icopyright di Silvestre Loconsolo. Milano, Via Orefici. 8 Marzo 1973.
di Sergio Di Cori Modigliani
L'8 Marzo, festa internazionale della donna, è stata per l'Italia una giornata doppiamente tragica.
La prima tragedia appartiene alla cronaca nera criminale: in meno di 24 ore tre donne sono state uccise a coltellate dai loro conviventi maschi. A questi episodi ne vanno aggiunti altri due, uno a Cesano Maderno, dove una madre e una figlia hanno ucciso a martellate il padre/marito, nel corso di una discussione familiare, e un altro a Lecco dove una madre è andata fuori di testa e ha ucciso le sue tre figliolette di 4, 10 e 13 anni. Questi i primi sospetti. Da sottolineare il fatto che al consueto femminicidio comincia ad assommarsi anche un fenomeno di ferocia individuale che va ascritto a uno stato generale di grave disagio socio-psichico della nazione.
La seconda tragedia, invece, è relativa al tema dei diritti civili: il post è su questo punto.
Si tratta della tragedia della censura mediatica.
O forse, invece, stiamo parlando di auto-censura? (il che mi sembra anche peggio).
La notizia, oggettiva, è la seguente, così come è stata diffusa dalle agenzie di stampa ufficiali europee in data 5 marzo 2014: "Il Consiglio d'Europa boccia l'Italia perchè viola il diritto delle donne riconosciuto dalla normativa comunitaria. A causa dell'elevato numero di medici obiettori di coscienza, l'Italia sta violando i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza. Il "Comitato Europeo dei Diritti Sociali" del Consiglio d'Europa, dopo un esame durato un anno e mezzo, si è espresso in merito a un formale ricorso-denuncia presentato in data 20 novembre 2012 dalla CGIL insieme ad altre associazioni femminili, tra cui l'IPPF (International Planned Parenthood Federation European Network)".
La denuncia europea è stata comunicata ufficialmente e formalmente al governo italiano, pregando i membri del governo di renderla pubblica in sede parlamentare, in modo tale da poter avviare un dibattito e confronto tra diversi soggetti, sia politici che civili, affrontando la questione, sulla quale l'Italia è costretta "legalmente" a fornire una pronta risposta.
Ne' alcun membro del governo, nè alcun esponente delle istituzioni repubblicane italiane, ha ritenuto opportuno comunicare alla cittadinanza l'episodio. L'omissione -questa è la mia serena opinione personale- si è trasformata in tragedia sociale mediatica, perchè non è stata resa pubblica da nessuna fonte di informazione nel nostro paese, a nessun livello, neppure qualche modesto blogger o giornale locale di Vattelapesca. Sono apparsi finora (in rete) soltanto due articoli, pubblicati entrambi in data 9 marzo: uno sulla versione on-line del "Fatto Quotidiano", a cura della redazione femminile nella rubrica "donne di fatto"; l'altro sulla testata "Vita di donne.org" il più importante sito dedicato a questioni del mondo femminile, gestito da una ginecologa romana, la dott.ssa Lisa Canitano, da 40 anni attiva nel campo della salvaguardia dei diritti civili delle donne e per lungo tempo in prima fila come attivista politica del PD.
Entrambi gli articoli non sono stati ripresi e la notizia non è stata messa in evidenza e quindi non è partito nessun dibattito, nessun confronto, nessuna informazione, nessuno scambio di opinioni in materia.
Eppure, sarebbe stato fondamentale per la nazione, soprattutto per chiarire un aspetto fondamentale che riguarda l'autentica fisionomia del governo, per aiutare la cittadinanza e fare chiarezza.
Mi riferisco qui alla opinione in merito della ministra Marianna Madia, notoriamente antiabortista. Nel 2008 venne presentata da Walter Veltroni alle elezioni, come nominata di lusso: capolista nella Regione Lazio, inviata a fare campagna elettorale in Toscana. Era la strategia infantile e miope di Veltroni, presumibilmente basata sul seguente principio: "riempiamo le nostre liste di conservatori democristiani, così l'elettorato conservatore democristiano voterà per noi". Gli abili consulenti della comunicazione di Berlusconi colsero subito la falla e giustamente ne approfittarono, lanciando il loro slogan vincente che smascherava questo giochetto ipocrita "se avete la possibilità di votare per l'originale, perchè accontentarvi di una copia sbiadita e raffazzonata?". E gli elettori si comportarono di conseguenza.
Nel corso di quella campagna elettorale (i più attenti lo ricorderanno) il tema dell'aborto fu centrale. Giuliano Ferrara lanciò una propria lista civica indipendente (ottenne lo 0,3%). L'intelligente giornalista individuò subito nella Madia un elemento centrale per la sua lotta e pubblicò con enorme risalto una sua intervista su "Il Foglio" nella quale la Madia così si esprimeva "L'aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale, culturale. Se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita". Ferrara fece carte false per convincere la Madia a firmare la "moratoria universale" per far abolire la legge sull'aborto, e dopo accesi dibattiti interni al PD lei scelse di non farlo dichiarando però "di non farlo non perchè non condivida le analisi di Giuliano Ferrara, anzi: mi pare che quello che dice su questo tema vada proprio verso quella riumanizzazione della vita disumanizzata che ritengo necessaria oggi, perchè io sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo il diritto di farlo. Certo è che anche per esperienza personale mi sono resa conto di quanto sia sottile la linea di demarcazione tra le cure a un malato terminale e l'accanimento terapeutico nei suoi confronti. Quindi dico no all'eutanasia ma penso che l'oltrepassamento di quella linea sottile vada giudicato -in certi casi- da un'equipe di medici, comunque non dal diretto interessato o dai suoi parenti".
Forse è per questo che è diventata ministra, possibilmente sostenuta dal Vaticano e dall'Opus Dei che stanno combattendo una furibonda battaglia in tutta Europa (vedi Spagna) per spingere gli stati ad abolire la legge sull'aborto, cancellando quindi la definizione della interruzione di gravidanza come elemento di garanzia sociale fornito dallo Stato che tutela la libertà di scelta della donna, affermando, invece, un principio normativo di carattere religioso.
In Francia, Olanda, Belgio, Spagna, Danimarca, dovunque in Europa in questo periodo, tutti i giorni, sui giornali e alla televisione, le rispettive cittadinanze dibattono quest'argomento perchè da tutti è stata identificata come una fondamentale battaglia per l'affermazione dei diritti civili. Non così in Italia, con l'aggravante che l'abile Renzi ha già annunciato di voler dare il suo efficientissimo contributo del ghe pensi mi passando al ministero della semplificazione e della pubblica amministrazione (per l'appunto, ministra Marianna Madia) il compito di razionalizzare la modalità di gestione da parte delle strutture sanitarie pubbliche dell'interruzione di gravidanza.
E' una fondamentale questione politica e sociale che riguarda tutti noi.
Non soltanto le donne.
Nessuno ne parla.
Questo fatto mi ha spinto a identificare, come mia opinione personale, la questione odierna delle cosiddette "quote rosa" come un diversivo e una sofisticata ipocrita arma di distrazione di massa. In un paese arcaico, regredito e conservatore come l'Italia, in cui la corruzione la fa da padrone come norma, l'idea di avere il 50% di donne in parlamento non garantisce un bel nulla. A meno che non ci fosse la matematica certezza che a essere elette fossero donne come Tina Anselmi, Rita Levi Montalcini o Pina Bausch. Si tratta di una mascheratura ipocrita di facciata che nasconde la radicata e profonda struttura maschilista e sessista di questo paese. Basterebbe il buon senso e il rispetto per la persona, giudicandola sulla base del suo valore (oggettivo e soggettivo) a far sì che all'interno di ogni movimento politico "naturalmente" emergano le donne migliori. Migliori non perchè siano femmine, bensì perchè sono più capaci di altri in quanto persone dotate di suo.
In Italia non esiste nessuna donna che ricopre la carica di amministratore delegato di una delle prime cento banche.
Non esiste nessuna donna che ricopre la carica di presidente di una delle prime 100 fondazioni.
Non esiste nessuna donna che ricopre la carica di amministratore delegato in una delle prime 100 società finanziarie.
Esistono soltanto due donne nella Corte Costituzionale (Marta Cartabia e Fernanda Contri); fino a settembre del 2011 non ce n'era neppure una. Corrisponde al 13% della totalità. I giudici sono 15, nominati per 1/3 dal Presidente; 1/3 dal Parlamento in seduta congiunta e 1/3 dalle "supreme magistrature amministrative correnti" composte tutte da maschi: tutti questi signori parlano di "quote rosa", ma poi nominano solo maschi nei posti che contano.
Esiste soltanto una donna nella Corte dei Conti.
Non è stata chiamata alcuna donna a comporre il comitato di saggi.
Non esiste nessuna donna che dirige un importante emittente televisiva, neppure un telegiornale.
Con l'unica eccezione di Bianca Berlinguer su raitre, la quale è vero che è un'umana di genere femminile, ma è anche vero che probabilmente sarebbe lo stesso direttrice della rete anche se fosse un cactus o una lampada art deco anni'30: è contato il cognome non lei, al di là del merito. E' una caratteristica delle società dittatoriali e aristocratiche, quelle in cui esiste la parità di genere a condizione che la donna sia un membro della esigua componente di membri privilegiati, dato che re o regine, duchi o duchesse, per il sistema aristocratico è la stessa cosa.
Questa è l'unica vera parità di genere che in questo paese è consentita, accettata, condivisa, il che riduce il ruolo della donna professionista all'umiliante condizione di essere accettata socialmente, per far carriera, solo e soltanto se può essere identificata come ruolo familiare e non come soggetto autonomo e indipendente: prima di essere Persona deve essere sempre o moglie, o figlia o sorella. Qualche volta va bene anche se è la cugina o la cognata.
Sono convinto che se diverse donne -perchè meritevoli e non per origini di provenienza familiare o matrimoniale- fossero state alla guida di media importanti, di banche, di fondazioni, di società finanziarie, anche nella Repubblica Italiana, questo 8 marzo, la cittadinanza sarebbe stata coinvolta nel dibattito relativo alla legge sull'aborto e la pesante denuncia da parte dell'Europa sarebbe stata la notizia del giorno, così come avrebbe dovuto essere.
Perchè così è stato nel resto d'Europa.
Qui di seguito pubblico i due articoli summenzionati, così vi risparmiate la fatica di navigare in rete.
Tanto finora non ho trovato nient'altro.
Purtroppo.
http://www.vitadidonna.org/salute/10996-altro-che-8-marzo-consiglio-d-europa-sull-aborto-l-italia-viola-i-diritti-delle-donne.html
Otto marzo un corno, altro che festa e rametti di mimose. L’Italia in realtà calpesta la vita e i diritti delle donne. Il documento redatto dal Consiglio d’Europa che condanna il nostro Paese per la violazione della legge 194.
L’Italia maltratta le sue donne, questa è la sintesi di questo 8 marzo. Di tutto si può parlare ma non di festa in un Paese senza parità, con problemi di occupazione in cui ancora le donne firmano le dimissioni in bianco ai loro datori di lavoro per essere cacciate se rimangono incinta.
Una realtà che sfiora l’oppressione dei diritti, se sei incinta perdi il lavoro, se vuoi abortire ti scontri con il problema degli obiettori di coscienza.
Il documento del
Comitato europeo dei diritti sociali non fa sconti: “A causa dell’elevato e crescente numero di
medici obiettori di coscienza, L’Italia viola i diritti delle donne che alle condizioni prescritte dalla
legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”.
Insomma, l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è solo sulla carta. In realtà è impossibile in molte Regioni. Nero su bianco messo giù dal Consiglio d’Europa, di cui il Comitato è un organismo.
Si tratta di un fatto eccezionale, forse quello che va davvero festeggiato in questo 8 marzo, perché è la prima volta che l’Italia viene condannata in modo così esplicito.
La situazione
In Italia il numero degli aborti eseguiti nel 2012 è stato di 105.968, in diminuzione rispetto all’anno precedente del 4,9%. Tra le minorenni il tasso di abortività nel 2011 è stato del 4,5 per mille.
In moltissime Regioni la percentuale di medici obiettori arriva all’85%. La maglia nera ce l’ha il Lazio con il 91,3% dove è davvero difficile eseguire un’interruzione di gravidanza.
Al Sud la situazione non è migliore, in Puglia i medici obiettori sono l’89%, seguono il Molise con l’86% e la Basilicata con l’85%.
In questa situazione aumentano gli aborti clandestini, la vera piaga che la legge 194 doveva sanare. Le italiane che abortiscono clandestinamente sono circa 20 mila, le straniere immigrate arrivano a circa 40 mila.
Donne rifiutate da moltissimi ospedali che hanno chiuso i reparti, costrette a mendicare da provincia in provincia con il rischio di andare fuori tempo massimo dei limiti previsti dalla legge.
I medici non obiettori sono sempre meno e sempre più su con l’età, il rischio è che tra pochi anni non resti più nessuno ad assicurare l’applicazione della 194.
La legge garantisce alle donne il diritto di abortire e ai medici quello di obiettare, ma è chiarissima sul fatto che la struttura pubblica deve assicurare comunque il servizio.
Tuttavia tra la latitanza della politica e quella dei vertici ospedalieri le strutture vengono gradualmente soppresse, e con esse il diritto delle donne.
Cosa può cambiare adesso
Il documento di condanna è il coronamento del grande impegno profuso dalla Ippf (International Planned Parenthood Federazion European Network) e la Laiga (l’Associazione italiana di ginecologi per la l’applicazione della legge 194), presieduta da Silvana Agatone.
Quello depositato l’8 agosto del 2012 con il numero 87 è un “reclamo collettivo” che oggi diventa un atto di accusa ed un avvertimento all’Italia.
Le donne e le associazioni avranno ora l’opportunità di avviare azioni legali contro gli ospedali che non rispettano la legge.
Potranno farlo proprio grazie al documento europeo, come è successo con la legge 40 sulla fecondazione assistita, demolita a colpi di sentenze emesse da tribunali europei ed italiani.
Silvana Agatone, presidente della Laiga, non può che essere soddisfatta. Per anni ha denunciato la situazione italiana, dal tormento delle donne lasciate sole alla chiusura dei reparti destinati alle Ivg. Ha raccolto i dati necessari che oggi inchiodano e condannano l’Italia.
“Dopo trent’anni dall’applicazione della 194, ancora oggi dobbiamo difenderla con le unghie e con i denti”, commenta Lisa Canitano dell’Associazione Vita di Donna.
“Grazie al documento della Commissione – aggiunge la ginecologa - avremo uno strumento in più, quello di denunciare i responsabili degli ospedali per la mancata applicazione della legge. E lo faremo, ci stiamo già attrezzando chiedendo anche alle donne di segnalarci dove e come i loro diritti non sono stati rispettati”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/08/aborto-il-consiglio-deuropa-boccia-litalia-viola-i-diritti-delle-donne/906932/
Aborto, il Consiglio d’Europa boccia l’Italia: “Viola i diritti delle donne”
“A causa dell’elevato e crescente numero di
medici obiettori di coscienza, l’Italia
viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono
interrompere la gravidanza“. Dopo quasi un anno e mezzo di attesa, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa si esprime in merito al
ricorso, presentato nel novembre 2012 dalla Cgil insieme ad altre associazioni, tra cui l’International planned parenthood federation european network’ (Ippf).
Secondo il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – che rende noto il documento europeo – “è un atto forte che sancisce un diritto fondamentale e incontrovertibile per le donne: quello della libertà di scegliere della propria vita e del proprio corpo, con un’assistenza sanitaria adeguata, come prevede la legge”. Una risposta, fa sapere la Cgil, che sancisce come “l’Italia violi i diritti stabiliti dalla legge 194, l’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione della norma”. Secondo la leader della Cgil “che proprio oggi, nella Giornata internazionale della donna, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa abbia ufficialmente riconosciuto la violazione dei diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza, ha poi un grande valore, anche simbolico. A dimostrazione che i diritti non sono irreversibili e che, specialmente quando vengono messi in discussione con tanta perseveranza, richiedono altrettanta determinazione. E’ questo – conclude Camusso – il messaggio più significativo che possiamo oggi trasmettere alle giovani generazioni”.
Il ministero della Salute risponde con una nota: “In Italia il carico di lavoro per i ginecologi non obiettori negli ultimi trent’anni si è dimezzato, passando da 3.3 aborti a settimana nel 1983 agli attuali
1.7 “, si legge nel documento che ripropone un dato già contestato dalla Laiga – Appare difficile, a fronte di tali dati, sostenere che il numero elevato degli obiettori di coscienza sia un ostacolo per l’accesso all’Ivg. Il ministero comunque ha già avviato, insieme alle regioni, un monitoraggio che coinvolge ogni struttura sanitaria in cui potenzialmente potrebbe essere presente un accesso Ivg, e anche ogni singolo consultorio: le schede di raccolta dati, concordate nell’ambito di un
tavolo tecnico ministero-regioni, sono già state inviate alle singole regioni, che le stanno elaborando. Il ministero valuterà se sia il caso di fornire questi dati, peraltro pubblici, al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, per effettuare delle controdeduzioni”.
Sull’argomento interviene anche la deputata di Ncd
Eugenia Roccella, ex sottosegretario alla Salute durante il governo Berlusconi IV, nel periodo tra il 15 dicembre 2009 e 16 novembre 2011. Per l’ex radicale “il documento è un pronunciamento del tutto
immotivato e pretestuoso, frutto di una
non conoscenza dei dati italiani”. Il
Comitato europeo dei diritti sociali è poi, secondo la deputata del nuovo Centrodestra “un
oscuro organismo del Consiglio d’Europa che ha emanato un documento contro l’Italia sostenendo che il numero dei medici obiettori impedisce l’attuazione della 194 – scrive in un comunicato – Va ricordato però che proprio il Consiglio d’Europa il 7 ottobre 2010 ha approvato una risoluzione che difende con grande forza il
diritto all’obiezione e lo estende
non solo alle persone ma addirittura alle istituzioni“. Poi anche Eugenia Roccella utilizza il dato contestato dalla Laiga: “Va ricordato anche che secondo l’ultima relazione al parlamento sulla 194, il carico di lavoro per i ginecologi che fanno gli aborti (cioè i non obiettori) è soltanto di
1.7 interventi a settimana, considerando tra l’altro, in un anno, soltanto 44 settimane lavorative. Il pronunciamento di oggi appare dunque del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani (che pure sono facilmente accessibili) e di una volontà strumentale da parte dell’Ippf di attaccare l’Italia”.