martedì 18 marzo 2014

Cappotto all'Italia. La Germania vince 4-0


                                "Nessun paese trae più vantaggi dalla Ue della Germania".
Martin Shultz, candidato Presidente Presidente Commissione Europea del PD in Italia




di Sergio Di Cori Modigliani

L'immagine di questa ragazza in bacheca corrisponde a quella che il nostro prode Renzi vuole spacciare al paese come risultato della sua visita in quel di Germania.
Così la vivranno gli italiani, convinti che siamo spalleggiati dai tedeschi, il che è vero.
Stanno sulle nostre spalle, noi sorreggiamo gran parte della loro economia.
Ma questo, di certo, non lo spiegheranno.
Sulla prima pagina del mio quotidiano surreale, dato che quest'anno c'è il mondiale di calcio, il titolo sarebbe: "Germania batte Italia 4-0".
Neppure Mario Monti (certamente non Che Guevara) si sarebbe messo in ginocchio con questa modalità servile davanti alle imperiose richieste dei tedeschi, di cui non c'è traccia alcuna sulla stampa quotidiana.
Possibilità di poter avviare una politica di investimenti in Italia? : Nein.
Possibilità di avviare un progetto di politica industriale per promuovere un programma massiccio di rilancio dell'economia, e rendere le nostre merci più competitive? : Nein.
Possibilità di avviare il blocco dei licenziamenti dando fiato, invece, a una politica di istituzione del reddito di cittadinanza o, quantomeno, una salvaguardia creativa nel campo degli ammortizzatori sociali per affrontare il disagio attuale delle frange più deboli?: Nein.
Possibilità di salvaguardare la competitività dei nostri prodotti agricoli?: Nein.

Quattro gol uno in fila all'altro.

Così seguiteremo ad acquistare dal salsamentaro dell'angolo tre etti di prosciutto di Parma doc, senza sapere che i maiali sono tedeschi perchè i loro cosciotti costano il 42% di meno. Cifre alla mano (è il consorzio dop dei produttori parmigiani a dirlo) significa che diverse aziende del settore finiranno in crisi dovendo scegliere tra due opzioni: fallire perchè il prosciutto stagionato (quello vero italiano) lo dovranno vendere a un costo inferiore rispetto a quello di produzione e stagionatura oppure accettare l'idea di diventare una industria di trasformazione e basta: facciamo il prosciutto con i maiali tedeschi così si rimpingua l'industria zootecnica tedesca e si affossa quella degli allevatori italiani.

Negata qualunque possibilità di poter usufruire di investimenti statali per avviare un programma immediato di valorizzazione dell'istruzione, formazione, ricerca scientifica e alta tecnologia. Anzi. In quei settori, Renzi ha garantito che insisterà nell'accelerare -nel nome della spending review- successivi tagli al settore già traballante, con conseguente avvilimento della presenza creativa delle nostre menti migliori sul mercato, così i tedeschi potranno andare ad occupare un settore del mercato (quello intellettuale-scientifico) sbaragliando la concorrenza degli italiani: un gol a porta vuota che segnerebbe anche un bambino.

Negata l'applicazione della normativa europea del 20/20/20 in materia energetica, come predisposto dalle apposite commissioni europee in data 21 novembre 2008 quando si stabilì che entro il 2020 fosse "obbligatorio" ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e allo stesso tempo aumentare del 20% il consumo di fonti rinnovabili. In Germania lo fanno, in Italia no. Tale pacchetto comprendeva provvedimenti sul sistema di quote di emissione e sui limiti rigidi alle emissioni delle automobili. (leggere per documentarsi nell'archivio europeo dell'apposita commissione: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+IM-PRESS+20081216IPR44857+0+DOC+XML+V0//IT). 
Quindi trionfano le multinazionali dell'energia fossile e il governo attuale ci fa comprendere quale sia la propria posizione in materia energetico-ambientale: petrolio, carbone, trivellazioni. Quando, tra cinque anni al massimo, piomberanno i commissari europei con la ghigliottina, saremo costretti a usufruire della tecnologia e delle fonti teutoniche, olandesi, francesi.

Negata la possibilità di andare a tagliare i costi della politica, aggredire i grossi patrimoni, tassare le rendite finanziarie passive, per usare quelle risorse nell'avviare un programma di rilancio dell'occupazione. Non solo. E' stata confermata la linea dell'ultra rigore -vi ricordate i tempi di Monti-Passera?- con l'aggiunta della promessa renziana che entro la fine dell'anno inizierà il processo di licenziamento di 85.000 "esuberi statali", come hanno fatto in Grecia. Va da sè che non se ne parlerà prima della fine delle elezioni europee. Avvieranno il processo il 26 maggio 2014 a urne chiuse (e chi li voterà sarà responsabile dell'ennesimo massacro sociale, senza nessuna scusante).

Una resa senza condizioni.

Come mai?
Perchè Renzi ci è arrivato nella maniera peggiore in assoluto. 
Che cosa pensavate che fossero i poteri forti, un'idea complottista degli internauti web?
Si è presentato alla riunione con l'ordine perentorio (di chi lo sostiene) di ottenere ciò che ha ottenuto e la Germania è stata buona a darcelo: 
a) nessuna immediata applicazione del pagamento per le infrazioni ambientali, vedi Ilva, Alcoa, ecc. 
b) nessuna immediata applicazione del pagamento per le infrazioni relative al pagamento da parte del Vaticano per ciò che concerne la tassazione dovuta del proprio patrimonio immobiliare e alberghiero (devono circa 12 miliardi di euro alla Repubblica Italiana e non lo pagheranno).
c) nessuna inchiesta per infrazione relativa ai 7,5 miliardi di euro pappati da quattro banche italiane con il decreto Bankitalia che servono per andare a coprire lo spaventoso buco finanziario nei bilanci degli istituti di credito nazionali legati al mondo della politica. 
Loro volano in borsa e il governo prepara i licenziamenti.
d) nessuna politica espansiva di investimenti nazionali in modo tale da contrarre il consumo interno e quindi mettere le aziende più appetibili italiane (settore turistico alberghiero, culturale artistico, informatico, terziario avanzato) nelle condizioni di scegliere: morire o vendere.
e) svendita del patrimonio nazionale nelle società partecipate ad aziende private selezionate, con l'ottima scusa che l'aumento della loro presenza nel territorio finanziario italiano produrrà un gigantesco aumento in borsa dei titoli producendo ricchezza: il che è vero. Il 3% della popolazione otterrà profitti inimmaginabili fino a dieci mesi fa, il cui contraccolpo provocherà un aumento gigantesco delle sperequazioni sociali restringendo ancora di più ogni possibilità di redistribuzione del reddito.

Se vi fermate a ringalluzzirvi, osservando le tette dipinte della ragazza la cui fotografia è riprodotta in bacheca, tutto ciò non lo verrete mai a sapere nè potrete capirlo.

Questo è il risultato della partita che si è svolta a Berlino. 
Dobbiamo andare in Europa per fermare questo processo, questo accordo, questa alleanza. 

Lo credo bene che i tedeschi ci applaudono e festeggiano l'idea di una Italia ritrovata: hanno trovato una squadra che va in campo con la precisa consegna di fare autogol.

Questa la notizia del giorno.

Ridatemi Gigi Riva e Gianni Rivera.




lunedì 17 marzo 2014

Squarciamo il velo e tuffiamoci nel post-Maya. Senza paura.



di Sergio Di Cori Modigliani

Matteo Renzi è andato a Parigi e ha incontrato Francois Hollande. 
In conferenza stampa ha mostrato (parlando in francese) -tanto per far credere agli italiani di essere educato e gentile nei confronti dell'ospite- la consueta faccia da piccolo-borghese provinciale, dedito alla deferenza servile xenofila..
Dopo il francese, Renzi è tornato all'italiano.
Non a quello che si parla in Italia.
Bensì a quello che si parla nel mondo della finanza anglofona, il linguaggio dei corridoi, delle riunioni oscure, delle logge, delle fazioni clandestine.
Invece di usare la parola "scarto" ha prima scelto gap e poi si è corretto, si è impappinato e ha optato per spread, parola che lui ritiene faccia un effetto roboante negli italiani rimbecilliti dai media. 
Infine ha aggiunto due volte il termine governance, parola chiave per chiarire al mondo che in Italia il "governo" è stato abolito, così come è stata cancellata la "logica parlamentare"; entrambe sostituite dalla "gestione aziendale del bene pubblico" nel senso di marketing applicato alla politica: esattamente l'opposto di ciò di cui ha bisogno la Repubblica Italiana.

La conclusione è stata una originale novità: "la priorità è il lavoro, la crescita, l'occupazione".
Applausi (secondo i media italiani) per segnalare la rivoluzione nazionale..

Nel 2002, Berlusconi e Tremonti, dopo un incontro a Berlino, dichiararono che stavano affrontando il tremendo disagio provocato dalla scoperta del "buco finanziario ereditato dai governi precedenti" e che la priorità del governo era "lavoro, crescita, occupazione".
Applausi (secondo i media italiani) per segnalare la svolta rivoluzionaria liberista.

Nel 2006, Prodi e D'Alema, dopo un incontro ufficiale a Parigi, dichiararono che stavano occupandosi di coprire "la falla finanziaria che ci ha lasciato Berlusconi" sottolineando il fatto che si sarebbero occupati di "crescita, lavoro, occupazione".
Applausi (secondo i media italiani) per ricordare la svolta economica rivoluzionaria.

Nel 2008, Berlusconi e Tremonti, si incontrano a Bruxelles con Sarkozy e la Merkel e si dichiarano entrambi entusiasti dell'euro definendo la moneta "spina dorsale del benessere collettivo". Dopo aver spiegato, in conferenza stampa, che stanno cercando di mettere una immediata toppa dinanzi al buco finanziario ereditato da Prodi, annunciano che "stiamo varando il piano economico per la crescita, lavoro e occupazione, che garantirà almeno un milione di posti di lavoro".
Applausi (secondo i media italiani) da parte franco-tedesca, i galli e i crucchi sono letteralmente sbalorditi dall'incredibile progresso dell'Italia, lanciata ormai verso il pieno sviluppo.

Nel novembre del 2011, Monti e Passera, a Bruxelles si dichiarano pronti a risolvere "il baratro finanziario nel quale Berlusconi e Tremonti hanno spinto la nazione, andando a coprire il buco dei conti che è diventata una voragine" e dopo il decreto salva-stato, annunciano con toni trionfalistici di avere pronto un "piano rivoluzionario per la crescita, il lavoro e l'occupazione".
Applausi (secondo i media italiani) da parte franco-tedesca, con la Merkel che si definisce "impressionata" dalla spregiudicata rivoluzione italiana.

Nell'aprile del 2013, Letta e Saccomanni, tornando da Bruxelles, dichiarano in conferenza stampa di "aver ottenuto dall'Europa il semaforo verde per lanciare finalmente un grande piano per il lavoro, la crescita, l'occupazione, ponendo la parola fine al rigore e all'austerità".
Applausi (secondo i media italiani) da parte tedesca, con la Merkel che definisce il piano economico Letta la "definitiva soluzione dei problemi economici italiani".

Nel marzo del 2014, Matteo Renzi e Matteo Renzi, vengono esaltati dalla Merkel che sottolinea "il grande piano ambizioso del nuovo governo italiano" e definisce l'attività italiana "la svolta di cui l'Italia aveva davvero bisogno".

Questo è il film che ci stanno facendo vedere dal 2002 a oggi.

L'Europa che conta, cioè francesi e tedeschi, applaude ogni volta con toni entusiastici.


Avete mai sentito un premier italiano che abbia detto "stiamo varando un piano che si occuperà della decrescita infelice della nazione; avremo circa 2 milioni di licenziamenti, distruggeremo la spina dorsale dell'industria nazionale che svenderemo a francesi e tedeschi, ridurremo il pil, abbatteremo i consumi ed entro il 2014 toccheremo il record della disoccupazione in Italia raggiungendo la cifra del 14,5%, con la disoccupazione giovanile intorno al 55%. In compenso, ci guadagneranno i colossi finanziari, le banche, i proprietari di grandi patrimoni, ma soprattutto la competitività delle merci tedesche e francesi".

Eppure, questo è ciò che hanno fatto: l'uno dopo l'altro.

Usando strategie accorte.
Contando sull'appoggio mediatico.

Hanno costruito una gigantesca illusione collettiva che ha ipnotizzato la parte (un tempo) pensante della nazione, delegando ai talk show, agli opinionisti, agli accademici promossi, e ai professionisti psico-tronici della programmazione neurolinguistica il còmpito di far credere ogni volta che si trattava di una novità, di un'idea originale, di un cambiamento, di una svolta.
Hanno steso un velo davanti agli occhi di tutti.
E la realtà si è annebbiata, appannata, finchè non è evaporata.
Perchè è stata sostituita dalla sua rappresentazione.

Un geniale tedesco ci ha spiegato questo meccanismo circa 200 anni fa, in un suo libro rimasto un caposaldo del pensiero filosofico europeo "Il mondo come volontà e rappresentazione". Si chiamava Arthur Schopenhauer.
Questo stato di cose, lui l'ha definito "il velo di Maya".
Maya (termine sanscrito) originariamente significava "creazione originale", ma poi, nei secoli, si è trasformato nel termine "illusione".
Tra noi e la realtà -per ciò che essa è nel senso tangibile del termine- secondo il filosofo, esiste una specie di schermo che ci propone la realtà in maniera distorta e non come essa è veramente. la trasforma in "parvenza della cosa reale", illusione, sogno, proiezione interiore delle proprie fantasie, immaginazione, desideri. E' ciò che oggi definiamo "realtà virtuale".
Il mondo, pertanto, sostiene Schopenhauer, diventa una propria rappresentazione, una vera e propria illusione ottica "che cela la vera natura esistenziale ed essenziale delle cose". E' inutile avviarsi verso un percorso di conoscenza razionale perchè si rimarrà intrappolati nel tessuto del velo.

Va squarciato con un atto di volontà individuale.
In tal modo, si vede la realtà vera nella sua natura e ci si può immergere in essa nel tentativo di cambiarla, modificarla, plasmarla. 
Pochi anni dopo, un altro geniale tedesco (che aveva studiato Schopenhauer) Friedrich Nietzsche, nel commentare l'intuizione originale del suo connazionale, sostenne che bisognava andare al di là della concezione del bene del male che noi tutti incorporiamo proprio perchè essa era il prodotto di una nozione fittizia, di una "malformazione del reale" (oggi diremmo una "manipolazione e falsificazione della realtà") e una volta fatto il salto, finalmente l'uomo sarebbe stato libero di esprimere la propria volontà trasformandosi nel Superuomo, supremo atto di evoluzione della specie umana pensante. Il povero Nietzsche ebbe la tragica sventura di essere (ma lui era innocente) strumentalizzato e manipolato e la sua teoria venne tradotta in una squallida pantomima che poi produsse il nazismo.

Il post-Maya è l'avventura civile della cittadinanza, che a fatica si inerpica nel mondo dopo aver squarciato il velo. Non è soltanto un programma politico, tantomeno una dottrina, una teoria, o una regolamentazione. E' l'idea di un mondo che si sottrae alla falsificazione e alla credenza piatta e passiva della illusione: il modo scientifico per non essere mai delusi.

Approfittando della folcloristica mitologia della profezia dei Maya (in questo caso il popolo vissuto in Perù un migliaio di anni fa) che segnava la fine del mondo datandolo 12 dicembre 2012, intorno a quella data aveva introdotto il concetto di post-Maya.

E' ciò che comincia a diffondersi, in maniera sempre più massiccia, nel livello di consapevolezza collettiva del mondo. E' ciò che unisce la nuova realtà sociale sudamericana, quella boliviana, argentina, cilena, uruguaiana, ecuadoriana, ai movimenti di occupy wall street, a wikileaks, alle denunce di Julian Assange, e a tutti movimenti planetari post-partitici libertari, da quelli ecologisti a quelli antagonisti, diversi tra di loro, spesso molto dissimili, unificati da un'idea comune, planetariamente condivisa: la guerra contro l'ipocrisia e l'affermazione del principio di trasparenza.
Per l'appunto, lo squarcio del velo di Maya.

Questa è la posta in gioco in queste elezioni europee, non un punto in più o in meno di percentuale di non so che, l'aumento o la sottrazione di un'aliquota.
O si squarcia il velo di Maya oppure seguiteremo a vivere dentro una perenne illusione.

Il Fiscal Compact è una illusione vessatoria; è assolutamente priva di qualunque verosimiglianza dal punto di vista economico-finanziario: non va neppure discussa come Legge, va semplicemente cancellata.
E' stata creata in maniera artefatta per poter garantire alle economie forti europee il controllo, la gestione e l'utilizzo dell'intero sistema economico-finanziario delle economie più deboli, schiavizzando intere nazioni attraverso l'uso mediatico di una innumerevole serie di veli colorati, agghindati, polimaterici, per prospettare una grandiosa illusione.

Basterebbe questo punto per comprendere che la visita di Renzi a Berlino non farà gli interessi italiani, non sosterrà l'interesse nazionale, non aiuterà nè le imprese nè l'economia.
In compenso riceverà applausi dal governo tedesco che si dichiarerà "impressionato" dalle manovre economiche del nuovo governo, esattamente come è avvenuto nel 2002, nel 2006, nel 2008, nel 2011, nel 2013 e nel 2014, senza nessuna differenza.

Quello è lo spartiacque.
E' la nostra linea del Piave.
Tutto ciò che sta al di qua, è Maya: ci pensano le televisioni a farvi vedere il film.

Chi tiene al futuro proprio e dei propri figli non può che desiderare di squarciare il velo.
Il post-Maya ci attende.
Dipende da noi, basta scegliere e decidere di sottrarsi al gioco delle illusioni, ascoltando i telegiornali, i talk show, l'innumerevole serie di articoli che da questa sera scriveranno, sapendo che si tratta della pantomima sceneggiata di un film già visto e rivisto, di cui sappiamo anche il finale: impedire agli italiani di cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio.
Vivere ancora al di qua del velo di Maya è uno sport da masochisti.
L'Europa ci appare oggi unita, ma lo è dentro una illusione.
Denunciare e combattere l'ipocrisia corrente è il primo passo per squarciare il velo.

Ce lo hanno spiegato geniali filosofi tedeschi, francesi, inglesi, raffinati pensatori di questo meraviglioso continente che ha saputo costruire un invidiabile modello di civiltà









giovedì 13 marzo 2014

Ma che cosa è il renzismo?.



di Sergio Di Cori Modigliani

Ma il renzismo è meglio o peggio del berlusconismo? E' diverso? E' uguale?
L'irruzione sullo scenario politico di Matteo Renzi, farà bene agli italiani e all'Italia?
Renderà il paese migliore, peggiore, o lo lascerà uguale?
Quali interessi rappresenta?
Che modello propone?

Navigando in rete si dovrebbero trovare migliaia e migliaia di siti, articoli della stampa cartacea, e bloggers di varia natura e collocazione che si interrogano in questi giorni su questi argomenti. 
E invece non è così. 
Se pigiate su Google la parola "renzismo" trovate soltanto due interventi, nel senso di 1 + 1.
E questa è già una prima risposta.

Uno proviene dal settore moderato-conservatore della società, quello liberale pensante; l'altro da quello progressista, rinnovatore e riformatore.
La nazione, direi quasi per intero, si è scatenata in una acritica, nonchè inutile faziosità calcistica, dove il livore, la rabbia, l'insulto, la satira (da parte dei detrattori) e l'esaltazione, la deferenza, il servilismo piatto e becero (da parte dei sostenitori) la fanno da padrone. Senza elaborare, senza fornire informazioni, senza dare un contributo alla riflessione.
E questa è già una seconda risposta.

Consiglio alle menti critiche di leggere entrambi questi due interventi.
Uno lo trovate sul blog di un sito che si chiama "Totalità, quotidiano di politica". 
http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=4163&categoria=6&sezione=1
ed  è firmato da Giovanni F. Accolla, che così presenta la sua argomentazione e spiega il suo punto di vista, già abbastanza chiaro fin dal titolo: 
Fenomenologia del renzismo: il rischio del nulla e la finanza amica.

Sostiene Accolla:  
"Per gli anti-berlusconiani, per coloro che per un ventennio hanno trattato il leader di centro-destra come un corruttore di valori, Renzi è una nemesi assurda e paradossale. Berlusconi non è mai stato la causa dei suoi tempi, ma l'effetto (questo la sinistra non lo ha mai capito). Renzi è l'effetto di una causa che fu effetto. Il chiodo buono per schiacciare il chiodo. L'alternativa per analogia e non per differenza".

L'articolo si conclude fornendo un consiglio, per capire: cherchez l'argent!

L'altro lo trovate sul Il Fatto Quotidiano ed è una lunga intervista che il costituzionalista Prof. Gustavo Zagrebelsky ha rilasciato alla giornalista Silvia Truzzi.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/09/zagrebelsky-renzismo-maquillage-della-casta-e-
napolitano-favorisce-la-conservazione/907260/.

Sostiene Zagrebelsky:
"Il sistema elettorale dovrebbe garantire che la base della vita politica stia presso i cittadini elettori. La logica della Legge che abbiamo, invece, è quella della nomina dall'alto (delle segreterie dei partiti), con ratifica degli elettori. Uno dei principii del Fascismo era: il potere procede dall'alto ed è acconsentito dal basso....è la tentazione dell'apprendista stregone o della "mosca cocchiera": pensare di guidare la politica. Quando Carl Schmitt è stato processato a Norimberga, ha osato dire: "Non sono io a essere stato nazista, era il nazismo a essere schmittiano".

Personalmente sono d'accordo con entrambi gli interventi, il che mi fa piacere: è un segnale di affermazione dell'intelligenza collettiva nella realtà post-moderna, priva di schieramenti ideologici animati da pregiudizi, facilitato anche dal fatto che Renzi non è nè di destra nè di sinistra e quindi -in teoria- dovrebbe consentire anche di argomentare l'approvazione o il dissenso con toni vaporosi. 
Invece, si capisce andando sui social network che le persone preferiscono insultarlo prendendolo in giro o sostenerlo come se fosse un rivoluzionario.

Sono d'accordo con Zagrebelesky (di sinistra) che individua e identifica nel renzismo la fine della democrazia in Italia e l'inizio ufficiale di una sotterranea dittatura del pensiero unico.
Sono d'accordo con Accolla (di destra) che identifica nel renzismo la vittoria della finanza e delle banche affermando la sua egemonia sull'economia.

Accogliendo l'intelligente notazione di Accolla ("Berlusconi è stato un effetto non la causa") penso che Matteo Renzi sia il prodotto dell'Italia per ciò che essa è diventata. 
Che piaccia o non piaccia è la fotocopia del paese reale. 
Non quello che noi pensiamo che sia, o quello che a noi piacerebbe che fosse. 
Secondo me, Renzi è una persona che ama soltanto i vincenti e disprezza i perdenti. Basta frequentare per mezz'ora facebook per comprendere che la ferocia esistenziale è diventata la caratteristica collettiva più condivisa in assoluto. Inevitabile che si finisse rappresentati da una persona feroce.
Matteo Renzi è il prodotto di una società (unica in tutto l'emisfero occidentale) che ha diffuso come pratica corrente il gioco d'azzardo, trasformando ogni quartiere di ogni città, grande o piccola che sia, in un casinò aperto 24 ore al giorno. E il gioco d'azzardo ruota intorno al principio per cui ciò che conta e regala adrenalina è: vincere a ogni costo. Il sistema lo definisce "passatempo" con l'aggiunta ipocrita -quando fanno pubblicità- di aggiungere "gioca con moderazione", il che è un paradosso: non esiste al mondo nessuna persona moderata che pratichi il gioco d'azzardo. Per definizione, esso è estremo, basato sulla totale mancanza di moderazione. I moderati giocano a burraco o a bridge. 
Matteo Renzi è il prodotto di una società che ha visto, negli ultimi dieci anni, le classifiche della lettura segnare e segnalare un tragico arretramento senza che nessuna istituzione prendesse l'iniziativa di fronteggiarne la caduta, facendoci precipitare all'ultimo posto in Europa, alimentando quindi l'ignoranza, la mancanza di curiosità, il disprezzo e l'inutilità della Cultura, identificata solo e soltanto come applicazione di codici marketing.
E' il prodotto di una società che ancora oggi considera la visibilità televisiva il termometro attraverso il quale identificare e definire il valore sociale di un individuo.
E' il prodotto di una società di ipocriti che ha totalmente cancellato il concetto di solidarietà privilegiando l'individualismo assoluto egotista, producendo una rivoluzione antropologica nella sentimentalità degli italiani, che non sono più "brava gente". Il suo stai sereno a Enrico Letta mentre gli toglieva la sedia per farlo cadere, è la stessa espressione che la maggior parte degli italiani ha detto, concludendo la telefonata, ai loro amici in difficoltà quando si erano rivolti a loro all'inizio della crisi, sperando che non chiamassero più, cancellandoli dalla propria rubrica, per poi dimenticare la richiesta di aiuto e andare a cena con il cugino di zia che era il braccio destro di quell'assessore che si sarebbe dato da fare per far loro ottenere non so che.
E' il prodotto di una società dove l'apparenza ha sostituito la sostanza.
E' il prodotto di una società che ancora oggi esalta la furbizia del cinismo definendola "abilità" per poter promuovere la propria omertà mentale e la propria vocazione al clientelismo, costruendo una società in cui le persone corrotte diventano abili e quelle per bene cretini.
Matteo Renzi, quindi, non farà nulla di male agli italiani e non li peggiorerà.
Gli italiani, tutto il Male, se lo sono già fatti da soli negli ultimi trent'anni.
Renzi è il prodotto di una inconscia ansia voyeuristico-narcisistica che impone lo smascheramento, e quindi le società post-moderne tendono sempre di più a sfornare leader e rappresentanti che sintetizzino comportamentalmente l'immaginario collettivo delle singole nazioni. Non è l'applicazione Selfie che uccide l'intimità e involgarisce le esistenze, ma l'esatto opposto: la cancellazione della intimità (e quindi l'erotismo) accompagnata dall'abolizione della sentimentalità, ha determinato un'esacerbazione voyeuristica che ha reso l'estetica e la sessualità pubbliche, abolendo il privato, che è la morte dell'erotismo, territorio della mente -per definizione- che nasce, fiorisce e si sviluppa solo e soltanto nel segreto, nell'abolizione della dimensione pubblica, nella coltivazione di una sotterranea identità nota e conosciuta solo dagli attori in gioco e basta. 
Berlusconi era volgare, privo di stile, il prodotto di un'Italia piccolo-borghese becera e corrotta, mercantile, che amava la volgarità prostitutoria e l'oscenità.
Matteo Renzi è il prodotto della fase successiva, un'Italia desessualizzata e sbrigativa, dove ciò che conta è arrivare alla meta senza dedicarsi al viaggio, perchè dovunque e comunque bisogna incassare subito. 
Matteo Renzi è il prodotto di una classe di imprenditori ignoranti come capre. 
Confindustria, negli ultimi dieci anni, non ha investito neppure un euro nella diffusione dell'istruzione; non si lamentino oggi se non esiste una classe dirigente in grado di fornire una politica industriale. Senza cultura non c'è mercato: esattamente la strada opposta a quella perseguita fino adesso.
Matteo Renzi è il prodotto di una società di diseguali nella quale i poteri forti (finanza, ecc.) hanno trovato la quadratura del loro cerchio, promuovendo non i meritevoli ma i consenzienti, identificando nel concetto di dissenso una malattia sociale e non una forma di contributo critico, come fece il fascismo quando coniò il termine disfattismo.
Il paese, quindi, non migliorerà nè peggiorerà: era già peggiorato prima.
Che piaccia o non piaccia, Matteo Renzi l'hanno costruito gli italiani.
Non sarà una legge o un regolamento o una riforma a cambiare il paese.
Se non si cambia dentro, se non si modificano i comportamenti automatici, se non ci si interroga, se non ci si istruisce, se non si fa il salto e a cena con zia e il suo nuovo amante "che conta" si sceglie di non andarci, il paese rimarrà ciò che è.
Matteo Renzi è il prodotto di una nazione telesionata mentalmente.
Ne è il suo simbolo per eccellenza.
Non a caso il boy scout è diventato premier, affabile, premuroso, efficiente, come si addice alla più antica fantasia esistente nell'immaginario collettivo del popolo italiano: avere come capo il proprio fratello grande per viverlo come figura familiare, e quindi avere la sicurezza della clientela familistica, perchè a me ci penserà il fratello più grande.
O il Grande Fratello.
Come volete: cambiando l'ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Questo passa il convento.





martedì 11 marzo 2014

La trappola mediatica del Guardian britannico. Oggi in Ecuador, domani in Italia: le mani sporche della Chevron Texaco su tutti noi.


di Sergio Di Cori Modigliani

Geopolitica, petrolio e media.

Se prendete una carta geografica del pianeta Terra e mettete una spilla sulle zone più calde del pianeta in questo momento, ("calde" in senso politico) vi rendete conto che siamo dentro una micidiale guerra mondiale per il controllo delle riserve petrolifere. 
Una guerra combattuta su tre fronti: uno economico, l'altro politico, e infine quello mediatico.
Tre continenti sono coinvolti nell'emisfero occidentale: Europa, Africa, Sud America.
Tre sono le guerre civili in corso: Ucraina, Nigeria, Venezuela.
Ciascuna delle tre nazioni è la più importante, nei loro rispettivi continenti, per quanto riguarda le forniture di energia fossile. 
Gli interessi in gioco sono colossali, sia dal punto di vista economico che politico.
Si parla di una borsa economica calcolata intorno ai 6.000 miliardi di euro (a seconda di come va la guerra) e di un impatto politico fondamentale per la posta in gioco: il definitivo controllo del potere politico nel continente africano, europeo e sudamericano, da parte delle grandi multinazionali del petrolio che gestiranno le agende politiche e la qualità delle esistenze di circa un miliardo di persone, di cui 400 nel continente europeo.
E' una guerra molto complessa perchè i contendenti sono amici e nemici allo stesso tempo -e questo la rende micidiale- sotto questo aspetto molto simile alla seconda guerra mondiale, quando, verso la fine degli anni'30, la Gran Bretagna e gli Usa, da una parte erano nemiche del Terzo Reich ma allo stesso tempo finanziavano e sostenevano la Germania nel tentativo di spingerla verso lo scontro a est, perchè facesse il lavoro sporco a nome di tutti contro l'Urss.

Oggi, 2014, i due contendenti principali sono i due mega-colossi Chevron e Gazprom. 

Concorrenti in campo economico secondo la maniera classica, nel senso che o un aereo si fornisce di carburante texano oppure di quello siberiano -e quindi porta soldi da una parte o dall'altra- sono alleati di ferro contro il nemico comune: la diffusione planetaria di una nuova consapevolezza politica generale basata sulla richiesta di indipendenza e autonomia, che si sta massicciamente diffondendo anche in campo imprenditoriale proponendo la vera e unica sfida del millennio: uscire per sempre dall'arcaica e vetusta energia del fossile, lanciando una nuova economia mondiale basata sulla energia bio-sostenibile, sull'eolico, sul solare, soprattutto sull'idrogeno. 
Il tutto accompagnato (e qui si passa alla categoria politica) alla pretesa da parte delle popolazioni di accompagnare la nuova rivoluzione economica energetica facendo applicare leggi, dispositivi, strutture operative, "mentalità culturali locali" basate sul concetto di territorio zero, kilometri zero, per costruire sistemi di produzione energetica auto-sufficiente, la mamma di ogni principio adulto di autonomia, indipendenza, formazione di ricchezza collettiva autoctona.
Se si realizzasse questo piano alternativo, le nazioni si troverebbero nella condizione ottimale di sottrarsi al ricatto energetico e quindi non essere più nè controllabili nè manipolabili. Una volta che si è energeticamente autonomi -lo dice la parola stessa- si ha la forza per poter affermare una politica virtuosa di difesa dei Diritti Civili a salvaguardia della salute e del benessere collettivo.
In sintesi, si tratta della guerra tra i poteri forti (la finanza è al servizio dei petrolieri) e la cittadinanza planetaria che sta irrompendo sulla scena internazionale.
Quello che io ho definito il post-Maya.

Nella sua forma più brutale e primitiva (vedi Nigeria in Africa) la si combatte a furia di stragi, bombe, massacri inconsulti di innocenti, senza grandi testimoni scomodi: è il tragico destino di quel continente, terra di razzia da parte del resto del pianeta, siano essi americani, europei o asiatici. 
Nella sua forma più evoluta (si fa per dire) la si combatte mediaticamente, perchè questo è il trend attuale.
E così, entra in campo la politica, o meglio quello che a noi ci presentano come un quadro politico, ma che non è altro che la sceneggiatura di una operazione di manipolazione mediatica dove l'unica vera posta in gioco consiste nel salvaguardare gli interessi speculativi, coloniali, imperialisti, dei grandi colossi del petrolio, del gas, del carbone.
Ci fanno credere che i nigeriani stanno combattendo una guerra di religione tra islamici e cristiani; ci fanno credere che i venezuelani stanno combattendo una guerra tra dittatura e aspirazione democratica; ci fanno credere che in Ucraina si combatte per l'affermazione di nobili principii di democrazia e partecipazione. Fanno in modo di tenere i tre territori ben distinti, provvedere -grazie alla complicità della cupola mediatica internazionale- affinchè non venga mai fuori la presenza della potenza finanziaria della Chevron o della Gazprom, per impedire che vengano fatte le giuste connessioni e l'autentico scenario divenga trasparente.
La trasparenza è il loro peggior nemico.
La trasparenza è la nostra arma più forte e micidiale.
Smascherare la loro attività, denunciando il meccanismo, è la nostra fionda che lancia il sasso contro il gigante Golia.

La storia che adesso vado a raccontarvi è una fiondata, secca e contundente.

Si sta verificando -in teoria- in un piccolo staterello che conta poco, sulle rive dell'Oceano Pacifico, nel cuore dell'Amazzonia, sul cocuzzolo del continente sudamericano. 
Il fronte bellico mediatico l'ha immesso, però, nel cuore dell'Europa, coinvolgendo la crema del giornalismo da buon salotto, quello anglo-sassone di sinistra, facendo cadere il nobile e attendibile "The Guardian" in una trappola penosa, degna di un film di James Bond. Noi europei, quindi, ci siamo finiti dentro come pere cotte, per colpa degli inglesi. Un articolo pubblicato a Londra, infatti, è stato ripreso in tutto il continente (da noi ci ha pensato Il Fatto Quotidiano) basandosi sulla impeccabile tradizione consolidata del Guardian.
Peccato che l'articolo sia un clamoroso falso.
Sappiamo anche il nome dell'agente che ha operato il falso: Fernando Villavicencio.

Ma è meglio raccontare la storia per bene fin dall'inizio.

Eccola:

Dal 1964 al 1990, la Texaco ha condotto trivellazioni petrolifere nella zona amazzonica situata nel territorio della Repubblica del Ecuador. Nel corso di quest'attività, a differenza che in Usa, la multinazionale petrolifera non ha applicato nessun parametro nè di rispetto dell'ambiente, nè di salvaguardia, compiendo azioni che erano illegali sia in Usa che in Ecuador. 
Gli ecuadoriani dicono che la Texaco ha riversato nelle acque dei fiumi locali 18 miliardi di galloni di rifiuti tossici altamente nocivi, distruggendo diverse specie animali e vegetali che componevano l'habitat amazzonica, inquinando l'acqua che veniva usata per lavarsi, bere, cucinare, da una popolazione di circa 50.000 persone di indigeni. Queste persone si sono ammalate e poco a poco sono iniziati i decessi. Le acque dei fiumiciattoli hanno infestato l'intera zona perchè la Texaco ha lasciato le piscine usate a cielo aperto. Non dovendo investire alcuna risorsa, l'azienda è riuscita a risparmiare la cifra media di 3$ a barile, battendo la concorrenza (attiva in Usa) e realizzando giganteschi profitti. Poi nel 1992, la Texaco, dopo aver distrutto l'intero eco-sistema di quella zona amazzonica, spostò i suoi interessi da un'altra parte senza provvedere ad alcuna bonifica. In quello stesso anno, centinaia di migliaia di cittadini ecuadoriani presentarono una class action contro la Texaco a New York. Per circa 8 anni, l'azienda statunitense, riuscì a rimandare il processo e infine ottenne dal giudice il trasferimento del giudizio in Ecuador, considerato il "luogo terminale che ha giurisdizione suprema essendo gli eventi verificatisi in quel territorio locale". Nel frattempo (2000) la Texaco si fondeva con la Chevron dando vita al più grande colosso petrolifero del pianeta. Nel 2002, finalmente, il caso passò alla magistratura ecuadoriana con la clausola che la Chevron rinunciasse alla prescrizione in attesa del verdetto finale e accettasse l'esito del verdetto senza far ricorso alla magistratura statunitense, appellandosi alla nazione dove aveva la sede centrale. Il processo andò per le lunghe, continuamente rinviato a data da destinarsi. Ma nel 2006 cambia il quadro politico. 
L'economista Rafael Correa vince le elezioni e diventa presidente, impegnandosi pubblicamente affinchè il processo si concluda in tempi rapidi, lanciando un piano politico nazionale di salvaguardia e rispetto dell'ambiente contro ogni trivellazione e contro la presenza di aziende petrolifere sul suo territorio. Nel 2010, arriva la sentenza definitiva in terzo grado. La Chevron è condannata a pagare 19 miliardi di dollari di danni alle persone e all'ambiente, contemporaneamente impegnandosi alla bonifica della zona. Si rifiuta di pagare. Il governo ecuadoriano, quindi, attraverso la magistratura internazionale fa confiscare i beni della Chevron in Canada e in Brasile. Il 15 ottobre del 2013, la Chevron presenta istanza presso la corte di New York dichiarando che quel processo non ha valore "perchè la sentenza è stata ottenuta attraverso mezzi fraudolenti e dietro pressioni politiche del governo" sostenendo che il governo ecuadoriano non è legittimo. Nel corso di questo processo, la Chevron investe in attività lobbistiche in Usa la cifra di 400 milioni di dollari al fine di sostenere il proprio punto di vista.
E arriviamo al 2014.
Il 3 febbraio del 2014, una corte di New York dichiara che il processo svolto nella Repubblica dell' Ecuador non ha alcun valore e non può essere riconosciuto valido, non attribuendo al legittimo governo del Ecuador il riconoscimento della sua funzione, anche e soprattutto perchè nel 2007 il presidente Correa ha protestato il proprio debito pubblico estero definendolo "debito immorale" appellandosi a precedenti storici, l'ultimo dei quali in Iraq nel 2004 -all'Italia costò circa 40 miliardi- quando l'amministrazione Usa a Bagdad annullò tutti i debiti esteri della nazione invasa. 
La Chevron, quindi, non pagherà e dichiara addirittura di non essere responsabile dell'inquinamento.
Dieci giorni dopo, il 25 Febbario 2014, sul quotidiano britannico "The Guardian" compare un articolo nel quale si sostiene che il governo del Ecuador ha firmato un accordo con la China Petroleum per dare inizio a una serie di trivellazioni nel territorio amazzonico. Questa notizia viene presa immediatamente in pugno dai legali della Chevron i quali sostengono di essere rimaste vittime di un ingegnoso piano della concorrenza internazionale (la China Petroleum) per farli fuori dal paese sostituendosi a loro. In data 2 Marzo 2014, il governo del Ecuador e l'intera stampa ecuadoriana smentiscono pubblicamente e ufficialmente i fatti, portando le prove che si tratta di un falso allestito dai cinesi a danno della Repubblica del Ecuador, fornendo anche il nome dell'esecutore, Fernando Villacencio. In Sud America esplode il caso che non trova alcuna risonanza in Europa. Il quotidiano britannico cancella il precedente articolo dal proprio sito negando di averlo mai pubblicato. 

In tutto il continente, sia sudamericano che nordamericano, si apre il dibattito e si comincia a discutere della questione, ponendosi soprattutto una domanda: "perchè la Chevron non paga e si tira fuori dai pasticci?". A noi la cifra può sembrare molto alta, lo è per noi, non per un'azienda che solo nel 2013 ha avuto profitti netti nell'ordine di 150 miliardi di dollari. 
Ma per loro è -come sostengono giustamente- una "questione politica". 
Se pagassero, infatti, si creerebbe un tragico (per loro) pericoloso precedente che altre nazioni, soprattutto sudamericane e africane, potrebbero usare per far valere lo stesso identico principio nel loro ambito locale lanciando delle class action contro tutte le multinazionali al mondo che inquinano, avvelenano e distruggono territori e persone.
A questo bisogna aggiungere che si comincia a diffondere l'idea mediatica che l'Ecuador è pericoloso, perchè ha protestato il proprio debito pubblico definendolo "odioso e legalmente immorale", perchè ha lanciato una politica nazionale industriale di rispetto dell'ambiente e dell'eco-sistema. E, dulcis in fundo, perchè nella sede dell'ambasciata a Londra, ci sta Julian Assange, che seguita a essere una spina nel fianco dell'amministrazione statunitense che è terrorizzata (come lo è quella russa) all'idea che da un momento all'altro l'organizzazione internazionale wikileaks possa pubblicare sul web compromettenti file relativi ai rapporti tra le diverse multinazionali americane e governi attualmente in carica, come quello ucraino, quello russo, quello italiano, francese, tedesco. Hanno bisogno di isolare la Repubblica dell' Ecuador, diffondere notizie calunniose contro di loro e impedire che questa sentenza venga eseguita.

Questa non è una battaglia per i soldi.
E' una battaglia complessa che riguarda l'ambiente, la lotta legale contro le multinazionali dell'energia che hanno inquinato e intossicato persone e territorio, seguitando a farlo; è anche una lotta per la libertà del web e sul web; è anche un modo, forte e chiaro, di far comprendere ai generali americani, ai generali russi, ai generali della Nato, che i cittadini consapevoli del pianeta hanno capito benissimo quale sia la partita in gioco, dove si svolge, come si svolge e quale sia il loro obiettivo.
E' il modo più intelligente e più efficace per partecipare a questa guerra mondiale rimanendo saldamente pacifisti, proprio perchè così facendo si impedisce che dalla guerra fredda si passi a quella calda. 
Chiunque voglia avere ragguagli sulla vicenda può andare sul sito www.lamanosucia.com dove viene raccontata (in spagnolo) l'intera vicenda; oppure andare sul sito governativo ecuadoriano www. cancilleria,.gob.ec dove si trova l'intera documentazione.
In Usa le organizzazioni ambientaliste sono scese in campo a fianco dell' Ecuador contro la Chevron e molti divi di Hollywood si stanno impegnando in prima persona andando nelle zone colpite e girando dei video nei quali si mostrano i danni della catastrofe ambientale, con i fiumi e le piscine ancora piene di petrolio raggrumato, anche venti anni dopo. Mia Farrow, Danny Glover, Sean Penn, la nipote del naturalista Jean Cousteu hanno già diffuso diversi appelli alla televisione americana in California.
Comitati di sostegno alla battaglia del popolo dell'Ecuador sono stati costituiti in Francia, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Spagna.

E' un dovere di tutti noi aprire anche il versante italiano perchè questa non è soltanto una battaglia di solidarietà (e già andrebbe bene perchè si tratterebbe di una battaglia bella) si tratta di una battaglia per noi tutti, per poter uscire fuori dalla pratica del cinismo e dell'arrendevolezza, della inutile protesta livorosa, e cominciare a muoversi per salvaguardare il nostro territorio nazionale impedendo di rimanere ipnotizzati dalle armi di distrazione, non occupandoci più della nostra salute che è il benessere collettivo più sacrosanto.
E' anche il modo più diretto e intelligente per dare una mano al popolo ucraino, tutto, (dove per "tutto" si intende quelli che amano Putin e quelli che lo odiano; quelli che amano la Ue e quelli che la odiano) sottraendosi quindi alla manipolazione mediatica per tentare di affrontare l'attuale teatro di guerra e di scontro per ciò che esso è: la battaglia dei colossi della finanza e dell'energia contro la volontà delle persone, dei popoli, e dei cittadini per salvaguardare e difendere il proprio diritto alla salute e alla propria autonomia e indipendenza.
Chi ha inquinato e intossicato deve pagare.
Ma prima, è necessario identificarlo.
Nessun governo lo farà, se non siamo noi a spingere perchè questo si verifichi.

Qui di seguito, posto per intero, un lungo articolo apparso sul quotidiano ecuadoriano "El Telegrafo" nel quale è stata pubblicata la smentita ufficiale del quotidiano The Guardian, spiegando l'intera vicenda, pubblicato tre giorni fa.

Oggi succede a Quito.
Domani può accadere a Parigi, Londra, Roma, Kiev.
Cerchiamo di dare il nostro contributo per fermarli.


http://www.telegrafo.com.ec/politica/item/the-guardian-retira-de-su-web-documento-manipulado-con-el-que-forjo-un-articulo-que-difamaba-al-gobierno-del-ecuador.html

The Guardian retira de su web documento manipulado con el que forjó un artículo que difamaba al gobierno del Ecuador

El periódico británico The Guardian retiró de su sitio web el documento manipulado con el forjó un artículo en el que acusaba al gobierno del Ecuador de tramitar un crédito chino para extraer el petróleo del Yasuní, mientras realizaba la campaña para mantenerlo bajo tierra.Cabe recordar que el Gobierno Nacional expuso su rechazo rotundo a la adulteración de un documento oficial que fue publicado por el periódico británico The Guardian el miércoles 19 de febrero del 2014.
Se conoce que el ex sindicalista petrolero refugiado en EE.UU., Fernando Villavicencio fue el autor de la adulteración con la que se quiso engañar a los ecuatorianos e indicar equivocadamente que Ecuador negociaba un crédito con China para extraer el petróleo del Yasuní mientras se realizaba la campaña Yasunízate cuyo propósito fue evitar la explotación petrolera en esa zona del país.
En el documento original hay una claúsula que fue propuesta por el Banco de Desarrollo de China que está tachada. El párrafo tachado expresa ““La parte ecuatoriana ha expresado que hará el mayor esfuerzo para apoyar a Petrochina y Andes Petroleum en la exploración del ITT y el Bloque 31”.
El ministro Coordinador de la Política Económica, Patricio Rivera, manifestó en un comunicado que esta “cláusula de último momento” fue propuesta por la contraparte china y no por el Ecuador. “Yasuní nunca fue objeto de negociación por parte del Ecuador” indicó el funcionario.
En la misiva el ministro Rivera advirtió que en vísperas de una lid electoral se publican documentos  adulterados en The Guardian y solicitó su rectificación luego que el periódico británico expuso esa información sin haber recogido la información de otra fuente o confirmar esa información con el Ministerio Coordinador de la Política Económica.
En el documento manipulado el este texto tachado no aparece. En eso consiste la adulteración cometida por Villavicencio, quien es investigado por espionaje y divulgación de documentos obtenidos de modo ilícito.
La manipulación en el documento se verifica cuando, una vez descargado y guardado, se hace click en “Propiedades” y ahí aparece el nombre de Fernando Villavicencio como autor de esa manipulación, con fecha 07 de febrero de 2013, a las 7:01:38 y modificado por última vez el 12 de diciembre del año pasado, a las 10:47:04.
Es pertinente aclarar que la negociación de ese préstamo con el Banco de Desarrollo de China (BDC), se realizaba en 2009. El documento original, en poder del gobierno, corresponde a esa fecha.  Villavicencio enfrenta dos procesos por injuria calumniosa y no calumniosa grave en el Juzgado Décimo Cuarto de Garantías Penales (2008), y otro por el delito de rebelión en la Sala Penal de la Corte de Justicia de Pichincha, interpuesta en 2006

lunedì 10 marzo 2014

La tragedia italiana dell'8 Marzo, festa della donna: un'occasione perduta per il nostro paese.

                                 icopyright di Silvestre Loconsolo. Milano, Via Orefici. 8 Marzo 1973.



di Sergio Di Cori Modigliani

L'8 Marzo, festa internazionale della donna, è stata per l'Italia una giornata doppiamente tragica.
La prima tragedia appartiene alla cronaca nera criminale: in meno di 24 ore tre donne sono state uccise a coltellate dai loro conviventi maschi. A questi episodi ne vanno aggiunti altri due, uno a Cesano Maderno, dove una madre e una figlia hanno ucciso a martellate il padre/marito, nel corso di una discussione familiare, e un altro a Lecco dove una madre è andata fuori di testa e ha ucciso le sue tre figliolette di 4, 10 e 13 anni. Questi i primi sospetti. Da sottolineare il fatto che al consueto femminicidio comincia ad assommarsi anche un fenomeno di ferocia individuale che va ascritto a uno stato generale di grave disagio socio-psichico della nazione.

La seconda tragedia, invece, è relativa al tema dei diritti civili: il post è su questo punto.

Si tratta della tragedia della censura mediatica.
O forse, invece, stiamo parlando di auto-censura? (il che mi sembra anche peggio).

La notizia, oggettiva, è la seguente, così come è stata diffusa dalle agenzie di stampa ufficiali europee in data 5 marzo 2014: "Il Consiglio d'Europa boccia l'Italia perchè viola il diritto delle donne riconosciuto dalla normativa comunitaria. A causa dell'elevato numero di medici obiettori di coscienza, l'Italia sta violando i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza. Il "Comitato Europeo dei Diritti Sociali" del Consiglio d'Europa, dopo un esame durato un anno e mezzo, si è espresso in merito a un formale ricorso-denuncia presentato in data 20 novembre 2012 dalla CGIL insieme ad altre associazioni femminili, tra cui l'IPPF (International Planned Parenthood Federation European Network)".
La denuncia europea è stata comunicata ufficialmente e formalmente al governo italiano, pregando i membri del governo di renderla pubblica in sede parlamentare, in modo tale da poter avviare un dibattito e confronto tra diversi soggetti, sia politici che civili, affrontando la questione, sulla quale l'Italia è costretta "legalmente" a fornire una pronta risposta. 
Ne' alcun membro del governo, nè alcun esponente delle istituzioni repubblicane italiane, ha ritenuto opportuno comunicare alla cittadinanza l'episodio. L'omissione -questa è la mia serena opinione personale- si è trasformata in tragedia sociale mediatica, perchè non è stata resa pubblica da nessuna fonte di informazione nel nostro paese, a nessun livello, neppure qualche modesto blogger o giornale locale di Vattelapesca. Sono apparsi finora (in rete) soltanto due articoli, pubblicati entrambi in data 9 marzo: uno sulla versione on-line del "Fatto Quotidiano", a cura della redazione femminile nella rubrica "donne di fatto"; l'altro sulla testata "Vita di donne.org" il più importante sito dedicato a questioni del mondo femminile, gestito da una ginecologa romana, la dott.ssa Lisa Canitano, da 40 anni attiva nel campo della salvaguardia dei diritti civili delle donne e per lungo tempo in prima fila come attivista politica del PD. 
Entrambi gli articoli non sono stati ripresi e la notizia non è stata messa in evidenza e quindi non è partito nessun dibattito, nessun confronto, nessuna informazione, nessuno scambio di opinioni in materia.
Eppure, sarebbe stato fondamentale per la nazione, soprattutto per chiarire un aspetto fondamentale che riguarda l'autentica fisionomia del governo, per aiutare la cittadinanza e fare chiarezza. 
Mi riferisco qui alla opinione in merito della ministra Marianna Madia, notoriamente antiabortista.  Nel 2008 venne presentata da Walter Veltroni alle elezioni, come nominata di lusso: capolista nella Regione Lazio, inviata a fare campagna elettorale in Toscana. Era la strategia infantile e miope di Veltroni, presumibilmente basata sul seguente principio: "riempiamo le nostre liste di conservatori democristiani, così l'elettorato conservatore democristiano voterà per noi". Gli abili consulenti della comunicazione di Berlusconi colsero subito la falla e giustamente ne approfittarono, lanciando il loro slogan vincente che smascherava questo giochetto ipocrita "se avete la possibilità di votare per l'originale, perchè accontentarvi di una copia sbiadita e raffazzonata?". E gli elettori si comportarono di conseguenza.
Nel corso di quella campagna elettorale (i più attenti lo ricorderanno) il tema dell'aborto fu centrale. Giuliano Ferrara lanciò una propria lista civica indipendente (ottenne lo 0,3%). L'intelligente giornalista individuò subito nella Madia un elemento centrale per la sua lotta e pubblicò con enorme risalto una sua intervista su "Il Foglio" nella quale la Madia così si esprimeva "L'aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, economico, sociale, culturale. Se si offrisse loro il giusto sostegno, le donne sceglierebbero tutte per la vita". Ferrara fece carte false per convincere la Madia a firmare la "moratoria universale" per far abolire la legge sull'aborto, e dopo accesi dibattiti interni al PD lei scelse di non farlo dichiarando però "di non farlo non perchè non condivida le analisi di Giuliano Ferrara, anzi: mi pare che quello che dice su questo tema vada proprio verso quella riumanizzazione della vita disumanizzata che ritengo necessaria oggi, perchè io sono cattolica praticante, e credo che la vita la dà e la toglie Dio, noi non abbiamo il diritto di farlo. Certo è che anche per esperienza personale mi sono resa conto di quanto sia sottile la linea di demarcazione tra le cure a un malato terminale e l'accanimento terapeutico nei suoi confronti. Quindi dico no all'eutanasia ma penso che l'oltrepassamento di quella linea sottile vada giudicato -in certi casi- da un'equipe di medici, comunque non dal diretto interessato o dai suoi parenti".
Forse è per questo che è diventata ministra, possibilmente sostenuta dal Vaticano e dall'Opus Dei che stanno combattendo una furibonda battaglia in tutta Europa (vedi Spagna) per spingere gli stati ad abolire la legge sull'aborto, cancellando quindi la definizione della interruzione di gravidanza come elemento di garanzia sociale fornito dallo Stato che tutela la libertà di scelta della donna, affermando, invece, un principio normativo di carattere religioso.
In Francia, Olanda, Belgio, Spagna, Danimarca, dovunque in Europa in questo periodo, tutti i giorni, sui giornali e alla televisione, le rispettive cittadinanze dibattono quest'argomento perchè da tutti è stata identificata come una fondamentale battaglia per l'affermazione dei diritti civili. Non così in Italia, con l'aggravante che l'abile Renzi ha già annunciato di voler dare il suo efficientissimo contributo del ghe pensi mi passando al ministero della semplificazione e della pubblica amministrazione (per l'appunto, ministra Marianna Madia) il compito di razionalizzare la modalità di gestione da parte delle strutture sanitarie pubbliche dell'interruzione di gravidanza.

E' una fondamentale questione politica e sociale che riguarda tutti noi.
Non soltanto le donne.
Nessuno ne parla.
Questo fatto mi ha spinto a identificare, come mia opinione personale, la questione odierna delle cosiddette "quote rosa" come un diversivo e una sofisticata ipocrita arma di distrazione di massa. In un paese arcaico, regredito e conservatore come l'Italia, in cui la corruzione la fa da padrone come norma, l'idea di avere il 50% di donne in parlamento non garantisce un bel nulla. A meno che non ci fosse la matematica certezza che a essere elette fossero donne come Tina Anselmi, Rita Levi Montalcini o Pina Bausch. Si tratta di una mascheratura ipocrita di facciata che nasconde la radicata e profonda struttura maschilista e sessista di questo paese. Basterebbe il buon senso e il rispetto per la persona, giudicandola sulla base del suo valore (oggettivo e soggettivo) a far sì che all'interno di ogni movimento politico "naturalmente" emergano le donne migliori. Migliori non perchè siano femmine, bensì perchè sono più capaci di altri in quanto persone dotate di suo.
In Italia non esiste nessuna donna che ricopre la carica di amministratore delegato di una delle prime cento banche. 
Non esiste nessuna donna che ricopre la carica di presidente di una delle prime 100 fondazioni. 
Non esiste nessuna donna che ricopre la carica di amministratore delegato in una delle prime 100 società finanziarie. 
Esistono soltanto due donne nella Corte Costituzionale (Marta Cartabia e Fernanda Contri); fino a settembre del 2011 non ce n'era neppure una. Corrisponde al 13% della totalità. I giudici sono 15, nominati per 1/3 dal Presidente; 1/3 dal Parlamento in seduta congiunta e 1/3 dalle "supreme magistrature amministrative correnti" composte tutte da maschi: tutti questi signori parlano di "quote rosa", ma poi nominano solo maschi nei posti che contano.
Esiste soltanto una donna nella Corte dei Conti.
Non è stata chiamata alcuna donna a comporre il comitato di saggi.
Non esiste nessuna donna che dirige un importante emittente televisiva, neppure un telegiornale. 
Con l'unica eccezione di Bianca Berlinguer su raitre, la quale è vero che è un'umana di genere femminile, ma è anche vero che probabilmente sarebbe lo stesso direttrice della rete anche se fosse un cactus o una lampada art deco anni'30:  è contato il cognome non lei, al di là del merito. E' una caratteristica delle società dittatoriali e aristocratiche, quelle in cui esiste la parità di genere a condizione che la donna sia un membro della esigua componente di membri privilegiati, dato che re o regine, duchi o duchesse, per il sistema aristocratico è la stessa cosa. 
Questa è l'unica vera parità di genere che in questo paese è consentita, accettata, condivisa, il che riduce il ruolo della donna professionista all'umiliante condizione di essere accettata socialmente, per far carriera, solo e soltanto se può essere identificata come ruolo familiare e non come soggetto autonomo e indipendente: prima di essere Persona deve essere sempre o moglie, o figlia o sorella. Qualche volta va bene anche se è la cugina o la cognata.

Sono convinto che se diverse donne -perchè meritevoli e non per origini di provenienza familiare o matrimoniale- fossero state alla guida di media importanti, di banche, di fondazioni, di società finanziarie, anche nella Repubblica Italiana, questo 8 marzo, la cittadinanza sarebbe stata coinvolta nel dibattito relativo alla legge sull'aborto e la pesante denuncia da parte dell'Europa sarebbe stata la notizia del giorno, così come avrebbe dovuto essere.
Perchè così è stato nel resto d'Europa.

Qui di seguito pubblico i due articoli summenzionati, così vi risparmiate la fatica di navigare in rete. 
Tanto finora non ho trovato nient'altro.

Purtroppo.

http://www.vitadidonna.org/salute/10996-altro-che-8-marzo-consiglio-d-europa-sull-aborto-l-italia-viola-i-diritti-delle-donne.html

Ue: sull’aborto l’Italia calpesta i diritti delle donne

Otto marzo un corno, altro che festa e rametti di mimose. L’Italia in realtà calpesta la vita e i diritti delle donne. Il documento redatto dal Consiglio d’Europa che condanna il nostro Paese per la violazione della legge 194.
L’Italia maltratta le sue donne, questa è la sintesi di questo 8 marzo. Di tutto si può parlare ma non di festa in un Paese senza parità, con problemi di occupazione in cui ancora le donne firmano le dimissioni in bianco ai loro datori di lavoro per essere cacciate se rimangono incinta.
Una realtà che sfiora l’oppressione dei diritti, se sei incinta perdi il lavoro, se vuoi abortire ti scontri con il problema degli obiettori di coscienza.
Il documento del Comitato europeo dei diritti sociali non fa sconti: “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, L’Italia viola i diritti delle donne che alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”.
Insomma, l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è solo sulla carta. In realtà è impossibile in molte Regioni. Nero su bianco messo giù dal Consiglio d’Europa, di cui il Comitato è un organismo.
Si tratta di un fatto eccezionale, forse quello che va davvero festeggiato in questo 8 marzo, perché è la prima volta che l’Italia viene condannata in modo così esplicito.
La situazione
In Italia il numero degli aborti eseguiti nel 2012 è stato di 105.968, in diminuzione rispetto all’anno precedente del 4,9%. Tra le minorenni il tasso di abortività nel 2011 è stato del 4,5 per mille.
In moltissime Regioni la percentuale di medici obiettori arriva all’85%. La maglia nera ce l’ha il Lazio con il 91,3% dove è davvero difficile eseguire un’interruzione di gravidanza.
Al Sud la situazione non è migliore, in Puglia i medici obiettori sono l’89%, seguono il Molise con l’86% e la Basilicata con l’85%.
In questa situazione aumentano gli aborti clandestini, la vera piaga che la legge 194 doveva sanare. Le italiane che abortiscono clandestinamente sono circa 20 mila, le straniere immigrate arrivano a circa 40 mila.
Donne rifiutate da moltissimi ospedali che hanno chiuso i reparti, costrette a mendicare da provincia in provincia con il rischio di andare fuori tempo massimo dei limiti previsti dalla legge.
I medici non obiettori sono sempre meno e sempre più su con l’età, il rischio è che tra pochi anni non resti più nessuno ad assicurare l’applicazione della 194.
La legge garantisce alle donne il diritto di abortire e ai medici quello di obiettare, ma è chiarissima sul fatto che la struttura pubblica deve assicurare comunque il servizio.
Tuttavia tra la latitanza della politica e quella dei vertici ospedalieri le strutture vengono gradualmente soppresse, e con esse il diritto delle donne.
Cosa può cambiare adesso
Il documento di condanna è il coronamento del grande impegno profuso dalla Ippf (International Planned Parenthood Federazion European Network) e la Laiga (l’Associazione italiana di ginecologi per la l’applicazione della legge 194), presieduta da Silvana Agatone.
Quello depositato l’8 agosto del 2012 con il numero 87 è un “reclamo collettivo” che oggi diventa un atto di accusa ed un avvertimento all’Italia.
Le donne e le associazioni avranno ora l’opportunità di avviare azioni legali contro gli ospedali che non rispettano la legge.
Potranno farlo proprio grazie al documento europeo, come è successo con la legge 40 sulla fecondazione assistita, demolita a colpi di sentenze emesse da tribunali europei ed italiani.
Silvana Agatone, presidente della Laiga, non può che essere soddisfatta. Per anni ha denunciato la situazione italiana, dal tormento delle donne lasciate sole alla chiusura dei reparti destinati alle Ivg. Ha raccolto i dati necessari che oggi inchiodano e condannano l’Italia.
“Dopo trent’anni dall’applicazione della 194, ancora oggi dobbiamo difenderla con le unghie e con i denti”, commenta Lisa Canitano dell’Associazione Vita di Donna.
“Grazie al documento della Commissione – aggiunge la ginecologa - avremo uno strumento in più, quello di denunciare i responsabili degli ospedali per la mancata applicazione della legge. E lo faremo, ci stiamo già attrezzando chiedendo anche alle donne di segnalarci dove e come i loro diritti non sono stati rispettati”.



http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/08/aborto-il-consiglio-deuropa-boccia-litalia-viola-i-diritti-delle-donne/906932/

Aborto, il Consiglio d’Europa boccia l’Italia: “Viola i diritti delle donne”


“A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza“. Dopo quasi un anno e mezzo di attesa, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa si esprime in merito al ricorso, presentato nel novembre 2012 dalla Cgil insieme ad altre associazioni, tra cui l’International planned parenthood federation european network’ (Ippf).
Secondo il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – che rende noto il documento europeo – “è un atto forte che sancisce un diritto fondamentale e incontrovertibile per le donne: quello della libertà di scegliere della propria vita e del proprio corpo, con un’assistenza sanitaria adeguata, come prevede la legge”. Una risposta, fa sapere la Cgil, che sancisce come “l’Italia violi i diritti stabiliti dalla legge 194, l’obiezione di coscienza non può impedire la corretta applicazione della norma”. Secondo la leader della Cgil “che proprio oggi, nella Giornata internazionale della donna, il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa abbia ufficialmente riconosciuto la violazione dei diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza, ha poi un grande valore, anche simbolico. A dimostrazione che i diritti non sono irreversibili e che, specialmente quando vengono messi in discussione con tanta perseveranza, richiedono altrettanta determinazione. E’ questo – conclude Camusso – il messaggio più significativo che possiamo oggi trasmettere alle giovani generazioni”.
Il ministero della Salute risponde con una nota: “In Italia il carico di lavoro per i ginecologi non obiettori negli ultimi trent’anni si è dimezzato, passando da 3.3 aborti a settimana nel 1983 agli attuali 1.7 “, si legge nel documento che ripropone un dato già contestato dalla Laiga – Appare difficile, a fronte di tali dati, sostenere che il numero elevato degli obiettori di coscienza sia un ostacolo per l’accesso all’Ivg. Il ministero comunque ha già avviato, insieme alle regioni, un monitoraggio che coinvolge ogni struttura sanitaria in cui potenzialmente potrebbe essere presente un accesso Ivg, e anche ogni singolo consultorio: le schede di raccolta dati, concordate nell’ambito di un tavolo tecnico ministero-regioni, sono già state inviate alle singole regioni, che le stanno elaborando. Il ministero valuterà se sia il caso di fornire questi dati, peraltro pubblici, al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, per effettuare delle controdeduzioni”.
Sull’argomento interviene anche la deputata di Ncd Eugenia Roccella, ex sottosegretario alla Salute durante il governo Berlusconi IV, nel periodo tra il 15 dicembre 2009 e 16 novembre 2011. Per l’ex radicale “il documento è un pronunciamento del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani”. Il Comitato europeo dei diritti sociali è poi, secondo la deputata del nuovo Centrodestra “un oscuro organismo del Consiglio d’Europa che ha emanato un documento contro l’Italia sostenendo che il numero dei medici obiettori impedisce l’attuazione della 194 – scrive in un comunicato – Va ricordato però che proprio il Consiglio d’Europa il 7 ottobre 2010 ha approvato una risoluzione che difende con grande forza il diritto all’obiezione e lo estende non solo alle persone ma addirittura alle istituzioni“. Poi anche Eugenia Roccella utilizza il dato contestato dalla Laiga: “Va ricordato anche che secondo l’ultima relazione al parlamento sulla 194, il carico di lavoro per i ginecologi che fanno gli aborti (cioè i non obiettori) è soltanto di 1.7 interventi a settimana, considerando tra l’altro, in un anno, soltanto 44 settimane lavorative. Il pronunciamento di oggi appare dunque del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani (che pure sono facilmente accessibili) e di una volontà strumentale da parte dell’Ippf di attaccare l’Italia”.