime penna del più grande romanziere
che l’Europa abbia mai prodotto, Fedor Mickailovitch Dostoevskij, ci ricorda
quale immane tragedia sia vivere in un mondo ormai privo di un significato di
riferimento. Un mondo, quello nostro attuale, dal quale è stato sottratto il
Senso e dove la realtà quotidiana è stata sostituita da una surrealtà imposta
dall’oligarchia imperante, squallida impiegata al servizio di una fumosa comunità
di finanzieri sovra-nazionali senza scrupoli, il cui piano politico strategico
consiste nel definitivo abbattimento delle immense conquiste sociali,
esistenziali e culturali, ottenute a fatica dalle quindici generazioni che ci
hanno preceduto. Una vittoria, questa,
della quale ogni singolo europeo è andato giustamente sempre fiero,
consapevole di aver raccolto la doviziosa eredità tramandata negli ultimi 300
anni da pensatori, filosofi, scrittori, scienziati, artisti che, dai tempi di
John Locke e Voltaire, hanno posto le basi per fondare la “Dichiarazione dei
diritti dell’uomo” nata dalla rivoluzione francese. Quei tre pilastri della
compassione sociale, dell’intelligenza politica e dell’evoluzione psicologica,
che sono e rimangono tuttora l’autentico fondamento della nostra cultura: la
Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza, sono stati il fondamento del Diritto
Civico dell’Europa che ha dato vita alla democrazia politica.
Per tre lunghi secoli i cultori dell'oligarchia hanno tentato di proporre un modello di scambio e un contratto sociale che veicolasse un'idea del mondo basata sull'assunto che esiste una classe superiore di indivudi, prescelti e selezionati per nobiltà di sangue, provenienza di censo, appartenenza a consolidate famiglie della burocrazia politica partitica attraverso la fondazione delle dinastie familiari legate ai partiti, i quali vanterebbero un privilegio acquisito tale da consentire loro la liobertà di poter decidere, gestire, amministrare, stabilire, legiferare e, quindi, determinare, la modalità esistenziale della vita di centinaia di milioni di persone.
La posta in gioco, oggi, è la più alta in assoluto mai giocata in Europa dal 1712.
L’obiettivo politico di questo sistema di potere consiste
nell’allargare sempre di più la proletarizzazione sociale in modo tale da
garantirsi un prezzo sempre minore dei servizi, un valore sempre minore del
salario, l’allargamento sempre maggiore del bisogno producendo “totale
dipendenza” (come nel caso della cocaina e del gioco d’azzardo) per avere
accesso quindi alla possibilità di procurarsi manodopera a un prezzo sempre più
basso, e così poter produrre la gigantesca mole di merci necessaria per
garantire la sopravvivenza dei nuovi schiavi.
Tutto ciò, per commentare la più importante notizia del giorno in assoluto. Non riguarda nè Renzi nè Verdini, nè Grillo nè Salvini, nè lo stadio della Raggi nè i tesserati del PD.
Riguarda la morte di due esseri umani, la fine di due esistenze disperate, di due schiavi, giovani del Mali che vivevano (si fa per dire) nel cosiddetto "Ghetto del Gargano" un luogo indegno, in provincia di Foggia, che serve come deposito umano di esseri che i caporali -al servizio degli agricoltori rapaci- usano a seconda delle loro esigenze lucrando ignobilmente sulla disperazione umana.
Perchè in Italia esiste lo schiavismo.
Esiste la schiavitù.
Sotto gli occhi di tutti, e non è più accettabile non prenderne atto e non affrontare la questione.
La morte dei due schiavi maliani ci riguarda tutti. Nessuno escluso.
Non si può voltare la faccia dall'altra parte.
Di solito, a questo punto, sottolineo la latitanza censoria della stampa cartacea.
Questa volta, invece, è il contrario.
E' il web a non parlare più di tanto della indegna questione, mentre sul cartaceo abbondano ottimi servizi che raccontano la verità dei fatti. Il web e i social stanno diventando sempre di più soltanto delle utili piattaforme propagandistiche a uso e consumo di militanti e attivisti partitici, per tirare la volata a questo o quel leader, a questo o quel logo.
La situazione si è paradossalmente capovolta rispetto a quella che era nel 2011.
Qui di seguito un breve pezzo di un giornalista (non famoso) pubblicato sul corriere della sera oggi e poi diffuso in rete sul sito on line del quotidiano milanese.
Impone delle riflessioni dalle quali non possiamo sottrarci.