venerdì 7 febbraio 2014

L'Italia in bilico tra disfattismo e disfacismo: tutta colpa di Beppe Grillo e di chi lo sostiene. Siamo tutti figli del Golfo del Bengala.


di Sergio Di Cori Modigliani


Sulla comunicazione mediatica in Italia.

L'immagine che vedete in bacheca è una splendida fotografia scattata dal fotografo naturalista ungherese Istvan Lichner. Da noi, in Italia, questi uccellini si chiamano bengalini, detti anche (nel settentrione) diamanti mandarini. Sono pennuti di piccolo taglio originariamente cresciuti nel Golfo del Bengala dove un esploratore inglese li ha presi e li ha portati in Gran Bretagna alla fine del '700. Da allora, si sono ambientati anche in Europa. E' il motivo per cui da noi si chiamano "bengalini". Gli inglesi li amano molto ed è usuale trovare nelle loro case di campagna piccole voliere con questi simpatici animaletti. Ma esistono anche migliaia di esemplari che vivono liberi, soprattutto nel nord dell'Inghilterra, e sono specie protetta. Qualche giorno fa, la polizia inglese ha arrestato quattro compunti uomini d'affari che sparavano addosso a questi uccellini. Negli anni recenti sono diventati una ghiotta e lussuosissima leccornia per il palato di dementi mitomani dell'alta borghesia. La polizia americana ha arrestato un mese fa dieci persone radunate in una lussuosa casa di campagna nel Connecticut (finanzieri con le loro mogli) che pagavano 10.000 dollari a testa per cenare mangiando i bengalini, una zuppa di rare testuggini in via di estinzione, e un arrosto di cacciagione composto da quattro diverse specie, molto rare, di pennuti che si stanno estinguendo e sono protette da tutti gli organismi internazionali.
Nel mondo anglo-sassone, queste macabre scene, sono diventate un must: fanno status.
Quelle persone vivono così.

Ho scelto questa immagine perchè, osservandola, mi ha procurato un curioso effetto al quale ho aggiunto un sapore metaforico, buono per introdurre l'argomentazione del giorno.
Mi sono identificato con loro.
Gli uccellini mi sembrano i cittadini italiani che pigolano, starnazzano, (questi uccelli sono molto rumorosi perchè cantano a squarciagola, svolazzano all'impazzata e quando si posano sui rami si appoggiano appiccicandosi l'uno all'altro per fare massa, e difendersi dall'attacco degli uccelli rapaci e dei cacciatori di frodo). Noi cittadini siamo così.
Esposti a chi ci spara addosso e partecipa volontariamente alla nostra estinzione, gli uccellini urlano, magari anche in maniera sguaiata, e ci si dà un gran da fare per farsi notare, nella speranza utopistica che a badare a noi siano degli ornitologi, dei naturalisti, degli zoologi, degli ambientalisti. E siamo esposti ai mitomani che ci sparano addosso con il fucile sapendo che non ci si può difendere, perchè la falsificazione costante, la menzogna elevata a norma, la quotidiana ridda di comunicazioni basate su bugie inventate è tale e tanta da escludere ogni forma di difesa.

Questa mattina, ho acceso la televisione e su diversi canali veniva data la seguente notizia: "Beppe Grillo indagato a Genova per incitamento alla rivolta delle forze dell'ordine", senza nessun altro commento nè spiegazione, tantomeno una riflessione.
Rainews24 -emittente pagata con i soldi delle nostre tasse- batteva la grancassa intervistando di continuo un giovanotto del PD che sosteneva di essere l'autore di questa bella pensata. E per tutta la mattinata la notizia ha girato sui media italiani, aumentando il proprio volume di diffusione espansiva. Secondo questi giornalisti della Rai, la presupposta inchiesta sarebbe partita da una richiesta ufficiale prodotta dall'esposto presentato a Roma dal coordinatore giovanile del PD, Fausto Raciti, il quale avrebbe chiesto l'applicazione dell'articolo 266 del codice penale per "incitamento alla rivolta delle forze dell'ordine e insubordinazione". La questione è relativa al post pubblicato da Beppe Grillo in seguito alle proteste dello scorso 10 dicembre quando scrisse le seguenti parole: "Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l'Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell'ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con  cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l'Italia cambierà. In alto i cuori".
Alla fine della mattinata, asserragliato dai giornalisti, il procuratore capo della procura di Genova, Michele Di Lecce, ha dichiarato formalmente: "Il signor Beppe Grillo non è indagato e non capiamo chi e perchè abbia messo in giro questa voce a nome della procura. Sono arrivati degli atti da diverse procure e stiamo valutando se sia il caso o meno di aprire un'indagine, stiamo valutando le carte, tutto qui".
Fine della notizia.
Così funziona la violenza nel mondo mediatico in Italia, ogni santo giorno.
A nulla è valsa la specifica precisazione del procuratore della Repubblica, perchè ormai il falso era partito e si poteva ben sistemare nei talk show mattinieri dedicati al tema "quando si fermeranno i grillini? Che cosa capiterà adesso che Grillo è indagato?". 
Piuttosto infantile come idea (all'apparenza) perchè la realtà ha sbugiardato i cronisti.
Ma cose così creano confusione e smarrimento, obbligano a parlarne per chiarire il punto, e quindi si sposta di continuo l'attenzione dai temi salienti verso l'unico obiettivo che l'attuale classe politica dirigente, compatta e solenne, ha in mente: eliminare l'opposizione, criminalizzare i sostenitori del M5s e introdurre la subdola argomentazione relativa al fatto se gli attivisti debbano essere considerati pericolosi socialmente oppure no, e così facendo far slittare sempre di più -dal punto di vista mediatico- i temi politici verso la inevitabile deriva della domanda verso la quale stanno tentando disperatamente di spingere: "come facciamo a difenderci da questi criminali?".
E' il paradosso della comunicazione mediatica in Italia su cui è fondata la diffusione delle notizie e delle informazioni. Noi cittadini, umiliati, vessati, tassati e tartassati, circuiti, espoliati e presi in giro, veniamo trasformati dalla cupola mediatica di Stato in coloro invece dai quali gli umiliatori, i vessatori, i tassatori, i pirati, i delinquenti, si devono difendere.

Proseguendo nel paradosso, direi che è una buona notizia: sembrano spaventati.
Non sanno più che pesci prendere.
Il premier Letta, di ritorno dal Kuwait, ha capito che il suo trionfalismo da operetta si è infranto subito sugli scogli della realtà nazionale e ha accusato gli industriali italiani di "disfattismo", una parola desueta, che ha un sapore militare ed era imposta come moda linguistica ai tempi del fascismo, perchè così venivano definiti coloro che erano contrari alle imposizioni dittatoriali del regime. Negli anni'30, in Italia, si poteva soltanto parlare bene del governo.
Come in Italia oggi.
Enrico Letta, quindi, si è autoqualificato, addirittura firmando la scelta dell'uso delle parole, con una citazione semantica che in Italia fa rabbrividire chi possiede la memoria storica.
Identificato ormai dall'intera classe degli imprenditori come un "disfacitore"  visto che in meno di un anno di governo è riuscito soltanto a peggiorare una situazione socio-economica già compromessa, il premier interpreta il suo ruolo sovrano (basato soltanto su slogan imparaticci) pretendendo di non essere giudicato dai fatti, bensì dall'effetto delle parole, che nella sua mente e nella sua attività politica devono sostituire i fatti, per consentire al paese di rimanere immobile, ancorato allo status quo per salvaguardare i privilegi dell'oligarchia che lui rappresenta.

La sezione gossip della stampa, questa mattina, si è scatenata, invece, parlando dei dialoghi porno tra l'on. Alessandra Moretti del PD e l'on. Paola Taverna di M5s, avvenuti la scorsa notte.
Tutto ciò è servito per diffondere l'idea di volgarità e sguaiatezza, spingendo l'opinione pubblica a pensare che la Taverna trascorra le proprie serate in questo modo.
A metà mattina, la deputata M5s è stata costretta dalle circostanze a emettere il seguente comunicato stampa ufficiale:  "Brutta sorpresa questa mattina: al risveglio scopro che qualcuno ha violato il mio account Twitter, scrivendo a mio nome frasi ingiuriose, che non mi appartengono. Presenterò una formale denuncia alla polizia postale per risalire agli autori. Se questi sono i mezzi con i quali intendete fermare il Movimento 5 Stelle rassegnatevi e vergognatevi"

Non si rassegneranno, tanto è vero che -sempre questa mattina- il Ministro degli Interni ha dichiarato che "i grillini stanno rendendo impossibile la pratica politica".

Sono ormai senza pudore alcuno, come quei cacciatori di frodo che sparano a dei piccoli pennuti pacifici, appollaiati sui rami cantando la loro voglia di vivere. 

Questa è l'Italia, oggi.

Ma non sarà così, domani.

mercoledì 5 febbraio 2014

Qual è la data di scadenza del Made in Italy? E chi è la signora di questa fotografia?


di Sergio Di Cori Modigliani

Il nostro premier è ritornato a casa dal Kuwait contento come una Pasqua.
Beato lui!
Un po' come quei bambini che a quattro anni girano per casa indossando le scarpe del babbo e si sentono grandi. Ci ha riferito, davvero raggiante, che è riuscito a ottenere dall'emiro l'impegno a investire nel nostro paese -nel Made in Italy- la cifra di 500 milioni di euro, grazie alla quale il paese si lancerà verso la ripresa economica.
Quando Enrico Letta ha ascoltato quella cifra gli deve essere venuto il capogiro, proprio come al bambino che entusiasta chiede al babbo "papi, ma davvero tu sei alto 1 m e 64?".
Considerando che (in questo momento) il Kuwait, solo nei fondi europei e attraverso le 456 fondazioni bancarie che investono nel nostro continente, può contare su una massa liquida di circa 500 miliardi di euro, all'emiro non deve essere sembrata vera l'idea di cavarsela con una percentuale di circa lo 0,1% pur di penetrare alla grande all'interno del nostro territorio.

Enrico Letta è disarmante, criticarlo -in maniera adulta- è disdicevole, ci si sente addirittura dei vigliacchi che approfittano di un minore, privo della benchè minima idea sulla consistenza complessa del mondo degli adulti. 
La tragedia consiste nel fatto che lui ci crede per davvero, non finge.

Invece di sedersi a un tavolo nazionale -squisitamente nazionale- attorniato dai sindacati, dai membri più importanti di Confindustria, dal Ministro del Lavoro, e varare un piano strategico industriale per il rilancio del Made in Italy, è andato a elemosinare quattro lire quattro (inutili per il nostro paese) offrendo come contro-partita la garanzia che costruirà un grande centro islamico nel cuore di Venezia. 
Secondo lui, questo vuol dire "essere parte integrante dell'esercizio della governance nel mondo della globalizzazione". 

Enrico Letta non sa (ma che razza di consulenti ha?) che il cosiddetto mondo della globalizzazione sta imboccando il trend opposto: si chiama Glocal, ed è su questa parola che si giocheranno gli interessi strategici di economia e politica industriale in questo 2014 e negli anni a venire. La Francia, la Gran Bretagna, la Germania, ecc., ne sanno qualcosa, e si stanno posizionando con abilità e intelligenza per avviare la ripresa.
"Glocal" è un ossimoro e definisce la sintesi tra due parole apparentemente opposte e contraddittorie: "globale" e "locale".
La scommessa vincente di questo trend attuale consiste nel pianificare la propria partecipazione al mondo globale planetario investendo e rilanciando "il valore aggiunto originale" che nasce e si sviluppa secondo l'ottica del marketing territoriale, in modo tale da lanciare produzioni uniche in settori specifici, dal turismo all'artigianato, dall'industria manifatturiera al prodotto artistico, allo stesso tempo "inventando" un mercato che proponga delle mode uniche, non copiabili, di qualità (ecco il valore aggiunto) che rilancino contemporaneamente il consumo interno (perchè si produce cultura del territorio nel territorio) e si vada sui mercati internazionali a proporre l'unicità del proprio prodotto. 
E' stata la sfida vincente di Petrini con il brand slow food, di Cucinelli con il suo cashmere, della moda italiana, e di quella miriade di piccole e medie imprese ben radicate che -nonostante la crisi- seguitano a sfornare ogni giorno, in Italia, una qualità di merci nostrane davvero imbattibile. Quelle vanno sostenute.

La tempesta finanziaria nella quale stiamo andando deriva proprio da questo trend, che arriva -manco a dirlo- dagli Usa. 
I dati macro-economici americani parlano chiaro e devono essere letti con preoccupazione (per quanto riguarda l'attuale presente) ma con enorme ottimismo propulsivo per ciò che riguarda il prossimo futuro. Sono rivelatori dell'inizio della battaglia decisiva che si affronterà in questo 2014: industria mercantile vs. finanza globale. 
In Usa, per la prima volta negli ultimi 10 anni, i dati economici rivelano che il 58% della produzione di ricchezza nazionale non deriva più da prodotti finanziari bensì dalla produzione industriale di beni di largo consumo. Non solo. A questo va aggiunto che il 60% dei prodotti consumati in Usa sono autoctoni. La cura Obama ha funzionato. Gli industriali americani hanno iniziato a disinvestire dalla Cina e dai mercati cosiddetti periferici -sprofondandoli- e hanno invertito la rotta: chiudono le aziende a Shangai, Pechino, Bangkok, Sao Paulo, Bombay, e le riaprono nel Wisconsin, in Nebraska, nel Tennessee. Si rilocalizzano, grazie al massiccio intervento statale di immissione di liquidità mensile (85 miliardi di euro al mese per tredici mesi di seguito, pari a 1000 miliardi di dollari) prestati alle banche statunitensi a condizione (per iscritto) che non venissero investiti in attività finanziarie, ma date alle imprese con la clausola specifica che assumessero almeno 10 persone iscritte nella lista di chi cercava lavoro. Così facendo, gli indici di disoccupazione in quindici mesi sono scesi da un 8,8% a 6,7%, il più basso dal 1998, e il pil nazionale è aumentato del 3,2% nel 2013, superiore del 14% alle più rosee previsioni.

L' Italia ha scelto la strada opposta.
Su un unico fronte dell'attuale trend è in linea: lo scontro tra finanza e industria, da cui l'attuale, totale, distonia tra il Presidente di Confindustria e Presidente del Consiglio; una diversità di interpretazione della realtà economica che non era mai stata così netta e marcata dal 1948.
Ma questo conflitto non sembra interessare gli italiani, preferiscono parlare d'altro.
(a questo, per l'appunto, serve parlare d'altro).

Ecco qui di seguito due esempi diversi e contrapposti relativi a ciò che sta accadendo.
Uno viene dall'Italia.
L'altro dagli Usa.
Entrambe sono notizie odierne.

Italia: 
Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Nerio Alessandri (tutti e tre insieme) hanno deciso e scelto di vendere agli americani del Gruppo Haworth il marchio "poltrone Frau" per la cifra di 246 milioni di euro. Un pezzo della grande tradizione dell'industria dell'arredamento italiano che se ne va, un tempo considerata "strategica". Gli americani hanno acquistato il brand e stanno già costruendo la fabbrica che nel nord della California costruirà quello che loro consideravano "il fiore all'occhiello del mobilificio italiano" che diventerà californiano. I tre industriali italiani, nel novembre del 2012, avevano partecipato a un convegno sulla situazione italiana (quando si mormorava di una discesa in campo politico degli industriali) e avevano emesso un comunicato congiunto nel quale dichiaravano che "il Made in Italy è fondamentale: scendiamo in campo per sostenerlo, per salvaguardarlo, per investirci sopra e da lì ripartire, per restituire fiducia alle imprese italiane e affermare la nostra grande tradizione locale".

A nome dell'intera cittadinanza nazionale, ringrazio i tre industriali per questa bella pensata.

Usa:
L'immagine che vedete in bacheca ritrae una modella americana, diventata famosa nel giro di 36 ore. Si chiama Jacky O'Shaughnessy, puro incrocio statunitense, figlia di un emigrante irlandese e di una texana. La particolarità di Jacky consiste nella sua età, 63 anni, e nel fatto che ha i capelli bianchi. E' nata nel 1950. E' stata scelta come testimonial per il lancio di una nuova linea di moda e di biancheria intima dell'azienda "American Apparel". Il proprietario del marchio, Dov Chorney, è noto alle cronache americane perchè negli anni precedenti aveva sempre scelto modelle che avevano sollevato discussioni e dibattiti, come nel 2002 quando aveva optato per l'attrice porno Sasha Grey, sollevando un vespaio e attaccato dalle femministe di New York.. 
Jacky è la nuova testimone della linea moda americana che lancia lo slogan "La bellezza non scade mai", sottotitolo: "l'industria americana rinnova se stessa al passo con i tempi".
Ha ricevuto l'applauso della più importante intellettuale femminista statunitense, Camille Paglia, che ha dichiarato "lo abbiamo rieducato: benvenuto tra i maschi umani ed eleganti".
I capelli bianchi delle consumatrici tra i 40 e i 70 anni (corrispondono al 38% di chi acquista moda & intimo) diventano quindi un must, un trend.
Le attrici hollywoodiane della sua età sono salite di corsa sul cavallo.

Sono due esempi molto diversi tra di loro di ciò che sta accadendo, qui in Italia e in Usa.
Stimola delle riflessioni.
Quantomeno, me lo auguro.

martedì 4 febbraio 2014

Il capitale disumano: l'inverno del nostro scontento.


di Sergio Di Cori Modigliani

Negli ultimi giorni ho visto un film, anzi due, anzi uno.

Si tratta di due pellicole molto diverse tra di loro, sia per confezione che come cultura di riferimento. Eppure appartengono allo stesso filone, quindi il raffronto può essere interessante.

Una  è americana, si chiama "Wolf" ed è stata diretta da Martin Scorsese.
L'altra è italiana, si chiama "Il capitale umano" ed è stata diretta da Paolo Virzì.

Entrambi tratti da due libri di grande successo (uno statunitense, l'altro canadese), trattano lo stesso tema, che sta diventando, giustamente, il trend emergente in questi tempi: il disfacimento etico-morale della società in cui viviamo dovuto all'egemonia della finanza, della avida volgarità di danaro e status.

I film, in apparenza sono diversissimi, e non potrebbe essere diversamente.
Quello americano appartiene alla grande tradizione culturale narrativa Usa, che nel cinema ha prodotto una succulenta forma di iper-realismo, raccontando vicende umane che riflettono con esattezza le autentiche vicende esistenziali.
Quello italiano, si inserisce nel tentativo attuale di riuscire a ripristinare -recuperandola-la grande tradizione del neo-realismo, offrendo un quadro critico della nostra società, che si discosti dalla consuetudine dell'attuale produzione cinematografica per andare aldilà delle consuete commedie di infimo livello, sempre intrise di cinismo becero e superficialità, che applicano una modalità piattamente caricaturale che rinuncia, in partenza, alla fatica creativa di costruire dei personaggi. 
In questo senso, il film di Virzì si discosta dall'attuale panorama declinante del cinema italiano e senz'altro vale la pena di essere visto. E' un film claustrofobico, angosciante e ansiogeno, diretto con molta professionalità e -davvero meriterebbe un encomio solo per questo- recitato molto bene; direi una piacevolissima sorpresa. 
Le attrici e gli attori sono tutti italiani. 
Il film di Scorsese, invece, è solare, collettivo, divertente, perchè spinge l'iper-realismo critico nel grottesco, correndo addirittura il rischio di arrivare al limite del grandguignol farsesco, ma l'abilità geniale di Scorsese consiste sempre nel farci sapere che stiamo invece guardando una vera tragedia dei nostri tempi..
Entrambi i film sono intimisti e raccontano il dipanare delle contraddizioni esistenziali dei protagonisti nel mondo odierno. 
Mentre nel film di Virzì tutti i personaggi si interrogano sul senso della loro vita, costruita sul facile benessere ottenuto grazie alla finanza, nel film di Scorsese nessuno si interroga su nulla. I caratteri psicologici del film italiano sono costruiti bene e delineati secondo un'accurata psicologia che li rende subito familiari; quelli del film americano, invece, appaiono subito come delle persone totalmente fuori di testa, prive di alcun controllo.
In entrambi i film gli interni, le scenografie, il vestiario, ci propongono le identiche atmosfere della vita super lussuosa del mondo dei privilegiati, con la differenza che nel film di Scorsese i personaggi sono presi soltanto dal loro ingozzamento bulimico, sono sempre tutti strafatti di cocaina e psicofarmaci, mentre in quello di Virzì giocano a tennis, sono degli eleganti igienisti, cercano di acquistare pezzi di antiquariato. 
Mano a mano che ci si inerpica nella vicenda, lo spettatore del film di Scorsese è portato a pensare -inevitabilmente- di essere testimone della vita sguaiata di animali senza alcun decoro, mentre seguendo la vita quotidiana dei protagonisti nel film italiano si apprezza con piacere il gusto sopraffino dei personaggi. 
I banchieri (inglesi) del film di Virzì sono austeri, compunti uomini d'affari che incitano a rispettare le leggi e le norme stabilite.
I banchieri (franco-svizzeri) del film di Scorsese, invece, sono dei mascalzoni criminali, con una chicca d'autore (davvero sublime) perchè il regista americano ci offre un'autocitazione: gira la stessa scena di "Goodfellas" (film del 1998 in cui raccontava l'esagerata vita estrema di un gruppo di mafiosi italiani a Brooklyn che commerciavano in cocaina) trasformando i mafiosi di allora in silenziosi gentiluomini in doppiopetto che dirigono una banca svizzera, ma contano i soldi nello stesso identico modo e dicendo le stesse identiche battute.
Nel film di Virzì, il protagonista maschile che rappresenta il finanziere senza scrupoli è un uomo elegante, sessualmente attivo in maniera nobile, innamorato della moglie alla quale è fedele, che noi spettatori finiamo per rispettare perchè capiamo le sue contraddizioni, la sua provenienza, è una persona -a modo suo- per bene.
Nel film di Scorsese, la sessualità dei finanzieri è virata nella deboscia depravata di tutti i personaggi, i quali della Legge se ne infischiano perchè loro sono i padroni privilegiati del mondo e chi non ha soldi, chi non fa soldi, chi non vuole soldi facili e subito, merita solo e soltanto disprezzo e va annullato o cancellato dal pianeta.
I personaggi italiani, nel loro realismo, ci fanno comprendere la loro tragica umanità.
Quelli americani ci appaiono come bestie feroci, travolti dalla loro inconsapevolezza di sè.
Guardando i due film si capisce perchè gli Usa sono una economia in ripresa e sono una società che sta affrontando le proprie tragiche contraddizioni, nel tentativo disperato di evolversi e migliorare, mentre quella italiana no.
Il film di Virzì è ideologico, ma finisce -proprio per questo motivo- per ottenere l'effetto opposto: uscendo dal cinema, si rimane con l'amaro in bocca ma ripensando agli interni della vita domestica della magione dei finanzieri si è portati a pensare "però che bella vita, io ci vivrei benissimo in quel modo", mentre uscendo dal cinema dopo aver visto il film di Scorsese è quasi ovvio pensare "neppure sotto tortura potrei vivere una vita da animale insieme ad animali come quelli".
Nel film di Scorsese non si salva nessuno di quell'ambiente, non esistono luci e ombre, c'è sempre tantissima luce anche e soprattutto nelle scene di sesso, perchè non esiste intimità, non esistono sentimenti, c'è soltanto l'avidità di danaro e supremazia sugli altri.
Nel film di Virzì si vuole spiegare l'aspetto umano di quel mondo, colto nella tragedia delle loro contraddizioni, e le scene erotiche vengono presentate nel buio complice del privato intimo.
In quello di Scorsese no. L'americano ci spiega che non esistono contraddizioni, non esistono interrogativi da porsi in un mondo come quello, perchè chi vive di solo danaro e potere è una bestia, e bestia rimane.
Sono entrambi molto interessanti da vedere, proprio per questi motivi.
E si capisce anche perchè l'Italia, ieri, ha raggiunto un ennesimo record europeo: siamo stati identificati come la nazione più corrotta d'Europa. 
Nel 2012 eravamo terz'ultimi, prima della Grecia e della Bulgaria. 
Dal 3 Febbraio 2014, invece, siamo diventati gli ultimi, direi meritatamente. 
Mentre in Usa, in questo periodo, si va delineando lo scontro frontale tra il mondo legato alla finanza e il mondo civile della cittadinanza che a essa si oppone, da cui l'attuale gigantesca tempesta finanziaria verso la quale stiamo andando -perchè viene da lì- in Italia assistiamo alla totale resa incondizionata da parte della società civile nei riguardi dei poteri forti, cioè (a mio avviso) degli animali senza pietà.
In Italia, abbiamo perso la capacità di costruire delle convincenti narrative esistenziali, armandosi di coraggio colto per descrivere la cinica cattiveria, l'autentica ferocia di un mondo implacabile che è marcio dentro e non può che diffondere tutto intorno il marciume che evoca. Chi appartiene a quel mondo è davvero un animale privo di umanità.
Gli americani lo sanno benissimo, perchè sono loro i primi veri responsabili di questo sfacelo etico-morale nel quale stiamo vivendo, il business world da loro tanto decantato e imposto.
Se non altro hanno il merito di avere il coraggio e la competenza di voler e sapere raccontare la verità su se stessi, nei loro saggi, nei loro romanzi, nei loro telefilm, soprattutto nella loro attuale cinematografia.
Noi stiamo ancora nel mondo dell'autocensura.
Quando va bene, si intende.









lunedì 3 febbraio 2014

Se.....


"Alla violenza inaudita del potere contro il M5S non si risponde abboccando, ma tramutando la rabbia in azioni intelligenti e inattaccabili che deridono il potere: senza insulti volgari ( perche' loro vogliono insulti volgari ), con uno sberleffo ironico, un sorriso di compatimento, il silenzio di chi li ignora, perche' e' necessario andare oltre. Questa e' una guerra ( prima di tutto psicologica) che si combatte e si vince senza violenza, con l'intelligenza, la forza di volontà, contro-informando. Loro ti danno del "violento"? sii ancora più pacifico; ti danno del "volgare" ? sii ancora più educatamente spietato nel denunciare le loro malefatte.... "

          Matteo Incerti , capo ufficio stampa gruppo parlamentare al senato di M5s




di Sergio Di Cori Modigliani

Secondo la presidente della Camera dei Deputati, onorevole Laura Boldrini, io sarei un potenziale stupratore. Il che consente, legalmente, al commissario di polizia del mio quartiere, nella città dove risiedo e abito, di poter aprire una cartellina "informativa" sulla mia persona e sulla mia attività, perchè rappresento un pericolo sociale per la comunità. E' a rischio anche la mia compagna, se non altro sono a rischio i suoi nervi, essendo la convivente di un potenziale stupratore ma allo stesso tempo scopre che le istituzioni della Repubblica considerano anche lei un potenziale stupratore. 
Una new entry sociale esistente soltanto in Italia: da ieri sera hanno stabilito che anche le cittadine italiane di sesso femminile sono potenzialmente delle stupratrici. Una novità sociologica che può aprire una stagione di profondi dibattiti antropologici. E' la modalità con la quale la terza carica istituzionale dello Stato vive e interpreta il Senso delle pari opportunità di genere.

Basterebbe questo per qualificare la nostra Repubblica come un paese anormale.
No comment.

Ma se invece, l'Italia, fosse un paese normale, di che cosa si parlerebbe oggi?
Di che cosa avremmo parlato, discusso, litigato, dibattuto e argomentato nelle ultime due settimane?
Quali sarebbero stati i titoloni, oggi, sulle prime pagine dei quotidiani?.

Ecco come si vivrebbe in un paese normale:

A caratteri cubitali, sulla prima pagina, avremmo trovato la notizia del giorno:

Confindustria: è scontro industriali-governo
Gli imprenditori vanno all'attacco dell'esecutivo, lamentando i mancati pagamenti dei crediti alle imprese e denunciando la violazione della normativa Ue. Giorgio Squinzi dichiara: "O si cambia passo o il governo se ne va e andiamo subito al voto".

Poichè non siamo un paese normale, la dichiarazione del Presidente di Confindustria non ha meritato nessuna attenzione da parte della cupola mediatica, sia cartacea che televisiva. Vanno, invece, a caccia dei potenziali stupratori seriali.

Io scelgo, invece, di fingere di vivere in un paese normale, e quindi mi occupo della questione principale di cui si occuperebbero tutti in Usa, in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Cekia, ecc.
Da cui la prima domanda: 
perchè e come mai un solido imprenditore, noto per la sua caratura razionale, moderata, diplomatica, con grande esperienza di gestione dei rapporti industriali con il mondo della politica italiana, fa il salto della quaglia, e annuncia l'autentico teatro dello scontro in atto -preavviso di una furiosa battaglia- facendo intendere che non soltanto è falso sostenere che la crisi è finita e risolta, ma addirittura fornisce cifre, date e dati, in netta opposizione a quelli rilasciati dal governo? Perchè questo attacco frontale?
C'è un motivo.

Ed è l'occhio del ciclone che l'oligarchia al potere non vuole che si veda.
Tantomeno vogliono che se ne parli.
A questo serve l'arma di distrazione di massa (e per le masse) che ha lanciato il nuovo gioco sociale, immediatamente divenuto un trend collettivo sui social network, introdotto dal suo eccezionale testimonial istituzionale: tu a quale categoria di stupratore appartieni?

Giorgio Squinzi è un professionista italiano di successo, un imprenditore "normale". 
Produce oggetti che poi vengono venduti e consumati: si chiama attività industriale. Rappresenta gli interessi di coloro che sono gli unici a poter avviare la ripresa del paese, perchè sono gli unici a essere in grado di inventare ciò di cui l'Italia ha bisogno: lavoro e occupazione. Da cui deriva il profitto -per chi rischia il capitale- e il reddito -per i salariati che lavorano- producendo un meccanismo automatico di circolazione della moneta reale che abitualmente fa ripartire il volano del consumo interno, e quindi alimenta la diffusione di benessere, consentendo la ripresa del ciclo economico. E gli industriali italiani hanno capito che questo governo porterà in brevissimo tempo il paese verso il totale fallimento perchè ha scelto la strada esattamente opposta a quella necessaria da percorrere per far riprendere l'economia: togliere risorse finanziarie alle imprese e spostarle nel campo della finanza.

Un tempo, gli imprenditori italiani erano legati a doppio filo alla classe politica, e le loro sorti erano vicendevoli, con i sindacati e le istituzioni che fungevano da intercapedine per gestire le diseguaglianze sociali, e fare in modo di aumentare la ricchezza collettiva allargandolo a uno spettro sempre più ampio di popolazione. Non è più così.
E' la ragione principale per cui l'attuale classe dirigente governativa non è in grado di prospettare in alcun modo una politica industriale e una strategia di impiego: non le interessa.

Il mondo dell'imprenditoria non è più legato alla politica.
La politica viene ormai foraggiata dalla finanza che si è impossessata del mercato, e ha trasformato le istituzioni governative in mere centrali operative di interessi finanziari decisi altrove, al di fuori dell'Italia. La prova lampante di ciò che è accaduto nelle ultime settimane sta proprio nel varo della nuova legge su Bankitalia, e sulla scelta della presidente della Camera di applicare la cosiddetta ghigliottina, considerandola una "normativa di importanza strategica per il funzionamento dello Stato". 
Come mai questa improvvisa emergenza? 
C'era tutta questa fretta? 
Poteva essere avviato un dibattito in aula, su quella legge? 
Perchè, proprio adesso, invece di rimandarla a dopo e intanto dibattere sulle riforme?

C'è un motivo, ed è quello di cui non vogliono che noi parliamo.
E' una vecchia conoscenza: si chiama Monte dei Paschi di Siena.
Si sapeva che il caso sarebbe finito in parlamento.
E così è stato.
E' avvenuto nella maniera peggiore: all'italiana.

E' iniziato tutto a Bruxelles, circa tre mesi fa, quando la apposita commissione europea ha stabilito che la banca senese doveva rispettare gli obblighi presi con il precedente governo Monti e doveva restituire -con gli interessi dovuti- i 4 miliardi di euro avuti nell'autunno del 2012. Erano i soldi della rata dell'Imu che finirono in Mps. La commissione finanza europea ha inviato una lettera alla Banca d'Italia, una al governo, una specifica al Ministero del Tesoro. Siccome si trattava di una questione formale e sostanziale che era pubblica (non c'era nulla di segreto) ha rilasciato anche una nota ufficiale a disposizione dell'ufficio stampa. 
Lì è intervenuto il governo italiano. 
Gli ha impedito che la nota venisse diffusa.
Ha fatto in modo che la commissione di Bruxelles non rendesse pubblica la vicenda (in realtà apparentemente irrilevante) e hanno cominciato a discutere della vicenda. A Bruxelles si sono insospettiti e hanno avviato una procedura di controllo. Come è andata a finire? 
Ecco la risposta: il governo, il Ministero del Tesoro, il Ministero delle Finanze e il Ministero degli Interni, hanno provveduto a iscrivere l'intera questione patrimoniale relativa alla Banca Monte dei Paschi di Siena sotto la dizione "Segreto di Stato". 
E a Bruxelles sono stati costretti a fermarsi per non provocare un incidente diplomatico.

Va da sè che a nessun italiano è stata detta neppure una parola, nè tantomeno c'è stato nessun giornalista (soprattutto quelli economici) che ha dato risalto alla  notizia. Perchè il buco di Mps si è allargato a dismisura, diventando un gigantesco calderone che ha coinvolto l'intero sistema bancario nazionale. Non solo. La banca avrebbe dovuto dimostrare come dove quando e per quanto aveva utilizzato i 4 miliardi di euro ricevuti dallo Stato, perchè così prevedeva la clausola della commissione europea finanze che aveva consentito a Monti di avviare il prestito. Poichè è diventato un "segreto di Stato", la banca, adesso risponde soltanto al Ministero degli Interni, a quello della Difesa e al Presidente della Repubblica. 
Fine dei giochi.
In un paese normale si sarebbe avviata una interpellanza parlamentare basata sul principio "ce lo chiede l'Europa". 
Non da noi.
Una volta messa la toppa grazie all'imbavagliamento dell'Europa (che cosa ci avranno chiesto in cambio per accettare?) Saccomanni è andato a elemosinare presso le grandi banche. Perchè, oltre alla mancata restituzione dei Monti bonds c'era anche l'aggiunta del fatto (e qui entra in gioco il nostro bravo Squinzi) che dei famosi 40 miliardi di euro "ufficialmente" stanziati nel marzo del 2013, divenuti poi -così aveva dichiarato Saccomanni- "20 immediatamente" il 30 giugno 2013 e poi altri 20 miliardi "entro e non oltre il 30 settembre 2013" da destinare ai crediti dovuti alla piccola e media industria, ebbene....a molti non è arrivato neppure un euro. Nada de nada.
Nel frattempo sono fallite diverse migliaia di aziende e quindi è diminuito il gettito fiscale per lo Stato e le banche hanno iniziato ad accumulare perdite per crediti inesigibili. Poichè il sistema bancario italiano è -per l'appunto- "italiano", cioè anormale, ovvero non esiste la concorrenza tra le banche (nonostante in teoria siano aziende private) ma sono tutte interconnesse tra di loro dato che possiedono giornali, televisioni, fondazioni, e sono i proprietari delle esistenze della classe dirigente politica,  si passano debiti e crediti tra di loro a seconda di come gira il vento. Queste banche sono venute a battere cassa allo Stato che ha avuto la bella pensata di varare il fantomatico decreto legge che ha dato inizio la scorsa settimana alla rissa parlamentare. 
In tal modo, Banca Intesa si è trovata diversi miliardi di euro da poter spalmare tra tutte le banche del consorzio politico e nel calcolo degli azionisti (nuovi proprietari di Bankitalia) ci sono finiti anche il gruppo Allianz (tedesco) e altri importanti gruppi italiani (solo di firma) che appartengono alle banche tedesche.
Che cosa ha fatto Banca Intesa non appena ha saputo che la Boldrini aveva dato il via al decreto legge? Ha dato ordini ai propri dirigenti di avviare il credito alle imprese come aveva promesso a Squinzi?
Nient'affatto.
Si è fatta i conti e ha calcolato che ha un buco di ben 55 miliardi di euro di cui nessuno aveva mai parlato: è la cifra ufficiale (lo ripeto a scanso di equivoci: ufficiale) che la seconda banca nazionale italiana ha accumulato sotto la ipocrita voce "crediti in sofferenza"; questa locuzione drammatica, tradotta in termini reali vuol dire "debiti dovuti da imprenditori che nel frattempo si sono suicidati, oppure sono falliti, oppure sono scappati via oppure sono rovinati".
E così ha deciso di "inventare" una Bad Bank, un'idea diabolica della tecnica bancaria: una banca virtuale che assorbe tutte le perdite sulle quali costruire un bel derivato speculativo, per cui sulla carta il debito scompare perchè lo ha "acquistato" una banca terza.
E allora queste le mie conclusioni:
ecco perché era fondamentale per il governo italiano votare quel decreto;
ecco perché era fondamentale per il governo italiano che nessuno dibattesse;
ecco perché seguita a essere fondamentale per il governo italiano che la cittadinanza si occupi e si preoccupi degli stupratori seriali piuttosto che dei propri conti correnti.
Ecco perché è fondamentale evitare che esista in maniera attiva un pericoloso gruppo parlamentare come quello di M5s che, all'improvviso, e in un qualunque momento, può rompere le uova nel paniere al sistema bancario italiano legato a doppio filo all'attuale dirigenza politica.
Ecco perchè Squinzi è insorto.
Gli hanno spiegato che l'industria italiana che complessivamente accusa un credito di ben 116 miliardi di euro dovuti non ne vedrà neppure uno, non vedranno neppure un dollaro, neppure una sterlina, neppure uno yuan, neppure una corona danese. 
Lo Stato è al servizio delle proprie Istituzioni politiche, le quali sono alimentate e foraggiate da un circuito di corruttela continua e permanente, gestito dai consorzi bancari attraverso il meccanismo perverso delle fondazioni che le controllano, e quindi i soldi di Bankitalia non finiranno sul mercato dei capitali per avviare l'economia, bensì rimarranno all'interno di un circuito chiuso i cui garanti guardiani sono i deputati nominati che votano a comando.

Di tutto ciò hanno parlato soltanto due testate: Il Fatto Quotidiano in Italia (articolo pubblicato in data 2 Febbraio 2014) e il britannico Financial Times che annuncia agli investitori internazionali il varo della Bad Bank di Banca Intesa, grazie ai soldi ottenuti.

Questo è il teatro nel quale ci muoviamo.

Ditemi voi: che cosa c'entrano i potenziali stupratori?

Ecco, qui di seguito, il succinto commento di Marin Arnold e Rachel Sanderson apparso sul Financial Times di ieri che sta provocando in borsa l'emorragia dell'intero sistema bancario nazionale e poi, a seguito, il pezzo -davvero ottimo- a firma Giorgio Meletti, pubblicato l'altro ieri su Il Fatto Quotidiano.

Buona lettura



http://www.ft.com/cms/s/0/d735e96a-8c00-11e3-bcf2-00144feab7de.html#axzz2sG8jhiRw


Intesa move reignites ‘bad bank’ debate

By Martin Arnold in London and Rachel Sanderson in Milan. 
February 2nd 2014

Intesa Sanpaolo is working on plans to become the first Italian lender since the financial crisis to set up an internal “bad bank” by setting aside a chunk of its €55bn of gross non-performing loans ahead of banking stress tests by the European regulator. Carlo Messina, Intesa’s new chief executive, and chairman Giovanni Bazoli are expected to discuss the move with shareholders of Italy’s second-biggest bank by market capitalisation in the next few weeks, according to people familiar with the matter. They are due to present their new strategic plan alongside annual results on March 28. Intesa declined to comment.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/02/monte-dei-paschi-il-mistero-dei-bilanci-e-un-segreto-di-stato/861980/


Monte dei Paschi, il mistero dei bilanci è un segreto di Stato

Da due mesi il governo italiano impedisce agli uffici di Bruxelles di rendere nota la decisione con cui la Commissione europea il 27 novembre scorso ha imposto alla banca senese di restituire entro il 2014 tre dei quattro miliardi di aiuti di Stato ottenuti un anno fa


di Giorgio Meletti

Il documento chiave è secretato. Da due mesi il governo italiano impedisce agli uffici di Bruxelles di rendere nota la decisione con cui la Commissione europea ha imposto il 27 novembre scorso alMonte dei Paschi di Siena di restituire entro il 2014 tre dei quattro miliardi di prestito statale (i cosiddetti Monti bond) ottenuti un anno fa. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni si avvale del diritto di espungere dal testo “informazioni considerate confidenziali”. Un lavoro di sbianchettatura evidentemente laborioso che indica come la vicenda Mps sia ormai affare di Stato.
Il triangolo delle Bermude - Il comunicato emesso lunedì scorso dalla Banca d’Italia lo conferma. Il governatore Ignazio Visco e il direttore generale Salvatore Rossi hanno ricevuto – con un rappresentante del ministero dell’Economia – il presidente di Mps Alessandro Profumo con l’amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente della Fondazione Mps (azionista di controllo della banca) Antonella Mansi con il direttore generale Enrico Granata. Banca, vigilanza e governo – intorno a un tavolo triangolare sempre più somigliante al triangolo delle Bermude – comunicano la loro compattezza: “L’incontro si è svolto in un clima costruttivo, nella responsabile consapevolezza di tutte le parti che il Monte possa continuare a rappresentare una realtà bancaria importante nell’economia del Paese, a condizione di poter contare su un adeguato supporto patrimoniale e su un assetto azionario stabile”. In termini calcistici lo schema di gioco adottato è il catenaccio. Adesso tenete bene a mente l’espressione “adeguato supporto patrimoniale” per capire che cosa c’è sotto.
Tutto comincia nell’autunno del 2011. Lo spread supera quota 500, nasce il governo Monti. L’Eba (European banking authority) ordina a Mps una trasfusione di capitali freschi da 3,3 miliardi di euro. La banca senese è pesantemente esposta sui titoli di Stato italiani, la cui perdita di valore è misurata dall’impennata dello spread. Scatta l’allarme. Il direttore generale Antonio Vigni viene sostituito con un uomo di fiducia della Banca d’Italia, Viola. Il presidente del Monte, Giuseppe Mussari, prima minaccia un ricorso alla Corte di giustizia europea contro la raccomandazione Eba, ma poco dopo si dimette. I suoi amici del Pd senese e nazionale chiamano Profumo.
Per quasi tutto il 2012 il nuovo vertice tratta la crisi Mps come difficoltà fisiologica. Il 9 ottobre 2012, agli azionisti che invocano l’azione di responsabilità contro Mussari, Profumo replica seccamente: “Non abbiamo elementi”. È vero che già dai primi di maggio il Monte dei Paschi è oggetto di perquisizioni a tappeto per l’inchiesta sulla acquisizione della banca Antonveneta, l’operazione del novembre 2007 che segna l’inizio della fine. Ma il 20 giugno Mussari è stato confermato presidente dell’Abi, l’associazione delle banche, all’unanimità. E, soprattutto, il 9 ottobre Profumo non ha elementi, però il 10 ottobre Viola scova in fondo a una cassaforte in uso al suo predecessore Vigni l’ormai celebre mandate agreement, la prova che inchioderebbe Mussari, oggi a processo per ostacolo alle autorità di vigilanza. Nei giorni scorsi la dirigente della Consob Guglielmina Onofri ha testimoniato al tribunale di Siena che gli uomini di Viola avevano già trovato il 20 settembre – venti giorni prima – copia di contratto, con l’indicazione che l’originale si trovava in quella cassaforte. Elio Lannutti, presidente dell’associazione di risparmiatori Adusbef, ha denunciato Viola per falsa testimonianza.
Per capire tante stranezze va spiegato il mandate agreement. Nel 2009 Mussari sta andando con i conti in rosso sotto il peso della sciagurata acquisizione di Antonveneta, pagata 9 miliardi quando ne valeva forse la metà. Per rinviare i problemi convince Nomura e Deutsche Bank a ricontrattare operazioni che vedono Mps in forte perdita. Le due banche fanno il favore, ma a fronte della ricontrattazione con cui rinunciano ai guadagni di due operazioni (rispettivamente Alexandria e Santorini) ottengono una nuova complicata manovra su titoli di Stato (Btp a scadenza 2034) con cui si rifanno abbondantemente ma a lungo termine, consentendo a Mussari di nascondere per un po’ il buco del bilancio.
Gli ispettori di Consob e Bankitalia notano già a fine 2011 queste operazioni in pesante perdita, ma fare cattivi affari non è vietato. E al processo, incalzati dalle domande della difesa di Mussari, argomentano che senza il mandate agreement, il contratto che appunto lega le due operazioni (Btp 2034 e ristrutturazione Alexandria), l’operazione in Btp restava un’operazione in Btp, anche se somigliava terribilmente a un “derivato sintetico” con perdita automatica incorporata.
Come cambia il pensiero di Profumo - La distinzione è decisiva per capire la portata dell’affare di Stato. L’esistenza del mandate agreement viene rivelata dal Fatto il 22 gennaio 2013, con un articolo di Marco Lillo. Lo scandalo esplode e Mussari si dimette dall’Abi. Due giorni dopo a Siena si svolge un’infuocata assemblea degli azionisti, chiamati a un aumento di capitale da 4,1 miliardi al servizio della eventuale conversione dei Monti Bond. Infatti a dicembre 2012, prima dello scandalo, Profumo ha avuto dal governo Monti un prestito di quell’importo, perpetuo ma convertibile in azioni quando lo decida la banca. Trattandosi di un aiuto di Stato, la Commissione europea dà la necessaria approvazione, provvisoria in attesa di un piano di ritrutturazione della banca. All’assemblea del 25 gennaio, nonostante la fresca scoperta dei derivati nascosti di Mussari, Profumo non perde l’aplomb: “La necessaria richiesta del supporto pubblico si riconduce prevalentemente alla crisi del debito sovrano e solo in misura minore anche alle attività di verifica ancora in corso sulle operazioni Alexandria, Santorini e Nota Italia di cui tutti parlano”. Profumo ha dunque chiesto gli aiuti di Stato lamentando difficoltà esogene, come si dice in gergo, cioè non dovute alla gestione di Mussari ma alla crisi mondiale. Il commissario europeo alla Concorrenza,Joaquin Almunia, se ne ricorderà.
Il 6 febbraio Mps comunica di aver calcolato in 730 milioni la perdita su Alexandria e Santorini. All’assemblea degli azionisti del 29 aprile successivo torna in ballo l’azione di responsabilità contro Mussari, e Profumo sfodera un argomento opposto rispetto a tre mesi prima: “La rilevazione operata a fini Eba a fine settembre 2011 ha evidenziato per la Banca una riserva AFS negativa per 3,2 miliardi circa (di cui 1,2 miliardi imputabili all’operazione Nomura e 870 milioni imputabili all’operazione Deutsche Bank), costringendo la Banca a ricorrere a onerose azioni di rafforzamento patrimoniale”. Dunque le operazioni di Mussari hanno lasciato in eredità un buco patrimoniale di 2,07 miliardi, che Profumo fino a quel giorno aveva ascritto alla “crisi del debito sovrano”.
Qui parte l’attacco di Almunia. A luglio 2013 scrive a Saccomanni (fino a due mesi prima direttore generale della Banca d’Italia) minacciando l’Italia di una procedura d’infrazione sugli aiuti di Stato a Mps. Ai primi di settembre, a Cernobbio, scopre le carte. Prima dichiara che l’aumento di capitale da un miliardo prospettato da Profumo è insufficiente. Poi concorda con Saccomanni che l’aumento dovrà essere da tre miliardi, finalizzati alla rapida restituzione del 74 per cento dei Monti Bond. Strano. Profumo lavora su un rafforzamento patrimoniale da 5,1 miliardi (4,1 di Monti Bond più un miliardo di aumento di capitale). Almunia invece impone di restituire 3 miliardi di Monti Bond, e, siccome un decimo dell’aumento di capitale da 3 miliardi va in spese, la banca ci deve mettere 300 milioni suoi, mentre svanisce anche il miliardo di maggior patrimonio che Profumo voleva chiedere al mercato. Risultato: il di cui sopra “adeguato supporto patrimoniale” scende da 5,1 a non più di 3,8 miliardi, e per Mps non è una bella notizia.
Le ragioni del castigo inflitto da Almunia a Mps – compreso il ridimensionamento da terza banca italiana a banca regionale – sono scritte nel documento che il governo italiano non vuole rendere pubblico. All’assemblea del 28 dicembre scorso l’azionista Giuseppe Bivona, rappresentante del Codacons, ha sostenuto, logica e Trattato europeo alla mano, che Almunia, imponendone la restituzione, ha di fatto bocciato gli aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 108 del trattato europeo, secondo il quale una mazzata simile è ammessa se “tale aiuto e` attuato in modo abusivo”. Ma attenzione: la scelta di rimborsare i Monti Bond, indebolendo la banca e ribaltando una decisione di pochi mesi prima, è tutta italiana. Per Almunia andava bene anche la conversione in azioni dei Monti Bond, che avrebbe nazionalizzato il Monte quasi azzerando gli azionisti attuali, a cominciare dalla Fondazione. Per Bruxelles basta che gli azionisti non risolvano i loro problemi con i soldi di Pantalone. Perché dunque gridare in coro “tutto ma non la nazionalizzazione!”, visto che i soldi dei contribuenti erano stati già versati senza rimpianti un anno fa? Forse per evitare che un giorno emergano altre sorprese che – trattandosi di banca controllata dallo Stato – gravino sui conti pubblici. Qui si può solo formulare un’ipotesi, visto che il documento ufficiale è segretato nell’evidente imbarazzo di banca, vigilanza e governo.
Fino a che Mussari era presidente dell’Abi… - Per tutto il 2012 Profumo e Viola, in sintonia con Bankitalia e Consob, non hanno visto i perniciosi derivati del presidente dell’Abi in carica, continuando a battezzarli come operazioni in Btp. Così anche dopo la scoperta del mandate agreement Mps ha continuato a contabilizzare quelle operazioni esattamente come le contabilizzava Mussari, che è sotto processo per ostacolo alla vigilanza ma non per falso in bilancio. Lo ha confermato Viola il 28 dicembre scorso: “In data 10 dicembre 2013, la Consob ha di fatto confermato il trattamento contabile applicato dalla banca, che risulta conforme ai principi contabili IAS/IFRS ed è stato concordato con i revisori esterni Kpmg sino al 2010 e Ernst & Young dal 2011”. È quel “di fatto” a segnalare una continuità quantomeno sospetta. Infatti, a dimostrazione di una situazione confusa, la stessa Consob ordina a Mps anche di allegare al bilancio i cosiddetti prospetti pro-forma, che mostrano il bilancio come sarebbe se quelle operazioni in Btp fossero considerate derivati: con miliardi di euro che vanno e vengono da una partita all’altra. Adesso l’unico obiettivo del triangolo Mps-Bankitalia-governo è portare a casa al più presto l’aumento di capitale da 3 miliardi: eviterebbe le insidie della nazionalizzazione e coprirebbe tutto, prima che dal nuovo esame europeo di fine anno (in gergo asset quality review) emerga un nuovo fabbisogno di capitale. O che dal documento secretato di Almunia i mitici mercati scoprano qualche scomoda verità.

venerdì 31 gennaio 2014

Rivolta popolare in Danimarca contro Goldman Sachs: benvenuta Europa!


Paese che vai, usanza che trovi.
Riadattato, sarebbe il caso di dire: paese che vai, popolo che trovi.

Mentre l'Italia precipita al più basso livello mai raggiunto di sostenibilità democratica, dal 1946 a oggi, arriva una notizia confortante dal settentrione del nostro continente.
E non mi meraviglia.
Basta guardare le cifre, gli indici, le classifiche, la tradizione locale.
A livello internazionale la chiamano Danimarca Felix.
E' un piccolo regno nell'estremo nord d'Europa, incastrato tra i colossi tedeschi e svedesi.
Il Regno di Danimarca è primo al mondo come qualità di vita.
E' primo al mondo come libertà di stampa.
E' primo al mondo come rispetto dei diritti civili e soprattutto rispetto dello Stato di Diritto.
Tra tutti gli indici, il più importante è quello relativo all'ultimo sondaggio effettuato dall'Onu nel luglio del 2013: il 62% dei cittadini si dichiarano felici della propria esistenza, del proprio paese, del proprio governo, di come vanno le cose.
Non possiamo che invidiarli.
Sarebbe un errore, a dimostrazione del fatto che l'invidia, oltre a essere un sentimento malsano, diventa un vizio civico pernicioso perchè spinge verso la passività tinta di malevolenza.
Che cosa sta accadendo in questi giorni in quel Regno?
La notizia: il governo formato da una coalizione di centro-sinistra nel 2012 e guidato da Helle Thorning-Schmidt, ha firmato un contratto ufficiale con la Goldman Sachs affidandole la gestione del loro colosso nazionale dell'energia, la società Dong. L'accordo,consentirebbe ai danesi di potersi approvvigionare di energia a un costo molto inferiore, quindi di risparmiare parecchi soldi ogni mese. Ma i danesi sono venuti a conoscenza di questo contratto e si sono ribellati.
Perchè, evidentemente, per loro (è per questo che sono felici) al primo posto nella scala dei valori c'è il senso dell'indipendenza, dell'autonomia, della libertà come nazione e come popolo.
Sono insorti.
Hanno cominciato a diffondere in rete la notizia, hanno immediatamente organizzato un appello firmato in poche ore da ben 185.000 cittadini e lo hanno inviato sia alla regina che al governo. Infine, si sono riversati per strada, protestando contro la svendita della loro authority.
Annette Vilhelsem, Ministro degli Affari sociali (nonchè leader del Partito Socialista, un importante membro dell'alleanza di governo) si è dichiarata "esterrefatta e offesa come danese" per la decisione e ha annunciato di ritirare la propria coalizione dall'esecutivo. Se n'è andata sbattendo la porta. Si è creata, quindi, una frattura politica gravissima e si è aperto un contenzioso molto forte tra il popolo, la cittadinanza da una parte e il governo dall'altra. La disputa è ancora in corso.
Il Regno di Danimarca è un membro dell'Unione Europea.
Questo accordo -non a caso lanciato come prototipo in un piccolissimo stato come esperimento- ci annuncia il trend emergente in Europa: consegnare il controllo del cuore pulsante di ogni nazione -la gestione delle fonti di energia- ai colossi finanziari che diventerebbero "ufficialmente" i veri padroni del paese. Tradotto potrebbe voler dire che se un governo intende perseguire qualche banca perchè ha compiuto un atto illegittimo e dannoso per la comunità, interviene quella società finanziaria per imporre il silenziatore censorio, pena la chiusura dei rubinetti energetici: elementare quanto banale.
Hanno bisogno, quindi, del sostegno dell'intero continente.
I danesi stanno dando un bellissimo esempio da seguire che conferma la validità del posto che occupano nelle classifiche. Un sondaggio realizzato dalla corte regnante, ieri mattina, ha rivelato che il 79% dei danesi "preferisce pagare di più le bollette mensili ma essere indipendenti dalla finanza internazionale".
Così funziona la democrazia in un paese in cui il danaro non è il valore principe.
La differenza tra la democrazia e la democritura italiana consiste nel fatto che alla base fondativa del principio democratico c'è l'idea che il governo teme il giudizio del popolo; nelle democriture, invece, è il popolo che teme e ha paura del governo, da cui discende la propensione tutta italiana alla deferenza, al servilismo, alla mediocrità.
E' un esempio pericoloso, quello danese, sia per la troika che per la finanza.
Infatti, in Italia, Spagna, Portogallo non ne parlano, non sto vedendo neppure un'immagine, una fotografia, un editoriale, un commento, un'analisi, con un'unica eccezione, Ilsole24ore, il giornale della Confindustria, che ha pubblicato un pezzo raccontando l'intera vicenda senza che venisse ripresa dagli altri.
La notizia è stata diffusa in tutta Europa dal quotidiano britannico The Guardian, vedi qui:
http://www.theguardian.com/world/2014/jan/30/socialists-quit-denmark-coalition-goldman-sachs-deal

Ecco l'articolo "sfuggito" ai più

http://www.ilsole24ore.com/art/servizio/2014-01-30/danimarca-mani-goldman-sachs-energia-scatta-rivolta-popolare-e-governo-perde-pezzi-151423.shtml

Il governo danese scricchiola sulla cessione di una quota dell'utility energetica Dong alla banca d'affari americana Goldman Sachs, un provvedimento che, sebbene alla fine sia stato approvato, ha sollevato una levata di scudi degna del miglior patriottismo economico francese. Contestando la decisione, Annette Vilhelsem, ministro degli Affari sociali e dell'integrazione e leader del Partito popolare socialista (uno dei tre che compongono la coalizione di minoranza del governo) ha annunciato l'uscita sua e degli altri cinque ministri socialisti dall'esecutivo di centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt; ha però assicurato che il partito continuerà a sostenere, a livello parlamentare, il governo.
Anche il premier Helle Thorning-Schmidt ha garantito che non ci saranno nuove elezioni e il governo andrà avanti con un rimpasto, da decidere con l'unico alleato rimasto, i centristi del Partito social-liberale. È indubbio tuttavia che la compagine governativa esca indebolita dalla vicenda, sebbene anche finora il primo ministro abbia governato con l'appoggio di partiti esterni alla coalizione: a questo punto - infatti - può contare nominalmente appena su un terzo dei seggi parlamentari.
Fin qui il dato politico. La vicenda tuttavia ha altri risvolti interessanti. Dong Energy , principale gruppo energetico controllato dallo Stato, nel 2012 ha realizzato un volume di affari di 67,2 miliardi di corone (circa 9 miliardi euro). A ottobre il governo ha annunciato un'intesa per cedere il 19% di questo "campione nazionale" a fondi controllati da Goldman Sachs per poco più di un miliardo di euro, con una clausola che avrebbe concesso alla banca d'affari controversi diritti di veto sulla gestione di Dong, diritti che nessun altro azionista possiede.
L'operazione ha suscitato una vera e propria sollevazione popolare nel Paese: una petizione online ha raccolto oltre 185mila firme contro l'accordo, un sondaggio condotto per il Jyllands-Posten (il quotidiano salito alla ribalta nel 2005 per la pubblicazione delle vignette su Maometto) ha rivelato che il 63,4% dei danesi ritiene che Dong Energy debba rimanere una società interamente danese, diversi politici di centrosinistra hanno accusato il governo - già criticato per politiche giudicate troppo di destra - di tradimento.
L'ex premier socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen ha definito l'accordo una «catastrofe» che rischia di far perdere alla Danimarca il suo primato in materia ambientale. Non sono rimasti in silenzio i populisti euroscettici del Partito popolare danese, che si sono schierati - naturalmente - contro il provvedimento.
L'ombra della campagna elettorale per le europee si allunga del resto anche sulla "Danimarca felix". E poco importa il fatto che, secondo le stime di alcuni analisti, l'ingresso di Goldman abbatterebbe i costi dell'elettricità...

giovedì 30 gennaio 2014

Chi è violento e perchè? Una riflessione sullo stato civile della nostra nazione.




di Sergio Di Cori Modigliani

Il Gran Regno d'Ipocritania si sveglia questa mattina e scopre l'acqua calda.
Leggendo la stampa e ascoltando le televisioni e la radio ci si accorge che gli italiani, con una trentina di anni di ritardo, si rendono conto che viviamo in un paese violento, feroce, disuguale, malvagio, dove lo Stato di Diritto è stato cancellato e il Parlamento è diventato una cosa diversa da quella che dovrebbe essere: invece di rappresentare il luogo di sintesi delle esigenze della cittadinanza, e quindi inappuntabile arbitro delle logiche di mercato, si è trasformato nel teatro principale del mercato, dove le leggi e le regole vengono stabilite e definite seguendo la logica del puro business e dell'interesse privato, trasformando gli eletti in Parlamento da legiferatori per il bene comune in semplici impiegati di concetto.

Scoprono tutti, all'improvviso, che la sopraffazione è standard, di conseguenza la volgarità (e una inaudita forma di violenza) si sono abbattute sulle istituzioni e quindi strillano protestando per riportare il dibattito su un piano civilmente accettabile.

E' la consueta ipocrisia nazionale che esplode, improvvisa, in forme virulente, e offre al mondo intero lo spaccato autentico di ciò che siamo diventati: un paese in cui la menzogna, il doppiogioco, il doppiopesismo, la totale mancanza di notizie reali e informazioni attendibili hanno finito per prendere il sopravvento, determinando la logica del tutto è lecito a chiunque e comunque

Le immagini che vedete riprodotte in bacheca, a mio avviso, sono utili per cercare di comprendere ciò che sta accadendo in questi giorni, non a caso proprio adesso, alla vigilia di una furibonda tempesta finanziaria all'orizzonte che ci vedrà -volenti o nolenti- attori partecipi nell'occhio dell'uragano.

Quelle due fotografie sono molto diverse tra di loro ma fanno riferimento allo stesso concetto. Entrambe sono state usate lo scorso novembre per celebrare la giornata internazionale di protesta contro la violenza sulle donne. Una -quella in cui si vede una donna torturata con il volto tumefatto- ha avuto una virale diffusione in Italia, perchè è una immagine che colpisce gli occhi; l'altra, invece, non è stata neppure pubblicata. 
Una immagine facile, quella italiana, che finisce per ottenere l'effetto opposto a quello desiderato: è un'ottima scusa per la maggior parte dei maschi violenti misogini -i signori padroni- per poter dire a se stessi "ma io non ho mai trattato una donna così" e quindi auto-assolversi. E' una immagine che colpisce lo stomaco e procura immediata indignazione ma non consente alcuna elaborazione, nessun pensiero critico, non consente di porsi domande, colpisce direttamente alla pancia e annuncia una argomentazione tautologica e banale "la violenza è brutalità".
In Italia, questa immagine, è diventata il simbolo della sacrosanta protesta femminile.
L'altra fotografia, invece, diffusa dal comitato femminista delle donne canadesi a Montreal, offre una immagine totalmente diversa che giocoforza impone una riflessione, spinge a porsi delle domande, fa riflettere chiunque la osservi e non consente nessuna forma di giustificazionismo di sorta. Si vede il volto sereno di una donna normale di un qualunque paese d'occidente con la scritta "la violenza non è sempre visibile". 

E' la differenza tra il dibattito tra un paese civile ed evoluto -come il Canada- e un paese regredito e incivile come l'Italia.

La violenza è brutale quando si manifesta in maniera primitiva e infantile, ma quando assurge al rango della perversione adulta, diventa subdola, sofisticata, perchè si insinua e si afferma secondo modalità non visibili, non immediatamente riscontrabili, obbligando la vittima a fare i salti mortali per riuscire a dimostrare di essere oggetto di brutalità. Siccome non si vede nulla, si dà per scontato che non esista nulla, ma non è così.

La zuffa parlamentare di ieri ha mostrato al mondo intero che nel nostro paese il dibattito politico ha un volto brutale e violento. Quindi è primitivo. Ma non è così. O non solo così.
L'Italia è una nazione maestra nell'esercizio della violenza ipocrita, quella adulta.
In realtà, l'attuale miserevole stato di declino è il frutto di una violenza sotterranea, continua, costante, quotidiana, che le istituzioni manifestano nei confronti della cittadinanza -vittima di soprusi, ruberie, espoliazioni, angherie- seguendo un iter ipocrita e subdolo. 
E' una violenza perenne e sotterranea.
Non è stato forse violentissimo il modo in cui la cupola mediatica, in Italia, ha preso atto il 27 febbraio 2013 che il M5s aveva vinto le elezioni? Esordì L'Espresso con un numero speciale dedicato a Grillo che veniva identificato non come il leader vincitore, bensì come un bieco speculatore d'azzardo che aveva ingannato l'elettorato lucrando sulla sua buona fede, perchè il suo principale interesse consisteva nell'aprirsi un gigantesco resort di lusso in Costa Rica. L'operazione fallì miseramente, ma diede il via alla violenza.
Nessuno tra i giornalisti (con l'unica eccezione dei professionisti de Il Fatto Quotidiano) osò attaccare il gruppo editoriale L'Espresso, anzi. Cavalcarono il delirio moltiplicandone l'effetto che dilagò sui social networks e contribuì a lanciare un linguaggio divenuto ormai standard: l'attacco personale, l'insulto e l'aggressione immotivata, la diffamazione, la diffusione di falsità ovvie.
Non è forse violentissima, la Legge, in Italia, laddove ci fa sapere che Fiorito merita un vitalizio e glielo accredita?
Non è dannatamente violenta la pretesa da parte dello Stato di essere saldati subito quando è in credito, arrogandosi l'opzione di procrastinare il saldo a data da definire quando, invece, è in debito?
Non è stato, forse, un atto di violenza istituzionale quello attuato dal Presidente Napolitano quando -in presenza dell'ennesimo momento di furioso stallo- dovendo fare il punto della situazione convocò al Quirinale la delegazione del PD e quella del PDL escludendo quella del M5s che era l'unico partito ad aver vinto le elezioni, e rappresentava le istanze del 25% dei votanti?
Non è stato un atto violento quello di Matteo Renzi nell'aver selezionato e identificato la persona di Silvio Berlusconi come l'interlocutore unico e privilegiato con il quale redigere una legge elettorale che deve stabilire chi e come andrà in Parlamento? Non è forse violentissimo insegnare agli italiani che la Legge non ha nessun valore quando un senatore decaduto perchè condannato in via definitiva ed espulso dal Parlamento -in maniera ufficiale e legale- si trasforma in colui che detta le disposizioni legali in materia di elezioni?
La lista è lunga, ahimè lunghissima.
Cito l'ultimo atto di straordinaria violenza (corrispondente in termini civili all'immagine in bacheca della donna serena senza alcun segno di violenza sul suo volto) quello relativo alla discussione in aula per votare il decreto di svendita della Banca d'Italia agli squali della speculazione internazionale. Non soltanto è stato legato alla tassazione dell'Imu nonostante non ci fosse nessun rapporto nè vincolo, ma non è stato neppure proposto un dibattito in aula tra tutte le forze politiche per far ascoltare alla nazione i diversi punti di vista, far ascoltare alla nazione la voce del Presidente del Consiglio e soprattutto del Ministro del Tesoro che spiegavano perchè intendessero farlo, quali erano le condizioni, come e dove e quando e quanto e per quanto lo Stato ci avrebbe guadagnato, aprendo un dibattito sul tema, in modo tale da poter ascoltare i diversi punti di vista. 
Non è stato un atto di strabordante violenza della cupola mediatica non aver lanciato nei loro organi di stampa un sereno confronto su questo tema così importante? 
Perchè Bruno Vespa, Giovanni Floris, Michele Santoro, Corrado Formigli e tutti gli altri al seguito non gli hanno dedicato una puntata speciale per spiegare alla nazione di che cosa si trattava?
Questo silenzio è violenza, perchè la violenza vera, in un paese ipocrita e feroce come questo, è sempre invisibile.

Così secondo me stanno le cose, per chi le vuol vedere e sa leggere dietro le apparenze.