venerdì 7 marzo 2014

La solitudine del maratoneta: un viatico per i nostri tempi bui, tra falsificazioni e grandi utopie.



di Sergio Di Cori Modigliani

Parliamo di cinema, di quello grande e indimenticabile.

Qualche sera fa, nel corso di una rubrica televisiva di notizie sul cinema, in onda su Rai4, la giornalista che conduceva il format ha intervistato il prof. Massimo Cacciari (noto cinefilo), al quale ha chiesto se ritenesse che i film, ancora oggi, contenessero una forza d'impatto nella formazione dell'immaginario collettivo. Il filosofo Cacciari è rimasto un attimo interdetto e poi ha risposto prontamente: "Ma certo, anzi, direi sempre di più. Il cinema è la più poderosa e potente arma propagandistica esistente. E' dotato di una forza micidiale, molto ma molto di più della televisione....". 
Sono d'accordo con lui.
Poi gli ha chiesto quale fosse il film o i film che lo avevano colpito quando lui era ragazzo.
Cacciari ha risposto che erano i western, soprattutto "Ombre Rosse" "Duello al sole" e gli altri grandi film epici che hanno fatto la storia di quel genere.
Dopo averlo ascoltato, ho pensato a quale potesse essere la reazione, oggi, dei giovani cinefili, nel guardare quello che, nella mia personale biografia, è il film dei film, quello che mi ha sedotto, letteralmente infiammato, accendendo in me una intramontabile passione civica, spingendomi verso l'attivismo politico. 
Avevo, allora, 14 anni, il cinema era il mio pane formativo e non ero consapevole di quanto fossi fortunato nel vivere quella che gli storici avrebbero definito la più grande decade -in assoluto- del cinema mondiale, quella tra il 1960 e il 1970, quando in Europa la parte del leone la facevano la cinematografia italiana e quella inglese. Nel 1971, l'Italia batteva l'Inghilterra posizionandosi come la seconda industria al mondo, dopo Hollywood, come quantità, qualità, fatturato e profitto dei propri prodotti.
Il film che mi illuminò era inglese, diretto dal più grande regista britannico dell'epoca, Tony Richardson.
Era tratto dal romanzo breve di uno scrittore londinese, Allan Sillitoe, che faceva parte di quella avanguardia di romanzieri, drammaturghi e cineasti, che allora era stata definita "la generazione arrabbiata", di cui Sillitoe era considerato il grande erede di Charles Dickens. Come lui era nato e cresciuto in una famiglia molto povera, e a diciotto anni, per sopravvivere, si era arruolato in marina finendo nel sud est asiatico, dove aveva preso la tubercolosi ed era finito in un ospedale militare a Sumatra, in un lungo e doloroso ricovero. Lì aveva scoperto la letteratura, leggendo tutto ciò che poteva, e quando lo avevano dimesso, Sillitoe era ritornato in Inghilterra iniziando a pubblicare i suoi racconti, che raccontavano il mondo interiore, i sogni, le ambizioni, i sentimenti degli emarginati, dei membri delle classi più disagiate e colpite.  Nel 1959, un suo racconto, aveva affascinato un giovane regista di talento (Karel Reisz) che lo convinse a scrivergli la sceneggiatura per un suo film "Sabato sera, domenica mattina", facendo esordire uno sconosciuto arrabbiato dell'epoca, che lavorava come facchino in un albergo, Albert Finney, che si sarebbe poi imposto, diventando il più famoso (e giustamente premiato) attore inglese degli ultimi 50 anni. 
Tony Richardson decise di fare un altro film tratto da un suo romanzo breve "La solitudine del maratoneta", a quei tempi un bestseller nella cultura anglo-sassone, francese e tedesca, ma che in Italia non era stato tradotto, perchè considerato troppo cruento. Il protagonista del film è Colin Smith (interpretato da Tom Courtney, diventato poi il simbolo della swinging London contestatrice dell'epoca) un giovane della periferia degradata londinese, pieno di livore e di rabbia compressa, vissuto passando da un carcere all'altro. Colin ha un grande talento naturale, che è anche la sua ambizione: correre. All'inizio del film finisce in un riformatorio pesante, dove c'è la feccia della società, giovani delinquenti senza futuro, immersi in un universo concentrazionario fatto di violenza, torture, nessun futuro possibile. Colin è un individualista, non parla con nessuno, lui vuole soltanto correre. Non avendo spazio, lo fa nel recinto consentito per la passeggiata quotidiana all'aria aperta dove (tra le risate e gli insulti degli altri carcerati) corre e corre, girando in tondo, per una, due, tre ore senza mai fermarsi.
La corsa di lungo respiro è tutta la sua vita, è tutto ciò che ha, è l'unica cosa che gli dà identità, gli ricorda che lui è cresciuto scappando con la polizia alle calcagna.
Lo nota il nuovo direttore del carcere, che rappresenta la nuova classe dirigente inglese, efficiente, tecnocratica, votata al marketing. In seguito a pressioni politiche tese a trasformare il riformatorio in un luogo più umano, il direttore decide di mettere su una poderosa sfida sportiva tra i reclusi e gli studenti di un elegante  raffinato college frequentato da giovani aristocratici, che si sfideranno in una maratona di 45 chilometri. E così, si lancia nell'organizzazione di questo evento, e prende Colin sotto la sua protezione, avendo intuito il suo poderoso talento sportivo. Gli concede dei privilegi, gli permette di uscire fuori per correre (sotto scorta) allenandosi per la sfida. Parla con lui, cerca di capirlo, gli spiega che ha intenzione di investire nella sua persona, di farlo entrare nella squadra nazionale per portarlo alle olimpiadi. Comincia a operare su di lui per trasformarlo in un consapevole vincente. Per il direttore del carcere, vincere è la sua grande ambizione, a tutti i costi. Colin diventa il suo cocco, disprezzato e invidiato dagli altri carcerati. Finchè non arriva il giorno della gara e parte la maratona, che si conclude in un grande stadio dove sugli spalti sono assiepati, insieme, le famiglie degli aristocratici privilegiati e i parenti, gli amici, i sostenitori dei carcerati. Colin ha iniziato la sua corsa partendo a razzo e macina chilometri su chilometri, poi, verso il finale la distanza tra lui e il secondo diminuisce, ma lui riesce ad allungare perchè vede lo stadio, sente le urla, è ormai tutto preso dalla sua idea di essere vincente. Entra nello stadio da solo, ancora fresco, pieno di forza, e comincia a fare gli ultimi due giri. Guarda sugli spalti e capisce che con la sua vittoria finirà finalmente dalla parte giusta della società, quella del privilegio, quella delle rendite garantite, quella che gli ha fatto balenare il direttore. L'attore Tom Courtney è bravissimo nel regalarci il diapason di tutte queste emozioni che nel romanzo vengono descritte attraverso una perforante analisi psicologica. 
E si arriva alla fine del film.
Tuttora (e su questo l'intera critica internazionale è sempre stata d'accordo) è considerato il più grande finale di film dell'intera cinematografia europea degli ultimi 60 anni, il più famoso in assoluto.
Ormai, Colin ce l'ha fatta, gli mancano poche centinaia di metri. Ma in prospettiva del traguardo, lui capisce di essere finito vittima di una trappola, perchè quella sarà la vittoria dell'idea del mondo del direttore del carcere, non la sua, e la sua vittoria confermerà il principio che suddivide la società del mondo in vincenti e perdenti, la logica che lui ha sempre detestato e che ha prodotto la sua colossale rabbia. E allora rallenta, aspetta che il secondo compia il giro dello stadio per avvicinarsi a lui e quando sta per arrivare al filo di lana e vincere, si ferma.
Sa di essere il migliore, ma sa anche la differenza tra l'arte del correre come espressione e la vittoria come affermazione di un principio marketing che non lo riguarda.
Sceglie di non vincere.
Nel romanzo viene spiegato come, in quel momento, lui capisce che non sarà mai più un delinquente e non sarà più neanche arrabbiato e violento, perchè il suo livore si trasformerà invece in disprezzo civile nei confronti di una logica che lui aborre.
Il film uscì in Italia circa due anni dopo, alla fine del 1964.
Gli diedero come titolo "Gioventù, amore e rabbia", una scelta marketing provinciale, e in Italia divenne un film culto dei giovanissimi di allora.
Se andate su Google e pigiate il titolo italiano trovate subito i riferimenti.
Inframmezzato, tra un sito di cinema e l'altro, si trova la presentazione di un libro, pubblicato da Sperling & Kupfer alla fine del 2011 che si chiama "Gioventù amore e rabbia" scritto da Luca Telese che non ha niente a che vedere con il film. Lo stesso Telese, in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano online in data 21 novembre 2011, si applaudiva da solo e spiegava "come sapete i libri e i titoli si pensano mesi prima" spacciando come propria un'idea che non era sua, rubata -molto probabilmente- a un ricordo che suo padre gli aveva trasmesso o che aveva letto da qualche parte. L'ho trovato un sintomo dei nostri tempi, la consapevolezza che in questo paese non esiste memoria, un segnale che, da solo, ci restituisce la cifra della differenza tra l'atmosfera degli anni '60 e quella di oggi, immersi (come siamo) in questa interpretazione del mondo renziana, basata sul principio che l'unica cosa che conta nella vita è vincere. A ogni costo.
Non è così.
Noi, allora, lo sapevamo.
L'abbiamo imparato da questo film e dal bel romanzo di Sillitoe.
Nella vita non ha nessuna importanza se uno riuscirà o non riuscirà a colmare le proprie ambizioni. Il mondo è pieno di persone diventate potenti re di qualche cosa che sono infelici, così come ci sono anche modesti impiegati che sono riusciti a essere felici.
Ciò che conta, secondo me,  non è ciò che si diventa.
Ciò che davvero conta è ciò che si riesce a non diventare.
Questa è l'unica grande sfida esistenziale.
E' una gran bella differenza.

Buon week end a tutti.

giovedì 6 marzo 2014

La bellezza piccola piccola dell'italianità.


"Esiste un momento, nell'esistenza di ciascuno, in cui ogni scelta diventa irreversibile".
                                                                                            Marguerite Yourcenar



Silvio Berlusconi e Alessandro Sallusti hanno perfettamente ragione.
Non è realistico, quindi neppure saggio e lungimirante, dar loro torto.
Hanno le stesse identiche ragioni che aveva Leonid Breznev in Urss nel 1982; Benito Mussolini in Italia nel 1935; Angela Merkel in Germania nel 2012.
Avevano il paese in pugno, perchè così stavano le cose.
Hanno il paese in pugno, perchè così stanno le cose.

Seguitare a fingere, in Italia, che qualcosa sia cambiato -intendo dire la struttura portante della nazione- quantomeno dal 1994 a oggi, cioè negli ultimi venti anni, vuol dire non essere in grado di guardare in faccia la realtà, che è l'unica possibilità per poter dare un serio e solido contributo al fine di intervenire con l'obiettivo dichiarato di modificarla, migliorarla, cambiarla, farla evolvere. 
Per far crescere la nazione.
Il berlusconismo, nel senso di fenomeno culturale di gestione dell'immaginario collettivo (qui inteso come interpretazione del mondo, quindi dell'esistenza, e di conseguenza amministrazione della cosa pubblica) non soltanto non è finito, ma dal suo inevitabile tramonto è stato spinto e sospinto dalla sinistra italiana verso una sua nuova alba.
Forse sapremo tra 25 anni, leggendolo in qualche saggio storico, il vero motivo (che io ignoro) dietro la scelta della cosiddetta sinistra nell'aver scelto di non andare alle elezioni nell'ottobre del 2011 quando Berlusconi era ormai alle corde. Così come, forse, non sapremo mai il vero motivo (che io ignoro) per cui Matteo Renzi abbia rinunciato ad andare alle elezioni per ottenere il sospirato consenso del paese vincendo le elezioni con il suo partito, in modo tale da poter guidare il governo come fanno la Merkel, Rajoy e Hollande negli altri paesi, diciamo così normali; non facendolo, si sono create -per l'ennesima volta- delle inèdite condizioni che non possono che portare, come sta accadendo, a una egemonia comunicativa del berlusconismo. 

La penso in maniera opposta a quella di Angelino Alfano, il quale sostiene che Berlusconi sia assistito, circondato e coadiuvato da stupidi. A mio avviso è esattamente il contrario opposto: è invece professionalmente dotato di un ottimo ufficio di comunicazione, nel quale persone molto competenti, profondi conoscitori dell'italianità e dei meccanismi (autentici) del funzionamento della macchina Italia, sanno come elaborare -in maniera veloce ed efficace- le necessarie modificazioni per adattarsi ai tempi che apparentemente (ahimè soltanto in apparenza) stanno cambiando, e quindi impongono nuovi modelli di gestione dell'immaginario collettivo che, in realtà, sono vecchi e obsoleti, ma sanno di nuovo: cambia il colore e il sapore ma la sostanza rimane quella.

Tutto ciò come un mio commento in aggiunta alla vicenda del film di Sorrentino (che è già diventato -come prodotto mediatico- un'altra cosa da un film, bello o brutto che sia) è stato trasformato, a mio parere, da Mediaset, nel suo nuovo cavallo di Troia. E fa bene Mediaset a farlo.
Hanno ragione: possono permetterselo.
Il paese glie lo ha permesso.
Non tutto, sia ben chiaro, ma la caratteristica del berlusconismo (è il suo fondamento) è basato proprio su questo principio: chi aderisce lavora e viene valorizzato, chi si oppone e dissente finisce stritolato nella macchina, quindi spinto ai margini a svolgere una funzione, nella migliore delle ipotesi, folcloristica.
Quando scrivo "il Paese glielo ha permesso" intendo dire quella parte del paese che aveva le possibilità e gli strumenti atti e adatti per operare un cambiamento che non si è quindi verificato e non si verificherà. Rimane lo sconcerto e l'avvilimento di quella parte del paese (al quale il sottoscritto appartiene) che non voleva permetterglielo, e seguita a volerlo.
Fingere, però, che l'Italia abbia subìto anche un grammo di cambiamento o si sia spostata anche di un centesimo di grado dalla posizione nella quale si trovava un anno fa, due anni fa, cinque anni fa, dieci anni fa, è un errore di miopia.
Per il momento ha vinto l'italianità e quella comanda.
E l'italianità la possono (e devono) cambiarla soltanto gli italiani, sostituendo all'italianità non una americanità, o una europeità, bensì un altro modello di italianità rinnovata.
La rivoluzione culturale consiste, per l'appunto, in questo.
E' un processo lento e faticoso, ma è l'unica strada percorribile.
A mio avviso, è vincente, altrimenti non insisterei nell'operare con questo blog su quella strada.
Ma il primo punto di una nuova italianità consiste nell'identificare (quindi accettare) la realtà per ciò che essa è e combattere in maniera realistica, finchè le circostanze non saranno cambiate e arriverà il momento in cui basterà fare clic e l'Italia farà un salto in avanti.
Procediamo, dunque, con ottimismo verso una nuova Italia.
Ma non pensiamo che esista; ovvero: c'è, eccome se c'è, ma è ancora clandestina, emarginata, travolta e stravolta dal disagio psico-sociale della innumerevole serie di problemi esistenziali prodotti dalla "europeità" della Merkel & soci e dalla "italianità" berlusconiana.
La Nuova Italia è la maggioranza del paese, lo sappiamo tutti.
Non ha voce, non ha spazio, non ha mercato, non ha sbocchi, quindi è ancora invisibile perchè afona, impotente, frustrata, e quindi non si manifesta, non la si vede. 
Ma c'è.
Il contributo che ciascuno di noi può dare consiste nel fatto di lottare, ciascuno con i mezzi che ha disposizione, per uscire fuori dalla clandestinità permanente liberandosi dalle paure che provocano indolenza e autocensura. 
La somma di atti individuali piccoli finirà per costruire una enorme massa che finirà per operare il cambiamento.


Qui di seguito, vi propongo l'editoriale uscito su Il Giornale di Berlusconi che vi invito a leggere con la dovuta attenzione; lettura che ha ispirato questo post riconoscendo al cavaliere pregiudicato l'indubitabile ruolo di sommo leader dell'italianità.
Perchè così stanno le cose e i fatti gli danno ragione.





Sorrentino e Zalone. La strana coppia che salvò il cinema

All'apparenza distanti, hanno fatto tornare i conti sia artistici sia economici. Prendendo per i fondelli lo stesso mondo snob 


di Pedro Armocida. 5 Marzo 2014 quotidiano "Il Giornale"



http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sorrentino-e-zalone-strana-coppia-che-salv-cinema-998716.html

Titolo: La strana coppia che ha salvato il cinema italiano. Produzione: Medusa. Interpreti: Paolo Sorrentino e Checco Zalone. 
No, un film così non lo vedremo mai.

Sorrentino/Zalone hanno salvato quest'anno il cinema italiano, dandogli ossigeno e speranza, partendo da due mondi apparentemente opposti e lontani se leggiamo le loro opere con le normali categorie critiche, da una parte la qualità artistica di La grande bellezza che l'ha aiutato a vincere un Premio Oscar che non credevamo di ottenere ormai più (merito anche, e nessuno lo ha ricordato, della commissione dell'Anica che ha selezionato il film per l'Academy), dall'altra la grandezza popolare di Sole a catinelle con il più grosso e grasso incasso del cinema italiano, 52 milioni di euro che vale la pena scrivere bene come sugli assegni per rendersi conto di tutta la sua portata: «Cinquantaduemilioni». Ma è anche vero che tutte e due le opere scardinano, per la loro potenza intrinseca, qualsiasi categoria critica. Perché se un film complesso, ambizioso, sulla carta elitario, anche di lunga durata, come La grande bellezza ottiene al botteghino italiano, in attesa di conoscere non solo i dati di audience della messa in onda di ieri sera su Canale 5 ma anche dei futuri incassi del suo ritorno in sala, più di 7 milioni e 200 euro parliamo già di un fenomeno che è arrivato a larghe fette della popolazione italiana. Un successo che non sta solo nei numeri ma soprattutto sul fatto che, come capita a poche opere, La grande bellezza è una locuzione ormai entrata nell'uso comune e da lì è passata nell'immaginario collettivo che ne ha compreso taluni aspetti di rappresentazione barocca d'una certa italica miseria. Quella ben descritta dall'ormai famosa frase leitmotiv del film pronunciata dal protagonista Jep Gambardella/Toni Servillo: «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile».Anche se in realtà in parte è già stato realizzato. Perché sono stati questi due protagonisti a salvare la stagione cinematografica italiana facendo tornare, in una botta sola, tutti i conti, quelli artistici e quelli del box office. Una strana coppia, quella di Sorrentino/Zalone, che non ha niente in comune se non il dato di fatto della provenienza «terrunciella» e, soprattutto, della casa di produzione che ha contribuito alla loro affermazione, Medusa. A cui va dato atto, in un suo momento di forte ristrutturazione con minori investimenti sia nella produzione sia nella distribuzione (soprattutto sui titoli stranieri), di essere riuscita a conquistare una doppietta veramente invidiabile (e dall'altra parte Rai Cinema che produce tanti film nazionali ovviamente si morde le mani).
Che poi è in qualche modo anche il core business di Sole a catinelle, diretto da Gennaro Nunziante e prodotto insieme a Tao Due di Pietro Valsecchi, con la sua micidiale presa per i fondelli dello stesso milieu culturale e intellettuale. E lo fa in maniera anche più esplicita di Sorrentino che si diverte a stigmatizzare il vuoto dietro a certi artisti di avanguardia mentre il figlio di Zalone spiega le grandi stranezze della famiglia dei ricchi con un ragazzo dal mutismo selettivo con un «so' comunisti». Che è proprio lo spauracchio del barese Luca Pasquale Medici in arte Checco Zalone, classe 1977. Quando il suo Nicolò gli chiede: «Papà, e se il parroco ti confessasse che sono...», «Sei cosa?», «Sonooo... Omosessuale!», «Ah, che bello, pensavo comunista!».
Una sinistra ritratta in maniera terribile e definitiva anche da Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), grazie al contributo critico di chi di quel mondo conosce bene le derive radical schiccose, ossia lo sceneggiatore Umberto Contarello iscritto al Pci fino al 1982 e oggi renziano, ultima speme. Come nella sequenza nel lussuoso attico con piscina, aggiornamento della terrazza di Scola, dove Gambardella ricorda, svelandone l'intima ipocrisia, la vera biografia della scrittrice che poco prima aveva declamato lo stanco decalogo della perfetta madre e donna di sinistra, con il suo impeccabile impegno civile, la vicinanza al partito.... Nel volto dell'attrice Galatea Ranzi, come nel mondo tutto finta spiritualità e benessere di Zoe, la madre così politicamente corretta del film di Zalone, la pietra tombale d'una certa italica sinistra. Amen.

martedì 4 marzo 2014

La Grande Ipocrisia. Trionfano le larghe intese consociative spacciandole per prodotto Italia.



di Sergio Di Cori Modigliani

Avviso ai naviganti: post in contro-tendenza.


Ho aspettato un paio di giorni prima di manifestare la mia opinione perchè pensavo (e speravo) che i discorsi relativi all'oscar per "la Grande Bellezza", al di là della prevista e prevedibile pletora di applausi retorici, avrebbe fatto nascere subito un interessante dibattito sul cinema italiano, sulla sua totale disfatta, sul definitivo tramonto del nostro mercato multimediale, coinvolgendo diversi soggetti politici, intellettuali, produttori, autori.
E invece, è stato steso un velo di pesante censura, regalando al popolo beone (innocente in quanto completamente disinformato) la truffa del cosiddetto" prodotto Italia". 
Non è certo casuale che non sia stato speso (evento, di per sè, anomalo) neppure un rigo per sottolineare l'impegno produttivo, e che la squadra vincente abbia provveduto a mantenere un assoluto riserbo -al limite dell'imbarazzante ridicolo- sul management che ha orchestrato con successo la propria vittoria, destinandolo ad un immeritato silenzio. 
Basterebbe questo piccolo, fondamentale particolare, per fornire la prova del livello omertoso sia giornalistico che politico in voga nel nostro paese.
Perchè questo film non ha niente a che vedere con l'industria cinematografica e non soltanto non produrrà alcun effetto positivo per il rilancio del nostro cinema, anzi. Avrà (e lo sta già avendo) un effetto nefasto sia in termini esistenziali che economici, avvilendo la creatività italiana, umiliandola, deprimendo la qualità espressiva di autori indipendenti, e condannandoci a un aumento del totale asservimento alla produzione di più scarso livello del cinema statunitense.
Prepariamoci all'invasione di spazzatura hollywoodiana, roba di scarto buona per le colonie.
Quantomeno sui canali mediaset.

Questo film è il prodotto di un'operazione internazionale politica nostrana.
E come tale non rappresenta affatto il prodotto Italia.
Ben rappresenta, invece, il prodotto dell'italianità, il che, se permettete, è ben altro dire.
Per comprendere fino in fondo di che cosa si tratta, bisogna conoscere i meccanismi di questo tipo di business.
L'unica personalità politica che lo ha attaccato è stato Matteo Salvini, a nome della Lega Nord.
Tentativo penoso, oltre che squallido. Il leader leghista ha tentato di approfittare dell'occasione per far notare un proprio distinguo, dimostrando soltanto l'usuale doppiogiochismo della sua posizione, oppure (il che è molto peggio) una disinformazione totale sul prodotto.
Sei mesi prima che il film venisse distribuito, si sapeva già che avrebbe vinto, sospetto che questi fossero gli accordi.
Il film è stato prodotto da un importante rampollo della dinastia Letta, il cugino dell'ex premier.
Si chiama Giampaolo Letta, è uno dei quattro baroni del cinema italiano (lui è il più importante, non a caso è un altro dei nipotini) e contribuisce ad impedire che in Italia esista e si manifesti il libero mercato multimediale, per un capillare controllo partitico dittatoriale sull'industria cinematografica. E' l'amministratore delegato della Medusa film, il cui 100% delle azioni appartiene a Mediaset.
Il vero oscar, quindi (in Usa conta il produttore, essendo il padre del film) lo ha vinto Silvio Berlusconi, al quale va tutto il merito per aver condotto in porto questo business nostrano.
Ma nessuno in Italia lo ha detto.
E' un prodotto PDL-PD-Lega Nord tutti insieme appassionatamente. 
In teoria (ma soltanto in teoria) è stato prodotto da Nicola Giuliano e Francesca Cima ( di stretta marca burocratica di scuola veltroniana) per conto della Indigo Film. Su 9 milioni di euro di budget, il buon Berluska ne ha messi 6,5. E' stata buttata dentro anche la Lega Nord, che ha partecipato con la Banca Popolare di Vicenza (500 mila euro come favore amicale) e con la sponsorizzazione del Biscottificio Verona (in tutto il film non si vede neppure una volta qualcuno mangiare uno dei suoi biscotti) .
Grazie alla malleverie politiche, attraverso fondazioni di partito hanno ottenuto altri 2 milioni di euro incrociati: il PD se li è fatti dare grazie al solerte lavoro di relazioni europee attraverso il "programma Media Europa" (650 mila euro) mentre Renata Polverini ha partecipato alla produzione dando 500 mila euro per conto della Presidenza Regione Lazio attraverso il "fondo per il cinema e audiovisivi per il rilancio delle attività cinematografiche dei giovani" (soldi che ha dato a Giampaolo Letta, sulla carta lui sarebbe "il giovane" che andava aiutato). Nicola Giuliano ha messo su la squadra partitica. In teoria fa il produttore, ma fa anche il docente, il consulente.Ha la cattedra al corso di produzione della Scuola nazionale di cinema di Roma, ma allo stesso tempo ha anche la cattedra di docente di produzione cinematografica presso l'Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, oltre che docente di "low cost production" a San Antonio De los Banos nell'isola di Cuba e consulente per la Rai. E' un funzionario tuttofare che mette su pacchetti partitici, il che poco ha a che fare con il cinema, ma molto ha a che vedere con l'idea italiana di come si fa il cinema.
O meglio: molto ha a che fare con l'idea di come si uccide e si annienta una cinematografia, secondo me.

Secondo gli esaltatori di questo "prodotto Italia", il film vincente aprirebbe la strada a investimenti, stimolando i giovani autori e lanciando il nuovo cinema italiano; mentre, invece, l'unico risultato che otterrà sarà quello di far capire a tutti, come severo ammonimento, che "o prendete la tessera di Forza Italia/PD oppure non lavorate" chiarendo a chiunque intenda investire anche 1 euro nel cinema che bisogna però passare attraverso la griglia dell'italianità partitica, il che metterà in fuga chi di cinema si occupa e attirerà invece squali di diversa natura il cui unico obiettivo consiste nel fare affari lucrosi in Italia con Berlusconi e il PD, in tutt'altri lidi. 
I giovani autori, i cineasti italiani in erba, le giovani produzioni speranzose, il cinema indipendente, ricevono da questo premio un danno colossale perché il segnale che viene dato loro è quella della contundente italianità, quella della Grande Ipocrisia, la vera cifra di questo paese che si rifiuta di aprire il mercato ai meritevoli, ai competenti, a quelli senza tessera.
Il film ha vinto esattamente nello stesso modo in cui aveva vinto "Nuovo cinema Paradiso" nel 1990.
Due parole tecniche per spiegarvi come funziona il meccanismo di votazione dell'oscar.
Per votare bisogna essere iscritti al MPAA (Motion Pictures Academy of Art) e bisogna essere sindacalizzati; dal 1960 vale anche il principio per cui chi è disoccupato non vota, nel senso che bisogna dimostrare con documenti alla mano che "si sta lavorando" da almeno gli ultimi 24 mesi ininterrottamente, garantendosi in tal modo il voto di chi sta veramente dentro al mercato. Perchè per gli americani l'unica cosa che conta per davvero è il mercato, per questo Woody Allen (autore indipendente) detesta Hollywood e non ci va mai, la considera una truffa. I votanti sono all'incirca 6.000 e sono presenti tutte le categorie dei lavoratori (si chiamano industry workers): produttori, registi, sceneggiatori, direttori di fotografia, macchinisti, tecnici del suono, delle luci, scenografi, sarti, guardarobiere, guardie di sicurezza, perfino i gestori degli appalti per gestire i catering sul set, ecc. Ogni voto vale uno, il che vuol dire che il voto di Steven Spielberg vale quanto quello di un ragazzino il cui lavoro consiste nel tenere l'asta del microfono in direzione della bocca del divo di turno nel corso delle riprese, purché lo faccia da almeno due anni e paghi i contributi. Quando si avvicina il giorno della votazione scattano i cosiddetti "pacchetti" e a Los Angeles la lotta è furibonda e comincia la caccia già verso i primi di novembre, con i responsabili marketing degli "studios" (sarebbero le grandi majors) che minacciano, ricattano, assumono, licenziano, per convincere chi ha bisogno di lavorare a votare per chi dicono loro, è inevitabile pensarlo. Per ciò che riguarda i film stranieri la procedura è la stessa ma su un altro binario: vale il cosiddetto "principio Hoover" lanciato dal capo del FBI alla fine degli anni'50: vince la nazione che più di ogni altra in assoluto farà fare affari alle sei grosse produzioni che contano, acquistando i suoi prodotti. E' il motivo per cui l'Italia è la nazione al mondo che ha collezionato più oscar di tutti (la più serva e deferente) e la Russia e il Giappone quelle che ne hanno presi di meno. Quando l'Italia, per motivi politici (o di affari) ha bisogno dell'oscar, allora costruisce un poderoso business (per la serie: vi compro questi quattro telefilm che nessuno al mondo vuole e ve li pago tre volte il suo valore) e lo va a proporre a società di intermediazione di Los Angeles collegate ai due sindacati più potenti californiani, da 40 anni gestiti da famiglie calabresi e siciliane, quelli che danno lavoro alla manovalanza tecnica e gestiscono i pacchetti, dato che controllano il 65% dei voti complessivi. Per i film stranieri bisogna avere un forte "endorsement", ovvero un sostegno di persona nota nell'industria che garantisce a nome dei sindacati, come è avvenuto quest'anno con Martin Scorsese.
Nel 1989 accadde la stessa cosa: Berlusconi doveva entrare nel mercato americano per mettere su un gigantesco business (quello per il quale è stato definitivamente condannato dalla Cassazione, il cosiddetto "processo media-trade"); doveva entrare a Hollywood dalla porta principale con la Pentafilm. Ma non c'erano film italiani che valessero, era già piombata la mannaia dei partiti, tanto è vero che perfino il compianto Fellini girava a vuoto da un produttore all'altro ed era disoccupato, motivo per cui finì per ammalarsi. Alla fine, l'abile Berlusconi riuscì a convincere il più intelligente e bravo produttore di quei tempi (che se la passava maluccio) Franco Cristaldi, a dargli un prodotto perché lui doveva vincere comunque. Cristaldi  non sapeva che cosa fare perchè non poteva fare delle figuracce con gli americani che conoscono il buon cinema e non è facile ingannarli, ma si fece venire in mente un'idea geniale. Aveva fatto una marchetta con Raitre e aveva prodotto un film "Nuovo Cinema Paradiso" che era stato un flop clamoroso, sia alla tivvù, con indici di ascolto minimi, che al cinema, dove era uscito e dopo dieci giorni era stato ritirato per mancanza di pubblico. Il film durava 155 minuti ed era, francamente inguardabile, di una noia mortale. Senza dire nulla al regista, Cristaldi ci lavorò da solo -letteralmente- per tre mesi. Rimontò totalmente il film, tagliò e buttò via 72 minuti e usando dei filtri cambiò anche le luci, riuscendo anche a modificare dei dialoghi. Lo fece uscire in Usa dove ottenne un buon successo di critica, sufficiente per passare. Berlusconi fu contento ma non gli diede ciò che era stato pattuito. Il giorno in cui Tornatore prese l'oscar, nel 1990, accadde un fatto inaudito per la comunità hollywoodiana. La statuetta venne data al regista e all'improvviso Franco Cristaldi fece un salto sul palco, si avvicinò, strappò di mano la statuetta a Tornatore, prese il microfono in mano e disse "questo oscar è mio, questo premio l'ho vinto io, questo è il mio film, questo è un film del produttore". Fu l'inizio della fine della sua carriera in Italia, perchè il giorno dopo l'intera critica statunitense (in Italia non venne mai fatta neppure menzione degli eventi) lo volle intervistare e lui raccontò come i partiti stessero distruggendo quella che un tempo era stata una delle più importanti industrie cinematografiche del mondo. Lo scaricarono tutti in Italia e finì per lavorare all'estero. Di lì a qualche anno morì. Fu in quell'occasione che Tornatore, in una intervista, spiegò come si faceva il regista in Italia: "Bisogna occuparsi di politica, quella è la strada. Io mi sono iscritto al PCI e poi sono riuscito a farmi eleggere alle elezioni comunali in un piccolo paesino della Calabria dove sono diventato assessore. Mi davano da firmare delle carte e io firmavo senza neppure leggerle, dovevo fare soltanto quello. Dopo un po' di tempo mi hanno detto che potevo anche dimettermi e andare a Roma a fare i film". Aveva ragione lui: in Italia funziona così.
24 anni dopo è la stessa cosa, con l'aggravante del tempo trascorso.

"La Grande Bellezza" appartiene a questo filone dell'italianità e il solo fatto di accostarlo a Fellini o a De Sica è un insulto all'intelligenza collettiva della nazione.
E' la cartolina di un piccolo-borghese costruita (a tavolino) per venire incontro agli stereotipi degli americani votanti, attraverso un'operazione intellettualistica che non regala emozioni, ma soltanto suggestioni di provenienza pubblicitaria marketing negativa. In maniera ingegnosa e diabolicamente perversa propone delle maschere, in un paese dove la verità artistica deve passare, secondo me, nella necessità dello smascheramento. Questo è quello che penso da tempo.
E' la quintessenza del paradosso italiano trasformato nel consueto ossimoro: un brutto film che si pone e si qualifica come la Grande Bellezza; proprio come Mario Monti che lanciò il decreto "salva Italia" che ha affondato il paese e Letta (Enrico) che lanciò il "governo del fare" licenziato dopo pochi mesi perchè non è riuscito a fare nulla.
Il film, che ho trovato noioso e privo di spessore, è un prodotto subliminare, promosso dai partiti politici italiani al governo. Il film doveva uscire a settembre del 2013, ma hanno anticipato l'uscita a giugno perchè, secondo me, era il momento in cui era assolutamente necessario usare ogni mezzo per poter azzannare l'opposizione. Il 7 giugno del 2013, Servillo e Sorrentino, vengono invitati da Lilly Gruber nella sua trasmissione "8 e 1/2" per l'emittente La7. L'intervista dura 32 minuti. I primi 20 minuti sono noiosi e si parla del film che, si capisce da come andava l'intervista, nessuno avrebbe mai visto. Dal 21esimo minuto in poi, avviene la svolta, fino alla fine. L'attore e il regista, ben imboccati dalla Gruber, si lanciano in un attacco politico personale contro Beppe Grillo e il M5s. Un fatto che non aveva alcun senso, dato che si trattava di un film che nulla -per nessun motivo- aveva a che fare con la vita politica italiana e con il dibattito in corso. Servillo fu durissimo nel sostenere a un certo punto che "mi faccio dei nemici ma me li faccio volentieri" spiegando ai telespettatori (che pensavano di ascoltare un attore che parlava di cinema) come "Grillo ripropone un'immagine di leader vecchio che passa da Masaniello a Berlusconi" -cioè il suo produttore- "e usa un linguaggio violento....". Sorrentino gli andò dietro e insieme, per dei motivi incomprensibili a chiunque si occupi di cinema in qualunque parte del mondo (tranne che in Italia) spiegavano che il M5s "è un movimento che vuole togliere la sovranità al parlamento". http://www.youtube.com/watch?v=D2LfyVks6F4
Ieri sera, la Gruber, sempre attenta a rispettare i codici della rappresentanza che conta, ha dedicato un'altra intervista al film, ma in questo caso ha invitato Walter Veltroni. 
Forse c'è stato qualche telespettatore che si sarà chiesto "ma che cosa c'entra con questo film?".

Appunto.




lunedì 3 marzo 2014

Crimea: questo conosciuto. Come ci tocca da vicino la crisi ucraina?



di Sergio Di Cori Modigliani

Post nazionalista di geo-politica.

L'immagine di questo buffo signore qui ritratto in un disegno dell'epoca -siamo a metà dell'800- con i baffi all'insù e uno sguardo intenso, appartiene alla storia del nostro paese e alla genesi della fondazione del Regno d'Italia.
Nei libri di Storia Militare d'Europa, pubblicati nelle diverse lingue della Ue, il suo nome è stato identificato da tutti gli storici come il più importante generale che l'Italia abbia avuto negli ultimi duecento anni. Chiunque abbia ottenuto un diploma di media inferiore e mantenga un pizzico di memoria scolastica, in questi giorni deve essere stato punto da un vago e antico ricordo del suo nome e della Crimea, associato magari a qualche interrogazione a scuola.
Perchè la Crimea, a pieno titolo, appartiene alla Storia d'Italia.
Fu così nel corso del Risorgimento, 150 anni fa.
Ma lo è ancora adesso.
Tanto è vero che è costato il posto, la carriera, e la sua ambizione, a Enrico Letta (a sua insaputa, si intende: oggi funziona così).

La persona ritratta nell'immagine in bacheca si chiama Alfonso la Marmora, settimo di undici figli di una importante famiglia piemontese, composta per lo più da massoni sedotti dalla passione civica, dallo studio della scienza, dall'astrologia, dall'alchimia, e dalla pratica militare. Suo fratello, Alessandro, (cresciuto nel mito di Napoleone) ha inventato il corpo dei bersaglieri. Nell'estate del 1855, il generale La Marmora comanda un nutrito corpo d'armata italiano che sbarca in Crimea e partecipa all'assedio di Sebastopoli vincendo la fondamentale battaglia della Cernaia, dove gli italiani (una volta tanto) si distinguono per abilità e coraggio.
Fu il capolavoro politico di Cavour, che aprì la strada definitiva al successo del Risorgimento.
Nel 1853, lo zar russo Nicola I aveva invaso due principati (autonomi e indipendenti) che da 150 anni svolgevano un ruolo di cuscinetto diplomatico, incastrati in una zona strategica dell'Europa orientale, assediati da imperi aggressivi: a occidente l'impero austro.ungarico, a nord l'impero russo, a sud l'impero ottomanno. I due principati -la Moldavia e la Valacchia- erano riusciti a mantenere buoni rapporti con tutti diventando, allora, ciò che oggi è Montecarlo. Facevano affari con tutti, gestivano i traffici finanziari tra Europa e Asia, e attiravano i ricchi borghesi e aristocratici dell'epoca che affluivano in quella zona frequentando i casinò, i numerosi teatri, le zone termali, e la miriade di piccoli centri commerciali dove si commerciavano titoli di stato delle nazioni europee al mercato secondario, esattamente come accade oggi. 
Per non parlare del fatto che i due principati erano pieni di miniere di carbone e di oro.
Quando i russi invasero i due principati, l'Europa occidentale (as usual) rimase a guardare. Non così i turchi, che subito dopo dichiararono guerra alla Russia per contrastare il tentativo da parte dello zar di controllare una zona strategica sia per i flussi finanziari che per il controllo delle risorse minerarie energetiche dell'epoca. Dopo due anni di abortiti tentativi diplomatici, la Gran Bretagna e la Francia decisero di appoggiare l'impero ottomanno e scesero in campo a fianco della Turchia. 
Cavour capì (ed ebbe ragione) che si trattava di un'occasione da non perdere.
Firmò subito un'alleanza militare con gli anglo-francesi a nome del Regno di Piemonte e Sardegna e inviò i propri migliori reparti militari specializzati, per l'appunto il corpo di spedizione sotto il comando del generale Alfonso La Marmora, che contribuì alla sconfitta dello zar.
Quando, nel settembre del 1855, si aprì il congresso di Parigi, Cavour presentò il conto alle grandi potenze europee, ottenendo in cambio l'alleanza con l'Inghilterra in funzione anti-austriaca, sostituendosi come interlocutore allo stato pontificio, e aprendo con la Francia il contenzioso vincente che portò, qualche anno dopo, Napoleone III ad abbandonare la città di Roma allora presidiata dall'esercito francese, evento che aprì la strada verso Porta Pia. 
Nel 1859, La Marmora sconfigge gli austriaci e appoggiato dagli anglo-francesi si presenta nel 1860 a Berlino (non più da generale, ma da politico, essendo diventato nel frattempo presidente del consiglio del Regno di Piemonte) e riesce ad ottenere, in una furibonda trattativa vincente durata ben due settimane, l'assenso per la costituzione del Regno d'Italia, in funzione anti-austroungarica e anti-russa.
Leggendo i libri degli storici russi è molto divertente notare come attribuiscano a Cavour la totale responsabilità politica della sconfitta militare in Crimea, che cambiò completamente l'assetto europeo e consentì agli italiani di portare avanti la propria battaglia per la costruzione di uno stato nazionale autonomo. (che poi, noi italiani, non siamo stati in grado nè di costruirlo, nè di salvaguardarlo, nè di difenderlo, è responsabilità nostra e di nessun altro).

160 anni dopo, siamo in una situazione che ha delle forti similitudini con quella.
Con l' aggravante -per l'Italia- che non si vede all'orizzonte nessun Cavour.

Per l'ennesima volta, il nostro Paese ha perso una buona occasione per aumentare le proprie possibilità di raggiungere quello che avrebbe dovuto essere il primo obiettivo del governo: rafforzare la propria salda posizione politica in campo internazionale per poter andare a Bruxelles a rinegoziare i trattati, con la consegna di ammorbidire i tedeschi avvalendosi del conforto di un'alleanza con gli anglo-francesi, ben visto dagli americani, dato che la "vera guerra in corso" è quella tra Usa e Germania. Anche qui as usual, niente di nuovo.

Invece, ci siamo messi da soli nella bocca del leone.
Basterebbe questo tragico e allarmante dettaglio per comprendere quale immane catastrofe -dal punto di vista politico-economico- rappresenti per il nostro paese l'esistenza del conflitto di interessi. La solida (purtroppo inossidabile) presenza di Berlusconi nella gestione degli affari di stato della Repubblica Italiana ha creato una intricata situazione che pone l'Italia, in questo momento, perdurando la grave crisi della Crimea, nella condizione di dover subire decisioni altrui, di prendere ordini dal più forte stando zitti, e di non avere la benchè minima opportunità di poter partecipare in sede diplomatica (neanche in misura tangenziale) alle convulse trattative di queste ore. La nostra posizione, infatti, è stata compromessa da Letta, e resa ancora più vicaria e sottomessa dal nuovo premier che guida il governo della bicamerale Berlusconi-D'Alema, i veri spin doctors della situazione.
Letta ha pagato duramente il suo servilismo a Berlusconi. Peggio per lui (purtroppo anche per noi) che ha dato retta allo zio, avrebbe potuto pensare agli interessi della nazione invece che occuparsi di questioni familiari. Vladimir Putin (non è una novità per nessuno) è il miglior alleato, amico e socio in affari di Silvio Berlusconi dal lontano 1982, quando Walter Veltroni, inviato in missione diplomatica a Mosca dal PCI, presenta Silvio Berlusconi ai funzionari del KGB che lo accolgono a braccia aperte affidandone la gestione alle cure di Putin, l'uomo che si occupava del "desk Italy". In quelì'occasione Berlusconi strappa il suo più importante contratto mai firmato, quello che gli spiana definitivamente la strada: la Fininvest diventa la società di gestione pubblicitaria (esclusiva mondiale) di tutto il sistema multimediale europeo dell'Urss (tutto ciò è stato raccontato con dovizia di dettagliati particolari e informazioni da Michele De Lucia -ex tesoriere del partito Radicale- acuto, informato e libero pensatore tra i giornalisti e politici italiani, che nel 2008 ha pubblicato un esplosivo libro dal titolo "Il Baratto" pubblicato dalle edizioni Kaos dove racconta la genesi, la formazione e la costruzione dell'asse di ferro in affari tra la famiglia Berlusconi e la famiglia Veltroni: leggere per credere; libro mai contestato, mai sbugiardato, mai querelato, mai denunciato, non a caso mai propagandato nè mai diffuso con l'ampiezza che avrebbe meritato). 
Enrico Letta si è licenziato da solo a gennaio di quest'anno. Ancora non si capacita.
Non penso affatto che Matteo Renzi sia un abile stratega e tanto meno penso che sia una persona dotata di una visione ad ampio raggio: lui non ha licenziato Letta, ed è un errore pensarlo. Ritengo il nostro premier un solido piccolo-borghese con la consueta miopia dei provinciali ignorantelli, dotato di una strabordante dose di abilità mista a cinico opportunismo, tutto qui. Ha colto la palla al balzo che Letta gli ha offerto e lo ha sistemato per le feste.
Enrico Letta ha presumibilmente seguito, in maniera pedissequa (a mio avviso non sapeva ciò che stava facendo) l'astuto consiglio dello zio che lo ha spinto a rompere l'asse franco/anglo/tedesco, consigliandolo caldamente di andare a Sochi, per chiarire al mondo che l'Italia era fedele alleato di Putin. Lui ci è andato tutto contento facendosi intervistare in tuta sportiva.
Questo evento -solo in apparenza marginale- ha drammaticamente accelerato la crisi di rapporti tra Unione Europea e Russia perchè ha messo l'Italia in una posizione di severo conflitto con la Merkel, Cameron e Hollande: ci ha condannato all'isolamento in Europa. 
E' stata una abilissima vittoria dell'asse Berlusconi/D'Alema/Veltroni.  
E lì, si è inserito Matteo Renzi con il ghe pensi mi in salsa fiorentina da sborone, garantendo i poteri forti che lui avrebbe costituito immediatamente un governo in grado di garantire una forte coesione europeista unitaria per far fronte alla situazione. Non appena eletto, si è messo al lavoro, ma la situazione è andata dalla parte opposta. A mio avviso -è la mia profonda opinione personale- è stato abilmente rottamato dai vecchi marpioni Berlusconi/D'Alema/Veltroni con l'assenso di Napolitano, dando vita al governo più ipocrita in assoluto che l'Italia abbia mai avuto. Hanno eliminato la Bonino, l'unica presenza laica e l'unica personalità politica che di sicuro (in questo momento difficile) godeva di ascolto e rispetto all'interno della comunità europea; hanno formato un governo che in politica estera seguirà ed eseguirà gli ordini ferrei di Berlusconi e D'Alema (gli uomini e le donne alla difesa, agli esteri, all'economia, al commercio con l'estero, alla giustizia, sono tutte loro persone fidate) e hanno messo in piedi la finzione mediatica della rottamazione della vecchia guardia politica ad uso e consumo di palati dal gusto povero e di beoni ubriacati dalla televisione e dalla cupola mediatica. Quindi, siamo di nuovo nei guai e possiamo scordarci i cosiddetti investitori internazionali: l'Italia è stata identificata subito come nazione doppiogiochista, inaffidabile e inattendibile, in questo momento situazionata al di fuori della strategia europea: 
in Francia, Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Germania, in questi giorni -proprio in virtù della crisi di Crimea- si sta sviluppando un attento e vorticoso dibattito sulla necessità di accelerare un vasto programma di investimenti sulle nuove fonti di energia, quelle rinnovabili e bio-sostenibili, e sulla necessità al più presto di sottrarsi al ricatto energetico legato alla vecchia concezione del fossile.
E' il secondo atto della nuova guerra fredda che pone sul piatto della bilancia uno dei grossi e fondamentali problemi geo-politici sui quali andare a combattere la battaglia elettorale europea: la formazione, gestione e controllo delle fonti di energia.
E' una variante della guerra in Iraq, in salsa europea.
Non è un caso che, mentre le borse crollano in tutto il mondo, schizzano in alto le quotazioni di petrolio e tutti i suoi derivati.
Personalmente ritengo che non ci sarà nessuna guerra, ma si tratta piuttosto di una guerra psicologica gestita per commercializzare le autostrade del gas e poter quindi dimostrare che siamo obbligati a vivere di petrolio e carbone altrimenti c'è la guerra mondiale.
L'Italia sta già operando nella maniera peggiore, dato che ha un governo composto esclusivamente da personalità di sostegno dei petrolieri, della lobby del carbone e del nucleare. 
La battaglia ambientalista, la bandiera verde, la lotta per un nuovo e più evoluto meccanismo di produzione di fonti di energia nazionale, in questo momento, a mio avviso, diventa il modo più intelligente, pragmatico, e chiaro, di situazionarsi dentro questa battaglia tra Putin e la Ue.
Ed è quello che io intendo fare.
Cadere nella trappola ideologica dei pro-Putin o contro-Putin, dei filo-americani o degli anti-americani è un errore strategico per ogni europeo che abbia a cuore il proprio futuro.
E' una occasione da non perdere per uscire anche dai luoghi comuni, piatti, sloganistici, pregni di parole d'ordine ormai logore e logorate -quindi prive di Senso- del tipo "sì all'Europa dei popoli no all'Europa delle banche", espressioni che non vogliono dire nulla, che non interpretano nessun interesse, non rappresentano nessuna esigenza reale se non quella di veicolare in maniera demagogica una protesta rabbiosamente inutile.
L'alternativa da costruire è basata sull'affermazione di una diversa interpretazione del mondo che ruoti intorno all'accelerazione di immediati investimenti per poter avviare la ripresa dell'Europa in campo economico, sociale, e psicologico, costruendo un nuovo tessuto di produzione autoctona di fonti di energia pulita sia in campo ambientale che agricolo.
E' necessario un salto culturale.
Dire no alla guerra, diventa una frase sterile che non vuol dire nulla.
L'unica vera guerra che esiste per davvero e va combattuta è quella contro la povertà.
Di tutti noi.
E il petrolio, il carbone, i derivati finanziari costruiti dai cartelli dei fondi su queste fonti sono le vere e profonde cause dell'attuale dissesto e dell'impoverimento esistenziale di tutti noi.
Dobbiamo pretendere un'Europa pulita.
In tutti i sensi.
A cominciare dall'aria che respiriamo, dalla frutta e dalla verdura che mangiamo, dai campi che concimiamo, dall'energia che consumiamo.
Per poter ottenere questo risultato abbiamo bisogno della pulizia etica, e non di quella etnica.
Perchè i grossi affaristi, i finanzieri d'assalto, gli squali parassiti, si nascondono dietro il carbone, il petrolio, la malsana gestione dei rifiuti. Non a caso, è proprio questo il luogo privilegiato di raccordo e sintesi dove finanza, governi e criminalità organizzata si incontrano per produrre business.
Sulla pelle dei cittadini.
In questo caso, detto letteralmente.


sabato 1 marzo 2014

La schiavitù dell'informazione e la spirale del silenzio.




di Sergio Di Cori Modigliani

Tre anni fa, alla venerabile età di 95 anni, si è spenta una delle più potenti intellettuali europee, Elisabeth Noelle-Neumann. Considerata dagli addetti ai lavori la mamma della filosofia dei mass media, negli anni'60, quando insegnava all'Università di Magonza (Germania), chiese -e ottenne- il riconoscimento per una nuova disciplina da lei teorizzata e fondata, " la Scienza della comunicazione di massa". Grande e libera pensatrice, è stata anche la fondatrice del promo istituto di ricerche demoscopiche al mondo, il Demoskopie Allensbach nel 1947, che allora si occupava di comprendere la modalità di gestione del lutto nella Germania post-nazista. 
Nel 1970 pubblicò il suo libro teorico più importante "La spirale del silenzio", considerato un caposaldo insostituibile per chiunque voglia avvicinarsi allo studio della manipolazione dei sistemi di informazione con un approccio sociologico. In Italia il libro non venne nè tradotto nè studiato nè diffuso, perchè a quei tempi il nostro paese era stretto nella trappola intellettuale dello scontro tra cattolici e marxisti e qualunque altra strada o lettura (soprattutto se aperta, laica e libertaria) veniva bandita e censurata. Divenne, invece, un mito vivente in California, accolta già nel 1964 come la più importante intellettuale europea e venne accolta a braccia aperte all'università di Berkeley nel 1968 dove contribuì a far nascere la più importante scuola di sociologia politica nel continente americano, da sempre spina nel fianco per i conservatori repubblicani. (epica la celebre battuta di Richard Nixon: "basterebbe buttare una bomba atomica sull'università di Berkeley per vincere la guerra fredda e risparmiarci così tanti fastidi".

La teoria della Noelle-Neumann è strutturata intorno alla tesi del meccanismo di persuasione che la televisione opera, a livello subliminale, nella mente degli spettatori, facendo scattare un meccanismo di manipolazione psicologico che poi da lì si diffonde nell'intera società civile. Spiega come una persona singola "normale" sia disincentivata dall'esprimere apertamente e riconoscere a se stessa una opinione individuale e soggettiva se la percepisce come contraria alla opinione della maggioranza, nel timore sociale e psicologico di essere oggetto di riprovazione e isolamento da parte della presunta maggioranza. Questo meccanismo indotto dal mezzo spinge la persona a chiudersi in un inconscio silenzio che fa aumentare quindi la percezione collettiva di una diversa opinione della maggioranza, aumentando, di conseguenza, in un processo dinamico, il silenzio di chi si crede minoranza, provocando un effetto a spirale".
E' appunto la spirale del silenzio.
Questo fenomeno, secondo Noelle-Neumann, produce un istintivo meccanismo reattivo di ripulsa da parte del lettore di quotidiani (e del telespettatore) che teme di essere condannato a un perenne isolamento, emarginato e spinto ai bordi dello scambio sociale umano. 
Il continuo flusso di notizie e informazioni da parte dei mass media causa una inevitabile incapacità nell'utente fruitore di riuscire a operare una selezione e quindi comprendere i processi sia di percezione che di influenza dei media. E' il timore dell'isolamento sociale che produce la spirale del silenzio. Chi controlla il potere dell'informazione produce paura nell'utente, la paura più antica e profonda nell'essere umano: la paura della solitudine, la paura di essere solo al mondo. Per non rimanere isolata, quindi, la persona/cittadino, anche nel caso abbia, istintivamente, una idea diversa rispetto a quella della massa -o della moda corrente in quel momento- non la mostra e cerca di conformarsi con il resto dell'opinione generale, per evitare di sentirsi sola.
L'enorme rumore dei mass media -sostiene la pensatrice tedesca- ha come unico e dichiarato obiettivo quello di produrre "silenzio interiore per paura della solitudine" e questo meccanismo blocca, automaticamente (come è stato nei decenni seguenti dimostrato e provato scientificamente dalla neurofisiologia e dalla psicolinguistica) la produzione sinaptica relativa alla formulazione di un pensiero libero, autonomo, indipendente. Perchè produrre libero pensiero automaticamente provoca ansia, essendo legato alla paura della solitudine.
Il suo testo è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 2002, dalla "Meltemi editore" ma nel nostro paese non ha mai fatto presa nè prodotto alcuna forma di dibattito.
La Noelle Neumann ha generato però dei figli anche da noi.
Uno dei rari casi di figli suoi italiani (per non dire, forse, l'unico) ritengo che sia Carlo Freccero, studioso delle comunicazioni di massa, già direttore editoriale di Rai4 e docente all'università.
Non è quindi casuale che la lettura della realtà italiana di Freccero sia l'unica, in assoluto, tra i suoi colleghi e gli esperti di televisione, in netta controtendenza rispetto alla piatta norma collettiva italiana che ha imposto la codificazione del pensiero unico attuale.

Qui di seguito ripropongo a miei lettori un brano tratto da una conferenza che Carlo Freccero ha tenuto presso il Club del Libro della città di Torino il 14 Febbraio del 2014 e che riguarda tutti noi. E' stato ripreso soltanto dal sito no-tav "controsservatorio valsusa" e da "Libre idee".

Questo blog lo rilancia mettendolo a disposizione dei miei lettori.
Buona lettura e buon week end a tutti.

 http://www.libreidee.org/2014/02/freccero-perche-i-giornalisti-non-tollerano-chi-protesta/


Freccero: perché i giornalisti non tollerano chi protesta

La Tav viene presentata dalla stampa come un problema di ordine pubblico, di devianza e addirittura di terrorismo. La domanda da porsi sarebbe: perché la Tav entra in agenda solo come un problema di ordine pubblico? E ancora: perché la stampa ha perso il suo ruolo storico di strumento critico – pensate a tutti quei film che hanno immortalato attraverso l’immaginario hollywoodiano la stampa come controsistema – per diventare oggi completamente asservita al potere dominante? La risposta che si da solitamente è che la stampa è alla dipendenza della casta politica e ne segue i diktat. Bene, non solo. Meglio: il giornalismo rappresenta a sua volta una casta: c’è una casta che muove in qualche modo le fila come un burattinaio, le fila che muovono l’opinione pubblica sono i giornalisti asserviti al potere. E se il problema fosse più complesso? Se anziché essere persuasori occulti i giornalisti fossero in buona fede persuasi (sottolineo persuasi) dal pensiero unico?
Preso atto che naturalmente l’agenda dei media influenza l’opinione pubblica, la domanda da porsi è: in base a quali principi si costruisce questa agenda, Un No-Tav protesta con la poliziaquali sono gli elementi che hanno indotto la stampa a cambiare radicalmente la sua funzione da giornalismo d’inchiesta e critica sociale a difesa del consenso? Queste sono le domande da porsi. Bene. La cosa più interessante è che pensiamo alla parola “dissenso”. E qui iniziamo un ragionamento. Negli anni delle lotte per i diritti civili, la parola dissenso era sinonimo didemocrazia. Oggi invece è piuttosto sinonimo di: devianza, delinquenza, terrorismo. Il movimento No Tav esprime il dissenso delle popolazioni coinvolte rispetto al progetto approvato a livello centrale: pertanto è un caso di “insubordinazione”, è fuori dalla maggioranza. Ritengo che il caso No Tav non sia un caso singolo, ma un format, che si replica in tutti i casi di minoranze che si oppongono all’ordine del discorso quantitativo della nostra epoca.
Noi viviamo attualmente le contraddizioni di vivere con una Costituzione formalmente basata sul principio illuministico di difesa delle minoranze ma cerchiamo di applicarla in modo contrario (è questo il tema della discussione politica di oggi) affinché la maggioranza possa esercitare quella che è di fatto una dittatura. Per vedere come questo format si può estendere prendiamo il caso del Parlamento. La dialettica parlamentare nasce per permettere anche alle minoranze di esporre le proprie idee e partecipare alla costruzione della legge. Piglio l’esempio della Boldrini: intervistata da Fabio Fazio sul decreto Imu-Bankitalia (scandaloso) la Boldrini ha giustificato la “ghigliottina” dicendo che era suo dovere, in veste di presidente della Camera, troncare il Militanti No-Tavdibattito parlamentare per permettere alla maggioranza (sottolineo “permettere alla maggioranza”) di governo di legiferare. Interessante.
Dunque il Parlamento va esautorato, le leggi sono un prodotto dell’esecutivo in quanto appoggiato dalla maggioranza, e le minoranze sono di per sé qualcosa di illegale, che dev’essere in qualche modo ricondotto al volere dei più. Ecco questo format che si ripete anche nella situazione della Boldrini. Io, guardate, è dagli anni ’80 che mi occupo di maggioranza e sono stato forse il primo a segnalare in qualche modo, partendo dall’analisi dell’audience televisiva, come l’uso continuo del sondaggio avesse a poco a poco sostituito a livello sociale la ricerca del sapere foucoltiano o della verità in generale. E se tutte le scelte – anche politiche e morali – avvengono su base quantitativa, non è più possibile esprimere dissenso, è chiaro. Abolito il concetto di verità da parte del pensiero debole (altra cosa molto importante) non esiste più alcun elemento valido per opporsi ai valori della maggioranza.
Ecco che a tutto ciò si è poi aggiunto in qualche modo, dopo l’11 Settembre, un clima – come posso dire – diguerra permanente, che giustifica in qualche modo un permanente stato di eccezione. Ecco, questa qua è l’altra cosa fondamentale, e sottolineo “stato di eccezione” che a sua volta giustifica il superamento di qualsiasi garanzia democratica. Ricordo un programma di Santoro, “Servizio Pubblico”, che mesi fa ha intervistato due No-Tav come “terroriste” in quanto così presentate dalla stampa e dalla forza pubblica. Erano due ragazze giovanissime, simpatiche, belle, tranquille. Ma questo cosa vuol dire: che oggi che il semplice dissenso è sinonimo di terrorismo. Questa è una cosa che sta passando tranquillamente: chi si difende perché aggredito, anche se vede in parte riconosciute le sue ragioni, viene comunque presentato come dalla parte del torto perché (orrore!) ha operato in modo violento opponendosi all’ordine della maggioranza. La violenza è tollerata solo nel senso della forza pubblica.
Altro elemento fondamentale: dopo l’11 Settembre, in America, sono state sdoganate la tortura, Guantanamo e tutte le forme di guerra. Apro questo inciso perché un altro elemento che ha lavorato nel nostro inconscio, quella violenza che genera orrore e in qualche modo raccapriccio se messa in opera da parte dissenziente, viene vissuta come buona e giusta qualora sia un’emanazione delpotere costituito. In “24”, la serie americana, Jack Bauer combatte il terrorismo con la violenza e la tortura, e scene di punizione corporale. Bene, in Italia la polizia (già col G8 si era entrati in uno stato di eccezione che ricordo molto bene, e prima ancora che a Genova anche a Napoli) può picchiare, usare lacrimogeni pur di contenere comunque ogni e qualsiasi forma di dissenso, anche il più pacifico ed innocuo. E’ il dissenso in sé ad essere considerato criminale perché rallenta il raggiungimento degli obiettivi della maggioranza. E il pensiero critico, che è stato il mito della mia giovinezza, della nostra generazione, appare ormai come elemento di disturbo. In vent’anni di berlusconismo, la scuola è diventata una fabbrica per replicare il pensiero unico. Solo un valore ottiene riconoscimento: l’obbedienza al conformismo vigente. E questo vale in particolare per il giornalismo.

(Carlo Freccero, “No Tav e media”, estratti dell’intervento pronunciato il 18 febbraio 2014 al Circolo dei Lettori di Torino, ripreso dal sito No-Tav “Controsservatorio Valsusa”).

venerdì 28 febbraio 2014

Un fiorentino doc scaglia un macigno sul tavolo di Matteo Renzi: ne vedremo delle belle. Alessio Villarosa: "Il destino li ha puniti"


di Sergio Di Cori Modigliani

Ecco a che cosa serve l'Europa, se ci sono persone oneste e competenti che sanno come farla funzionare e lo vogliono fare.

Arriva da Bruxelles un poderoso macigno per il governo Renzi, gigantesco.
A lanciare il sasso è un fiorentino doc, di pasta diversa da quella del premier.
Si chiama Niccolò Rinaldi, e nella capitale toscana c'è nato (1952) e cresciuto.
Si è sempre occupato di solidarietà, volontariato, fin da giovanissimo, laureandosi in Scienze Politiche nel lontano 1975 con una tesi sul commercio povero di strada a Dakar, in Senegal, e sulle forme alternative di commercio sia in Africa che in Sud America per contrastare l'avanzata territoriale delle multinazionali. Inizia a lavorare come consulente dell'Onu e per venti anni si occupa di questioni relative ai diritti civili delle popolazioni più disastrate del pianeta. Agli inizi del millennio, insieme ad altri quattro amici, fonda a Firenze la cooperativa di commercio equo-solidale (collegata a piccoli agricoltori africani e sudamericani che si sono sottratti al controllo della Monsanto e non praticano la coltura ogm) che si chiama "Equoland".
Nel 2009 si presenta come candidato indipendente alle elezioni europee nella lista dell'Idv di Antonio Di Pietro e viene eletto al parlamento europeo. Data la sua competenza in materia, finisce per occuparsi di questioni relative alla gestione e organizzazione del sistema bancario e finanziario dei paesi dell'euro. 
Dieci giorni fa si è rivolto alla persona giusta, nel momento giusto, nel modo giusto.
E' andato da Joaquin Almunia, vecchio socialista spagnolo basco, di Bilbao, che attualmente ricopre l'importante carica di Commissario Europeo per gli affari economici e monetari della Ue, (in carica fino al 20 novembre 2014) vera spina nel fianco sia per Barroso che per Rajoy, detestato dall'attuale governo iberico che lo attacca sempre, sostenendo che mette il bastone tra le ruote nei rapporti tra la BCE e il governo (il che è vero). Chi è interessato può leggere l'interessante articolo (in spagnolo) a firma Luis Ayllòn pubblicato il 18 Luglio 2013 su una importante pubblicazione http://www.abc.es/economia/20130718/abci-perfil-almunia-naval-201307172215.html che descrive bene sia il personaggio sia i suoi rapporti con il duro Rajoy.

L'europarlamentare italiano Rinaldi ha applicato la regola e la norma.
Ha preso il fascicolo ufficiale relativo al decreto Bankitalia (codice SA38311 2014 c/p) denominato "Revaluation of Banca D'Italia- desk Italy" e ha chiesto "ufficialmente" -nel corso di una formale interpellanza- se l'apposita commissione, dopo averla letta e vagliata, l'avesse accettata trovandola lecita. Il presidente Almunia ha dichiarato testualmente "a noi nessuno, dall'Italia, ci ha comunicato nulla nè formalmente nè informalmente, è un'operazione che ha aggirato i dispositivi di Legge". 
E così, la Commissione ha avviato la procedura ufficiale di immediata ispezione per valutare gli estremi che applicano l'infrazione contro il governo italiano, sostenendo che "dietro la rivalutazione, in realtà si cela un aiuto sostanziale da parte delle casse dello Stato Italiano nell'ordine di 7,5 miliardi di euro a favore di sei istituti di credito privati, in violazione dell'attuale norma vigente in materia". Le banche sarebbero: Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Banca Carige, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Ubi Banca.

Tutto ciò potrebbe essere frutto della famigerata bagarre alla Camera dei Deputati, teletrasmessa in diretta, con i conseguenti dibattiti che ben sappiamo.

La questione, quindi, si riapre alla grande, e getta una luce nuova sulla vicenda che chiarisce -senza più alcuna ombra di dubbio- la vera natura dell'esecutivo, quanto meno di quello precedente.
Da notare che dal momento in cui il decreto è stato trasformato in Legge, le banche summenzionate (notoriamente piene di debiti con i bilanci clamorosamente in rosso) hanno goduto in borsa di incredibili rialzi spingendo l'intero comparto azionario ai massimi degli ultimi anni. Con enorme profitto per chiunque ci ha investito sopra.
Questa iniziativa europea modifica anche il ruolo della Presidente della Camera, la quale, avvalendosi di un dispositivo nazionale mai usato prima, aveva scelto di applicare la cosiddetta ghigliottina definendo il provvedimento "di emergenza nazionale".
Era l'onorevole Laura Boldrini al corrente che tale provvedimento, da lei definito "di emergenza" probabilmente violava le disposizioni della normativa europea in materia, e che avrebbe potuto produrre come risultato quello di aprire contro di noi la pratica per infrazione con gravissimo danno pecuniario per i conti pubblici?

Capisco, oggi, l'inusitata ferocia, mescolata a sbrigativo cipiglio, con la quale le istituzioni partitico-parlamentari hanno gestito l'operazione.

Comprensibile la felicità dell'onorevole Alessio Villarosa, di M5s, che ha dichiarato questa mattina: "Quando ieri ho saputo della mia sanzione ho detto che la Storia li avrebbe puniti per questo. Ecco, il giorno dopo quella sanzione la Storia comincia a punirli. Sono felicissimo. Lo avevamo già detto che la BCE non aveva avuto il tempo nè di visionare nè di controllare in tempo utile i documenti relativi a questa operazione". 

Era il Presidente della Repubblica, sempre così solerte nel rammentare alla dirigenza parlamentare l'importanza di rispettare i parametri, le normative e gli impegni assunti con le istituzioni comunitarie in Europa, informato sulla realtà dei fatti?
L'allora ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, ha detto il falso a Napolitano?
Ha detto il falso anche alla Boldrini?
Queste sono le domande che vanno poste, di cui il Parlamento dovrebbe occuparsi immediatamente.

Ecco a che cosa serve l'Europa.

Qui di seguito, la nota dell'agenzia Reuters che ha lanciato il macigno sul tavolo di Matteo Renzi. 

http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIEA1R00G20140228

BRUXELLES (Reuters) 28 Febbraio 2014 - La Commissione europea ha chiesto alle autorità italiane informazioni sul decreto legge, già convertito, che prevede la rivalutazione delle quote della Banca d'Italia, per valutare se sia possibile configurare un aiuto di stato ad alcuni istituti di credito.
Lo ha detto oggi Antoine Colombani, portavoce del commissario europeo alla Concorrenza Joaquin Almunia.
"E' una semplice richiesta di ulteriori informazioni che ovviamente non pregiudica in alcun modo la sostanza della nostra valutazione", ha aggiunto il portavoce.

La Commissione fa inoltre sapere che questa lettera precede l'interrogazione del parlamentare europeo dell'Idv, Niccolo' Rinaldi, che ipotizza aiuti di Stato contrari alle norme comunitarie sulla concorrenza.